Ecco come si generano le onde per fare surf. In mare aperto, una tempesta sconquassa la superficie dell’acqua, creando una maretta, un’increspatura di onde confuse e poco potenti che a mano a mano si addensano, si fanno più grandi e, incalzate dalla forza del vento, danno vita al mare grosso. A riva, su una costa lontana, noi riceviamo l’energia che si sprigiona da quella tempesta, irradiandosi attraverso acque più calme sotto forma di un treno d’onda–ovvero di gruppi di onde, via via più regolari, che viaggiano assieme. Ogni onda produce un’oscillazione delle particelle d’acqua lungo un’orbita che si sviluppa perlopiù sotto la superficie. Tutti i treni d’onda prodotti da una mareggiata formano quello che i surfisti chiamano swell, anche detto mare lungo o «di scaduta». Uno swell può viaggiare per centinaia di chilometri: più intensa è la tempesta, più lontano arriva lo swell. Mentre viaggia, lo swell diventa sempre più regolare–il tempo che intercorre tra un’onda e l’altra, cioè il «periodo», si fa costante. In un treno di lungo periodo, l’orbita che le particelle d’acqua descrivono sotto ogni onda può propagarsi per oltre trecento metri nelle profondità dell’oceano. Un treno del genere è in grado di attraversare con estrema facilità la resistenza superficiale di onde meno potenti o di altri swell più piccoli che incrocia nel suo cammino.

Quando lo swell si avvicina sottocosta, la parte bassa delle onde incontra il fondale marino. I treni d’onda diventano set–gruppi di onde più ampie, separate da un intervallo maggiore rispetto alle loro cugine che nascono sul posto per effetto di venti e perturbazioni locali. In base alla conformazione del fondale, le onde subiscono una rifrazione (cioè deviano rispetto alla direzione di propagazione). La parte visibile dell’onda cresce, spinta in alto dall’energia che orbita sotto la superficie. A mano a mano che la profondità dell’acqua diminuisce, aumenta la resistenza opposta dal fondale, rallentando così l’avanzamento dell’onda, che in superficie si solleva ancora e si fa sempre più ripida. Alla fine, la cresta diventa instabile ed è pronta per arricciarsi e rovesciarsi verso la riva–cioè a frangersi. Il principio empirico vuole che l’onda si franga quando la sua altezza raggiunge l’ottanta per cento della profondità marina–in altre parole, un’onda di due metri e mezzo (circa otto piedi) si infrange in tre metri d’acqua (circa dieci piedi). Ma i fattori in gioco sono numerosi, alcuni molto difficili da valutare–il vento, le caratteristiche del fondale, l’angolo dello swell, le correnti–che determinano con precisione dove e come si romperà ogni singola onda. Noi surfisti possiamo solo augurarci che ci offra l’attimo per prenderla (che abbia un punto di takeoff), che abbia una parete adatta a surfare, che non si rompa tutta insieme (closeout) ma per gradi, un poco alla volta (peel), in una direzione o nell’altra (destra o sinistra), consentendoci di viaggiare grossomodo paralleli alla spiaggia, planando lungo la parete centrale dell’onda, almeno per un po’, proprio lì, in quel momento preciso, un istante prima che si chiuda.

Tratto da Giorni selvaggi di William Finnegan
(66th and 2nd, 2016 – traduzione di Fiorenza Conte, Mirko Esposito, Stella Sacchini)

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California Street aveva il fondale di sassi e a me, con i miei dieci anni, quelle onde che si infrangevano sopra un letto di roccia sembravano arrivare da un’officina celeste, le creste fosforescenti e le pareti sottili intarsiate da angeli dell’oceano.

Forse è tardi per un consiglio di lettura, ma voglio lo stesso segnalarvi il libro che mi ha accompagnato attraverso l’estate 2018 e che in questi giorni è tornato a riverberare con rinnovata insistenza tra i miei pensieri. Sto parlando di Giorni selvaggi di William Finnegan, portato in Italia nel 2016 da 66th and 2nd in un’edizione elegante che rende giustizia al contenuto del volume. Così, mentre l’estate avanza e lo sciabordio delle onde culla i pomeriggi stanchi di agosto, mi sono rimesso a sfogliare quelle pagine, rileggendo i passaggi che più mi avevano colpito, i brani che avevano meritato una sottolineatura o un appunto, e non vedo motivi validi per non condividere con voi questo libro meraviglioso.

Giorni selvaggi è un memoir che ricostruisce mezzo secolo di avventure sulle onde accumulate da William Finnegan, firma del «New Yorker», collaboratore di testate come «Granta», «Harper’s» e «The New York Review of Books», e autore di reportage su razzismo, povertà, crimine organizzato, guerra, globalizzazione e politica estera, viaggiando in Asia, Africa, Oceania e America Centrale. Proprio con questo libro Finnegan si è meritato nel 2016 il Premio Pulitzer per la migliore autobiografia e il William Hill Sport Book of the Year.

