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Leliel, uno degli Angeli apparsi in Neon Genesis Evangelion. Al suo interno si estende un mare di Dirac, porta di accesso a una dimensione parallela.

Estratto da Dharma Connection, racconto incluso nell’antologia La prima frontiera, a cura di Sandro Battisti (Kipple Officina Libraria, 2019):

Quando la prima creatura si manifestò, fummo in molti a non prestare la dovuta attenzione all’evento. Eravamo immersi da anni in un oceano di fake news, di propaganda a sfumature di grigio, di false flag. Sudditi del regno della post-verità, non dovemmo nemmeno girarci dall’altra parte: lasciammo che la breaking news fluisse nella corrente di liquami ad alta tossicità dei notiziari e dei social network, alimentata ventiquattro ore su ventiquattro dalle inesauribili sorgenti memetiche dei think tank disseminati su almeno tre continenti. I più attenti si aspettavano che venisse inevitabilmente derubricata. Dopotutto non era mica un attacco a una minoranza che andava a gettare benzina sul fuoco del confirmation bias di qualche fascia sociale indebolita e marginalizzata… Non faceva leva su nessun bisogno materiale o senso di urgenza. Quante altre volte lo avevamo visto succedere prima?

Quella volta, tuttavia, le cose andarono diversamente.

Il secondo giorno, lo stato di crisi non poteva più essere ignorato.

Le creature assunsero diversi nomi, a seconda di chi le chiamava. Per alcune persone erano mostri, per altre kaijū, per altre ancora iperoggetti. Qualcuno li chiamò Apostoli. Inviati. Messi della Distruzione. Cavalieri dell’Apocalisse.

Un’intera fottuta Armata Nera di Cavalieri dell’Apocalisse.

Una Legione.

Di Angeli della Morte.

In piedi davanti al lungo tavolo, il Maggiore Kaori Kobayashi del 7° Raggruppamento Speciale della CND, Divisione di Contenimento e Neutralizzazione, coordinamento interforze a diretto riporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostiene gli occhi puntati su di lei, le gambe divaricate, gli stivali militari ben piantati sul pavimento di granito, le mani dietro la schiena, polso destro stretto nella morsa della sinistra. Controlla il respiro, cosa che non le richiede alcuno sforzo: è solo un retaggio dell’addestramento e sembra che non stia davvero inalando ossigeno dalla stanza, non più delle statue di candido marmo che assistono alla scena, tra cui riconosce l’effigie in terracotta miracolosamente conservata del Cinocefale, il demiurgo necroforo degli dèi e degli uomini, posto a guardia dell’ultima soglia, che lei stessa solo due anni prima ha contribuito a recuperare. Una luce ambrata e densa si riversa nell’ampio ufficio alla sommità della Omega Tower e avvolge i suoi interlocutori, che sono i sacerdoti del Culto Supremo che si celebra in quel tempio, gli orologiai che assicurano il funzionamento preciso, regolare, efficiente e costante del Congegno: le parti interessate che hanno deliberato e imposto ai membri del Consiglio la sua inclusione nel 7° Raggruppamento Speciale, che non a caso è conosciuto con il nome in codice di Misure Estreme.

Il Maggiore Kaori Kobayashi di fatto è il loro uomo nell’organizzazione. Non un semplice braccio armato, ma una protesi neurale, l’estensione della mente della Omega Corporation. E il gabinetto che ha di fronte adesso è quella mente. Seduta tra Simone Leclercq e Thomas MacMillan, rispettivamente il Fiuto e la Sete, l’intuito e la brama, Kyra Xiao Hong, più piccola di entrambi, riesce a imporsi sulla scena come se fosse assisa su un trono. Defilato dalla triade, a metà distanza tra la loro estremità del tavolo da riunioni e l’estremità opposta, quattro passi davanti a Kaori, la figura della Clessidra è personificata dalla sagoma curva, pingue, perfino massiccia, di Globočnik, l’unico a non avere voce in capitolo, presente all’incontro solo per reggere il peso della testimonianza. Non che la voce degli altri pesi alcunché: l’ultima parola è di Kyra Xiao Hong, come lo è da sette anni, da quando il sinodo ha sancito la successione dalla precedente direzione, e in quanto tale la sua è l’Unica Vera Voce perché la sola che conti. L’ombra avvolge il suo corpo e il suo volto, ma le sue labbra sono ben visibili ed è lì che l’attenzione di Kaori è a fuoco da quando è iniziato il colloquio. Non una sola parola è ancora uscita da quelle labbra.

