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Si direbbe che ci stiamo prendendo gusto. Dopo aver rielaborato un pezzo già uscito su Robot per il volume Filosofia della fantascienza (a cura di Andrea Tortoreto, Mimesis Edizioni), con Salvatore Proietti ci siamo candidati lo scorso anno rispondendo a questa call for papers della rivista di filosofia contemporanea Philosophy Kitchen, dedicata ancora una volta ai rapporti tra l’immaginario di fantascienza e la filosofia, proponendo un pezzo inedito sui modelli e le declinazioni del concetto di eterotopia (ed eterocronia) nella fantascienza contemporanea.

Il numero della rivista, a cura di Antonio Lucci e Mario Tirino, annunciato lo scorso anno, ha visto la luce l’altro giorno sotto il titolo denso di suggestioni di Filosofia e fantascienza. Spazi, tempi e mondi altri (può essere scaricata anche in un comodo PDF da questo link) e propone un sommario ricchissimo, con contributi – tra gli altri – di Adolfo Fattori (a cui devo un ringraziamento particolare per avermi segnalato l’iniziativa e avere insistito con garbo) e Gianluca Didino (che non vedo l’ora di leggere). Come scrivono i curatori nella loro introduzione:

Nel nostro piccolo, nel presente fascicolo di Philosophy Kitchen abbiamo cercato di portare ad evidenza, facendo “parlare” le narrazioni, alcuni nuclei di questo portato filosofico presente dietro alle narrative sci-fi. Tra i tanti tagli e approcci possibili, e tra le moltissime direttive presenti nelle suddette narrative fantascientifiche, ne abbiamo privilegiate due: una tematica e una mediologica. A livello mediologico abbiamo cercato di rendere il più possibile amplio lo spettro degli “strumenti del comunicare” analizzati, nella convinzione che i media digitali (in particolare cinema, videoclip, videogioco e serialità televisiva) offrano nuove, ed estremamente importanti, possibilità di sviluppo del conglomerato narrazione-medium-teoria che è al centro degli interessi di noi curatori. […] A livello tematico, appunto, abbiamo privilegiato la lente offerta della triade utopia/distopia/eterotopia, su cui abbiamo invitato a contribuire gli autori che compongono il presente numero. La dimensione spazio-temporale “altra” delle utopie e delle distopie, infatti, ci ha permesso di aprire il ventaglio di opzioni discorsive a nostra disposizione al fine di offrire visioni dell’umano e dell’umanità, dello spazio, del tempo e dell’interazione uomo-macchina, che sfuggissero (senza per questo mancare di rigore) alle griglie della forma-trattato e che aprissero scorci, e visioni, utili – di ritorno – a un sapere filosofico che non sia pregiudizialmente chiuso alle provocazioni della multimedialità e della narratività.

In particolare il nostro pezzo, che abbiamo voluto intitolare Altri spazi, in controtempo: letture e visioni dalle nuove frontiere della fantascienza (e che può essere scaricato anch’esso in PDF cliccando sul link), viene presentato dai curatori come “una lunga ricostruzione tanto teorica quanto attenta alla storia sia romanzesca quanto cinematografica della sci-fi“, volta a offrire “un panorama dei punti di forza teorici (il postumano, le utopie e le eterotopie) che nelle narrative di fantascienza saldano immaginario utopico e tensioni sovraumaniste, mirate alla ricerca di mondi altri e potenziamenti dell’umano”.

Sono poco meno di 9.000 parole e 60.000 battute, in cui a partire da Michel Foucault e Rosi Braidotti parliamo di Ursula K. Le Guin e Samuel R. Delany, di William Gibson e del cyberspazio (ma anche della Trilogia del Ponte), di Pat Cadigan e di Kim Stanley Robinson, di Blade Runner 2049 e di Westworld, di The Man in the High Castle e di tutto quello che siamo riusciti a infilare in queste 30 pagine corredate da una settantina di titoli in bibliografia. Per stuzzicarvi ulteriormente l’appetito, eccovi un abstract in italiano:

La dicotomia tra utopie e distopie in tempi recenti è stata sempre più spesso riveduta in forma di continuum, composto di visioni che vanno dal positivismo acritico al pessimismo apocalittico, e che affrontano il rapporto con la modernità e la postmodernità, e superata nella fantascienza degli ultimi decenni in costruzioni narrative definite di volta in volta come utopie o distopie critiche – affini alle eterotopie di Foucault.

A partire dal cyberspazio di William Gibson (Neuromancer, 1984), lo «spazio altro» per eccellenza in cui le coscienze disincarnate dei cowboy dell’interfaccia compiono le loro scorribande nei territori virtuali della nuova frontiera elettronica, le eterotopie di Michel Foucault ricevono un’attenzione crescente in letteratura come anche nel cinema e nella serialità televisiva.

