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La visione di Ad Astra (James Gray, 2019), recentemente approdato nelle sale, mi ha riportato alla mente un paio dei temi già proposti in un altro film prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt: The Tree of Life, l’ultimo grande film di Terrence Malick (2011). Il rapporto con i propri affetti, in particolare quello padre-figlio visto nel cambio di prospettiva che si accompagna alla crescita e al passaggio dall’infanzia all’età adulta, e l’incomunicabilità di fondo che si annida nelle nostre relazioni, erano infatti due dei punti cardinali che guidavano la rotta concettuale di Malick. Spulciando negli archivi dello Strano Attrattore ho quindi ritrovato questa vecchia recensione, che vi ripropongo qui in forma leggermente rivista, ma a cui vi rimando per l’approfondimento/confronto sviluppato nei commenti con Iguana Jo tra due modi sostanzialmente agli antipodi di apprezzare il film.

Palma d’oro al Festival di Cannes 2011, The Tree of Life arriva a sei anni di distanza dal precedente lavoro di Terrence Malick, The New World (2005), e precede di poco più di un anno il successivo To the Wonder (2012) a cui è legato da un gioco di riflessi e rimandi tematici ed estetici. Molto meno dei vent’anni intercorsi tra I giorni del cielo e La sottile linea rossa (1978-1998), con un infittirsi della produzione che denota da solo l’entrata del cineasta texano in una nuova fase della sua carriera. Sfuggente al pari di Stanley Kubrick, Malick ci regala un’opera impressionista di forte impatto visivo, che ha proprio nel sontuoso 2001: Odissea nello Spazio l’unico termine di paragone possibile nel cinema che lo ha preceduto. A onor di cronaca va detto che il confronto, ripetuto da più parti, nuoce soprattutto alla pellicola di Malick, non rendendo appieno giustizia a un’opera con l’ambizione di raccontare l’origine della vita e, forse, condensare in 138 minuti un tentativo personale – uno dei tanti possibili, ma qui con esiti sicuramente convincenti – di definirne il senso.

Le domande alla base del film sono le stesse che rincorrono l’uomo dalla notte dei tempi: chi siamo? Cosa ci facciamo al mondo? Cosa ci aspetta dopo? Quesiti filosofici contro cui ben più di un liceale (e se è per quello anche di un pensatore) ha sbattuto la testa, ma a Malick va riconosciuto l’indiscutibile merito di riproporli con un garbo che scongiura il rischio di degenerare nel facile didascalismo o nell’assolutismo dogmatico, risparmiando all’autore la trappola della retorica e allo spettatore quella della noia. Se 2001: Odissea nello Spazio può essere letto, tra le altre cose, come la storia della comparsa dell’intelligenza nel cosmo, proiettando la celebrazione della ragione verso un orizzonte transumano di fronte al quale l’uomo non può che uscire annichilito, The Tree of Life propone delle origini e del senso della vita una lettura che mi sento di definire più “empatica”.

In fondo a Kubrick poco interessava di condire di correlati emotivi la storia evolutiva della vita senziente, e il compito di appagare gli spiriti oltre alle menti viene interamente delegato agli effetti psichedelici oltre l’orbita di Giove e alle partiture sinfoniche della colonna sonora Malick si cimenta invece nell’operazione opposta: la parabola familiare degli O’Brien nella profonda provincia degli anni ‘50 (Waco, Texas) è il microcosmo che mette a fuoco il suo sguardo. Tra complicità, scoperte, dispetti, incomprensioni, conflitti, castighi, punizioni, frustrazioni, delusioni e disastri piccoli e grandi, perdite e lutti, la sua camera è l’occhio attentissimo di un osservatore che interagisce con i destini dei protagonisti, seguendone i movimenti a ogni passo, con piena e incondizionata partecipazione.

Le voci fuori campo del trio dei protagonisti (il signor O’Brien, la sua consorte e il loro primogenito Jack, a cui Sean Penn presta le fattezze da adulto) evidenziano l’importanza delle emozioni individuali come chiave interpretativa delle situazioni vissute. Lo spirtualismo panteistico di Malick risulta in questo modo proposto in maniera tutt’altro che invadente: il tema della fede – rappresentato attraverso la sua maturazione, la crisi, la riscoperta – si tinge perfino di sfumature laiche quando il tocco sapiente del regista, nelle sequenze oniriche che s’intensificano verso il finale, sembra ribadire che dopotutto l’atto di fede più grande che si possa chiedere a un essere umano è fidarsi – fino in fondo, fino all’ultimo – di un altro essere umano.

Se non ami, la tua vita passerà in un lampo”, sostiene la figura materna della Signora O’Brien, personaggio centrale, un po’ musa e un po’ angelo, interpretata da Jessica Chastain. L’amore è l’unica ragione in grado di rallentare lo scorrere del tempo. E grazie all’amore, Jack ormai adulto rivive la sua personale scoperta del mondo e della vita da bambino attraverso il ricordo del fratello scomparso in guerra, contrastando quindi con la memoria il flusso inesorabile dell’universo. Le digressioni cosmiche fotografate da Douglas Trumbull (il maestro degli effetti speciali che da 2001 fino a Blade Runner ha dato forma, colore e sostanza al nostro immaginario fantascientifico), dal Big Bang alla comparsa della vita sulla Terra al procedere delle dinamiche siderali, inesorabili e incuranti delle disgrazie umane, riescono così ad amalgamarsi alla perfezione nella trama della narrazione, offrendo delle parentesi in cui il microcosmo individuale racchiude la complessità della dimensione macrocosmica, come se ognuno di noi non fosse altro che un frammento di un universo olografico.

Esistono due vie per affrontare la vita”, annuncia sempre la voce fuori campo della signora O’Brien nelle prime battute del film: “La via della natura e la via della grazia”. Lei sceglie quella della grazia e plasma la sua esistenza su questo stampo. Non c’è dubbio su quale sia stata la scelta dello stesso Malick, che percorre dal primo all’ultimo minuto questo film escatologico che potremmo definire, con un po’ di audacia, come il primo film di un’ipotetica era post-connettivista, capace di tirare ponti e connessioni tra immaginario, scienza e metafisica senza lasciarsi imbrigliare dagli schemi di nessun genere in particolare. Ma andando oltre, ancora una volta al di là anche delle orbite dei satelliti di Giove.

La prima volta che mi sono imbattuto nel concetto di falso ricordo è stato senza dubbio in Blade Runner. La storia è probabilmente nota a tutti, ma in questo discorso due sono le scene chiave: la prima, quando Deckard, appena tornato in servizio per la Blade Runner Unit dell’LAPD, viene mandato dal suo superiore, il capitano Harry Bryant, alla Tyrell Corporation, e qui il cacciatore di replicanti ha un’illuminante conversazione con il magnate a capo della compagnia, subito dopo essere stato invitato a sottoporre la sua assistente al Test Voight-Kampff, un meccanismo quasi infallibile per riconoscere un replicante.

Deckard: Non sa di esserlo?
Eldon Tyrell: Forse comincia ad averne il sospetto.
Deckard: Il sospetto? Come fa a sapere cos’è il sospetto?
Eldon Tyrell: Il commercio. È il nostro fine qui alla Tyrell. “Più umano dell’umano” è il nostro scopo. Rachael è un esperimento, niente di più. Cominciamo a riconoscere in loro strane ossessioni: in fondo sono emotivamente senza esperienza, con solo pochi anni in cui accumulare conoscenze che per noi umani sono scontate. Se noi li gratifichiamo di un passato, noi creiamo un cuscino, un supporto per le loro emozioni, di conseguenza li controlliamo meglio…
Deckard: Ricordi. Lei sta parlando di ricordi!

