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Stamattina, andando in ufficio, ascoltavo un dibattito in radio sull’impatto che l’automazione avrà nei prossimi anni sul mondo del lavoro. Un po’ tutti abbiamo sentito o letto gli annunci apocalittici che nei giorni scorsi sono circolati sulla stampa: i titoli più sobri parlavano del furto del lavoro ai danni degli umani perpetrato dalle nuove generazioni di robot, e scaricavano implicitamente sulla tecnologia le responsabilità occupazionali delle politiche inadeguate o fallimentare che da anni vengono perseguite un po’ in ogni parte del mondo.

Il prossimo passo, che vedo già in atto, consisterà probabilmente nell’associare la figura del robot a quella dell’immigrato che s’introduce nel nostro sistema per recare danni più o meno profondi e inguaribili al nostro stile di vita consolidato (si fa per dire). Ho provato un senso di disorientamento, ascoltando il botta e risposta tra la giornalista e l’intervistato, un esperto di nuove tecnologie membro di un’associazione di cui purtroppo non ricordo al momento il nome. Non per i contenuti, ma per la realizzazione che solo qualche anno fa, diciamo quando ho visto per la prima volta Blade Runner a metà anni novanta, o quando ho iniziato a cimentarmi a mia volta con la scrittura del futuro a metà anni zero, un dibattito radiofonico del genere, proiettato nel 2016, mi sarebbe sembrato più che logico, perfino naturale.

Il mio disagio attuale, che ho comunque fatto presto a scacciare, nasce – mi rendo conto – dall’assuefazione all’altra realtà, quella contigua all’immaginario in cui siamo cresciuti, ovvero la realtà fattuale o presunta tale costruita dall’interazione degli abitanti e dei sistemi informazionali del pianeta Terra, gli inforgs di cui parla Luciano Floridi. Quella realtà raccontata che, malgrado tutto, negli ultimi anni sta facendo di tutto, attraverso le sorgenti di condizionamento che “ispirano” e “orientano” l’opinione pubblica (governi, organizzazioni economiche, istituzioni religiose, editori), per provare a convincerci di vivere in Anni Oscuri, in un nuovo medioevo, imponendoci il diritto di non avere diritti come una nuova frontiera della libertà, riscrivendo il mondo perché possiamo godercelo così com’è, anzi accettando e plaudendo alle mille forme di erosione che quotidianamente agiscono sul blocco sempre più friabile dei diritti acquisiti.

E invece, ci accorgiamo adesso, il mondo reale è andato avanti. Non è più quello degli anni ’90, è un mondo in cui è davvero naturale, a pensarci bene, imbattersi per radio, andando al lavoro, in un dibattito sulle conseguenze e le implicazioni dell’impiego dei robot. È questo il mondo in cui viviamo, con buona pace per i reazionari e gli oscurantisti di ogni categoria, inclusi quelli che proprio in questi giorni si stanno sforzando per dimostrare al mondo, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto arretrata e inadeguata sia la nostra classe politica quando si tratta di scegliere tra l’estensione dei diritti e l’esclusione dagli stessi.

Il luddismo di ritorno che sembra di intravedere tra le righe dei commenti di questi giorni non sorprende affatto, date le premesse. A conti fatti, a chi gioverebbe un’analisi precisa degli effettivi costi e benefici dell’impiego di sistemi artificiali in sostituzione della manodopera umana in contesti rischiosi o magari in mansioni ripetitive, a bassissimo contenuto qualitativo o intellettuale? Molto meglio che un uomo svolga un lavoro meccanico: è stato fatto tanto per insegnargli a non lamentarsi, a occupare le proprie giornate in catena di montaggio, a rispettare la gerarchia e le consegne, non vorremo rinunciare proprio adesso ai magnifici risultati raggiunti nel campo del condizionamento umano? E proprio adesso che stiamo risolvendo gli ultimi problemi ereditati dal Novecento, perché dovremmo accollarci la fatica di pensare a soluzioni nuove, adatte ai tempi che corrono, capaci di garantire maggiori opportunità a sempre più gente, di spalancare gli orizzonti di nuove possibilità a masse che sono state addomesticate a credere che la più grande conquista dell’umanità siano state una casa ipotecata, un lavoro sottopagato, lo smartphone alla moda e una piattaforma televisiva da 500 canali?

Per fortuna il mondo va avanti. E sarà difficile spiegare a un’intelligenza artificiale quale sia il valore aggiunto di una massa lobotomizzata, asservita al volere di pochi, grassi padroni. Insieme ai lavori di più bassa manodopera, magari delegheremo ai robot anche l’onere delle rivendicazioni di quei diritti di cui non abbiamo voluto farci carico.

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Si è perso il conto delle diverse versioni messe a punto per Blade Runner, il film capolavoro di Ridley Scott del 1982, tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick (1968). Wikipedia ne conta sette. La pellicola, oltre che un oggetto di culto per gli appassionati, è diventata ormai un’entità proteiforme: nella testa dell’appassionato le diverse edizioni si mescolano e incrociano, intersecandosi e sovrapponendosi.

Ma per il cultore l’ossessione non è mai abbastanza ripagata, e quindi eccoci qui a rivedere questa versione “apocrifa” del 2007, messa insieme da Charles de Lauzirika, il produttore e documentarista che ha supervisionato la riedizione in DVD e Blu-Ray dei classici di Scott, tra cui anche Alien e Blade Runner. De Lauzirika e il suo team hanno usato solo scene alternative e materiale scartato in sala di montaggio, in gran parte qui visibile per la prima volta. Il risultato è un mediometraggio di 47 minuti che riepiloga e condensa il fascino del film originario, offrendo un’angolazione diversa sulle scene che sono ormai impresse nella nostra memoria.

E adesso che abbiamo messo una toppa anche su questa triste vicenda dei cookie, proviamo a riprendere anche le trasmissioni. Dopo un paio di mesi vissuti intensamente sul piano personale, mi preme aggiornarvi sulle ultime uscite che mi interessano da vicino. Partiamo con una riedizione, e proseguiamo con due inediti.

