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Che basti il ricordo dei giganti di ieri a farci vergognare dei nani di oggi è una constatazione banale nella sua semplicità. Proviamo a immaginare queste parole sulla bocca di un politico dei nostri giorni, e non saranno più di due o tre i nomi che potrebbero venirci in mente, a fronte di uno o due ordini di grandezza di esempi contrari, casi negativi in grado di esaltare nient’altro che gli istinti più bassi della natura umana.

Abbiamo iniziato questo viaggio verso nuovi orizzonti perché vi sono nuove conoscenze da conquistare e nuovi diritti da ottenere, perché vengano ottenuti e possano servire per il progresso di tutti. […] Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre.

Quando John F. Kennedy pronuncia queste parole di fronte a 40.000 persone raccolte alla Rice University (Texas) è il 12 settembre 1962 e deve convincere il 58% della popolazione americana che la Luna rappresenta un valido motivo per investire i circa 25 miliardi di dollari dell’epoca (corrispondenti a circa 100 miliardi di dollari di oggi) necessari a farvi sbarcare un uomo entro la fine del decennio e – proposito  non meno importante – farlo tornare sulla Terra sano e salvo.

Il 1962 è lo stesso anno in cui John Glenn completa la prima orbita intorno alla Terra (il 20 febbraio), grazie anche allo sforzo di figure rimaste per decenni nell’ombra, come Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, matematiche, informatiche e ingegnere riscoperte solo più di mezzo secolo più tardi grazie a un libro di Margot Lee Shetterly e al bel film che Theodore Melfi ne ha tratto nel 2016: Hidden Figures, appunto (in italiano: Il diritto di contare). La loro storia è una delle tante che si intrecciano dietro le quinte di quello che diventerà il Programma Apollo, coinvolgendo solo nel primo anno ben 500.000 persone tra tecnici, ingegneri, scienziati e impiegati. Tra gli altri, ricordiamo anche il direttore del programma Rocco Petrone, figlio di immigrati italiani provenienti da Sasso di Castalda (in provincia di Potenza), sbarcati negli anni ’20 a New York: una storia di puro e semplice sogno americano, dall’incidente ferroviario in cui rimase coinvolto suo padre al servizio militare grazie al quale riuscì a laurearsi e in seguito ad accedere al MIT.

Il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin aveva posto la bandiera rossa dell’URSS sul primo storico volo spaziale nel 1961, e gli USA non si erano rassegnati a rimanere a guardare. Addirittura, come racconta Simone Petralia in questo informatissimo pezzo per Oggi Scienza, si pensa di unire gli sforzi della corsa allo spazio. Con l’assassinio di Kennedy nel 1963 e l’uscita di scena del Primo Segretario del PCUS Nikita Chruščëv l’anno dopo, l’ipotesi di una convergenza dei programmi spaziali delle due superpotenze perse definitivamente consistenza, lasciandoci il rimpianto per quello che avrebbe potuto significare soprattutto in termini di presenza e sviluppo dell’industria spaziale.

Kennedy non vide mai Neil Armstrong toccare il suolo lunare, non sentì le sue parole storiche, non lo vide rincorrersi tra le distese di sassi e polvere senza vita del deserto lunare con Buzz Aldrin, ma meno di sette anni dopo quel discorso il suo sogno diventava realtà, unendo l’umanità intera davanti agli schermi per assistere a quella che è stata sicuramente la più grande impresa tecnologica, scientifica e politica del Novecento. Perché può bastare poco per concepire un sogno, ma occorrono anni di fatica, perseveranza e programmazione per trasformarlo in realtà. E a volte capita anche che non siamo lì per assistere alla loro realizzazione e per prendercene i meriti. Ma le grandi idee restano e amplificano il ricordo di chi le ha messe in pratica. Gli uomini piccoli tendono a sparire nella prospettiva storica, insieme alle loro meschinità.

Come dichiarò Petrone in un’intervista: “Credo che il maggior merito dell’esplorazione spaziale sia stato quello di aver dato all’umanità un obiettivo comune, un motivo d’orgoglio e di esaltazione che non conosce frontiera. L’impresa di Armstrong, Aldrin e Collins sarà sempre ricordata non come una conquista degli Stati Uniti, ma di tutti gli uomini.”