I ricordi sono centrali in Blade Runner e questa rappresenta forse la più preziosa innovazione apportata da Ridley Scott e dagli sceneggiatori Hampton Fancher e David Peoples al romanzo originale di Philip K. Dick (che qui lo sfiora appena, mentre intorno al tema della memoria, in senso più o meno lato, aveva incentrato altre tappe della sua ricca produzione, dai racconti Ricordiamo per voi e I labirinti della memoria che avrebbero ispirato i film Atto di forza e Paycheck, a Scorrete lacrime, disse il poliziotto, passando ovviamente per La svastica sul sole). La memoria diventa il discrimine per far fare il salto di qualità ai Nexus 6, l’ultima generazione di replicanti messa in produzione dalla Tyrell, rendendoli di fatto inconsapevoli della loro natura artificiale e dotandoli in questo modo in un comportamento indistinguibile dagli esseri umani.

La seconda scena fondamentale per la riflessione che voglio fare, ha luogo poco più avanti, quando Rachael si reca a far visita a Deckard per convincerlo di aver mal interpretato l’esito del test. Colto alla sprovvista, Deckard prova a liquidarla con fare sbrigativo ma poi, di fronte alle insistenze della donna, non trova altro di meglio che attaccarla frontalmente per scoraggiarla nei suoi tentativi di convincimento:

Deckard: […] Ricordi il ragno in quel cespuglio davanti alla tua finestra? Il corpo arancione, le zampe verdi… lo guardasti fare la rete tutta l’estate e un giorno ci vedesti un grosso uovo. L’uovo si schiuse…
Rachael: L’uovo si schiuse…
Deckard: E…
Rachael: … e centinaia di ragnetti ne uscirono… e la divorarono.
Deckard: Innesti. Non sono ricordi tuoi, sono di qualcun altro. Della nipote di Tyrell, forse.

Quello di Rachael somigliava in realtà più a un tentativo di autopersuasione, e per questo il comportamento di Deckard risulta allo spettatore ancora più deprecabile, ma quello che l’ex-poliziotto sta a sua volta cercando di fare è di frapporre una barriera emotiva tra sé e l’androide: sta cercando di non farsi coinvolgere. Come non tarda lui stesso a realizzare:

Deckard (fuori campo): Tyrell aveva fatto un gran lavoro con Rachael. Perfino un’istantanea di una madre che non aveva mai avuto e di una figlia che non lo era mai stata. Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti. Neanche i cacciatori di replicanti. Che diavolo mi stava succedendo? Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachael. Non capivo perché un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachael: avevano bisogno di ricordi.

I replicanti, quindi, dotati di memorie false dai loro progettisti, sviluppano qualcos’altro: il bisogno di ricordi. Credo che sia una delle trovate più illuminanti del film, nonché uno degli sviluppi più profondi innestati sul materiale originale, dove a essere centrale era in realtà la riconoscibilità dell’umano dall’artificiale. Di fatto, l’adattamento cinematografico opera un cambio di paradigma.

La seconda volta che ho avuto a che fare con i falsi ricordi è stato invece durante la lettura del romanzo I transumani (Factoring Humanity, 1998) di Robert J. Sawyer. Forse non uno dei lavori migliori dello scrittore canadese, ma non privo di validi spunti d’interesse, come appunto la sindrome del falso ricordo (ma anche il primo contatto alieno e l’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, per non dire della teoria della super-mente… in effetti, qui come anche altrove, uno dei problemi di Sawyer è probabilmente la quantità di carne che si mette ad arrostire, sufficiente per un reggimento in parata, ma decisamente eccessiva per una semplice grigliata in giardino).

— Credo che possa trattarsi di un caso di sindrome da falso ricordo.
— Ah — commentò Kyle con aria saputa. — La famosa SFR…
Conoscendolo, Heather non si lasciò incantare. — Non hai la minima idea di quel che sto dicendo, vero?
— Confesso la mia ignoranza.
— E i ricordi rimossi lo sai che cosa sono… almeno in teoria?
— Dunque, ricordi rimossi… be’, sì, certo, ne ho sentito parlare. […]
— […] Gli psicologi ci si accapigliano da decenni, sulla questione se sia possibile o no rimuovere il ricordo di un’esperienza traumatica. Di per sé, il concetto di rimozione è roba vecchia e risaputa. Anzi, diciamo pure che è il fondamento della psicanalisi: basta costringere i pensieri rimossi a emergere in piena luce ed ecco che le tue nevrosi svaniscono come neve al sole. Però milioni di persone che hanno vissuto situazioni traumatiche sostengono che il problema è esattamente l’opposto: esse non dimenticano mai quello che gli è accaduto… […] Ma come la mettiamo se accade qualcosa di talmente inatteso, di così fuori dell’ordinario, di sconvolgente a tal punto che la ragione umana non è semplicemente in grado di affrontarlo? Come reagisce, in tal caso, la mente? Forse, davvero, innalzando una barriera per difendersi dall’intollerabile. Così per lo meno credono alcuni psichiatri e un numero incalcolabile di presunte vittime d’incesto. D’altra parte…
Kyle la fissò interrogativo. — D’altra parte?
— Ecco, secondo molti psicologi ciò non può assolutamente verificarsi in quanto i meccanismi della rimozione, semplicemente, non esistono… cosicché, quando ricordi traumatici compaiono d’improvviso a distanza di anni, o addirittura decenni, dal supposto evento scatenante, si tratta necessariamente di falsi ricordi. In psicologia se ne discute da più di trent’anni e ancora non esiste una risposta convincente.
Kyle respirò a fondo, cercando di raccapezzarcisi. — Insomma, quale sarebbe la conclusione? Che gli esseri umani riescono a liberarsi del ricordo di esperienze traumatiche effettivamente vissute… o che, al contrario, possiamo rammentare distintamente cose mai avvenute?
Heather annuì. — Lo so, nessuna delle due è una prospettiva allettante. Qualunque si decida di accettare… e, bada bene, non si può scartare l’eventualità che possano entrambi verificarsi, in momenti diversi… la conclusione è che i nostri ricordi, il nostro senso di identità e la percezione del nostro ruolo nel mondo sono molto più evanescenti e inattendibili di quanto ci piacerebbe credere.
— Be’, io se non altro so per certo che i ricordi di Becky sono fasulli. Ma quello che proprio non riesco a capire è da dove provengano, simili ricordi.
— Secondo la teoria più diffusa, sono stati inculcati.
— Inculcati? — Kyle ripeté il vocabolo in tono esitante, come se fosse la prima volta che lo udiva pronunciare. […] — Ma perché mai un analista dovrebbe fare una cosa del genere?

Già, perché? Mi sono ritrovato a chiedermelo un numero imprecisato di volte affrontando la lettura di Veleno, la sconvolgente inchiesta di Pablo Trincia pubblicata da Einaudi, tratta da una serie podcast che tra il 2017 e il 2018 ha riscosso un vasto seguito, al punto da spingere il corso della giustizia a riaprire processi risalenti a vent’anni fa. Potete ascoltare tutte le puntate del podcast (curato da Trincia con la collega Alessia Rafanelli) da questa pagina, che tra l’altro raccoglie anche una quantità di materiale extra, incluse le registrazioni delle testimonianze, le foto dei luoghi e una registrazione in studio con alcuni protagonisti (sarebbe meglio definirli vittime) di questa incredibile vicenda. Una discesa nelle spire di una follia collettiva, una psicosi di massa forse senza precedenti nella storia italiana ma con profonde affinità con altri casi analoghi accaduti sulle due sponde dell’Atlantico a partire dalla caccia alle streghe nel Massachusetts del Settecento, di cui ho parlato su Quaderni d’Altri Tempi.

Il caso dei Diavoli della Bassa è emblematico delle aberrazioni a cui possono condurre pratiche di assistenza psicologica in assenza delle necessarie attenzioni. Una marea nera all’improvviso ha inghiottito le vite di decine di persone, alcune delle quali non sono più riemerse dall’abisso in cui furono scaraventate. Altre continuano a lottare, ma le dimensioni spesso insormontabili degli ostacoli che si sono trovate ad affrontare nel corso di questi lunghissimi anni restano per noi estranei solo vagamente intuibili.