Come recita il sottotitolo, la sua è stata una vita sulle onde. Ma anche una vita per le onde, essendo stata proprio la passione per il surf a spingerlo a esplorare i luoghi più remoti del pianeta, ad affrontare sfide ai limiti del possibile, mettendosi in discussione, spingendo ogni volta un centimetro più in là il limite delle proprie capacità e al contempo a conoscere le persone che abitavano quei luoghi, i costumi e le tradizioni delle popolazioni, i drammi e i tormenti delle loro storie. Dalle isole Figi a Bali, dall’Australia al Sudafrica a Madeira, in queste pagine dense di adrenalina e del sapore salmastro dell’oceano ritroviamo tutto lo stupore e lo slancio, la sete di scoperte e di meraviglia, l’incanto e il disincanto, che ci accompagnano nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. E oltre.

Finnegan a Tavarua, Isole Figi, 1978.

Fin dal primo impatto sulle coste delle Hawaii, dove nella seconda metà degli anni ’60 Finnegan approda da grommet (ovvero, nel gergo dei surfisti, da novizio inesperto) e inizia a praticare con costanza e dedizione crescente, il suo racconto ci trascina in maniera irresistibile, alternando ironia e poesia con i toni del romanzo d’avventura e di quello di formazione, alla scoperta di un mondo regolato da codici non scritti, costruito su una matematica tanto complessa da risultare quasi incomprensibile agli esterni ed espresso da un linguaggio non meno esoterico, fino a trasmettere nella pratica delle onde la filosofia del surf, l’essenza profonda che lo rende così diverso da qualsiasi altro sport.

In mare, ogni cosa è legata in modo indissolubile e inquietante a tutte le altre. Le onde sono il campo da gioco. Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua ammirazione più profonda. Allo stesso tempo, sono anche il tuo avversario, la tua nemesi, il tuo nemico mortale. L’onda è il rifugio, il tuo nascondiglio felice, ma anche un territorio selvaggio e ostile, una realtà indifferente e dinamica. A tredici anni, avevo smesso in pratica di credere in Dio, ma questo nuovo sviluppo aveva lasciato un vuoto nel mio mondo, la sensazione di essere stato come abbandonato. L’oceano per me era simile a un Dio insensibile, infinito nella sua pericolosità, dotato di un potere smisurato.

È a Honolulu, mentre cerca di inserirsi in una nuova scuola, che Finnegan scopre il vero surf, non quello che aveva avuto modo di vedere e provare in California in un sobborgo di Los Angeles, e questa rivelazione viaggia parallelamente alla scoperta del suo nuovo ambiente, dominato dal razzismo dei suoi coetanei e dalle logiche tribali delle gang di strada (un’esperienza che molti anni più tardi si sarebbe rivenduto in un’intervista con Obama in persona, che qualche anno dopo di lui avrebbe frequentato sempre a Honolulu un istituto meno problematico di quello). Ed è da qui che parte questo viaggio nel tempo e nello spazio, che ci porterà su spiagge inaccessibili, custodite come segreti dai surfisti che le conoscono, e a contatto con personaggi bizzarri, romantici, maniacali, ma accomunati da un’unica passione.

La dedizione di Finnegan al surf (con “il piglio esoterico, ossessivo – non mainstream” e “quel marchio di monomania, antisociale e squilibrata”, che si portava dietro, destando non poche preoccupazioni nei suoi genitori) è tale che la Storia stessa finisce per essere scandita dalle sue incursioni sulle onde (a proposito del 1968, per esempio, consideriamo questo passaggio emblematico: “La rivoluzione della shortboard era inseparabile dallo zeitgeist: la cultura hippie, l’acid rock, gli allucinogeni, il misticismo neo-orientale e l’estetica psichedelica” o quest’altro: “Là fuori, nel mondo, c’era la «controcultura» con tutte le affinità e l’ispirazione che ti offriva, ma in gioco c’era anche, a un livello più immediato, il desiderio di ridefinire le nostre vite“), finendo per portarlo progressivamente a distaccarsi dal resto del mondo:

Il nuovo ideale che stava prendendo piede era quello della solitudine, della purezza, delle onde perfette in un mondo incontaminato. Robinson Crusoe, L’estate senza fine. Era un sentiero che ti conduceva lontano dalla civiltà, nel senso più antico della parola, verso una frontiera dimenticata da dio, dove avremmo vissuto come moderni selvaggi. Questa non era la chimera del felice vagabondo. Era qualcosa di più profondo. Rincorrere le onde per professione era un atto egoista e allo stesso tempo altruista, dinamico e ascetico, radicale nel suo rifiuto dei valori del dovere e della realizzazione personale.

Finnegan sulla spiaggia di Grajagan, Java, nel 1979.

Finnegan, da solo o insieme ai suoi amici di tavola, si avventura in giro per il mondo, abbandonando prima gli studi e poi un lavoro da frenatore sui convogli merci della Southern Pacific, preferendo la scoperta alla routine, in un’epoca in cui peraltro “il meteo del surf non era quella scienza computerizzata e alla portata di tutti che è oggi“. Per quattro anni esplora i Mari del Sud, facendo di tutto per sopravvivere, dal lavapiatti al benzinaio, patendo la fame, ma accumulando un background di esperienze fantastiche e la conoscenza diretta dei migliori spot al mondo: delle dieci migliori onde elencate in un articolo del 1981 di una rivista per surfisti, gliene mancava solo una.