La riedizione riguarda Riti di passaggio: uscito lo scorso autunno inFF_Storie_dal_futuro_ebook e-book sotto il marchio Future Fiction, che si sta facendo molto apprezzare in Italia e non solo, il racconto, sempre disponibile sugli store on-line, è stato anche incluso nell’antologia che raccoglie in un unico volume le opere uscite nel corso del 2014 nella collana digitale curata da Francesco Verso e Francesco Mantovani. Storie dal domani rappresenta una ghiotta occasione per avere in un unico volume le storie pubblicate da Future Fiction, con racconti a firma di pesi massimi del calibro di Robert J. Sawyer, Ian McDonald, James Patrick Kelly, Paul McAuley e David Marusek, senza dimenticare gli autori non anglosassoni che la collana sta contribuendo a far apprezzare anche al pubblico italiano: il nigeriano Efe Tobunko, il romeno Cristian M. Teodorescu e il greco Michalis Manolios. Storie dal domani è acquistabile sia in cartaceo (prezzo di copertina 16,50 euro) che in e-book (ePub o mobi, per 4,99 euro).

FF_Storie_dal_futuro
Veniamo quindi al primo inedito. L’antologia Il prezzo del futuro, curata da Gian Filippo Pizzo e Vittorio Catani per i tipi di La Ponga Edizioni, raccoglie quindici racconti incardinati su un unico tema, per quanto ampio e declinabile secondo molteplici sensibilità: l’economia del domani. Dalla prefazione a firma di Valerio Evangelisti:

La fantascienza è un genere letterario “massimalista”, per cui può avere per oggetto interi sistemi politici, economici e sociali. La fantascienza è anche un genere che, quando parla del futuro, molte volte allude al nostro presente, lo distorce, lo satireggia, lo critica.

Da queste due premesse discende questa antologia di racconti di fs a sfondo economico. Ci si pensi: sarebbe stata possibile una raccolta del genere, e di tale forza, nel quadro della narrativa corrente, o di altri filoni della cosiddetta “paraletteratura”? No, è evidente. Lo spazio sarebbe stato troppo limitato. Tanti romanzi senza etichetta, o fin troppo etichettati, mettono in scena l’economia. Ma si tratta di singoli aspetti, di ricadute localizzate o individuali.

Solo la fantascienza può rendere protagonista l’economia tutta intera, e affrontare più problemi alla volta fino a delineare uno scenario completo. Gian Filippo Pizzo e Vittorio Catani (che in “fantaeconomia” è particolarmente versato, come si nota dalla sua bibliografia) hanno confezionato una summa destinata a rimanere in vista sugli scaffali domestici, per complessità e intelligenza. Una chiave per leggere, sotto forma appena appena allegorica, i tempi che stiamo vivendo e quelli che verranno.

Tutti autori italiani, e non a caso: l’Italia è tra le vittime di una crisi finanziaria che non pare avere fine, cui si risponde con soluzioni arruffate e discutibili. In un tale contesto, la fantascienza lancia, con questo volume, la sua sfida volutamente arrogante al resto della narrativa, e soprattutto a quella mainstream. Noi, i presunti sognatori volti al futuro, ci occupiamo di ciò che ci accade attorno. E voi, i supposti realisti, che fate?

Su Carmilla on line potete inoltre leggere l’introduzione di Pizzo.

Nel mio racconto In caduta libera mi sono “divertito” (si fa per dire) a immaginare una storia di rivendicazioni sindacali sullo sfondo di un cantiere orbitale. La colonizzazione spaziale innesca le contraddizioni intrinseche del turbocapitalismo e nelle linee lasciate scoperte s’insinua il germe della rivolta, se non proprio dell’utopia. Quello che mi sono soprattutto sbizzarrito a manipolare è la gloriosa tradizione dell’anarcosindacalismo americano, con i wobblies della Industrial Workers of the World (ricordate One Big Union proprio del magister Evangelisti?) che confluiscono in una nuova federazione: la Industrial Workers of the Solar System.

Anche in questo caso il libro è disponibile sia in edizione cartacea (prezzo di copertina 16,90 euro) che digitale (a 4,49 euro).

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E completiamo questa breve rassegna con un volume da poco giunto in edicola. Si tratta di un classico della New Wave, firmato da Roger Zelazny, un maestro visionario e poliedrico, lucido anticipatore di temi che sarebbero diventati maggioritari decenni più tardi, e anche per questo gigante tra i più lungimiranti che hanno dato il loro apporto negli anni ’60 alla maturazione della fantascienza. Il romanzo s’intitola Il signore dei sogni e risale proprio a quella fortunatissima stagione. Alcune immagini di Blade Runner e Inception (ma non solo), a distanza di anni, mi sembrano ancora ispirate alle sue descrizioni. Ne parlavo in maniera più circostanziata la bellezza di sette anni fa su Next Station. Ma anche se mi sembra trascorsa un’epoca geologica e più da allora, ricordo ancora il carattere innovativo della lettura, a dimostrazione della sua persistenza.

Cosa c’entro io con Zelazny? È presto detto. Il volume pubblicato da Urania Collezione, che rimarrà in edicola ancora per una settimana o due (quindi, consiglio interessato, affrettatevi a recuperare la vostra copia se siete ancora affezionati alla carta), include in appendice un romanzo breve firmato dal sottoscritto in collaborazione con Lanfranco Fabriani, un veterano che non ha certo bisogno di presentazioni. S’intitola YouWorld e fa chiaramente il verso alla piattaforma di video sharing che ha aperto la strada ai nuovi consumi delle nostre vite digitali, sociali o solitarie. Si tratta di una storia nata su un terreno abbastanza distante dai percorsi narrativi che ci erano familiari, e penso di poter parlare anche a nome del mio socio, anche se mi auguro di tornarci sopra nei prossimi giorni per poter mettere a pubblico confronto le nostre rispettive esperienze.

Se siete in cerca di etichette per classificare un lavoro di questo tipo, penso che fantascienza sociologica, postcyberpunk, satira di costume, postmoderno e action thriller siano tutte, ciascuna alla sua maniera, adatte allo scopo. Ci sono delle Intelligenze Artificiali stanche di farsi sfruttare dalla società dello spettacolo 2.0. C’è un citazionismo che mi auguro troverete simpatico. E soprattutto ci sono un bel ritmo e tante sorprese. È stato divertente, per quanto faticoso, scriverlo. Ma credo che la lettura possa risultare altrettanto divertente, e sicuramente meno faticosa. Ma solo voi potrete dircelo.

Il libro è in edicola fino alla prima decade di luglio al prezzo di 6,50 euro e in e-book a 3,99 euro.