In un altro film di fantascienza, Inception di Christopher Nolan, il protagonista Dom Cobb, incaricato di innestare il seme di un’idea nella testa dell’erede di un impero industriale nell’ambito di un’ambiziosa manovra finanziaria, a un certo punto spiega che:

Il seme che pianteremo nella mente di quell’uomo diventerà un’idea che lo condizionerà per sempre. Potrebbe cambiarlo… può arrivare a cambiarlo radicalmente.

Inception è tutto giocato sulla malleabilità della mente, sulla sua plasticità ed esposizione a forze esterne. E non ho potuto fare a meno di ripensare a tutte queste opere mentre leggevo le pagine di Veleno, mentre mi immergevo nell’ascolto dei podcast, nella ricostruzione del caso, nei sopralluoghi dei reporter in posti che distano solo poche decine di chilometri dal luogo in cui abito. Se in particolare nel capolavoro di Ridley Scott i falsi ricordi servivano a rendere i replicanti indistinguibili dagli esseri umani, nella cronaca dei Diavoli della Bassa sembra quasi che il loro innesto ci dica quanto già molti presunti esseri umani siano indistinguibili da creature artificiali, incapaci di mostrare tracce di quel sentimento che Dick volle riconoscere come il vero discrimine tra l’umano e l’artificiale: l’empatia.

Quella raccontata in Veleno è una storia che lascia sconcertati. Dovremmo leggerla tutti, per evitare di ricadere come società negli stessi errori. E per risparmiarci in futuro altri simili orrori.

Sul nuovo numero di Delos Science Fiction, fresca vincitrice del Premio Italia per la migliore rivista fantastica, Carmine Treanni mi ha coinvolto in un’intervista incentrata su uno dei temi di maggiore attualità di questi anni, tra immaginario di genere e tentativi fallaci di estrapolazione, cercando di fornire anche uno spaccato degli esiti più rappresentativi prodotti in seno alla letteratura di fantascienza.

Per introdurre il tema fantascienza e intelligenza artificiale, vorrei che mi indicassi tre rappresentazioni di IA nella science fiction, rispettivamente nella letteratura, nel cinema e nelle serie TV. Quelle che a te sembrano le più interessanti e mi motivassi la scelta.

a scelta letteraria è dettata da ragioni affettive, ma credo che sia anche piuttosto obbligata: Invernomuto, l’IA manipolatrice dagli obiettivi imperscrutabili che recluta Case nel romanzo che fa da spartiacque nella storia della fantascienza. È da qui che buona parte della SF scritta dopo il 1984 scaturisce: sto parlando ovviamente di Neuromante di William Gibson. In ambito cinematografico c’è l’imbarazzo della scelta: da HAL 9000 a Skynet, fino ovviamente a Matrix, A. I. – Intelligenza Artificiale e Interstellar, pensando solo ai titoli più riusciti, ma forse il regista per cui l’IA ha finito per rappresentare una vera e propria ossessione è Ridley Scott, che dal 1979 con MOTHER e Ash (le due IA imbarcate sulla Nostromo di Alien) fino al 2017 con David 8 e Walter (le IA gemelle della Weyland Corporation in Alien: Covenant) ha di fatto scoccato una freccia che attraversa tutta la storia della fantascienza recente. Per questo la mia scelta è un po’ borderline, sicuramente meno canonica e scontata che per le IA letterarie: penso ai replicanti di Blade Runner, non solo superiori agli umani per facoltà intellettive, ma addirittura in grado di sviluppare comportamenti non previsti nella loro programmazione biologica e cognitiva. Infine, tra le serie TV, non posso fare a meno di pensare ai cylon di Battlestar Galactica, non la serie originale di Glen A. Larson, ma la nuova serie di Sci Fi Channel prodotta da Ronald D. Moore, che carica il conflitto tra umani e macchine di significati metaforici, sfumature psicologiche e in definitiva complessità, del tutto assenti nella serie degli anni ’70. Personalmente, credo che l’influenza di BSG sul modo in cui oggi pensiamo alle IA sia stato almeno all’altezza di tutti i migliori predecessori, da 2001: Odissea nello Spazio in poi, e non è male per una serie nata come un prodotto di nicchia.

[continua a leggere]

Siamo entrati da alcune settimane in quel mood un po’ nostalgico che fin dalle estati della nostra giovinezza si accompagna alla fine delle esperienze in cui abbiamo a lungo investito in termini emotivi. Non è una questione facilmente riducibile in termini quantitativi: per quanto possano sembrare tante in termini assoluti, una ottantina di ore spese a guardare una serie TV o una saga cinematografica finiscono per essere molto diluite quando vengono spalmate su un arco temporale di una decina di anni, ma questo non ne riduce affatto l’impatto qualitativo, perché tra un episodio e il successivo, tra una stagione o una fase e quella che ci aspetta, abbiamo speso una quantità non facilmente misurabile di tempo a farci domande e a parlarne con altri appassionati (o potenziali appassionati tra cui fare proseliti), che ha inevitabilmente contribuito ad aumentare le nostre aspettative e con esse il nostro investimento in quel particolare universo narrativo.

Il nostro mood mentre la fine si avvicina… [Lyanna Mormont (Bella Ramsey) in Game of Thrones, courtesy of HBO]

Dopotutto, non credo che sia un’esagerazione affermare che siamo le storie di cui ci nutriamo. Quindi, mentre portiamo avanti la discussione sulle conclusioni di quelli che sono probabilmente i due fenomeni culturali di proporzioni più vaste di quest’ultimo decennio, mi sono inevitabilmente ritrovato a riflettere sui momenti tristemente noti come finali. Sia su Game of Thrones che sul Marvel Cinematic Universe si è ineluttabilmente pronunciato Emanuele Manco, tra i maggiori esperti italiani di entrambi, e sebbene condivida il suo giudizio solo in parte (e più sul primo che sul secondo) vi rimando alle sue disamine dell’episodio 3 dell’ottava stagione di Game of Thrones e di Avengers: Endgame senza dilungarmi oltre. In ogni caso sono stati dei bei viaggi e, come per tutti i viaggi, forse non è così importante quello che troviamo alla fine rispetto a tutto quello che abbiamo avuto modo di apprezzare e imparare nel frattempo, anche (e forse soprattutto) su noi stessi.

Il nostro mood quando una storia finisce… [Marvel Studios’ AVENGERS: ENDGAME: Rocket (voiced by Bradley Cooper) and Nebula (Karen Gillan). Photo: Film Frame ©Marvel Studios 2019]

Però prendendo spunto da questa stagione di grandi e attesi finali, più o meno epici, più o meno riusciti, ho pensato di proporvi una lista, ispirata anche da questo montaggio di CineFix, e quindi, fatta questa doverosa premessa per scaldare i motori, eccoci a parlare di cinque finali su cui ancora oggi, a distanza di anni e in alcuni casi di decenni, continuiamo ancora a parlare, su cui continuiamo a fare ipotesi, costruire castelli teorici e alimentare un dibattito che contribuisce a prolungare la vita delle opere stesse ben oltre i confini temporali della loro fruizione (il che è un po’ la missione di ogni fandom che si rispetti). Sentitevi liberi di aggiungere le vostre considerazioni (e altre graditissime segnalazioni) nei commenti.

E adesso partiamo.

