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Stamattina, andando in ufficio, ascoltavo un dibattito in radio sull’impatto che l’automazione avrà nei prossimi anni sul mondo del lavoro. Un po’ tutti abbiamo sentito o letto gli annunci apocalittici che nei giorni scorsi sono circolati sulla stampa: i titoli più sobri parlavano del furto del lavoro ai danni degli umani perpetrato dalle nuove generazioni di robot, e scaricavano implicitamente sulla tecnologia le responsabilità occupazionali delle politiche inadeguate o fallimentare che da anni vengono perseguite un po’ in ogni parte del mondo.

Il prossimo passo, che vedo già in atto, consisterà probabilmente nell’associare la figura del robot a quella dell’immigrato che s’introduce nel nostro sistema per recare danni più o meno profondi e inguaribili al nostro stile di vita consolidato (si fa per dire). Ho provato un senso di disorientamento, ascoltando il botta e risposta tra la giornalista e l’intervistato, un esperto di nuove tecnologie membro di un’associazione di cui purtroppo non ricordo al momento il nome. Non per i contenuti, ma per la realizzazione che solo qualche anno fa, diciamo quando ho visto per la prima volta Blade Runner a metà anni novanta, o quando ho iniziato a cimentarmi a mia volta con la scrittura del futuro a metà anni zero, un dibattito radiofonico del genere, proiettato nel 2016, mi sarebbe sembrato più che logico, perfino naturale.

Il mio disagio attuale, che ho comunque fatto presto a scacciare, nasce – mi rendo conto – dall’assuefazione all’altra realtà, quella contigua all’immaginario in cui siamo cresciuti, ovvero la realtà fattuale o presunta tale costruita dall’interazione degli abitanti e dei sistemi informazionali del pianeta Terra, gli inforgs di cui parla Luciano Floridi. Quella realtà raccontata che, malgrado tutto, negli ultimi anni sta facendo di tutto, attraverso le sorgenti di condizionamento che “ispirano” e “orientano” l’opinione pubblica (governi, organizzazioni economiche, istituzioni religiose, editori), per provare a convincerci di vivere in Anni Oscuri, in un nuovo medioevo, imponendoci il diritto di non avere diritti come una nuova frontiera della libertà, riscrivendo il mondo perché possiamo godercelo così com’è, anzi accettando e plaudendo alle mille forme di erosione che quotidianamente agiscono sul blocco sempre più friabile dei diritti acquisiti.

E invece, ci accorgiamo adesso, il mondo reale è andato avanti. Non è più quello degli anni ’90, è un mondo in cui è davvero naturale, a pensarci bene, imbattersi per radio, andando al lavoro, in un dibattito sulle conseguenze e le implicazioni dell’impiego dei robot. È questo il mondo in cui viviamo, con buona pace per i reazionari e gli oscurantisti di ogni categoria, inclusi quelli che proprio in questi giorni si stanno sforzando per dimostrare al mondo, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto arretrata e inadeguata sia la nostra classe politica quando si tratta di scegliere tra l’estensione dei diritti e l’esclusione dagli stessi.

Il luddismo di ritorno che sembra di intravedere tra le righe dei commenti di questi giorni non sorprende affatto, date le premesse. A conti fatti, a chi gioverebbe un’analisi precisa degli effettivi costi e benefici dell’impiego di sistemi artificiali in sostituzione della manodopera umana in contesti rischiosi o magari in mansioni ripetitive, a bassissimo contenuto qualitativo o intellettuale? Molto meglio che un uomo svolga un lavoro meccanico: è stato fatto tanto per insegnargli a non lamentarsi, a occupare le proprie giornate in catena di montaggio, a rispettare la gerarchia e le consegne, non vorremo rinunciare proprio adesso ai magnifici risultati raggiunti nel campo del condizionamento umano? E proprio adesso che stiamo risolvendo gli ultimi problemi ereditati dal Novecento, perché dovremmo accollarci la fatica di pensare a soluzioni nuove, adatte ai tempi che corrono, capaci di garantire maggiori opportunità a sempre più gente, di spalancare gli orizzonti di nuove possibilità a masse che sono state addomesticate a credere che la più grande conquista dell’umanità siano state una casa ipotecata, un lavoro sottopagato, lo smartphone alla moda e una piattaforma televisiva da 500 canali?

Per fortuna il mondo va avanti. E sarà difficile spiegare a un’intelligenza artificiale quale sia il valore aggiunto di una massa lobotomizzata, asservita al volere di pochi, grassi padroni. Insieme ai lavori di più bassa manodopera, magari delegheremo ai robot anche l’onere delle rivendicazioni di quei diritti di cui non abbiamo voluto farci carico.

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La memoria è uno specchio distorto della realtà. Sembra quasi che un regista occulto decida il montaggio degli eventi, ricollocandoli nel flusso del tempo per alterarne le relazioni, alla ricerca disperata di corrispondenze che spingano un senso ad emergere, anche laddove un senso sembrerebbe non esserci.

