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Interstellar_02

Caro Christopher Nolan,

devo confessarti che fino a tre quarti di Interstellar avrei voluto scriverti per ricoprirti di insulti. Sei l’unico regista che avrebbe potuto costringermi a rivedere l’ordine dei miei film preferiti nel giro di 4 anni, con Interstellar che stava pericolosamente insidiando la posizione di Inception. Poi ti sei inabissato in un imbuto pentadimensionale, dove anche tu hai dovuto pagare dazio alla dura legge del blockbuster hollywoodiano. Prima la fede, e vabbe’… chiamata in ballo con una certa insistenza, in maniera forse un po’ ossessiva… Poi l’amore, il pentimento del tuo protagonista costretto a ricredersi sulle sue convinzioni materialistiche…

Io credo che l’amore vada bene per cucinare ottimi piatti, per crescere bambini e condividere l’esperienza terrena finché morte non ci separi. Ma faccio davvero fatica a concepire l’amore come vettore di trasmissione dell’informazione. Nel tesseratto, Cooper avrebbe fatto meglio a rivolgersi al Doctor Who, e nello scambio che ha con il robot sembra che in effetti lo stia facendo. Invece fa quella cosa lì, che nessuno sa bene come funzioni, e che per poco non intacca anche la fenomenale idea simbolica della libreria (anche visivamente resa in maniera straordinaria, kubrickiana, per non parlare poi dei titoli omaggiati, non ultimo Gravity’s Rainbow di Thomas Pynchon) con cui ogni lettore di fantascienza empatizzerà e vedrà omaggiati i maestri della letteratura che ha imparato ad amare attraverso le opere che hanno plasmato il nostro immaginario.

Quindi non te la prendere se continuo a preferire Inception, ma sono disposto ad amare Interstellar per il film che avrebbe potuto essere e non è stato. A te sono disposto a concederlo, come per esempio non mi è stato possibile con Ridley Scott per quel pasticciaccio brutto che ha combinato con Prometheus. Da nessuno avrei potuto aspettarmi quello che sei riuscito a fare nel concepire degli habitat alieni, da nessuno se non da te. E quell’inizio, non so quando né dove si è potuto apprezzare tanto slancio e tanta passione, in un’opera artistica, a sostegno della ricerca scientifica, dell’esplorazione spaziale, del progresso, del valore intrinseco della conoscenza e della comprensione – né se mai mi capiterà di ritrovarne altrove. E dopotutto il tuo finale riscatta anche quel piccolo incidente di percorso, e mi piace poter credere che i 20 minuti che lo precedono possano essere stati solo un sogno, vissuto da Cooper mentre la sua navicella falliva la discesa nel buco nero, trovandosi costretto a riparare sul terzo pianeta. Quello giusto, dove i fallimenti sperimentati lo aiuteranno a vivere meglio la gloria. Come credo possa capitare anche a te, la prossima volta che tornerai a lavorare con la fantascienza.

Quindi, per questo e per tutto il resto, tutto sommato grazie anche questa volta.

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FF_Riti_di_passaggioSeconda notizia editoriale della settimana. Esce in questi giorni un mio nuovo racconto, il primo per Future Fiction, la factory fondata da Francesco Verso in seno alla Deleyva Editore di Emanuele Pilia. La collana, fin dalla sua dichiarazione d’intenti, si prefigge di dar voce a storie dal futuro, ovvero a “narrazioni “potenziate” che esplorano la relazione ambigua tra gli esseri umani e la tecnologia, le trasformazioni dell’identità personale e dell’organizzazione sociale, l’incontro tra l’umanità e la scarsità oppure l’abbondanza di risorse: visioni che scrutano in ogni futuro possibile“.

Credo che Riti di passaggio s’inserisca bene in questa visione. Scritto tempo fa (la prima stesura risale al 2009) sull’onda di una serie di suggestioni metaletterarie, non ultime quelle innescate dall’ennesima rilettura del racconto L’integrazione segreta di Thomas Pynchon, di cui tiravo le fila in un vecchio post dello Strano Attrattore, il racconto è imperniato sul dilemma isolazionismo/integrazione (che in termini diversi avevo cominciato a delineare fin da questa panoramica critica risalente al 2008) e affronta il tema della esplorazione spaziale da un punto di vista molto problematico. In presenza di un ecosistema alieno, come converrebbe impostare il processo di colonizzazione: terraformando e distruggendo l’ambiente preesistente, oppure avviando uno sforzo per la modifica biologica dei coloni volta alla piena integrazione della loro società nell’ecosistema del nuovo pianeta? Ai coloni terrestri giunti nel sistema di Kappa Ceti Primo, lontana 30 anni luce dal Sole, viene offerta una ghiotta opportunità: un sistema planetario doppio, due corpi celesti molto simili tra di loro e non privi di vita aliena, su cui poter sperimentare un nuovo inizio.

Rispetto alla prima versione, il racconto è stato profondamente modificato in sede di revisione grazie agli spunti e ai consigli di Francesco Verso, con il quale abbiamo affrontato una fase di editing feroce quanto fruttuosa. E alla fine l’opera ne ha tratto enorme beneficio, tanto a livello di struttura quanto di fruibilità.

Questa la sinossi ufficiale:

Secoli prima, Triton e Siren, due pianeti gemelli nel sistema stellare Kappa Primo Ceti, erano stati colonizzati da una spedizione terrestre secondo filosofie diametralmente opposte: integrazione con l’ecosistema nativo nel primo caso e isolamento biologico della colonia nel secondo. Le conseguenze di queste scelte si riflettono adesso nello stile di vita e nelle contraddizioni delle due società postumane che si sono sviluppate dagli insediamenti originari dei Precursori.

Per Maya, cresciuta su Siren in una bolla pacifica e isolata dalla natura ostile del pianeta, la Vecchia Terra è solo un vago ricordo appreso nel corso delle lezioni di storia pre-Transito. Ma nel passaggio dall’adolescenza alla maturità la protagonista della storia scoprirà di avere una conoscenza molto limitata anche del pianeta in cui vive. Perché il mondo degli adulti è fatto di compromessi e macchinazioni che mal si accordano con la curiosità tipica della sua età. Insieme alla coetanea Larisa e a 3-Naïme, suo droide e tutore personale, Maya si metterà alla ricerca di qualcosa che la porterà a scoprire i segreti del processo di colonizzazione, proprio mentre la crisi politica su Triton rischia di sconvolgere il sogno utopistico della sua comunità.

“Riti di passaggio” può essere letto sia come una storia di ‘formazione’ che di ‘terraformazione’, dove gli elementi rituali scandiscono le varie fasi della genesi di Maya e della storia di Siren. Con uno stile fluido e ricercato, e soluzioni che richiamano alla mente sia la narrativa di anticipazione di Samuel Delany che le estrapolazioni postumane di Greg Egan e Alastair Reynolds, Giovanni De Matteo con questo racconto si conferma essere una delle voci più impegnate e interessanti nel panorama della fantascienza italiana.

L’immagine di copertina è di Mattia De Iulis. L’e-book consta di 35 pagine e può essere acquistato al prezzo di 1,46 euro sui principali bookstore on-line, a partire da Amazon.

Dark Gamma Ray Burst Illustration

Dark Gamma Ray Burst Illustration (Photo credit: NASA Goddard Photo and Video)

Del principio olografico ho parlato spesso in passato (qualche traccia sopravvive sul vecchio blog) e anche sul prossimo Next – in uscita in questi giorni – troverete un aggiornamento sullo stato della ricerca che illustra un esperimento in corso al FermiLab, volto a dimostrare la fondatezza della teoria rilevando tracce del rumore olografico di fondo della realtà. Seguendo una strada del tutto indipendente, proprio in questi giorni un gruppo di ricercatori giapponesi ha annunciato di aver ottenuto incoraggianti risultati da due diverse simulazioni, con un annuncio che non ha saputo frenare l’entusiasmo dei titolisti dello Scientific American.

E sempre dalle stesse pagine negli ultimi giorni è giunta alla mia attenzione una teoria di cui non avevo ancora sentito parlare. Si chiama rainbow gravity, che potremmo tradurre come gravità arcobaleno (e infatti è così che riporta il sito de Le Scienze), e presenta un approccio se possibile ancora più radicale del principio olografico, che promette di stravolgere le basi stesse della cosmologia, cancellando qualsiasi traccia di singolarità dal passato dell’universo (dimenticatevi il Big Bang) e legando il comportamento delle particelle immerse in un campo gravitazionale alla loro energia. Dall’osservazione dei gamma-ray burst potrebbero derivare prove significative a sostegno della nuova teoria, che il suo ideatore Lee Smolin vuole strettamente connessa a una formulazione più generale che ha voluto chiamare “località relativa”: l’idea è che osservatori diversi situati in punti diversi dello spazio-tempo possono non essere d’accordo sulla localizzazione di determinati eventi.

Ovviamente, avendo eletto da tempo Thomas Pynchon ai vertici del mio pantheon letterario personale, il nome della teoria non può non richiamarmene alla mente il monumentale capolavoro del 1973: Rainbow’s Gravity, L’arcobaleno della gravità. E mi offre l’occasione per ricordare che proprio nei mesi scorsi Ernesto Guido ha ottenuto la ratifica ufficiale delle denominazioni prescelte per due asteroidi da lui scoperti nel 2005. Dal 20 novembre 2013 nella cintura principale orbita anche un corpo denominato 152319 Pynchon.

La scorsa settimana io9 ha ospitato un illuminante editoriale di Annalee Newitz, in cui la capo-redattrice s’interroga sui meccanismi sociali che portano una storia a diventare virale. L’autrice porta all’attenzione del lettore la propria lunga esperienza nell’editoria on-line e fa notare come tra una qualsiasi storia (o, meglio, qualsiasi unità/frammento di informazione) e la popolarità si frapponga nell’era dei social network (Facebook, Twitter, Reddit, Pinterest…) un ostacolo, che per analogia con la valle del perturbante (uncanny valley) di Masahiro Mori potremmo definire valle dell’ambiguità: nelle parole di Annalee Newitz, “l’uncanny valley del giornalismo virale” non è altro che la zona in cui ricadono le notizie troppo complesse, quelle che richiedono una presa di posizione netta da parte di chi legge e condivide, quelle che espongono sui social media al rischio dell’incomprensione e del fraintendimento.

Tutti vogliamo sembrare più intelligenti o più brillanti, attraverso l’immagine sociale che ci creiamo attraverso le informazioni (o presunte tali) che rimbalziamo sui nostri profili, dando l’impressione di saperne qualcosa. Per questo pochi di noi sono disposti a rischiare con una storia che ricade nella valle dell’ambiguità, che inevitabilmente finisce per prestarsi all’interpretazione di chi di volta in volta legge. In altre parole, sono le storie a senso unico quelle che condividiamo, non quelle che necessitano di analisi.

The Valley of Ambiguity, by Annalee Newitz (credit: io9)

The Valley of Ambiguity, by Annalee Newitz (credit: io9)

La qual cosa, se vogliamo spingerci un po’ più oltre, è il principale motivo di disillusione di chi come me ha scoperto il significato di ipertesto leggendo autori postmoderni come Thomas Pynchon, o apprezzando il lato più sperimentale della fantascienza negli autori della new wave e negli esponenti del cyberpunk. Leggi il seguito di questo post »

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