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Ormai da diverso tempo stiamo assistendo a una graduale migrazione delle narrazioni complesse dal cinema alla televisione. Questa transizione, già in atto dalla metà degli anni ’90 (con Babylon 5 di J. Michael Straczynski e I Soprano di David Chase), è divenuta sempre più evidente con gli anni, con serie capaci di ripagarsi di uno sforzo produttivo ormai non inferiore alle produzioni cinematografiche con un riscontro da parte del pubblico a cui spesso – assai più spesso di quanto accada con il grande schermo – si accompagna il plauso della critica: pensiamo a Battlestar Galactica e alle serie di punta della HBO, da The Wire a Game of Thrones, passando per Band of Brothers e True Detective, senza dimenticare l’onorata tradizione britannica in cui la complessità viene spesso declinata sul piano della sperimentazione “linguistica” (il Doctor Who, certamente, ma anche Life on Mars e il suo spinoff Ashes to Ashes, Torchwood: Children of Earth, Sherlock, Red Riding, Black Mirror).

La serie che sta facendo molto parlare in questi giorni non esiste ancora, e questo in un certo modo riflette abbastanza fedelmente la storia a cui si ispira, che ha l’originalità di rappresentare la realtà attraverso un gioco di specchi. Si tratta di The Man in the High Castle, l’adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di Philip K. Dick (noto da noi con il titolo di maggiore impatto di La svastica sul sole), di cui il 15 gennaio è stato rilasciato l’episodio pilota. Non in TV, ma direttamente on-line, visto che la produzione, dopo i tentativi abortiti da parte della BBC e di SyFy, è stata rilevata da Amazon per testare un modello di produzione e distribuzione on-demand che Netflix ha dimostrato essere particolarmente appetibile. Il timone è stato affidato a una squadra capitanata da Frank Spotnitz (già collaboratore di Chris Carter ai tempi di X-Files e poi di Millennium) e Ridley Scott, che così è tornato a cimentarsi con l’immaginario dell’autore alla cui penna dobbiamo quel capolavoro che è Blade Runner (e il link è sottolineato da un origami che fa in tempo a comparire nei minuti finali della puntata). I primi riscontri, tanto in patria quanto in UK e Italia, sono a dir poco entusiastici.

La storia ha inizio nel 1962, in un Nord America diviso in due blocchi: la East Coast è ormai una propaggine del Grande Reich Nazista, mentre gli Stati del Pacifico sono uno stato-fantoccio sotto il controllo dei giapponesi. Tra le due sfere d’influenza si estende la Zona Neutrale delle Montagne Rocciose. Il Fuhrer Adolf Hitler è prossimo a uscire di scena e dallo scontro di potere che s’innescherà per la sua successione potrebbe derivare la più grave minaccia per il mantenimento del difficile equilibrio geopolitico emerso dalla fine della guerra. Mentre a New York il giovane Joe Blake s’infiltra nella Resistenza per sabotarne i piani, a San Francisco Juliana Crain, fidanzata con Frank Frink (che nasconde lontane origini ebree), entra in possesso di una copia di un misterioso film, che le viene consegnata dalla sorellastra poco prima che venga trucidata dagli agenti delle forze di occupazione. La pellicola rivela un esito ben diverso per la Seconda Guerra Mondiale e Juliana ne è a tal punto scossa da decidere di portare a termine l’incarico della sorella, recandosi a Cañon City, nella Zona Neutrale, dove è diretto anche Joe Blake.

La qualità della produzione è testimoniata da tanti piccoli particolari, sia relativi alla scrittura che all’estetica. Spotnitz e Howard Brenton hanno imbastito una storia di spie e cospirazioni, discostandosi in alcuni punti dal testo originale. L’equilibrio di una trama costruita su due linee narrative principali che convergono gli ha dato pienamente ragione. Degna di nota anche la resa visiva, a cominciare dalla sigla raffinata ed accattivante, per arrivare al design retroavveniristico delle cabine telefoniche e degli aerei supersonici. Le strade deserte per il coprifuoco, le insegne della propaganda delle truppe di occupazione e lo squallore opprimente a cui sono costretti i cittadini di un’America sconfitta e prostrata completano il quadro. La scena della pioggia di cenere provocata dai forni di un ospedale è a dir poco sconvolgente nella sua immediata crudezza. Sul principale punto di infedeltà, ovvero il contenuto della pellicola The Grasshopper Lies Heavy (ovvero La cavalletta più non si alzerà, che nel romanzo era in realtà un libro ucronico, opera del misterioso Hawthorne Abendsen, alla cui figura rimanda il titolo), si è già espresso Silvio Sosio e io mi trovo a condividerne totalmente la posizione.

Adesso Amazon potrebbe prendersi fino a un anno di tempo per valutare, sulla base dei riscontri ottenuti da questo pilot, se proseguire nello sforzo e mettere in cantiere un’intera serie. Per quello che dicevo in apertura, mi auguro sinceramente che i responsi non tardino ad arrivare. The Man in the High Castle merita di entrare nel novero delle grandi produzioni televisive di questi anni, il suo potenziale drammatico e visivo ha tutti i requisiti per appassionare lo spettatore.

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Novembre 2014. Non siamo a Los Angeles ma mancano comunque 5 anni al futuro di Blade Runner. Un futuro di spinner capaci di librarsi in cielo per sfuggire al traffico impantanato nei bassifondi, di ESP capaci di navigare nello spazio tridimensionale delle fotografie, di perturbazioni monsoniche su scala planetaria, di tecnologie genetiche a buon mercato e di replicanti. Il futuro immaginato da Ridley Scott (e Hampton Fancher, e David Peoples, e Syd Mead… sulla scorta ovviamente delle visioni del Cacciatore di androidi di Philip K. Dick) è dietro l’angolo e presto busserà alla porta. Un futuro sporco, violento, inquietante, sovrappopolato – laddove, vale la pena notarlo, nel romanzo di Dick era invece desolato e spopolato, per le conseguenze di un olocausto nucleare, e per questo inquietante esattamente per le ragioni opposte. Comunque un futuro in larga misura indesiderabile per chiunque ne prese visione al cinema, nell’anno di distribuzione della pellicola. Ma come è cambiata la nostra percezione di quel futuro nell’arco di questi 32 anni, dal 1982 ad oggi?

Quello di Blade Runner è un futuro monco. Manca della rete, che è pur sempre la maggiore innovazione del secolo scorso, nonché forse la tecnologia di massa più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, almeno nel momento in cui scrivo queste parole, e voi le leggete. Eppure è un futuro che sembra promettere più di quello che abbiamo avuto: le stazioni spaziali, un qualche tecnologia capace di mantenere voli di linea interplanetari (se non proprio interstellari), tra la Terra e le colonie extra-mondo. È un futuro incompleto, parziale, come spesso accade alla fantascienza. Nondimeno è un futuro vivido, efficace, dall’impatto sconvolgente, capace di far presa ancora oggi sull’immaginario dello spettatore.