La prospettiva non è mai omogenea o neutrale. E in particolare gli episodi nodali, sia su piccola che su grande scala, impongono l’adozione di nuove prospettive.

Ci sono piccoli ricordi, di grande importanza per ciascuno di noi, che risaltano al punto da illuderci di poterli afferrare anche solo allungando una mano. Episodi della nostra infanzia potrebbero esserci capitati ieri pomeriggio, generando un senso di vertigine al nostro ritorno alla realtà — cosa è successo nel frattempo?

Ma tanto più grande è il peso dell’evento, tanto più lontano viene relegato nella prospettiva del tempo. Forse è un meccanismo di autoconservazione adottato dalla nostra mente per mantenere un contatto con la realtà, un dispositivo di autoprotezione per non farsi schiacciare. Gli eventi che segnano il corso della storia impongono un surplus di distacco, non per essere capiti o analizzati, ma semplicemente per essere contemplati nel panorama continuo delle nostre esperienze.

L’11 settembre 2001 ricade in questa tipologia molto rara. Un’altra data potrebbe essere il 9 novembre 1989, che al confronto mi sembra quasi preistoria, qualcosa che ho fatto appena in tempo a vedere o forse mi sono solo ingannato di farlo, caricato dai significati aggiunti dalle letture storiche sui libri che me lo hanno spiegato. E poi ognuno ha le sue.

Ma un evento che rivive moltiplicato nelle memorie di miliardi di persone è necessariamente anche un ricordo condiviso? Oppure non è altro che uno dei tanti elementi di alienazione che — a seconda della diversa posizione che è andato a occupare nel flusso alterato degli eventi nel montaggio delle nostre memorie — contribuisce a definire la diversificazione delle nostre prospettive? Forse è anche per questo che la nostra mente si sforza di prendere le distanze, inserendo quanto più spazio possibile tra il presente e il passato. Per ricollegarci in qualche modo ai nostri simili, per ripristinare un contatto con le altre menti, evitando il baratro della follia.

Ognuno di noi ricorda dov’era e cosa stava facendo quando ha appreso quella notizia, tanto sconcertante da sembrare falsa. Uno scherzo di cattivo gusto. L’11 settembre. Un affronto alla nostra salute psichica, oltre che alla sicurezza pubblica.

Per quanto bene ricordi quel pomeriggio — un accenno colto in treno da uno sconosciuto che aveva appena ricevuto un SMS, e poi le immagini televisive trasmesse in diretta da 6.900 Km di distanza e la spasmodica ricerca di informazioni e analisi dei giorni, delle settimane e dei mesi seguenti, elementi che aiutassero a capire e classificare l’evento, la proliferazione di teorie cospirative e l’effetto domino dello “scontro di civiltà” — mi resta la sensazione che ad oggi siano trascorsi molti più anni dei 14 scivolati via da quell’11 settembre 2001.

Praticamente, una vita fa.

9/11 Tribute Piece by Banksy in Tribeca, New York City.

9/11 Tribute Piece by Banksy in Tribeca, New York City.

Il mese scorso tre ingegneri del team di Google specializzati nella ricerca di reti neurali artificiali hanno pubblicato sul blog della casa madre un post che ha destato enorme clamore. Mentre erano al lavoro sul processo di classificazione delle immagini necessario per addestrare una rete neurale nel compito del riconoscimento visivo, si sono imbattuti per caso in un risultato per certi versi sorprendenti.

Prima di tutto un breve excursus. Le reti neurali prese in esame sono sistemi multistrato, composte ciascuna da un numero variabile tra 10 e 30 strati di neuroni artificiali che lavorano in successione. Una delle sfide di questo campo di ricerca è riuscire a capire come si comporti ciascuno strato, ma dopo aver addestrato la rete si possono esaltare le performance di ciascuno strato su una caratteristica specifica dell’immagine. Per esempio, i primi strati possono elaborare i contorni, quelli intermedi le forme e/o i diversi componenti dell’immagine, e gli ultimi strati possono combinare tutti questi risultati per dare l’output finale della rete. L’addestramento funziona mostrando grandi quantità di immagini-campione rispondenti a un caso specifico, fino a quando il sistema mostra una capacità di risposta ottimale.

Per stabilire se la rete sta apprendendo “nella maniera giusta” può essere utile prendere in esame la rappresentazione data dalla rete di un dato caso in esame. Per esempio, verificare come una rete neurale immagina che possa essere fatto un paracadute, o una banana, o una vite, una formica, una stella marina… E da qui viene fuori che le reti neurali addestrate per riconoscere un certo insieme di immagini, possiedono una piccolissima quantità dell’informazione necessaria per generare quelle stesse immagini. L’effetto è evidente dai seguenti campioni elaborati dalle reti neurali prese in esame.

Google_ANN_01

La visualizzazione delle risposte della rete neurale è utile per individuare eventuali errori commessi in fase di training e correggere eventualmente il tiro, fornendo immagini più specifiche e rappresentative di un dato concetto.

