You are currently browsing the category archive for the ‘Reality Studio’ category.

È dei giorni scorsi la notizia della morte di Tony Mendez, l’agente della CIA che nel 1979 riuscì a organizzare a tempo di record un’operazione di copertura per trarre in salvo sei funzionari dell’ambasciata USA a Teheran rimasti intrappolati nella capitale iraniana durante la crisi degli ostaggi. La storia dell’operazione Canadian Caper è talmente improbabile da essersi meritata nel 2012 la trasposizione cinematografica in Argo, pellicola diretta e interpretata da Ben Affleck, prodotta da George Clooney e Grant Heslov, vincitrice di ben tre premi Oscar, due Golden Globe e tre British Academy Film Awards.

Ne abbiamo parlato proprio a ridosso dell’uscita del film su uno Strano Attrattore e la scomparsa di Mendez me l’ha richiamata alla memoria. Per farla breve, nella seconda metà degli anni ’70, un appassionato newyorchese di fumetti e fantascienza di nome Barry Ira Geller si appassionò talmente tanto all’idea di trarre un film dal romanzo premio Hugo Signore della Luce di Roger Zelazny (Lord of Light, 1967), esuberante miscela di esotismo postumano e mitologia hindu, da reclutare alcuni dei massimi talenti dell’epoca, come lo specialista del trucco John Chambers (vincitore dell’Oscar per Il Pianeta delle Scimmie), Ray Bradbury (che non ha bisogno di presentazioni), Paolo Soleri (l’architetto teorizzatore del concetto di arcologia, invalso nell’immaginario di SF a partire dagli anni ’80) e Buckminster Fuller (altro grande ispiratore del nostro immaginario fantascientifico, ideatore tra le altre cose dei primi progetti di cupole geodetiche). Nei suoi piani, la sua sceneggiatura avrebbe dovuto essere tradotta in un kolossal da 50 milioni di dollari per cavalcare l’onda del successo planetario di Star Wars (potete leggere tutta la storia su Boing Boing). Alla fine delle riprese, i set sarebbero stati convertiti in un grandioso parco tematico alle porte di Denver: Science Fiction Land.

Del progetto che finì inevitabilmente per incagliarsi nelle secche produttive hollywoodiane restano i magnifici sketch preparatori di Jack Kirby, altro pezzo da novanta coinvolto da Geller. A resuscitarlo ci pensò quindi nientemeno che la CIA, assicurandosi i diritti dell’adattamento per una cifra intorno ai 10.000 dollari. Il biglietto staccato dalla Compagnia per entrare nel business dello spettacolo fu solo il primo passo di una catena di eventi che alla fine portò Mendez e i suoi colleghi a spacciare ai mojahedin del popolo iraniano l’oppio di un’epica fantascientifica che valse la liberazione dei sei funzionari dell’ambasciata e la loro esfiltrazione da un paese che dall’oggi al domani aveva trasformato in aperta ostilità tutte le relazioni con gli USA.

La storia di questo eroe lontano dai riflettori, rimasta segreta fino al 1997, è raccontata appunto in Argo e se volete leggerne un riassunto in italiano lo trovate sul Post. La scena dell’aeroporto in cui Scoot McNairy riesce a piegare le resistenze dei militari con la sua colorita descrizione di un film immaginario (potete rivederla qui e qui) resta uno dei momenti più alti, a mio parere, del cinema di questo decennio.

Annunci

Un maleficio elettronico ci aveva privati dei blog ospitati sulla piattaforma di Fantascienza.com, ma adesso grazie a un rituale negromantico dello sciamano S* ne abbiamo finalmente riguadagnato l’accesso, Strano Attrattore compreso. Nei prossimi giorni, quindi, oltre a riprendere e approfondire alcuni discorsi iniziati lì, anche per finalità narrative (che quindi si paleseranno alla vostra attenzione solo dopo l’intervallo necessario alla gestazione), proverò a ribloggare vecchi post aggiornandoli di volta in volta in base alle circostanze.