Alle loro spalle, la finestra si affaccia sullo Sfregio, o Ground Zero II, l’enorme ferita urbana aperta alle spalle di Battery Park, e Kobayashi, immobile con le gambe divaricate e le mani dietro la schiena, le spalle larghe, il mento alto, pensa che in fondo sembra quasi che la luce che li avvolge sanguini da quel taglio.

– … e temiamo che possa essere caduta in mani ostili – sta dicendo la donna dal caschetto biondo alla sua destra, con un tono di voce distante, come se la cosa non la riguardasse direttamente.

– Riteniamo che rappresenti una risorsa strategica, se non l’unica vera risorsa a nostra disposizione, per contrastare l’attuale stato di crisi – sottolinea l’uomo d’affari in completo da diecimila dollari alla sua sinistra.

La Voce assiste. Quando parlerà, le sue parole saranno musica, almeno quanto la visione di Leclercq esprime fiuto per gli affari e l’urgenza di MacMillan testimonia la sua cupidigia. Globo, il Cronofago, come sempre, registra i secondi che passano e annota ogni cosa.

Estratto da Dharma Connection, racconto incluso nell’antologia La prima frontiera, a cura di Sandro Battisti (Kipple Officina Libraria, 2019).

Oggi è il giorno de La prima frontiera, l’antologia new weird curata da Sandro Battisti per Kipple Officina Libraria. E Dharma Connection è il mio racconto scelto per il progetto più dirompente dell’annata Kipple, che condivide l’onore con i lavori di altri venti autori. Inizia così:

L’oggetto in avvicinamento non passò inosservato. Gli occhi del sistema di sorveglianza spaziale optoelettronico GEODSS erano puntati su di lui già da alcune ore quando oltrepassò l’orbita lunare. L’allerta battuta da Socorro aveva impiegato meno di tre millisecondi a percorrere i circa cinquecentosettanta chilometri di fibra ottica che collegavano la stazione nel New Mexico con Cheyenne Mountain, nel Colorado. L’impulso aveva fatto scattare gli allarmi nel centro di controllo del NORAD sei minuti prima che le segnalazioni del sistema OKNO giungessero dal poligono militare di Nurak, a duemiladuecento metri di altezza sulle montagne del Tagikistan a sud di Dušanbe, all’821° Centro SKKP di Noginsk-9, nell’oblast’ di Mosca, tremila chilometri a nordovest. Il Programma 901 del Dipartimento della Difesa Nazionale li aveva bruciati entrambi sul tempo: stava seguendo già da settecentoventi secondi l’oggetto non identificato nella sua incomprensibile manovra orbitale, quando Pechino aveva ricevuto quasi contemporaneamente i cablogrammi con le richieste di spiegazioni ufficiali dal Pentagono e, con toni ancor più minacciosi, dal quartier generale del Ministero della Difesa della Federazione Russa. Le IA diplomatiche al servizio della Segreteria Superiore del Consiglio di Stato elaborarono trecentoventisette schemi di risposta, le classificarono in sette cluster e lo staff del Primo Ministro impiegò un minuto e ventisette secondi a esporgli l’esito dell’analisi. Le IA selezionarono le risposte più calzanti con le annotazioni del Primo Ministro tra le ventinove classificate nel cluster prescelto, elaborarono una stima del loro effetto e restrinsero il campo a una sola versione, che trasmisero con il sigillo della Segreteria Superiore.