Invece di specificare la caratteristica che si vuole amplificare, si può anche lasciare la rete libera di decidere, spiegano i ricercatori. “In questo caso si fornisce alla rete un’immagine o una foto e la si lascia libera di analizzare la figura”. Ciascuno strato della rete, se ricordate, processerà una caratteristica a un diverso livello di astrazione. In base allo strato a cui si sceglie di demandare il processo di amplificazione, verrà quindi generata un’immagine la cui complessità è legata a quella particolare caratteristica individuata dalla rete. “Per esempio, gli strati inferiori tendono a produrre tratti o motivi ornamentali, dal momento che quegli strati sono sensibili alle caratteristiche di base come i contorni e il loro orientamento”.

Left: Original photo by Zachi Evenor. Right: processed by Günther Noack, Software Engineer

Left: Original photo by Zachi Evenor. Right: processed by Günther Noack, Software Engineer

“Scegliendo strati di livello superiore, capaci di individuare caratteristiche più sofisticate nelle immagini, tendono a emergere caratteristiche complesse o addirittura interi oggetti. Ancora una volta, iniziamo con una immagine esistente e la diamo in pasto alla nostra rete neurale. Chiediamo alla rete: “Qualunque cosa tu veda qui, ne voglio di più!” e questa crea un anello di retroazione: se una nuvola somiglia un po’ a un uccello, la rete la farà somigliare sempre di più a un uccello. Questo farà riconoscere alla rete l’uccello in maniera ancora più netta al prossimo passaggio e così via, fino ad arrivare alla comparsa di un uccello ricco di dettagli, apparentemente dal nulla”.

Come fanno notare gli ingegneri, i risultati sono affascinanti, ed è come quando da bambini ci divertivamo a interpretare le forme delle nuvole. Questo è quello che succede con una rete neurale addestrata principalmente su immagini di animali, e per questo intrinsecamente portata a riconoscere le forme come animali o parti degli stessi.

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Google_ANN_Funny-Animals

La tecnica può essere applicata ad ogni tipo di immagine e i risultati varieranno in base alle sue caratteristiche. Di fatto, le caratteristiche introdotte nella rete generano una deriva verso alcune interpretazioni: torri e pagode cominciano a comparire sulle linee dell’orizzonte, pietre e alberi mutano in edifici, uccelli e insetti fanno la loro apparizione dove siano presenti foglie. Gli effetti tendono a descrivere veri e propri paesaggi onirici, talvolta surreali, altre volte da incubo.

Google_ANN_02

Il codice sviluppato dai ricercatori di Google è stato reso pubblico il primo luglio con il rilascio di Deep Dream e da allora diversi utenti si sono sbizzarriti. Gli esiti confermano le considerazioni che facevamo sopra, con derive particolarmente bizzarre. Per esempio, c’è chi ha provato ad applicare Deep Dream sui fotogrammi di un film. E da dove poteva iniziare, se non da Paura e delirio a Las Vegas?

E in adempimento alla Regola 34, ovviamente la scoperta del porno da parte di Deep Dream non si è fatta attendere. Eccovi per assaggio un’orgia di corpi mutanti. Per immagini più esplicite, cliccate qui.

Google_ANN_Rule34

A questo indirizzo trovate invece una galleria compilata da Michael Tyka, uno degli sviluppatori di Deep Dream.

Google_ANN_Red-tree-orig

Google_ANN_Red-tree-small-long

Donato Speroni ha messo a disposizione (ormai da un mesetto), sul blog che cura per il Corriere della Sera, un semplice tool che si rivela utilissimo per prefigurare gli scenari sociali, politici ed economici del futuro. Basandosi su ipotesi relative all’evolversi della situazione mondiale (verso un esito più o meno sostenibile dell’attuale tempesta perfetta che stiamo attraversando), continentale (un’Europa forte e unita oppure ancora più in crisi di identità di quanto non sia oggi) e nazionale (superamento della crisi, o affondamento), ha elaborato 8 scenari che vanno dal “migliore dei mondi possibili” (e forse il più improbabile) al worst case del “si salvi chi può”. Ognuno può farsi la sua previsione, rispondendo ai seguenti quesiti con il grado di confidenza che si sente di attribuire a ciascuna affermazione:

  1. Nel Mondo, la tendenza verso una progressiva ingovernabilità dei fenomeni globali verrà corretta dagli accordi tra gli Stati?
  2. L’Europa riuscirà a darsi forme di governo più efficienti che consentano a questo continente di affrontare adeguatamente le sfide del futuro?
  3. L’Italia riuscirà a correggere i suoi mali collettivi e a diventare un Paese più unito, più onesto e più giusto, tutelando il benessere collettivo?

Come suggerisce lo stesso Speroni, si tratta di un giochino valido più che altro per “aiutare a riflettere sul futuro”, e per questo vi invito a provarlo.