Ancora oggi, cinquanta anni dopo, ci basta alzare lo sguardo al cielo in queste sere di luna piena, rese ancora più indimenticabili dall’eclissi, come se le stelle avessero tramato per regalarci tutti gli allineamenti possibili in occasione dello storico anniversario, per ricordarci cosa ha significato quell’impresa e farcene sognare una uguale. Perché dopotutto, come insegnano gli astronauti immaginari di J. G. Ballard, da quel luglio 1969 la Luna è davvero di tutti, appartiene a ognuno di noi e a nessuno. Proprio come la Terra. E non dovremmo dimenticarlo mai.

Non riesco ancora a ricordare gli anni di addestramento, e la mia mente mi sottrae i ricordi dei voli spaziali effettuati. Ma sono sicuro che, un tempo, sono stato un astronauta.

J. G. Ballard, L’uomo che camminò sulla Luna, 1985.

Siamo entrati nella finestra di lancio delle celebrazioni del cinquantennale dell’allunaggio, e ripensando alle parole di Alberto Moravia, che mi sono appena ritrovato a citare in un articolo che vedrà la luce venerdì prossimo 19 luglio, vigilia dell’anniversario, mi sono imbattuto in questa dichiarazione di Primo Levi, che con Italo Calvino si ritrovò in quegli anni a fronteggiare l’ostilità anti-scientifica, quando non proprio la chiusura dogmatica confinante con la superstizione, di intellettuali non meno illustri o influenti, come Pier Paolo Pasolini, Carlo Cassola o Anna Maria Ortese.

Di Calvino parlerò diffusamente nell’articolo in uscita. Qui dedichiamoci alle parole di Levi, che a proposito dello sbarco sulla Luna commentò così le sue sensazioni in un’intervista:

Alla base di tutti i possibili motivi del viaggio nello spazio, si intravede un archetipo; sotto l’intrico del calcolo, sta forse oscura obbedienza a un impulso nato con la vita e ad essa necessario, lo stesso che spinge i semi dei pioppo ad avvolgersi di bambagia per volare lontani nel vento, e le rane, dopo l’ultima metamorfosi, a migrare ostinate di stagno in stagno, a rischio della vita: è la spinta a disseminarsi, a disperdersi su un territorio vasto quanto è possibile.

Serve altro?

Chesley Bonestell, The Moon As It Should Have Been.

 

La prima volta che mi sono imbattuto nel concetto di falso ricordo è stato senza dubbio in Blade Runner. La storia è probabilmente nota a tutti, ma in questo discorso due sono le scene chiave: la prima, quando Deckard, appena tornato in servizio per la Blade Runner Unit dell’LAPD, viene mandato dal suo superiore, il capitano Harry Bryant, alla Tyrell Corporation, e qui il cacciatore di replicanti ha un’illuminante conversazione con il magnate a capo della compagnia, subito dopo essere stato invitato a sottoporre la sua assistente al Test Voight-Kampff, un meccanismo quasi infallibile per riconoscere un replicante.

Deckard: Non sa di esserlo?
Eldon Tyrell: Forse comincia ad averne il sospetto.
Deckard: Il sospetto? Come fa a sapere cos’è il sospetto?
Eldon Tyrell: Il commercio. È il nostro fine qui alla Tyrell. “Più umano dell’umano” è il nostro scopo. Rachael è un esperimento, niente di più. Cominciamo a riconoscere in loro strane ossessioni: in fondo sono emotivamente senza esperienza, con solo pochi anni in cui accumulare conoscenze che per noi umani sono scontate. Se noi li gratifichiamo di un passato, noi creiamo un cuscino, un supporto per le loro emozioni, di conseguenza li controlliamo meglio…
Deckard: Ricordi. Lei sta parlando di ricordi!

I ricordi sono centrali in Blade Runner e questa rappresenta forse la più preziosa innovazione apportata da Ridley Scott e dagli sceneggiatori Hampton Fancher e David Peoples al romanzo originale di Philip K. Dick (che qui lo sfiora appena, mentre intorno al tema della memoria, in senso più o meno lato, aveva incentrato altre tappe della sua ricca produzione, dai racconti Ricordiamo per voi e I labirinti della memoria che avrebbero ispirato i film Atto di forza e Paycheck, a Scorrete lacrime, disse il poliziotto, passando ovviamente per La svastica sul sole). La memoria diventa il discrimine per far fare il salto di qualità ai Nexus 6, l’ultima generazione di replicanti messa in produzione dalla Tyrell, rendendoli di fatto inconsapevoli della loro natura artificiale e dotandoli in questo modo in un comportamento indistinguibile dagli esseri umani.