È tornata alla ribalta proprio in questi giorni la notizia del sequel a cui Scott starebbe lavorando ormai da tempo. Dopo l’entusiastico annuncio della scorsa estate sulla sceneggiatura ultimata da Michael Green e Hampton Fancher, sembrerebbe che Scott, visti i precedenti impegni assunti con Prometheus 2 e The Martian, abbia deciso di abbandonare la cabina di regia per ritagliarsi un ruolo da produttore. Il che non è necessariamente una brutta notizia. Non è ancora noto chi lo sostituirà dietro la macchina da presa, ma si dovrebbe cominciare a girare già il prossimo anno.

L’affresco distopico di Blade Runner ha segnato l’immaginario di un decennio e continua a esercitare la sua influenza ben oltre i confini dell’esperienza del cyberpunk. E forse è il caso di porsi qualche domanda sul perché quel tipo di futuro è tutto sommato ancora oggi così penetrante, pur risultando alterato il messaggio del film. Il tempo è stato di certo galantuomo nei confronti dell’opera di Scott, ma soprattutto perché si è saputo dimostrare particolarmente severo nei confronti del nostro mondo. Il nuovo Blade Runner saprà cogliere lo spirito dei tempi come il suo predecessore?

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In questa realtà, siamo in tanti – decisamente troppi – a svegliarci ogni mattina nella pelle morta di un replicante. Siamo tutti simulacri, prigionieri di un domani che non ci appartiene e che non presenta sbocchi per le nostre aspirazioni, per l’esercizio dei nostri sogni, per l’applicazione della nostra libertà. Viviamo in un incubo, con l’ossessione di un cacciatore di taglie messo sulle nostre tracce per riscuotere il premio del ritiro. E forse ci riuniremo in sala, fra un paio d’anni, per esercitare il rito collettivo della visione del simulacro di un film che parla di noi. Siamo lavori in pelle. E mancano ancora 5 anni al 2019.

Il caso di Interstellar ha innescato un cortocircuito nella mia testa con tutti quei film che ho amato e che a un certo punto presentano l’inserimento di un corpo apparentemente estraneo al linguaggio cinematografico: i versi di una poesia. Citati apertamente, declamati fuori campo, molti sono i casi che la storia del cinema può annoverare (qui trovate un elenco molto istruttivo benché parziale), spesso in opere tutt’altro che aderenti al mainstream, anzi fieramente collegate a un immaginario di genere.

Poi ci sono i classici In Topic, le opere costruite intorno alla poesia: ne è un esempio L’attimo fuggente, non solo per il carpe diem di memoria oraziana, reso popolarissimo proprio dal compianto Robin Williams, ma per tutta la celebrazione della poesia come spazio di rottura con le convenzioni, da Walt Whitman a Henry David Thoreau; e un altro esempio è il visionario Urlo sul processo istruito per oscenità contro Allen Ginsberg, in seguito alla pubblicazione del poema omonimo, caposaldo della cultura beat.

Ma in questo post voglio soffermarmi sulla poesia che si manifesta al cinema come un corpo estraneo, come uno sparo, amplificando in questo modo la potenza del suo impatto con la mente dello spettatore; e come un oscuro congegno, che si rivela necessario alla comprensione dell’opera con la stessa necessità di un orologio alla scansione del tempo. Non sono un critico e lascio volentieri la parola a gente più qualificata di me per approfondire le connessioni (qui ci vorrebbero poeti veri e critici arguti come Alex Logos Tonelli, Ettore Fobo o Ksenja Laginja). Mi limiterò quindi a citare i casi che per primi mi sono sovvenuti alla memoria, elencandoli in maniera compilativa e poco più che cronachistica. Ma invito tutti a contribuire con altri casi a vostro giudizio degni di nota. La discussione è aperta.

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Dylan Thomas / Interstellar (2014)

Do not go gentle into that good night (1951) del poeta gallese Dylan Thomas è l’innesco, la citazione che mi ha fatto pensare a questo post. I suoi versi vengono ripetuti in diverse occasioni dal professor Brand (Michael Caine) e dal dottor Mann (Matt Damon) nell’ultima pellicola di Christopher Nolan, ad accompagnare lo slancio dell’umanità verso le stelle, oltre l’ignoto. Ne riprendo la traduzione di Ariodante Marianni:

Do Not Go Gentle into That Good Night

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rage at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

*

Non andartene docile in quella buona notte

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbe ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.

Benché i saggi infine conoscano che il buio è giusto,
poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni che in preda all’ultima onda
splendide proclamarono le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed esser gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime,
non andartene docile in quella buona notte.
Infuria, infuria contro il morire della luce.

En passant, la poesia era stata anche fonte di ispirazione per George R. R. Martin, che proprio dai suoi versi ha ricavato il titolo del suo romanzo d’esordio Dying of the Light (1977, in italiano La luce morente).

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William Blake / Blade Runner (1982)

William Blake ricorre con almeno due frammenti nel capolavoro firmato nel 1982 da Ridley Scott, magistrale rielaborazione cinematografica del romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick (1968). La battuta declamata da Roy Batty (Rutger Hauer) all’ingresso nel laboratorio genetico di Hannibal Chew (il fornitore di occhi per i Nexus 6 della Tyrell Corporation) è “Avvampando gli angeli caddero; profondo il tuono riempì le loro rive, bruciando con i roghi dell’orco” (in originale: “Fiery the angels fell; deep thunder rolled around their shores; burning with the fires of Orc“). Si tratta di una parafrasi di una strofa del poema di Blake America: A Prophecy (1793):

Fiery the Angels rose, & as they rose deep thunder roll’d
Around their shores: indignant burning with the fires of Orc
And Bostons Angel cried aloud as they flew thro’ the dark night.

Ed è interessante notare come il sorgere degli angeli nelle parole del replicante muti in una caduta, un passaggio a cui sovente la critica si richiama per sottolineare il parallelo di Roy Batty con la figura di Lucifero, e del suo gruppo di replicanti ribelli con le schiere degli angeli caduti.

La seconda citazione dell’anticonformista poeta londinese viene pronunciata anch’essa da Batty, al cospetto del suo creatore Eldon Tyrell e proviene direttamente da The Tyger (1794), una delle sue poesie più celebri (e più citate, anche in sede letteraria e più strettamente fantastica: da Alfred Bester a Ray Bradbury a Audrey Niffenegger), che qui ripropongo nella traduzione di Giuseppe Ungaretti:

The Tyger
Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?
In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare seize the fire?
And what shoulder, and what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? And what dread feet?
What the hammer? What the chain?
In what furnace was thy brain?
What the anvil? What dread grasp
Dare its deadly terrors clasp?
When the stars threw down their spears,
And water’d heaven with their tears:
Did He smile His work to see?
Did He who made the Lamb make thee?
Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

*

La Tigre
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?
Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l’Agnello creò, creò anche te?
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?

Skyfall

Alfred Tennyson / Skyfall (2012)

Di Skyfall, per il momento ultima fatica cinematografica di 007, per la regia di Sam Mendes, abbiamo parlato a profusione, su Fantascienza.com e sul vecchio blog. Gli autori mettono i versi dell’Ulysses (1833) di Lord Alfred Tennyson sulla bocca di M, nel corso dell’udienza davanti al Ministro degli Interni:

Tho’ much is taken, much abides; and tho’
We are not now that strength which in old days
Moved earth and heaven, that which we are, we are;
One equal temper of heroic hearts,
Made weak by time and fate, but strong in will
To strive, to seek, to find, and not to yield.
*
[…]
Noi non siamo più ora la forza che nei giorni lontani
muoveva la terra e il cielo: noi siamo ciò che siamo,
un’uguale tempra di eroici cuori
infiacchiti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà
di combattere, cercare, trovare e non cedere mai.

Invictus

William Ernest Henley / Invictus (2009)

Concludiamo con Invictus, capolavoro di Clint Eastwood capace di fondere epopea sportiva e ricostruzione storica. Il titolo della pellicola è tratto da una poesia dell’inglese William Ernest Henley, a cui Nelson Mandela ricorre durante i duri anni della prigionia, e che vengono proposti per scandire l’impresa sportiva, politica e sociale realizzata da François Pienaar (Matt Damon, ancora lui) e dai suoi Springboks, capaci di unire un paese ancora ferito dopo gli anni dell’apartheid.

Invictus

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

*

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.

Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo d’ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

The Origins coverLa congiunzione degli eventi ha fatto sì che questa settimana mi trovassi con ben due novità editoriali in uscita. Oggi vi parlerò della prima, che riguarda un progetto di cui si vociferava da tempo, e che per la tenacia di Marco Milani e di tutta la squadra di Kipple Officina Libraria è riuscita a vedere la luce mentre ci avviciniamo al fatidico rintocco che suonerà il decimo anniversario della nascita del connettivismo. Si tratta dell’antologia The Origins, che si propone di scavare nelle origini del movimento, raccogliendo i racconti composti da Milani, Battisti e dal sottoscritto – i tre iniziatori (quattro con l’inclusione di Lukha B. Kremo, che fin dall’inizio ha seguito un percorso che ci ha subito portati a convergere) – a ridosso dell’uscita del Manifesto.

Ora, l’operazione non si propone un intento celebrativo, ma credo che abbia un suo spessore storico. Dentro vi troverete 17 racconti: riedizioni di opere dei primi anni, collaborazioni e anche inediti. Con dei contributi di Kremo che tracciano un utile parallelo tra lo sviluppo del movimento e gli eventi della sua Nazione Oscura.

Per quanto mi riguarda, i racconti inclusi nell’antologia sono:

  • La nuova specie – Un’incursione in un futuro distopico, con una cavia che si ribella agli esperimenti a cui viene sottoposto fin dalla nascita, amplificando facoltà ignote al resto degli esseri umani. Il tutto mentre l’avanguardia di un esercito di occupazione alieno raggiunge la Terra. La prima stesura è uscita sull’Iterazione 01 di Next. Il racconto risale al 2005.
  • Zero Assoluto – Supereroi pulp in azione su un doppio binario, che parte dai giorni bui della Seconda Guerra Mondiale. Scritto tra il 2007 e il 2008, pubblicato sull’Iterazione 11 di Next.
  • L’occhio delle stelle – La mia prima collaborazione su un racconto con Sandro Battisti, in una storia che unisce il suo Impero Connettivo con uno dei miei primi scenari spaziali (il Concourse, da cui sarebbero scaturite – tra le altre cose – sia le Cronache del Gorgo che Terminal Shock). Scritto nel 2005, già apparso sull’Iterazione 06 di Next e in una capsula Kipple.
  • Se i replicanti sognano angeli elettrici… – Scritto a inizio 2006 a partire da un’idea di Marco Milani, ispirato dalla nostra comune passione per Blade Runner, è stata una delle collaborazioni più soddisfacenti a cui abbia mai preso parte. Ne conservo ancora oggi un ottimo ricordo. Il racconto uscì nell’Iterazione 05 di Next, dedicato alla figura di Philip K. Dick.
  • Requiem per un sognatore – Un racconto lungo fortemente debitore di William Gibson e Michael Marshall Smith, tra gli altri. Il primo racconto che ho ambientato a Roma, scritto poco prima di lasciare la città. In questo testo ho recuperato intere sezioni pensate per un adattamento cinematografico del racconto Il mercato d’inverno di Gibson (un progetto mai realizzato, malgrado l’interessamento di qualche filmmaker). Scritto tra il 2006 e il 2007, è il mio inedito incluso nella raccolta.

E altrettanta roba arriva dalle penne dei miei compagni d’avventura. Sono 198 pagine per 1,99 euro in e-book (su tutti gli store on-line, per comodità vi linko l’editore e Amazon). Scusate se è poco.

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Prima di partire per le agognate vacanze e tirare un po’ il respiro (ad attenderci all’orizzonte c’è un caldo autunno sul fronte fantascientifico di Bassitalia… ve ne darò notizia al rientro!), ecco altre quattro recensioni fresche di pubblicazione.

Partiamo da Marco Milani, co-iniziatore del movimento connettivista, che sul suo blog dedica al mio libro le parole più lusinghiere che un autore (specie uno come me, che su quel film ha costruito la sua passione per la fantascienza) possa mai sperare di vedersi rivolgere sulla propria opera:

Lo so, è più forte di me e non sarò certo il primo a dirlo: penso a De Matteo e mi si smuove l’associazione con Blade Runner; se vado a Pi-Quadro (e adesso anche Corpi spenti) non riesco a non visualizzare Harrison Ford, impermeabile e cappello, camminare su un marciapiede sotto un centellinare costante di piogge acide. È già nel 2005 mi si era stagliata l’accoppiata De Matteo/Blade Runner come una coppia di fatto, quando approntammo a quattro mani il racconto “E se i replicanti sognano angeli elettrici…” finito poi l’anno successivo su Next n. 5.
Non intendo dire che De Matteo sia la versione ‘mediterranea’ di Philip K. Dick, anzi, potrei dirlo per sottintendere che è un bravo scrittore, ma non lo dico, perché nella variegata produzione del connettivista Giovanni “X” De Matteo vi è originalità, caparbietà scientifica, sci-fi personalizzata e ormai riconoscibile come un’impronta retinea via bioscanner.
[…]
La partenza è scioccante, poi l’indagine parte lenta con cambi di ritmo improvvisi. Gli sviluppi globali che seguono sono complessi, difficili a volte da seguire ma ‘doverosi’ e onesti nella loro configurazione, precisi poiché così deve essere. I personaggi sono diversamente, ognuno a sé, reali nella loro ‘vitalità’ letteraria da arrivare ad immaginarne le espressioni, condividerne pensieri e parole fino ad immedesimarsi, a volte addirittura a comprenderli, esagero, a livello di coscienza. Spunti e impennate narrative alla De Matteo, connettono ottimamente le varie anime della storia a forgiare, alla fine, un Unico oggetto perfetto denominato Corpi spenti.

Marco Milani, autoscatto con 'Corpi spenti'.

Marco Milani, autoscatto con ‘Corpi spenti’.

Un bilancio sostanzialmente positivo, con alcune riserve sullo stile e la fruibilità dell’intreccio, è anche quello stilato da Glauco Silvestri:

Pregi e difetti in questo Urania che vede per la seconda volta un’opera di De Matteo. L’ambientazione è sicuramente un pregio. Napoli, il Kipple, e il degrado di una società che ormai non ha più principi, sono il perfetto fondamento per la creazione di una vicenda. La costruzione dell’ambiente, della situazione socio-politica, e persino dello sviluppo tecnologico (che nel romanzo è mostrato come un mix tra tecnologie oggi conosciute e altre futuristiche) sono sicuramente un must del romanzo.
La storia, il plot della vicenda, ha poco a che fare con la fantascienza. E’ un romanzo noir di discreto spessore in cui compaiono poliziotti corrotti, poliziotti borderline con principi morali, gruppi rivoluzionari, una spia, complotti tra agenzie governative e multinazionali, prostituzione… la vicenda poteva essere tranquillamente ambientata negli anni di piombo e avrebbe retto senza problemi.
Si intravede un progetto più ampio… del resto già nel primo libro molti temi erano stati lasciati aperti. Non ho compreso però quello strano intermezzo alla Stargate ove alcuni astronauti ricostruiscono una sorta di portale trovato su un asteroide, per poi spedire chissà dove una bomba atomica.

Quanto sia legato all’Almanacco della Fantascienza lo sapete. Nell’edizione 2014, in edicola proprio in questi giorni, Ettore Mancino scrive:

AlmanaccoFantascienzaBonelli2014[…] è fresco di stampa il nuovo romanzo fanta-noir di Giovanni De Matteo, Corpi spenti, uscito su Urania. Il libro racconta nuove avventure della squadra Pi Greco, un corpo investigativo speciale che può interrogare i morti e risolvere così i casi più intricati. Ma, sullo sfondo delle operazioni di polizia, si delinea un disegno più grande, con il tentativo di destabilizzare definitivamente il nostro Paese. Una fetta del quale, del resto, sta per proclamare una specie di secessione guidata (e nossignore, non si tratta dell’Angry Nord, ma del disilluso, impoverito e infuocatissimo Sud). Grande affresco, ambizioso “novel” del futuro, intricato romanzo italiano: parafrasando un grande della sf come Thomas M. Disch, lo si sarebbe potuto ribattezzare Gomorra e dintorni e non è detto che Urania non lo faccia in una prossima edizione.

E per finire una ciliegina sulla torta. Dalle pagine di Fantascienza.com Giampaolo Rai dedica al romanzo parole di grande apprezzamento:

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I sette anni intercorsi tra il primo e il secondo romanzo dedicato ai Necromanti non sono passati invano, Giovanni De Matteo ha compiuto un netto salto di qualità senza peraltro rinunciare ad alcune sue peculiarità, in primis il gioco delle citazioni. Citazioni che spuntano improvvise, in una testata giornalistica o in un modo di dire, scoprirle diventa un gioco intrigante quanto avanzare nell’intreccio della storia.
[…]
La sensazione è che De Matteo abbia solide radici nella fantascienza (e non solo) del passato e le usi per proietttarsi verso il futuro. L’interesse del romanzo non sta però nelle citazioni: ambientazione, personaggi e intreccio sono i veri punti di forza. La Napoli futura è una città violenta ma viva, al centro di trame oscure, tra residui di guerre fredde ma anche bollenti e forze misteriose che usano indifferentemente manovre sotterranee e terrore per raggiungere i propri scopi. A contrastare questi progetti criminosi gli agenti della π², stavolta tutti al centro della scena, ben caratterizzati e credibili; il mio preferito è Guzza, un detective cinico e duro, le sue indagini tra le spaziali sono le scene migliori del romanzo.
Lo stile è quello caratteristico di De Matteo, ricco e denso di informazioni su tecnologie e armi, con una vera e propria colonna sonora e un coinvolgimento intenso, richiede un certo grado di attenzione per seguire la vicenda ma ripaga con una sensazione di immersione notevole.
Un secondo capitolo superiore al primo, a Corpi spenti non è stato necessario vincere il Premio Urania (cosa peraltro impossibile per i vincitori del passato) per essere pubblicato, la sua miscela di diversi generi che formano un amalgama perfetto convince sin dalle prime pagine.

Meglio di così, insomma… E per il momento non potevo davvero immaginare un congedo migliore. Ne approfitto per ringraziare ancora una volta tutti i lettori, i colleghi, gli appassionati, gli amici, che hanno apprezzato il romanzo e hanno voluto farmi avere le loro impressioni di lettura. Per me sono tutti feedback preziosi, quindi grazie per il tempo e l’attenzione che avete voluto dedicarmi. Intanto buone ferie a tutti, torneremo a leggerci presto su queste stesse frequenze…

Stay tuned, cyberspace cowboys!

PS: Una segnalazione in extremis! Da oggi anche Lanfranco Fabriani, plurilaureato Premio Urania con cui ho avuto il piacere di collaborare, ha aperto un blog. Lo trovate, come c’era da aspettarsi, lungo i vicoli del tempo!

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Il 30 luglio approderà nelle sale Dawn of the Planet of the Apes (re-intitolato per la distribuzione italiana Apex Revolution – Il pianeta delle scimmie, forse con un maggiore appeal per il pubblico delle sale estive, o almeno immagino che queste fossero le intenzioni), attesissimo seguito di Rise of the Planet of the Apes (che in Italia era stato appunto distribuito come L’alba del pianeta delle scimmie, bruciando la scelta dei produttori per il titolo del sequel…). Costato 93 milioni di dollari, L’alba del pianeta delle scimmie (2011) ne ha portati a casa 481, attestandosi come il nono incasso stagionale sul mercato americano, guadagnando ottime critiche (82% di riscontri positivi secondo Rotten Tomatoes) e meritandosi una nomination agli Oscar nella categoria Migliori Effetti Speciali. Naturalmente la casa di produzione ha dato subito luce verde al progetto di un seguito, arruolando Matt Reeves (Cloverfield) per la regia in sostituzione del dimissionario Rupert Wyatt e mettendo in cantiere con un budget quasi raddoppiato (170 milioni di dollari) il film che arriverà da noi a fine mese. Negli USA Dawn of the Planet of the Apes è già nelle sale dall’11 luglio e ha avuto il tempo di segnare il nuovo primato di apertura per il franchise: 73 milioni di dollari nel primo weekend. Sempre per Rotten Tomatoes al momento il film naviga sopra il 90% di riscontri positivi. E la critica di settore conferma l’ottima accoglienza che la pellicola sta ricevendo. Su Tor.com, in particolare, Ryan Britt ne ha parlato in termini entusiastici e ha già cominciato a prefigurare possibili sviluppi futuri.

Ci sono quindi diversi motivi per cui da queste parti l’attesa sta schizzando alle stelle. Mentre aspettiamo, ho pensato quindi di riproporre la recensione scritta per il vecchio blog nel 2011, in occasione dell’uscita di Rise of the Planet of the Apes. Sperando di invogliare a recuperarlo chi all’epoca se lo fosse perso. E invitando tutti a ritagliarsi due ore al fresco di una sala buia, tagliata solo dal fascio di luce di un proiettore, in questa estate che si avvia verso giorni roventi.

Rise_of_the_Planet_of_the_Apes_PosterSfruttato all’inverosimile il giacimento dei sequel e dei remake, sembrerebbe che Hollywood abbia scoperto un nuovo filone aurifero: i reboot di storici franchise. Sulla scia del cinema horror, pare giunta l’ora anche della fantascienza, che dopo la buona prova di Star Trek (capace di costruirsi un credito che J.J. Abrams & Co. hanno fatto del loro meglio per dilapidare nel successivo Star Trek Into Darkness) sta offrendo una seconda giovinezza all’opera di Pierre Boulle, rivitalizzando quel Pianeta delle Scimmie che ha segnato indelebilmente un’intera generazione di appassionati (e forse anche qualcuna in più). E finché il reboot viene interpretato con intelligenza, come hanno saputo mostrare sontuosamente – per esempio – Christopher Nolan con il suo Cavaliere Oscuro e Paul Haggis con l’Agente 007 e come appunto è riuscita a fare con onestà L’alba del pianeta delle scimmie, va riconosciuto un merito alle case di produzione: forse hanno perso quella spinta a esplorare territori immaginifici incontaminati ancora del tutto ignoti agli spettatori, ma almeno riusciamo ancora a cogliere il tentativo (almeno da parte di alcune di esse) di percorrere piste in grado di rendere l’esperienza dello spettatore avvincente e degna d’interesse.

Non fraintendetemi. L’originalità resta un valore da premiare, ma in un periodo in cui le produzioni ad alto budget rappresentano prima di tutto un rischio commerciale, è comprensibile che le major cerchino di ottenere le migliori garanzie in fase di pianificazione delle pellicole. E in questo senso il reboot rappresenta, a quanto pare, il migliore dei compromessi, capace di coniugare la tradizione con l’innovazione, molto meglio di quanto in genere capiti con i sequel e con la marcia in più, rispetto ai remake, che deriva dall’operare in un contesto in larga parte già familiare, con la possibilità di sfruttare al massimo i margini di iniziativa necessari. In una certa misura, il reboot costituisce proprio un antidoto tanto alla stanchezza delle serie trascinate troppo per le lunghe quanto al rischio dell’imitazione pedissequa dei capostipiti, avvantaggiandosi di un’iniezione di freschezza che richiede l’unico requisito dell’elasticità (mentale ed emotiva) verso l’opera originaria da parte degli appassionati, promettendo d’altro canto un allargamento del bacino di fruizione alle nuove generazioni. Una prassi, dopotutto, ben consolidata nel mondo del fumetto, che si sta diffondendo anche al cinema e in TV (si vedano gli eccellenti risultati ottenuti da Battlestar Galactica).

L’alba del pianeta delle scimmie è un altro valido esempio di quanto bene si possa fare con un interessante universo di partenza e una dose appropriata di buone idee. La storia di quello che succederà è ben nota a tutti: al termine di una missione spaziale compromessa da un’avaria, Charlton Heston e i suoi colleghi astronauti precipitano su un pianeta devastato, dominato da una civiltà di primati sorprendentemente evoluti che ha soggiogato gli umani (Il Pianeta delle Scimmie, 1968). L’origine di quella civiltà è raccontata in questa pellicola, con le dovute varianti rispetto alla storia originaria (l’evoluzione delle scimmie è segnata da un farmaco sperimentale messo a punto come cura per l’Alzheimer e non più da un effetto collaterale dell’olocausto nucleare che ha ridotto l’umanità sull’orlo dell’estinzione) e i rimandi altrettanto obbligati (a un certo punto si assiste al lancio di una navetta spaziale, più avanti nel film si intravede una prima pagina con il titolo “Lost in Space” che allude all’incidente spaziale da cui prende le mosse lo storico Pianeta delle Scimmie di Franklin James Shaffner, abile mix di cautionary tale e fantascienza avventurosa). La regia si concentra sullo scimpanzé che aprirà una nuova strada al futuro dei primati, rivalendosi verso l’umanità nel suo complesso, che nel migliore dei casi tratta le altre specie viventi (a partire da quelle a noi più vicine sulla scala evolutiva: le scimmie) con indulgente superiorità e nel peggiore le sfrutta barbaramente nei laboratori o le sevizia per puro e becero ludibrio. Considerata la varietà di angherie che i primati sono costretti a subire da parte di uomini rozzi, ignoranti e primitivi (a prescindere dalle firme sui completi e dal dosaggio dell’acqua di colonia), la pellicola non deve sforzarsi troppo per conquistare l’empatia dello spettatore, che si ritrova a parteggiare per Cesare e i suoi cugini contro l’inciviltà umana, sfruttatrice e corrotta in quasi tutte le sue espressioni.

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La regia funzionale alla storia riesce dove il genio visionario di Tim Burton aveva fallito: l’insistenza sul particolare degli occhi (la cui lucentezza è sintomatica della crescita cognitiva delle scimmie), il motivo della finestra sul mondo che perseguita Cesare (tanto nella sua prima fase, segregato in un ambiente domestico, nella pace ovattata di una famiglia borghese; quanto nella seconda, rinchiuso in una cella striminzita e sporca, vessato dal custode del ricovero per primati), e la sua conquista di una forma possibile di integrazione, nella consapevolezza che è l’unione a fare la forza. L’alba del pianeta delle scimmie è un crescendo costruito con cura, in cui ogni progresso narrativo scaturisce logicamente dai suoi presupposti. E a differenza del diretto rivale al botteghino che è il Super 8 di J.J. Abrams, tanto atteso quanto deludente, non fa del citazionismo la sua intrinseca ragion d’essere, pur omaggiando la nutrita tradizione fantascientifica che ha ordito l’iconografia del primate (dalla tribù primitiva di 2001: Odissea nello Spazio alla propagazione del contagio mutuata dall’inesorabile epilogo de L’esercito delle 12 scimmie, passando per Project X e i vari King Kong), ma presta la necessaria attenzione ai momenti-chiave del climax, tra cui la rivincita di Cesare sulle scimmie, il suo rifiuto delle regole degli uomini e la rivincita finale sulla civiltà umana.

Non sorprende l’efficacia del risultato, a giudicare da queste premesse. Sorprende piuttosto che dietro l’operazione non vi siano firme particolarmente illustri: il regista è il britannico Rupert Wyatt (un prison movie come The Escapist nel suo curriculum), gliRise_of_the_Planet_of_the_Apes_01 sceneggiatori Rick Jaffa e Amanda Silver con all’attivo Relic – L’evoluzione del terrore, titolo tutt’altro che memorabile nella cinematografia di Peter Hyams. Ma a quanto pare il loro era un conto in sospeso con gli ambienti di detenzione e l’evoluzione, e l’unione delle forze ha saldato il conto in questo film. Il film si avvale però di almeno due contributi d’eccellenza: il direttore della fotografia Andrew Lesnie, premio Oscar per il primo capitolo de Il Signore degli Anelli, e poi ancora al servizio di Peter Jackson per il suo King Kong, e l’attore Andy Serkis, che già aveva prestato la sua abilità espressiva a Gollum/Smeagol e proprio a King Kong, qui alle prese con le movenze e gli stati d’animo del capostipite della nuova civiltà delle scimmie. Gli attori umani (James Franco, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox) fanno tutti un buon lavoro al servizio della storia, in ruoli che per necessità devono cedere spazio alla storia di Cesare e dei suoi compagni. Risaltano per contrapposizione i caratteri negativi (il custode aguzzino interpretato da Tom Felton, l’avido industriale di David Oyelowo).

Ma a uscire maggiormente rafforzata è la visione di una dinamica evolutiva che, in un panorama culturale sempre più minacciato da manie oscurantiste e idiozie creazioniste, riesce a caricare di un secondo livello di lettura lo slogan che ha accompagnato il lancio del film nelle sale: L’evoluzione diverrà rivoluzione.

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Davanti alle immagini genuinamente apocalittiche di San Francisco messa a ferro e fuoco dalla guerriglia delle scimmie, viene naturale domandarsi come sia possibile per uno scimpanzé concepire una ribellione tanto credibile da suscitare la partecipazione del pubblico (come hanno dimostrato gli esiti del botteghino). Probabile che una civiltà soggiogata dalle regole delle banche, dallo strapotere delle multinazionali e dall’arroganza dei governanti, minata internamente da tutte quelle prove quotidiane di stupidità a cui non sembriamo proprio disposti a rinunciare, abbia bisogno ancora della funzione catartica di opere come questa.

Ma viene da esprimere comunque un piccolo desiderio, di fronte al messaggio ambientalista tanto radicale e tranciante veicolato da L’alba del pianeta delle scimmie: e cioè che lo vedano quanti più bambini possibile, disposti a lasciarsi sedurre dalla storia di Cesare e dei suoi simili in lotta per diritti che non sono solo i lori, e che anzi è facile estendere ai cugini umani e alla loro ormai prossima discendenza post-umana. E forse il vero segreto del successo di Cesare risiede proprio nella scelta del nemico: non degli esseri umani, ma dei simulacri, dei replicanti, dei burattini – automi privi di coscienza e ripuliti di ogni barlume di umanità, al cospetto dei quali è naturale unire le forze in un fronte comune. In questo senso, le immagini dell’apocalisse che porta al collasso della civiltà in seguito alla ribellione delle scimmie sono solo il preludio a una nuova società: come scopriremo in Apex Revolution – Il pianeta delle scimmie toccherà agli umani decidere se il destino della Terra sarà un’utopia, o una distopia ancora peggiore di quella in cui viviamo.

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Qualche anno fa l’artista Anders Ramsell ha avuto un’idea singolare: ricreare con la tecnica dell’acquerello le scene di Blade Runner, film tratto nel 1982 dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick. L’opera di Ridley Scott ha contribuito in maniera determinante a definire il ruolo della fantascienza nell’immaginario contemporaneo, aprendo la strada alla penetrazione dell’estetica e delle tematiche cyberpunk. E il proposito di Ramsell, che nasceva dalla naturale ma velleitaria ambizione alimentata dall’ossessione del fan, poteva “sfogarsi” in una manciata di tavole in omaggio alla forza visionaria del capolavoro del cinema distopico di fantascienza.

Invece Anders Ramsell non si è lasciato scoraggiare dalla portata titanica del progetto. E oggi, 12.597 acquerelli dopo, i suoi lavori dipinti a mano su pellicole da 1,5 x 3 cm formano una “personale parafrasi da 35 minuti” del capolavoro di Scott. “L’incredibile tributo di un fan“, come è stato definito dalle colonne di Popular Science. Un lavoro straordinario, denso di suggestioni impressioniste, impregnato di una sensibilità degna del surrealismo, che in qualche misura richiama la reinterpretazione animata dei dipinti di Van Gogh, rivelando quanto creativo possa essere il bordo d’intersezione tra le arti.

Ma ora bando alle ciance e gustatevi Blade Runner, come non l’avete mai visto…

[Via Tor.com.]

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