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In cerca di Klingsor (En busca de Klingsor) è un oggetto letterario misterioso. Pubblicato in Messico nel 1999, quando il suo autore, il messicano Jorge Volpi, era poco più che trentenne, fu oggetto di un’immediata traduzione italiana (a firma di Bruno Arpaia) e stampato in rapida successione da Mondadori in un pregevolissimo rilegato nel settembre dello stesso anno, ripreso a stretto giro da Mondolibri per i suoi soci e nell’ottobre del 2001 in edizione economica per la collana Oscar Bestsellers. Dopodiché, malgrado l’editore di Segrate abbia continuato a dedicare a Volpi l’attenzione che merita, dando alle stampe i successivi Non sarà la terra (2010) e Memoriale dell’inganno (2015), che nulla hanno a che fare con Klingsor, del suo libro d’esordio si perdono le tracce: nessuna ristampa, nessuna riedizione nelle collane tascabili della casa editrice, niente che possa ridare respiro a un lavoro che avrebbe giovato di una maggiore dedizione da parte del suo editore.

Non sono stato l’unico a incontrare difficoltà a reperirne una copia usata, come ho avuto modo di appurare nel seguito il libro appare e scompare dalle librerie on line con una certa costanza. È così che nel marzo di due anni fa sono entrato in possesso della mia copia, per la cifra vertiginosa di ben… 4,00 euro! Qualora voleste seguire le mie orme nell’impresa, non vi scombussolerà i piani sapere che su Amazon potrete rimediare la vostra copia a una somma poco più che doppia: non certo un salasso.

Volpi, il cui nome per esteso è Jorge Luis Volpi Escalante, oggi riconosciuto come uno degli autori dell’America Latina più influenti, nasce a Città del Messico il 10 luglio 1968 e negli anni Novanta è uno degli animatori della cosiddetta Generación del Crack, “un movimento di giovani scrittori e intellettuali deciso a segnare una rottura con la letteratura del Boom latinoamericano e in particolare con il realismo magico” (fonte: Treccani). Nel 1998 pubblica il saggio La imaginación y el poder, ma è l’anno successivo che si guadagna la notorietà internazionale con questo En busca de Klingsor, che gli ha richiesto cinque anni di ricerche e lavoro.

Ed è un riscontro, sia quello del pubblico che quello della critica, a dir poco meritato.

Se volessi concedermi un’iperbole, potrei accostare questo titolo a L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (qui trovate un mio vecchio profilo dell’autore, con una rassegna dei capolavori che aveva pubblicato fino al 2005): l’uso metaforico della scienza, il gusto per le digressioni più o meno colte, un crescente senso di paranoia e un certo atteggiamento scanzonato e dissacrante nei confronti della materia trattata, sono tutti ingredienti che troviamo a piene mani nel postmodernismo, e a maggior ragione in quello che è considerato il suo culmine letterario, con cui In cerca di Klingsor condivide in parte anche l’ambientazione nella Germania nazista. A questo Volpi aggiunge una originale riflessione metanarrativa che lo spinge a imbastire una catena di paralleli che spazia dalle procedure investigative alla storiografia, sconfinando in una vera e propria teoria del romanzo giallo costruita a partire dagli strumenti della scienza del Novecento.

Fino a relativamente poco tempo fa, gli investigatori – i fisici – avevano a disposizione un ordinato manuale di tattiche per scovare delinquenti, scritto da un criminologo del XVII secolo chiamato Newton. Per decenni quel manuale ha funzionato alla perfezione, facendo scovare e punire i trasgressori. Sfortunatamente, l’elettrone è un criminale più astuto dei suoi predecessori e i metodi usati in precedenza non sono serviti a nulla quando si è cercato di catturarlo. Al suo confronto, gli antichi criminali erano banditi di second’ordine; diversamente da loro, l’elettrone non solo fugge e scompare, ma, nel farlo, infrange tutte le leggi conosciute. [pag. 337]

Il modello di Pynchon forse è un po’ contraddittorio per un autore che invitava gli autori messicani a guardare soprattutto alla letteratura del loro paese. Ma questa presa di posizione derivava in realtà da un progressivo allontanamento auspicato da Volpi e dagli altri autori della Generazione del Crack rispetto ai modelli (e agli stereotipi) della letteratura latinoamericana di successo. E non credo comunque che un autore possa sentirsi offeso da un accostamento alla figura di uno dei veri, autentici titani che hanno dominato la scena delle lettere dell’ultimo secolo.