Non aveva ancora compiuto trent’anni e aveva già surfato quella che rimarrà per sempre l’onda insuperabile, che si sforzerà inutilmente di tenere nascosta agli altri surfisti. Lui e i suoi compagni di avventura sono pionieri, alla ricerca forse di una dimensione incontaminata che non esiste e forse non è mai esistita, ma saperlo non era una condizione sufficiente per demordere e rinunciare all’impresa:

Il sogno di quella solitudine primigenia del surf aveva un effetto collaterale del tutto prevedibile: una nostalgia senza limiti. Buona parte delle storie che scrissi nei miei diari riguardava il viaggio nel tempo, più che altro in una California agli albori della storia.

In questo viaggio sull’abisso fino a un’ideale Terra delle Ombre scoperta quasi per caso proprio alle porte del Vecchio Continente, Finnegan non di rado si ritrova a incrociare i sentieri di un’immaginario particolarmente consolidato da queste parti: imbattersi tra le sue pagine nei nomi di Philip K. Dick e Thomas Pynchon sembra la dimostrazione incontrovertibile di quel legame “indissolubile e inquietante” che il mare riesce a instaurare tra tutte le cose.

Chiusi gli occhi. Mi sembrava di sentire su di me tutto il peso dei mondi senza mappe, delle lingue non ancora nate. Ecco quello che stavo cercando: non l’esotismo, ma la comprensione assoluta della realtà così com’è.

E sulle onde, se si è particolarmente bravi e fortunati allo stesso tempo, può capitare di sperimentare epifanie capaci di ricompensare tutta la fatica sostenuta:

Al culmine dell’alta marea accadde una cosa strana. Il vento smise di soffiare e l’acqua, già molto limpida, divenne ancora più limpida. Era mezzogiorno e con il sole allo zenit l’acqua era come invisibile. Sembrava che fossimo sospesi sopra la barriera corallina, fluttuando su un cuscino evanescente, incapaci di stabilirne la profondità a meno di non urtare per caso uno spuntone di corallo. Le onde erano illusioni ottiche. Potevi attraversarle con lo sguardo e scorgere il cielo, il mare e il fondale marino.

E questo è un libro che ci racconta proprio quello (“quel luogo e il suo sedimento mitologico“), facendo toccare con mano anche ai profani la bellezza, la libertà e la grazia selvaggia di una disciplina che continua a esercitare un fascino irresistibile perfino su chi, come me, non saprebbe tenersi a galla nemmeno aggrappato a un salvagente. Leggete Finnegan, concedetevi lo stupore di quei giorni selvaggi in cui eravamo i signori delle onde, in un mondo-oceano primordiale che ancora sopravvive nei nostri sogni.

Mi sentivo galleggiare, sospeso tra due mondi. C’era l’oceano, davvero infinito, che spariva per sempre all’orizzonte. Quella mattina era placido, ed esercitava su di me un fascino dolce e languido. Ma adesso ero legato in maniera indissolubile ai suoi sbalzi d’umore. La mia devozione era assoluta e irresistibile. Non pensavo più che le onde fossero intarsiate in qualche officina celeste. Stavo diventando più pragmatico. Adesso sapevo che traevano origine da mareggiate lontane che si muovevano, per così dire, sulla superficie dell’abisso. Ma la mia totale dipendenza dal surf non aveva una motivazione razionale. Non ero in grado di opporvi alcuna resistenza: era una miniera senza fondo di bellezza e meraviglie. Non avrei saputo spiegarlo in altre parole. In linea generale, sapevo che riempiva una specie di vuoto psichico – collegato magari al mio rifiuto della Chiesa o, più probabilmente, al mio ineluttabile distacco dalla famiglia –, e che aveva rimpiazzato molti interessi precedenti. Ero un pagano riarso dal sole. Ero stato iniziato ai misteri della vita.

Tutte le citazioni sono tratte da Giorni selvaggi di William Finnegan (66th and 2nd, 2016 – traduzione di Fiorenza Conte, Mirko Esposito, Stella Sacchini)

Chesley Bonestell, Exploring Sinus Roris.

Così ci siamo e in questo weekend lunare il mio pezzetto di Luna è apparso ieri, grazie all’invito e all’ospitalità delle pagine di Quaderni d’Altri Tempi.

Due parole sull’articolo: credo che sia dai tempi di questo profilo commemorativo di Harlan Ellison che un articolo non mi richiedeva un simile impegno. In quel caso, pur di fronte alla sterminata produzione di un autore immenso, si trattava più che altro di concentrare nello spazio di pochissimi giorni le letture e riletture necessarie a ricordarlo degnamente. In questo, invece, mi sono trovato davanti a una mole sconfinata di opere, di riferimenti e di omaggi, tanto che non esito a dire che è sicuramente più la roba rimasta fuori di quella che sono riuscito a far entrare nelle 16 cartelle del mio Mappe. Ma dopotutto di pezzi anche più completi del mio in queste settimane ne stanno uscendo parecchi (io vi segnalo quello di Carmine Treanni per Delos, che mi sono riservato di leggere solo dopo la chiusura del mio, sorprendendomi tanto davanti ai punti di contatto quanto alle differenze di approccio), per cui non è riduttivo sostenere che un pezzo di Luna appartiene a ciascuno di noi e ognuno l’ha fatta propria alla sua maniera.