5. 2001: Odissea nello spazio (regia Stanley Kubrick, tratto da un racconto di Arthur C. Clarke, 1968)

Il film che ha consacrato la dimensione leggendaria di un regista già di culto come Stanley Kubrick. L’astronauta David Bowman (Keir Dullea) raggiunge l’orbita di Giove, destinazione della missione Discovery di cui è l’unico membro sopravvissuto, oltrepassa la soglia del monolito che è l’obiettivo della spedizione e si ritrova a esplorare una dimensione interiore, uno spazio psichico e psichedelico. Negli anni della New Wave (il seminale articolo di J. G. Ballard Which Way to Inner Space? apparve sulla rivista New Worlds nel 1962), ecco la prima e più incisiva rappresentazione visiva della rivoluzione concettuale che stava vivendo l’immaginario non solo di genere, proprio mentre l’uomo si apprestava a sbarcare sulla Luna e davvero il futuro era lì a portata di mano. Proprio come Ballard, anche Kubrick e, abbastanza sorprendentemente, il veterano Clarke suggeriscono che le vere frontiere dell’esplorazione non ci attendono lì fuori, ma sono sepolte dentro di noi, e l’ignoto spazio profondo non fa che avvicinarci a questo inner space, sbattendoci in faccia la sua intrinseca inconoscibilità. Se non conosciamo bene noi stessi (chi siamo? da dove veniamo?) come possiamo pretendere di capire ciò che ci attende alla fine del cammino (dove stiamo volando?)? Cosa è diventato Bowman, alla fine del suo viaggio oltre l’infinito? Quali implicazioni avrà la sua metamorfosi per il futuro della Terra e dell’umanità? Per affinità e assonanze, aggiungiamo non solo per dovere di cronaca che questa menzione non può che tirarsi dietro, come spesso accade quando si cita Kubrick in ambito sci-fi, anche Andrej Tarkovskij e i suoi altrettanto fondamentali Solaris (1972, tratto dal romanzo omonimo di Stanisław Lem) e Stalker (1979, tratto dal romanzo dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij Picnic sul ciglio della strada).

4. Blade Runner (regia di Ridley Scott, tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick, 1982)

Più umano dell’umano, è lo slogan che demarca il target delle nuove linee di replicanti messi a punto dalla Tyrell Corporation per assistere il programma coloniale extra-mondo. E i Nexus 6 in fuga dalle colonie spaziali, sbarcati sulla Terra per ottenere un prolungamento delle loro vite artificialmente limitate a una durata di soli quattro anni, sono davvero indistinguibili dagli esseri umani di cui sono la copia, se non per il fatto di vantare una resistenza e una forza fisica perfino superiori. Il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford), richiamato in servizio dall’LAPD per un’ultima missione, riuscirà fortunosamente ad avere la meglio e portare a casa la pelle, anche grazie al provvidenziale ripensamento del leader dei replicanti ribelli Roy Batty (Rutger Hauer). Tornato a casa, deciderà di lasciare la città con l’ultimo replicante, un esemplare fuori serie che lo stesso creatore non ha esitato a definire “speciale” (Rachael Rosen, interpretata da Sean Young). Alla fine gli interrogativi lasciati aperti dalla pellicola, anche per via di un refuso di sceneggiatura (che menziona sei replicanti ribelli, mentre quelli effettivamente presenti o citati nel prosieguo della pellicola sono solo cinque) e poi attraverso i successivi editing di Ridley Scott (con montaggi alternativi che hanno incluso nuove scene, rimosso il finale e la voce fuori campo e apportato altri aggiustamenti minori), vertono tanto sulla figura del cacciatore di taglie (Deckard stesso è un umano o il replicante mancante?) quanto dell’androide che porta in salvo (cos’è che rende davvero speciale Rachael?). Dopo la vasta letteratura di seguiti ufficiali partoriti da K. W. Jeter, a entrambi gli interrogativi prova a dare una risposta con esiti decisamente più convincenti il sequel cinematografico diretto da Denis Villeneuve nel 2017, Blade Runner 2049, che tuttavia lascia aperti ulteriori spazi di indagine e di speculazioni sulle colonie extra-mondo e sul vero ruolo dei replicanti nei piani del magnate Niander Wallace (Jared Leto).

3. C’era una volta in America (regia di Sergio Leone, tratto dal romanzo The Hoods di Harry Grey, 1984)

Un film su cui si sono spese forse altrettante pagine di congetture da rivaleggiare con 2001. L’ultima impresa di Sergio Leone, a cui richiese uno sforzo produttivo durato tredici anni (e dieci mesi di riprese in USA, Canada, Francia e Italia) e che pose di fatto fine alla sua carriera. Allo stesso tempo, è il coronamento dell’opera di un autore straordinario, forse unico nel panorama della cultura italiana del ‘900 per l’influenza che è stato in grado di esercitare sulla cinematografia mondiale (e non solo nel western o nel cinema stesso: pensiamo anche alla fantascienza e ai debiti letterari riconosciuti da autori del calibro di William Gibson), la migliore conclusione possibile per la seconda trilogia di Leone (dopo quella del dollaro, quella del tempo). Un omaggio anche all’immaginario americano, con gli Stati Uniti rappresentati per quel generatore di miti che in effetti sono stati, il motore dell’immaginario del ‘900.  “Una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria”, come ha scritto Morando Morandini nel suo Dizionario, ma anche “un sogno di sogni”, in cui “la memoria del singolo tende a dissolversi in quella di un intero paese” (come ha scritto invece Gian Piero Brunetta nel suo Cent’anni di cinema italiano). E un noir su cui, disorientati dal sofisticato meccanismo narrativo che combina caoticamente analessi e prolessi, non siamo ancora stati capaci di decidere se la storia che stiamo guardando sia frutto di una rievocazione o di una proiezione immaginaria. Ma alla fine, è davvero così importante sapere se Noodles (Robert De Niro) vivrà (ha vissuto) o no quei famosi trentacinque anni che gli sono stati rubati dal suo socio di un tempo Max (James Woods)? In che modo un furto di tempo e di vita può risultare diverso dall’altro? I fumi dell’oppio non aiutano a fare chiarezza, ma continuano ad alimentare l’incanto di una pellicola che c’incolla allo schermo con la densità stilistica compressa in ogni singolo fotogramma.

2. Inception (scritto e diretto da Christopher Nolan, 2010)

Da un sogno di sogni a un altro, Inception è il film che probabilmente ha alimentato le discussioni più lunghe in quest’ultimo decennio, generando una quantità di infografiche esplicative che hanno cercato di districarne l’intreccio (forse l’unico film a poter rivaleggiare in questo con Primer di Shane Carruth). Tra il secondo e il terzo capitolo della trilogia dedicata al Cavaliere Oscuro, Christopher Nolan torna a coltivare il suo amore per le architetture narrative sofisticate e chiude il decennio della sua consacrazione autoriale così come lo aveva iniziato nel 2000 con Memento. Il film è un sogno ricorsivo che deve molto anche alla letteratura di fantascienza (non ultimo Roger Zelazny), ma con quel tocco personale che rende inconfondibili i film del regista londinese. Dominic Cobb (Leonardo Di Caprio) è un ladro psichico capace di estrarre segreti preziosi dalla mente dei suoi bersagli, ma un giorno viene arruolato da Mr. Saito (Ken Watanabe) per tentare un’operazione inedita: innestare un’idea nella testa dell’erede dell’impero finanziario con cui è in competizione. Per portare a termine l’impresa, Cobb progetta un meccanismo di sogni condivisi annidati a più livelli di profondità e arruola una squadra di professionisti, ma la missione lo pone davanti a ostacoli sempre maggiori, non ultimo l’interferenza del ricordo della defunta moglie Mal (Marion Cotillard). L’unico modo che hanno i sognatori per distinguere tra la realtà e il sogno è affidandosi a un totem, che nel caso di Cobb è una trottola metallica: in un sogno, non essendo soggetta alle leggi fisiche della gravità, contrariamente a quanto accade nel mondo reale la trottola è destinata a girare all’infinito. Quando alla fine Cobb riesce a tornare dai suoi figli, ricompensa per la buona riuscita dell’incarico, vuole avere la certezza che non sia ancora intrappolato nel limbo in cui è dovuto addentrarsi per salvare Mr. Saito, ma quando abbraccia i bambini la trottola sta ancora girando. Cobb si è davvero svegliato dal sogno o è ancora intrappolato nel limbo?

1. True Detective (ideato da Nic Pizzolatto, 3 stagioni, 2014 – in produzione)

Serie antologica della HBO, True Detective ha esordito nel 2014 con una stagione memorabile che si è indelebilmente impressa nella nostra memoria di spettatori grazie alle interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e a una scrittura fortemente debitrice delle suggestioni horror e delle vertigini cosmiche dei maestri del weird, da Robert W. Chambers e H. P. Lovecraft fino a Thomas Ligotti. Una seconda stagione un po’ sottotono e incapace di tener fede alle altissime aspettative sembrava averla condannata al limbo delle produzioni cinetelevisive, ma nel 2018 una terza stagione (forte delle interpretazioni di Mahershala Ali, Stephen Dorff e Carmen Ejogo) si è dimostrata capace di rinverdire i fasti degli esordi (ne abbiamo parlato diffusamente anche su queste pagine). Come la prima stagione, anche quest’ultima ha uno dei suoi punti di forza nell’atteso twist finale e in entrambi i casi le implicazioni sottese alle scelte di sceneggiatura e regia hanno innescato una ridda di ipotesi e suggestioni. Cosa vede davvero Rustin Cohle pugnalato a morte dal Re Giallo? E Wayne “Purple” Hays riconosce o no Julie Purcell nella madre a cui riesce a risalire dopo decenni di indagini e solo ora che le sue facoltà cognitive sono irrimediabilmente compromesse dall’Alzheimer? Cos’è la giungla in cui si ritrova a vagare nella notte, come ai tempi delle sue missioni in Vietnam come recog? Un finale in grado di richiamare altri grandi classici della recente serialità televisiva, non ultimo la popolare Life on Mars prodotta dalla BBC, i cui enigmi sono poi stati sciolti nella successiva Ashes to Ashes.

Nel libro di cui parlavamo pochi giorni fa, Roy Menarini sottolinea le tensioni tra i produttori di Blade Runner e Philip K. Dick, a cui a un certo punto fu chiesto di scrivere una novelization più aderente allo sviluppo narrativo della pellicola diretta da Ridley Scott. Dick, che dei suoi lavori aveva una considerazione una o due tacche più alta della media degli scrittori, rifiutò la proposta e alla fine fu trovato un accordo per una riedizione di Do Androids Dream of Electric Sheep? che, come racconta Paul M. Sammon nella sua Future Noir (da noi Blade Runner. La storia di un mito), richiamasse il titolo del film e apportasse minimi cambiamenti al testo originale (principalmente date e toponimi: il libro di Dick, non dimentichiamolo, si svolgeva a San Francisco nel 1992). Tuttavia, per così dire, le divergenze di vedute tra l’autore e la produzione potrebbero essere state largamente esagerate.

Nel 2012, infatti, sul sito ufficiale dell’autore californiano curato dai suoi eredi, purtroppo non più in linea, venne resa pubblica una lettera inedita indirizzata a Jeff Walker della Ladd Company, una delle società che parteciparono alla produzione di Blade Runner. La lettera, redatta in un tono a dir poco entusiasta, si segnala come documento incontestabile del livello di gradimento che la trasposizione di Scott riscosse da parte di Dick, oltre che del suo punto di vista sulla fantascienza di quegli anni.

Suscita una certa emozione leggerne i passaggi, perché testimonia anche il livello di coinvolgimento a cui giunse Dick semplicemente guardando uno spezzone di Blade Runner, trasmesso durante un servizio che ospitava anche un’intervista a Harrison Ford all’interno di un programma sul cinema mandato in onda dall’emittente locale Channel 7. L’autore rimase sinceramente impressionato dall’estetica di Scott, apprezzò il lavoro dei diversi artisti e tecnici coinvolti nell’adattamento cinematografico di Do Androids Dream of Electric Sheep?, spingendosi infine a profetizzare, sull’onda dell’entusiasmo, una rinascita della fantascienza che negli ultimi anni – secondo il suo giudizio, forse un po’ troppo severo – era “scivolata in una morte monotona”, diventando “fragile, derivativa e stantia”.

Il documento fece la sua apparizione nell’anno del trentesimo anniversario dell’uscita nelle sale del capolavoro imprevedibilmente destinato ad attestarsi come cult movie, oltre che della prematura scomparsa di Dick. Ben prima della rivalutazione critica che avrebbe riabilitato il film decretandone un successo duraturo e una fama planetaria, l’autore seppe cogliere le sfumature di un’opera complessa e, grazie alla sua spiccata sensibilità, riuscì istintivamente anche ad anticipare l’impatto che sia dal punto del linguaggio che dei contenuti il film avrebbe esercitato negli anni a seguire, sulla letteratura di genere, sul cinema tout-court ma anche sulle forme d’arte più varie (“potreste aver creato una nuova forma, unica nel suo genere, di espressione artistica, qualcosa di mai visto prima”, scrive nella sua lettera a Walker, e qui echeggiano le riflessioni di Menarini sul rapporto della pellicola con il ruolo dell’arte).

Dopo le esperienze del cyberpunk e il successo delle declinazioni di temi intrinsecamente fantascientifici secondo gli stilemi della letteratura noir e hard-boiled, è difficile smentire le sue previsioni. E gli echi che se ne riescono a cogliere tuttora nelle opere più disparate e in particolare in capolavori della letteratura di SF (come la trilogia di Kovacs di Richard K. Morgan), del cinema (si pensi a Strange Days di Kathryn Bigelow, a Gattaca di Andrew Niccol, al sequel Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve) e della televisione (da Battlestar Galactica a Westworld), dell’animazione (Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, da un manga di Masamune Shirow), dei videogiochi (Deus Ex di Warren Spector, prodotto dalla Eidos Interactive, senza dimenticare l’insuperato videogioco della Westwood Studios), stanno a dimostrare che la sua influenza è ben lungi dall’estinguersi.

Per consentire un accesso diretto ai contenuti della lettera di Dick, pubblico qui di seguito una mia traduzione integrale.

Caro Jeff,

Stasera mi sono imbattuto su Channel 7 nel programma Hooray For Hollywood con il pezzo su Blade Runner. (Be’, a essere sinceri, non ci sono capitato per caso; mi avevano avvertito che si sarebbe parlato di Blade Runner, perché non me lo perdessi.) Jeff, dopo averlo visto – e soprattutto dopo aver sentito Harrison Ford parlare del film – sono giunto alla conclusione che non si tratta veramente di fantascienza; non è fantastico; è esattamente quello che Harrison ha detto: futurismo. L’impatto di Blade Runner sarà semplicemente travolgente, sia sul pubblico che sugli autori… e, credo, sull’intero settore della fantascienza. Da quando ho iniziato a scrivere e vendere fantascienza trent’anni fa, questa è stata l’unica questione di qualche rilevanza per me. In tutta onestà, devo dire che negli ultimi anni il nostro campo è andato gradualmente e inesorabilmente deteriorandosi. Niente di ciò che abbiamo fatto finora, singolarmente o collettivamente, può rivaleggiare con Blade Runner. Non è escapismo; è iperrealismo, così crudo, particolareggiato, autentico e dannatamente convincente che dopo aver visto la sequenza non ho potuto fare a meno di trovare in confronto sbiadita la mia “realtà” quotidiana. Quello che voglio dire è che tutti voi insieme potreste aver creato una nuova forma, unica nel suo genere, di espressione artistica, qualcosa di mai visto prima. E penso che Blade Runner sia destinato a rivoluzionare le nostre nozioni su cosa sia e “possa” rappresentare la fantascienza.

Fammi ricapitolare così. La fantascienza è lentamente ma ineluttabilmente scivolata in una morte monotona: è diventata fragile, derivativa, stantia. All’improvviso arrivate voi, alcuni dei più grandi talenti in attività, e abbiamo infine un ritorno alla vita, un nuovo inizio. Per quanto riguarda il mio ruolo nel progetto di Blade Runner, posso solo dire che non pensavo che un mio lavoro o una mia manciata di idee potessero essere sviluppate fino a dimensioni tanto sbalorditive. La mia vita e il mio lavoro creativo sono giustificati e compiuti da Blade Runner. Grazie… e sarà un grande successo. Si dimostrerà imbattibile.

Cordialmente,

Philip K. Dick

[Questo articolo riprende e rielabora un mio post apparso su HyperNext il 17 maggio 2012.]

La mia intenzione era di girare un film ambientato tra quarant’anni con lo stile di quarant’anni fa.

Ridley Scott

Titolo quanto mai paradossale, quello scelto da Roy Menarini, critico cinematografico già professore associato di Storia e Critica del Cinema presso il DAMS di Gorizia al momento della pubblicazione di questo volume e ora in servizio presso la sede di Rimini dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, per la monografia dedicata a una delle pietre miliari del cinema di fantascienza e non solo. Ridley Scott. Blade Runner risale infatti al 2007, anno di uscita del Final Cut presentato in anteprima alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, ma è invecchiato piuttosto bene. Infatti, se da un lato è vero che la discussione critica intorno al film è andata avanti incessante, ricevendo nuovo impulso dall’uscita del sequel diretto da Denis Villeneuve, è altrettanto vero che i 25 anni trascorsi dalla deludente uscita nelle sale di Blade Runner avevano già prodotto una mole imponente di letture, interpretazioni e disamine, di cui Menarini tiene giustamente conto nella sua esegesi. Dall’analogia marxista tra replicanti e la forza lavoro che si ribella alle tendenze oppressive del capitale, a tutto il simbolismo cristologico che pervade la pellicola, qui dentro l’appassionato hard troverà pane in abbondanza per i suoi denti.

Il libro si compone di una decina di brevi capitoli: parte con un paio di pezzi critici di inquadramento dell’opera, prosegue con l’esame del film fino al livello delle singole scene, riprende la lettura critica con i due capitoli più interessanti del volume (L’estetica delle rovine (umane): un mondo replicante e Modernità di «Blade Runner») e si riserva interessanti divagazioni sui montaggi alternativi, le influenze sul cinema successivo e i seguiti letterari firmati da K. W. Jeter (se volete iniziare, provate a partire da qua). Destano qualche perplessità solo la scelta del materiale incluso nell’antologia critica che fa da appendice al volume, a mio parere inutilmente italo-centrica, come anche il giudizio non proprio lusinghiero espresso su Future Noir: The Making of Blade Runner di Paul M. Sammon, autentica miniera di retroscena sulla pellicola e l’immaginario che ha generato, pubblicato in Italia da Fanucci con il titolo di Blade Runner. Storia di un mito e purtroppo finito fuori catalogo. Nota negativa purtroppo anche per la bassissima risoluzione delle immagini incluse nella galleria che dovrebbe essere il cuore del volume, e che purtroppo disperdono tutto il potenziale visionario dei fotogrammi.

Ma i pregi superano di gran lunga questi piccoli nei. In primis, il punto di partenza. L’autore cerca di rispondere a un quesito apparentemente nonsense: a che cosa pensa Blade Runner? E da qui muove per cercare di “comprendere il funzionamento del cinema, della storia e della cultura contemporanea”. In seconda battuta, e qui torniamo al paradosso di cui dicevamo sopra, propone la lettura di Blade Runner come di un film senza autore, o meglio di un film dai molti autori, visti non solo i contributi di assoluto spessore su cui da sempre siamo costretti a soffermarci quando si parla di Blade Runner, sottolineando l’apporto di Hampton Fancher e David Peoples, di Syd Mead e Douglas Trumbull, di Vangelis e Jordan Cronenweth, senza dimenticare il romanzo originale di Philip K. Dick, ma anche per lo status di cult movie che ne ha determinato un’affermazione tale da portarlo a occupare un posto privilegiato nell’immaginario di ogni spettatore.

Soprattutto, Menarini si sofferma sul rapporto di Blade Runner con il postmoderno, proponendo di converso un’interessante riflessione sulla sua modernità, che finisce per riallacciarsi con il predetto interrogativo di partenza:

Tornando alla suggestione di cui si parlava all’inizio, i replicanti potrebbero essere film che pensano, prendendo la parola film per il suo significato pre-linguistico: una pellicola, una riproduzione tecnica, un nastro, un oggetto dotato improvvisamente di logos. Il replicante è, tautologicamente, la replica della vita, ma finisce con l’essere una vita surreale (o surrealista?), una macchina che pensa per accidente, una forma che prende sostanza.

Il saggio finisce così per rimarcare un importante parallelo tra i replicanti e le riflessioni di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, illuminando di luce nuova una prospettiva che credevamo di conoscere fin troppo bene. Un compendio perfetto da abbinare alla lettura della bibbia di Sammon.

Come sa chi la frequenta con una certa assiduità, la missione della fantascienza non è tanto di provare a prevedere il futuro, esercitando facoltà divinatorie di cui i suoi scrittori non sono affatto più dotati rispetto ai colleghi di altri generi, quanto piuttosto quella di parlarci di noi, qui e ora, come potremmo essere visti attraverso una prospettiva storica che inevitabilmente ci porta a guardarci indietro dal futuro. L’estrapolazione delle coordinate attuali fa parte del gioco, ma non ne è l’essenza, né tanto meno ne rappresenta lo scopo ultimo. Piuttosto, attraverso l’elaborazione di scenari e l’allestimento dell’equivalente letterario di un esperimento scientifico, il genere ci consente di mettere in pratica – con economia di mezzi – una forma di ricerca, in cui l’oggetto ultimo è il destinatario stesso della conoscenza: l’essere umano, preso in sé o inserito nel contesto storico della nostra contemporaneità.

Una conseguenza delle caratteristiche del genere, tuttavia, è che chi scrive fantascienza deve prima o poi confrontarsi con una situazione singolare, che viene a verificarsi nel momento in cui la storia lo mette davanti al risultato delle sue estrapolazioni oppure allo scenario alternativo maturato in seguito allo svolgimento del nastro della storia. È un discorso che si ricollega idealmente alle riflessioni sul futuro che ci siamo persi per strada, in particolare alla percezione/consapevolezza generale del futuro. Il 2019 è un anno cruciale in tal senso: come il 2001, ma in una certa misura più del 2001 di Kubrick, rappresenta uno snodo cruciale nel nostro immaginario connesso al futuro. Non abbiamo i replicanti e nemmeno le colonie extra-mondo, ma non è detto che questo sia necessariamente un male (in fondo, la martellante insistenza propagandistica del programma coloniale governativo mi ha sempre ispirato una certa diffidenza).

Quello che abbiamo sono invece: a. legioni di utenti zombie sui social network, usati per condizionare l’opinione pubblica in favore di questo o quel personaggio, e in ultima istanza a vantaggio di una superiore agenda politica; b. elettrodomestici smart infettati da malware per reclutarli in botnet con cui sferrare attacchi DDoS di portata planetaria; c. disperati in fuga dai loro paesi trattati come comparse di uno spot nemmeno più originale, in una campagna elettorale eterna e senza confini; d. la tragicommedia di intere nazioni che per secoli sono state pilastri della civiltà occidentale tenute in ostaggio dalla pantomima dei loro governi legittimamente eletti, da una parte; e. dall’altra, le manovre di una superpotenza militare che non esita a ricorrere a tutte le armi messe a sua disposizione dalla tecnologia per condizionare la vita politica delle nazioni di cui al punto precedente; f. la farsa della nazione più potente al mondo incastrata sotto il tallone di ferro di un Manchurian Candidate; g. come possibile effetto del combinato disposto dei precedenti due punti, la sospensione del trattato INF per la non proliferazione delle armi nucleari; h. l’intensificarsi dei fenomeni catastrofici direttamente legati alle dinamiche dei cambiamenti climatici (ondate anomale di caldo, incendi, siccità, inondazioni, etc.), sufficienti per scriverci sopra un’intera enciclopedia di fantascienza apocalittica, altro che tetralogia ballardiana degli elementi. E fermiamoci pure qua.

Il futuro, insomma, è arrivato ed è tutto intorno a noi, anche se non è esattamente il futuro che avevamo in mente quaranta, venti o anche solo dieci anni fa, a cui forse somiglia in maniera pur vaga negli aspetti peggiori, se solo non fosse che proprio questi aspetti peggiori sembrano portati alle loro conseguenze estreme, imprevedibili a chiunque.

Da scrittori di fantascienza abbiamo quindi sbagliato? E, se è così, dove abbiamo sbagliato?

Gli scrittori di fantascienza devono tenere le loro antenne ben sintonizzate sul presente, per poter estrapolare futuri se non impeccabili almeno attendibili, abbastanza da risultare efficaci e non interrompere la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma non devono mai dimenticare di tenere in debita considerazione anche il passato. Per esempio, appena dieci anni fa, all’inizio di una crisi da cui non siamo ancora del tutto venuti fuori, già sembravamo in grado di mettere in prospettiva gli anni del terrore che avevano caratterizzato le due amministrazioni Bush e che oggi, a fronte dell’inedito mix di incompetenza, negligenza, affarismo e avventurismo rappresentato dall’amministrazione americana in carica, ci sembra quasi di ricordare come anni tranquilli e tutto sommato ancora a modo loro normali.

Le vicissitudini dello scorso decennio sono state la conseguenza dell’attacco sferrato all’Occidente da parte di un’organizzazione terroristica di stampo islamico allevata dagli stessi USA fin dagli anni ’80 per contenere l’espansionismo sovietico. Questo decennio si chiude invece con un fantoccio in carica a Washington grazie alla più assurda macchinazione politica che si sia mai vista in una democrazia occidentale: non dovremmo sorprenderci se l’obiettivo del Cremlino non fosse altro che rimuovere il vincolo del trattato che impediva l’escalation nucleare per meglio potersi muovere nella prospettiva degli anni di instabilità geopolitica e disordini crescenti che ci attendono, a partire dall’approssimarsi di una Brexit in condizioni di no deal. Peggio sarebbe se ancora non avessimo visto tutti gli effetti più deleteri del piano russo…

Siamo usciti vivi dagli anni Zero, con qualche ferita in più riusciremo a sopravvivere anche a questi anni ’10. A patto però di continuare a scrutare nel buio che a volte sembra avvolgerci, chiudendo qualsiasi possibilità di proiezione, qualsiasi prospettiva di alternativa, dietro la cortina di ferro di un futuro a zero dimensioni, come piace immaginarlo a quelli che sono i nostri veri avversari.

La fantascienza è un lago e gli scrittori di fantascienza sono dei villeggianti che trascorrono il tempo a passeggiare sulle sue sponde: ogni volta che si siedono davanti a una tastiera, lanciano una pietra in acqua. Le onde che si generano tornano indietro sulla riva e trovano lo scrittore ogni volta più avanti, in una posizione diversa. Prima di lanciare il sasso, lo scrittore prova a farsi due conti e cerca di anticipare dove lo raggiungerà il fronte d’onda che scaturirà dall’impatto con l’acqua. I suoi calcoli sono approssimazioni, i suoi passi influenzati dalle condizioni di un terreno che non conosce. Ma la cosa fondamentale, è che lo scrittore di fantascienza si interroga sulle conseguenze. Volente o nolente, dovrà farlo in ogni caso: è una delle regole non scritte del gioco.

Esattamente dieci anni fa concludevo uno dei mie interventi sul Blog di Urania, che all’epoca avevo il piacere di amministrare sotto la guida di due maestri del fantastico e della speculative fiction in senso lato come Sergio Altieri e Giuseppe Lippi, con questa chiosa:

[…] ancora una volta le conseguenze dell’atto di immaginare il futuro potrebbero incidere sulla distribuzione delle probabilità tra i futuri possibili. E la fantascienza, continuando a essere chiamata in causa per parlarci attraverso l’immagine del futuro dei cambiamenti che hanno luogo attorno a noi, non può ancora permettersi di prescindere dalle conseguenze.

Non è ancora tempo di fermarsi. Ogni lancio ha un grande potere: può disinnescare un futuro peggiore. Ora più che mai, gli scrittori di fantascienza devono continuare a lanciare pietre nell’acqua. Nessuno di noi può permettersi di rinunciare alle conseguenze.

Un maleficio elettronico ci aveva privati dei blog ospitati sulla piattaforma di Fantascienza.com, ma adesso grazie a un rituale negromantico dello sciamano S* ne abbiamo finalmente riguadagnato l’accesso, Strano Attrattore compreso. Nei prossimi giorni, quindi, oltre a riprendere e approfondire alcuni discorsi iniziati lì, anche per finalità narrative (che quindi si paleseranno alla vostra attenzione solo dopo l’intervallo necessario alla gestazione), proverò a ribloggare vecchi post aggiornandoli di volta in volta in base alle circostanze.

Intanto, mi imbatto in questa vecchia entry che faceva riferimento al 2019 di Blade Runner e si ricollega dal passato a tutte quelle chiacchiere fatte sul finire del 2018 e anche qui, con il nuovo anno ormai a tiro. Odio ri-citarmi, ma c’era già in quelle righe un senso di urgenza per qualcosa che stava cambiando nella percezione/consapevolezza del futuro – e, come diceva l’Iguana, nella capacità di immaginare il futuro – che nel giro di 11 anni ci avrebbe portati dove siamo in fondo finiti. Era il 2008 e il 2019 era ancora al di là dell’orizzonte, ma certi atteggiamenti, certi schemi ricorrenti nel cosiddetto dibattito pubblico e nei discorsi della politica, lasciavano intravedere gli sviluppi che si sarebbero poi compiuti, facevano sì che il futuro fosse chiuso in un angolo e preludevano al peggio.

Tutto quello che ci avrebbe portati qui era già iniziato e, come faceva notare dal canto suo Zoon, le cose stavano già molto peggio di quanto riuscissimo a immaginare all’epoca. Odio citarmi, ma come scrivevo allora “il nostro presente è già molto peggiore di quello di Deckard”. Era solo il 2008… Quanti treni abbiamo perso da allora? Quante strade sbagliate abbiamo imboccato? E quante scelte sbagliate ci siamo gloriati di poter inanellare?

Ma non mi sentirete (leggerete) dire (scrivere) che il futuro è morto. Come scrive Cormac McCarthy, anche nei tempi più bui – e in effetti alla catastrofe dipinta nelle pagine de La strada ancora non ci siamo arrivati – c’è sempre qualcuno che s’incarica di portare il fuoco. Per fortuna, malgrado tutto, anche nella nostra epoca c’è ancora chi continua a farlo. Chi, con piccoli grandi gesti di resistenza quotidiana, porta avanti l’impegno per un’alternativa possibile a questo squallido presente. Chi ha fatto proprio e declina un giorno dopo l’altro la lezione dei realisti di una realtà più grande.

La prima volta che ho guardato Blade Runner, il futuro di Philip K. Dick, Ridley Scott e Vangelis (ma anche di Syd Mead, Douglas Trumbull e Jordan Cronenweth) mi rimase appiccicato addosso. Per anni non potei fare a meno di riguardare periodicamente la vecchia VHS su cui lo avevo registrato da una trasmissione fuori orario della Rai (ovviamente inframezzata da un bel quarto d’ora di telegiornale notturno). All’epoca avevo tredici o quattordici anni ed ero sinceramente convinto che il 2019 che ci aspettava non sarebbe stato molto diverso dal mondo di Deckard e Roy Batty.

La prima volta che lessi Neuromante di William Gibson non ci capii granché: il romanzo era stato sicuramente un tour de force per i traduttori della Nord (Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli), ma mi appuntai pagine e pagine di brani e citazioni su un vecchio quaderno a righe, ognuna in grado di aprire da sola una porta su un mondo intero. Negli anni avrei riletto il romanzo tre o quattro volte, e ogni volta si sarebbero chiariti particolari, chiusi interruttori e illuminate corrispondenze, schemi e percorsi che la volta prima avevo magari solo vagamente intuito, e a volte nemmeno quello.

Ma prima di Neuromante era stato il turno di un libro che mi avrebbe assistito nei miei percorsi di lettura da neofita della fantascienza come un vangelo. Curata da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk era alla sua uscita (e tale è rimasta fino ai giorni nostri) “la più ampia raccolta di romanzi e racconti” della nuova fantascienza, e non a caso apparve in una collana di massimi del genere quali erano le Grandi Opere dell’Editrice Nord. 28 racconti di altrettanti autori, alcuni dei quali (Storm Constantine, Michael Blumlein, Tony Daniel, Howard V. Hendrix) avrebbero fatto qui una delle loro rarissime apparizioni per i lettori italiani, accanto ad altri già da anni sulla cresta dell’onda anche qui in Italia (oltre a Gibson ricordiamo Bruce Sterling, Pat Cadigan, Iain M. Banks, Rudy Rucker, a cui negli anni si sarebbero aggiunti Ian McDonald, Paul Di Filippo, Walter Jon Williams). Senza dimenticare il ricchissimo apparato critico, comprensivo di una introduzione del critico Larry McCaffery e una guida schematica scritta a quattro mani con Richard Kadrey (che negli anni seguenti avrei usato come vademecum alla scoperta di autori e opere da leggere, guardare, ascoltare, etc.).

E prima ancora di tutti questi titoli, c’era stato un fumetto, Nathan Never, creato da Medda, Serra e Vigna, il trio di autori sardi attivi fin dagli anni ’80 per la Bonelli. In particolare con questi due albi, capaci di evocare un senso di vertigine e di magia assoluta con due storie scritte rispettivamente da Bepi Vigna e Antonio Serra, ed entrambe secondo me non a caso rese in immagini dalle matite di Roberto De Angelis: Vendetta Yakuza e L’enigma di Gabriel (con il suo seguito, Il canto della balena).

C’è tutto questo, tra le altre cose, in Karma City Blues. Sentiamo spesso ripetere dagli autori, anche i più affermati, che l’esercizio della fantasia nelle loro storie è un modo per tornare bambini, per tenere in vita quel pezzo di magia che ognuno di noi si porta dentro dai suoi anni d’infanzia. Sarà davvero così? Nel mio caso non proprio, non direi. Però sicuramente questo romanzo è un modo per tenere in vita un certo immaginario, un futuro che avrebbe potuto essere e non è stato, e che se all’epoca già ci appariva come distopico col tempo ci ha costretti a rivalutarlo, perché la realtà ha saputo rivelarsi di gran lunga più spietata e, mentre ci condannava al limbo di un futuro zero, gli spazi di resistenza al deserto del reale si sono ristretti fino quasi a sparire del tutto.

Quasi, appunto. Karma City Blues è il mio angolo di ring. Uno spazio in cui il futuro resiste. E lotta insieme a noi.

 

E quindi: che anno è stato il 2018 che abbiamo salutato poche ore fa?

Per quanto mi riguarda, come lettore e come autore, nonché come membro di una comunità (il fandom degli appassionati di fantascienza e fantastico in generale), è stato un anno abbastanza positivo. Secondo le statistiche di Anobii, dopo un 2017 un po’ appannato (vedremo perché), sono tornato in linea con la mia media: lo scorso anno ho letto 35 volumi (più alcuni altri che finirò nei prossimi giorni), per un totale di 8.566 pagine. Di questi 7 sono fumetti, 7 i saggi o le biografie o i manuali, e i rimanenti 21 sono romanzi, novelle, antologie.

Ho scritto più che negli ultimi anni, soprattutto recensioni. Ecco un elenco, con tutte le indicazioni su dove potete trovarle:

E altre ne arriveranno. Eviterò di compilare la classica top list da portare nell’anno nuovo, in fondo ho lasciato lo zampino in due liste a firma collettiva della redazione di Quaderni d’Altri Tempi, e se vi interessa le trovate qua: Letture 2018 e Visioni 2018.

Ho inoltre pubblicato on-line questi altri articoli piuttosto impegnativi:

E un terzo è incluso in questo volume a cura di Andrea Tortoreto: Filosofia della fantascienza (Mimesis). S’intitola Macchine come noi: fantascienza, esseri artificiali e nuove forme di cittadinanza, l’ho scritto a quattro mani con Salvatore Proietti ed è una rielaborazione aggiornata di un articolo uscito qualche anno fa su Robot.

Ellison non è stato l’unico a lasciarci. Da questo punto di vista, il saldo del 2018 è stato pesante: a gennaio ci ha lasciati Ursula K. Le Guin, a dicembre Giuseppe Lippi. Tre personalità gigantesche, autentici fari nel cosmo di noi appassionati di fantastico e fantascienza (e non solo…).

Nel nostro piccolo abbiamo fatto ripartire Next Station, con articoli di Roberto Paura e Sandro Battisti e un racconto in esclusiva di Linda De Santi (vincitrice nell’ultimo anno del Premio Urania Short e del Premio Italia). Il proposito per il 2019 è di dare continuità a questo ritorno.

Anche sul fronte della narrativa è stato un anno non privo di soddisfazioni. Quattro i racconti pubblicati (di cui tre inediti):

E devo dire, anche se non ne ho colpevolmente ancora parlato sul blog (per la serie “personal branding portami via”), che anche sul fronte dei romanzi è stato un anno da portare sugli scudi. Innanzitutto grazie alla ristampa di YouWorld, scritto a quattro mani con Lanfranco Fabriani, per i tipi di Delos Digital, che più che una ristampa è in effetti una riedizione ampliata.

Se l’apertura di una casa di tolleranza con donne di plastica vi ha sconcertato, aspettate di vedere cosa accadrà in futuro, quando pagando bene potrete avere le grandi dive del cinema, da Marilyn Monroe a Gwineth Paltrow, in versione artificiale ovviamente. Senza più freni, senza più limiti, come cambierà la società il mercato del sesso sintetico? Due grandi autori italiani, entrambi vincitori del Premio Urania, vi raccontano uno scenario tanto allucinante quanto plausibile.

E poi per un nuovo inedito: Karma City Blues, già finalista al Premio Odissea e uscito a novembre anch’esso per Delos Digital. Ne riparleremo nei prossimi giorni, perché va bene l’understatement, però qualcosa su questo libro mi piacerebbe raccontarvela.

Napoli, 2069. Il criminale informatico Rico viene risvegliato dal criosonno penitenziario per indebolire l’egemonia delle compagnie indiane. Ma Rico ha le sue ossessioni: indagare sul tradimento che lo ha condotto in prigione e ritrovare la sua amata Rulah. Su uno sfondo napoletano del terzo millennio, generato da commistioni etniche, contorsioni criminali e quotidianità tecnologiche, dove su tutto incombe la Barriera che tiene lontano il kipple e abitata dal Popolo alato dei nibbi, Rico dovrà venire a capo della sua ricerca, ma scoprirà l’esistenza di qualcosa molto più grande di lui. Un nuovo grande romanzo dal vincitore del Premio Urania Giovanni De Matteo, finalista al Premio Odissea 2018.

Pagine che in alcuni casi risalgono al 2017, in molti addirittura a prima, e che solo nel 2018 si sono palesate: la scrittura ha i suoi tempi. Ecco perché ognuna di queste pagine viene con me nel 2019, insieme alle altre di cui non avete ancora sentito parlare ma che ci sono già, e cominciano a fare massa critica. Ricominciamo da qui per affrontare l’anno più fantascientifico dal… 2001!

 

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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