In alto, da sinistra: John von Neumann, Albert Einstein, Georg Cantor, Kurt Gödel.
In basso, da sinistra: Max Planck, Niels Bohr, Erwin Schrödinger e Werner Heisenberg.

La trama, in estrema sintesi, prende le mosse dal programma nucleare del Terzo Reich per esplorare un’ipotesi romanzesca tanto suggestiva quanto inquietante: ovvero che durante le ultime fasi del regime, le ricerche scientifiche della Germania nazista fossero sotto il controllo di un unico misterioso individuo. Nelle trascrizioni delle audizioni dei gerarchi alla sbarra, il tenente Francis P. Bacon, ex studente di fisica, ex agente dell’OSS inviato in missione in Europa su consiglio di John von Neumann, appena giunto a Norimberga, legge: «Per ottenere i fondi, ogni progetto doveva avere il visto del consulente scientifico del Führer. Non sono mai riuscito a sapere chi fosse, ma si mormorava che si trattasse di una notissima personalità. Un uomo che godeva del favore della comunità scientifica e che si nascondeva sotto il nome di Klingsor» (pag. 37).

Bacon è incaricato di risalire all’identità di questo sfuggente plenipotenziario che avrebbe avuto un ruolo cruciale nei programmi di ricerca e, suo malgrado o forse no, nella sconfitta del regime. Siamo nell’ottobre del 1946 e inizia da qui una spirale narrativa che avvolge il lettore in un vortice dal movimento in principio ingannevolmente lento, ma che diventa presto inesorabile: le sue indagini si snoderanno avanti e indietro nel tempo, abbracciando un’epoca e uno spazio che si estendono dalla vita nel campus dell’Institute for Advanced Study di Princeton tra le due guerre alla Gottinga post-bellica, passando per il ruolo di Werner Heisenberg nel programma nucleare nazista e per il fallito attentato del 20 luglio 1944. La voce del narratore è quella di Gustav Links, un matematico tedesco (figura di fantasia), coinvolto nel programma nucleare e per questo reclutato da Bacon come consulente delle sue indagini. Links è in qualche modo l’eco dell’autore, che fa ripetutamente irruzione nel testo per commentare le azioni, le scelte, i comportamenti dei suoi personaggi, e il riflesso maturo e disincantato del giovane e sprovveduto Bacon, con cui intreccerà in un efficace contrappunto la propria storia personale.

I due, con i relativi limiti caratteriali che si trascinano dietro, formano sulla pagina una indimenticabile coppia di scienziati-investigatori, che offre il meglio quando devono sottoporre alla reciproca confutazione le rispettive ipotesi e teorie.

Il giardino del mago Klingsor, dal ciclo Parzival, Great Music Room, c.1883-84 (murale) di Christian Jank.

Abbastanza programmaticamente, le tre parti di cui si compone il romanzo si aprono con capitoli intitolati nell’ordine: Leggi del movimento narrativo, Leggi del moto criminale, Leggi del moto traditore. E, altrettanto ricorsivamente, si concludono con capitoli che fanno riferimento ai tre atti del Parsifal di Richard Wagner, l’ultimo dramma del compositore tedesco, in cui a Klingsor spetta il ruolo dell’antagonista nella contesa del Santo Graal. In mezzo, una valanga di spunti e di suggestioni, che comprendono: la figura enigmatica di Heisenberg, la sua rivalità con Erwin Schrödinger per la formalizzazione della fisica quantistica, il suo iniziale sodalizio con il fisico danese Niels Bohr e il loro successivo allontanamento causato dalla politica espansionista e dalla persecuzione antisemita della Germania nazista, verso cui Heisenberg tenne sempre un atteggiamento quanto meno ambivalente, il ribasso della sua popolarità a causa della Deutsche Physik di Johannes Stark, una campagna nel più ampio orizzonte della guerra dichiarata dal vecchio mondo della fisica alla nuova meccanica dei quanti, e decine di altre mirabili pagine dedicate alle figure di fisici e matematici. Tra le pagine di Volpi incontreremo anche un tormentato Max Planck, uno scanzonato Albert Einstein, un fugace ritratto di Georg Cantor e, impossibile da dimenticare, un Kurt Gödel che va in pezzi proprio nel bel mezzo di una conferenza a Princeton interrotta dalla furia incontenibile scatenata contro Bacon dalla sua promessa sposa, appena resasi conto della sua condotta libertina.