La seconda scena fondamentale per la riflessione che voglio fare, ha luogo poco più avanti, quando Rachael si reca a far visita a Deckard per convincerlo di aver mal interpretato l’esito del test. Colto alla sprovvista, Deckard prova a liquidarla con fare sbrigativo ma poi, di fronte alle insistenze della donna, non trova altro di meglio che attaccarla frontalmente per scoraggiarla nei suoi tentativi di convincimento:

Deckard: […] Ricordi il ragno in quel cespuglio davanti alla tua finestra? Il corpo arancione, le zampe verdi… lo guardasti fare la rete tutta l’estate e un giorno ci vedesti un grosso uovo. L’uovo si schiuse…
Rachael: L’uovo si schiuse…
Deckard: E…
Rachael: … e centinaia di ragnetti ne uscirono… e la divorarono.
Deckard: Innesti. Non sono ricordi tuoi, sono di qualcun altro. Della nipote di Tyrell, forse.

Quello di Rachael somigliava in realtà più a un tentativo di autopersuasione, e per questo il comportamento di Deckard risulta allo spettatore ancora più deprecabile, ma quello che l’ex-poliziotto sta a sua volta cercando di fare è di frapporre una barriera emotiva tra sé e l’androide: sta cercando di non farsi coinvolgere. Come non tarda lui stesso a realizzare:

Deckard (fuori campo): Tyrell aveva fatto un gran lavoro con Rachael. Perfino un’istantanea di una madre che non aveva mai avuto e di una figlia che non lo era mai stata. Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti. Neanche i cacciatori di replicanti. Che diavolo mi stava succedendo? Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachael. Non capivo perché un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachael: avevano bisogno di ricordi.

I replicanti, quindi, dotati di memorie false dai loro progettisti, sviluppano qualcos’altro: il bisogno di ricordi. Credo che sia una delle trovate più illuminanti del film, nonché uno degli sviluppi più profondi innestati sul materiale originale, dove a essere centrale era in realtà la riconoscibilità dell’umano dall’artificiale. Di fatto, l’adattamento cinematografico opera un cambio di paradigma.

La seconda volta che ho avuto a che fare con i falsi ricordi è stato invece durante la lettura del romanzo I transumani (Factoring Humanity, 1998) di Robert J. Sawyer. Forse non uno dei lavori migliori dello scrittore canadese, ma non privo di validi spunti d’interesse, come appunto la sindrome del falso ricordo (ma anche il primo contatto alieno e l’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, per non dire della teoria della super-mente… in effetti, qui come anche altrove, uno dei problemi di Sawyer è probabilmente la quantità di carne che si mette ad arrostire, sufficiente per un reggimento in parata, ma decisamente eccessiva per una semplice grigliata in giardino).

