You are currently browsing the tag archive for the ‘postmodernismo’ tag.

Lo ammetto, avevo snobbato con sufficienza questa serie HBO baciata dal successo, liquidandola come l’ennesimo teen drama, appena più spinta sotto il profilo del sensazionalismo e della ricerca per la provocazione a tutti i costi. Poi, una sera di un paio di settimane fa, per puro caso mi sono imbattuto in una replica del primo episodio della seconda stagione, in onda su Sky Atlantic, e vuoi per la chimica tra i personaggi, vuoi per lo stile piacevolmente allucinatorio della regia che a tratta sembrava omaggiare nientemeno che David Lynch, vuoi per una colonna sonora – curata dal produttore londinese Timothy Lee McKenzie, in arte Labrinth – che mescola di tutto, dalla trap all’R&B, dall’indie rock al doo wop, passando per sperimentazioni elettroniche ed effetti psichedelici, mi è bastata quell’ora sulla giostra allestita da Sam Levinson per volerne immediatamente di più. E così, nel giro della settimana successiva, ho recuperato tutte le puntate della prima stagione (che per fortuna non sono tante, appena otto), riuscendo a mettermi in pari prima della messa in onda dell’episodio successivo.

E adesso posso dire due cose in più: la prima, che Euphoria non è affatto la solita serie adolescenziale, ma piuttosto una bomba che fa esplodere tutto quel nodo di cliché e pregiudizi che siamo soliti associare al filone; la seconda, che mai pregiudizio da parte mia fu più mal riposto di questa volta, visto che mi ritrovo a confessare di essere diventato a tutti gli effetti un fan di questa serie, che sulla carta dovrebbe essere lontana anni luce dai miei gusti.

Basata su una miniserie omonima israeliana del 2012, ideata dallo scrittore e sceneggiatore Ron Leshem, Euphoria è stata scritta e co-prodotta dal figlio d’arte Sam Levinson (suo padre Barry è il regista, tra gli altri, del piccolo cult Piramide di paura, sulla prima avventura apocrifa dei giovani Sherlock Holmes e John Watson, e di film di successo come Good Moorning, Vietnam, Rain Man – L’uomo della pioggia e Sleepers), che ne ha diretto anche diversi episodi. Parte come una serie incentrata sulla tossicodipendenza della protagonista, la diciassettenne Rue Bennett interpretata da Zendaya (vista e apprezzata negli Spider-Man della Marvel e nel Dune di Denis Villeneuve) e doppiata da Emanuela Ionica, ma ben presto si sviluppa per includere nel raggio d’azione dei suoi episodi tutto ciò che una stagione di passaggio e maturazione come l’adolescenza si porta dietro, dal bisogno di riconoscimento al conflitto generazionale, dall’accettazione di se stessi ai continui attriti tra la ricerca di indipendenza e il conformismo imperante a modelli di bellezza, schemi familiari, relazioni sociali. Traumi, abusi fisici e psicologici, si susseguono mentre avanziamo sul sottile filo teso tra fiducia e tradimento, venendo continuamente presi a pugni da improvvise esplosioni di violenza, lungo il percorso accidentato che conduce i protagonisti fuori da un’adolescenza che sa essere sia una prigione dorata che una giungla spietata.

La prima stagione segue il ritorno a casa di Rue dopo alcuni mesi trascorsi in riabilitazione a seguito di un’overdose. Rue e sua sorella Gia (Storm Reid) vivono con la madre dopo che il padre è morto a causa di un tumore, ma quando si trova a fare i conti con il trauma della perdita Rue, che reagisce in maniera molto diversa da Gia, ha la lucidità di ammettere che la sua dipendenza ha radici forse più profonde e non necessariamente legate al lutto. Il caso gioca un ruolo cruciale nella sua vita e in quella delle sue coetanee: è per caso che Rue s’imbatte in Jules Vaughn (Hunter Schafer), una ragazza in transizione appena arrivata in città, e una fortuita serie di coincidenze fa venire a galla, puntata dopo puntata, i segreti che i loro compagni di scuola nascondono dietro la superficie di vite apparentemente perfette.

Lealtà, identità e ossessioni private completano la ricetta a base di dipendenze di varia natura (psicologica o fisica, da alcol, da droghe, dal sesso), mettendo in pratica una formula che tiene incollati allo schermo dal primo all’ultimo minuto, avvalendosi di continui cambi di registro e di una furia ipercitazionista di stampo molto postmoderno. Il finale della prima stagione culmina in una sequenza girata come un musical sulle note di All for Us e ci lascia appesi alla scogliera del ricatto emotivo in uno dei cliffhanger più riusciti che si siano visti in TV.

Della colonna sonora curata da Labrinth abbiamo detto, ma forse vale la pena sottolineare che i pezzi del produttore britannico (Still Don’t Know My Name, When I R.I.P., The Lake, la già citata All for Us) si alternano con tracce che spaziano dai Bronski Beat (Smalltown Boy) agli Arcade Fire (My Body is a Cage), dagli INXS (Mystify) a Charlotte Day Wilson (Work) a Orville Peck (Dead of Night), tutti scelti con chirurgica precisione per catturare il momento dei personaggi sullo schermo. La musica è uno dei due meccanismi adottati per intensificare l’empatia dello spettatore con i protagonisti. L’altro è il riuscitissimo espediente di iniziare ogni puntata con una digressione su uno di loro, una sorta di origin story che ci racconta il loro background personale attraverso la voce e il punto di vista di Rue, che solo ed esclusivamente in questi momenti si erge a una onniscienza totalizzante ma mai giudicante, con una ricchezza di particolari e uno stile documentaristico che non lesinano effetti paradossali, quando non proprio esilaranti.

La seconda stagione si apre esattamente dove la prima si era bruscamente interrotta, e promette uno spazio maggiore per alcuni dei personaggi più interessanti, il cui minutaggio complessivo era finito per essere necessariamente sacrificato alla parabola del rapporto tra Rue e Jules: e se nel giro di un paio di puntate la loro storia si trasforma in un triangolo amoroso raccontato con sensuale delicatezza, alle mesmerizzanti interpretazioni di Zendaya (premiata con un Emmy nel 2020) e Hunter Schafer si affiancano quelle dell’anomalo duo Angus Cloud / Javon Walton nei panni dei giovani fratelli spacciatori Fezco e Ashtray, di Maude Apatow nel ruolo di Lexi Howard, un’amica d’infanzia di Rue, e di Eric Dane (volto noto del piccolo schermo grazie a Grey’s Anatomy, ma con un ruolo anche nel peggiore dei film dedicati agli X-Men), qui nei panni di un padre di famiglia non proprio irreprensibile.

Grazie al meccanismo dei flashback di inizio puntata, il progressivo svelamento delle loro storie aggiunge spessore a personaggi che nella prima stagione erano poco più che abbozzati, e permette a Levinson di realizzare un ulteriore scatto in avanti nel rilancio delle ambizioni della serie, mettendo in discussione il facile schematismo della contrapposizione tra protagonista buono e antagonista malvagio e portando allo scoperto le ambiguità che aggiungono ombre alla luce, ma che permettono allo stesso tempo anche di cogliere la luce tra le ombre.

La serie in uno scambio di battute

Ali: – Quello che provi per lei ti ricorda qualcosa?
Rue: – Che vuoi dire?
Ali: – Intendo l’ossessione… i sentimenti, l’astinenza…
Rue: – Come la droga?
Ali: – Bingo!
Rue: – Ok, ma questa è una cosa positiva.
Ali: – E la droga? Non era bella appena l’hai provata?