Per una nuova generazione di autori e autrici, con il cyberspazio Gibson fornisce nuove formulazioni (già esplorate in Philip K. Dick) del confine tra natura e simulazione e sulla convergenza tra umano e artificiale, e in tempi recenti abbiamo visto l’eterotopia rinnovarsi continuamente e assumere forme sempre nuove. Gli ambienti urbani vanno dalla trilogia del Ponte di Gibson al collasso ecologico di Blade Runner 2049; i contesti spaziali rielaborano un topos classico come l’astronave generazionale in Paradises Lost di Ursula K. Le Guin, mentre in serie TV come Battlestar Galactica e Farscape l’astronave funge al contempo da microcosmo e da laboratorio politico e sociale; gli scenari planetari diventano un’epica futura nell’acclamata trilogia di Marte di Kim Stanley Robinson.

Insieme alla letteratura, nei media visivi è la serialità televisiva, piuttosto che il cinema, a riservare l’offerta più ricca e interessante, spaziando dal parco giochi tematico sul cui sfondo vediamo consumarsi gli effetti della Singolarità Tecnologica (Westworld) all’ucronia distopica in grado di sovvertire la rassicurante familiarità della storia (The Man in the High Castle).

In ambito letterario, negli ultimissimi anni autrici come Ann Leckie e Aliette De Bodard stanno contribuendo a ridefinire le coordinate dell’immaginario di genere, operando un’inattesa fusione degli scenari di più ampio respiro della space opera con una riflessione sui temi dell’identità e della persona, come anche della memoria storica e della tradizione.

L’intenzione di questo saggio è approfondire, anche alla luce delle più recenti elaborazioni teoriche e femministe sul postumano, le connessioni interne all’immaginario di genere e le risonanze che queste instaurano con i temi di più stringente attualità affrontati nel dibattito scientifico e filosofico di inizio secolo, dai cambiamenti climatici agli interrogativi etici sollevati dallo sviluppo delle intelligenze artificiali. Il nostro approccio rifiuta le macronarrazioni top-down prevalenti nella critica italiana e ci proponiamo, attraverso il loro superamento, di sviluppare un’analisi letteraria e culturale più rispettosa dell’autonomia del genere.

E a beneficio dei naviganti anglofoni che capitano da queste parti (e che negli ultimi tempi rappresentano misteriosamente il grosso del traffico del blog) ne riporto anche la traduzione in inglese:

The utopia-dystopia dichotomy, a continuum which may summarize the range of visions (from uncritical positivism to apocalyptic pessimism) vis-à-vis modernity and postmodernity, has been more and more challenged and superseded in the science fiction of the latest decades through narrative constructions variously described as critical utopias and dystopias – akin to Michel Foucault’s notion of heterotopia.

Starting with William Gibson’s 1984 Neuromancer, the «other space» par excellence in which the disembodied consciousness of interface cowboys perform their raids in the virtual territories of the new electronic frontier, heterotopias receive growing attention, in manifold variants across literature, film, and television.

For a new generation of authors, Gibson’s cyberspace has reformulated interrogations (already explored in Philip K. Dick) on the boundaries between nature and simulation, as well as on the convergence between the human and the artificial, and in recent times readers/viewers have witnessed heterotopias assuming new shapes, across all media. Urban environments range from Gibson’s Bridge trilogy to the eco-collapse of Blade Runner 2049; space-travel settings rework the classic motif of the generation starship in Ursula K. Le Guin’s Paradises Lost while in TV series such as Battlestar Galactica and Farscape, the spaceship is a microcosm and a socio-political testing ground; planetary scenarios become an epic of the future in Robinson’s own Mars trilogy.

Along with print fiction, among visual media television, rather than film, seems to provide the deepest sources of interest, from the theme park affected by the Technological Singularity in Westworld to the subversion of history’s reassuring familiarity in the dystopian alternate history of The Man in the High Castle.

In the very latest years, the original voices of women writers such as Ann Leckie and Aliette de Bodard are redefining the genre’s imaginary, with their fusion between far-future space opera and a meditation on identity, personhood, gender, memory, and tradition

In this essay, in the light as well of the recent theoretical and feminist work on the notion of the posthuman, we intend to explore the inner connections of the genre’s iconography as it resonated with some of the most urgent topics in contemporary scientific and theoretical debates, from climate change to the ethical debates raised by the emergence of artificial intelligences. Our approach, beyond all-too-frequent top-down macronarratives, is meant as a contribution to cultural-literary analysis that does not do away with respect for the genre’s own autonomy.

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Si è conclusa la prima fase del Premio Italia 2019 e sono stati resi noti i finalisti delle diverse categorie. Un po’ a sorpresa, Karma City Blues è riuscito a ritagliarsi un posticino in finale, in compagnia di romanzi che nel 2019 hanno tenuto alta la bandiera della fantascienza italiana: opere recensite benissimo come Stormachine di Franci Conforti e Il potere di Alessandro Vietti, l’ultima fatica di un maestro del genere come Pier Francesco Prosperi (Il processo numero 13), e last but not least il romanzo più atteso della scorsa stagione letteraria, Naila di Mondo9 di Dario Tonani (che ho recensito qui). Autori e autrici che sono anche degli amici e degli esempi, e come hanno già scritto loro altrove l’esito della categoria rende merito a un’annata di altissimo valore.

Così sarebbe stato anche se uno qualsiasi dei candidati validi rimasti esclusi dalla finale fosse entrato nella cinquina al posto di KCB, perché quest’anno la competizione era più agguerrita che mai. Per citare una lista parziale, correndo l’inevitabile rischio di attirarmi qualche maledizione, Icarus di Giovanna Repetto, Futuro invisibile di Emanuele Boccianti e Luca Persiani, Madre nostra di Stefano Paparozzi, T di Alessandro Forlani, Riviera Napalm di Luca Mazza e Jack Sensolini, I Simbionti di Claudio Vastano, I Camminatori vol. 1 di Francesco Verso, Korchin e l’odio di Lukha B. Kremo, Punico di Sandro Battisti e ovviamente Il fantasma di Eymerich del maestro di tutti noi Valerio Evangelisti, non avevano e non hanno nulla da invidiare a KCB.

Per questo, a prescindere dall’esito finale, ritengo già una vittoria essere riuscito a entrare in una cinquina finalista come questa, onore che già mi era toccato con i precedenti due romanzi. Ringrazio quindi tutti i lettori e votanti che hanno voluto segnalare Karma City Blues.

E grazie anche a tutti i lettori e votanti che hanno voluto segnalare Next-Stream. Visioni di realtà contigue tra le antologie, altra categoria in cui ottimi volumi si sono dati battaglia (in alcuni casi, anche qui, con mancate inclusioni di grande rilievo, come Iperuranio e La vittoria impossibile o Il lettore universale di Andrea Viscusi), e Filosofia della fantascienza tra i saggi in volume, così come anche il mio Civiltà di prova e Lost by Univers di Linda De Santi (pubblicato su Next Station) tra i racconti su pubblicazione non professionale, Angeli killer per le strade di San Francisco tra gli articoli su pubblicazione non professionale, ma anche Harlan Ellison, o l’immaginazione al potere, che seppur di poco purtroppo non ce l’ha fatta a spuntare la finale tra gli articoli apparsi su pubblicazione professionale. Ai link potrete leggere i racconti e l’articolo finalista prima di passare alla prossima e ultima fase.

Ma mi fa soprattutto piacere vedere il nome di Giuseppe Lippi tra i candidati a vincere il premio come miglior curatore: per lui sarà purtroppo l’ultima occasione, spero sinceramente che la comunità degli appassionati non si lasci sfuggire l’occasione di tributare un ultimo doveroso omaggio alla sua gigantesca figura e al ruolo che ha rivestito nel fantastico e nella fantascienza italiani in oltre quarant’anni di carriera e passione.

Come ha scritto il curatore/supervisore del premio Silvio Sosio nel suo annuncio su Fantascienza.com, quest’anno nella prima fase i votanti sono stati ben 348, quasi il 20% in più rispetto agli ultimi due anni. E la maggiore partecipazione al premio, insieme a una maggiore varietà nelle segnalazioni valide ricevute, rappresenta un ulteriore segnale di crescita, in linea con il trend delle ultime stagioni.

In bocca al lupo a tutti i finalisti!

Due rapide segnalazioni che mi riguardano. Su Fantascienza.com è apparsa la mia recensione al volume Fantarock. Stranezze spaziali e suoni da mondi fantastici, di Mario Gazzola e Ernesto Assante e con la partecipazione di una nutrita pattuglia di collaboratori, tra cui molti amici.

Il libro passa in rassegna la storia del rock spaziando dagli anni ’50 al nuovo millennio. Quando possibile andando a citare direttamente la fonte attraverso brani di interviste e dichiarazioni, documenta così il profondo e antico legame tra due delle più longeve espressioni artistiche espresse dalla cultura popolare americana del Novecento, che affonda le radici nell’interesse per la fantascienza di artisti della scena rock come David Crosby, Jimi Hendrix o Paul Kantner e Grace Slick, che nel 1971 con il concept album Blows Against the Empire accreditato ai Jefferson Starship giunsero persino finalisti allo Hugo nella categoria Best Dramatic Presentation, primo album rock nella storia del premio. In un periodo storico in cui la science fiction poteva contare su una diffusione editoriale che oggi farebbe invidia ad altri generi perfino più floridi, non fa scalpore la foto di Hendrix immortalato mentre legge in un momento di relax un’antologia di fantascienza curata da Brian Aldiss, né dovrebbe stupire il forte impatto delle visioni e degli scenari concepiti dagli scrittori di genere sulla fantasia e la creatività dei musicisti.

Su Next Station è apparsa invece una monumentale disamina di Linda De Santi delle distopie scritte da donne, nella scia del rinnovato interesse per The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood. L’articolo s’intitola Totalitarismi, ruoli di genere e maternità: uno sguardo alla narrativa distopica dell donne. Eccone un estratto:

Come già accennato, al pari di molta fantascienza contemporanea, anche le distopie scritte da donne incanalano in contesti futuristici la rabbia e le ansie del presente. Spesso lo fanno cambiando uno o più elementi del mondo attuale, per mostrare cosa accadrebbe se le cose fossero anche solo leggermente diverse da come sono.
In queste storie è più probabile trovare fatti vicini al presente e riferimenti storici precisi anziché gli elementi spiccatamente finzionali della distopia classica. Basti pensare a Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1985): ogni cosa, a detta della stessa Atwood, è basata su fatti realmente accaduti. Atwood porta come esempio Ceaușescu in Romania, dove la politica costringeva le donne ad avere figli; oppure le Sumptuary Laws, le leggi emanate da Elisabetta I nel 1574, che avevano lo scopo di identificare le differenti classi sociali; e ancora la caccia alle streghe, il maccartismo, il divieto di alfabetizzazione degli schiavi.

In questa intervista per il ricchissimo numero 204 di Delos, l’ultracentenario direttore Carmine Treanni (che ringrazio) mi strappa alcuni dettagli sui retroscena di Karma City Blues.

Dopo Sezione π² e Corpi spenti mi sarei aspettato il terzo romanzo con protagonista Vincenzo Briganti, e invece mi hai spiazzato (favorevolmente e credo anche i tuoi lettori), scrivendone uno ambientato nello stesso universo, ma con un nuovo principale personaggio. Quali sono i motivi che ti hanno spinto verso questa scelta e che collegamenti ci sono con i due precedenti romanzi?

Anche se l’esordio letterario di Vincenzo Briganti era fin dall’inizio pensato come parte di un possibile racconto seriale, l’universo della Sezione Speciale di Polizia Psicografica di Napoli abbracciava un più ampio orizzonte narrativo ancora prima che Briganti entrasse in scena. Prima di Sezione π² era stata infatti la volta di un fumetto uscito a puntate sulle pagine di Solaris*, un progetto di Cagliostro ePress tanto interessante quanto sfortunato, e come la stessa rivista rimasto incompiuto. C’era tutto un mondo lì fuori che Sezione π² e Corpi spenti mi hanno permesso solo di intravedere di sfuggita, e un romanzo slegato dalla continuity delle indagini dei necromanti poteva aiutarmi ad addentrarmi nei suoi recessi.

I collegamenti con i due romanzi «canonici» non mancano, con alcuni personaggi di contorno che tornano in Karma City Blues, unendosi a una galleria ancora più ampia. Ma i punti di contatto principali sono sicuramente l’ambientazione, che al lettore dei precedenti romanzi risulterà allo stesso tempo familiare e straniante, e la psicografia, qui mostrata secondo la lezione di William Gibson nell’uso che la strada ha trovato il modo di farne. Uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere un romanzo staccato dalle indagini dell’Officina è anche questo: esplorare il contesto criminale dall’altra parte della barricata.

Come nasce l’idea di Karma City Blues, che, leggendo la tua nota alla fine del romanzo, ha avuto una lunga gestazione?

Ovviamente dal ricordo di una donna, in particolare una che l’interruzione delle pubblicazioni di Solaris* aveva condannato a un oblio prematuro e immeritato. In Pi-Quadro Angelica Vicino era in un certo senso il braccio armato della Ksenja Corporation, uno dei colossi industriali che dominano questo mondo futuro. Karma City Blues è stata l’occasione per riportarla in azione. E in dodici anni Angelica non è certo rimasta con le mani in mano, ma ha avuto tutto il tempo necessario per aggiornare la sua agenda e tornare più determinata che mai a perseguire i suoi obiettivi.

Il resto lo trovate qui.

Si è aperta ieri la prima fase di votazione al Premio Italia 2019. Se siete tra gli aventi diritto, fino al 13 marzo potrete segnalare i lavori e gli operatori attivi nel campo della fantascienza e del fantastico (in lingua italiana) che ritenete meritevoli di concorrere per un riconoscimento in una delle categorie previste dal regolamento.

Per quanto mi riguarda, nel 2018 sono usciti il romanzo Karma City Blues, la riedizione di YouWorld scritto a quattro mani con Lanfranco Fabriani (che in effetti è una cosa abbastanza diversa dalla precedente edizione in appendice a Urania da poter essere candidato nuovamente, almeno credo…) e il racconto Cryptomnesiac in Next-Stream. Visioni di realtà contigue (per le categorie rispettivamente dedicate al racconto su pubblicazione professionale e all’antologia).

Tra gli articoli su pubblicazione professionale, segnalo Harlan Ellison, o l’immaginazione al potere, apparso su Quaderni d’Altri Tempi (e QdAT è anche candidabile come rivista professionale).

Tra i progetti a cui ho partecipato, in aggiunta a quelli già menzionati sopra, segnalo inoltre Filosofia della fantascienza a cura di Andrea Tortoreto tra i saggi in volume, sempre a cura di Andrea Iperuranio per le antologie e infine Lost by Univers di Linda De Santi che abbiamo pubblicato su Next-Station.org (racconto su pubblicazione non professionale).

Benché tecnicamente candidabile, Holonomikon non ha svolto un’attività continuativa durante l’anno e quindi non ve lo segnalo. Vi segnalo però due cose apparse su queste pagine: il racconto Civiltà di prova sempre per la categoria racconto su pubblicazione non professionale e il post Angeli killer per le strade di San Francisco per la categoria articolo su pubblicazione non professionale.

Nei prossimi giorni cercherò di tenere aggiornato questo post con eventuali altre segnalazioni. Intanto invito tutti gli interessati a segnalare nello spazio dei commenti i vostri lavori candidabili. Ogni indicazione da parte di interessati e non è benvenuta.

Sul numero 3 di Anarres, la rivista di studi sulla science fiction curata da Salvatore Proietti, che come i precedenti si presenta dall’indice ricca di contributi di estremo interesse tanto per lo studioso quanto per l’appassionato, è inclusa una riscrittura di una mia vecchia recensione del volume di Renato Giovannoli La scienza della fantascienza.

La droga produce la formula di base del virus del «male»: l’Algebra del Bisogno. La faccia del «male» è sempre la faccia del bisogno assoluto. Il drogato è qualcuno che ha un bisogno assoluto di droga. Oltre una certa frequenza il bisogno non conosce nessun limite né controllo. […] E la droga è una grande industria. […] Se volete alterare o annientare una piramide di numeri in correlazione seriale dovete alterare o rimuovere il numero alla base. Se vogliamo annientare la piramide della droga dobbiamo partire dalla base: il Tossicodipendente della Strada, e smetterla di partire lancia in resta contro i mulini a vento, cioè contro i pesci grossi, i quali sono tutti immediatamente sostituibili. Il tossicodipendente della strada, che ha bisogno della roba per vivere, è l’unico fattore insostituibile nell’equazione della droga. Quando non ci saranno più tossicodipendenti disposti a comprare la droga non ci sarà più traffico di droga. Finché esisterà il bisogno della droga, ci sarà qualcuno pronto a soddisfarlo.

William S. Burroughs, Deposizione: testimonianza di una malattia, dall’Introduzione a Pasto nudo.

Ieri Burroughs avrebbe compiuto 105 anni. L’influenza che ha esercitato sulla mia scrittura, come pure su alcune elaborazioni teoriche e sugli stessi esiti artistici dei connettivisti, è difficile da riassumere nel breve spazio di un post. Controverso, estremo, eccessivo, sono tutte definizioni che gli si attagliano alla perfezione e che potrebbero risultare perfino riduttive tanto per le sue opere quanto per il suo personaggio, avendo incarnato alla lettera il ruolo di scrittore senza mezze misure.

Smaltita la febbre controculturale dei miei anni giovanili non sono certo, oggi come oggi, che sedendomi al tavolo di un bar di Tangeri con Burroughs avrei avuto molti punti d’incontro per imbastire una chiacchierata tranquilla, senza correre il rischio di innervosirlo e far degenerare la conversazione in un confronto armato, ma ancora adesso non posso non riconoscergli un forte e duraturo impatto sulla visione / impressione / comprensione / elaborazione di certi meccanismi, non ultime le spietate dinamiche di controllo in cui ci ritroviamo quotidianamente invischiati.

Nel corso degli anni, ho cercato di rendergli omaggio come ho potuto. Dapprima con una delle mie primissime recensioni, dedicata al suo libro forse più noto, Pasto nudo (e ormai sono trascorsi la bellezza di oltre tredici anni…), poi con un profilo di oltre quarantamila battute per la rubrica che all’epoca tenevo sulle pagine di Delos SF, e che successivamente, in occasione della riedizione di Nova Express da parte di Adelphi, ho condensato in un pezzo un po’ più agile sempre per la rivista curata da Carmine Treanni.

Su Robot 73 potete inoltre leggere Cloudbuster, un racconto in cui Burroughs fa capolino come personaggio insieme ad altri volti e nomi noti del mondo fantascientifico e non solo, tutti catapultati in un universo discronico in cui le teorie di Wilhelm Reich da fringe science si sono tradotte in vera scienza, con tanto di applicazioni tecnologiche che diventano l’ago della bilancia degli equilibri mondiali.

Dal 1975 la SFWA, l’associazione che riunisce gli autori americani di fantascienza è fantasy, assegna il titolo di Grand Master (dal 2002 dedicato alla memoria di Damon Knight, autore, curatore e critico, nonché tra i fondatori dell’associazione, che conta oggi oltre 1.900 iscritti nel mondo) a un autore che con il suo lavoro ha dato un contributo incisivo e determinante alla storia del genere. Il primo a essere insignito, quell’anno, fu Robert A. Heinlein, e dopo di lui è stato il turno – tra gli altri – di Fritz Leiber (1981), Arthur C. Clarke, Isaac Asimov, Alfred Bester e Ray Bradbury (tra il 1986 e il 1989), Ursula K. Le Guin (2003), Harlan Ellison (2006) e Samuel R. Delany (2014), per citare solo alcune tra le 35 leggende viventi onorate da questo riconoscimento.

Foto di Jason Redmond per Wired.

L’ultimo in ordine di tempo, annunciato ieri dal bollettino della SFWA, è William Gibson, che da queste parti non ha certo bisogno di presentazioni. Ne ho scritto così tanto che probabilmente fate prima a esplorare i post del blog contrassegnati dal suo tag (dall’inizio dell’anno mi accorgo che è già la terza volta che lo taggo, ed  è appena trascorsa una settimana), ma anche fuori da Holonomikon ricordo che trovate un profilo in due parti di qualche anno fa (che necessita prima o poi di essere aggiornato), un pezzo giovanile scritto in occasione del suo 60esimo compleanno e qualche recensione dei suoi ultimi lavori:

Nella sua motivazione, il presidente della SFWA Cat Rambo ha dichiarato:

William Gibson ha coniato la parola cyberspazio nel suo racconto La notte che bruciammo Chrome, sviluppando quel concetto due anni dopo nel romanzo Neuromante. Ha forgiato un corpo di opere che hanno giocato un ruolo di spicco nella definizione del movimento cyberpunk, esercitando un’influenza su decine di autori di cinema, letteratura, giochi, e su creativi di ogni tipo. Non contento di essere uno degli scrittori più autorevoli in un solo sottogenere, ha poi aiutato a definire il genere steampunk con Bruce Sterling nel loro lavoro a quattro mani La macchina della realtà. Gibson continua a produrre opere tese ed evocative che riflettono l’angoscia e le speranze del XXI secolo. Essere un Grand Master della SFWA significa essere un autore di speculative fiction che ha plasmato il genere rendendolo ciò che è oggi. Gibson ricopre abbondantemente questo ruolo.

Il conferimento ufficiale del titolo avrà luogo in occasione dell’annuale cerimonia di consegna dei premi Nebula, a Los Angeles, il prossimo 16-19 maggio.

Questa copertina è stato il primo punto di contatto tra me e Gibson: se non era il 1993, era il 1994 (un quarto di secolo abbondante, insomma… e chi l’avrebbe mai detto?):

E quindi: che anno è stato il 2018 che abbiamo salutato poche ore fa?

Per quanto mi riguarda, come lettore e come autore, nonché come membro di una comunità (il fandom degli appassionati di fantascienza e fantastico in generale), è stato un anno abbastanza positivo. Secondo le statistiche di Anobii, dopo un 2017 un po’ appannato (vedremo perché), sono tornato in linea con la mia media: lo scorso anno ho letto 35 volumi (più alcuni altri che finirò nei prossimi giorni), per un totale di 8.566 pagine. Di questi 7 sono fumetti, 7 i saggi o le biografie o i manuali, e i rimanenti 21 sono romanzi, novelle, antologie.

Ho scritto più che negli ultimi anni, soprattutto recensioni. Ecco un elenco, con tutte le indicazioni su dove potete trovarle:

E altre ne arriveranno. Eviterò di compilare la classica top list da portare nell’anno nuovo, in fondo ho lasciato lo zampino in due liste a firma collettiva della redazione di Quaderni d’Altri Tempi, e se vi interessa le trovate qua: Letture 2018 e Visioni 2018.

Ho inoltre pubblicato on-line questi altri articoli piuttosto impegnativi:

E un terzo è incluso in questo volume a cura di Andrea Tortoreto: Filosofia della fantascienza (Mimesis). S’intitola Macchine come noi: fantascienza, esseri artificiali e nuove forme di cittadinanza, l’ho scritto a quattro mani con Salvatore Proietti ed è una rielaborazione aggiornata di un articolo uscito qualche anno fa su Robot.

Ellison non è stato l’unico a lasciarci. Da questo punto di vista, il saldo del 2018 è stato pesante: a gennaio ci ha lasciati Ursula K. Le Guin, a dicembre Giuseppe Lippi. Tre personalità gigantesche, autentici fari nel cosmo di noi appassionati di fantastico e fantascienza (e non solo…).

Nel nostro piccolo abbiamo fatto ripartire Next Station, con articoli di Roberto Paura e Sandro Battisti e un racconto in esclusiva di Linda De Santi (vincitrice nell’ultimo anno del Premio Urania Short e del Premio Italia). Il proposito per il 2019 è di dare continuità a questo ritorno.

Anche sul fronte della narrativa è stato un anno non privo di soddisfazioni. Quattro i racconti pubblicati (di cui tre inediti):

E devo dire, anche se non ne ho colpevolmente ancora parlato sul blog (per la serie “personal branding portami via”), che anche sul fronte dei romanzi è stato un anno da portare sugli scudi. Innanzitutto grazie alla ristampa di YouWorld, scritto a quattro mani con Lanfranco Fabriani, per i tipi di Delos Digital, che più che una ristampa è in effetti una riedizione ampliata.

Se l’apertura di una casa di tolleranza con donne di plastica vi ha sconcertato, aspettate di vedere cosa accadrà in futuro, quando pagando bene potrete avere le grandi dive del cinema, da Marilyn Monroe a Gwineth Paltrow, in versione artificiale ovviamente. Senza più freni, senza più limiti, come cambierà la società il mercato del sesso sintetico? Due grandi autori italiani, entrambi vincitori del Premio Urania, vi raccontano uno scenario tanto allucinante quanto plausibile.

E poi per un nuovo inedito: Karma City Blues, già finalista al Premio Odissea e uscito a novembre anch’esso per Delos Digital. Ne riparleremo nei prossimi giorni, perché va bene l’understatement, però qualcosa su questo libro mi piacerebbe raccontarvela.

Napoli, 2069. Il criminale informatico Rico viene risvegliato dal criosonno penitenziario per indebolire l’egemonia delle compagnie indiane. Ma Rico ha le sue ossessioni: indagare sul tradimento che lo ha condotto in prigione e ritrovare la sua amata Rulah. Su uno sfondo napoletano del terzo millennio, generato da commistioni etniche, contorsioni criminali e quotidianità tecnologiche, dove su tutto incombe la Barriera che tiene lontano il kipple e abitata dal Popolo alato dei nibbi, Rico dovrà venire a capo della sua ricerca, ma scoprirà l’esistenza di qualcosa molto più grande di lui. Un nuovo grande romanzo dal vincitore del Premio Urania Giovanni De Matteo, finalista al Premio Odissea 2018.

Pagine che in alcuni casi risalgono al 2017, in molti addirittura a prima, e che solo nel 2018 si sono palesate: la scrittura ha i suoi tempi. Ecco perché ognuna di queste pagine viene con me nel 2019, insieme alle altre di cui non avete ancora sentito parlare ma che ci sono già, e cominciano a fare massa critica. Ricominciamo da qui per affrontare l’anno più fantascientifico dal… 2001!

 

L’invito di Quaderni d’Altri Tempi a partecipare con alcune segnalazioni alla lista degli imperdibili dell’anno che si conclude oggi mi offre il pretesto per condividere con voi una lista più ampia, che abbraccia tutto quello che ho visto e ho letto nel 2017 (sarei stato bravo a leggere tutto, ma ammetto che in alcuni casi si tratta di titoli che avrei voluto/dovuto leggere, ma ancora non sono riuscito a farlo… ma c’è tempo per rimediare!) e che porto con me nell’anno nuovo.

Se volete, nei commenti aggiungete pure le vostre segnalazioni: titolo, autore ed editore, con l’unico vincolo che si tratti di cose uscite nel corso dell’anno solare (prime edizioni o ristampe dopo una lunga assenza). A differenza di Quaderni, separerò le mie segnalazioni per canale. Quindi eccovi i miei consigli, in ordine sparso e del tutto casuale:

Letture

  1. Eymerich risorge, Valerio Evangelisti (Mondandori)
  2. Nottuario, Thomas Ligotti (Il Saggiatore) [ne abbiamo parlato approfonditamente, qui e su Quaderni]
  3. Le venti giornate di Torino, Giorgio De Maria (Frassinelli) [anche questo recensito]
  4. Autonomous, Annalee Newitz (Fanucci)
  5. La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead (Sur)
  6. Ucronia, Elena Di Fazio (Delos Books)
  7. Carnivori, Franci Conforti (Kipple Officina Libraria)
  8. Elysium, Jennifer Marie Brissett (Zona 42)
  9. Laguna, Nnedi Okorafor (Zona 42)
  10. New York 2140, Kim Stanley Robinson (Fanucci) [per ora solo brevemente qui]
  11. Il problema dei tre corpi, Cixin Liu (Mondadori)
  12. Inverso, William Gibson (Mondadori)
  13. Einstein perduto / Nova, Samuel R. Delany (Mondadori)
  14. Domani il mondo cambierà, Michael Swanwick (Mondadori)
  15. Sirene, Laura Pugno (Feltrinelli)
  16. Atlantide e i mondi perduti, Clark Ashton Smith (Mondadori)
  17. Lacerazioni, Anne-Sylvie Salzman (Hypnos)
  18. Entanglement, Vandana Singh (Future Fiction) [per ora solo brevemente qui]
  19. Jerusalem, Alan Moore (Rizzoli)
  20. Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood (Ponte alle Grazie)
  21. L’invenzione di Morel, Adolfo Bioy Casares (Sur)
  22. Universi paralleli, Roberto Paura (Cento Autori)
  23. Black Monday di Jonathan Hickman e Tomm Coker (Mondadori) [brevemente qui]
  24. Arcangelo di William Gibson (Magic Press) [brevemente qui]
  25. Nameless di Grant Morrison (Saldapress)
  26. Mio padre la rivoluzione, Davide Orecchio (Minimum Fax)
  27. Schiavi dell’Inferno, Clive Barker (Independent Legions Publishing)

Serie

  1. Taboo, di Tom Hardy, Edward “Chips” Hardy, Steven Knight (Scott Free Productions, Hardy Son & Baker
  2. Legion, di Noah Hawley (Marvel Television, FX Productions, 26 Keys Productions)
  3. Fargo, di Noah Hawley (FX Productions, The Littlefield Company, MGM Television)
  4. Mindhunter, di Joe Penhall (Denver and Delilah, Jen X Productions, Panic Pictures / No. 13)
  5. Twin Peaks – La serie evento, di Mark Frost e David Lynch (Rancho Rosa Partnership Production, Lynch/Frost Productions)
  6. Gomorra, di Giovanni Bianconi, Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi, Roberto Saviano (Sky, Cattleya, Fandango, LA7, Beta Film)
  7. Quarry, di Graham Gordy e Michael D. Fuller (HBO Entertainment, Anonymous Content, Night Sky Productions, One Olive)
  8. The Young Pope, di Paolo Sorrentino (Wildside, Haut et Court TV, Mediapro)
  9. Babylon Berlin, di Henk Handloegten, Tom Tykwer, Achim von Borries (X-Filme Creative Pool, Beta Film, Sky Deutschland, Degeto Film)

Cinema

  1. Arrival, regia di Denis Villeneuve, sceneggiatura di Eric Heisserer da un racconto di Ted Chiang (produzione Lava Bear Films, 21 Laps Entertainment, FilmNation Entertainment)
  2. The War – Il pianeta delle scimmie, regia di Matt Reeves, sceneggiatura di Mark Bomback e Matt Reeves (produzione Chernin Entertainment)
  3. Dunkirk, regia e sceneggiatura di Cristopher Nolan (produzione Syncopy Inc., RatPac-Dune Entertainment, Warner Bros. Pictures)
  4. Blade Runner 2049, regia di Denis Villeneuve, sceneggiatura di Hampton Fancher, Michael Green e Ridley Scott [non accreditato] (produzione Alcon Entertainment, Thunderbird Entertainment, Scott Free Productions) [ne abbiamo parlato diffusamente su Fantascienza.com, su Delos e qui, ma una delle cose migliori che ho letto sul film è apparsa ieri a firma di Luca Giudici]

Avvertenza. Questa lista è inevitabilmente parziale e viziata dalla mia prospettiva distorta: sicuramente ci sono numerosi altri titoli meritevoli di segnalazione che non vengono qui menzionati, perché passati sotto il mio radar oppure semplicemente perché le mie idiosincrasie non mi permettono di pronunciarmi prima di un’occhiata più approfondita. Ma per fortuna abbiamo tutto il futuro per rimediare. Intanto portiamoci questo nel 2018 e cercheremo di recuperare il resto.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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