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Siamo entrati da alcune settimane in quel mood un po’ nostalgico che fin dalle estati della nostra giovinezza si accompagna alla fine delle esperienze in cui abbiamo a lungo investito in termini emotivi. Non è una questione facilmente riducibile in termini quantitativi: per quanto possano sembrare tante in termini assoluti, una ottantina di ore spese a guardare una serie TV o una saga cinematografica finiscono per essere molto diluite quando vengono spalmate su un arco temporale di una decina di anni, ma questo non ne riduce affatto l’impatto qualitativo, perché tra un episodio e il successivo, tra una stagione o una fase e quella che ci aspetta, abbiamo speso una quantità non facilmente misurabile di tempo a farci domande e a parlarne con altri appassionati (o potenziali appassionati tra cui fare proseliti), che ha inevitabilmente contribuito ad aumentare le nostre aspettative e con esse il nostro investimento in quel particolare universo narrativo.

Il nostro mood mentre la fine si avvicina… [Lyanna Mormont (Bella Ramsey) in Game of Thrones, courtesy of HBO]

Dopotutto, non credo che sia un’esagerazione affermare che siamo le storie di cui ci nutriamo. Quindi, mentre portiamo avanti la discussione sulle conclusioni di quelli che sono probabilmente i due fenomeni culturali di proporzioni più vaste di quest’ultimo decennio, mi sono inevitabilmente ritrovato a riflettere sui momenti tristemente noti come finali. Sia su Game of Thrones che sul Marvel Cinematic Universe si è ineluttabilmente pronunciato Emanuele Manco, tra i maggiori esperti italiani di entrambi, e sebbene condivida il suo giudizio solo in parte (e più sul primo che sul secondo) vi rimando alle sue disamine dell’episodio 3 dell’ottava stagione di Game of Thrones e di Avengers: Endgame senza dilungarmi oltre. In ogni caso sono stati dei bei viaggi e, come per tutti i viaggi, forse non è così importante quello che troviamo alla fine rispetto a tutto quello che abbiamo avuto modo di apprezzare e imparare nel frattempo, anche (e forse soprattutto) su noi stessi.

Il nostro mood quando una storia finisce… [Marvel Studios’ AVENGERS: ENDGAME: Rocket (voiced by Bradley Cooper) and Nebula (Karen Gillan). Photo: Film Frame ©Marvel Studios 2019]

Però prendendo spunto da questa stagione di grandi e attesi finali, più o meno epici, più o meno riusciti, ho pensato di proporvi una lista, ispirata anche da questo montaggio di CineFix, e quindi, fatta questa doverosa premessa per scaldare i motori, eccoci a parlare di cinque finali su cui ancora oggi, a distanza di anni e in alcuni casi di decenni, continuiamo ancora a parlare, su cui continuiamo a fare ipotesi, costruire castelli teorici e alimentare un dibattito che contribuisce a prolungare la vita delle opere stesse ben oltre i confini temporali della loro fruizione (il che è un po’ la missione di ogni fandom che si rispetti). Sentitevi liberi di aggiungere le vostre considerazioni (e altre graditissime segnalazioni) nei commenti.

E adesso partiamo.

5. 2001: Odissea nello spazio (regia Stanley Kubrick, tratto da un racconto di Arthur C. Clarke, 1968)

Il film che ha consacrato la dimensione leggendaria di un regista già di culto come Stanley Kubrick. L’astronauta David Bowman (Keir Dullea) raggiunge l’orbita di Giove, destinazione della missione Discovery di cui è l’unico membro sopravvissuto, oltrepassa la soglia del monolito che è l’obiettivo della spedizione e si ritrova a esplorare una dimensione interiore, uno spazio psichico e psichedelico. Negli anni della New Wave (il seminale articolo di J. G. Ballard Which Way to Inner Space? apparve sulla rivista New Worlds nel 1962), ecco la prima e più incisiva rappresentazione visiva della rivoluzione concettuale che stava vivendo l’immaginario non solo di genere, proprio mentre l’uomo si apprestava a sbarcare sulla Luna e davvero il futuro era lì a portata di mano. Proprio come Ballard, anche Kubrick e, abbastanza sorprendentemente, il veterano Clarke suggeriscono che le vere frontiere dell’esplorazione non ci attendono lì fuori, ma sono sepolte dentro di noi, e l’ignoto spazio profondo non fa che avvicinarci a questo inner space, sbattendoci in faccia la sua intrinseca inconoscibilità. Se non conosciamo bene noi stessi (chi siamo? da dove veniamo?) come possiamo pretendere di capire ciò che ci attende alla fine del cammino (dove stiamo volando?)? Cosa è diventato Bowman, alla fine del suo viaggio oltre l’infinito? Quali implicazioni avrà la sua metamorfosi per il futuro della Terra e dell’umanità? Per affinità e assonanze, aggiungiamo non solo per dovere di cronaca che questa menzione non può che tirarsi dietro, come spesso accade quando si cita Kubrick in ambito sci-fi, anche Andrej Tarkovskij e i suoi altrettanto fondamentali Solaris (1972, tratto dal romanzo omonimo di Stanisław Lem) e Stalker (1979, tratto dal romanzo dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij Picnic sul ciglio della strada).