[Dalla puntata 1×04 “Sali sulla giostra”]

Finora conoscevo Mark Fisher solo indirettamente, ovvero attraverso qualche estratto delle sue opere, le sue interviste e le cose che altri scrivevano su di lui. Critico culturale, teorico politico e sottile pensatore, dopo essersi suicidato a nemmeno cinquant’anni il 13 gennaio 2017, Fisher è progressivamente e regolarmente approdato con i suoi scritti anche qui da noi, grazie a Not che ne ha pubblicato il manifesto politico (Realismo Capitalista) e a Minimum Fax che si è impegnata nella pubblicazione sistematica dei suoi scritti. Grazie a questa attenzione, ho potuto accumulare nel frattempo diverse sue opere in casa, e negli ultimi giorni, approfittando dello spiacevole imprevisto di un autoisolamento domestico, ho cominciato ad andare oltre il semplice e distratto sfogliare quelle pagine. Che fin da subito hanno iniziato a chiudere spettrali risonanze con alcune riflessioni con cui da qualche mese mi sto dilettando (per esempio: in questo e in quest’altro post a tema nostalgia).

Per la precisione, sono bastate poco più di quindici pagine di Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti (Minimum Fax, traduzione di Vincenzo Perna, 2019), per ritrovare concetti su cui mi arrovellavo senza trovare una quadra. Nel primo scritto di questa raccolta, che s’intitola programmaticamente «La lenta cancellazione del futuro», Fisher parte dall’episodio finale di Zaffiro e Acciaio, serie di culto della TV britannica trasmessa tra il 1979 e il 1982, per approdare alla definizione del titolo, ripresa da una riflessione di Franco Bifo Berardi:

Eternamente sospesi, prigionieri senza fine, bloccati oer sempre in una situazione e con un’origine mai pienamente chiarite: la segregazione di Sapphire e Steel in quel vecchio caffè nel mezzo del nulla appare profetica di una condizione più generale, in cui la vita continua ma il tempo si è in qualche modo fermato.[…] L’ipotesi di questo libro è che la cultura del ventunesimo secolo sia caratterizzata dallo stesso anacronismo e dalla stessa inerzia che affliggono Sapphire e Steel nella loro missione finale. Ma che tale stasi sia stata sotterrata, sepolta sotto una superficiale frenesia di «novità», di movimento perpetuo. Lo «scompaginamento del tempo», l’assemblaggio di ere precedenti, ha ormai cessato di meritare qualsiasi commento: oggi è talmente diffuso da non essere neppure notato. [pag. 17]

La riflessione di Fisher sgombra subito il campo dalla fin troppo facile identificazione con la nostalgia dei vecchi che rifiutano il nuovo, perché non è di quello che stiamo parlando. In effetti, Fisher si dice piuttosto allarmato dalla persistenza di schemi, modelli e forme perfettamente riconoscibili e riconducibili al passato, in un contesto che rende superflua qualsiasi etichetta di retromania a causa dell’assenza stessa di un’idea del futuro, o anche solo di un gusto ben definito nel presente, a cui contrapporre qualsivoglia processo di retrospezione. E questo accade tanto in ambito musicale quanto cinematografico, al punto da acquisire una rilevanza culturale tout court.

Richiamando la definizione del critico letterario e teorico politico statunitense Fredric Jameson e i suoi studi sul postmodernismo e la società dei consumi, Fisher parla di «modalità nostalgica»: in altre parole, non la nostalgia psicologica che ritroviamo negli scritti degli autori modernisti (Joyce, Proust) coi loro “ingegnosi esercizi per ritrovare il tempo perduto“, bensì “un’adesione formale alle tecniche e alle formule del passato, una conseguenza della rinuncia alla sfida modernista di innovare le forme culturali adeguandole all’esperienza contemporanea“.

È interessante vedere come questa critica si salda, in Fisher, con la dimensione sociopolitica e l’analisi storica tipica delle sue riflessioni, anche qui chiudendo un cortocircuito con la disamina dei meccanismi di alienazione del tempo che andavamo investigando a proposito dell’unica vera dittatura che dovremmo aver imparato a conoscere, quella della cronofagia:

Non è vero che nel periodo in cui ha preso piede la lenta cancellazione del futuro non è accaduto nulla. Al contrario, questi trent’anni sono stati un periodo di massiccio e traumatico cambiamento. In Gran Bretagna l’elezione di Margaret Thatcher ha messo fine ai precari compromessi del cosiddetto consenso sociale postbellico. Il programma politico neoliberale della Thatcher è stato supportato da una ristrutturazione transnazionale dell’economia capitalistica. Il passaggio al cosiddetto post-fordismo – con la globalizzazione, l’onnipresente computerizzazione e la precarizzazione del lavoro – ha prodotto una completa trasformazione del modo in cui in precedenza erano organizzati lavoro e tempo libero. Negli ultimi dieci o quindici anni, intanto, internet e le tecnologie di telecomunicazioni mobili hanno completamente modificato la trama dell’esperienza quotidiana. Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare. [pag. 20-21]

La modalità nostalgica individuata da Jameson e Fisher si esprime attraverso la “rinuncia a ogni esplicito riferimento al passato” e “un profondo struggimento nei confronti di una forma del passato“. Si tratta di un meccanismo anche identificativo che ha portato al successo planetario di franchise come Star Wars, ma che potremmo senza fatica intercettare anche alla base della recente travolgente ondata dei film di supereroi (prima o poi ci torneremo).

Ed è qui che fa la sua comparsa folgorante un termine che abbiamo usato, in tempi non sospetti, sebbene con una valenza estremamente specifica, anche da queste parti:

Se il periodo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta ha rappresentato il momento in cui si è avvertita per la prima volta l’attuale crisi della temporalità culturale, è stato soltanto nella prima decade del ventunesimo secolo che si è rivelata endemica quella che Simon Reynolds ha definito «discronia». Mentre tale discronia e disgiunzione temporale dovrebbero in teoria risultare perturbanti, il predominio di ciò che Reynolds definisce «retromania» significa invece che esse hanno perso qualsiasi carica di tale tipo: l’anacronismo viene oggi dato per scontato. Il postmodernismo di Jameson – con le sue propensioni alla retrospezione e al pastiche – è ormai naturalizzato. [pag. 27]

Siamo ancora all’inizio di questo viaggio, ma la discesa nel pensiero di Fisher già si annuncia ricca di scoperte.

No, il titolo non è un’epigrafe tombale, ma la formula più sintetica che mi è venuta in mente per commemorare il grande anniversario che si celebra quest’anno. Il 25 giugno di 40 anni fa arrivava infatti nelle sale d’oltreoceano Blade Runner, un film destinato a condizionare profondamente il nostro immaginario, ridefinendo probabilmente anche le coordinate stesse del futuro verso cui ci muovevamo.

Questo blog ha sempre dedicato un’attenzione particolare alla pellicola di Scott e alle diramazioni che ha originato a partire dall’universo narrativo di Dick. Per amor di statistica, ad oggi, con questo post, si contano 37 tag per Blade Runner (circa il 10% dei contenuti totali), oltre a 20 per Ridley Scott (5%) e ben 38 per Philip K. Dick (che, ok, sono rientrati sicuramente anche in altre discussioni con le rispettive produzioni), a testimonianza della centralità che il film gioca nella mia (de)formazione personale e nella mia visione non solo del futuro, ma oserei direi del mondo.