Soprattutto, mi sarebbe piaciuto riuscire a fare entrare nel mio articolo molto più rock di ispirazione spaziale, da Rocket Man di Elton John a David Bowie (con l’imbarazzo della scelta, da Starman a Space Oddity), dall’inevitabile The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd ai Foo Fighters con Next Year, passando per Walking on the Moon dei Police. E così via: tutte influenze che hanno esercitato la loro attrazione gravitazionale sul mio immaginario tanto quanto i libri, i racconti, i film e i fumetti che ho incluso nella mia rassegna.

E quindi due parole anche sulla mia Luna. Quando sono nato erano ormai trascorsi quasi dodici anni da quando l’uomo vi aveva messo piede per la prima volta, e più di otto dall’ultimo sbarco. Per tutta la mia infanzia e adolescenza mi è sembrato assurdo che non vi fossero già basi lunari e voli di linea tra la Terra, la Luna e le stazioni orbitali, e altrettanto che non ci fosse una corsa agli altri pianeti del sistema solare. Adesso che qualcosa torna a muoversi, mi consolo con l’idea che probabilmente nell’arco di vita che mi rimane da percorrere è probabile che vedremo di nuovo uomini e donne calpestare le rocce lunari e magari anche le sabbie marziane.

Il cammino verso le stelle è lungo, ricco d’insidie e sarà sicuramente segnato da insuccessi e sacrifici, che renderanno epica quella che alla fine è l’impresa più eroica mai concepita dalla nostra civiltà. Ma in fondo, parafrasando Primo Levi, non siamo nati per accontentarci di quello che ci è stato dato. Non possiamo esser nati per restare.

Buona lettura!

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la piú parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giú perdesti mai,
lá su salendo ritrovar potrai.

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso (XXXIV, 75)

Gustave Doré, illustrazione per l’Orlando Furioso (1877).

Che basti il ricordo dei giganti di ieri a farci vergognare dei nani di oggi è una constatazione banale nella sua semplicità. Proviamo a immaginare queste parole sulla bocca di un politico dei nostri giorni, e non saranno più di due o tre i nomi che potrebbero venirci in mente, a fronte di uno o due ordini di grandezza di esempi contrari, casi negativi in grado di esaltare nient’altro che gli istinti più bassi della natura umana.

Abbiamo iniziato questo viaggio verso nuovi orizzonti perché vi sono nuove conoscenze da conquistare e nuovi diritti da ottenere, perché vengano ottenuti e possano servire per il progresso di tutti. […] Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre.

Quando John F. Kennedy pronuncia queste parole di fronte a 40.000 persone raccolte alla Rice University (Texas) è il 12 settembre 1962 e deve convincere il 58% della popolazione americana che la Luna rappresenta un valido motivo per investire i circa 25 miliardi di dollari dell’epoca (corrispondenti a circa 100 miliardi di dollari di oggi) necessari a farvi sbarcare un uomo entro la fine del decennio e – proposito  non meno importante – farlo tornare sulla Terra sano e salvo.

Il 1962 è lo stesso anno in cui John Glenn completa la prima orbita intorno alla Terra (il 20 febbraio), grazie anche allo sforzo di figure rimaste per decenni nell’ombra, come Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, matematiche, informatiche e ingegnere riscoperte solo più di mezzo secolo più tardi grazie a un libro di Margot Lee Shetterly e al bel film che Theodore Melfi ne ha tratto nel 2016: Hidden Figures, appunto (in italiano: Il diritto di contare). La loro storia è una delle tante che si intrecciano dietro le quinte di quello che diventerà il Programma Apollo, coinvolgendo solo nel primo anno ben 500.000 persone tra tecnici, ingegneri, scienziati e impiegati. Tra gli altri, ricordiamo anche il direttore del programma Rocco Petrone, figlio di immigrati italiani provenienti da Sasso di Castalda (in provincia di Potenza), sbarcati negli anni ’20 a New York: una storia di puro e semplice sogno americano, dall’incidente ferroviario in cui rimase coinvolto suo padre al servizio militare grazie al quale riuscì a laurearsi e in seguito ad accedere al MIT.

Il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin aveva posto la bandiera rossa dell’URSS sul primo storico volo spaziale nel 1961, e gli USA non si erano rassegnati a rimanere a guardare. Addirittura, come racconta Simone Petralia in questo informatissimo pezzo per Oggi Scienza, si pensa di unire gli sforzi della corsa allo spazio. Con l’assassinio di Kennedy nel 1963 e l’uscita di scena del Primo Segretario del PCUS Nikita Chruščëv l’anno dopo, l’ipotesi di una convergenza dei programmi spaziali delle due superpotenze perse definitivamente consistenza, lasciandoci il rimpianto per quello che avrebbe potuto significare soprattutto in termini di presenza e sviluppo dell’industria spaziale.