4. Blade Runner (regia di Ridley Scott, tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick, 1982)

Più umano dell’umano, è lo slogan che demarca il target delle nuove linee di replicanti messi a punto dalla Tyrell Corporation per assistere il programma coloniale extra-mondo. E i Nexus 6 in fuga dalle colonie spaziali, sbarcati sulla Terra per ottenere un prolungamento delle loro vite artificialmente limitate a una durata di soli quattro anni, sono davvero indistinguibili dagli esseri umani di cui sono la copia, se non per il fatto di vantare una resistenza e una forza fisica perfino superiori. Il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford), richiamato in servizio dall’LAPD per un’ultima missione, riuscirà fortunosamente ad avere la meglio e portare a casa la pelle, anche grazie al provvidenziale ripensamento del leader dei replicanti ribelli Roy Batty (Rutger Hauer). Tornato a casa, deciderà di lasciare la città con l’ultimo replicante, un esemplare fuori serie che lo stesso creatore non ha esitato a definire “speciale” (Rachael Rosen, interpretata da Sean Young). Alla fine gli interrogativi lasciati aperti dalla pellicola, anche per via di un refuso di sceneggiatura (che menziona sei replicanti ribelli, mentre quelli effettivamente presenti o citati nel prosieguo della pellicola sono solo cinque) e poi attraverso i successivi editing di Ridley Scott (con montaggi alternativi che hanno incluso nuove scene, rimosso il finale e la voce fuori campo e apportato altri aggiustamenti minori), vertono tanto sulla figura del cacciatore di taglie (Deckard stesso è un umano o il replicante mancante?) quanto dell’androide che porta in salvo (cos’è che rende davvero speciale Rachael?). Dopo la vasta letteratura di seguiti ufficiali partoriti da K. W. Jeter, a entrambi gli interrogativi prova a dare una risposta con esiti decisamente più convincenti il sequel cinematografico diretto da Denis Villeneuve nel 2017, Blade Runner 2049, che tuttavia lascia aperti ulteriori spazi di indagine e di speculazioni sulle colonie extra-mondo e sul vero ruolo dei replicanti nei piani del magnate Niander Wallace (Jared Leto).

3. C’era una volta in America (regia di Sergio Leone, tratto dal romanzo The Hoods di Harry Grey, 1984)

Un film su cui si sono spese forse altrettante pagine di congetture da rivaleggiare con 2001. L’ultima impresa di Sergio Leone, a cui richiese uno sforzo produttivo durato tredici anni (e dieci mesi di riprese in USA, Canada, Francia e Italia) e che pose di fatto fine alla sua carriera. Allo stesso tempo, è il coronamento dell’opera di un autore straordinario, forse unico nel panorama della cultura italiana del ‘900 per l’influenza che è stato in grado di esercitare sulla cinematografia mondiale (e non solo nel western o nel cinema stesso: pensiamo anche alla fantascienza e ai debiti letterari riconosciuti da autori del calibro di William Gibson), la migliore conclusione possibile per la seconda trilogia di Leone (dopo quella del dollaro, quella del tempo). Un omaggio anche all’immaginario americano, con gli Stati Uniti rappresentati per quel generatore di miti che in effetti sono stati, il motore dell’immaginario del ‘900.  “Una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria”, come ha scritto Morando Morandini nel suo Dizionario, ma anche “un sogno di sogni”, in cui “la memoria del singolo tende a dissolversi in quella di un intero paese” (come ha scritto invece Gian Piero Brunetta nel suo Cent’anni di cinema italiano). E un noir su cui, disorientati dal sofisticato meccanismo narrativo che combina caoticamente analessi e prolessi, non siamo ancora stati capaci di decidere se la storia che stiamo guardando sia frutto di una rievocazione o di una proiezione immaginaria. Ma alla fine, è davvero così importante sapere se Noodles (Robert De Niro) vivrà (ha vissuto) o no quei famosi trentacinque anni che gli sono stati rubati dal suo socio di un tempo Max (James Woods)? In che modo un furto di tempo e di vita può risultare diverso dall’altro? I fumi dell’oppio non aiutano a fare chiarezza, ma continuano ad alimentare l’incanto di una pellicola che c’incolla allo schermo con la densità stilistica compressa in ogni singolo fotogramma.

2. Inception (scritto e diretto da Christopher Nolan, 2010)

Da un sogno di sogni a un altro, Inception è il film che probabilmente ha alimentato le discussioni più lunghe in quest’ultimo decennio, generando una quantità di infografiche esplicative che hanno cercato di districarne l’intreccio (forse l’unico film a poter rivaleggiare in questo con Primer di Shane Carruth). Tra il secondo e il terzo capitolo della trilogia dedicata al Cavaliere Oscuro, Christopher Nolan torna a coltivare il suo amore per le architetture narrative sofisticate e chiude il decennio della sua consacrazione autoriale così come lo aveva iniziato nel 2000 con Memento. Il film è un sogno ricorsivo che deve molto anche alla letteratura di fantascienza (non ultimo Roger Zelazny), ma con quel tocco personale che rende inconfondibili i film del regista londinese. Dominic Cobb (Leonardo Di Caprio) è un ladro psichico capace di estrarre segreti preziosi dalla mente dei suoi bersagli, ma un giorno viene arruolato da Mr. Saito (Ken Watanabe) per tentare un’operazione inedita: innestare un’idea nella testa dell’erede dell’impero finanziario con cui è in competizione. Per portare a termine l’impresa, Cobb progetta un meccanismo di sogni condivisi annidati a più livelli di profondità e arruola una squadra di professionisti, ma la missione lo pone davanti a ostacoli sempre maggiori, non ultimo l’interferenza del ricordo della defunta moglie Mal (Marion Cotillard). L’unico modo che hanno i sognatori per distinguere tra la realtà e il sogno è affidandosi a un totem, che nel caso di Cobb è una trottola metallica: in un sogno, non essendo soggetta alle leggi fisiche della gravità, contrariamente a quanto accade nel mondo reale la trottola è destinata a girare all’infinito. Quando alla fine Cobb riesce a tornare dai suoi figli, ricompensa per la buona riuscita dell’incarico, vuole avere la certezza che non sia ancora intrappolato nel limbo in cui è dovuto addentrarsi per salvare Mr. Saito, ma quando abbraccia i bambini la trottola sta ancora girando. Cobb si è davvero svegliato dal sogno o è ancora intrappolato nel limbo?