Alla fine, malgrado la sete di spiegazioni del lettore resti in parte insoddisfatta, le sue aspettative saranno al contrario ampiamente ripagate da una conclusione tanto spietata quanto logica, inevitabile conseguenza dei presupposti narrativi sapientemente tracciati fin dalla prima pagina e degli indizi disseminati lungo tutto l’arco del romanzo.

Mi scuserete, allora, se ricorro a questa odiosa volgarizzazione, ma in quei momenti non riuscivo a non pensare che il tenente Bacon e io eravamo in preda a qualcosa di molto simile al principio di indeterminazione. Poco importava, in fondo, se gli atomi non avevano molto a che fare con le nostre ricerche. Klingsor ci faceva sentire in un mare di dubbi. Stavamo seguendo la pista giusta? Si trattava di una trappola? O nemmeno di questo, ma solo di un semplice errore? E da lì in avanti le domande si sarebbero fatte sempre più ansiose e disperate. Potevamo fidarci degli altri? Irene era un’amante devota? E Bacon era un uomo fedele? Io dovevo continuare a credere nell’ingenuità e nella goffaggine di quell’uomo? Era prudente che lui seguisse le mie indicazioni? Stavo manipolandolo a mio favore, come diceva Irene? O era lei a manipolarlo? Chi giocava con chi? Chi tradiva chi? E perché? Eravamo, in un modo o nell’altro, pedine sulla scacchiera di Klingsor? O peggio, Klingsor era solo un’astrazione delle nostre menti, una proiezione della nostra incertezza, un modo di colmare il nostro vuoto? [pagg. 359-360]

Interrogativi a cui le ricerche di Bacon e Links forse non troveranno una risposta, ma che condurranno comunque i due a soddisfare le rispettive aspirazioni: l’inganno eterno, e l’eterno castigo.

Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato.

George Orwell – 1984 (1949)

Oggi ricorrono i 74 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei milioni, per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), disabili e portatori di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero compreso tra i 12 e i 17 milioni di vittime furono sterminate con un’applicazione sistematica. E l’incertezza delle stime serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un’ulteriore livello di atrocità: quello che è toccato a chi si è visto cancellare dalla grande tela della storia con la facilità di un tocco di pennello.

Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno della Memoria. Ma diverse nazioni, tra le quali l’Italia fin dal 2000, avevano già da tempo adottato la commemorazione del 27 gennaio. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un giorno della memoria, al di là del necessario ricordo dei caduti per mano della follia. La notizia di qualche anno fa che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignorava la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz già allungava un’ombra inquietante su questa data nel 2012.

Come ha sostenuto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo intervento commemorativo della data (24 gennaio 2019):

Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto.

Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni.

Una società senza diversi: ecco, in sintesi estrema, il mito fondante e l’obiettivo perseguito dai nazisti. Diversi, innanzitutto, gli ebrei. Colpevoli e condannati come popolo, come gruppo, come “razza” a parte.

Purtroppo, da anni stiamo accumulando prove che il male è stato tutt’altro che estromesso dalla Storia ed estirpato dal mondo. Il male assoluto continua a essere declinato in molteplici varianti e questa sua moltiplicazione di forme e applicazioni, simboleggiate da muri, da porti chiusi,  da lager libici sostenuti economicamente dai governi italiani, è la testimonianza incontrovertibile che l’offensiva in corso non può e non deve essere sottovalutata, pena il suo definitivo trionfo.

E’ la dimostrazione pratica che non bastano i proclami a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un’opera sistematica di formazione, un lavoro costante sulla cultura per tenere addestrate le coscienze, che non ci lasci cedere alle lusinghe dell’oblio, abbandonandoci al sonno della ragione. Dovremmo ricordarci, non solo in giornate come questa, che il male vince ogni volta che gli permettiamo di esprimersi nelle sue forme più banali, che sia l’idea di un nemico immaginario che ci lasciamo piantare nella testa dal tweet di un populista oppure lo sgambetto di una giornalista ai danni di un migrante in fuga da una guerra o dalla miseria del suo paese.

Il ventennio fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare fin dai primi anni di questo secolo, significò oltre a tante altre indecenze anche questo. In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante porta allo scoperto la vena di criptofascismo che in tempi “normali” ci sforzeremmo se non altro di tenere nascosto dietro una maschera di apparente decenza e si trascina dietro tutto uno strascico di rigurgiti violenti, razzisti, nazionalisti. Il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità o anche solo un diritto di precedenza, per diritto naturale o acquisito, una sorta di corsia privilegiata dei diritti, è un viatico per la catastrofe.

Un valido antidoto a questi tempi bui e disperati sarebbe il recupero della capacità di individuazione delle diverse forme di controllo della realtà messe in atto ai nostri danni. Citando ancora una volta George Orwell:

Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola “bispensiero” bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo.

Un libro come Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati di Primo Levi ci ricordano l’orrore di cui siamo stati complici, ignari o consapevoli. Libri come La banalità del male di Hannah Arendt e Il fascismo eterno di Umberto Eco ci mettono in guardia dalla facilità di deriva e attecchimento del germe del fascismo. Un libro come Una teoria della giustizia di John Rawls mette a nudo il vizio intrinseco del pensiero utilitarista, che si traduce in forme più o meno intenzionali di penalizzazione a scapito degli interessi delle minoranze. Ma la letteratura, i fumetti e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria e addestrare le coscienze, anche al di fuori dai classici e dal mainstream. Nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità a questo scopo.

Pensiamo per esempio a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo, che dopo un tentativo abortito della BBC è stato trasposto recentemente da Amazon in una ottima serie televisiva, prodotta da Ridley Scott e adattata da Frank Spotnitz), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris (anch’esso adattato nel 1994 in una miniserie televisiva da HBO, con Rutger Hauer nei panni del protagonista), o Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica del maestro americano Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero così?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007, vincitore non solo dei premi Hugo e Nebula, ma anche del Locus e del Sidewise dedicato alle storie ucroniche), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone della storia alternativa proponendo un punto di vista obliquo sulla Shoah.

Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo nel romanzo L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza e dell’indifferenza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal discusso furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’ottima antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris.

Diversi sono anche i fumetti che si sono cimentati col tema delle dittature fasciste, sia legando le storie direttamente alla tragedia dell’Olocausto (sullo Spazio Bianco potete trovare un pezzo ricco di titoli sull’argomento), come per esempio l’acclamato Maus di Art Spiegelman o l’altrettanto celebrato Magneto. Testamento di Greg Pak e Carmine Di Giandomenico che racconta la genesi del “cattivo” degli X-Men, sopravvissuto all’orrore dei lager nazisti; sia invece estrapolando visioni da incubo di società totalitarie future, a partire dall’ormai classico V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd (1982-85, trasposto al cinema da James McTeigue nel 2005) per arrivare alla recente incursione di William Gibson nei comics con l’ucronia distopica di Arcangelo.

Tra gli incubi cinematografici vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche, e L’Onda (2008), in cui il regista tedesco Dennis Gansel delinea il pericolo di un riflusso autocratico a partire dall’esperimento sociale della Terza Onda, applicato dalle classi di un istituto superiore e presto degenerato in orrore. Il fascino dei totalitarismi – è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati – attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Riprendendo le parole di Sergio Mattarella:

Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto. Ma, soprattutto di combattere, senza remore e senza opportunismi, ogni focolaio di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo, ovunque esso si annidi. E di rifiutare, come ammonisce sempre la senatrice Liliana Segre, l’indifferenza: un male tra i peggiori.

Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro, per evitare che ci venga rubato, e per scongiurare che di conseguenza venga negato a chi verrà dopo di noi. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

[Il presente articolo riprende e rielabora questo post apparso su Uno Strano Attrattore il 27 gennaio 2012.]

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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