Con la mia combinazione (30% di probabilità alla prima, 60% alla seconda e un più che  generoso 20% alla terza), gli scenari meno probabili sono risultati i primi due, in cui l’Italia abbraccia, con o senza Europa, la sfida mondiale di uno sviluppo inclusivo e sostenibile, aprendosi a una nuova fase di benessere e prospettive per il futuro. Insieme, raccolgono circa il 6%. Gli scenari che sono risultati più probabili sono al contrario quelli più pessimisti, in cui l’Italia naufraga, che assommano a un abbondante 56%: per la precisione 22,4% per l’ottavo, il peggiore in assoluto, e 33,6% per il settimo, che prefigura un’Europa a due velocità, che salva il salvabile dell’Italia, mettendolo sotto assistenza controllata, e abbandona il resto. Bassitalia sprofonda con la Grecia e la Spagna nel caos del Mediterraneo. E chi ha letto Corpi spenti non dovrebbe restare particolarmente sorpreso, né impressionato.

Cyberpunk_City_02

Altri scenari potrete trovarli su io9, grazie a questa panoramica di George Dvorsky, al motto di “you won’t see it coming“. In bocca al lupo!

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Una risposta a Giampietro Stocco, che dal suo blog Ucronicamente si scaglia contro il sottoscritto, reo di aver preso posizione contro il lettore riluttante.

Ora, Giovanni, tu sai altrettanto bene di cosa si discute per esempio nel gruppo Facebook Romanzi di Fantascienza, e le tue conclusioni un po’ sprezzanti vanno perciò dritte a giudicare come pensionati gente, faccio qualche nome a caso, del calibro di Umberto Rossi, Silvio Sosio, Vittorio Catani, Lanfranco Fabriani o Sandro Pergameno. Per non parlare di Alessandro Vietti o Dario Tonani – dove sei Dario? Dove ti sei nascosto? – o di altri esponenti della sf italiana appartenenti a generazioni più vicine alla tua.

Temo, Giampietro, che per amor di polemica tu stia mettendo parole non dette in bocca un po’ a tutti. A me, per cominciare, e poi a tutte le altre persone che citi. Magari nessuno di loro è intervenuto perché effettivamente si sono tutti talmente risentiti nei miei confronti da aver preferito ignorarmi e dimenticarmi. Ma se così non fosse, magari è il caso che tu ti ponga il problema di non aver afferrato il senso del mio messaggio.

Sei abbastanza intelligente da capire che nel momento in cui mi attribuisci direttamente un’affinità di metodo con un personaggio politico tanto popolare quanto discutibile stai automaticamente tagliando molte – se non tutte – le linee di dialogo. Ne voglio tenere aperta ancora una in virtù della stima che nutro verso un collega a cui non mi sento di poter negare anche l’ultima opportunità di chiarimento. Ma io parlo del “lettore riluttante” identificando una figura di lettore tipica, come tipiche sono altre figure che per fortuna rendono il “lettore riluttante” una minoranza nel panorama dei lettori di fantascienza, e tu fai sembrare che io abbia dato del “lettore riluttante” ad ogni singolo lettore di fantascienza residente in Italia. E non ti fermi qua: includi persino nella categoria, in maniera del tutto arbitraria e unilaterale, ogni autore di fantascienza che abbia iniziato a scrivere prima di me. Per questo, in fin dei conti, l’impressione che mi lascia questo tuo sfogo, che raccoglie organicamente le tracce seminate su Facebook un paio di settimane fa, non è altra che di un gusto un po’ sterile e forse inconcludente per la polemica.

Infine permettimi di dirti che nel nostro caso il riferimento ai capponi manzoniani è del tutto inappropriato e fuori luogo. Avremmo potuto essere una comunità compatta e coesa, e comunque temo che l’attenzione tributata alla fantascienza da iniziative come quella già discussa di Nuovi Argomenti sarebbe stata la stessa. Perché un conto è la vivacità o la stanchezza del fandom e un’altra è l’autorevolezza delle figure che operano nel genere, come critici, scrittori, curatori, traduttori, studiosi. E’ la stessa differenza che passa, se ci fai caso, tra il livello amatoriale e quello professionale.

L’ho già scritto altrove e temo che presto sarà nuovamente necessario ribadirlo. Per fare della buona fantascienza, la mia unica ricetta è seguire il proprio gusto. Quale che sia la rivendicazione del gusto dominante. Sia perché non è detto che esista al momento un gusto dominante. Sia perché sono certo che se pure esistesse non è certo quello rispondente alle opinioni dei commentatori più pugnaci. Il loro accanimento tradisce qualcos’altro: non so bene cosa sia, le loro parole per me sono rumore.