— Credo che possa trattarsi di un caso di sindrome da falso ricordo.
— Ah — commentò Kyle con aria saputa. — La famosa SFR…
Conoscendolo, Heather non si lasciò incantare. — Non hai la minima idea di quel che sto dicendo, vero?
— Confesso la mia ignoranza.
— E i ricordi rimossi lo sai che cosa sono… almeno in teoria?
— Dunque, ricordi rimossi… be’, sì, certo, ne ho sentito parlare. […]
— […] Gli psicologi ci si accapigliano da decenni, sulla questione se sia possibile o no rimuovere il ricordo di un’esperienza traumatica. Di per sé, il concetto di rimozione è roba vecchia e risaputa. Anzi, diciamo pure che è il fondamento della psicanalisi: basta costringere i pensieri rimossi a emergere in piena luce ed ecco che le tue nevrosi svaniscono come neve al sole. Però milioni di persone che hanno vissuto situazioni traumatiche sostengono che il problema è esattamente l’opposto: esse non dimenticano mai quello che gli è accaduto… […] Ma come la mettiamo se accade qualcosa di talmente inatteso, di così fuori dell’ordinario, di sconvolgente a tal punto che la ragione umana non è semplicemente in grado di affrontarlo? Come reagisce, in tal caso, la mente? Forse, davvero, innalzando una barriera per difendersi dall’intollerabile. Così per lo meno credono alcuni psichiatri e un numero incalcolabile di presunte vittime d’incesto. D’altra parte…
Kyle la fissò interrogativo. — D’altra parte?
— Ecco, secondo molti psicologi ciò non può assolutamente verificarsi in quanto i meccanismi della rimozione, semplicemente, non esistono… cosicché, quando ricordi traumatici compaiono d’improvviso a distanza di anni, o addirittura decenni, dal supposto evento scatenante, si tratta necessariamente di falsi ricordi. In psicologia se ne discute da più di trent’anni e ancora non esiste una risposta convincente.
Kyle respirò a fondo, cercando di raccapezzarcisi. — Insomma, quale sarebbe la conclusione? Che gli esseri umani riescono a liberarsi del ricordo di esperienze traumatiche effettivamente vissute… o che, al contrario, possiamo rammentare distintamente cose mai avvenute?
Heather annuì. — Lo so, nessuna delle due è una prospettiva allettante. Qualunque si decida di accettare… e, bada bene, non si può scartare l’eventualità che possano entrambi verificarsi, in momenti diversi… la conclusione è che i nostri ricordi, il nostro senso di identità e la percezione del nostro ruolo nel mondo sono molto più evanescenti e inattendibili di quanto ci piacerebbe credere.
— Be’, io se non altro so per certo che i ricordi di Becky sono fasulli. Ma quello che proprio non riesco a capire è da dove provengano, simili ricordi.
— Secondo la teoria più diffusa, sono stati inculcati.
— Inculcati? — Kyle ripeté il vocabolo in tono esitante, come se fosse la prima volta che lo udiva pronunciare. […] — Ma perché mai un analista dovrebbe fare una cosa del genere?

Già, perché? Mi sono ritrovato a chiedermelo un numero imprecisato di volte affrontando la lettura di Veleno, la sconvolgente inchiesta di Pablo Trincia pubblicata da Einaudi, tratta da una serie podcast che tra il 2017 e il 2018 ha riscosso un vasto seguito, al punto da spingere il corso della giustizia a riaprire processi risalenti a vent’anni fa. Potete ascoltare tutte le puntate del podcast (curato da Trincia con la collega Alessia Rafanelli) da questa pagina, che tra l’altro raccoglie anche una quantità di materiale extra, incluse le registrazioni delle testimonianze, le foto dei luoghi e una registrazione in studio con alcuni protagonisti (sarebbe meglio definirli vittime) di questa incredibile vicenda. Una discesa nelle spire di una follia collettiva, una psicosi di massa forse senza precedenti nella storia italiana ma con profonde affinità con altri casi analoghi accaduti sulle due sponde dell’Atlantico a partire dalla caccia alle streghe nel Massachusetts del Settecento, di cui ho parlato su Quaderni d’Altri Tempi.

Il caso dei Diavoli della Bassa è emblematico delle aberrazioni a cui possono condurre pratiche di assistenza psicologica in assenza delle necessarie attenzioni. Una marea nera all’improvviso ha inghiottito le vite di decine di persone, alcune delle quali non sono più riemerse dall’abisso in cui furono scaraventate. Altre continuano a lottare, ma le dimensioni spesso insormontabili degli ostacoli che si sono trovate ad affrontare nel corso di questi lunghissimi anni restano per noi estranei solo vagamente intuibili.

In un altro film di fantascienza, Inception di Christopher Nolan, il protagonista Dom Cobb, incaricato di innestare il seme di un’idea nella testa dell’erede di un impero industriale nell’ambito di un’ambiziosa manovra finanziaria, a un certo punto spiega che:

Il seme che pianteremo nella mente di quell’uomo diventerà un’idea che lo condizionerà per sempre. Potrebbe cambiarlo… può arrivare a cambiarlo radicalmente.