Il mio amore per il cyberpunk e la fantascienza, probabilmente anche per il cinema e il postmodernismo, per le contaminazioni, per Philip K. Dick, per il noir, e potrei continuare a lungo, nascono da questo film, che come poche altre esperienze ha rappresentato uno spartiacque nella mia crescita. Prima di vederlo, la mia dieta culturale era rappresentata in prevalenza da B-movie di fantascienza e horror, dagli anni ’50 ai primi anni ’90. Dopo averlo visto, i miei orizzonti si sono ampliati a dismisura, fino ad abbracciare fumetti, letteratura, videogame, non sempre, non tutti, necessariamente riconducibili al capolavoro di Scott & Co., ma di certo entrati nel mio radar solo dopo aver settato i parametri di riconoscimento sulle caratteristiche di quello che per me, da quel momento, è diventato la pietra di paragone per tutto il resto.

Oggi, nell’era dello streaming e della pay TV, dei contenuti on-line raggiungibili con qualche click e al massimo previa corresponsione di una fee di una manciata di euro per l’acquisto o il noleggio, potrà sembrare un’assurdità, ma nel 1994, quando riuscii per la prima volta a vederlo durante una messa in onda notturna, registrandolo su una VHS che avrei poi consumato, avrebbero potuto trascorrere anni tra la scoperta di un titolo e la sua visione, specialmente se, come me: a. si viveva in una provincia di Bassitalia; b. la città più vicina distava più di cinquanta chilometri da casa tua; c. non si avevano nemmeno quattordici anni; d. non si aveva la fortuna di avere un genitore o un fratello/sorella maggiore con la passione per l’ambito specifico di quel genere.

[Sembrano trascorse epoche intere, e invece era la nostra infanzia. Il che mi spinge a riflessioni sul tempo e la mia età che vi risparmio.]

La mia scoperta di Blade Runner fu sulle pagine del primo, storico Almanacco della Fantascienza (di cui non a caso conservo oggi non una, ma due copie, una per il valore affettivo e l’altra per necessità di consultazione). Dalla lettura degli articoli che lo menzionavano al momento in cui riuscii a intercettarlo tra i Bellissimi di Rete 4 (quelli che venivano introdotti dalla sigla di Tina Turner, come ricorderanno i veterani in circolazione) passarono forse quindici o diciotto mesi, e la prima volta che lo vidi… mi addormentai per svegliarmi di soprassalto nel bel mezzo di un sogno in cui la pioggia e il mood della Los Angeles del 2019 erano filtrati attraverso la soglia del dormiveglia sulle note della colonna sonora di Vangelis.

Da allora, ho rivisto il film decine e decine di volte, a voler mantenere una stima conservativa e senza voler dare l’impressione di essere sprofondato nella palude della monomania… per quanto, per un certo periodo della mia vita, Blade Runner sia sicuramente stato una fissazione. L’interesse ossessivo per tutto ciò che circonda la pellicola resiste ancora oggi e nelle ultime settimane mi è capitato in diverse occasioni di riguardarne degli spezzoni, ogni qual volta mi è capitato di adocchiarne i fotogrammi durante lo zapping notturno o antelucano.

Va da sé che non potevo lasciar correre la ricorrenza senza organizzare un qualche tipo di festeggiamento. Per cui, a partire da oggi e con una cadenza al momento indefinita – e che con ogni probabilità rimarrà tale – nel corso di quest’anno in maniera più assidua che mai mi troverete su queste pagine a parlare del film, del suo background, delle opere derivative che ha prodotto, e di tutto ciò che mi passa per la mente quando ripenso al mondo di Dick a cui Fancher, Peoples, Scott, Mead e Vangelis, tra gli altri, hanno dato forma. Anche – perché no? – attraverso il recupero della mole sterminata di materiali che ho scritto negli anni.

L’antologia è lì fuori da poco più di tre mesi e mi rendo conto di non averne ancora parlato. Quindi direi che è arrivato il momento di rimediare.

La sindrome di Kessler e altri racconti è un campionario della mia scrittura dal 2004 al 2020. Mancano una manciata di titoli che mi sarebbe piaciuto includere, ma o per questione di diritti (è il caso di Al servizio di un oscuro potere, uscito lo scorso anno sul Millemondi dedicato alla distopia), o per la prospettiva di progetti antologici a tema (La vita nel tempo delle ombre, Orizzonte degli eventi e Vanishing Point), o per entrambe le ragioni (Maja, Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak, Sulle ali della notte), sono rimaste fuori da questa raccolta. Per il resto, il volume, che include 28 racconti e conta la bellezza di 490 pagine, offre tutto il meglio di quello che mi è riuscito di scrivere in questo intervallo di tempo, dopo i primi timidi tentativi del 2003, e prima dell’ultimo anno che vedrà comunque uscire almeno una novità da qui a fine mese.

Il lettore più attento ci troverà molte storie che probabilmente già conosce, in particolare i racconti vincitori di premi (Viaggio ai confini della notte e Red Dust), i racconti ospitati da Robot (Cloudbuster) o Next/Next-Station (SIN: Stati Indotti di Narcolessia) o i microracconti usciti in precedenza sul blog (Novilunio, Orfani del cielo, Civiltà di prova), ma tutti sono passati sotto le amorevoli cure dell’accetta dell’editor, ed essendo trascorsi in alcuni casi più di quindici anni dalla loro precedente apparizione l’intervento è stato tutt’altro che indolore. Per tutti, ci saranno comunque delle sorprese, a cominciare da un inedito assoluto (Ruggine), sviluppato come tassello di un più ampio progetto steampunk su un’Italia fin de siècle alternativa che purtroppo, per varie vicissitudini editoriali, non ha mai visto la luce.

Organizzate tematicamente in sezioni, queste storie esplorano la frontiera tra connettivismo e cyberpunk (Connessioni) o tra postumanesimo ed esplorazione spaziale (Transizioni), oppure si addentrano in diversi filoni della letteratura di fantascienza, dall’ucronia al viaggio nel tempo al New Weird (Deviazioni), dalla discronia alla letteratura ricorsiva (Mutazioni). Completano il volume cinque racconti-bonsai che si spingono ai limiti del conte philosophique (Iterazioni). Insomma, rappresentano uno spaccato davvero eterogeneo rappresentativo credo non solo della mia scrittura, ma più in generale delle molteplici anime che convivono in questo calderone così difficile da definire che tutti sappiamo essere la fantascienza.

Anche per questo motivo, ogni racconto è preceduto da un’introduzione scritta ad hoc per inquadrarne il background: ho voluto in questo modo omaggiare i miei maestri e le mie fonti di ispirazione, e inoltre fornire ai lettori nuove coordinate per tracciare eventuali nuovi percorsi di lettura, che spesso finiscono per sconfinare fuori dal genere.

Il libro è uscito per Kipple Officina Libraria con una prefazione di Linda De Santi. La copertina è di Franco Brambilla. Se avete altre domande, lo spazio dei commenti è a vostra disposizione.