La risposta giunse a destinazione mentre il Vettore andava a parcheggiarsi a circa quarantamila chilometri dalla superficie, in un’orbita geostazionaria a filo di piombo sulla città di Jakarta. Fu chiaro a tutti, a Mosca come Washington, che non si trattava di un’esercitazione. E soprattutto che le spiegazioni non potevano essere cercate sulla Terra, né quindi pretese da Pechino: nessuno disponeva della tecnologia richiesta da una manovra come quella.

Nelle ore successive furono preventivamente informate le controparti della NATO, che diffusero la notizia alle cancellerie europee, e di Israele, India e Repubblica Sudafricana. Ma intanto alle nove e cinquantaquattro ora locale (Australian Western Standard Time) di una serena mattina di febbraio, alzando gli occhi al cielo dalle strade e dai palazzi della Venezia del mar di Giava, diciotto milioni di cittadini indonesiani poterono vedere una nuova stella splendere nell’azzurro sulla verticale della città.

La prima creatura emerse dalle acque del Mar Cinese Meridionale e fu intercettata dalle unità della flotta al servizio del Comando Navale Orientale alle 12:02 AWST a ventuno chilometri dalla costa della provincia di Zhenjiang.

Quello fu solo l’inizio.

 

La visione di Ad Astra (James Gray, 2019), recentemente approdato nelle sale, mi ha riportato alla mente un paio dei temi già proposti in un altro film prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt: The Tree of Life, l’ultimo grande film di Terrence Malick (2011). Il rapporto con i propri affetti, in particolare quello padre-figlio visto nel cambio di prospettiva che si accompagna alla crescita e al passaggio dall’infanzia all’età adulta, e l’incomunicabilità di fondo che si annida nelle nostre relazioni, erano infatti due dei punti cardinali che guidavano la rotta concettuale di Malick. Spulciando negli archivi dello Strano Attrattore ho quindi ritrovato questa vecchia recensione, che vi ripropongo qui in forma leggermente rivista, ma a cui vi rimando per l’approfondimento/confronto sviluppato nei commenti con Iguana Jo tra due modi sostanzialmente agli antipodi di apprezzare il film.

Palma d’oro al Festival di Cannes 2011, The Tree of Life arriva a sei anni di distanza dal precedente lavoro di Terrence Malick, The New World (2005), e precede di poco più di un anno il successivo To the Wonder (2012) a cui è legato da un gioco di riflessi e rimandi tematici ed estetici. Molto meno dei vent’anni intercorsi tra I giorni del cielo e La sottile linea rossa (1978-1998), con un infittirsi della produzione che denota da solo l’entrata del cineasta texano in una nuova fase della sua carriera. Sfuggente al pari di Stanley Kubrick, Malick ci regala un’opera impressionista di forte impatto visivo, che ha proprio nel sontuoso 2001: Odissea nello Spazio l’unico termine di paragone possibile nel cinema che lo ha preceduto. A onor di cronaca va detto che il confronto, ripetuto da più parti, nuoce soprattutto alla pellicola di Malick, non rendendo appieno giustizia a un’opera con l’ambizione di raccontare l’origine della vita e, forse, condensare in 138 minuti un tentativo personale – uno dei tanti possibili, ma qui con esiti sicuramente convincenti – di definirne il senso.