1. True Detective (ideato da Nic Pizzolatto, 3 stagioni, 2014 – in produzione)

Serie antologica della HBO, True Detective ha esordito nel 2014 con una stagione memorabile che si è indelebilmente impressa nella nostra memoria di spettatori grazie alle interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e a una scrittura fortemente debitrice delle suggestioni horror e delle vertigini cosmiche dei maestri del weird, da Robert W. Chambers e H. P. Lovecraft fino a Thomas Ligotti. Una seconda stagione un po’ sottotono e incapace di tener fede alle altissime aspettative sembrava averla condannata al limbo delle produzioni cinetelevisive, ma nel 2018 una terza stagione (forte delle interpretazioni di Mahershala Ali, Stephen Dorff e Carmen Ejogo) si è dimostrata capace di rinverdire i fasti degli esordi (ne abbiamo parlato diffusamente anche su queste pagine). Come la prima stagione, anche quest’ultima ha uno dei suoi punti di forza nell’atteso twist finale e in entrambi i casi le implicazioni sottese alle scelte di sceneggiatura e regia hanno innescato una ridda di ipotesi e suggestioni. Cosa vede davvero Rustin Cohle pugnalato a morte dal Re Giallo? E Wayne “Purple” Hays riconosce o no Julie Purcell nella madre a cui riesce a risalire dopo decenni di indagini e solo ora che le sue facoltà cognitive sono irrimediabilmente compromesse dall’Alzheimer? Cos’è la giungla in cui si ritrova a vagare nella notte, come ai tempi delle sue missioni in Vietnam come recog? Un finale in grado di richiamare altri grandi classici della recente serialità televisiva, non ultimo la popolare Life on Mars prodotta dalla BBC, i cui enigmi sono poi stati sciolti nella successiva Ashes to Ashes.

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C’è un culto dell’ignoranza […], e c’è sempre stato. Lo sforzo dell’anti-intellettualismo è stato una traccia costante che si è spinta nella nostra vita politica e culturale, alimentata dalla falsa nozione che la democrazia significhi che “la mia ignoranza è tanto giusta quanto la tua conoscenza”.

Isaac Asimov

Con la partecipazione di Samantha Cristoforetti alla 42ma missione di lunga durata sulla ISS sarebbe stato lecito attendersi una presa di coscienza da parte degli organi d’informazione in Italia. Invece quello a cui stiamo assistendo è un florilegio di idiozie assortite (dall’ISS che si trasforma in ISIS al menù dell’astronauta e così via). La sindrome lunare continua evidentemente a scuotere la sua coda lunga, ha raggiunto l’orbita terrestre e si è fatta sindrome spaziale. Da un po’ di tempo mi sto convincendo che l’adagio “bene o male, l’importante è che se ne parli” ha fatto il suo tempo. In presenza di temi complessi – e mi domando cosa possa esserci di più complesso di una missione spaziale – non sarebbe possibile affidarsi a tuttologi e commentatori da salotto, dovrebbe essere lapalissiano. Andrebbero interpellate e coinvolte le professionalità adatte: divulgatori scientifici, scienziati, ingegneri. Specialisti che sappiano di cosa stanno parlando. E invece la stampa cortocircuita il “senso comune” dell’uomo di strada, generando tsunami di idiozia che finiscono per travolgere ogni serio tentativo di affrontare il tema.

L’Italia non è un paese per giovani, e questo lo abbiamo capito. Ma adesso che stiamo appurando che non è nemmeno un paese per ricercatori, per tecnici, per giornalisti, dovremmo tutti domandarci un po’ di chi sarebbe davvero, questo benedetto paese. Dei politici che si dividono le luci dei riflettori con i conduttori televisivi? Ormai anche calciatori e veline sono stati scalzati dal palcoscenico mediatico. O magari dei complottisti che sommergono i social network di inutili (quando non insulse) campagne di sensibilizzazione a questo o a quel problema?

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La Expedition 42 non ci avrà dato la risposta finale sull’argomento, ma di certo sta portando allo scoperto molta della spazzatura che in questi anni e decenni ci siamo così operosamente affannati a nascondere sotto il tappeto. Su Qualcosa di Sinistra Davide Clementi scatta una fotografia impietosa del peggio che sta venendo fuori. Ma in questi giorni basta farsi un giro su Facebook per toccare con mano lo squallore delle esternazioni più becere e triviali. C’è da rimanere sconcertati e basiti di fronte agli abissi di ignoranza espressi da così tanti nostri connazionali. Lasciamo da parte le battute sessiste (dimenticavo, l’Italia forse è un paese per comici con le pezze al culo!), e ignoriamo senza ripensamenti gli articoli di tenore analogo pubblicati da Libero e altre frattaglie, ma quello che mi lascia più sconvolto è imbattermi in commenti di persone che sproloquiano sul “sogno di Samantha” come se tutta la missione fosse stata organizzata per lei, e snocciolano cifre senza fonte di quanto ci sia costato, tutti soldi che ovviamente avremmo potuto investire in qualcosa di più utile e più immediato per la collettività.

La collettività…

Al di là del populismo, della demagogia e dell’assenza di qualsiasi senso della prospettiva, sconvolge la somiglianza di certi argomenti con quelli che furono esercitati da uno sprovvedutissimo Alberto Moravia, partito alla volta del Goddard Space Center per documentare sul campo l’impresa dell’Apollo 11 senza mettere nel bagaglio nient’altro che una penna, della carta, qualche cambiata d’abito e tanto sano scetticismo. Dovendo rientrare nei limiti di peso per l’imbarco, l’acume dimostrato in altre occasioni preferì lasciarlo in Italia, oppure gli era già stato rubato.

La normale ricerca scientifica e tecnologica in certo modo è fine a se stessa. Ma allorché un paese come gli Stati Uniti investe nel programma spaziale la somma di 25 miliardi di dollari, la questione del fine o teleologica si pone con prepotenza. Che la questione dello “scopo” sia importante, del resto lo dimostra se non altro il gran numero di critiche che da ogni parte sono piovute sui programmi della Nasa. Prima della Luna, la priorità non avrebbe dovuto essere accordata al risanamento della natura americana violentata e avvelenata nella sua flora, nelle sue acque, nella sua fauna dagli spurghi industriali? Alla ricostruzione delle città invecchiate, miserabili, fatiscenti nei quartieri più poveri? All’elevazione culturale economica e sociale dei circa cinquanta milioni di poveri degli Stati Uniti? Alla soluzione del problema della gioventù in rivolta, delle minoranze etniche disperate?