Inception è tutto giocato sulla malleabilità della mente, sulla sua plasticità ed esposizione a forze esterne. E non ho potuto fare a meno di ripensare a tutte queste opere mentre leggevo le pagine di Veleno, mentre mi immergevo nell’ascolto dei podcast, nella ricostruzione del caso, nei sopralluoghi dei reporter in posti che distano solo poche decine di chilometri dal luogo in cui abito. Se in particolare nel capolavoro di Ridley Scott i falsi ricordi servivano a rendere i replicanti indistinguibili dagli esseri umani, nella cronaca dei Diavoli della Bassa sembra quasi che il loro innesto ci dica quanto già molti presunti esseri umani siano indistinguibili da creature artificiali, incapaci di mostrare tracce di quel sentimento che Dick volle riconoscere come il vero discrimine tra l’umano e l’artificiale: l’empatia.

Quella raccontata in Veleno è una storia che lascia sconcertati. Dovremmo leggerla tutti, per evitare di ricadere come società negli stessi errori. E per risparmiarci in futuro altri simili orrori.

Questo è il momento in cui Bruce Sterling, nel bel mezzo della sua conferenza all’ultima edizione del SXSW (South by Southwest Festival), l’annuale ciclo di conferenze, mostre e concerti che ha avuto luogo ad Austin (Texas) dall’8 al 17 marzo, in una parabola celeste che da Villa Abegg si spinge fino a Elon Musk alla ricerca delle attitudini più cyberpunk in circolazione, si sofferma sulla fantascienza italiana e su questo movimento che ha cercato di raccogliere l’eredità del suo manifesto della fantascienza degli anni ’80, continuando a dar voce, anche grazie al suo contributo, a una sensibilità che è tutt’altro che morta: una corrente di autori che si fanno chiamare connettivisti. Ed è anche il momento in cui il nostro ego rischia di esplodere.

Grazie a Bruce per le sue parole e a Sandro Battisti per la segnalazione.

Mi piace mettere in prospettiva le cose, soprattutto i lavori di quel genere che solitamente associamo alle visioni/rappresentazioni del futuro che è la fantascienza. E così apprendo dal Socio Lanfranco Fabriani che ieri eravamo equidistanti dagli eventi descritti in 1984 (che si apre sulla mattina del 4 aprile) rispetto a quanto fosse George Orwell il giorno in cui il libro è stato pubblicato (8 giugno 1949).

12.719 giorni dal giorno dell’uscita al 4 aprile 1984.

12.719 giorni ad oggi a partire dal 4 aprile 1984.

Siamo soliti festeggiare le grandi ricorrenze legate a numeri ritenuti simbolici (i dieci anni da…, i venticinque anni dopo…, il trentennale o il cinquantenario di questo, il centesimo anniversario di quell’altro evento), ma a mio modo di vedere questi anniversari che passano solitamente inosservati sono altrettanto importanti e, se possibile, ancora più densi di significato. Solo leggere quei numeri lì sopra trasmette una percezione della profondità del tempo sufficiente a evocare un senso di vertigine.

Il nostro mondo è il mondo di Orwell che si specchia nel 1984, il riflesso che sovvertendo il senso comune rivela nuovi legami e con esso nuovi lampi di significato. Ed è un riflesso che, spezzando e aggrovigliando i luoghi comuni, inquieta più di un’eterotopia foucaultiana.

Viviamo in un mondo che è il negativo del 1984 di Orwell. E parafrasando un altro visionario, se credete che questo mondo sia brutto, forse è arrivato il momento che cominciate ad accontentarvi. Oppure che tutti insieme ci diamo da fare per cominciare a cambiare le cose.

Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato.

George Orwell – 1984 (1949)

Oggi ricorrono i 74 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei milioni, per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), disabili e portatori di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero compreso tra i 12 e i 17 milioni di vittime furono sterminate con un’applicazione sistematica. E l’incertezza delle stime serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un’ulteriore livello di atrocità: quello che è toccato a chi si è visto cancellare dalla grande tela della storia con la facilità di un tocco di pennello.

Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno della Memoria. Ma diverse nazioni, tra le quali l’Italia fin dal 2000, avevano già da tempo adottato la commemorazione del 27 gennaio. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un giorno della memoria, al di là del necessario ricordo dei caduti per mano della follia. La notizia di qualche anno fa che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignorava la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz già allungava un’ombra inquietante su questa data nel 2012.

Come ha sostenuto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo intervento commemorativo della data (24 gennaio 2019):

Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto.

Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni.