Le domande alla base del film sono le stesse che rincorrono l’uomo dalla notte dei tempi: chi siamo? Cosa ci facciamo al mondo? Cosa ci aspetta dopo? Quesiti filosofici contro cui ben più di un liceale (e se è per quello anche di un pensatore) ha sbattuto la testa, ma a Malick va riconosciuto l’indiscutibile merito di riproporli con un garbo che scongiura il rischio di degenerare nel facile didascalismo o nell’assolutismo dogmatico, risparmiando all’autore la trappola della retorica e allo spettatore quella della noia. Se 2001: Odissea nello Spazio può essere letto, tra le altre cose, come la storia della comparsa dell’intelligenza nel cosmo, proiettando la celebrazione della ragione verso un orizzonte transumano di fronte al quale l’uomo non può che uscire annichilito, The Tree of Life propone delle origini e del senso della vita una lettura che mi sento di definire più “empatica”.

In fondo a Kubrick poco interessava di condire di correlati emotivi la storia evolutiva della vita senziente, e il compito di appagare gli spiriti oltre alle menti viene interamente delegato agli effetti psichedelici oltre l’orbita di Giove e alle partiture sinfoniche della colonna sonora Malick si cimenta invece nell’operazione opposta: la parabola familiare degli O’Brien nella profonda provincia degli anni ‘50 (Waco, Texas) è il microcosmo che mette a fuoco il suo sguardo. Tra complicità, scoperte, dispetti, incomprensioni, conflitti, castighi, punizioni, frustrazioni, delusioni e disastri piccoli e grandi, perdite e lutti, la sua camera è l’occhio attentissimo di un osservatore che interagisce con i destini dei protagonisti, seguendone i movimenti a ogni passo, con piena e incondizionata partecipazione.

Le voci fuori campo del trio dei protagonisti (il signor O’Brien, la sua consorte e il loro primogenito Jack, a cui Sean Penn presta le fattezze da adulto) evidenziano l’importanza delle emozioni individuali come chiave interpretativa delle situazioni vissute. Lo spirtualismo panteistico di Malick risulta in questo modo proposto in maniera tutt’altro che invadente: il tema della fede – rappresentato attraverso la sua maturazione, la crisi, la riscoperta – si tinge perfino di sfumature laiche quando il tocco sapiente del regista, nelle sequenze oniriche che s’intensificano verso il finale, sembra ribadire che dopotutto l’atto di fede più grande che si possa chiedere a un essere umano è fidarsi – fino in fondo, fino all’ultimo – di un altro essere umano.

Se non ami, la tua vita passerà in un lampo”, sostiene la figura materna della Signora O’Brien, personaggio centrale, un po’ musa e un po’ angelo, interpretata da Jessica Chastain. L’amore è l’unica ragione in grado di rallentare lo scorrere del tempo. E grazie all’amore, Jack ormai adulto rivive la sua personale scoperta del mondo e della vita da bambino attraverso il ricordo del fratello scomparso in guerra, contrastando quindi con la memoria il flusso inesorabile dell’universo. Le digressioni cosmiche fotografate da Douglas Trumbull (il maestro degli effetti speciali che da 2001 fino a Blade Runner ha dato forma, colore e sostanza al nostro immaginario fantascientifico), dal Big Bang alla comparsa della vita sulla Terra al procedere delle dinamiche siderali, inesorabili e incuranti delle disgrazie umane, riescono così ad amalgamarsi alla perfezione nella trama della narrazione, offrendo delle parentesi in cui il microcosmo individuale racchiude la complessità della dimensione macrocosmica, come se ognuno di noi non fosse altro che un frammento di un universo olografico.

Esistono due vie per affrontare la vita”, annuncia sempre la voce fuori campo della signora O’Brien nelle prime battute del film: “La via della natura e la via della grazia”. Lei sceglie quella della grazia e plasma la sua esistenza su questo stampo. Non c’è dubbio su quale sia stata la scelta dello stesso Malick, che percorre dal primo all’ultimo minuto questo film escatologico che potremmo definire, con un po’ di audacia, come il primo film di un’ipotetica era post-connettivista, capace di tirare ponti e connessioni tra immaginario, scienza e metafisica senza lasciarsi imbrigliare dagli schemi di nessun genere in particolare. Ma andando oltre, ancora una volta al di là anche delle orbite dei satelliti di Giove.