E il rumore va filtrato.

nuovi-argomentiIn maniera del tutto inattesa ci ritroviamo a menzionare Alberto Moravia per la seconda settimana di fila. Che il rapporto dell’intellettuale romano con la fantascienza non sia mai stato improntato – non dico alla stima – alla curiosità, all’interesse minimo per ciò che magari non comprendiamo ma in cui possiamo riconoscere se non altro il pregio della dignità, sia pure con riserva, è storia arcinota. La chiusura al nostro genere da parte di Moravia fu totale e senza ripensamenti. E sulla stessa linea sembra muoversi ancora oggi Nuovi Argomenti, la rivista di critica letteraria che Moravia contribuì a fondare nel 1953 e che oggi rivive in una quinta incarnazione, sotto la cura di un direttorio ben partecipato e sotto l’egida del Gruppo Mondadori.

Nuovi Argomenti ha dedicato l’ultima uscita dell’anno, il numero 68 di ottobre-dicembre 2014, alla fantascienza in Italia. O almeno questo deve essere stato il proposito, denunciato fin dal titolo, che accosta quello della più longeva collana italiana di genere al capolavoro di Ray Bradbury (immortalato per il cinema da François Truffaut), sincera e appassionata dichiarazione d’amore per i libri, le storie e la lettura: Urania 451 s’intitola questo numero monografico, ed è un titolo che alle mie orecchie fin da subito è suonato un po’ troppo lugubre e sinistro per alimentare buoni auspici.

Fahrenheit 451, infatti, alludeva alla temperatura di combustione della carta. E tutta la storia concepita da Bradbury è incentrata sulla salvaguardia e la preservazione della conoscenza umana da parte di Guy Montag, un ex-membro pentito del corpo dei pompieri deputato alla distruzione dei libri in un regime distopico fondato sul controllo dei mass media e il potere egemonico della televisione. La stessa causa che sembra essere stata sposata dalla rivista letteraria di casa Mondadori. Quella del corpo dei pompieri, non quella del redento Guy Montag. Leggi il seguito di questo post »

pic    Dan Tuffs (001 310 774 1780)Accettando la National Book Foundation’s Medal for Distinguished Contribution to American Letters, onore toccato in passato anche a Ray Bradbury e Toni Morrison ma tipicamente indifferente agli autori di genere, Ursula K. Le Guin ha tenuto lo scorso 19 novembre un discorso di ringraziamento che ha avuto enorme risonanza nel mondo anglosassone. Silvio Sosio ne ha parlato su Fantascienza.com riportandone una traduzione integrale. Qui in Italia siamo come al solito distratti, o semplicemente amiamo crogiolarci nel nostro provincialismo da nobili decaduti. E così il massimo che ci è dato vedere su un’onorificenza storica come questa sono state polemichine da salotto capaci di far ridere un pidocchio.

Al di là del valore dell’autrice – e Ursula K. Le Guin è una signora autrice, come dimostrano i 5 premi Hugo, i 6 Nebula e i ben 19 Locus allineati sulla sua libreria, per non parlare della profondità dei temi trattati e della complessità degli scenari immaginati, a cominciare dal ciclo dell’Ecumene – quello che avrebbe dovuto gratificare la comunità degli appassionati di fantascienza è il riconoscimento attribuito da una istituzione culturale di livello nazionale a una delle personalità più autorevoli emerse dal campo del fantastico. Questo nel mondo anglosassone si è verificato, in Italia no. Ma qui mi preme ricordare che il suo ultimo lavoro giunto in Italia, quel Paradisi Perduti curato e tradotto lo scorso anno da osf59_leguin_cover Salvatore Proietti per Delos Books (e pubblicato con una copertina originale di Maurizio Manzieri che ha riscosso un successo planetario), si è imposto meritatamente all’ultima edizione dei Premi Italia e questo dovrebbe essere un motivo di vanto per tutta la comunità italiana, che una volta tanto ha saputo dar prova di lungimiranza e acutezza.

Da autore di genere, non posso che condividere ogni singola parola del discorso di Le Guin. Ma c’è un passaggio che trovo particolarmente emozionante, e ve lo trascrivo:

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti”.

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.

Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte.

Ma tutto l’intervento merita di essere visto e ascoltato.

C’è un culto dell’ignoranza […], e c’è sempre stato. Lo sforzo dell’anti-intellettualismo è stato una traccia costante che si è spinta nella nostra vita politica e culturale, alimentata dalla falsa nozione che la democrazia significhi che “la mia ignoranza è tanto giusta quanto la tua conoscenza”.

Isaac Asimov

Con la partecipazione di Samantha Cristoforetti alla 42ma missione di lunga durata sulla ISS sarebbe stato lecito attendersi una presa di coscienza da parte degli organi d’informazione in Italia. Invece quello a cui stiamo assistendo è un florilegio di idiozie assortite (dall’ISS che si trasforma in ISIS al menù dell’astronauta e così via). La sindrome lunare continua evidentemente a scuotere la sua coda lunga, ha raggiunto l’orbita terrestre e si è fatta sindrome spaziale. Da un po’ di tempo mi sto convincendo che l’adagio “bene o male, l’importante è che se ne parli” ha fatto il suo tempo. In presenza di temi complessi – e mi domando cosa possa esserci di più complesso di una missione spaziale – non sarebbe possibile affidarsi a tuttologi e commentatori da salotto, dovrebbe essere lapalissiano. Andrebbero interpellate e coinvolte le professionalità adatte: divulgatori scientifici, scienziati, ingegneri. Specialisti che sappiano di cosa stanno parlando. E invece la stampa cortocircuita il “senso comune” dell’uomo di strada, generando tsunami di idiozia che finiscono per travolgere ogni serio tentativo di affrontare il tema.