Intanto, mi imbatto in questa vecchia entry che faceva riferimento al 2019 di Blade Runner e si ricollega dal passato a tutte quelle chiacchiere fatte sul finire del 2018 e anche qui, con il nuovo anno ormai a tiro. Odio ri-citarmi, ma c’era già in quelle righe un senso di urgenza per qualcosa che stava cambiando nella percezione/consapevolezza del futuro – e, come diceva l’Iguana, nella capacità di immaginare il futuro – che nel giro di 11 anni ci avrebbe portati dove siamo in fondo finiti. Era il 2008 e il 2019 era ancora al di là dell’orizzonte, ma certi atteggiamenti, certi schemi ricorrenti nel cosiddetto dibattito pubblico e nei discorsi della politica, lasciavano intravedere gli sviluppi che si sarebbero poi compiuti, facevano sì che il futuro fosse chiuso in un angolo e preludevano al peggio.

Tutto quello che ci avrebbe portati qui era già iniziato e, come faceva notare dal canto suo Zoon, le cose stavano già molto peggio di quanto riuscissimo a immaginare all’epoca. Odio citarmi, ma come scrivevo allora “il nostro presente è già molto peggiore di quello di Deckard”. Era solo il 2008… Quanti treni abbiamo perso da allora? Quante strade sbagliate abbiamo imboccato? E quante scelte sbagliate ci siamo gloriati di poter inanellare?

Ma non mi sentirete (leggerete) dire (scrivere) che il futuro è morto. Come scrive Cormac McCarthy, anche nei tempi più bui – e in effetti alla catastrofe dipinta nelle pagine de La strada ancora non ci siamo arrivati – c’è sempre qualcuno che s’incarica di portare il fuoco. Per fortuna, malgrado tutto, anche nella nostra epoca c’è ancora chi continua a farlo. Chi, con piccoli grandi gesti di resistenza quotidiana, porta avanti l’impegno per un’alternativa possibile a questo squallido presente. Chi ha fatto proprio e declina un giorno dopo l’altro la lezione dei realisti di una realtà più grande.

Primo recupero del 2017, con un libro che merita a tutti gli effetti di essere incluso tra le uscite più importanti dello scorso anno. Si tratta de La vita segreta. Tre storie vere dell’èra digitale di Andrew O’Hagan, uscito per Adelphi, e ne parlo oggi su Quaderni d’Altri Tempi.

Julian Assange. Satoshi Nakamoto. Ronnie Pinn. Una celebrità di rango planetario, il profeta di una nuova era, un’identità fittizia costruita ad hoc. Sono loro i profili scelti dallo scozzese Andrew O’Hagan (romanziere classe 1968, collaboratore della London Review of Books e di Esquire) per raccontarci l’epoca in cui viviamo. Come fa notare lui stesso nella prefazione, le loro storie, in cui il reale si fonde con la finzione a un livello di profondità tale da vanificare qualsiasi tentativo di separazione, non formano un canone e ci sono sicuramente casi virtuosi o comunque agli antipodi che racconterebbero esperienze diverse nella nostra interazione con la rete.
La scelta di questi tre soggetti particolari risponde però a un intento preciso: mostra infatti in controluce le sagome che si muovono sul grande quadro in continua evoluzione del web, un affresco luminoso, rischiarato dalle “costellazioni di dati” che risplendono sulle “linee di luci” (Gibson, 2017) di una città di radiose promesse e di accecante bellezza, le cui strade restano tuttavia immerse nell’oscurità più impenetrabile. Sono i bassifondi di internet, in cui spie e criminali sono liberi di muoversi, che offrono un sicuro rifugio per le ombre. Le nostre ombre.

[Continua a leggere su Quaderni d’Altri Tempi.]