Una società senza diversi: ecco, in sintesi estrema, il mito fondante e l’obiettivo perseguito dai nazisti. Diversi, innanzitutto, gli ebrei. Colpevoli e condannati come popolo, come gruppo, come “razza” a parte.

Purtroppo, da anni stiamo accumulando prove che il male è stato tutt’altro che estromesso dalla Storia ed estirpato dal mondo. Il male assoluto continua a essere declinato in molteplici varianti e questa sua moltiplicazione di forme e applicazioni, simboleggiate da muri, da porti chiusi,  da lager libici sostenuti economicamente dai governi italiani, è la testimonianza incontrovertibile che l’offensiva in corso non può e non deve essere sottovalutata, pena il suo definitivo trionfo.

E’ la dimostrazione pratica che non bastano i proclami a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un’opera sistematica di formazione, un lavoro costante sulla cultura per tenere addestrate le coscienze, che non ci lasci cedere alle lusinghe dell’oblio, abbandonandoci al sonno della ragione. Dovremmo ricordarci, non solo in giornate come questa, che il male vince ogni volta che gli permettiamo di esprimersi nelle sue forme più banali, che sia l’idea di un nemico immaginario che ci lasciamo piantare nella testa dal tweet di un populista oppure lo sgambetto di una giornalista ai danni di un migrante in fuga da una guerra o dalla miseria del suo paese.

Il ventennio fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare fin dai primi anni di questo secolo, significò oltre a tante altre indecenze anche questo. In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante porta allo scoperto la vena di criptofascismo che in tempi “normali” ci sforzeremmo se non altro di tenere nascosto dietro una maschera di apparente decenza e si trascina dietro tutto uno strascico di rigurgiti violenti, razzisti, nazionalisti. Il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità o anche solo un diritto di precedenza, per diritto naturale o acquisito, una sorta di corsia privilegiata dei diritti, è un viatico per la catastrofe.

Un valido antidoto a questi tempi bui e disperati sarebbe il recupero della capacità di individuazione delle diverse forme di controllo della realtà messe in atto ai nostri danni. Citando ancora una volta George Orwell:

Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola “bispensiero” bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo.

Un libro come Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati di Primo Levi ci ricordano l’orrore di cui siamo stati complici, ignari o consapevoli. Libri come La banalità del male di Hannah Arendt e Il fascismo eterno di Umberto Eco ci mettono in guardia dalla facilità di deriva e attecchimento del germe del fascismo. Un libro come Una teoria della giustizia di John Rawls mette a nudo il vizio intrinseco del pensiero utilitarista, che si traduce in forme più o meno intenzionali di penalizzazione a scapito degli interessi delle minoranze. Ma la letteratura, i fumetti e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria e addestrare le coscienze, anche al di fuori dai classici e dal mainstream. Nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità a questo scopo.

Pensiamo per esempio a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo, che dopo un tentativo abortito della BBC è stato trasposto recentemente da Amazon in una ottima serie televisiva, prodotta da Ridley Scott e adattata da Frank Spotnitz), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris (anch’esso adattato nel 1994 in una miniserie televisiva da HBO, con Rutger Hauer nei panni del protagonista), o Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica del maestro americano Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero così?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007, vincitore non solo dei premi Hugo e Nebula, ma anche del Locus e del Sidewise dedicato alle storie ucroniche), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone della storia alternativa proponendo un punto di vista obliquo sulla Shoah.

Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo nel romanzo L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza e dell’indifferenza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal discusso furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’ottima antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris.

Diversi sono anche i fumetti che si sono cimentati col tema delle dittature fasciste, sia legando le storie direttamente alla tragedia dell’Olocausto (sullo Spazio Bianco potete trovare un pezzo ricco di titoli sull’argomento), come per esempio l’acclamato Maus di Art Spiegelman o l’altrettanto celebrato Magneto. Testamento di Greg Pak e Carmine Di Giandomenico che racconta la genesi del “cattivo” degli X-Men, sopravvissuto all’orrore dei lager nazisti; sia invece estrapolando visioni da incubo di società totalitarie future, a partire dall’ormai classico V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd (1982-85, trasposto al cinema da James McTeigue nel 2005) per arrivare alla recente incursione di William Gibson nei comics con l’ucronia distopica di Arcangelo.