L’Italia non è un paese per giovani, e questo lo abbiamo capito. Ma adesso che stiamo appurando che non è nemmeno un paese per ricercatori, per tecnici, per giornalisti, dovremmo tutti domandarci un po’ di chi sarebbe davvero, questo benedetto paese. Dei politici che si dividono le luci dei riflettori con i conduttori televisivi? Ormai anche calciatori e veline sono stati scalzati dal palcoscenico mediatico. O magari dei complottisti che sommergono i social network di inutili (quando non insulse) campagne di sensibilizzazione a questo o a quel problema?

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La Expedition 42 non ci avrà dato la risposta finale sull’argomento, ma di certo sta portando allo scoperto molta della spazzatura che in questi anni e decenni ci siamo così operosamente affannati a nascondere sotto il tappeto. Su Qualcosa di Sinistra Davide Clementi scatta una fotografia impietosa del peggio che sta venendo fuori. Ma in questi giorni basta farsi un giro su Facebook per toccare con mano lo squallore delle esternazioni più becere e triviali. C’è da rimanere sconcertati e basiti di fronte agli abissi di ignoranza espressi da così tanti nostri connazionali. Lasciamo da parte le battute sessiste (dimenticavo, l’Italia forse è un paese per comici con le pezze al culo!), e ignoriamo senza ripensamenti gli articoli di tenore analogo pubblicati da Libero e altre frattaglie, ma quello che mi lascia più sconvolto è imbattermi in commenti di persone che sproloquiano sul “sogno di Samantha” come se tutta la missione fosse stata organizzata per lei, e snocciolano cifre senza fonte di quanto ci sia costato, tutti soldi che ovviamente avremmo potuto investire in qualcosa di più utile e più immediato per la collettività.

La collettività…

Al di là del populismo, della demagogia e dell’assenza di qualsiasi senso della prospettiva, sconvolge la somiglianza di certi argomenti con quelli che furono esercitati da uno sprovvedutissimo Alberto Moravia, partito alla volta del Goddard Space Center per documentare sul campo l’impresa dell’Apollo 11 senza mettere nel bagaglio nient’altro che una penna, della carta, qualche cambiata d’abito e tanto sano scetticismo. Dovendo rientrare nei limiti di peso per l’imbarco, l’acume dimostrato in altre occasioni preferì lasciarlo in Italia, oppure gli era già stato rubato.

La normale ricerca scientifica e tecnologica in certo modo è fine a se stessa. Ma allorché un paese come gli Stati Uniti investe nel programma spaziale la somma di 25 miliardi di dollari, la questione del fine o teleologica si pone con prepotenza. Che la questione dello “scopo” sia importante, del resto lo dimostra se non altro il gran numero di critiche che da ogni parte sono piovute sui programmi della Nasa. Prima della Luna, la priorità non avrebbe dovuto essere accordata al risanamento della natura americana violentata e avvelenata nella sua flora, nelle sue acque, nella sua fauna dagli spurghi industriali? Alla ricostruzione delle città invecchiate, miserabili, fatiscenti nei quartieri più poveri? All’elevazione culturale economica e sociale dei circa cinquanta milioni di poveri degli Stati Uniti? Alla soluzione del problema della gioventù in rivolta, delle minoranze etniche disperate?

Parole scritte nel 1969 per L’Espresso, che avrebbero dovuto essere scolpite nella memoria del paese a monito contro l’ignoranza delle future generazioni. Bene ha fatto io9 a raccogliere un campionario di quelle che sono le invenzioni messe a punto dall’industria aerospaziale che usiamo tutti i giorni. Il culto dell’ignoranza condannato da Isaac Asimov nella lapidaria citazione che apre questo articolo non si è mai estinto. Forse è impossibile da sconfiggere, forse accompagnerà per sempre l’umanità, anche nel suo cammino tra le stelle. Eppure ritrovare nel 2014, sparsa a piene mani, la stessa ignoranza che quasi mezzo secolo poteva orgogliosamente esibire Moravia è sintomatico dell’inutilità di certe lezioni. Perché teste di rapa incapaci di realizzare le ricadute della ricerca sulla nostra vita quotidiana dovrebbero essere certificate come inadatte a esprimere qualsiasi parere sul benessere comune. E invece questa è tutta gente che se ne va in giro libera di far danni, magari insegna nelle scuole oppure copre posti di responsabilità nel settore pubblico o privato, e magari esercita pure con disciplina il diritto di voto, offrendo un contributo quotidiano a rendere questo paese degno della sua fama da Terra dei Cachi.