Stamattina, andando in ufficio, ascoltavo un dibattito in radio sull’impatto che l’automazione avrà nei prossimi anni sul mondo del lavoro. Un po’ tutti abbiamo sentito o letto gli annunci apocalittici che nei giorni scorsi sono circolati sulla stampa: i titoli più sobri parlavano del furto del lavoro ai danni degli umani perpetrato dalle nuove generazioni di robot, e scaricavano implicitamente sulla tecnologia le responsabilità occupazionali delle politiche inadeguate o fallimentare che da anni vengono perseguite un po’ in ogni parte del mondo.

Il prossimo passo, che vedo già in atto, consisterà probabilmente nell’associare la figura del robot a quella dell’immigrato che s’introduce nel nostro sistema per recare danni più o meno profondi e inguaribili al nostro stile di vita consolidato (si fa per dire). Ho provato un senso di disorientamento, ascoltando il botta e risposta tra la giornalista e l’intervistato, un esperto di nuove tecnologie membro di un’associazione di cui purtroppo non ricordo al momento il nome. Non per i contenuti, ma per la realizzazione che solo qualche anno fa, diciamo quando ho visto per la prima volta Blade Runner a metà anni novanta, o quando ho iniziato a cimentarmi a mia volta con la scrittura del futuro a metà anni zero, un dibattito radiofonico del genere, proiettato nel 2016, mi sarebbe sembrato più che logico, perfino naturale.

Il mio disagio attuale, che ho comunque fatto presto a scacciare, nasce – mi rendo conto – dall’assuefazione all’altra realtà, quella contigua all’immaginario in cui siamo cresciuti, ovvero la realtà fattuale o presunta tale costruita dall’interazione degli abitanti e dei sistemi informazionali del pianeta Terra, gli inforgs di cui parla Luciano Floridi. Quella realtà raccontata che, malgrado tutto, negli ultimi anni sta facendo di tutto, attraverso le sorgenti di condizionamento che “ispirano” e “orientano” l’opinione pubblica (governi, organizzazioni economiche, istituzioni religiose, editori), per provare a convincerci di vivere in Anni Oscuri, in un nuovo medioevo, imponendoci il diritto di non avere diritti come una nuova frontiera della libertà, riscrivendo il mondo perché possiamo godercelo così com’è, anzi accettando e plaudendo alle mille forme di erosione che quotidianamente agiscono sul blocco sempre più friabile dei diritti acquisiti.

E invece, ci accorgiamo adesso, il mondo reale è andato avanti. Non è più quello degli anni ’90, è un mondo in cui è davvero naturale, a pensarci bene, imbattersi per radio, andando al lavoro, in un dibattito sulle conseguenze e le implicazioni dell’impiego dei robot. È questo il mondo in cui viviamo, con buona pace per i reazionari e gli oscurantisti di ogni categoria, inclusi quelli che proprio in questi giorni si stanno sforzando per dimostrare al mondo, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto arretrata e inadeguata sia la nostra classe politica quando si tratta di scegliere tra l’estensione dei diritti e l’esclusione dagli stessi.

Il luddismo di ritorno che sembra di intravedere tra le righe dei commenti di questi giorni non sorprende affatto, date le premesse. A conti fatti, a chi gioverebbe un’analisi precisa degli effettivi costi e benefici dell’impiego di sistemi artificiali in sostituzione della manodopera umana in contesti rischiosi o magari in mansioni ripetitive, a bassissimo contenuto qualitativo o intellettuale? Molto meglio che un uomo svolga un lavoro meccanico: è stato fatto tanto per insegnargli a non lamentarsi, a occupare le proprie giornate in catena di montaggio, a rispettare la gerarchia e le consegne, non vorremo rinunciare proprio adesso ai magnifici risultati raggiunti nel campo del condizionamento umano? E proprio adesso che stiamo risolvendo gli ultimi problemi ereditati dal Novecento, perché dovremmo accollarci la fatica di pensare a soluzioni nuove, adatte ai tempi che corrono, capaci di garantire maggiori opportunità a sempre più gente, di spalancare gli orizzonti di nuove possibilità a masse che sono state addomesticate a credere che la più grande conquista dell’umanità siano state una casa ipotecata, un lavoro sottopagato, lo smartphone alla moda e una piattaforma televisiva da 500 canali?