Tra gli incubi cinematografici vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche, e L’Onda (2008), in cui il regista tedesco Dennis Gansel delinea il pericolo di un riflusso autocratico a partire dall’esperimento sociale della Terza Onda, applicato dalle classi di un istituto superiore e presto degenerato in orrore. Il fascino dei totalitarismi – è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati – attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Riprendendo le parole di Sergio Mattarella:

Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto. Ma, soprattutto di combattere, senza remore e senza opportunismi, ogni focolaio di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo, ovunque esso si annidi. E di rifiutare, come ammonisce sempre la senatrice Liliana Segre, l’indifferenza: un male tra i peggiori.

Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro, per evitare che ci venga rubato, e per scongiurare che di conseguenza venga negato a chi verrà dopo di noi. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

[Il presente articolo riprende e rielabora questo post apparso su Uno Strano Attrattore il 27 gennaio 2012.]

È dei giorni scorsi la notizia della morte di Tony Mendez, l’agente della CIA che nel 1979 riuscì a organizzare a tempo di record un’operazione di copertura per trarre in salvo sei funzionari dell’ambasciata USA a Teheran rimasti intrappolati nella capitale iraniana durante la crisi degli ostaggi. La storia dell’operazione Canadian Caper è talmente improbabile da essersi meritata nel 2012 la trasposizione cinematografica in Argo, pellicola diretta e interpretata da Ben Affleck, prodotta da George Clooney e Grant Heslov, vincitrice di ben tre premi Oscar, due Golden Globe e tre British Academy Film Awards.

Ne abbiamo parlato proprio a ridosso dell’uscita del film su uno Strano Attrattore e la scomparsa di Mendez me l’ha richiamata alla memoria. Per farla breve, nella seconda metà degli anni ’70, un appassionato newyorchese di fumetti e fantascienza di nome Barry Ira Geller si appassionò talmente tanto all’idea di trarre un film dal romanzo premio Hugo Signore della Luce di Roger Zelazny (Lord of Light, 1967), esuberante miscela di esotismo postumano e mitologia hindu, da reclutare alcuni dei massimi talenti dell’epoca, come lo specialista del trucco John Chambers (vincitore dell’Oscar per Il Pianeta delle Scimmie), Ray Bradbury (che non ha bisogno di presentazioni), Paolo Soleri (l’architetto teorizzatore del concetto di arcologia, invalso nell’immaginario di SF a partire dagli anni ’80) e Buckminster Fuller (altro grande ispiratore del nostro immaginario fantascientifico, ideatore tra le altre cose dei primi progetti di cupole geodetiche). Nei suoi piani, la sua sceneggiatura avrebbe dovuto essere tradotta in un kolossal da 50 milioni di dollari per cavalcare l’onda del successo planetario di Star Wars (potete leggere tutta la storia su Boing Boing). Alla fine delle riprese, i set sarebbero stati convertiti in un grandioso parco tematico alle porte di Denver: Science Fiction Land.

Del progetto che finì inevitabilmente per incagliarsi nelle secche produttive hollywoodiane restano i magnifici sketch preparatori di Jack Kirby, altro pezzo da novanta coinvolto da Geller. A resuscitarlo ci pensò quindi nientemeno che la CIA, assicurandosi i diritti dell’adattamento per una cifra intorno ai 10.000 dollari. Il biglietto staccato dalla Compagnia per entrare nel business dello spettacolo fu solo il primo passo di una catena di eventi che alla fine portò Mendez e i suoi colleghi a spacciare ai mojahedin del popolo iraniano l’oppio di un’epica fantascientifica che valse la liberazione dei sei funzionari dell’ambasciata e la loro esfiltrazione da un paese che dall’oggi al domani aveva trasformato in aperta ostilità tutte le relazioni con gli USA.

La storia di questo eroe lontano dai riflettori, rimasta segreta fino al 1997, è raccontata appunto in Argo e se volete leggerne un riassunto in italiano lo trovate sul Post. La scena dell’aeroporto in cui Scoot McNairy riesce a piegare le resistenze dei militari con la sua colorita descrizione di un film immaginario (potete rivederla qui e qui) resta uno dei momenti più alti, a mio parere, del cinema di questo decennio.