In cerca di Klingsor (En busca de Klingsor) è un oggetto letterario misterioso. Pubblicato in Messico nel 1999, quando il suo autore, il messicano Jorge Volpi, era poco più che trentenne, fu oggetto di un’immediata traduzione italiana (a firma di Bruno Arpaia) e stampato in rapida successione da Mondadori in un pregevolissimo rilegato nel settembre dello stesso anno, ripreso a stretto giro da Mondolibri per i suoi soci e nell’ottobre del 2001 in edizione economica per la collana Oscar Bestsellers. Dopodiché, malgrado l’editore di Segrate abbia continuato a dedicare a Volpi l’attenzione che merita, dando alle stampe i successivi Non sarà la terra (2010) e Memoriale dell’inganno (2015), che nulla hanno a che fare con Klingsor, del suo libro d’esordio si perdono le tracce: nessuna ristampa, nessuna riedizione nelle collane tascabili della casa editrice, niente che possa ridare respiro a un lavoro che avrebbe giovato di una maggiore dedizione da parte del suo editore.

Non sono stato l’unico a incontrare difficoltà a reperirne una copia usata, come ho avuto modo di appurare nel seguito il libro appare e scompare dalle librerie on line con una certa costanza. È così che nel marzo di due anni fa sono entrato in possesso della mia copia, per la cifra vertiginosa di ben… 4,00 euro! Qualora voleste seguire le mie orme nell’impresa, non vi scombussolerà i piani sapere che su Amazon potrete rimediare la vostra copia a una somma poco più che doppia: non certo un salasso.

Volpi, il cui nome per esteso è Jorge Luis Volpi Escalante, oggi riconosciuto come uno degli autori dell’America Latina più influenti, nasce a Città del Messico il 10 luglio 1968 e negli anni Novanta è uno degli animatori della cosiddetta Generación del Crack, “un movimento di giovani scrittori e intellettuali deciso a segnare una rottura con la letteratura del Boom latinoamericano e in particolare con il realismo magico” (fonte: Treccani). Nel 1998 pubblica il saggio La imaginación y el poder, ma è l’anno successivo che si guadagna la notorietà internazionale con questo En busca de Klingsor, che gli ha richiesto cinque anni di ricerche e lavoro.

Ed è un riscontro, sia quello del pubblico che quello della critica, a dir poco meritato.

Se volessi concedermi un’iperbole, potrei accostare questo titolo a L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (qui trovate un mio vecchio profilo dell’autore, con una rassegna dei capolavori che aveva pubblicato fino al 2005): l’uso metaforico della scienza, il gusto per le digressioni più o meno colte, un crescente senso di paranoia e un certo atteggiamento scanzonato e dissacrante nei confronti della materia trattata, sono tutti ingredienti che troviamo a piene mani nel postmodernismo, e a maggior ragione in quello che è considerato il suo culmine letterario, con cui In cerca di Klingsor condivide in parte anche l’ambientazione nella Germania nazista. A questo Volpi aggiunge una originale riflessione metanarrativa che lo spinge a imbastire una catena di paralleli che spazia dalle procedure investigative alla storiografia, sconfinando in una vera e propria teoria del romanzo giallo costruita a partire dagli strumenti della scienza del Novecento.

Fino a relativamente poco tempo fa, gli investigatori – i fisici – avevano a disposizione un ordinato manuale di tattiche per scovare delinquenti, scritto da un criminologo del XVII secolo chiamato Newton. Per decenni quel manuale ha funzionato alla perfezione, facendo scovare e punire i trasgressori. Sfortunatamente, l’elettrone è un criminale più astuto dei suoi predecessori e i metodi usati in precedenza non sono serviti a nulla quando si è cercato di catturarlo. Al suo confronto, gli antichi criminali erano banditi di second’ordine; diversamente da loro, l’elettrone non solo fugge e scompare, ma, nel farlo, infrange tutte le leggi conosciute. [pag. 337]

Il modello di Pynchon forse è un po’ contraddittorio per un autore che invitava gli autori messicani a guardare soprattutto alla letteratura del loro paese. Ma questa presa di posizione derivava in realtà da un progressivo allontanamento auspicato da Volpi e dagli altri autori della Generazione del Crack rispetto ai modelli (e agli stereotipi) della letteratura latinoamericana di successo. E non credo comunque che un autore possa sentirsi offeso da un accostamento alla figura di uno dei veri, autentici titani che hanno dominato la scena delle lettere dell’ultimo secolo.

In alto, da sinistra: John von Neumann, Albert Einstein, Georg Cantor, Kurt Gödel.
In basso, da sinistra: Max Planck, Niels Bohr, Erwin Schrödinger e Werner Heisenberg.

La trama, in estrema sintesi, prende le mosse dal programma nucleare del Terzo Reich per esplorare un’ipotesi romanzesca tanto suggestiva quanto inquietante: ovvero che durante le ultime fasi del regime, le ricerche scientifiche della Germania nazista fossero sotto il controllo di un unico misterioso individuo. Nelle trascrizioni delle audizioni dei gerarchi alla sbarra, il tenente Francis P. Bacon, ex studente di fisica, ex agente dell’OSS inviato in missione in Europa su consiglio di John von Neumann, appena giunto a Norimberga, legge: «Per ottenere i fondi, ogni progetto doveva avere il visto del consulente scientifico del Führer. Non sono mai riuscito a sapere chi fosse, ma si mormorava che si trattasse di una notissima personalità. Un uomo che godeva del favore della comunità scientifica e che si nascondeva sotto il nome di Klingsor» (pag. 37).

Bacon è incaricato di risalire all’identità di questo sfuggente plenipotenziario che avrebbe avuto un ruolo cruciale nei programmi di ricerca e, suo malgrado o forse no, nella sconfitta del regime. Siamo nell’ottobre del 1946 e inizia da qui una spirale narrativa che avvolge il lettore in un vortice dal movimento in principio ingannevolmente lento, ma che diventa presto inesorabile: le sue indagini si snoderanno avanti e indietro nel tempo, abbracciando un’epoca e uno spazio che si estendono dalla vita nel campus dell’Institute for Advanced Study di Princeton tra le due guerre alla Gottinga post-bellica, passando per il ruolo di Werner Heisenberg nel programma nucleare nazista e per il fallito attentato del 20 luglio 1944. La voce del narratore è quella di Gustav Links, un matematico tedesco (figura di fantasia), coinvolto nel programma nucleare e per questo reclutato da Bacon come consulente delle sue indagini. Links è in qualche modo l’eco dell’autore, che fa ripetutamente irruzione nel testo per commentare le azioni, le scelte, i comportamenti dei suoi personaggi, e il riflesso maturo e disincantato del giovane e sprovveduto Bacon, con cui intreccerà in un efficace contrappunto la propria storia personale.

I due, con i relativi limiti caratteriali che si trascinano dietro, formano sulla pagina una indimenticabile coppia di scienziati-investigatori, che offre il meglio quando devono sottoporre alla reciproca confutazione le rispettive ipotesi e teorie.

Il giardino del mago Klingsor, dal ciclo Parzival, Great Music Room, c.1883-84 (murale) di Christian Jank.