Per fortuna il mondo va avanti. E sarà difficile spiegare a un’intelligenza artificiale quale sia il valore aggiunto di una massa lobotomizzata, asservita al volere di pochi, grassi padroni. Insieme ai lavori di più bassa manodopera, magari delegheremo ai robot anche l’onere delle rivendicazioni di quei diritti di cui non abbiamo voluto farci carico.

robot_army

La memoria è uno specchio distorto della realtà. Sembra quasi che un regista occulto decida il montaggio degli eventi, ricollocandoli nel flusso del tempo per alterarne le relazioni, alla ricerca disperata di corrispondenze che spingano un senso ad emergere, anche laddove un senso sembrerebbe non esserci.

La prospettiva non è mai omogenea o neutrale. E in particolare gli episodi nodali, sia su piccola che su grande scala, impongono l’adozione di nuove prospettive.

Ci sono piccoli ricordi, di grande importanza per ciascuno di noi, che risaltano al punto da illuderci di poterli afferrare anche solo allungando una mano. Episodi della nostra infanzia potrebbero esserci capitati ieri pomeriggio, generando un senso di vertigine al nostro ritorno alla realtà — cosa è successo nel frattempo?

Ma tanto più grande è il peso dell’evento, tanto più lontano viene relegato nella prospettiva del tempo. Forse è un meccanismo di autoconservazione adottato dalla nostra mente per mantenere un contatto con la realtà, un dispositivo di autoprotezione per non farsi schiacciare. Gli eventi che segnano il corso della storia impongono un surplus di distacco, non per essere capiti o analizzati, ma semplicemente per essere contemplati nel panorama continuo delle nostre esperienze.

L’11 settembre 2001 ricade in questa tipologia molto rara. Un’altra data potrebbe essere il 9 novembre 1989, che al confronto mi sembra quasi preistoria, qualcosa che ho fatto appena in tempo a vedere o forse mi sono solo ingannato di farlo, caricato dai significati aggiunti dalle letture storiche sui libri che me lo hanno spiegato. E poi ognuno ha le sue.

Ma un evento che rivive moltiplicato nelle memorie di miliardi di persone è necessariamente anche un ricordo condiviso? Oppure non è altro che uno dei tanti elementi di alienazione che — a seconda della diversa posizione che è andato a occupare nel flusso alterato degli eventi nel montaggio delle nostre memorie — contribuisce a definire la diversificazione delle nostre prospettive? Forse è anche per questo che la nostra mente si sforza di prendere le distanze, inserendo quanto più spazio possibile tra il presente e il passato. Per ricollegarci in qualche modo ai nostri simili, per ripristinare un contatto con le altre menti, evitando il baratro della follia.

Ognuno di noi ricorda dov’era e cosa stava facendo quando ha appreso quella notizia, tanto sconcertante da sembrare falsa. Uno scherzo di cattivo gusto. L’11 settembre. Un affronto alla nostra salute psichica, oltre che alla sicurezza pubblica.

Per quanto bene ricordi quel pomeriggio — un accenno colto in treno da uno sconosciuto che aveva appena ricevuto un SMS, e poi le immagini televisive trasmesse in diretta da 6.900 Km di distanza e la spasmodica ricerca di informazioni e analisi dei giorni, delle settimane e dei mesi seguenti, elementi che aiutassero a capire e classificare l’evento, la proliferazione di teorie cospirative e l’effetto domino dello “scontro di civiltà” — mi resta la sensazione che ad oggi siano trascorsi molti più anni dei 14 scivolati via da quell’11 settembre 2001.

Praticamente, una vita fa.

9/11 Tribute Piece by Banksy in Tribeca, New York City.

9/11 Tribute Piece by Banksy in Tribeca, New York City.

Il mese scorso tre ingegneri del team di Google specializzati nella ricerca di reti neurali artificiali hanno pubblicato sul blog della casa madre un post che ha destato enorme clamore. Mentre erano al lavoro sul processo di classificazione delle immagini necessario per addestrare una rete neurale nel compito del riconoscimento visivo, si sono imbattuti per caso in un risultato per certi versi sorprendenti.