Kennedy non vide mai Neil Armstrong toccare il suolo lunare, non sentì le sue parole storiche, non lo vide rincorrersi tra le distese di sassi e polvere senza vita del deserto lunare con Buzz Aldrin, ma meno di sette anni dopo quel discorso il suo sogno diventava realtà, unendo l’umanità intera davanti agli schermi per assistere a quella che è stata sicuramente la più grande impresa tecnologica, scientifica e politica del Novecento. Perché può bastare poco per concepire un sogno, ma occorrono anni di fatica, perseveranza e programmazione per trasformarlo in realtà. E a volte capita anche che non siamo lì per assistere alla loro realizzazione e per prendercene i meriti. Ma le grandi idee restano e amplificano il ricordo di chi le ha messe in pratica. Gli uomini piccoli tendono a sparire nella prospettiva storica, insieme alle loro meschinità.

Come dichiarò Petrone in un’intervista: “Credo che il maggior merito dell’esplorazione spaziale sia stato quello di aver dato all’umanità un obiettivo comune, un motivo d’orgoglio e di esaltazione che non conosce frontiera. L’impresa di Armstrong, Aldrin e Collins sarà sempre ricordata non come una conquista degli Stati Uniti, ma di tutti gli uomini.”

Ancora oggi, cinquanta anni dopo, ci basta alzare lo sguardo al cielo in queste sere di luna piena, rese ancora più indimenticabili dall’eclissi, come se le stelle avessero tramato per regalarci tutti gli allineamenti possibili in occasione dello storico anniversario, per ricordarci cosa ha significato quell’impresa e farcene sognare una uguale. Perché dopotutto, come insegnano gli astronauti immaginari di J. G. Ballard, da quel luglio 1969 la Luna è davvero di tutti, appartiene a ognuno di noi e a nessuno. Proprio come la Terra. E non dovremmo dimenticarlo mai.

Non riesco ancora a ricordare gli anni di addestramento, e la mia mente mi sottrae i ricordi dei voli spaziali effettuati. Ma sono sicuro che, un tempo, sono stato un astronauta.

J. G. Ballard, L’uomo che camminò sulla Luna, 1985.

Siamo entrati nella finestra di lancio delle celebrazioni del cinquantennale dell’allunaggio, e ripensando alle parole di Alberto Moravia, che mi sono appena ritrovato a citare in un articolo che vedrà la luce venerdì prossimo 19 luglio, vigilia dell’anniversario, mi sono imbattuto in questa dichiarazione di Primo Levi, che con Italo Calvino si ritrovò in quegli anni a fronteggiare l’ostilità anti-scientifica, quando non proprio la chiusura dogmatica confinante con la superstizione, di intellettuali non meno illustri o influenti, come Pier Paolo Pasolini, Carlo Cassola o Anna Maria Ortese.

Di Calvino parlerò diffusamente nell’articolo in uscita. Qui dedichiamoci alle parole di Levi, che a proposito dello sbarco sulla Luna commentò così le sue sensazioni in un’intervista:

Alla base di tutti i possibili motivi del viaggio nello spazio, si intravede un archetipo; sotto l’intrico del calcolo, sta forse oscura obbedienza a un impulso nato con la vita e ad essa necessario, lo stesso che spinge i semi dei pioppo ad avvolgersi di bambagia per volare lontani nel vento, e le rane, dopo l’ultima metamorfosi, a migrare ostinate di stagno in stagno, a rischio della vita: è la spinta a disseminarsi, a disperdersi su un territorio vasto quanto è possibile.

Serve altro?

Chesley Bonestell, The Moon As It Should Have Been.

 

La prima volta che mi sono imbattuto nel concetto di falso ricordo è stato senza dubbio in Blade Runner. La storia è probabilmente nota a tutti, ma in questo discorso due sono le scene chiave: la prima, quando Deckard, appena tornato in servizio per la Blade Runner Unit dell’LAPD, viene mandato dal suo superiore, il capitano Harry Bryant, alla Tyrell Corporation, e qui il cacciatore di replicanti ha un’illuminante conversazione con il magnate a capo della compagnia, subito dopo essere stato invitato a sottoporre la sua assistente al Test Voight-Kampff, un meccanismo quasi infallibile per riconoscere un replicante.

Deckard: Non sa di esserlo?
Eldon Tyrell: Forse comincia ad averne il sospetto.
Deckard: Il sospetto? Come fa a sapere cos’è il sospetto?
Eldon Tyrell: Il commercio. È il nostro fine qui alla Tyrell. “Più umano dell’umano” è il nostro scopo. Rachael è un esperimento, niente di più. Cominciamo a riconoscere in loro strane ossessioni: in fondo sono emotivamente senza esperienza, con solo pochi anni in cui accumulare conoscenze che per noi umani sono scontate. Se noi li gratifichiamo di un passato, noi creiamo un cuscino, un supporto per le loro emozioni, di conseguenza li controlliamo meglio…
Deckard: Ricordi. Lei sta parlando di ricordi!