Abbastanza programmaticamente, le tre parti di cui si compone il romanzo si aprono con capitoli intitolati nell’ordine: Leggi del movimento narrativo, Leggi del moto criminale, Leggi del moto traditore. E, altrettanto ricorsivamente, si concludono con capitoli che fanno riferimento ai tre atti del Parsifal di Richard Wagner, l’ultimo dramma del compositore tedesco, in cui a Klingsor spetta il ruolo dell’antagonista nella contesa del Santo Graal. In mezzo, una valanga di spunti e di suggestioni, che comprendono: la figura enigmatica di Heisenberg, la sua rivalità con Erwin Schrödinger per la formalizzazione della fisica quantistica, il suo iniziale sodalizio con il fisico danese Niels Bohr e il loro successivo allontanamento causato dalla politica espansionista e dalla persecuzione antisemita della Germania nazista, verso cui Heisenberg tenne sempre un atteggiamento quanto meno ambivalente, il ribasso della sua popolarità a causa della Deutsche Physik di Johannes Stark, una campagna nel più ampio orizzonte della guerra dichiarata dal vecchio mondo della fisica alla nuova meccanica dei quanti, e decine di altre mirabili pagine dedicate alle figure di fisici e matematici. Tra le pagine di Volpi incontreremo anche un tormentato Max Planck, uno scanzonato Albert Einstein, un fugace ritratto di Georg Cantor e, impossibile da dimenticare, un Kurt Gödel che va in pezzi proprio nel bel mezzo di una conferenza a Princeton interrotta dalla furia incontenibile scatenata contro Bacon dalla sua promessa sposa, appena resasi conto della sua condotta libertina.

Alla fine, malgrado la sete di spiegazioni del lettore resti in parte insoddisfatta, le sue aspettative saranno al contrario ampiamente ripagate da una conclusione tanto spietata quanto logica, inevitabile conseguenza dei presupposti narrativi sapientemente tracciati fin dalla prima pagina e degli indizi disseminati lungo tutto l’arco del romanzo.

Mi scuserete, allora, se ricorro a questa odiosa volgarizzazione, ma in quei momenti non riuscivo a non pensare che il tenente Bacon e io eravamo in preda a qualcosa di molto simile al principio di indeterminazione. Poco importava, in fondo, se gli atomi non avevano molto a che fare con le nostre ricerche. Klingsor ci faceva sentire in un mare di dubbi. Stavamo seguendo la pista giusta? Si trattava di una trappola? O nemmeno di questo, ma solo di un semplice errore? E da lì in avanti le domande si sarebbero fatte sempre più ansiose e disperate. Potevamo fidarci degli altri? Irene era un’amante devota? E Bacon era un uomo fedele? Io dovevo continuare a credere nell’ingenuità e nella goffaggine di quell’uomo? Era prudente che lui seguisse le mie indicazioni? Stavo manipolandolo a mio favore, come diceva Irene? O era lei a manipolarlo? Chi giocava con chi? Chi tradiva chi? E perché? Eravamo, in un modo o nell’altro, pedine sulla scacchiera di Klingsor? O peggio, Klingsor era solo un’astrazione delle nostre menti, una proiezione della nostra incertezza, un modo di colmare il nostro vuoto? [pagg. 359-360]

Interrogativi a cui le ricerche di Bacon e Links forse non troveranno una risposta, ma che condurranno comunque i due a soddisfare le rispettive aspirazioni: l’inganno eterno, e l’eterno castigo.

Cayce Pollard si risveglia a Camden Town, a cinque ore di jet lag da New York, braccata dai lupi di un ritmo circadiano interrotto.
È quella non ora piatta e spettrale, lambita da una marea sospesa, un vapore mentale che ribolle a intermittenza irrompendo con richieste inopportune e ancestrali di sesso, cibo, tranquillità, o tutto insieme, e invece adesso per lei non c’è niente.

Fin dall’incipit, che potremmo definire paradigmatico come non mai, Pattern Recognition (2003) è un distillato degli interessi, delle ossessioni, delle suggestioni di cui si nutre l’ispirazione di William Gibson. Primo romanzo dato alle stampe dopo la chiusura della Trilogia del Ponte, pubblicato qui da noi come L’accademia dei sogni nella traduzione di Daniele Brolli (ovviamente da Mondadori, che come ormai d’abitudine prende un capitolo dal titolo particolarmente suggestivo e lo mette in copertina), in origine avrebbe dovuto essere un romanzo a sé stante, ma poi Gibson si fece comprensibilmente prendere la mano e ne fece il primo tassello di una nuova trilogia, che si sarebbe sviluppata attraverso Spook Country (2007, da noi Guerreros, ne ho parlato qui, qui e qui) e infine Zero History (2010) e avrebbe a posteriori preso il nome dalla Blue Ant, l’agenzia pubblicitaria di Hubetus Bigend che cerca di capitalizzare le nuove tendenze di quello che in quegli anni avremmo forse ancora potuto chiamare, senza sentirci degli stupidi, il «villaggio globale».

La tendenza che la Blue Ant insegue in questo romanzo, raccontato in presa

Author William Gibson

diretta dal futuro immediato (immediato non quanto il domani, ma come potrebbe essere una qualsiasi ora notturna prima dell’alba di domani), è una strategia di guerrilla marketing che per certi versi richiama alla mente la campagna pubblicitaria che anticipò l’uscita di The Blair Witch Project nel 1999. Per questo Bigend convoca a Londra con un pretesto la trentaduenne Cayce Pollard, una cacciatrice di tendenze che ha deciso di mettere a profitto la sua spiccata sensibilità all’impatto dei marchi. La passione di Gibson per i loghi trova così piena e compiuta realizzazione in un romanzo che abbastanza incomprensibilmente non ha finora richiamato l’attenzione di qualche major di Hollywood, perché sarebbe stata anche un’occasione irripetibile di product placement.

Ma Pattern Recognition, come dicevamo, è una summa delle ossessioni dell’autore: la paranoia viene portata a livelli di parossismo pynchoniano e non sarei il primo a citare Oedipa Maas e L’incanto del lotto 49 come fonte di ispirazione diretta per Cayce Pollard e il suo progressivo scivolare tra le maglie di una macchinazione internazionale; l’attenzione per le subculture metropolitane trova un fertile terreno nelle comunità della rete e infatti il romanzo prende le mosse proprio da una di queste community virtuali, sorta sul F:F:F – Fetish:Footage:Forum, che dà espressione a un particolare culto, quello delle sequenze cinematografiche diffuse da un misterioso artefice o, secondo alcuni, da un ipotetico collettivo di cineasti (irriverentemente soprannominato «Garage Kubrick») dagli intenti imperscrutabili; e su queste fertili premesse l’inventiva di Gibson si esalta nel gusto per una scrittura metaforica, particolarmente densa, attraversata da echi e rimandi continui, a partire dai nomi dei personaggi (Cayce richiama sia il Case di Neuromante che il Casey del racconto Il mercato d’inverno, Bigend si pronuncia “big end” come “grande fine”) fino al potere dirompente rappresentato dalle sequenze stesse (per i quali viene avanzato il paragone con il cinema di Andrej Tarkovskij e che richiamano alla memoria i manufatti artistici che fanno gola al magnate Josef Virek in Giù nel ciberspazio, e potremmo continuare a lungo).

Immersa in questa tela, prestando attenzione, si cominciano a distinguere i contorni di un grumo di ombre, quasi una filigrana nelle immagini di notti al neon e chat che si susseguono pagina dopo pagina, e quest’ombra ha il volto di William Burroughs e l’identità del padre scomparso di Cayce.

Bisognava sempre lasciare spazio per la coincidenza, sosteneva Win.
Se non ne lasci finisci dentro l’apofenia, quando ogni cosa viene percepita come parte di un modello di cospirazione più grande. E lui riteneva che, mentre ci si lascia rassicurare dalla simmetria persecutoria, con tutta probabilità si corre il rischio di non vedere la minaccia vera e propria, che è sempre meno simmetrica, meno perfetta. Ma che lui dava sempre per scontata, come lei ben sapeva.