Prima di tutto un breve excursus. Le reti neurali prese in esame sono sistemi multistrato, composte ciascuna da un numero variabile tra 10 e 30 strati di neuroni artificiali che lavorano in successione. Una delle sfide di questo campo di ricerca è riuscire a capire come si comporti ciascuno strato, ma dopo aver addestrato la rete si possono esaltare le performance di ciascuno strato su una caratteristica specifica dell’immagine. Per esempio, i primi strati possono elaborare i contorni, quelli intermedi le forme e/o i diversi componenti dell’immagine, e gli ultimi strati possono combinare tutti questi risultati per dare l’output finale della rete. L’addestramento funziona mostrando grandi quantità di immagini-campione rispondenti a un caso specifico, fino a quando il sistema mostra una capacità di risposta ottimale.

Per stabilire se la rete sta apprendendo “nella maniera giusta” può essere utile prendere in esame la rappresentazione data dalla rete di un dato caso in esame. Per esempio, verificare come una rete neurale immagina che possa essere fatto un paracadute, o una banana, o una vite, una formica, una stella marina… E da qui viene fuori che le reti neurali addestrate per riconoscere un certo insieme di immagini, possiedono una piccolissima quantità dell’informazione necessaria per generare quelle stesse immagini. L’effetto è evidente dai seguenti campioni elaborati dalle reti neurali prese in esame.

Google_ANN_01

La visualizzazione delle risposte della rete neurale è utile per individuare eventuali errori commessi in fase di training e correggere eventualmente il tiro, fornendo immagini più specifiche e rappresentative di un dato concetto.

Invece di specificare la caratteristica che si vuole amplificare, si può anche lasciare la rete libera di decidere, spiegano i ricercatori. “In questo caso si fornisce alla rete un’immagine o una foto e la si lascia libera di analizzare la figura”. Ciascuno strato della rete, se ricordate, processerà una caratteristica a un diverso livello di astrazione. In base allo strato a cui si sceglie di demandare il processo di amplificazione, verrà quindi generata un’immagine la cui complessità è legata a quella particolare caratteristica individuata dalla rete. “Per esempio, gli strati inferiori tendono a produrre tratti o motivi ornamentali, dal momento che quegli strati sono sensibili alle caratteristiche di base come i contorni e il loro orientamento”.

Left: Original photo by Zachi Evenor. Right: processed by Günther Noack, Software Engineer

Left: Original photo by Zachi Evenor. Right: processed by Günther Noack, Software Engineer

“Scegliendo strati di livello superiore, capaci di individuare caratteristiche più sofisticate nelle immagini, tendono a emergere caratteristiche complesse o addirittura interi oggetti. Ancora una volta, iniziamo con una immagine esistente e la diamo in pasto alla nostra rete neurale. Chiediamo alla rete: “Qualunque cosa tu veda qui, ne voglio di più!” e questa crea un anello di retroazione: se una nuvola somiglia un po’ a un uccello, la rete la farà somigliare sempre di più a un uccello. Questo farà riconoscere alla rete l’uccello in maniera ancora più netta al prossimo passaggio e così via, fino ad arrivare alla comparsa di un uccello ricco di dettagli, apparentemente dal nulla”.

Come fanno notare gli ingegneri, i risultati sono affascinanti, ed è come quando da bambini ci divertivamo a interpretare le forme delle nuvole. Questo è quello che succede con una rete neurale addestrata principalmente su immagini di animali, e per questo intrinsecamente portata a riconoscere le forme come animali o parti degli stessi.

Google_ANN_Skyarrow

Google_ANN_Funny-Animals

La tecnica può essere applicata ad ogni tipo di immagine e i risultati varieranno in base alle sue caratteristiche. Di fatto, le caratteristiche introdotte nella rete generano una deriva verso alcune interpretazioni: torri e pagode cominciano a comparire sulle linee dell’orizzonte, pietre e alberi mutano in edifici, uccelli e insetti fanno la loro apparizione dove siano presenti foglie. Gli effetti tendono a descrivere veri e propri paesaggi onirici, talvolta surreali, altre volte da incubo.