Parole scritte nel 1969 per L’Espresso, che avrebbero dovuto essere scolpite nella memoria del paese a monito contro l’ignoranza delle future generazioni. Bene ha fatto io9 a raccogliere un campionario di quelle che sono le invenzioni messe a punto dall’industria aerospaziale che usiamo tutti i giorni. Il culto dell’ignoranza condannato da Isaac Asimov nella lapidaria citazione che apre questo articolo non si è mai estinto. Forse è impossibile da sconfiggere, forse accompagnerà per sempre l’umanità, anche nel suo cammino tra le stelle. Eppure ritrovare nel 2014, sparsa a piene mani, la stessa ignoranza che quasi mezzo secolo poteva orgogliosamente esibire Moravia è sintomatico dell’inutilità di certe lezioni. Perché teste di rapa incapaci di realizzare le ricadute della ricerca sulla nostra vita quotidiana dovrebbero essere certificate come inadatte a esprimere qualsiasi parere sul benessere comune. E invece questa è tutta gente che se ne va in giro libera di far danni, magari insegna nelle scuole oppure copre posti di responsabilità nel settore pubblico o privato, e magari esercita pure con disciplina il diritto di voto, offrendo un contributo quotidiano a rendere questo paese degno della sua fama da Terra dei Cachi.

Ci resta una magra consolazione. Il modo in cui decidiamo di affrontare argomenti come questo è un’utile discriminante, oggi come oggi, per riconoscere chi è parte del problema di chi sta lottando per una soluzione. Ma possiamo accontentarci di piccoli passi?

Samantha_Cristoforetti

Se volete seguire Samantha nella sua missione, l’Agenzia Spaziale Italiana ha pensato di aprire un sito web che funga da linea diretta con la ISS, quindi potete collegarvi direttamente con Avamposto 42. Sicuramente sarà più utile della metà (o qualcosa in più) dei servizi messi in onda o pubblicati in questi giorni.

“Gli uomini sulle frontiere, siano esse spaziali o temporali, abbandonano le loro vecchie identità. I vicinati danno identità. Le frontiere le strappano via.”

Mi sono imbattuto in questa citazione di Marshall McLuhan scorrendo nei giorni scorsi le pagine del vecchio blog. E le sue parole hanno subito innescato una catena di associazioni mentali. La Nuova Frontiera a cui ho già fatto spesso riferimento è quella dello spazio, “the High Frontier” nell’accezione resa popolare da Gerard K. O’Neill a partire dalla metà degli anni ’70, ripresa in tempi più recenti dalla Highest Frontier di Joan Slonczewski e da Charles Stross in un suo intervento a proposito dell’esplorazione spaziale. La frontiera è dunque quella che attende Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana, in partenza proprio nelle ore in cui scrivo questo post a bordo di una Soyuz con destinazione la ISS.

Interno di un Cilindro di O'Neill, secondo una elaborazione grafica a cura della NASA.

Interno di un Cilindro di O’Neill, secondo una elaborazione grafica a cura della NASA.

Ma le frontiere sono anche quelle digitali del cyberspazio, che stanno rendendo obsoleti i confini tra gli stati nazionali e sempre più permeabili le barriere tra culture anche molto distanti nello spazio. E, perché no, prima o poi il processo potrebbe estendersi anche alla dimensione temporale, come prospetta William Gibson nel suo ultimo romanzo, The Peripheral. E sempre di frontiere parliamo quando ci interroghiamo sui contorni di concetti come l’identità, la coscienza e l’etica, specie in un’epoca di proliferazione delle tecnologie emergenti come quella che stiamo vivendo. E che obbliga futuristi e scrittori di fantascienza a confrontarsi con gli sviluppi, gli effetti e le ricadute di un progresso frenetico, anticipando i tempi.

Non credete anche voi che, oltre che come letteratura del cambiamento alle prese con gli effetti culturali di un mutamento, la fantascienza possa essere definita sinteticamente anche come una letteratura della frontiera? Anzi, per essere più specifici, la letteratura delle nuove frontiere, dove vengono meno le certezze acquisite, i dogmi sono messi in discussione e dubbi e dilemmi cominciano a moltiplicarsi, generando nuovi quesiti, nuove ipotesi, in una cascata di biforcazioni.

Quella dei bordi, dei margini, dei limiti, è un’idea fondante del connettivismo, che fin dal manifesto codifica programmaticamente il proposito del loro superamento.

Interstellar_02

Caro Christopher Nolan,

devo confessarti che fino a tre quarti di Interstellar avrei voluto scriverti per ricoprirti di insulti. Sei l’unico regista che avrebbe potuto costringermi a rivedere l’ordine dei miei film preferiti nel giro di 4 anni, con Interstellar che stava pericolosamente insidiando la posizione di Inception. Poi ti sei inabissato in un imbuto pentadimensionale, dove anche tu hai dovuto pagare dazio alla dura legge del blockbuster hollywoodiano. Prima la fede, e vabbe’… chiamata in ballo con una certa insistenza, in maniera forse un po’ ossessiva… Poi l’amore, il pentimento del tuo protagonista costretto a ricredersi sulle sue convinzioni materialistiche…

Io credo che l’amore vada bene per cucinare ottimi piatti, per crescere bambini e condividere l’esperienza terrena finché morte non ci separi. Ma faccio davvero fatica a concepire l’amore come vettore di trasmissione dell’informazione. Nel tesseratto, Cooper avrebbe fatto meglio a rivolgersi al Doctor Who, e nello scambio che ha con il robot sembra che in effetti lo stia facendo. Invece fa quella cosa lì, che nessuno sa bene come funzioni, e che per poco non intacca anche la fenomenale idea simbolica della libreria (anche visivamente resa in maniera straordinaria, kubrickiana, per non parlare poi dei titoli omaggiati, non ultimo Gravity’s Rainbow di Thomas Pynchon) con cui ogni lettore di fantascienza empatizzerà e vedrà omaggiati i maestri della letteratura che ha imparato ad amare attraverso le opere che hanno plasmato il nostro immaginario.

Quindi non te la prendere se continuo a preferire Inception, ma sono disposto ad amare Interstellar per il film che avrebbe potuto essere e non è stato. A te sono disposto a concederlo, come per esempio non mi è stato possibile con Ridley Scott per quel pasticciaccio brutto che ha combinato con Prometheus. Da nessuno avrei potuto aspettarmi quello che sei riuscito a fare nel concepire degli habitat alieni, da nessuno se non da te. E quell’inizio, non so quando né dove si è potuto apprezzare tanto slancio e tanta passione, in un’opera artistica, a sostegno della ricerca scientifica, dell’esplorazione spaziale, del progresso, del valore intrinseco della conoscenza e della comprensione – né se mai mi capiterà di ritrovarne altrove. E dopotutto il tuo finale riscatta anche quel piccolo incidente di percorso, e mi piace poter credere che i 20 minuti che lo precedono possano essere stati solo un sogno, vissuto da Cooper mentre la sua navicella falliva la discesa nel buco nero, trovandosi costretto a riparare sul terzo pianeta. Quello giusto, dove i fallimenti sperimentati lo aiuteranno a vivere meglio la gloria. Come credo possa capitare anche a te, la prossima volta che tornerai a lavorare con la fantascienza.

Quindi, per questo e per tutto il resto, tutto sommato grazie anche questa volta.

Ho scritto questo racconto più di un anno fa, ma finora è rimasto inedito. Per qualche ragione non avevo ancora pensato di presentarlo in giro, forse anche perché si tratta di poco più di un canovaccio. L’idea di fondo è fortemente correlata con quella di Riti di passaggio, e a ben vedere gli echi e le risonanze tra i due racconti intessono una trama talmente fitta da rendere questa elegia dell’era spaziale quasi un preambolo alla storia già pubblicata. Inutile nascondere gli omaggi a George R.R. Martin (autore di splendidi racconti di fantascienza prima di meritarsi il successo mondiale con le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco) e Cowboy Bebop, i più attenti di voi li coglieranno già nel primo capitoletto. Quindi non aggiungo altro. Buona lettura!

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Hai fatto molta strada per arrivare fin qua, in mezzo al deserto più spoglio e arido in cui potessi capitare. Su questo misero pianeta di periferia non sono molti gli stranieri di passaggio, da qualche tempo a questa parte. Quindi vedrò di ricompensarti per il viaggio, uomo. Non ho molto da offrirti, per la verità. Dopotutto, cosa può reggere il confronto con la vostra civiltà spaziale? Il progresso vi ha regalato integrazione a ogni livello, realtà aumentata, stampanti 3D, transito quantistico, comunicazioni in tempo-reale… Insomma, la disponibilità di qualunque cosa abbiate bisogno, ovunque vi troviate.

Ma un tempo l’umanità non aveva niente di tutto questo. E viveva disseminata in tante piccole comunità, sparpagliate sulla superficie di un piccolo pianeta di periferia. Mi ricorda qualcosa, già… Piccole comunità che al calare del sole accendevano un fuoco e si raccoglievano nella sera per ascoltare una storia. Un po’ come noi, adesso.

Ecco, se vorrai ascoltare la mia voce, in questa notte illuminata dalle nostre due lune che fanno capolino da dietro un gregge di nuvole per te aliene, ti racconterò una storia. È tutto ciò che ho da offrirti, insieme a un po’ di fumo dal mio narghilè e alle ultime bottiglie di questo ottimo distillato da Wraithworld. Una nave mercantile una volta ha tentato un atterraggio di emergenza nelle White Sands, poco lontano da qui: per fortuna il vino e i liquori che stava trasportando non andarono perduti. Hanno accompagnato i membri superstiti dell’equipaggio durante tutta la loro attesa di una spedizione di soccorso che venisse a recuperarli.

Bevi, è un liquore molto particolare.

Arriva direttamente dal “mondo degli spettri”…

*

Ogni anno da duecento anni, sul pianeta di Rimway si ripete il rito del solstizio. Come ogni anno, proprio in questo periodo, quando il pianeta è giunto all’afelio della sua orbita intorno al suo piccolo sole di classe k1v, i coloni si danno appuntamento per celebrare l’arrivo del nuovo anno e propiziare quello che nell’uso locale è definito come Nuovo Sole.

Se provi a immaginarli, riuscirai a vederli. Proprio adesso, intorno a te.

Rimway è un posto particolare: quando fu fondata la prima colonia, si trovava sul bordo della prima zona d’influenza dell’umanità, un punto ideale come rampa di lancio verso le stelle esterne. E la colonia fu pensata per fornire supporto ai cantieri spaziali per tutte le attività che dovevano o potevano essere svolte in presenza di gravità: estrazione di minerali, metallurgia, e una sequenza significativa di operazioni nelle filiere produttive dell’industria elettronica ed aerospaziale. Rimway esisteva in funzione di Kosmograd-2, il cantiere spaziale a breve distanza. E Kosmograd-2 aveva bisogno di Rimway per costruire nuove navi, arche da lanciare verso le stelle per fondare nuove colonie, o rifornire quelle già esistenti.

Nessuno ricorda a che punto si verificò la scissione. Che le due comunità fossero divergenti, divenne evidente in breve tempo. La popolazione di Kosmograd-2 aveva tenuto rapporti costanti con il resto della civiltà terrestre, mentre nel suo nuovo ambiente planetario la comunità di Rimway era andata sempre più specializzandosi e aveva acquisito caratteristiche proprie, sviluppando una cultura “marginale”. Nell’affrontare il dilemma della scelta tra isolazionismo e integrazione, le due comunità optarono per soluzioni differenti.

Entro breve gli abitanti di Kosmograd-2 divennero Quelli di Sopra.

E i coloni stanziatisi sul pianeta Quelli di Sotto.

Le due comunità non interruppero i rapporti, ma continuarono ad allontanarsi. Le relazioni si ridussero al minimo indispensabile richiesto per la sussistenza delle rispettive funzioni.

Ma anche la frontiera stava andando incontro a un radicale cambiamento. Man mano che le navi salpavano, colonie sempre più lontane spostavano e ampliavano il fronte della zona di espansione dell’uomo nello spazio. Non passò molto e la posizione di Rimway perse progressivamente tutti i vantaggi che avevano portato i primi esploratori a privilegiarla. Ancora qualche lancio e Rimway si ritrovò tagliata fuori dalle principali rotte commerciali. Le ultime due navi restarono attraccate ai moli per più di un decennio, in attesa di un flusso migratorio dalla Madre Terra che non sarebbe mai arrivato a Kosmograd-2 per riempirle. Gli addetti ai cantieri spaziali rimasero senza lavoro: inutile ormai perseverare nella costruzione di nuove navi, se già le ultime erano rimaste vuote e inutilizzate.

Così s’interruppe anche l’approvvigionamento di materie prime e di semilavorati da Rimway. Con gli ultimi materiali a loro disposizione, i tecnici e gli ingegneri di Kosmograd-2 costruirono un’ultima nave, poi imbarcarono tutta la popolazione sulle tre arche rimaste inutilizzate e partirono per una destinazione comune: forse fecero ritorno alla Madre Terra, oppure andarono a raggiungere qualche nuova colonia sul fronte dell’espansione, o ancora decisero di fondarne una completamente nuova. Comunque non ci interessa. Questa non è la storia di chi decise di partire.

Questa è la storia di chi invece è rimasto.

*

La gente di Rimway rimase. Se rimase intenzionalmente o per costrizione esterna, è una verità che è stata a più riprese plasmata e rettificata in base alle convenienze del momento. Non si parla molto di quel periodo di definitiva separazione, nelle case e nelle piazze di Rimway.

La gente porta avanti le sue occupazioni, oggi come allora. Solo un giorno marca un drastico cambiamento rispetto a quell’epoca, una brusca variazione nella routine che accomuna tutti gli altri giorni dell’anno: è il giorno del solstizio d’inverno, quando il sole rinasce. Allora la gente si ritrova sulla pista ormai abbandonata dello spazioporto. La Bestia attende come sempre al riparo da sguardi indiscreti, sotto il telone, nell’hangar di deposito.

I convenuti stazionano sul piazzale, per lo più soli nell’alba gelida, ognuno raccolto nei propri pensieri, anche quando sembra che inavvertibili increspature nella forza gravitazionale portino qualcuno in prossimità di qualcun altro, a formare capannelli spettrali. I membri della comunità continuano ad affluire alla spicciolata,  gli sguardi continuano a evitarsi accuratamente.

Quando il numero viene raggiunto, la cerimonia ha inizio. Puoi vederli con i tuoi occhi: il telone viene rimosso – il velo alzato. Il cingolato trasportatore si mette in marcia, a una velocità di un passo al secondo o anche meno. Un passo fin troppo lento, sufficiente allo svolgersi della processione di accompagnatori muti e assorti nell’eucaristia del relitto spaziale.

La Bestia esce allo scoperto, lucido profilo di lega metallica temprata per sfidare gli abissi dello spazio, incrostato dalla lunga e imprevista permanenza nell’atmosfera di Rimway. La folla segue il cingolato con il suo carico: l’ultimo vettore sopravvissuto all’era dei collegamenti con Kosmograd-2, l’unico sottratto ai Disordini.

La lunga marcia si snoda lungo il percorso abituale: sono diecimila passi dall’hangar al complesso di lancio e ciascuno dei membri della comunità li conosce a memoria, avendoli percorsi ogni anno a partire dall’anno in cui per la prima volta è stato capace di camminare. Diecimila passi compiuti in silenzio, nell’arco di sei ore, da tutti, senza esclusioni.

Quando il vettore viene posizionato sulla rampa, come ogni volta i tecnici radio cominciano a spazzare le frequenze in cerca del segnale dal centro di controllo dalla stazione spaziale. Dopo mezzogiorno, la luce volge già verso i colori spenti della sera. Il razzo, proteso sulla pista, sembra voler provocare una reazione da parte del cielo dell’inverno. Ma dalle nubi non filtra più il segnale rassicurante di Kosmograd-2, con i codici per il lancio, le coordinate di rotta, il countdown per il decollo.

Quelli di Sopra hanno smesso di trasmettere.

E come ogni anno, da duecento anni a questa parte, i discendenti della colonia si disperdono alla spicciolata. Pochi irriducibili riaccompagneranno la Bestia nella sua tana. Riposizioneranno il telone. Sigilleranno l’hangar. E torneranno alle attività quotidiane, per altri trecentosessantaquattro giorni, in attesa di un nuovo solstizio per celebrare il rito del lancio, al Nuovo Sole. Preparativi che vanno avanti da duecento anni, in fiduciosa attesa del Sole giusto.

*

Hai visto tu stesso, uomo. È quello che succede quando il differenziale tra le velocità di sviluppo supera una soglia minima di correlazione. Oltre questo limite, le civiltà imboccano strade divergenti, traiettorie centrifughe.

Nessuno aveva mai spiegato agli abitanti di Rimway la composizione chimica del combustibile per i diversi stadi del vettore, e la nozione stessa del propellente si è persa nel tempo. Oggi la cerimonia, pur nella fedeltà della liturgia primitiva, benché svuotata della valenza che aveva in origine, è ridotta a una farsa. Un tentativo di evocazione, una supplica per invocare gli dèi perduti di Kosmograd-2 e riattivare le connessioni con una stazione ormai abbandonata, vuota, congelata nel silenzio. Un culto del cargo, condotto da indigeni un tempo a contatto con l’essenza stessa della divinità, e adesso dimenticati su un pianeta alieno, abbandonati a se stessi, condannati a ripetere un rito di cui hanno perso consapevolezza del senso.

Bevi, uomo: è ottimo questo brandy di Wraithworld, il mondo degli spettri. Aiuta a riscaldare la mente e il cuore, in notti come questa, su un pianeta come questo. È un ottimo propellente per l’immaginazione… Bevi, non preoccuparti. Vedrai, i soccorsi non tarderanno. Saranno qui prima che sia fatto giorno.

Guarding_the_Soyuz

[Le immagini provengono dal cosmodromo di Bajkonur e documentano il trasporto dei Sojuz dagli hangar alla rampa di lancio.]

Corpi spenti è un libro che si chiude sulla prospettiva di un abisso cosmico. Oltre al noir, alla spy-story, alla fantascienza di derivazione cyberpunk, alle suggestioni post-human, abbiamo anche un richiamo alla più classica fantascienza spaziale. Poche pagine, che però dovrebbero bastare per dare un’idea della complessità dello scenario di questo mondo, dietro le quinte di ciò che vediamo in scena. E che forse potrebbero tornare a essere esplorate, con maggiore accuratezza, nel futuro.

A questo proposito trovo paradigmatica la seguente battuta estratta da Angeli spezzati di Richard K. Morgan:

Richard K. Morgan - Angeli spezzati«Ci pensi, Kovacs. Stiamo bevendo caffè così lontano dalla Terra che le sarebbe difficile distinguere il Sole nel cielo notturno. Siamo stati portati qui da un vento che soffia in una dimensione che non possiamo né vedere né toccare. Immagazzinati come sogni nella mente di una macchina che pensa in modo tanto più evoluto dei nostri cervelli che potrebbe persino portare il nome di dio. Siamo risorti in corpi che non sono i nostri, cresciuti in un giardino segreto lontano dal corpo di ogni donna mortale. Sono questi i fatti della nostra esistenza, Kovacs. Mi dica, in cosa sono diversi, o meno mistici, della fede che esista un regno dove i morti vivono in compagnia di esseri talmente al di là di noi da essere costretti a chiamarli dei?»

Oggi si chiude questo ciclo di articoli che ci ha tenuto compagnia nelle ultime due settimane. Corpi spenti si appresta ad atterrare in edicola e  in versione e-book su Amazon e sugli altri store on-line, dove potrete facilmente recuperare la vostra copia (il volume cartaceo di Urania, vi ricordo, resterà disponibile fino a fine mese). Se ne avrete voglia potrete passare da queste parti per farmi avere la vostra opinione sul libro.

Ci leggiamo nel futuro.

Singolarità Tecnologica - shutterstock

Un libro e un racconto. Per il tracciamento dei container trasportati via mare e lo scenario da guerra di spie in cui il Mediterraneo sta scivolando in Corpi spenti, ho derivato lo spunto di partenza da Guerreros di William Gibson.

Un altro debito importante è verso Samuel R. Delany (non è la prima volta, non sarà l’ultima) e il suo Sì, e Gomorra. A distanza di 47 anni dalla prima pubblicazione gli scenari delineati nel racconto, con le sottoculture urbane che fioriscono intorno allo sfruttamento sessuale degli spaziali in licenza, continuano a risultare una metafora insuperabile, soprattutto come rappresentazione delle alternative di utilizzo che la strada riesce sempre a trovare per le ricadute del progresso.

Uno dei punti-chiave del romanzo è la colonizzazione spaziale. Il che potrebbe sembrare paradossale, per un future noir che si svolge interamente per le strade di una metropoli e nei suoi bassifondi. Ma la Nuova Frontiera incombe sui personaggi e sulle loro storie. Tra i principali spunti che ho voluto approfondire nel libro c’è appunto l’approccio dell’umanità allo spazio: il modo in cui ci si arriva, il modo in cui la conquista dello spazio ci cambia. L’outer space si riversa nell’inner space, e come insegna J.G. Ballard il terreno di battaglia sono prima di tutto la nostra psiche e i nostri corpi.

Tre parole-chiave per l’approccio alla tecnologia in Corpi spenti: nichilismo, alienazione, paranoia.

Starbase 03

Space Colonies and Stations

Space ColonyImmagini via Exonauts.

Sull’ultimo Delos, andato on-line negli ultimi giorni del 2013, Carmine Treanni ha dedicato un’approfondita recensione-intervista a Terminal Shock. L’e-book si sta spingendo a velocità di crociera verso la frontiera esterna del sistema solare e intanto continua a mandare segnali.

Nella lunga chiacchierata con Carmine abbiamo affrontato diversi temi a cui sono particolarmente affezionato: editoria digitale, politica, scrittura. Tutti argomenti su cui mi piacerebbe tornare. Intanto vi lascio all’intervista, poi – se vorrete – nei prossimi giorni potremmo approfondire.

Stay tuned!

[Terminal Shock è il mio ultimo libro, uscito in e-book la scorsa estate per Mezzotints. Quello che segue è un breve estratto del testo.]

Image Credit: Galileo Project, JPL, NASA; reprocessed by Ted Stryk

Europa, 2163. Sembrava trascorsa una vita. Qilliam fresco di addestramento, appena reclutato nelle file operative della Divisione Ψ e inviato in missione sul campo, presso Concordia Station.

Sbarcato sulla luna, si applicò al problema con lo slancio del neofita. Un duplice caso di manufatto-fuori-posto – oopArt, nel gergo degli archeologi – senonché la provenienza dei reperti li collocava di diritto nella classe dei grandi problemi insoluti con cui fare i conti nell’esplorazione dello spazio. Erano stati scoperti in una regione nota come Thrace Macula, in quello che aveva l’aria di essere un deposito di condriti carbonacee.

Gli psiconauti intervenuti sul luogo avevano stimato un’origine recente per quella formazione e l’ipotesi più consistente prevedeva che risalisse a una pioggia meteoritica occorsa nel XXI secolo.

C’erano tracce di radioattività residua, sui manufatti: una sorta di piccola scultura votiva e una conformazione ad arco di circa otto metri che avrebbe potuto essere un montante o parte di una struttura più complessa, piantata tra le rocce e il ghiaccio di Thrace Macula.

Il loro rinvenimento aveva spaccato la comunità scientifica: archeologi, planetologi, esobiologi, si erano cimentati sul caso. Quando la Divisione Ψ aveva deciso di inviare una propria delegazione, i reperti E-2161a ed E-2161b erano venuti a trovarsi al centro di un acceso dibattito nella squadra di psiconauti incaricati di studiare il caso. Da Qilliam, i superiori si aspettavano solo che redigesse una relazione, quanto più completa possibile, e probabilmente niente di più.

Ma il manufatto era diventato un’ossessione. La recluta vi aveva dedicato ogni secondo della sua permanenza presso il campo di ricerca. Quando si addormentava, vedeva avanzare nel dormiveglia la figura di un astronauta extraterrestre, fiero e imperscrutabile, dal passo solenne e fragoroso, capace di scuotere il continuum del sonno mentre conduceva una danza astrusa intorno a una struttura gigantesca, dalla funzione incomprensibile, di cui E-2161b poteva essere nient’altro che un elemento accessorio. Era la sua mente che astraeva le suggestioni evocate dalla ricerca, trasformandole in quella visione terribile, il rituale oscuro di una divinità violenta e vendicativa degna del pantheon hindu. E in quell’immagine giocava un ruolo cruciale la teoria elaborata da Dimitri Rachmaninoff, all’epoca già veterano del corpo.

Che E-2161b potesse essere di origine artificiale, era opinione alquanto diffusa. Ma non si trovavano corrispondenze nella tecnologia umana degli ultimi centoquarant’anni, ovvero da quando l’impresa spaziale era ripartita, aprendo la frontiera del sistema solare. Su E-2161a sussisteva qualche dubbio in più. Di sicuro, nessuno riusciva ancora a fornire una spiegazione attendibile di come entrambi fossero arrivati su Europa.

Tra le diverse scuole di pensiero, un paio erano riuscite a polarizzare l’opinione degli studiosi. E Rachmaninoff era fiero della paternità di una delle due. Aveva pensato a un culto del cargo su scala stellare. Un popolo di esploratori era approdato nel sistema solare secoli, o millenni, addietro; si era presentato alle antiche civiltà terrestri, per lo meno una di quelle ritenute più avanzate e per questo idonea a reggere il peso del contatto; e aveva instaurato con essa rapporti di interscambio – probabilmente di natura culturale, piuttosto che commerciale in senso stretto – di durata abbastanza breve da giustificarne il successivo oblio nei documenti, a parte gli occasionali residui che potevano essere sopravvissuti all’estinzione della società contattata, in forme tanto criptiche da risultare inesplicabili agli studiosi dei secoli successivi.

Sulla via del ritorno, gli esploratori extraterrestri avevano quindi deciso – per scelta o necessità – di liberarsi della zavorra, e avevano seminato nello spazio spazzatura e cianfrusaglie varie raccolte durante la permanenza sul pianeta. E-2161a ed E-2161b potevano non essere altro che i resti sopravvissuti al dumping, che la danza gravitazionale del sistema di Giove doveva aver cancellato risucchiandone in larga misura gli scarti nel proprio maelstrom planetario. Tonnellate di materiale poteva essere andato disperso nell’atmosfera gioviana, ma qualcosa era scampato, su Europa e forse sulle altre lune medicee. E-2161a ed E-2161b stavano a testimoniare il caso favorevole, che poteva essere tutto fuorché unico.

Il culto del cargo di Rachmaninoff ipotizzava che la statuetta fosse stata scolpita proprio dai terrestri, in adorazione degli antichi astronauti che potevano aver scambiato per divinità calate dalle stelle. Era un effetto collaterale di un caso di primo contatto, plausibile allorché si verificasse tra civiltà separate da una distanza significativa sulla scala del progresso.

E non riusciva in alcun modo a convincere Qilliam.

Progress Launch, Baikonur

Progress Launch, Baikonur (Photo credit: alexpgp)

Spazio, diciannove anni dopo. La notizia che il governo di Sua Maestà starebbe pensando di avviare il progetto per uno spazioporto in Scozia, da aprire ai voli commerciali già a partire dal 2018, non è poi così peregrina come potrebbe sembrare (a patto di sorvolare sull’indecente fantasia dei titolisti italiani). L’industria spaziale britannica vale già oggi 12 miliardi di euro all’anno: cifra che, se da un lato rappresenta ancora una virgola di un PIL stimato in circa 2.500 miliardi di euro, è al contempo abbastanza promettente per ragionare su uno sviluppo che di qui al 2040 la porti a valere oltre il triplo, attestandosi sul 10% del valore mondiale del settore.

Il proposito è più che velleitario. Anche se il turismo spaziale dovesse restare un business d’élite, la crescente presenza umana nell’orbita circumterrestre dovrebbe provocare una ricaduta intensa su tutto l’indotto: dall’approvvigionamento di beni di prima necessità ai servizi. Basta buttare lo sguardo appena più in là per cominciare a intravedere un’espansione commerciale in piena regola, richiamata oltre che dall’esclusività della location anche dalla promessa di risorse minerarie in quantità tale da innescare la nuova corsa all’oro.

Forse lo sviluppo della Nuova Frontiera sarà dopotutto prosaico e sporco (di olio, se non di polvere) come quello della frontiera che ci siamo lasciati alle spalle, cavalcando verso ovest. E secondo alcuni sarà azzardato impostare questa rincorsa su tempi così brevi. Ma saper guardare al futuro per coglierne le opportunità è forse la migliore attitudine in un periodo di crisi. Dal momento che i maggiori spazioporti aperti ai voli privati sono oggi situati in località di non facilissima accessibilità, pensare di costruire il primo spazioporto europeo a un’ora di volo da Londra potrebbe assicurare, al di là di un pur atteso ritorno d’immagine, un posto in prima fila nello sfruttamento di un mercato completamente vergine. E probabilmente provvisto di un potenziale senza precedenti nella storia dell’umanità.

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