I ricordi sono centrali in Blade Runner e questa rappresenta forse la più preziosa innovazione apportata da Ridley Scott e dagli sceneggiatori Hampton Fancher e David Peoples al romanzo originale di Philip K. Dick (che qui lo sfiora appena, mentre intorno al tema della memoria, in senso più o meno lato, aveva incentrato altre tappe della sua ricca produzione, dai racconti Ricordiamo per voi e I labirinti della memoria che avrebbero ispirato i film Atto di forza e Paycheck, a Scorrete lacrime, disse il poliziotto, passando ovviamente per La svastica sul sole). La memoria diventa il discrimine per far fare il salto di qualità ai Nexus 6, l’ultima generazione di replicanti messa in produzione dalla Tyrell, rendendoli di fatto inconsapevoli della loro natura artificiale e dotandoli in questo modo in un comportamento indistinguibile dagli esseri umani.

La seconda scena fondamentale per la riflessione che voglio fare, ha luogo poco più avanti, quando Rachael si reca a far visita a Deckard per convincerlo di aver mal interpretato l’esito del test. Colto alla sprovvista, Deckard prova a liquidarla con fare sbrigativo ma poi, di fronte alle insistenze della donna, non trova altro di meglio che attaccarla frontalmente per scoraggiarla nei suoi tentativi di convincimento:

Deckard: […] Ricordi il ragno in quel cespuglio davanti alla tua finestra? Il corpo arancione, le zampe verdi… lo guardasti fare la rete tutta l’estate e un giorno ci vedesti un grosso uovo. L’uovo si schiuse…
Rachael: L’uovo si schiuse…
Deckard: E…
Rachael: … e centinaia di ragnetti ne uscirono… e la divorarono.
Deckard: Innesti. Non sono ricordi tuoi, sono di qualcun altro. Della nipote di Tyrell, forse.

Quello di Rachael somigliava in realtà più a un tentativo di autopersuasione, e per questo il comportamento di Deckard risulta allo spettatore ancora più deprecabile, ma quello che l’ex-poliziotto sta a sua volta cercando di fare è di frapporre una barriera emotiva tra sé e l’androide: sta cercando di non farsi coinvolgere. Come non tarda lui stesso a realizzare:

Deckard (fuori campo): Tyrell aveva fatto un gran lavoro con Rachael. Perfino un’istantanea di una madre che non aveva mai avuto e di una figlia che non lo era mai stata. Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti. Neanche i cacciatori di replicanti. Che diavolo mi stava succedendo? Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachael. Non capivo perché un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachael: avevano bisogno di ricordi.

I replicanti, quindi, dotati di memorie false dai loro progettisti, sviluppano qualcos’altro: il bisogno di ricordi. Credo che sia una delle trovate più illuminanti del film, nonché uno degli sviluppi più profondi innestati sul materiale originale, dove a essere centrale era in realtà la riconoscibilità dell’umano dall’artificiale. Di fatto, l’adattamento cinematografico opera un cambio di paradigma.

La seconda volta che ho avuto a che fare con i falsi ricordi è stato invece durante la lettura del romanzo I transumani (Factoring Humanity, 1998) di Robert J. Sawyer. Forse non uno dei lavori migliori dello scrittore canadese, ma non privo di validi spunti d’interesse, come appunto la sindrome del falso ricordo (ma anche il primo contatto alieno e l’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, per non dire della teoria della super-mente… in effetti, qui come anche altrove, uno dei problemi di Sawyer è probabilmente la quantità di carne che si mette ad arrostire, sufficiente per un reggimento in parata, ma decisamente eccessiva per una semplice grigliata in giardino).

— Credo che possa trattarsi di un caso di sindrome da falso ricordo.
— Ah — commentò Kyle con aria saputa. — La famosa SFR…
Conoscendolo, Heather non si lasciò incantare. — Non hai la minima idea di quel che sto dicendo, vero?
— Confesso la mia ignoranza.
— E i ricordi rimossi lo sai che cosa sono… almeno in teoria?
— Dunque, ricordi rimossi… be’, sì, certo, ne ho sentito parlare. […]
— […] Gli psicologi ci si accapigliano da decenni, sulla questione se sia possibile o no rimuovere il ricordo di un’esperienza traumatica. Di per sé, il concetto di rimozione è roba vecchia e risaputa. Anzi, diciamo pure che è il fondamento della psicanalisi: basta costringere i pensieri rimossi a emergere in piena luce ed ecco che le tue nevrosi svaniscono come neve al sole. Però milioni di persone che hanno vissuto situazioni traumatiche sostengono che il problema è esattamente l’opposto: esse non dimenticano mai quello che gli è accaduto… […] Ma come la mettiamo se accade qualcosa di talmente inatteso, di così fuori dell’ordinario, di sconvolgente a tal punto che la ragione umana non è semplicemente in grado di affrontarlo? Come reagisce, in tal caso, la mente? Forse, davvero, innalzando una barriera per difendersi dall’intollerabile. Così per lo meno credono alcuni psichiatri e un numero incalcolabile di presunte vittime d’incesto. D’altra parte…
Kyle la fissò interrogativo. — D’altra parte?
— Ecco, secondo molti psicologi ciò non può assolutamente verificarsi in quanto i meccanismi della rimozione, semplicemente, non esistono… cosicché, quando ricordi traumatici compaiono d’improvviso a distanza di anni, o addirittura decenni, dal supposto evento scatenante, si tratta necessariamente di falsi ricordi. In psicologia se ne discute da più di trent’anni e ancora non esiste una risposta convincente.
Kyle respirò a fondo, cercando di raccapezzarcisi. — Insomma, quale sarebbe la conclusione? Che gli esseri umani riescono a liberarsi del ricordo di esperienze traumatiche effettivamente vissute… o che, al contrario, possiamo rammentare distintamente cose mai avvenute?
Heather annuì. — Lo so, nessuna delle due è una prospettiva allettante. Qualunque si decida di accettare… e, bada bene, non si può scartare l’eventualità che possano entrambi verificarsi, in momenti diversi… la conclusione è che i nostri ricordi, il nostro senso di identità e la percezione del nostro ruolo nel mondo sono molto più evanescenti e inattendibili di quanto ci piacerebbe credere.
— Be’, io se non altro so per certo che i ricordi di Becky sono fasulli. Ma quello che proprio non riesco a capire è da dove provengano, simili ricordi.
— Secondo la teoria più diffusa, sono stati inculcati.
— Inculcati? — Kyle ripeté il vocabolo in tono esitante, come se fosse la prima volta che lo udiva pronunciare. […] — Ma perché mai un analista dovrebbe fare una cosa del genere?

Già, perché? Mi sono ritrovato a chiedermelo un numero imprecisato di volte affrontando la lettura di Veleno, la sconvolgente inchiesta di Pablo Trincia pubblicata da Einaudi, tratta da una serie podcast che tra il 2017 e il 2018 ha riscosso un vasto seguito, al punto da spingere il corso della giustizia a riaprire processi risalenti a vent’anni fa. Potete ascoltare tutte le puntate del podcast (curato da Trincia con la collega Alessia Rafanelli) da questa pagina, che tra l’altro raccoglie anche una quantità di materiale extra, incluse le registrazioni delle testimonianze, le foto dei luoghi e una registrazione in studio con alcuni protagonisti (sarebbe meglio definirli vittime) di questa incredibile vicenda. Una discesa nelle spire di una follia collettiva, una psicosi di massa forse senza precedenti nella storia italiana ma con profonde affinità con altri casi analoghi accaduti sulle due sponde dell’Atlantico a partire dalla caccia alle streghe nel Massachusetts del Settecento, di cui ho parlato su Quaderni d’Altri Tempi.

Il caso dei Diavoli della Bassa è emblematico delle aberrazioni a cui possono condurre pratiche di assistenza psicologica in assenza delle necessarie attenzioni. Una marea nera all’improvviso ha inghiottito le vite di decine di persone, alcune delle quali non sono più riemerse dall’abisso in cui furono scaraventate. Altre continuano a lottare, ma le dimensioni spesso insormontabili degli ostacoli che si sono trovate ad affrontare nel corso di questi lunghissimi anni restano per noi estranei solo vagamente intuibili.

In un altro film di fantascienza, Inception di Christopher Nolan, il protagonista Dom Cobb, incaricato di innestare il seme di un’idea nella testa dell’erede di un impero industriale nell’ambito di un’ambiziosa manovra finanziaria, a un certo punto spiega che:

Il seme che pianteremo nella mente di quell’uomo diventerà un’idea che lo condizionerà per sempre. Potrebbe cambiarlo… può arrivare a cambiarlo radicalmente.

Inception è tutto giocato sulla malleabilità della mente, sulla sua plasticità ed esposizione a forze esterne. E non ho potuto fare a meno di ripensare a tutte queste opere mentre leggevo le pagine di Veleno, mentre mi immergevo nell’ascolto dei podcast, nella ricostruzione del caso, nei sopralluoghi dei reporter in posti che distano solo poche decine di chilometri dal luogo in cui abito. Se in particolare nel capolavoro di Ridley Scott i falsi ricordi servivano a rendere i replicanti indistinguibili dagli esseri umani, nella cronaca dei Diavoli della Bassa sembra quasi che il loro innesto ci dica quanto già molti presunti esseri umani siano indistinguibili da creature artificiali, incapaci di mostrare tracce di quel sentimento che Dick volle riconoscere come il vero discrimine tra l’umano e l’artificiale: l’empatia.

Quella raccontata in Veleno è una storia che lascia sconcertati. Dovremmo leggerla tutti, per evitare di ricadere come società negli stessi errori. E per risparmiarci in futuro altri simili orrori.

Sul nuovo numero di Delos Science Fiction, fresca vincitrice del Premio Italia per la migliore rivista fantastica, Carmine Treanni mi ha coinvolto in un’intervista incentrata su uno dei temi di maggiore attualità di questi anni, tra immaginario di genere e tentativi fallaci di estrapolazione, cercando di fornire anche uno spaccato degli esiti più rappresentativi prodotti in seno alla letteratura di fantascienza.

Per introdurre il tema fantascienza e intelligenza artificiale, vorrei che mi indicassi tre rappresentazioni di IA nella science fiction, rispettivamente nella letteratura, nel cinema e nelle serie TV. Quelle che a te sembrano le più interessanti e mi motivassi la scelta.

a scelta letteraria è dettata da ragioni affettive, ma credo che sia anche piuttosto obbligata: Invernomuto, l’IA manipolatrice dagli obiettivi imperscrutabili che recluta Case nel romanzo che fa da spartiacque nella storia della fantascienza. È da qui che buona parte della SF scritta dopo il 1984 scaturisce: sto parlando ovviamente di Neuromante di William Gibson. In ambito cinematografico c’è l’imbarazzo della scelta: da HAL 9000 a Skynet, fino ovviamente a Matrix, A. I. – Intelligenza Artificiale e Interstellar, pensando solo ai titoli più riusciti, ma forse il regista per cui l’IA ha finito per rappresentare una vera e propria ossessione è Ridley Scott, che dal 1979 con MOTHER e Ash (le due IA imbarcate sulla Nostromo di Alien) fino al 2017 con David 8 e Walter (le IA gemelle della Weyland Corporation in Alien: Covenant) ha di fatto scoccato una freccia che attraversa tutta la storia della fantascienza recente. Per questo la mia scelta è un po’ borderline, sicuramente meno canonica e scontata che per le IA letterarie: penso ai replicanti di Blade Runner, non solo superiori agli umani per facoltà intellettive, ma addirittura in grado di sviluppare comportamenti non previsti nella loro programmazione biologica e cognitiva. Infine, tra le serie TV, non posso fare a meno di pensare ai cylon di Battlestar Galactica, non la serie originale di Glen A. Larson, ma la nuova serie di Sci Fi Channel prodotta da Ronald D. Moore, che carica il conflitto tra umani e macchine di significati metaforici, sfumature psicologiche e in definitiva complessità, del tutto assenti nella serie degli anni ’70. Personalmente, credo che l’influenza di BSG sul modo in cui oggi pensiamo alle IA sia stato almeno all’altezza di tutti i migliori predecessori, da 2001: Odissea nello Spazio in poi, e non è male per una serie nata come un prodotto di nicchia.

[continua a leggere]

Questo mese sulle pagine di Quaderni d’Altri Tempi parlo del romanzo Cenere, opera prima di Elisa Emiliani data alle stampe da Zona 42, un’originale distopia di ambientazione romagnola che racconta una storia di crescita, di ribellione e di resistenza.

La storia che narra la faentina Elisa Emiliani, classe 1986, è un racconto di crescita e di scoperta: del mondo, con le deformità del sistema, che spaziano dall’emarginazione metodica dei cosiddetti “membri esterni”, quanti non hanno voluto abbracciare i dogmi della corporazione, fino alla spietata imposizione di un marchio (un codice a barre tatuato indelebilmente sulla pelle) e all’istituzione di campi di prigionia in grado di resuscitare gli orrori e le atrocità dei lager; ma anche di se stessi, delle proprie potenzialità, della propria determinazione, della vasta scorta di rabbia della giovinezza a cui attingere per incanalare la spinta del cambiamento in un progetto rivoluzionario: nato come una scappatoia per dare un senso a giornate di ordinaria disperazione, il Gioco diventa ben presto un’arma contro il regime corporatista, uno spazio di resistenza, una strategia per sopravvivere.

Ash (“cenere, o al plurale rovine, come le rovine di una città”, come spiega lei stessa) sperimenterà tutto questo sulla sua pelle, scoprendo anche un’insospettata riserva di coraggio, a cui attingere per sostenere fino alla fine le responsabilità e il peso delle proprie azioni, portando a compimento un cammino fatto di sacrifici, perdite, ferite, cicatrici, separazioni e, in definitiva, di crescita.
Forte di una scrittura fresca, l’autrice parla di una provincia che conosce bene e con estrema credibilità riesce a rendere il lettore partecipe delle vicende e delle disgrazie delle sue tre protagoniste. Una storia che a tratti, soprattutto negli scambi tra Ash, Reba e Anna e nella rapidità ed efficacia di tratteggio dell’ambiente, richiama la lezione del country noir di Daniel Woodrell (Un gelido inverno) e dei Trilobiti di Breece D’J Pancake, mentre su tutto aleggia l’ombra lunga di Philip K. Dick.
Un ottimo esempio di pavesismo fantascientifico, tanto per rinfocolare polemiche vecchie di quarant’anni, che fatte le debite proporzioni s’inserisce con merito nel solco di una strada segnata da pietre miliari come Dove stiamo volando di Vittorio Curtoni (1972) o Quando le radici di Lino Aldani (1977). Ma che riesce a omaggiare anche la più recente serialità televisiva, da Breaking Bad a Mr. Robot, passando per The Man in the High Castle, il cui immaginario concorre alla felice riuscita di Cenere.

Il resto della recensione seguendo il link.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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