Ci resta una magra consolazione. Il modo in cui decidiamo di affrontare argomenti come questo è un’utile discriminante, oggi come oggi, per riconoscere chi è parte del problema di chi sta lottando per una soluzione. Ma possiamo accontentarci di piccoli passi?

Samantha_Cristoforetti

Se volete seguire Samantha nella sua missione, l’Agenzia Spaziale Italiana ha pensato di aprire un sito web che funga da linea diretta con la ISS, quindi potete collegarvi direttamente con Avamposto 42. Sicuramente sarà più utile della metà (o qualcosa in più) dei servizi messi in onda o pubblicati in questi giorni.

Sony Center at Night, Berlin.

Sony Center at Night, Berlin. (Photo credit: Wikipedia)

La fantascienza italiana si regge su una piccola ma matematica certezza: che il prossimo titolo che uscirà a firma di un autore italiano sarà il bersaglio facile e sicuro di polemiche infinite. Le contestazioni potranno essere più o meno accese, ma accompagneranno di certo ogni nuova uscita. Chiunque ne sia l’autore, ma meglio se giovane ed esordiente. E in genere il picco annuale si verifica a novembre, quando tipicamente Urania dà alle stampe il vincitore del premio annuale della collana.

“Gli italiani non sono all’altezza degli autori d’oltreoceano” (come se la metà degli autori anglofoni non fossero invece d’oltremanica)… “Che noia vince sempre un fantapoliziesco” (o un poliziesco futuristico… e in ogni caso, “basta con questi fantapolizieschi italiani!”)… Sono le obiezioni più frequenti. E via di questo passo. Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 e attualmente in tutti gli store digitali con il suo serial I Necronauti, ha pubblicato a riguardo un puntuale e condivisibile intervento sul suo blog.

Il problema, io credo, è tutto nelle dimensioni della comunità. Lo zoccolo duro dei lettori di fantascienza è davvero ridotto e in esso non c’è stato praticamente nessun ricambio generazionale. Manca la massa critica per poter stimolare una rete virtuosa di relazioni, anche a livello di feedback davvero costruttivi e utili per costruire un trend futuro. Per di più chi legge oggi fantascienza è molto probabilmente un lettore che ha formato il suo gusto negli anni ’70 o ’80, al più tardi. Prima che in Italia arrivasse il cyberpunk, per farsi un’idea. E proprio il cyberpunk, quando alla fine è arrivato all’attenzione del pubblico italiano, infastidì molti per la sua astrusità e per il ribaltamento delle convenzioni del genere, meritandosi una condanna – diffusa e generalizzata – per lesa maestà. Forse lo slancio ribelle di una fantascienza strettamente vincolata all’underground e alle sottoculture era già un affronto troppo insopportabile al loro gusto. Ma forse, se in Italia il cyberpunk non ha avuto il successo che ha conosciuto altrove anche fuori dal mondo anglosassone (penso al Giappone o alla Russia), è anche perché già in quegli anni, a cavallo tra gli ’80 e i ’90, si poneva il problema del ricambio generazionale. I giovani non leggevano più fantascienza. O forse, semplicemente, i giovani non leggevano più e basta.

Ma torniamo ai giorni nostri. Una comunità di appassionati di fantascienza incapaci di riconoscere l’importanza del cyberpunk è grosso modo altrettanto autorevole di una comunità di appassionati di aeronautica incapaci di guardare oltre le turboeliche. O una comunità di appassionati di fumetti arroccati sulla Silver Age. Vi pare possibile? Le nicchie sono sempre esistite, e ovunque vi sia una cultura sufficientemente florida e ampia fioriscono le sottoculture. Il nostro problema, in ambito fantascientifico, è che un numero troppo ridotto di appassionati ha avuto modo di scoprire e affezionarsi a ciò che è accaduto da un certo punto in avanti. Semplicemente. In questo modo è venuta a mancare una condizione necessaria a garantire l’equilibrio tra i diversi filoni. Che non è necessariamente vincolato al dato anagrafico, ma di certo in un campo come questo l’età gioca un ruolo non trascurabile. Si è avuto così un consolidamento di posizioni di retroguardia. Con il risultato di un impoverimento generale del gusto.

Bisognerebbe chiedersi quanti dei lettori che criticano così aspramente l’ultimo Premio Urania abbiano letto qualcosa di inglese o americano uscito negli ultimi dieci o quindici anni. E tra questi, che frazione della loro dieta fantascientifica è rappresentata da romanzi di autori contemporanei di fantascienza. Ho il forte sospetto che il Premio Urania sia semplicemente un parafulmine, e che serva a scaricare un bacino di elettricità ben più ampio della nuvoletta italiana sospesa sulla sua verticale. Tutto l’orizzonte è coperto di nuvoloni grigi, dal Regno Unito all’America, per non parlare del resto del mondo.

Oggi il lettore medio di fantascienza attivo sui social network o sui blog, fateci caso, è quasi sempre qualcuno con una sua ricetta. Esce un nuovo libro? E lui è pronto a fornire all’editore la ricetta di quello che avrebbe invece dovuto pubblicare in alternativa. E se il libro è italiano via con la girandola delle obiezioni di cui sopra. Sarà che gli appassionati di fantascienza non scrittori (o aspiranti tali) sono davvero pochi per poter scongiurare il sospetto del commento interessato. Sarà che gli scrittori di fantascienza italiani sono davvero così impreparati…

Come ho avuto modo di dire, altrove la situazione è ben diversa: si vive di curiosità per il nuovo e per ciò che è diverso. E per fortuna gli orizzonti si vanno facendo sempre più ampi. Onestamente, preoccuparci oggi di ciò che può piacere a una comunità di pochi lettori, capace di esprimere un volume davvero risicatissimo di opinioni credibili e/o autorevoli, dovrebbe essere chiaro a tutti, non è un gioco che ripagherà né sul breve né sul medio né sul lungo periodo. Quindi a che pro giocarlo?

È tutto tempo sprecato quello investito nella fatica di far cambiare idea a un lettore riluttante, quali che siano le sue ragioni.

Il lettore medio di fantascienza ha la sua ricetta? Si scriva pure il suo libro, provi un po’ a farselo pubblicare e stia pur sereno che nel caso c’è pur sempre Amazon, lì pronta a lanciare nel circuito l’ennesimo titolo. Noi che della nostra scrittura stiamo provando onestamente a fare un mestiere dovremmo continuare a occuparci della fantascienza vera, quella che guarda al futuro. Non alle macerie del passato, e ai relitti che riflettono lo stato di psicopatologia di massa di questo paese allo sbando.

Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell'edizione americana di "The Dark Forest", secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell’edizione americana di “The Dark Forest”, secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

L’11 novembre scorso la benemerita casa editrice statunitense Tor Books ha dato alle stampe il primo volume della trilogia dei Tre Corpi di Cixin Liu, anche nota come Remembrance of Earth’s Past: The Three-Body Problem. Si tratta di un evento epocale, considerata non solo l’apertura del mercato statunitense a un’opera non anglofona, per di più cinese, ma anche l’investimento che l’operazione deve essere costata alla casa editrice in termini di sforzo produttivo. La cura è testimoniata dalla traduzione del primo volume, eseguita da uno degli autori di punta dell’ultima generazione come Ken Liu, e dalle straordinarie illustrazioni realizzate dall’artista francese Stephan Martinière, di cui riporto qui sopra quella che servirà da cover per il secondo volume in uscita la prossima estate: The Dark Forest. Su Tor.com potrete trovare abbondanza di materiali a riguardo: segnalo in particolare un intervento dell’autore sui risvolti storici della pubblicazione del suo lavoro e sul suo impatto in patria e una raccolta di brani consultabili gratuitamente in rete.

Da parte degli addetti ai lavori americani c’è un interesse crescente verso la fantascienza non anglofona, testimoniato dalla frequenza delle traduzioni, operazioni fino a non molto tempo fa rarissime. La rivista Clarkesworld è riuscita facilmente a finanziare con i contributi dei lettori un progetto di traduzione finalizzato alla pubblicazione regolare di racconti cinesi di fantascienza, raccogliendo quasi il doppio della somma che si era prefissa come obiettivo. Un segno piuttosto esplicito della ricettività del mercato interno, di certo cospicuamente sostenuto dalla forza della comunità cinese in America.

Questo ci dice qualcosa sull’evoluzione futura del genere? Non lo so. Ma voglio comunque lanciarmi in una scommessa. E allora ecco una profezia non richiesta.

Nel giro di dieci anni, il mercato mondiale della fantascienza sarà sorretto dai mercati asiatici, in misura preponderante da quello cinese. Il mercato americano cederà la sua leadership e gli autori anglofoni ricaveranno il grosso dei loro profitti dai diritti venduti in Cina.

Forse gli autori inglesi riusciranno a fare qualcosa del genere in India, ma probabilmente avranno bisogno di un orizzonte temporale più lungo. I mercati europei diventeranno sempre più marginali, ma non è escluso che da questo nuovo equilibrio gli stessi autori attivi in lingue diverse dall’inglese possano trarre dei vantaggi. L’inglese è sicuramente la lingua franca dell’editoria mondiale e la fantascienza non fa eccezione. Ma l’America non può più essere l’obiettivo oggi. Puntare gli USA equivale a ragionare con la tara dei nostri ormai consolidati venti anni di ritardo culturale. Il centro gravitazionale del futuro è nel Pacifico ed è ora di cominciare a guardare al contrappeso che lo sta trascinando sempre più lontano dal blocco continentale nordamericano.

Probabilmente conviene cominciare a pensare da adesso alle storie che tra dieci o vent’anni potranno essere vendute a questo pubblico, di cui sappiamo ancora così poco.

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