Un grande del Crack Rhythm a Lagos è il racconto con cui sono presente nell’antologia S.O.S. – Soniche Oblique Strategie curata da Mario Gazzola (Arcana, 2019). Questo è uno dei capitoletti che lo compongono:

Strangers When We Meet

Aisha abitava sul tetto verde di un conapt occupato di Ghost Town. Si prendeva cura dell’orto per gli altri condomini e faceva lavoretti di elettronica e programmazione come freelance per alcune ditte di Lagos. Si fece accompagnare a casa, quella sera, e mi raccontò un po’ di lei.

– C’è una cosa che mi chiedo da un po’ – disse mentre guardavamo la città da cento metri di altezza, cogliendo scorci della laguna tra i grattacieli più alti che incombevano su Lagos Mainland. Aveva smesso di piovere. – Perché voi della band non vi collegate mai?

Ricordai allora le parole di Nabil, la nostra chiacchierata notturna solo poche settimane prima. – Intenti in Li-Fi?

Aisha annuì. Attese.

– Non abbiamo più l’età per certe cose – dissi, schermendomi dietro un sorriso impacciato. – Non fa per noi. Non ho nemmeno un impianto aggiornato. Rischierei di prendermi un brainworm se ci provassi… Perché ridi?

– Sei così buffo…

– Non ridere di me.

Aisha allungò una mano verso il mio collo, mi accarezzò i capelli ancora umidi di pioggia e sudore, poi la mosse verso la presa dietro l’orecchio sinistro. Sentii le sue dita sottili sulla pelle e una scintilla blu che esplodeva in un incendio di ormoni e neurotrasmettitori da qualche parte intorno all’amigdala.

– Ti fidi di me? – mi chiese fissandomi negli occhi.

– Mi fido di te – dissi.

– Vieni dentro.

Un brano da Cryptomnesiac, racconto incluso in Altri Futuri, a cura di Carmine Treanni (prima edizione Kipple Officina Libraria: Next-Stream. Visioni di realtà contigue, 2018). In uscita oggi per Delos Digital.

Illustrazione originale di Franco Brambilla per la copertina di Altri Futuri.

La spiaggia all’alba è immersa in una quiete sovrannaturale. Ti domandi dove sia adesso quel cormorano che sembra seguirti nelle tue passeggiate sulla spiaggia. A quest’ora sembra che anche per gli uccelli marini sia troppo presto per uscire dal nido e affrontare la giornata.

Cammini a lungo, allontanandoti dalla casa e dal villaggio, procedendo verso sud sulla sabbia bianca e sottile. Superi aree attrezzate deserte, insenature, argini consolidati, letti di ghiaia, pinete e vaste distese di macchia mediterranea – senza mai incontrare nessuno.

Un’onda che viene a infrangersi sulla battigia ti richiama dalla trance a cui ti sei abbandonato. E allora ti fermi, guardi la sconfinata distesa di azzurro che hai davanti, ti sfili la maglia e t’immergi nell’acqua. Le bracciate si succedono regolari, precise come se seguissero i colpi di un metronomo. Questa costanza ti lascia stupefatto, non sei mai stato particolarmente disciplinato.

Una bracciata dietro l’altra il tuo corpo si spinge al largo, mentre con la mente visualizzi l’abisso oscuro al cui richiamo hai deciso di cedere. Le profondità ti sono ignote, ma la loro voce ti sussurra parole di comprensione e promesse di pace.

Quando decidi di averne abbastanza, ti volti verso la terraferma e resti a contemplare il profilo di granito delle montagne, le loro vette innevate che splendono nel blu del cielo che ti sovrasta. Da lì, incombono sulla costa con austera maestosità.

Chiudi gli occhi e ti lasci cullare dalle onde per un tempo imprecisato. La sensazione che sia solo un tentativo inutile si apre la strada nella tua consapevolezza, fino ad acquisire contorni certi e incontestabili. Potresti rimanere lì per giorni interi, senza fare un solo vero passo avanti per allontanarti dal paradiso di cui sei prigioniero.