Cayce viene trascinata da un capo all’altro del mondo, ai tre vertici di un ideale triangolo magico formato da Londra, Tokyo e infine Mosca, dove si consuma l’agnizione finale. Sovrapposto a questa geografia urbana, un ulteriore trittico di non-luoghi fa da sfondo alla sua quest postmoderna: la community on-line in cui si muovono le presenze spettrali di altri appassionati come lei dediti al culto delle sequenze misteriose, il già citato F:F:F; la rete profonda delle comunicazioni mondiali, scrutata da ECHELON, che riceve appena un accenno ma gioca un ruolo chiave nell’indagine sotterranea di Cayce; e infine un’immagine mnemonica e sfocata di New York, che di volta in volta viene messa a fuoco da Cayce a ridosso dell’attacco dell’11 settembre, la data fatidica in cui perse le tracce di suo padre, poco prima, seguendo oniricamente i passi del genitore, o nei mesi successivi, mentre cerca di assorbire l’assenza.

Il primo romanzo di Gibson del XXI secolo, un romanzo sulla perdita e sull’assenza, non poteva trascurare l’11-9-2001, sublimato simbolicamente nella madre di tutte le perdite, la quintessenza del vuoto che ci assale in quella “non ora piatta e spettrale“. Nel suo percorso di scoperta, Cayce s’imbatterà di volta in volta in reperti archeologici del calcolo industriale (il Sinclair ZX 81 e i Curta, che si fanno largo attraverso la storia benedetti dai risvolti della legge di Riepl, secondo cui “i nuovi sviluppi risultati dal progresso non rimpiazzano mai del tutto i modelli esistenti, ma piuttosto determinano una deriva di questi ultimi verso nuove modalità di impiego e nuove nicchie di utilizzo“) o retaggi di positivismo imbevuto di suggestioni metafisiche e sovrannaturali riportati in auge dal disorientamento dei tempi moderni (il fenomeno delle voci elettroniche o EVP in cui la madre di Cayce si rifugia, in un tentativo speculare e complementare al suo di elaborare il lutto che le ha colpite). Quasi che Gibson voglia suggerirci che prima o poi tutti dobbiamo sì confrontarci con la perdita di qualcosa o qualcuno, magari con la perdita di un secolo, o banalmente/solennemente con la perdita di significato che si accompagna a un mondo sempre più complesso e meno codificabile o riconducibile a schemi di facile lettura, ma in fondo anche noi altro non siamo che macchine come le altre e come tali possiamo sempre confidare in una nicchia garantita dal salvacondotto di Riepl.

Tra i ripieghi possibili, uno dei più nobili a cui auspicare è forse quello di diventare, come Cayce, il vettore di sogni altrui.

La mia intenzione era di girare un film ambientato tra quarant’anni con lo stile di quarant’anni fa.

Ridley Scott

Titolo quanto mai paradossale, quello scelto da Roy Menarini, critico cinematografico già professore associato di Storia e Critica del Cinema presso il DAMS di Gorizia al momento della pubblicazione di questo volume e ora in servizio presso la sede di Rimini dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, per la monografia dedicata a una delle pietre miliari del cinema di fantascienza e non solo. Ridley Scott. Blade Runner risale infatti al 2007, anno di uscita del Final Cut presentato in anteprima alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, ma è invecchiato piuttosto bene. Infatti, se da un lato è vero che la discussione critica intorno al film è andata avanti incessante, ricevendo nuovo impulso dall’uscita del sequel diretto da Denis Villeneuve, è altrettanto vero che i 25 anni trascorsi dalla deludente uscita nelle sale di Blade Runner avevano già prodotto una mole imponente di letture, interpretazioni e disamine, di cui Menarini tiene giustamente conto nella sua esegesi. Dall’analogia marxista tra replicanti e la forza lavoro che si ribella alle tendenze oppressive del capitale, a tutto il simbolismo cristologico che pervade la pellicola, qui dentro l’appassionato hard troverà pane in abbondanza per i suoi denti.

Il libro si compone di una decina di brevi capitoli: parte con un paio di pezzi critici di inquadramento dell’opera, prosegue con l’esame del film fino al livello delle singole scene, riprende la lettura critica con i due capitoli più interessanti del volume (L’estetica delle rovine (umane): un mondo replicante e Modernità di «Blade Runner») e si riserva interessanti divagazioni sui montaggi alternativi, le influenze sul cinema successivo e i seguiti letterari firmati da K. W. Jeter (se volete iniziare, provate a partire da qua). Destano qualche perplessità solo la scelta del materiale incluso nell’antologia critica che fa da appendice al volume, a mio parere inutilmente italo-centrica, come anche il giudizio non proprio lusinghiero espresso su Future Noir: The Making of Blade Runner di Paul M. Sammon, autentica miniera di retroscena sulla pellicola e l’immaginario che ha generato, pubblicato in Italia da Fanucci con il titolo di Blade Runner. Storia di un mito e purtroppo finito fuori catalogo. Nota negativa purtroppo anche per la bassissima risoluzione delle immagini incluse nella galleria che dovrebbe essere il cuore del volume, e che purtroppo disperdono tutto il potenziale visionario dei fotogrammi.

Ma i pregi superano di gran lunga questi piccoli nei. In primis, il punto di partenza. L’autore cerca di rispondere a un quesito apparentemente nonsense: a che cosa pensa Blade Runner? E da qui muove per cercare di “comprendere il funzionamento del cinema, della storia e della cultura contemporanea”. In seconda battuta, e qui torniamo al paradosso di cui dicevamo sopra, propone la lettura di Blade Runner come di un film senza autore, o meglio di un film dai molti autori, visti non solo i contributi di assoluto spessore su cui da sempre siamo costretti a soffermarci quando si parla di Blade Runner, sottolineando l’apporto di Hampton Fancher e David Peoples, di Syd Mead e Douglas Trumbull, di Vangelis e Jordan Cronenweth, senza dimenticare il romanzo originale di Philip K. Dick, ma anche per lo status di cult movie che ne ha determinato un’affermazione tale da portarlo a occupare un posto privilegiato nell’immaginario di ogni spettatore.

Soprattutto, Menarini si sofferma sul rapporto di Blade Runner con il postmoderno, proponendo di converso un’interessante riflessione sulla sua modernità, che finisce per riallacciarsi con il predetto interrogativo di partenza:

Tornando alla suggestione di cui si parlava all’inizio, i replicanti potrebbero essere film che pensano, prendendo la parola film per il suo significato pre-linguistico: una pellicola, una riproduzione tecnica, un nastro, un oggetto dotato improvvisamente di logos. Il replicante è, tautologicamente, la replica della vita, ma finisce con l’essere una vita surreale (o surrealista?), una macchina che pensa per accidente, una forma che prende sostanza.

Il saggio finisce così per rimarcare un importante parallelo tra i replicanti e le riflessioni di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, illuminando di luce nuova una prospettiva che credevamo di conoscere fin troppo bene. Un compendio perfetto da abbinare alla lettura della bibbia di Sammon.

Seconda parte del nostro ipotetico panel sulla lavorazione di YouWorld. Ringrazio Lanfranco per essersi prestato al gioco.

Marilyn_Monroe_California_1949

Giovanni

Il nostro racconto è una storia dal gusto molto postmoderno, e già questa è una cosa che non si vede spesso nella scrittura italiana, specie se di genere. In effetti abbiamo saccheggiato a piene mani il nostro immaginario, non solo quello di fantascienza. E alla base, sotto l’epidermide cyberpunk e i tessuti muscolari da social sci-fi, c’è sicuramente un’ossatura pulp. Per certi versi è forse il racconto di fantascienza più tarantiniano che mi sia capitato di leggere.

Lanfranco

Sì, forse è tarantiniano, ma al tempo stesso potremmo dire che è lucasiano o che è un epigono dell’espressionismo tedesco o che è un hard-boiled degli anni trenta. Non riesco ad assegnargli un’etichetta univoca, né una netta preminenza di un elemento sugli altri. Il racconto è una macchina citazionale ai più alti livelli. Anche come colonna sonora, è forse rock in alcune componenti, ma in sottofondo si sente sempre Diamonds Are A Girl’s Best Friend.

Il postmoderno era di fatto obbligato nel momento in cui ci siamo messi a giocare con i materiali. Abbiamo realmente saccheggiato il nostro immaginario, e probabilmente l’immaginario collettivo o la mitologia del ventunesimo secolo, ma penso che i vari elementi si siano amalgamati insieme molto bene. D’altronde è nella premessa della storia: costruire mondi virtuali altamente narrativi in cui gli esseri umani possono interagire con le Entertainment Artificial Intelligences. È ovvio che alcune delle protagoniste e interpreti insieme si siano portate dietro i loro, ma al tempo stesso si sono ritrovate a giocare in scenari a loro completamente estranei perché questo veniva richiesto dalla divinità, l’uomo, che disponeva delle loro sorti. In questo senso non mi pare di trovare qualcosa di artificioso o scarsamente motivato.

Quello che invece penso di poter dire è che risalta un’impostazione molto “visiva” nelle scene che, proprio essendo spesso citazioni da film, si prestano molto a essere girate anziché descritte. Casualmente, oltre alla fantascienza abbiamo trovato delle radici o quanto meno degli amori comuni in molti altri luoghi dell’immaginario.

Giovanni

Io però distinguerei il citazionismo che troviamo a livello di grana fine, nei singoli paragrafi e nelle singole scene, dalla sensibilità che informa il quadro generale e dà forma allo spazio narrativo in cui abbiamo deciso di muoverci. Il binomio di attitudine postmoderna e immaginario cinematografico (ma non solo) ha fatto scattare automaticamente nella mia testa l’associazione con Tarantino. Ma certo, non c’è solo quello.

Inoltre credo che con il regista americano ci sia un punto in comune tutt’altro che trascurabile. Il buon gusto a cui ci siamo attenuti per le nostre scelte di casting!

Lanfranco

Non è molto complicato fare il casting quando pur facendo un film indipendente non ci si deve preoccupare del budget e l’unico problema che hai è quello di scoraggiare con tatto le attrici che sgomitano per essere della partita! E la selezione è stata dura, con nuove assegnazioni di parte e defenestramenti anche all’ultimo momento, malgrado questo ci abbia costretto a buttare qualche metro di materiale già girato.

Giovanni

In principio era Marilyn

1954:  American film star Marilyn Monroe (1926-1962).  (Photo by Baron/Getty Images)

1954: American film star Marilyn Monroe (1926-1962). (Photo by Baron/Getty Images)

Lanfranco

Esatto, se ricordo bene, Marilyn è sempre stata la protagonista sin dalla primissima idea, potremmo dire quasi ancora prima del “fiat lux“. In modo istintivo, da parte mia – “chi è che potendo costruire un mondo virtuale non ci metterebbe dentro Marilyn Monroe?” – ma successivamente l’idea confusa di lei si è rivelata a un secondo e un terzo ragionamento un vero e proprio personaggio a strati: un mito dell’immaginario collettivo, una specie di divinità dei tempi moderni e persino le sue coprotagoniste le riconoscono questo ruolo; un’icona pop tramite Andy Warhol e i fotografi che l’hanno immortalata; una citazione del maestro Ballard; il fatto che la stessa Marilyn fosse un costrutto artificiale e spesso si percepisse come tale, continuamente in uno stato di disequilibrio tra Marilyn e Norma Jean; una persona che ha passato la vita cercando di essere altro, di evolversi tornando a studiare recitazione malgrado il successo e diventando produttrice essa stessa in un momento in cui era una scelta ancora insolita. E tutta la narrazione, come mai mi è capitato, si è avvolta e sagomata intorno al personaggio come fosse un vestito.

Giovanni

Credo che nessuna diva avrebbe potuto assolvere meglio a quel ruolo. Per di più Marilyn ha svolto una funzione trainante nella nostra storia proprio in virtù delle sue caratteristiche, prestandosi a tutta una serie di rimandi e livelli di interpretazione, come giustamente fai notare. Nel nostro gioco metatestuale ci siamo fermati all’incrocio forse più conclamato, con Madonna che da sempre gioca a rifare Marilyn. Ma ancora negli ultimi anni abbiamo avuto casi eclatanti – e più o meno riusciti – di riletture del personaggio da parte di giovanissime colleghe, come per esempio Lindsay Lohan o Michelle Williams. Per non parlare degli scoop o pseudo-tali che la sua figura continua ad alimentare, a mezzo secolo di distanza dalla sua tragica e triste scomparsa. Probabilmente Marilyn si è innestata ormai tanto in profondità nel nostro immaginario da essere imprescindibile: è parte del codice sorgente della nostra realtà, e da lì continua a lanciare istanze, come un virus. O forse un meme…

CALIFORNIA, UNITED STATES - MAY 1953:  Marilyn Monroe on patio outside of her home.  (Photo by Alfred Eisenstaedt/Pix Inc./Time & Life Pictures/Getty Images)

CALIFORNIA, UNITED STATES – MAY 1953: Marilyn Monroe on patio outside of her home. (Photo by Alfred Eisenstaedt/Pix Inc./Time & Life Pictures/Getty Images)

Tornando a YouWorld, ricordi altri casi in cui delle celebrità del mondo dello spettacolo vengono ricreate in forma di costrutti digitali? Così su due piedi, l’unico titolo che mi viene in mente è S1m0ne di Andrew Niccol, che per altro ha lavorato al soggetto e alla sceneggiatura di uno dei film più dickiani e riusciti sul tema delle realtà “simulate”: The Truman Show. In effetti, a pensarci bene, è incredibile quanti punti di contatto ci siano, a livello tematico, tra la nostra storia e quei due titoli. Eppure prima d’ora non ci era mai capitato di parlarne, benché la gestazione della novella sia durata la bellezza di quattro o cinque anni!

Lanfranco

Parlando di corto circuiti anche Nicole Kidman ha fatto un servizio fotografico come Marilyn Monroe (e tacciamo per pietà dell’interpretazione di “Diamonds…” in Moulin Rouge!).

No, come riferimenti non ne abbiamo mai parlato, anche se sono praticamente lì, né abbiamo mai parlato di Matrix, che ovviamente è sotto tutto. Per rispondere alla tua domanda, francamente non me ne viene in mente nessuno, ma questo non significa che non possano esserci stati altri casi, dopo aver letto forse una decina di migliaia di racconti ricordi l’oceano, non le singole gocce d’acqua… Solitamente la ricreazione è fisica mediante clonazione o costruzione, ad esempio se non ricordo male c’è una bambola fatta a immagine di Marilyn in Il Chiosco di Sterling. Anche i cartoni di Dario Tonani sono fin troppo fisici. Parlando di digitale, in modo più terra terra quello che mi viene in mente è una pubblicità di non ricordo cosa “girata” con Audrey Hepburn, utilizzando spezzoni di Colazione da Tiffany, o il film Dead men don’t wear plaid di Carl Reiner che interpola scene di film noir a quelle girate appositamente, mettendo nel casting praticamente tutte le grandi celebrità di Hollywood degli anni 30-40. E naturalmente gli articoli e i documentari secondo cui gli studios sarebbero in realtà già pronti a girare film senza attori. Possiamo considerarli dei punti di partenza verso la costruzione di uno YouWorld? Parlando invece di veri e propri costrutti e di celebrità ma non del mondo dello spettacolo, in Star Trek: Voyager Janeway si intrattiene con Leonardo da Vinci sul ponte ologrammi.

Ecco, l’holodeck di Star Trek è forse la cosa più vicina allo YouWorld che riesco a identificare.

Marilyn_Monroe_04

Giovanni

Bene, sono sicuro che la nostra chiacchierata ha saputo fornire dei validi input ai lettori più curiosi, soprattutto quelli interessati a conoscere i retroscena della scrittura. A questo punto possiamo fermarci, ricordando a tutti che lo spazio dei commenti è aperto alle vostre considerazioni, riflessioni e proposte. Se ci sono altre curiosità, non avete che da formularle e noi saremo felici di rispondervi nonostante le temperature africane di questa torrida estate.

Grazie per essere passati da queste parti e ricordate sempre:

YouWorld è la vostra casa!

Se ci fosse una categoria dedicata ai ferri del mestiere, questo pezzo meriterebbe di finirci per direttissima. Rubando la formula a Stephen King, potremmo chiamarla toolkit, ovvero “la cassetta degli attrezzi”. Sfortunatamente Holonomikon non è equipaggiato di categorie così specifiche, quindi ho pensato di dirottare il post di oggi nella categoria più generica dedicata alla scrittura connettivista.

Il post è più che altro una segnalazione di questo articolo apparso su io9 qualche tempo fa, in cui Charlie Jane Anders riprendeva la sua esperienza per regalarci qualche consiglio utile nella difficilissima – e rischiosissima – arte di scrivere narrativa breve. In sintesi:

  1. Il world-building deve essere veloce e spietato: descrivere lo scenario senza compiacimento, in maniera precisa e diretta, evitando le divagazioni. Applicazione pratica: prediligere i piccoli riferimenti “obliqui” agli excursus chilometrici.
  2. Il racconto deve convincere il lettore che ci sia un mondo intorno ai personaggi: la profondità dello scenario non deve insomma essere sacrificata, e questo sottolinea l’importanza del punto precedente. Consiglio pratico: mostrare qualcosa che non sia direttamente collegato alle ossessioni dei protagonisti.
  3. Lasciare delle zone inesplorate nella caratterizzazione dei personaggi. Non esagerare, insomma, nei dettagli psicologici o biografici, tralasciando in special modo quelli insignificanti ai fini della storia.
  4. Introdurre il problema appena possibile, ma senza forzare la mano. Salvo rari casi, l’esposizione della prova che dovrà affrontare il protagonista a partire dalla prima frase è da evitare tanto quanto le classiche dieci pagine di inutile tergiversare che contraddistinguono la scrittura di un principiante. Dopotutto il racconto non è un articolo scientifico, e lo storytelling impone delle regole nel coinvolgimento del lettore.
  5. Sperimentare nella forma. La short fiction è una forma narrativa piuttosto flessibile, che si presta bene ai giochi del postmoderno, così come pure a una varietà di altre declinazioni. Senza dimenticare poi che la lunghezza della short story è definita convenzionalmente dalla Science Fiction and Fantasy Writers of America in un massimo di 7.500 parole, ma che la forma breve include anche la cosiddetta flash fiction (meno di 300 o al massimo 1.000 parole), o espressioni ancora più estreme come la sudden fiction dei microracconti o romanzi in sei parole. Altrettanto consigliato per chi scrive racconti è confrontarsi con tecniche narrative diverse. Ne approfitto per includere un link a una risorsa di rete molto utile, un riepilogo dei fondamenti della narratologia.
  6. Pensare oltre il genere. Se il romanzo “contaminato” comincia a essere guardato con sospetto (una triste verità soprattutto per gli editori italiani), ibridazioni tra generi e convenzioni potrebbero avere maggior fortuna nella narrativa breve, che richiede in investimento di fiducia e risorse più… contenuto. Quindi sotto con racconti di fantascienza scritti come se fossero dei film indipendenti (Primer vi dice niente? Donnie Darko?). Se avete qualche dubbio, nei suoi racconti Paul Di Filippo vi mostra come fare. Recuperate qualche antologia uranica o elariana e divertitevi.
  7. Non confondere lo stratagemma con la trama. Lo stratagemma è l’idea e può essere la trovata più originale, brillante, geniale nella storia dell’immaginario. Ma non è il plot. L’idea può essere un ritrovato in grado di stravolgere la vita delle persone. Il plot è come quell’aggeggio stravolge la vita delle persone, e in particolare come la stravolge nella storia che stiamo raccontando. E come si adeguano, o reagiscono, i nostri personaggi.
  8. Evitare la dicotomia trama/personaggi. Ovvero, per dirla come mangiamo, non scadere nelle semplificazioni che portano a contrapporre le storie incentrate sui personaggi e quelle orientate alla trama. Queste sono solo delle ipotesi riduttive rese popolari dai corsi di scrittura creativa. La scrittura è più complessa di così. E la vostra storia merita sicuramente di meglio, che essere incasellata in uno scaffale ideale.

Un “decalogo in otto punti” che tengo buono per i racconti che mi aspettano.

La scorsa settimana io9 ha ospitato un illuminante editoriale di Annalee Newitz, in cui la capo-redattrice s’interroga sui meccanismi sociali che portano una storia a diventare virale. L’autrice porta all’attenzione del lettore la propria lunga esperienza nell’editoria on-line e fa notare come tra una qualsiasi storia (o, meglio, qualsiasi unità/frammento di informazione) e la popolarità si frapponga nell’era dei social network (Facebook, Twitter, Reddit, Pinterest…) un ostacolo, che per analogia con la valle del perturbante (uncanny valley) di Masahiro Mori potremmo definire valle dell’ambiguità: nelle parole di Annalee Newitz, “l’uncanny valley del giornalismo virale” non è altro che la zona in cui ricadono le notizie troppo complesse, quelle che richiedono una presa di posizione netta da parte di chi legge e condivide, quelle che espongono sui social media al rischio dell’incomprensione e del fraintendimento.

Tutti vogliamo sembrare più intelligenti o più brillanti, attraverso l’immagine sociale che ci creiamo attraverso le informazioni (o presunte tali) che rimbalziamo sui nostri profili, dando l’impressione di saperne qualcosa. Per questo pochi di noi sono disposti a rischiare con una storia che ricade nella valle dell’ambiguità, che inevitabilmente finisce per prestarsi all’interpretazione di chi di volta in volta legge. In altre parole, sono le storie a senso unico quelle che condividiamo, non quelle che necessitano di analisi.

The Valley of Ambiguity, by Annalee Newitz (credit: io9)

The Valley of Ambiguity, by Annalee Newitz (credit: io9)

La qual cosa, se vogliamo spingerci un po’ più oltre, è il principale motivo di disillusione di chi come me ha scoperto il significato di ipertesto leggendo autori postmoderni come Thomas Pynchon, o apprezzando il lato più sperimentale della fantascienza negli autori della new wave e negli esponenti del cyberpunk. Leggi il seguito di questo post »

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

Altrove in 140 caratteri

Unisciti ad altri 119 follower

Maggio: 2022
L M M G V S D
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: