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Nathan_Never_300_coverIl numero 300 della serie dedicata all’Agente Speciale Alfa, in edicola dalla settimana scorsa, mi ha dato l’occasione per riprendere in mano un albo di Nathan Never a distanza di quasi un anno dall’ultimo. Se quella volta si era trattato di un vero e proprio revival, in questo caso è stata la ricorrenza del numero tondo, che anticipa di un mese il 25simo anniversario del primo numero, a imporre l’acquisto all’appassionato di vecchia data.

Da tempo, devo ammettere, ho un rapporto ambivalente verso la creatura di Medda, Serra e Vigna: all’affetto verso un’opera che ha segnato il mio personale cammino di scoperta della fantascienza – in particolar modo quella letteraria, grazie ai rimandi disseminati soprattutto nel primo centinaio di numeri e negli speciali – è subentrata col tempo una certa stanchezza, determinata dal progressivo e inesorabile scivolamento delle storie verso schemi sempre più ripetitivi e soprattutto distanti dalla frontiera “speculativa” del genere. In larga misura, credo che il mio allontanamento da Nathan Never sia stato un effetto della strategia perseguita dalla Bonelli per riconquistare un pubblico giovane – talvolta, mi azzarderei a dire, tentata anche con modi maldestri, laddove tavole sempre più povere, un character design ben al di sotto di un livello vagamente accettabile e storie senza mordente sembravano davvero rivolgersi a un pubblico senza pretese.

Di tanto in tanto mi è capitato in questi anni di prendere qualche volume, alla ricerca di una scintilla che ravvivasse l’antico interesse, ma il circuito purtroppo non si è mai chiuso. Stavolta, al di là della ricorrenza, c’è da dire che avevo un’altra validissima ragione per non lasciarmi sfuggire l’albo: il sodalizio tra Bepi Vigna (il più incline del trio dei creatori alle tematiche cyberpunk, da sempre nelle mie corde) e Roberto De Angelis (ex copertinista della serie e in assoluto il mio disegnatore preferito dell’Agente Alfa… provate Doppio futuro, il primo Gigante, per toccarne con mano la bravura). Proprio loro era la firma dietro la mia prima storia di Nathan Never, Vendetta Yakuza, inclusa nel primissimo Almanacco della Fantascienza. Così eccomi a parlarvi di Altri mondi, l’albo che segna lo storico traguardo del 300° numero per il nostro eroe.

La storia, in due battute, vede Nathan Never e Legs Weaver alle prese con un gruppo di hacker sospettati di un attacco terroristico che ha lasciato la Città al buio. In realtà dietro le loro azioni si nasconde una motivazione più profonda, legata a un esperimento scientifico che definire all’avanguardia sarebbe riduttivo. Altri mondi si inserisce nel solco delle storie da anniversario, che spesso hanno messo il protagonista di fronte alla fallacia delle apparenze e alla fragilità delle fondamenta del mondo percepito da lui e dal lettore: ricordiamone due tra le più belle, Il numero cento (della stessa coppia di autori) e Infiniti universi (con Michele Medda in cabina di regia al posto di Vigna). Si avvicina il numero 300 ai suoi predecessori? Purtroppo la risposta è negativa: la trama si regge su pretesti piuttosto deboli e in particolare indulge troppo – per i miei gusti – nella gabbia di scrittura collaudata dell’accademia Bonelli. L’intersezione tra l’indagine poliziesca e il risvolto metafisico-escatologico di questa trama è forse il vero punto critico di una storia che sembrava nascere con ben altre ambizioni.

In fin dei conti, a quanto mi risulta è la prima volta che vediamo trattato in un fumetto il paradigma olografico, ed è senz’altro un punto di merito che il primato tocchi a uno dei campioni del fumetto popolare italiano. Ma al di là di qualche nome ricalcato sui veri artefici della teoria (tra gli altri: Louis de BroglieDavid Bohm, Karl Pribram e Alain Aspect), il resto sono «spiegoni» un po’ generici buttati lì su un fondale letteralmente preso in prestito da Matrix. Quello dei prestiti/omaggi è sempre stato un tema controverso nei fumetti Bonelli (ma non solo): chi scrive li trova accettabili se finalizzati a veicolare idee  e concetti altrimenti difficili da far digerire al lettore, altrimenti tende a declassarli alla categoria del ricalco fine a se stesso. Purtroppo, malgrado la maestria di De Angelis esaltata dai colori di Francesca Piscitelli, sembra che intere sequenze non siano altro che il remake del kolossal delle Wachowskis. Considerato il potenziale di partenza e l’audacia mostrata da Vigna, è un peccato che lascia con l’amaro in bocca, perché alla fine della fiera sono pressoché certo che, distratto dalla magnificenza della messa in scena, difficilmente il seguace del fumetto troverà in queste tavole una qualche motivazione per grattare la superficie e approfondire gli spunti teorici diluiti nella trama. E il peccato è tanto più grave se si considera la voglia di osare, con un’apertura inedita alle frontiere della fisica teorica dalle pagine del fumetto popolare (e fonte di ulteriore stupore è che il fumetto prescelto sia stato Nathan Never anziché il ben più attento Martin Mystère).

Occasione sprecata, dunque? Forse non del tutto. Proprio oggi viene inaugurata in edicola una nuova miniserie dedicata all’Agente Speciale Alfa, sotto la firma proprio del duo Vigna/De Angelis: come annuncia il curatore Glauco Guardigli, Nathan Never Annozero nasce da un’idea del co-creatore e consiste nella riscrittura delle “origini” del personaggio, apportando il valore aggiunto di nuovi dettagli e diversi punti di vista. Se in questo venticinquennale delle avventure di Nathan Never si deciderà di puntare sul salto di qualità, ridando al personaggio la maturità e lo spessore sacrificati nel tempo, allora questo numero 300 sarà stato un buon assaggio in attesa della portata principale. Altrimenti rimarrà una parentesi tutto sommato gradevole ma non particolarmente soddisfacente nella vita di un personaggio in crisi di credibilità, in una serie inesorabilmente avviata sul viale del tramonto.

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Nathan_Never_Magazine_2015_coverDopo 22 anni di onorato servizio e altrettanti albi, l’Almanacco della Fantascienza si congeda dai lettori e lascia spazio al nuovo arrivato in casa Bonelli: Nathan Never Magazine. Le pagine sono ancora 176, ma in linea con il restyling delle altre testate annuali (avventura, western, horror) la rivista perde la sua elegante carta lucida. In compenso si presenta interamente a colori, anche nelle storie a fumetti che avevano mantenuto il tradizionale bianco e nero delle origini.

Cambia anche la formula. Un po’ è un peccato non trovare più le tradizionali panoramiche di apertura sull’annata fantascientifica nei libri, al cinema e in TV, con divagazioni sui fumetti e i videogiochi. Le tradizionali 30 pagine di apertura si ritrovano condensate nella metà dello spazio, frammentate nel doppio delle rubriche: schermo, fumetti, carta, viaggio (!), TV e gioco. Lettura agile e veloce, ma inevitabilmente parziale. Non possiamo più parlare di panoramica dell’annata, ma a tutti gli effetti di un estratto che risponde al gusto e alla discrezione dei redattori, e questo è un po’ un peccato, se ricordiamo le scoperte e i recuperi che invece la vecchia formula garantiva agli appassionati.

A recuperare profondità ci pensano però i quattro Sci-Fi Files, che prendono il posto dei dossier (negli ultimi anni solitamente tre per albo): Gianmaria Contro ripercorre le tappe storiche della fantascienza di marca militare, un tema piuttosto familiare ai lettori della prima ora di Nathan Never; Giuseppe Lippi perlustra l’ultima frontiera del cyberpunk, dedicando ampio spazio all’attività del movimento connettivista in un articolo accurato e informatissimo; Luca Barbieri si concentra sulla morte in diretta, sul rapporto di controllo tra i mass media, l’individuo e la società (con almeno una omissione importante e inspiegabile, a mio avviso, ovvero il romanzo L’occhio insonne di David G. Compton, fonte del film La morte in diretta di Bertrand Tavernier da cui l’articolo prende in prestito il titolo); e infine Maurizio Colombo dedica il suo spazio alle minacce del sottosuolo. Va detto che gli articoli rasentano l’eccellenza, offrono abbondanza di consigli di lettura e di visione, e sono anche ben calibrati per quanto riguarda il mix dei media: ogni file offre, ove possibile, uno spaccato di film, libri, fumetti (e manga) e serie TV.

La nuova formula prevede inoltre una correlazione diretta tra gli Sci-Fi Files e i fumetti. L’albo ne include quattro, tre dei quali sono ripescaggi di storie apparse intorno alla metà degli anni ’90:

  • Lone Star, una storia inedita firmata da Giovanni Gualdoni (testi) e Dante Bastianoni (disegni): ambientazione inedita su un cantiere in orbita eliostazionaria (non si sa bene perché…), con una nave militare destinata allo smantellamento e il nostro Agente Alfa in missione sulle orme di una sua vecchia conoscenza (a quanto mi risulta, però, ignota ai lettori). Storia ben congegnata che cita Sunshine, e proprio come il film di Danny Boyle si presenta poco accurata sotto il profilo scientifico.
  • La danza delle luci blu di Michele Medda (testi) e Nicola Mari (disegni): un’avventura d’antan sul cyberspazio che contiene in embrione l’idea di Lost, ma non ha lo spazio per svilupparla a dovere. Risale al 1994.
  • La sfida di Bepi Vigna (testi) e Germano Bonazzi (disegni): una sfida di scacchi che cavalca le suggestioni degli incontri tra Deep Blue e il campione del mondo Garry Kasparov, con twist finale. Apparsa originariamente nel 1996 sul Nathan Never Speciale di quell’anno.
  • Colonie, ancora del duo Medda/Mari: pubblicato originariamente nel 1995, è a mio parere la storia migliore delle quattro. Una storia di frontiera, ambientata in un avamposto disperso in mezzo al Territorio, alle prese con centopiedi e poteri extrasensoriali (uno dei cavalli di battaglia del primo periodo di Nathan Never).

Inutile l’editoriale di Graziano Frediani. Ma per fortuna a vendere il volume ci penserà la spettacolare copertina di Giancarlo Olivares.

Quanto abbia significato per me l’Almanacco della Fantascienza ho già provato a raccontarvelo in altre occasioni e non mi piace essere ripetitivo. Vedermi citato nel primo numero di Nathan Never Magazine, proprio con Sandro Battisti (per altro fresco vincitore del Premio Urania) e gli altri scrittori che con noi hanno contribuito a dar forma al connettivismo e alla fantascienza post-cyberpunk italiana (Lukha B. Kremo, Dario Tonani, il due volte premio Urania Francesco Verso, e molti altri se ne potrebbero nominare), mi lascia con un senso di soddisfazione che faccio fatica a descrivere, ma che potete facilmente immaginare.

Il futuro, lo scriviamo ogni giorno.

Seconda parte del nostro ipotetico panel sulla lavorazione di YouWorld. Ringrazio Lanfranco per essersi prestato al gioco.

Marilyn_Monroe_California_1949

Giovanni

Il nostro racconto è una storia dal gusto molto postmoderno, e già questa è una cosa che non si vede spesso nella scrittura italiana, specie se di genere. In effetti abbiamo saccheggiato a piene mani il nostro immaginario, non solo quello di fantascienza. E alla base, sotto l’epidermide cyberpunk e i tessuti muscolari da social sci-fi, c’è sicuramente un’ossatura pulp. Per certi versi è forse il racconto di fantascienza più tarantiniano che mi sia capitato di leggere.

Lanfranco

Sì, forse è tarantiniano, ma al tempo stesso potremmo dire che è lucasiano o che è un epigono dell’espressionismo tedesco o che è un hard-boiled degli anni trenta. Non riesco ad assegnargli un’etichetta univoca, né una netta preminenza di un elemento sugli altri. Il racconto è una macchina citazionale ai più alti livelli. Anche come colonna sonora, è forse rock in alcune componenti, ma in sottofondo si sente sempre Diamonds Are A Girl’s Best Friend.

Il postmoderno era di fatto obbligato nel momento in cui ci siamo messi a giocare con i materiali. Abbiamo realmente saccheggiato il nostro immaginario, e probabilmente l’immaginario collettivo o la mitologia del ventunesimo secolo, ma penso che i vari elementi si siano amalgamati insieme molto bene. D’altronde è nella premessa della storia: costruire mondi virtuali altamente narrativi in cui gli esseri umani possono interagire con le Entertainment Artificial Intelligences. È ovvio che alcune delle protagoniste e interpreti insieme si siano portate dietro i loro, ma al tempo stesso si sono ritrovate a giocare in scenari a loro completamente estranei perché questo veniva richiesto dalla divinità, l’uomo, che disponeva delle loro sorti. In questo senso non mi pare di trovare qualcosa di artificioso o scarsamente motivato.

Quello che invece penso di poter dire è che risalta un’impostazione molto “visiva” nelle scene che, proprio essendo spesso citazioni da film, si prestano molto a essere girate anziché descritte. Casualmente, oltre alla fantascienza abbiamo trovato delle radici o quanto meno degli amori comuni in molti altri luoghi dell’immaginario.

Giovanni

Io però distinguerei il citazionismo che troviamo a livello di grana fine, nei singoli paragrafi e nelle singole scene, dalla sensibilità che informa il quadro generale e dà forma allo spazio narrativo in cui abbiamo deciso di muoverci. Il binomio di attitudine postmoderna e immaginario cinematografico (ma non solo) ha fatto scattare automaticamente nella mia testa l’associazione con Tarantino. Ma certo, non c’è solo quello.

Inoltre credo che con il regista americano ci sia un punto in comune tutt’altro che trascurabile. Il buon gusto a cui ci siamo attenuti per le nostre scelte di casting!

Lanfranco

Non è molto complicato fare il casting quando pur facendo un film indipendente non ci si deve preoccupare del budget e l’unico problema che hai è quello di scoraggiare con tatto le attrici che sgomitano per essere della partita! E la selezione è stata dura, con nuove assegnazioni di parte e defenestramenti anche all’ultimo momento, malgrado questo ci abbia costretto a buttare qualche metro di materiale già girato.

Giovanni

In principio era Marilyn

1954:  American film star Marilyn Monroe (1926-1962).  (Photo by Baron/Getty Images)

1954: American film star Marilyn Monroe (1926-1962). (Photo by Baron/Getty Images)

Lanfranco

Esatto, se ricordo bene, Marilyn è sempre stata la protagonista sin dalla primissima idea, potremmo dire quasi ancora prima del “fiat lux“. In modo istintivo, da parte mia – “chi è che potendo costruire un mondo virtuale non ci metterebbe dentro Marilyn Monroe?” – ma successivamente l’idea confusa di lei si è rivelata a un secondo e un terzo ragionamento un vero e proprio personaggio a strati: un mito dell’immaginario collettivo, una specie di divinità dei tempi moderni e persino le sue coprotagoniste le riconoscono questo ruolo; un’icona pop tramite Andy Warhol e i fotografi che l’hanno immortalata; una citazione del maestro Ballard; il fatto che la stessa Marilyn fosse un costrutto artificiale e spesso si percepisse come tale, continuamente in uno stato di disequilibrio tra Marilyn e Norma Jean; una persona che ha passato la vita cercando di essere altro, di evolversi tornando a studiare recitazione malgrado il successo e diventando produttrice essa stessa in un momento in cui era una scelta ancora insolita. E tutta la narrazione, come mai mi è capitato, si è avvolta e sagomata intorno al personaggio come fosse un vestito.

Giovanni

Credo che nessuna diva avrebbe potuto assolvere meglio a quel ruolo. Per di più Marilyn ha svolto una funzione trainante nella nostra storia proprio in virtù delle sue caratteristiche, prestandosi a tutta una serie di rimandi e livelli di interpretazione, come giustamente fai notare. Nel nostro gioco metatestuale ci siamo fermati all’incrocio forse più conclamato, con Madonna che da sempre gioca a rifare Marilyn. Ma ancora negli ultimi anni abbiamo avuto casi eclatanti – e più o meno riusciti – di riletture del personaggio da parte di giovanissime colleghe, come per esempio Lindsay Lohan o Michelle Williams. Per non parlare degli scoop o pseudo-tali che la sua figura continua ad alimentare, a mezzo secolo di distanza dalla sua tragica e triste scomparsa. Probabilmente Marilyn si è innestata ormai tanto in profondità nel nostro immaginario da essere imprescindibile: è parte del codice sorgente della nostra realtà, e da lì continua a lanciare istanze, come un virus. O forse un meme…

CALIFORNIA, UNITED STATES - MAY 1953:  Marilyn Monroe on patio outside of her home.  (Photo by Alfred Eisenstaedt/Pix Inc./Time & Life Pictures/Getty Images)

CALIFORNIA, UNITED STATES – MAY 1953: Marilyn Monroe on patio outside of her home. (Photo by Alfred Eisenstaedt/Pix Inc./Time & Life Pictures/Getty Images)

Tornando a YouWorld, ricordi altri casi in cui delle celebrità del mondo dello spettacolo vengono ricreate in forma di costrutti digitali? Così su due piedi, l’unico titolo che mi viene in mente è S1m0ne di Andrew Niccol, che per altro ha lavorato al soggetto e alla sceneggiatura di uno dei film più dickiani e riusciti sul tema delle realtà “simulate”: The Truman Show. In effetti, a pensarci bene, è incredibile quanti punti di contatto ci siano, a livello tematico, tra la nostra storia e quei due titoli. Eppure prima d’ora non ci era mai capitato di parlarne, benché la gestazione della novella sia durata la bellezza di quattro o cinque anni!

Lanfranco

Parlando di corto circuiti anche Nicole Kidman ha fatto un servizio fotografico come Marilyn Monroe (e tacciamo per pietà dell’interpretazione di “Diamonds…” in Moulin Rouge!).

No, come riferimenti non ne abbiamo mai parlato, anche se sono praticamente lì, né abbiamo mai parlato di Matrix, che ovviamente è sotto tutto. Per rispondere alla tua domanda, francamente non me ne viene in mente nessuno, ma questo non significa che non possano esserci stati altri casi, dopo aver letto forse una decina di migliaia di racconti ricordi l’oceano, non le singole gocce d’acqua… Solitamente la ricreazione è fisica mediante clonazione o costruzione, ad esempio se non ricordo male c’è una bambola fatta a immagine di Marilyn in Il Chiosco di Sterling. Anche i cartoni di Dario Tonani sono fin troppo fisici. Parlando di digitale, in modo più terra terra quello che mi viene in mente è una pubblicità di non ricordo cosa “girata” con Audrey Hepburn, utilizzando spezzoni di Colazione da Tiffany, o il film Dead men don’t wear plaid di Carl Reiner che interpola scene di film noir a quelle girate appositamente, mettendo nel casting praticamente tutte le grandi celebrità di Hollywood degli anni 30-40. E naturalmente gli articoli e i documentari secondo cui gli studios sarebbero in realtà già pronti a girare film senza attori. Possiamo considerarli dei punti di partenza verso la costruzione di uno YouWorld? Parlando invece di veri e propri costrutti e di celebrità ma non del mondo dello spettacolo, in Star Trek: Voyager Janeway si intrattiene con Leonardo da Vinci sul ponte ologrammi.

Ecco, l’holodeck di Star Trek è forse la cosa più vicina allo YouWorld che riesco a identificare.

Marilyn_Monroe_04

Giovanni

Bene, sono sicuro che la nostra chiacchierata ha saputo fornire dei validi input ai lettori più curiosi, soprattutto quelli interessati a conoscere i retroscena della scrittura. A questo punto possiamo fermarci, ricordando a tutti che lo spazio dei commenti è aperto alle vostre considerazioni, riflessioni e proposte. Se ci sono altre curiosità, non avete che da formularle e noi saremo felici di rispondervi nonostante le temperature africane di questa torrida estate.

Grazie per essere passati da queste parti e ricordate sempre:

YouWorld è la vostra casa!

Una chiacchierata con Lanfranco Fabriani sulla genesi del nostro lavoro a quattro mani: YouWorld.

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Giovanni

Ricordi come è nato il progetto?

Lanfranco

Il progetto è nato per gioco, con una mia mail a te, per il desiderio di confrontarsi, anche a prescindere da un risultato finale. Assieme alla constatazione che mentre negli USA, casa madre della fantascienza non è insolita una collaborazione tra due scrittori, in Italia queste si contano veramente sulla punta della dita di una mano. Differenza antropologica nell’intendere la scrittura? Ma lo scopo era soprattutto quello di imparare, se possibile, uno dall’altro, consci delle nostre differenze, della conoscenza delle nostre due storie completamente differenti, ma poi fino a un certo punto. E appunto per le nostre differenze il gioco sarebbe diventato più interessante.

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Per non perdere il contatto con la realtà, fa piacere ricordarsi con recensioni come queste che i nostri lavori vengono letti, commentati, e più spesso di quanto siamo soliti credere anche apprezzati.

Su Fantascienza.com l’esperto di libri Giampaolo Rai recensisce The Origins con queste parole:

Immagino fosse inevitabile, certe cose prima o poi devono accadere. Comunque a me amante dei libri tradizionali e fisici, recensire un libro privo di supporto cartaceo, esistente solo come oggetto virtuale fa un po’ impressione. Per l’occasione ci voleva qualcosa di particolare e credo che The origins sia la scelta giusta: una raccolta di racconti che riassume il movimento più innovativo della fantascienza italiana.

Il Connettivismo ha sancito, all’alba del nuovo millennio, un ideale passaggio tra la fantascienza più tradizionale e quella scossa prima dal fenomeno cyberpunk e poi dalle tematiche del transumanesimo. Nel 2004 il manifesto del connettivismo annunciava la nascita del movimento e ne delineava i temi portanti, nel 2005 nasceva la rivista Next e nel 2007 veniva pubblicata l’antologia Supernova Express.

Dopo un decennio di iniziative in vari campi, editoriali e no, la Kipple Officina Libraria pubblica ora The origins, un’antologia che riassume in diciassette racconti il percorso del movimento dalle origini sino ai giorni nostri.

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Ettore Fobo, invece, parla sul suo curatissimo blog Strani Giorni di Next-Stream, e la sua è una recensione che passa in rassegna tutti i racconti inclusi nell’antologia, attraverso i quali riesce a sondare gli intenti dei curatori e tirare le somme sul loro lavoro.

Per ragioni storiche che non starò qui a indagare, la fantascienza è mal vista in Italia. Non è così nei paesi anglosassoni dove gli scrittori di fantascienza riescono a incidere nell’immaginario, possono godere di un’attenzione critica, talvolta si arricchiscono persino,  arrivano a essere delle vedette contese dai giornali e dalle tv. In Italia ormai, potrei aggiungere con amarezza,  è malvista la letteratura, ma tant’è.

Questa italica avversione per la fantascienza permette,  però,  a un movimento come il Connettivismo di svolgere una funzione quasi clandestina ma di sicuro impatto per leggere il nostro caotico presente  e ce lo conferma quest’antologia di racconti. Lo scopo di NeXT–Stream, antologia edita da Kipple Officina Libraria nel gennaio 2015,  è  quello di svincolare il movimento dalle sue tematiche prettamente fantascientifiche e raggiungere una dimensione in cui i generi si mescolano e forse non c’è più nessun genere riconoscibile.  Il sottotitolo è l’eloquente: “Oltre il confine dei generi”.

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A fare strano è che Fobo, la cui acutezza è risaputa e già ampiamente apprezzata, sia stato comunque il primo lettore a interessarsi pubblicamente — a sei mesi dal varo  — di un’operazione come questa, che avrebbe avuto tutte le carte in regola per richiamare l’attenzione dall’interno del settore, ma anche e forse soprattutto dall’esterno dei confini del genere. A dimostrazione, forse, di quanto difficili da scavalcare siano le barriere che ci vengono imposte dalle categorie di consumo.

E prima di concludere, due articoli che recano la mia firma, che valgono anche come consigli di lettura. Il primo riguarda la riedizione di un classico da tempo fuori catalogo, il romanzo d’esordio di Alessandro Vietti: Cyberworld. Dal mese scorso il libro è tornato disponibile sul circuito digitale grazie a Delos Digital, per soli 3,99 euro. Su Delos potete leggere la mia prefazione: Sulla frontiera del cyberspazio.

Il secondo è invece una ripresa di un mio vecchio saggio, uscito su Next-Station.org nel 2010, in occasione della prima edizione di Little Brother di Cory Doctorow, all’epoca intitolato X da Newton Compton Editori. Adesso Multiplayer.it ripropone il titolo nella sua collana Apocalittici, e lo fa anticipando l’uscita anche del suo seguito, Homeland, per l’autunno, offrendomi l’opportunità di riprendere quell’articolo e rivederlo. Il risultato, anche in questo caso, potete leggerlo sulle pagine di Delos: Little Brother: il canto di libertà di Cory Doctorow.

E siccome è domenica, ed è estate, lasciamoci con un quadro di Edward Hopper.

Edward Hopper - Highland Light, North Truro (1930)

Edward Hopper – Highland Light, North Truro (1930)

Giovanni Agnoloni ha sintetizzato per PostPopuli alcune sue riflessioni sull’Altro, che presto confluiranno in un saggio più strutturato sul connettivismo, conducendo una panoramica su Corpi spenti e la serie della psicografia in cui si inserisce. Con l’occasione mi ha rivolto anche alcune domande su argomenti di cui si è molto discusso in rete – anche da queste parti – negli ultimi tempi: i “realisti di una realtà più grande” di Ursula K. Le Guin, il congresso di futurologia e lo stato della fantascienza in Italia. E così l’articolo è diventato una sorta di termometro della situazione. Ve lo consiglio anche per questo.

Eccone un estratto:

In un nostro recente scambio di battute su FB – a seguito del suo articolo uscito su Holonomikon – hai sottolineato come il Connettivismo si fondi sulla sostanziale compresenza (o, eventualmente, sull’alternanza) di generi diversi, fusi però in un’unica sensibilità capace di proiettarsi anche su un orizzonte narrativo mainstream. Si può dire che il movimento stia cercando di evolversi in una direzione che vada oltre certe resistenze “passatiste” della produzione strettamente fantascientifica italiana, che evocavi nel tuo articolo?

Ho sempre creduto che la cosa importante fosse evitare di fossilizzarci. Per restare in ambito fantascientifico, la mia prima grande passione è stato il cyberpunk: dai quindici anni in poi ho cercato di acciuffare qualsiasi cosa fosse stata pubblicata in Italia di riconducibile a questa corrente letteraria. Ho accumulato decine di libri e li ho divorati tutti, leggendoli più e più volte. Ma per mia fortuna, quando ho scoperto il movimento di Gibson e soci, Bruce Sterling ne aveva già certificato la morte da quattro o cinque anni. La scena del crimine, quando sono arrivato io, era già fredda… Così ho potuto spingermi in esplorazione, fuori dal filone, e sai cosa ho trovato? Altre fonti di meraviglia che hanno acceso altre passioni: Philip K. Dick, per cominciare; e poi Samuel R. Delany, J.G. Ballard e gli altri protagonisti della New Wave; e poi Alfred Bester, Fritz Leiber, Frederik Pohl e gli altri padri ispiratori del genere. E, tra gli italiani, Valerio Evangelisti, Vittorio Catani, Vittorio Curtoni, Lino Aldani

Tra gli utenti del fandom di SF attivi in rete, c’è un certo numero di nostalgici che rimpiangono un’età dell’oro perduta: la cara vecchia space opera, le storie semplici e accattivanti di una volta, i protagonisti tutti d’un pezzo, e non so che altro. Non credo che siano la frangia più numerosa del fandom (figuriamoci dell’intero bacino di lettori di fantascienza, di cui il fandom rappresenta solo la punta dell’iceberg), ma di sicuro è la più rumorosa. Scalpita, recrimina, rivendica un ritorno a stagioni della nostra storia che purtroppo per i loro sogni non si ripeteranno mai più. Come non si ripeterà più il decennio del cyberpunk. Ma questo non vuol certo dire che in futuro non ci saranno correnti e filoni altrettanto vitali e interessanti.

Già adesso nel mondo anglosassone si parla di una nuova Golden Age: lo hanno fatto quest’anno gli editori e gli addetti ai lavori riuniti a Londra in occasione della WorldCon. Si guarda con interesse ad altre culture, grazie al fatto che la società americana e quella britannica, di fatto le culle della science fiction, acuiscono sempre di più i loro tratti multietnici. E si guarda con uguale interesse al tema dei diritti civili, che dal femminismo in avanti non ha mai conosciuto battute d’arresto. Solo qui in Italia possiamo trovare gente che si permette di fare la voce grossa guardando al passato, senza che si inneschi un moto di risposta collettivo che riesca a isolare e far risaltare l’insulsaggine di queste pretese.

Con il connettivismo abbiamo messo in piedi un tentativo in questa direzione. E l’idea di cristallizzarci in uno schema imitativo (sia pure di noi stessi) non ci sfiora nemmeno. Quest’anno varchiamo l’orizzonte dei dieci anni. Era una notte di dicembre del 2004, quando quest’oscuro congegno si mise in moto. Chi l’avrebbe detto che dieci anni dopo saremmo stati ancora qui (con Sandro Battisti, Marco Milani e un gruppo sempre più numeroso di amici acquisiti per strada, tutti animati dalla stessa passione) a parlare di fantascienza e a proporre progetti per il futuro?

Sony Center at Night, Berlin.

Sony Center at Night, Berlin. (Photo credit: Wikipedia)

La fantascienza italiana si regge su una piccola ma matematica certezza: che il prossimo titolo che uscirà a firma di un autore italiano sarà il bersaglio facile e sicuro di polemiche infinite. Le contestazioni potranno essere più o meno accese, ma accompagneranno di certo ogni nuova uscita. Chiunque ne sia l’autore, ma meglio se giovane ed esordiente. E in genere il picco annuale si verifica a novembre, quando tipicamente Urania dà alle stampe il vincitore del premio annuale della collana.

“Gli italiani non sono all’altezza degli autori d’oltreoceano” (come se la metà degli autori anglofoni non fossero invece d’oltremanica)… “Che noia vince sempre un fantapoliziesco” (o un poliziesco futuristico… e in ogni caso, “basta con questi fantapolizieschi italiani!”)… Sono le obiezioni più frequenti. E via di questo passo. Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 e attualmente in tutti gli store digitali con il suo serial I Necronauti, ha pubblicato a riguardo un puntuale e condivisibile intervento sul suo blog.

Il problema, io credo, è tutto nelle dimensioni della comunità. Lo zoccolo duro dei lettori di fantascienza è davvero ridotto e in esso non c’è stato praticamente nessun ricambio generazionale. Manca la massa critica per poter stimolare una rete virtuosa di relazioni, anche a livello di feedback davvero costruttivi e utili per costruire un trend futuro. Per di più chi legge oggi fantascienza è molto probabilmente un lettore che ha formato il suo gusto negli anni ’70 o ’80, al più tardi. Prima che in Italia arrivasse il cyberpunk, per farsi un’idea. E proprio il cyberpunk, quando alla fine è arrivato all’attenzione del pubblico italiano, infastidì molti per la sua astrusità e per il ribaltamento delle convenzioni del genere, meritandosi una condanna – diffusa e generalizzata – per lesa maestà. Forse lo slancio ribelle di una fantascienza strettamente vincolata all’underground e alle sottoculture era già un affronto troppo insopportabile al loro gusto. Ma forse, se in Italia il cyberpunk non ha avuto il successo che ha conosciuto altrove anche fuori dal mondo anglosassone (penso al Giappone o alla Russia), è anche perché già in quegli anni, a cavallo tra gli ’80 e i ’90, si poneva il problema del ricambio generazionale. I giovani non leggevano più fantascienza. O forse, semplicemente, i giovani non leggevano più e basta.

Ma torniamo ai giorni nostri. Una comunità di appassionati di fantascienza incapaci di riconoscere l’importanza del cyberpunk è grosso modo altrettanto autorevole di una comunità di appassionati di aeronautica incapaci di guardare oltre le turboeliche. O una comunità di appassionati di fumetti arroccati sulla Silver Age. Vi pare possibile? Le nicchie sono sempre esistite, e ovunque vi sia una cultura sufficientemente florida e ampia fioriscono le sottoculture. Il nostro problema, in ambito fantascientifico, è che un numero troppo ridotto di appassionati ha avuto modo di scoprire e affezionarsi a ciò che è accaduto da un certo punto in avanti. Semplicemente. In questo modo è venuta a mancare una condizione necessaria a garantire l’equilibrio tra i diversi filoni. Che non è necessariamente vincolato al dato anagrafico, ma di certo in un campo come questo l’età gioca un ruolo non trascurabile. Si è avuto così un consolidamento di posizioni di retroguardia. Con il risultato di un impoverimento generale del gusto.

Bisognerebbe chiedersi quanti dei lettori che criticano così aspramente l’ultimo Premio Urania abbiano letto qualcosa di inglese o americano uscito negli ultimi dieci o quindici anni. E tra questi, che frazione della loro dieta fantascientifica è rappresentata da romanzi di autori contemporanei di fantascienza. Ho il forte sospetto che il Premio Urania sia semplicemente un parafulmine, e che serva a scaricare un bacino di elettricità ben più ampio della nuvoletta italiana sospesa sulla sua verticale. Tutto l’orizzonte è coperto di nuvoloni grigi, dal Regno Unito all’America, per non parlare del resto del mondo.

Oggi il lettore medio di fantascienza attivo sui social network o sui blog, fateci caso, è quasi sempre qualcuno con una sua ricetta. Esce un nuovo libro? E lui è pronto a fornire all’editore la ricetta di quello che avrebbe invece dovuto pubblicare in alternativa. E se il libro è italiano via con la girandola delle obiezioni di cui sopra. Sarà che gli appassionati di fantascienza non scrittori (o aspiranti tali) sono davvero pochi per poter scongiurare il sospetto del commento interessato. Sarà che gli scrittori di fantascienza italiani sono davvero così impreparati…

Come ho avuto modo di dire, altrove la situazione è ben diversa: si vive di curiosità per il nuovo e per ciò che è diverso. E per fortuna gli orizzonti si vanno facendo sempre più ampi. Onestamente, preoccuparci oggi di ciò che può piacere a una comunità di pochi lettori, capace di esprimere un volume davvero risicatissimo di opinioni credibili e/o autorevoli, dovrebbe essere chiaro a tutti, non è un gioco che ripagherà né sul breve né sul medio né sul lungo periodo. Quindi a che pro giocarlo?

È tutto tempo sprecato quello investito nella fatica di far cambiare idea a un lettore riluttante, quali che siano le sue ragioni.

Il lettore medio di fantascienza ha la sua ricetta? Si scriva pure il suo libro, provi un po’ a farselo pubblicare e stia pur sereno che nel caso c’è pur sempre Amazon, lì pronta a lanciare nel circuito l’ennesimo titolo. Noi che della nostra scrittura stiamo provando onestamente a fare un mestiere dovremmo continuare a occuparci della fantascienza vera, quella che guarda al futuro. Non alle macerie del passato, e ai relitti che riflettono lo stato di psicopatologia di massa di questo paese allo sbando.

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Novembre 2014. Non siamo a Los Angeles ma mancano comunque 5 anni al futuro di Blade Runner. Un futuro di spinner capaci di librarsi in cielo per sfuggire al traffico impantanato nei bassifondi, di ESP capaci di navigare nello spazio tridimensionale delle fotografie, di perturbazioni monsoniche su scala planetaria, di tecnologie genetiche a buon mercato e di replicanti. Il futuro immaginato da Ridley Scott (e Hampton Fancher, e David Peoples, e Syd Mead… sulla scorta ovviamente delle visioni del Cacciatore di androidi di Philip K. Dick) è dietro l’angolo e presto busserà alla porta. Un futuro sporco, violento, inquietante, sovrappopolato – laddove, vale la pena notarlo, nel romanzo di Dick era invece desolato e spopolato, per le conseguenze di un olocausto nucleare, e per questo inquietante esattamente per le ragioni opposte. Comunque un futuro in larga misura indesiderabile per chiunque ne prese visione al cinema, nell’anno di distribuzione della pellicola. Ma come è cambiata la nostra percezione di quel futuro nell’arco di questi 32 anni, dal 1982 ad oggi?

Quello di Blade Runner è un futuro monco. Manca della rete, che è pur sempre la maggiore innovazione del secolo scorso, nonché forse la tecnologia di massa più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, almeno nel momento in cui scrivo queste parole, e voi le leggete. Eppure è un futuro che sembra promettere più di quello che abbiamo avuto: le stazioni spaziali, un qualche tecnologia capace di mantenere voli di linea interplanetari (se non proprio interstellari), tra la Terra e le colonie extra-mondo. È un futuro incompleto, parziale, come spesso accade alla fantascienza. Nondimeno è un futuro vivido, efficace, dall’impatto sconvolgente, capace di far presa ancora oggi sull’immaginario dello spettatore.

È tornata alla ribalta proprio in questi giorni la notizia del sequel a cui Scott starebbe lavorando ormai da tempo. Dopo l’entusiastico annuncio della scorsa estate sulla sceneggiatura ultimata da Michael Green e Hampton Fancher, sembrerebbe che Scott, visti i precedenti impegni assunti con Prometheus 2 e The Martian, abbia deciso di abbandonare la cabina di regia per ritagliarsi un ruolo da produttore. Il che non è necessariamente una brutta notizia. Non è ancora noto chi lo sostituirà dietro la macchina da presa, ma si dovrebbe cominciare a girare già il prossimo anno.

L’affresco distopico di Blade Runner ha segnato l’immaginario di un decennio e continua a esercitare la sua influenza ben oltre i confini dell’esperienza del cyberpunk. E forse è il caso di porsi qualche domanda sul perché quel tipo di futuro è tutto sommato ancora oggi così penetrante, pur risultando alterato il messaggio del film. Il tempo è stato di certo galantuomo nei confronti dell’opera di Scott, ma soprattutto perché si è saputo dimostrare particolarmente severo nei confronti del nostro mondo. Il nuovo Blade Runner saprà cogliere lo spirito dei tempi come il suo predecessore?

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In questa realtà, siamo in tanti – decisamente troppi – a svegliarci ogni mattina nella pelle morta di un replicante. Siamo tutti simulacri, prigionieri di un domani che non ci appartiene e che non presenta sbocchi per le nostre aspirazioni, per l’esercizio dei nostri sogni, per l’applicazione della nostra libertà. Viviamo in un incubo, con l’ossessione di un cacciatore di taglie messo sulle nostre tracce per riscuotere il premio del ritiro. E forse ci riuniremo in sala, fra un paio d’anni, per esercitare il rito collettivo della visione del simulacro di un film che parla di noi. Siamo lavori in pelle. E mancano ancora 5 anni al 2019.

Ancora su Corpi spenti, con due pareri autorevoli da parte di due illustri colleghi. Enrico Di Stefano, autore catanese di numerosi racconti a partire da Il record impossibile e del romanzo  L’ultimo volo di Guynemer, approfitta della lettura del romanzo per sviluppare una più ampia riflessione a tutto tondo sul connettivismo. Riporto il suo intervento senza tagli:

Corpi spenti di Giovanni De Matteo conclude (?) la vicenda di un corpo molto speciale della polizia italiana del futuro, quei Necromanti che ho cominciato a seguire con Sezione π2, il romanzo vincitore del Premio Urania 2007. Le due opere si apprezzano appieno se affrontate in successione, senza interporre troppo tempo tra la lettura delle due parti. Io, ad esempio, ho riletto il n° 1528 prima di affrontare il 1607. Vi chiederete: perché tanto zelo? È semplice: a parte il piacere di leggere un buon romanzo di SF, che non guasta mai, desideravo chiarirmi le idee circa il connettivismo. Per i pochi che non lo conoscessero, si tratta di un movimento letterario nato nel 2004 sotto la spinta degli autori che oggi redigono la rivista NeXT e che ha avuto in De Matteo uno dei suoi principali animatori. In realtà diverse suggestioni le avevo tratte dalla lettura di E-Doll di Francesco Verso (“Urania” n°1552). Ma seguendo attentamente le vicende di Vincenzo Briganti, e soprattutto lo scenario in cui questi si muove, ho potuto definire meglio le conclusioni alle quali ero giunto cinque anni or sono.

Il Manifesto del Connettivismo, al suo apparire, mi aveva disorientato. “Troppa carne al fuoco” mi dicevo, non riuscendo a farmi un’idea di dove volessero andare a parare i promotori dell’iniziativa che concludevano il loro programma con la frase “Noi saremo tutto”. Per fortuna sono arrivate le opere che ho appena citato ed in tal modo ho potuto restringere il campo d’indagine. Essendo un vecchio fanzinaro non potevo non dissezionare le mie letture per cercare di decifrarne i significati e confrontarmi su di essi con gli altri appassionati. Mi è venuto spontaneo cercarne i comuni denominatori. Dunque, secondo me il connettivismo è caratterizzato da uno scenario, da una premessa tecnologica e da un tema caratteristici. Il primo è l’ambiente urbano o, meglio ancora, metropolitano. Il secondo è lo straordinario sviluppo delle tecnologie informatiche e nanotecnologiche. Il terzo è il postumano con tutte le sfumature e le implicazioni che il termine comporta. Attenzione, queste tre coordinate non devono essere interpretate come limitazioni perché già offrirebbero territori sterminati da esplorare. Non voglio dire che il connettivismo sia solo questo, ma la massa dei lettori lo conosce prevalentemente per i romanzi di Verso e De Matteo che, su tale substrato, hanno costruito due tra le più interessanti opere prodotte nell’ultimo decennio dalla fantascienza italiana. Che, lasciatemelo dire, in questo ambito temporale non è stata per niente avara di cose valide.

Tornando a Corpi spenti vorrei concludere sottolineando come l’autore abbia lavorato lasciando intravedere molta attenzione all’indagine antropologica definendo personaggi che sono sì futuribili, ma le cui ascendenze potremmo facilmente individuare tra i protagonisti della realtà odierna. Inoltre, ho avuto l’impressione di aver letto un romanzo fortemente politico. E, se permettete, non potrebbe essere altrimenti dato che Giovanni De Matteo, originario della Basilicata, conosce benissimo le realtà sociali ed economiche di quel Mezzogiorno che in Corpi spenti procede verso una forma di secessione. Ipotesi tutt’altro che peregrina, considerando le tormentate vicende della politica italiana dell’ultimo ventennio. Questa, naturalmente, è solo la mia interpretazione. Passo la palla a voi. Buona lettura.

Carmine Treanni, curatore di Delos SF, ha usato parole altrettanto lusinghiere in una nota pubblicata su Facebook, che ha coinciso anche con il suo primo intervento sul social network. Anche in questo caso, riporto integralmente e senza filtri:

Vorrei dedicare questo mio primo post a Giovanni De Matteo, fratello di fantascienza, facendo pubblica ammenda: non sono riuscito a dare spazio al suo romanzo Corpi spenti su Delos. Non posso rimediare, ma con piacere posto qui la mia inedita recensione del romanzo… Se qualcuno non lo ha letto, ricordo che il romanzo è disponibile in e-book.

La città premeva sul porto con la spinta di una nebulosa urbana in decompressione. Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta: la battaglia doveva essersi risolta epoche addietro, tutto ciò che restava era il caos del presente.

Il pirotecnico incipit (omaggio a Gibson e Sterling) di Corpi spenti (Urania n. 1607, Mondadori, disponibile in e-book), l’ultimo romanzo di Giovanni De Matteo, mi sembra la giusta introduzione per parlare di un progetto narrativo pienamente riuscito sotto vari punti di vista che proverò a spiegare. Intanto, va segnalato che il romanzo è il seguito di Sezione π², pubblicato nel 2007 sul numero 1528 di Urania, vincitore del Premio Urania, ma appare dopo il breve romanzo Terminal Shock — 2184 Labirinti Alieni (Mezzotints Ebook, 2013), definito dallo stesso autore una cyberspace opera, ossia un’opera narrativa che mescola space opera e cyberpunk. Un testo in cui De Matteo spinge ai limiti la sua prosa con risultati, a mio avviso, notevoli e che ritroveremo anche in Corpi spenti.
Il romanzo si apre con un doppio inizio. Nel primo ritroviamo l’ispettore capo Corrado Virgili, detto Guzza, al porto: sulla Milenaki, una nave mercantile russa, viene ritrovato morto un marinaio. L’uomo è stato assassinato prima che la nave attraccasse al porto di Napoli. La cosa più inquietante, però, è che il corpo mostra i segni di una lettura della mente operata da un necromante. Qui, De Matteo ci introduce nel romanzo in medias res, nel vivo di una indagine che mostra da subito un volto inquietante.
Nel secondo inizio, invece, ritroviamo Vincenzo Briganti, protagonista del precedente romanzo della saga della Pi-Quadro e ora a capo della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica. Il poliziotto è tormentato perché Tornatore il suo più giovane collaboratore, si appresta a diventare un necromante, un passaggio che segnerà per sempre la sua vita, così come ha segnato quella di Briganti, allorquando il fondatore della Pi-Quadro Di Cesare lo iniziò alla necromanzia.
All’omicidio del marinaio russo si aggiunge il ritrovamento in fin di vita di due “spaziali”, adolescenti il cui sviluppo è stato bloccato geneticamente per lavorare nello spazio, finite però poi per diventare prostitute: “Le spaziali crescevano, invecchiavano, ma il loro corpo non maturava al punto di esprimere appieno i caratteri sessuali.
Briganti e i suoi uomini si ritrovano ad investigare, ma – pur potendo contare sull’appoggio di Grazia Conti, pubblico ministero della procura di Napoli – devono scontrarsi con il resto del corpo di polizia che mal sopporta i metodi e gli uomini della Pi-Quadro.
Sullo sfondo c’è Napoli, capitale morale del Sud che nel 2061, anno del bicentenario dell’Unità italiana, sta per staccarsi dal resto del paese trasformandosi nel Territorio Autonomo del Mezzogiorno. Una manovra politica che nasconde in realtà un ambizioso obiettivo: trasformare il meridione d’Italia in una zona franca dove la criminalità, con cui la politica è collusa, possa gestire tranquillamente i suoi affari. La città è anche un territorio devastato.
Il protagonista di Corpi spenti è Vincenzo Briganti, ora a capo della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica. Per certi versi è un poliziotto come molti altri: è un leader; sa cercare nelle pieghe dei fatti criminali le informazioni necessarie per arrivare alla verità, giuridica o meno che sia; è amato dai suoi collaboratori e sa come gestire una squadra di poliziotti. Ma l’esercizio della necromanzia, ossia il recuperare informazioni da un cadavere, attraverso un’apposita tecnologia, è anche un fattore di profonda destabilizzazione. Una discesa all’inferno che non è immune da conseguenze devastanti per chi si addentra nella mente di un morto: rivivere la morte o un aggressione vissuta dalla vittima significa addossarsi un dolore insopportabile, difficile da gestire e da digerire.
Il peso di questo dolore sceglie di portarlo il giovane Tornatore che farà proprio da contraltare al personaggio di Briganti. E qui veniamo a uno dei motivi per cui ho segnalato all’inizio di questa recensione la riuscita del progetto narrativo di Corpi spenti: i personaggi. Briganti, Guzza e la PM Conti sono i tre personaggi che emergono con forza nelle pieghe della storia, con una personalità forte e decisa, anche quando le avversità sono estreme. Anche gli altri comprimari – gli altri membri della squadra Pi-Quadro e il direttore di Nova X-Press, Chianese, giornale libero e indipendente – hanno un ruolo preciso e sono funzionali ad una storia che pagina dopo pagina si carica di adrenalina pura, temperata però proprio dal nichilismo dei personaggi. Briganti, Conti, Chianese e tutti quelli della Pi-Quadro si rendono conto che si trovano al centro non semplicemente di un’indagine di polizia, ma alle soglie di una trasformazione epocale del loro vivere civile. Sono loro – poliziotti, giornalisti, magistrati – l’ultimo baluardo di un cambio di rotta che il Paese e il Sud dell’Italia si apprestano a compiere, in nome di una politica sempre più corrotta e collusa con la criminalità.
De Matteo racconta le macerie morali di una città che sta per – o potrebbe – subire una rivoluzione politica e sociale senza precedenti, ma Napoli è la metafora dell’Italia di oggi, non quella del 2061. Un paese che vacilla tra una politica che non riesce a offrire risposte concrete e una voglia di anti-politica come una mezzo per esprimere il proprio dissenso politico. Il nichilismo dei personaggi del romanzo sembra essere quello degli italiani, poco importa se sono quelli di oggi o del futuro ipotizzato dall’autore di Sezione π². In questo, Corpi spenti è un romanzo “politico”, nel senso di una denuncia sociale che anche nel passato ha trovato nella fantascienza un alleato ideale.
Come per Sezione π², più che uno scenario, la Napoli del futuro descritta da De Matteo è essa stessa un personaggio, un territorio devastato parzialmente da un’eruzione del Vesuvio e sommersa da una sostanza fangosa denominata Kipple. Ma Napoli è anche una città che vive in piena post-singolarità, ossia quell’accelerazione tecnologica e sociale in cui l’informatica si è sviluppata a livelli incredibili, portando l’umanità a convivere con tecnologie inimmaginabili, di cui un esempio è proprio quella che permette ai necromanti di leggere la mente dei defunti.
Un ulteriore punto di forza del romanzo è lo stile con cui De Matteo ha narrato le vicende di Briganti e dei suoi uomini. Mai banale, capace di osare con un ricchezza di vocabolario che ha pochi eguali nella fantascienza italiana. Una ricercatezza lessicale – declinata al “verbo” fantascienza – che però si alterna ad uno stile semplice che ha l’obiettivo di accompagnare il lettore in quelle parti in cui la trama ha bisogno di scivolare nelle lettura senza affanni.
È questa la fantascienza che ci piace leggere, quella in cui alle spalle di frasi come “Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta” c’è l’assist dello scrittore che invita noi lettori ad immaginare, evocare sogni e visioni. E non questo uno dei motivi fondanti per cui la fantascienza si distingue dalla letteratura mimetica?
Non ci resta che sottolineare, per quel che vale, la collocazione del romanzo a livello di genere letterario: Corpi spenti è un future-noir, si inserisce cioè in quel filone che ha come precedenti L’uomo disintegrato (1952) di Alfred Bester, Dr. Adder (1984) e Noir (1998) di Kevin W. Jeter. Ancora il cyberpunk, a partire dalla “Trilogia dello Sprawl” di William Gibson, formata da Neuromante (1984), Giù nel cyberspazio (1986) e Monnalisa Cyberpunk (1988). Più recentemente è stato lo scrittore inglese Richard K. Morgan a forgiare opere che esplicitamente propongono un’interessante mistura di noir e science fiction, come nel suo primo e più noto romanzo Bay City (2002).
Non possiamo tralasciare il fatto, poi, che Corpi spenti è un romanzo che si colloca a pieno diritto nel connettivismo, il movimento letterario che Giovanni De Matteo ha co-fondato. Per averne una prova basta leggere l’ultimo punto del Manifesto del Connettivismo, dove si legge: “Noi vogliamo cantare le strade deserte della notte, i monumenti congelati nel silenzio, le luci al neon della metropolitana, le periferie spettrali, i cimiteri di campagna, i reperti dell’archeologia postindustriale, le autostrade abbandonate, le città rase al suolo dai bombardamenti, le strade dei briganti, la morbida geometria dei corpi, il silenzio attinico di stanze d’albergo abbandonate, la carica sensuale della promiscuità tecnologica, il caos, le stelle, i pianeti deserti, le sonde lanciate verso la notte, la musica radiante di quasarmorte, la tenebra metafisica di un orizzonte degli eventi, la connessione neurale.
In definitiva, Corpi spenti è uno dei migliori romanzi degli ultimi tempi e segna la piena maturità di Giovanni De Matteo. Un componimento narrativo visuale e seminale che (ri)usa i generi della narrativa popolare per tracciare nuove direzioni, non quella della contaminazione, categoria ormai superata, ma in quella di un’etica civile, di un ardore per la parola che ascrivono l’opera di De Matteo a ciò che Wu Ming 1 ha ben descritto nel suo Memorandum sul New Italian Epic.

E di fronte a due giudizi così, non posso che inchinarmi e ringraziarne gli autori.

Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati. Vi segnalo due recensioni e qualche commento sparso raccolti da fonti abbastanza eterogenee.

La prima recensione è di Nicola Parisi, apparsa in anteprima sulla blogzine Il futuro è tornato e quindi rilanciata sul blog dell’autore, Welcome to Nocturnia. Un estratto:

De Matteo nel nostro paese è conosciuto (anche ) per essere uno dei fondatori del movimento connettivista che ha ripreso e tentato di ampliare le tematiche del cyberpunk ed indubbiamente in Corpi Spenti sono presenti molti elementi cari al connettivismo, a partire dal Kipple, l’onnipresente nuvola entropica in grado di rigenerarsi in continuazione, però questi elementi spesso rimangono da sfondo oppure si limitano a fingere da scenario per una storia techno-thriller (genere che mi piace, ma non è certo il mio preferito ), in cui una volta tanto però l’elemento fantascientifico non risulta secondario rispetto alla componente noir ma anzi si assiste ad un felice connubio, ad una buona ibridizzazione.

Insomma, tanti paroloni per dire che Corpi Spenti è un romanzo piacevole e che si legge volentieri.

L’autore si concentra principalmente sulla gestione dei personaggi, ritroviamo quindi i necromanti, gli agenti della Polizia Psicografica in grado di estrarre la memoria dai morti, ritroviamo anche il loro uomo di punta Vincenzo Briganti, sempre più stanco e ferito dalla vita ma non per questo disposto ad arrendersi né come uomo né come poliziotto, ritroviamo anche la Napoli futura, drammaticamente e meravigliosamente simile a quella attuale, che si dimostra ambientazione ideale per questo tipo di storie.

Ecco, i personaggi: De Matteo dimostra di amarli i suoi personaggi, di essersene affezionato, li accompagna quasi per mano,  laddove altri scrittori si dimostrerebbero sempre estremamente sadici nei confronti delle proprie creazioni, Giovanni De Matteo si rivela empatico con i suoi e non descrive mere macchietta ma dà caratterizzazione ad ogni personaggio, creando figure complesse e tridimensionali.

Un parere, questo sui personaggi, che mi rende particolarmente felice, confortandomi sul risultato dei miei sforzi volti a conferire tridimensionalità ed efficacia a ciascuno di loro.

La seconda recensione è del mio socio Sandro Battisti, che sulle pagine di Hyperhouse ha dato ampia eco all’uscita del romanzo. Ma non è l’unico motivo che ho per ringraziarlo. Infatti Zoon scrive:

La ricchezza autoriale di Giovanni De Matteo si evince già da questo sfondo sociale su cui s’innesta il romanzo vero e proprio, un turbine di eventi trascendentali e postumani assolutamente iperreali, tanto da dare una resa nitida, come se si stesse parlando della cronaca attuale. Uno dei tanti pregi di Corpi spenti e della prosa di Giovanni è proprio questo: la credibilità assoluta della storia che racconta, anche quando narra di iperboli postumane, o ci s’immerge in navigazioni psichiche nei morti o in chi giace in coma. Protagonista è la Polizia Psicografica, che ha a capo la figura preminente di Vincenzo Briganti, il poliziotto già principale attore di Sezione PiQuadro insieme alla sua squadra, conosciuti nel giro come necromanti, ovvero postumani che grazie alla tecnologia riescono a navigare tra le ultime immagini e sensazioni di chi è morto recentemente. […]

Non mancano i momenti di vertigine da spazio profondo, in questo romanzo, armonizzati perfettamente con lo scenario che ha il suo kernel nella Napoli dei prossimi cinquant’anni, in cui lo sfruttamento dello spazio prossimo alla Terra si è già sviluppato, è diventato routine: è una delle linee guida maggiori del romanzo, e De Matteo coinvolge ed è credibile anche qui, ma ciò non sorprende perché il territorio di elezione dell’autore è prettamente SF, e seguire i suoi ragionamenti e suggestioni è uno splendido entrare nelle spire del Connettivismo, di cui è l’attuale maggiore esponente.

E con queste parole mi ripaga dell’impegno di dipingere uno scenario postumano accurato e credibile.

Sul blog di Urania diversi lettori hanno lasciato le loro impressioni sul libro. Ne scelgo due per tutti:

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Su aNobii, per quanto la scheda del libro non sia ancora accessibile dal motore di ricerca interno, i feedback mostrano una certa predominanza di pareri positivi. Su Amazon, dove l’e-book resterà in vendita dopo l’avvenuto ritiro dei volumi dalle edicole, l’unico commento finora pervenuto è di Miles Vorkosigan, che assegna al libro 4 stelle su 5 e ne apprezza il world-building.

Direi che questa veloce panoramica serve a rendere abbastanza efficacemente la pluralità di aspetti con cui Corpi spenti ha saputo convincere lettori diversi. Se volete un mio parere, difficilmente avrei potuto essere più soddisfatto del risultato. Quindi ne approfitto ancora una volta per ringraziare tutti quelli che finora hanno voluto farmi avere le loro impressioni, in pubblico o in privato. E chi ancora volesse farlo sa dove trovarmi.

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