Inizi anzi ad avvertire la corrente che ti sospinge indietro verso la costa. Il richiamo dell’abisso era solo un miraggio, un’illusione consolatoria. Ormai è lontano, scongiurato… e tu sei fuori dalla sua portata.

Le montagne sono sempre lì, ti indicano la direzione per tornare sulla spiaggia e poi da lei. Ariane ti aspetta. La resistenza è vana. Con lo stesso andamento rigoroso dell’andata e col favore delle onde, ti accingi a tornare a riva.

Leggendo tra le righe del post di sabato, qualcuno avrà notato che a rigor di logica le novità non sono tre ma quattro, e quindi eccoci qui a svelare il quarto annuncio per l’autunno: a distanza di un anno dalla sua uscita in e-book, finalmente Karma City Blues conoscerà una incarnazione cartacea nella collana Odissea Fantascienza di Delos Digital. Dopo le finali al Premio Italia e, imprevedibilmente, all’ESFS Award, la storia di Rico Del Nero e della metalogica Hanuman, sullo sfondo postumano della Città del Karma, vedrà quindi la luce una seconda volta.

Se vi servisse un piccolo incoraggiamento, non trovo di meglio che riportare un estratto.

Un riflesso sui suoi occhiali mi nascose alla vista gli occhi di Valentina per una frazione di secondo e allora capii che era intenta a eseguire dei comandi sui suoi Glass-x, per richiedere le autorizzazioni necessarie e impartire le istruzioni relative alla mia richiesta.

– Abbiamo acceso cinque diverse linee di credito per consentirle di sostenere le spese necessarie – assicurò. – Le abbiamo appena trasmesso i codici di accesso. – Una notifica prese forma e scomparve in un angolo dei Glass-x. – Sono collegati con il suo q-id. Autenticazione fisica a tre fattori tramite impronte digitali, traccia nanoscopica e riconoscimento retinico, attive a partire da questo momento.

– Bene. Avrò bisogno anche di armi. Automatiche e di precisione. Armalite, se possibile. Pistole Glock da assalto. Qualche granata. tnt a scaglie o miscele esogene ricristallizzate, non sono al corrente delle ultime novità presenti sul mercato. Niente che possa dare nell’occhio, comunque.

– Vedo… – fu il commento sardonico di Valentina, mentre prendeva nota scrupolosamente.

– E nanosomi disindividuanti programmabili per l’alterazione della fisionomia e del riconoscimento informatico. Ah… dimenticavo. Mi ci vorrà anche un intervento di chirurgia un po’ invasiva.

Valentina distolse lo sguardo dal desktop virtuale su cui stava appuntando la lista della spesa. Il wetware le permetteva di sintonizzare la sua volontà con il word-processor del dispositivo portatile. Niente tastiera virtuale, per lei – qualsiasi ritardo avrebbe comportato una imperdonabile inefficienza. Il suo era di fatto un dettato telepatico. – Quanto invasiva?

– Dovrò impiantarmi tutto il necessario per una neuroscansione – spiegai.

– È uno scherzo? – Schemi comportamentali, predisposti ad hoc dall’ufficio di formazione del personale della sua vera compagnia, ne tenevano il tono di voce modulato sul livello di un cortese scambio di vedute. Era assertiva, parlava con fermezza.

– Sono serissimo.

– A cosa le può servire l’armamentario di un necromante?

– Mi assecondi, la prego. – Il suo sguardo scettico non subì il minimo mutamento. – In azione – improvvisai allora, – l’imprevisto è sempre in agguato. Inoltre, i collaboratori che ho in mente vorranno delle garanzie per lasciarsi coinvolgere nell’affare. Lo consideri come un piccolo incentivo. Non chiedo lo stato dell’arte: mi accontenterò di tecnologia sorpassata, purché ancora efficace.

– Altro?

– Una piccola modifica ai banchi di memoria. Avrò bisogno di un innesto mnemonico flesh provvisto di una linea ridondante interfacciata direttamente alla corteccia per il riconoscimento visivo e linguistico. Un buffer di bypass dovrebbe fare al caso nostro. Il mio impianto è stato inibito dalla SmartCorr.

– Avremo bisogno di tempo per preparare l’intervento. Ne servirà poi altro per il decorso postoperatorio… Non credo che…

– Voi penserete ai preparativi – tagliai corto. – Del recupero lasciate che mi preoccupi io.

Per la prima volta mi parve di cogliere una fugace ombra di esasperazione sul viso della mia interlocutrice. Si sfilò gli occhiali, li posò sulla scrivania e mi fissò dritto negli occhi, inclinando appena la testa, come a voler prendere meglio la mira sul nucleo profondo della mia anima. Se cercava l’haragei[1] stava guardando un mezzo metro abbondante troppo in alto. Se poteva accontentarsi della ghiandola pineale, si trovava invece sulla strada giusta.

Disse: – Nient’altro?

Avevo una vita nuova, nuovi amici e un’intera gamma di nuove esperienze da affrontare, per tacere delle occasioni che ero pronto a cogliere. Decisi che potevo accontentarmi.

– Nient’altro.

[1] Nelle arti marziali giapponesi, centro di gravità, baricentro delle energie vitali che permette al praticante di avvertire una minaccia e anticipare la mossa dell’avversario. Il termine indica anche una competenza nella comunicazione interpersonale, consistente nell’abilità di trasmettere pensieri ed emozioni tenendole implicite nella comunicazione verbale: si tratta di una forma di retorica che si prefigge di esprimere le reali intenzioni e la verità sottesa al linguaggio attraverso le implicazioni, una pratica ritenuta molto difficile da acquisire per i non giapponesi.

Sul nuovo numero di Delos Science Fiction, fresca vincitrice del Premio Italia per la migliore rivista fantastica, Carmine Treanni mi ha coinvolto in un’intervista incentrata su uno dei temi di maggiore attualità di questi anni, tra immaginario di genere e tentativi fallaci di estrapolazione, cercando di fornire anche uno spaccato degli esiti più rappresentativi prodotti in seno alla letteratura di fantascienza.

Per introdurre il tema fantascienza e intelligenza artificiale, vorrei che mi indicassi tre rappresentazioni di IA nella science fiction, rispettivamente nella letteratura, nel cinema e nelle serie TV. Quelle che a te sembrano le più interessanti e mi motivassi la scelta.

a scelta letteraria è dettata da ragioni affettive, ma credo che sia anche piuttosto obbligata: Invernomuto, l’IA manipolatrice dagli obiettivi imperscrutabili che recluta Case nel romanzo che fa da spartiacque nella storia della fantascienza. È da qui che buona parte della SF scritta dopo il 1984 scaturisce: sto parlando ovviamente di Neuromante di William Gibson. In ambito cinematografico c’è l’imbarazzo della scelta: da HAL 9000 a Skynet, fino ovviamente a Matrix, A. I. – Intelligenza Artificiale e Interstellar, pensando solo ai titoli più riusciti, ma forse il regista per cui l’IA ha finito per rappresentare una vera e propria ossessione è Ridley Scott, che dal 1979 con MOTHER e Ash (le due IA imbarcate sulla Nostromo di Alien) fino al 2017 con David 8 e Walter (le IA gemelle della Weyland Corporation in Alien: Covenant) ha di fatto scoccato una freccia che attraversa tutta la storia della fantascienza recente. Per questo la mia scelta è un po’ borderline, sicuramente meno canonica e scontata che per le IA letterarie: penso ai replicanti di Blade Runner, non solo superiori agli umani per facoltà intellettive, ma addirittura in grado di sviluppare comportamenti non previsti nella loro programmazione biologica e cognitiva. Infine, tra le serie TV, non posso fare a meno di pensare ai cylon di Battlestar Galactica, non la serie originale di Glen A. Larson, ma la nuova serie di Sci Fi Channel prodotta da Ronald D. Moore, che carica il conflitto tra umani e macchine di significati metaforici, sfumature psicologiche e in definitiva complessità, del tutto assenti nella serie degli anni ’70. Personalmente, credo che l’influenza di BSG sul modo in cui oggi pensiamo alle IA sia stato almeno all’altezza di tutti i migliori predecessori, da 2001: Odissea nello Spazio in poi, e non è male per una serie nata come un prodotto di nicchia.

[continua a leggere]

Nella rinnovata sezione dedicata alla narrativa del Club GHoST, Luca Bonatesta ha scelto di ripubblicare uno dei miei primissimi racconti, uscito sull’ormai introvabile Revenant, l’antologia con cui di fatto ho esordito. Benché siano passati quasi quindici anni da quando l’ho scritto, quando Luca mi ha chiesto un racconto già edito Red Dust è stato uno dei primi titoli che mi è venuto in mente, e quello su cui poi ho lavorato per ripulirlo dalla patina del tempo. Si tratta di un racconto di ambientazione marziana, sullo sfondo di una guerra planetaria. Ed è un racconto cyberpunk e, se vogliamo, protoconnettivista, che si configura un po’ come un ritorno a casa, visto che ho pubblicato il mio primissimo racconto (Notturno n. 23) proprio sulle pagine di questa pionieristica rivista on-line.

Non avendo io all’epoca letto né le storie marziane di Kim Stanley Robinson né quelle di Ian McDonald, scaturisce da un immaginario quasi vergine, benché non del tutto incontaminato. Oltre all’inesorabile William Gibson (che però non mi risulta abbia mai scritto nulla di ambientazione marziana), l’ombra dei fantasmi marziani di John Carpenter si staglia sullo sfondo della vicenda, così come anche alcune rappresentazioni di Philip K. Dick e K. W. Jeter delle colonie marziane. Se vi piace, o anche se non vi piace, e ne volete parlare, sapete dove trovarmi.

Buona lettura!

Ieri sera, nella cornice del festival Vaporosamente che in questi giorni ospita la Italcon, annuale raduno del fandom italiano di SFF, sono stati annunciati i vincitori del Premio Italia 2019. Purtroppo niente da fare per i miei lavori in finale. Il premio andato a Next-Stream. Visioni di realtà contigue come migliore antologia dell’anno è però una notizia grandiosa, che testimonia la vitalità del movimento connettivista, peraltro espressa attraverso una novantina di candidature finaliste in 15 edizioni del Premio, e s’inserisce nel solco delle tre vittorie precedenti (raccolte da Next come miglior rivista amatoriale e da Next Station nelle categorie dedicate al racconto e all’articolo su pubblicazione non professionale).

Voglio inoltre complimentarmi con gli ormai veterani del premio Franco Brambilla, Dario Tonani e Claudio Chillemi, con i “debuttanti” Chiara Reali e Maico Morellini, con gli amici di Delos SF, Zona 42 e UraniaMania, ed esprimo felicità e gratitudine per il doveroso riconoscimento alla professionalità impareggiabile di Giuseppe Lippi.

Mi onora ulteriormente l’inattesa menzione speciale “informale” nella categoria dedicata al racconto non professionale per Civiltà di prova, pubblicato proprio su Holonomikon. Arriva alla trentunesima finale personale conseguita dal 2005, tra romanzi, antologie, racconti e articoli sparsi su pubblicazioni amatoriali e professionali. Mi ha fatto sentire come una giovane promessa di belle speranze e lo prendo come un segno d’incoraggiamento e un invito a continuare sulla strada intrapresa.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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