Un maleficio elettronico ci aveva privati dei blog ospitati sulla piattaforma di Fantascienza.com, ma adesso grazie a un rituale negromantico dello sciamano S* ne abbiamo finalmente riguadagnato l’accesso, Strano Attrattore compreso. Nei prossimi giorni, quindi, oltre a riprendere e approfondire alcuni discorsi iniziati lì, anche per finalità narrative (che quindi si paleseranno alla vostra attenzione solo dopo l’intervallo necessario alla gestazione), proverò a ribloggare vecchi post aggiornandoli di volta in volta in base alle circostanze.

Intanto, mi imbatto in questa vecchia entry che faceva riferimento al 2019 di Blade Runner e si ricollega dal passato a tutte quelle chiacchiere fatte sul finire del 2018 e anche qui, con il nuovo anno ormai a tiro. Odio ri-citarmi, ma c’era già in quelle righe un senso di urgenza per qualcosa che stava cambiando nella percezione/consapevolezza del futuro – e, come diceva l’Iguana, nella capacità di immaginare il futuro – che nel giro di 11 anni ci avrebbe portati dove siamo in fondo finiti. Era il 2008 e il 2019 era ancora al di là dell’orizzonte, ma certi atteggiamenti, certi schemi ricorrenti nel cosiddetto dibattito pubblico e nei discorsi della politica, lasciavano intravedere gli sviluppi che si sarebbero poi compiuti, facevano sì che il futuro fosse chiuso in un angolo e preludevano al peggio.

Tutto quello che ci avrebbe portati qui era già iniziato e, come faceva notare dal canto suo Zoon, le cose stavano già molto peggio di quanto riuscissimo a immaginare all’epoca. Odio citarmi, ma come scrivevo allora “il nostro presente è già molto peggiore di quello di Deckard”. Era solo il 2008… Quanti treni abbiamo perso da allora? Quante strade sbagliate abbiamo imboccato? E quante scelte sbagliate ci siamo gloriati di poter inanellare?

Ma non mi sentirete (leggerete) dire (scrivere) che il futuro è morto. Come scrive Cormac McCarthy, anche nei tempi più bui – e in effetti alla catastrofe dipinta nelle pagine de La strada ancora non ci siamo arrivati – c’è sempre qualcuno che s’incarica di portare il fuoco. Per fortuna, malgrado tutto, anche nella nostra epoca c’è ancora chi continua a farlo. Chi, con piccoli grandi gesti di resistenza quotidiana, porta avanti l’impegno per un’alternativa possibile a questo squallido presente. Chi ha fatto proprio e declina un giorno dopo l’altro la lezione dei realisti di una realtà più grande.

Primo recupero del 2017, con un libro che merita a tutti gli effetti di essere incluso tra le uscite più importanti dello scorso anno. Si tratta de La vita segreta. Tre storie vere dell’èra digitale di Andrew O’Hagan, uscito per Adelphi, e ne parlo oggi su Quaderni d’Altri Tempi.

Julian Assange. Satoshi Nakamoto. Ronnie Pinn. Una celebrità di rango planetario, il profeta di una nuova era, un’identità fittizia costruita ad hoc. Sono loro i profili scelti dallo scozzese Andrew O’Hagan (romanziere classe 1968, collaboratore della London Review of Books e di Esquire) per raccontarci l’epoca in cui viviamo. Come fa notare lui stesso nella prefazione, le loro storie, in cui il reale si fonde con la finzione a un livello di profondità tale da vanificare qualsiasi tentativo di separazione, non formano un canone e ci sono sicuramente casi virtuosi o comunque agli antipodi che racconterebbero esperienze diverse nella nostra interazione con la rete.
La scelta di questi tre soggetti particolari risponde però a un intento preciso: mostra infatti in controluce le sagome che si muovono sul grande quadro in continua evoluzione del web, un affresco luminoso, rischiarato dalle “costellazioni di dati” che risplendono sulle “linee di luci” (Gibson, 2017) di una città di radiose promesse e di accecante bellezza, le cui strade restano tuttavia immerse nell’oscurità più impenetrabile. Sono i bassifondi di internet, in cui spie e criminali sono liberi di muoversi, che offrono un sicuro rifugio per le ombre. Le nostre ombre.

[Continua a leggere su Quaderni d’Altri Tempi.]

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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