Google_ANN_02

Il codice sviluppato dai ricercatori di Google è stato reso pubblico il primo luglio con il rilascio di Deep Dream e da allora diversi utenti si sono sbizzarriti. Gli esiti confermano le considerazioni che facevamo sopra, con derive particolarmente bizzarre. Per esempio, c’è chi ha provato ad applicare Deep Dream sui fotogrammi di un film. E da dove poteva iniziare, se non da Paura e delirio a Las Vegas?

E in adempimento alla Regola 34, ovviamente la scoperta del porno da parte di Deep Dream non si è fatta attendere. Eccovi per assaggio un’orgia di corpi mutanti. Per immagini più esplicite, cliccate qui.

Google_ANN_Rule34

A questo indirizzo trovate invece una galleria compilata da Michael Tyka, uno degli sviluppatori di Deep Dream.

Google_ANN_Red-tree-orig

Google_ANN_Red-tree-small-long

Donato Speroni ha messo a disposizione (ormai da un mesetto), sul blog che cura per il Corriere della Sera, un semplice tool che si rivela utilissimo per prefigurare gli scenari sociali, politici ed economici del futuro. Basandosi su ipotesi relative all’evolversi della situazione mondiale (verso un esito più o meno sostenibile dell’attuale tempesta perfetta che stiamo attraversando), continentale (un’Europa forte e unita oppure ancora più in crisi di identità di quanto non sia oggi) e nazionale (superamento della crisi, o affondamento), ha elaborato 8 scenari che vanno dal “migliore dei mondi possibili” (e forse il più improbabile) al worst case del “si salvi chi può”. Ognuno può farsi la sua previsione, rispondendo ai seguenti quesiti con il grado di confidenza che si sente di attribuire a ciascuna affermazione:

  1. Nel Mondo, la tendenza verso una progressiva ingovernabilità dei fenomeni globali verrà corretta dagli accordi tra gli Stati?
  2. L’Europa riuscirà a darsi forme di governo più efficienti che consentano a questo continente di affrontare adeguatamente le sfide del futuro?
  3. L’Italia riuscirà a correggere i suoi mali collettivi e a diventare un Paese più unito, più onesto e più giusto, tutelando il benessere collettivo?

Come suggerisce lo stesso Speroni, si tratta di un giochino valido più che altro per “aiutare a riflettere sul futuro”, e per questo vi invito a provarlo.

Con la mia combinazione (30% di probabilità alla prima, 60% alla seconda e un più che  generoso 20% alla terza), gli scenari meno probabili sono risultati i primi due, in cui l’Italia abbraccia, con o senza Europa, la sfida mondiale di uno sviluppo inclusivo e sostenibile, aprendosi a una nuova fase di benessere e prospettive per il futuro. Insieme, raccolgono circa il 6%. Gli scenari che sono risultati più probabili sono al contrario quelli più pessimisti, in cui l’Italia naufraga, che assommano a un abbondante 56%: per la precisione 22,4% per l’ottavo, il peggiore in assoluto, e 33,6% per il settimo, che prefigura un’Europa a due velocità, che salva il salvabile dell’Italia, mettendolo sotto assistenza controllata, e abbandona il resto. Bassitalia sprofonda con la Grecia e la Spagna nel caos del Mediterraneo. E chi ha letto Corpi spenti non dovrebbe restare particolarmente sorpreso, né impressionato.

Cyberpunk_City_02

Altri scenari potrete trovarli su io9, grazie a questa panoramica di George Dvorsky, al motto di “you won’t see it coming“. In bocca al lupo!

Tavole-Palatine-Metaponto

Una risposta a Giampietro Stocco, che dal suo blog Ucronicamente si scaglia contro il sottoscritto, reo di aver preso posizione contro il lettore riluttante.

Ora, Giovanni, tu sai altrettanto bene di cosa si discute per esempio nel gruppo Facebook Romanzi di Fantascienza, e le tue conclusioni un po’ sprezzanti vanno perciò dritte a giudicare come pensionati gente, faccio qualche nome a caso, del calibro di Umberto Rossi, Silvio Sosio, Vittorio Catani, Lanfranco Fabriani o Sandro Pergameno. Per non parlare di Alessandro Vietti o Dario Tonani – dove sei Dario? Dove ti sei nascosto? – o di altri esponenti della sf italiana appartenenti a generazioni più vicine alla tua.

Temo, Giampietro, che per amor di polemica tu stia mettendo parole non dette in bocca un po’ a tutti. A me, per cominciare, e poi a tutte le altre persone che citi. Magari nessuno di loro è intervenuto perché effettivamente si sono tutti talmente risentiti nei miei confronti da aver preferito ignorarmi e dimenticarmi. Ma se così non fosse, magari è il caso che tu ti ponga il problema di non aver afferrato il senso del mio messaggio.

Sei abbastanza intelligente da capire che nel momento in cui mi attribuisci direttamente un’affinità di metodo con un personaggio politico tanto popolare quanto discutibile stai automaticamente tagliando molte – se non tutte – le linee di dialogo. Ne voglio tenere aperta ancora una in virtù della stima che nutro verso un collega a cui non mi sento di poter negare anche l’ultima opportunità di chiarimento. Ma io parlo del “lettore riluttante” identificando una figura di lettore tipica, come tipiche sono altre figure che per fortuna rendono il “lettore riluttante” una minoranza nel panorama dei lettori di fantascienza, e tu fai sembrare che io abbia dato del “lettore riluttante” ad ogni singolo lettore di fantascienza residente in Italia. E non ti fermi qua: includi persino nella categoria, in maniera del tutto arbitraria e unilaterale, ogni autore di fantascienza che abbia iniziato a scrivere prima di me. Per questo, in fin dei conti, l’impressione che mi lascia questo tuo sfogo, che raccoglie organicamente le tracce seminate su Facebook un paio di settimane fa, non è altra che di un gusto un po’ sterile e forse inconcludente per la polemica.

Infine permettimi di dirti che nel nostro caso il riferimento ai capponi manzoniani è del tutto inappropriato e fuori luogo. Avremmo potuto essere una comunità compatta e coesa, e comunque temo che l’attenzione tributata alla fantascienza da iniziative come quella già discussa di Nuovi Argomenti sarebbe stata la stessa. Perché un conto è la vivacità o la stanchezza del fandom e un’altra è l’autorevolezza delle figure che operano nel genere, come critici, scrittori, curatori, traduttori, studiosi. E’ la stessa differenza che passa, se ci fai caso, tra il livello amatoriale e quello professionale.

L’ho già scritto altrove e temo che presto sarà nuovamente necessario ribadirlo. Per fare della buona fantascienza, la mia unica ricetta è seguire il proprio gusto. Quale che sia la rivendicazione del gusto dominante. Sia perché non è detto che esista al momento un gusto dominante. Sia perché sono certo che se pure esistesse non è certo quello rispondente alle opinioni dei commentatori più pugnaci. Il loro accanimento tradisce qualcos’altro: non so bene cosa sia, le loro parole per me sono rumore.

E il rumore va filtrato.

nuovi-argomentiIn maniera del tutto inattesa ci ritroviamo a menzionare Alberto Moravia per la seconda settimana di fila. Che il rapporto dell’intellettuale romano con la fantascienza non sia mai stato improntato – non dico alla stima – alla curiosità, all’interesse minimo per ciò che magari non comprendiamo ma in cui possiamo riconoscere se non altro il pregio della dignità, sia pure con riserva, è storia arcinota. La chiusura al nostro genere da parte di Moravia fu totale e senza ripensamenti. E sulla stessa linea sembra muoversi ancora oggi Nuovi Argomenti, la rivista di critica letteraria che Moravia contribuì a fondare nel 1953 e che oggi rivive in una quinta incarnazione, sotto la cura di un direttorio ben partecipato e sotto l’egida del Gruppo Mondadori.

Nuovi Argomenti ha dedicato l’ultima uscita dell’anno, il numero 68 di ottobre-dicembre 2014, alla fantascienza in Italia. O almeno questo deve essere stato il proposito, denunciato fin dal titolo, che accosta quello della più longeva collana italiana di genere al capolavoro di Ray Bradbury (immortalato per il cinema da François Truffaut), sincera e appassionata dichiarazione d’amore per i libri, le storie e la lettura: Urania 451 s’intitola questo numero monografico, ed è un titolo che alle mie orecchie fin da subito è suonato un po’ troppo lugubre e sinistro per alimentare buoni auspici.

Fahrenheit 451, infatti, alludeva alla temperatura di combustione della carta. E tutta la storia concepita da Bradbury è incentrata sulla salvaguardia e la preservazione della conoscenza umana da parte di Guy Montag, un ex-membro pentito del corpo dei pompieri deputato alla distruzione dei libri in un regime distopico fondato sul controllo dei mass media e il potere egemonico della televisione. La stessa causa che sembra essere stata sposata dalla rivista letteraria di casa Mondadori. Quella del corpo dei pompieri, non quella del redento Guy Montag. Leggi il seguito di questo post »

pic    Dan Tuffs (001 310 774 1780)Accettando la National Book Foundation’s Medal for Distinguished Contribution to American Letters, onore toccato in passato anche a Ray Bradbury e Toni Morrison ma tipicamente indifferente agli autori di genere, Ursula K. Le Guin ha tenuto lo scorso 19 novembre un discorso di ringraziamento che ha avuto enorme risonanza nel mondo anglosassone. Silvio Sosio ne ha parlato su Fantascienza.com riportandone una traduzione integrale. Qui in Italia siamo come al solito distratti, o semplicemente amiamo crogiolarci nel nostro provincialismo da nobili decaduti. E così il massimo che ci è dato vedere su un’onorificenza storica come questa sono state polemichine da salotto capaci di far ridere un pidocchio.

Al di là del valore dell’autrice – e Ursula K. Le Guin è una signora autrice, come dimostrano i 5 premi Hugo, i 6 Nebula e i ben 19 Locus allineati sulla sua libreria, per non parlare della profondità dei temi trattati e della complessità degli scenari immaginati, a cominciare dal ciclo dell’Ecumene – quello che avrebbe dovuto gratificare la comunità degli appassionati di fantascienza è il riconoscimento attribuito da una istituzione culturale di livello nazionale a una delle personalità più autorevoli emerse dal campo del fantastico. Questo nel mondo anglosassone si è verificato, in Italia no. Ma qui mi preme ricordare che il suo ultimo lavoro giunto in Italia, quel Paradisi Perduti curato e tradotto lo scorso anno da osf59_leguin_cover Salvatore Proietti per Delos Books (e pubblicato con una copertina originale di Maurizio Manzieri che ha riscosso un successo planetario), si è imposto meritatamente all’ultima edizione dei Premi Italia e questo dovrebbe essere un motivo di vanto per tutta la comunità italiana, che una volta tanto ha saputo dar prova di lungimiranza e acutezza.

Da autore di genere, non posso che condividere ogni singola parola del discorso di Le Guin. Ma c’è un passaggio che trovo particolarmente emozionante, e ve lo trascrivo:

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti”.

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.

Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte.

Ma tutto l’intervento merita di essere visto e ascoltato.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all’uso dei cookie. A questo link potete trovare la gestione della privacy e dei cookie da parte di Automattic (la società che gestisce la piattaforma WordPress.com): Privacy Policy.
Se non ne avete ancora abbastanza, non perdetevi la pagina con l'Informativa Estesa.

Altrove in 140 caratteri

Segui assieme ad altri 88 follower

Categorie

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: