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1. Alle radici del capitalismo occidentale

Nel suo saggio sulle origini dell’identità europea, lo storico francese Jacques Le Goff (che altri studi notevoli dedicò alle figure del mercante e del banchiere nell’età di mezzo) annota che “lo sviluppo del grande commercio e dell’economia monetaria pone all’Europa cristiana grossi problemi religiosi” in quanto, tra le altre cose, “il prelievo da parte del mercante di un interesse” altro non è, in fondo, che “una forma di vendita del tempo“. E il tempo “secondo la Chiesa appartiene soltanto a Dio“. Occorse pertanto “un lungo lavoro di separazione tra le operazioni lecite dalle illecite“, condotto soprattutto da domenicani e francescani, per permettere ai mercanti cristiani di sviluppare pratiche precapitalistiche, con l’effetto di riabilitare il denaro e con esso il lavoro.

Conclude Le Goff:

[…] quest’adattamento ideologico e psicologico della religione all’evoluzione economica, quest’apertura del sistema di valori cristiano al capitalismo nascente costituiscono una delle principali condizioni storiche dello sviluppo dell’Europa occidentale.

Di fatto, le premesse del capitalismo moderno vengono gettate allorquando la morale della Chiesa si adatta per includere il maneggio del denaro, e con esso il plusvalore generato dal lavoro di cui si appropria il capitale e il tasso di interesse sulle somme di denaro prestato, nel proprio sistema di valori.

È indubbiamente un punto di vista interessante, di quelli che a scuola (tra una lezione sul simbolismo e l’allegoria e un’altra sull’ascesa della borghesia, immerse nella lunga contrapposizione tra Impero e Papato) non vengono sottolineati abbastanza, sempre che si trovi il tempo per parlarne. Ma si tratta di una lettura di fondamentale importanza, che ci obbliga a rileggere tutto quanto accaduto in seguito sotto la luce nuova di questa acquisizione.

2. L’informazione è una corrente che scorre attraverso il Multiverso

Nel suo monolitico e per molti aspetti enciclopedico Anathem, Neal Stephenson compie un’opera di world-building eccezionale, costruendo di fatto un mondo intero che è una replica del nostro, ma con una sua storia che solo occasionalmente, negli snodi cruciali delle conquiste tecniche e scientifiche, come anche del corso degli eventi da essi condizionati, è sovrapponibile a quella che tutti noi conosciamo.

Arbre, il mondo di Stephenson, è in effetti una «sub-Terra», nel senso che rappresenta una proiezione del nostro mondo in un universo che riflette parzialmente il nostro, attraverso una propagazione del flusso di informazione da universi “superiori” a universi “inferiori”. Un’idea che possiamo far risalire a Platone e al suo mito della caverna, secondo cui il nostro mondo non sarebbe altro che un’ombra di un mondo superiore, e le cose in esso contenute una copia delle idee perfette che albergano nell’Iperuranio (incidentalmente, è interessante trovare qualcosa di molto vicino all’ideale platonico in una serie come Mr. Robot, dove, nel cruciale quinto episodio della seconda stagione, un personaggio afferma: “La vita non è che un’ombra fugace, un povero attore che si agita e pavoneggia il suo momento sul palcoscenico… e poi più niente“).

Di fatto, in Anathem la Terra, che pure ha il suo Iperuranio, altro non è che l’Iperuranio di Arbre (il suo Mondo Teorico Hylaeo, in termini arbriani), in una concezione che Stephenson definisce teoria dello Stoppino (Wick Argument) e in qualche modo s’ispira al concetto matematico del grafo aciclico orientato e all’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica avanzata da Hugh Everett III.

Le pagine che Stephenson dedica al dibattito scientifico e filosofico sull’argomento, le appendici in cui sviscera i fondamenti teorici del cosiddetto protismo, così come le dispute ideologiche tra teori di ispirazione halikaarniana (potremmo definirli gödeliani in termini terresti) e altri di ispirazione prociana (fenomenologi alla Husserl, linguisti alla Wittgenstein o matematici alla Hilbert, per mantenere la traccia delle correlazioni tra dominio causale arbriano e terrestre), sono ricche di suggestioni. Ma se proprio vogliamo trovare il classico pelo nell’uovo, un aspetto che mi pare Stephenson abbia trascurato è proprio quello economico.

Gli arbriani hanno denaro, ma in considerazione anche della contrapposizione tra il mondo intramuros (le comunità monastiche ritiratesi in mat e concenti, che fungono un po’ da capsule del tempo e da incubatori di idee, e si aprono all’esterno solo a intervalli cadenzati di uno, dieci, cento o addirittura mille anni) ed extramuros (il mondo secolare fuori dalle mura dei mat, che va avanti normalmente), sarebbe stato interessante sottolineare qualche differenza rispetto al regime capitalista terrestre, magari anche in relazione alle considerazioni di Le Goff sulle radici della civiltà capitalistica occidentale esposte in apertura.

3. Orologi millenari

Anche perché, come Stephenson riconosce nei ringraziamenti, una delle fonti di ispirazione di Anathem è stato il progetto del Millennium Clock della Long Now Foundation, ora sopravanzato dall’ancor più ambizioso 10.000 Year Clock, che nasce dall’idea di Danny Hillis di realizzare un orologio in grado di misurare il tempo per mille anni (obiettivo adesso aumentato a diecimila) senza nessuno a occuparsi della sua manutenzione, producendo di tanto in tanto una melodia senza mai ripetersi per tutta la durata dei mille (e ora diecimila) anni.

L’obiettivo di Hillis è ben riassunto in questa affermazione:

I want to build a clock that ticks once a year. The century hand advances once every 100 years, and the cuckoo comes out on the millennium. I want the cuckoo to come out every millennium for the next 10,000 years.

Stephenson riprende quest’idea, a cui era stato chiamato da Hillis a fornire il proprio apporto, proprio in Anathem, dove gli avout dei mat, come il protagonista fraa Erasmas, sono invece dedicati a eseguire periodicamente un cerimoniale proprio per far suonare le note sul gigantesco orologio (alto centocinquanta metri) del loro Mynster (vale a dire l’edificio centrale del concento di Saunt Edhar, che funge appunto da orologio e da punto di incontro per i diversi ordini che vi risiedono).

Sempre Jacques Le Goff, nel suo saggio storico, ricorda appunto che:

L’organizzazione monastica fornì inoltre dei modelli per la misurazione e il dominio del tempo. La divisione della giornata in ore canoniche segnate dai differenti uffici è un esempio di scansione del tempo offerto alla vita quotidiana; e la comparsa delle campane, che si diffondono nel VII secolo, farà vivere per secoli la cristianità al ritmo di quello che è il tempo della Chiesa.

Parole che echeggiano quelle usate da Michel Foucault, nel celebre e citatissimo (anche da me e non solo su questo blog) saggio che definiva le eterotopie (Spazi Altri, 1967), con riferimento alle “straordinarie colonie dei gesuiti” in America del sud: “colonie meravigliose, assolutamente regolate, nelle quali la perfezione umana era effettivamente realizzata“. Qui:

La vita quotidiana degli individui era regolata non da un suono di richiamo, ma dalla campana. Il risveglio era fissato per tutti alla stessa ora, il lavoro cominciava per tutti alla stessa ora; i pasti si svolgevano a mezzogiorno e alle cinque; poi ci si coricava e a mezzanotte c’era quella che veniva definita sveglia coniugale, cioè la campana del convento suonava, e ciascuno compiva il proprio dovere.

In fondo anche il monastero ricade nella classificazione delle eterotopie e a maggior ragione i mat di Anathem, la cui apertura al mondo esterno segue rigide regole, opportunamente scandite dagli orologi dei Mynster. In questo schema perfetto denaro-tempo-monastero, aver trascurato la connessione con la funzione “simbolica” del denaro è l’unico difetto, se proprio gliene vogliamo trovare una, che si può imputare al capolavoro di Stephenson.

4. Cronofagia: il furto istituzionalizzato del tempo

Nell’introduzione al suo illuminante saggio Cronofagia, che reca l’appropriato sottotitolo di Come il capitalismo depreda il nostro tempo, Davide Mazzocco mette a nudo:

una colonizzazione sempre più raffinata, dotata di uno straordinario camaleontismo e capace di nascondersi sotto le sembianze rassicuranti dell’amicizia, dell’arte, dell’intrattenimento e della prospettiva di uno sviluppo economico e sociale. La fame dei predoni non si limita al mondo tangibile, ma si estende all’intangibile. Non vuole solamente lo spazio e non si accontenta nemmeno di quell’entità ibrida che da 2.800 anni vive tra il reale e il virtuale: il denaro. No, la predazione oggi vuole appropriarsi della dimensione astratta del tempo.

Il sistema socioeconomico erode le ore di sonno, dilata i tempi del consumo e, con le sue arti seduttive, assopisce le masse in una servitù volontaria dai confini ancora tutti da sondare. […] Grazie a raffinate strategie di marketing e all’illusione della gratuità, i capitalismi vecchi e nuovi colonizzano il tempo libero delle persone e, non paghi di estrarre valore dal loro lavoro e ricavare profitti dai loro consumi, cercano di spostare le frontiere del guadagno oltre i vecchi confini.

E ancora:

Il sonno è la terra promessa, una delle poche nicchie di resistenza all’invadenza del capitale. Dalla diffusione dell’illuminazione pubblica e privata fino alla moltiplicazione esponenziale degli schermi, il progresso è (anche) una guerra senza esclusione di colpi per conquistare il tempo e l’attenzione dei consumatori-spettatori-clienti-utenti-elettori. Ogni aspetto della vita, dall’amicizia all’amore, dagli hobby all’alimentazione, è soggetto a processi di reificazione e mercificazione che trovano nelle piattaforme digitali ideali terreni di coltura. Miliardi di lavoratori inconsapevoli dedicano parti più o meno importanti della loro giornata a riversare sul web preziose informazioni che arricchiscono la fame di dati dei grandi player del capitalismo digitale.

Non a caso Cronofagia è uscito in Nextopie, la collana diretta per D Editore da Daniele Gambetta, già curatore lo scorso anno di Datacrazia, un’antologia che raccoglieva testimonianze e analisi delle dinamiche in atto, dei processi di metamorfosi – che ci coinvolgono tutti – da inforg in veri e propri individui digitali (o digividui, per dirla con le parole di Andrew O’Hagan), in un ecosistema che di fatto è un bioipermedia in cui ci ritroviamo intimamente integrati e con cui di fatto viviamo in simbiosi. Un ecosistema in cui non siamo nati ma a cui ci stiamo progressivamente, ma lentamente adattando… o almeno assuefacendo. Più lentamente di certo delle dinamiche di predazione già messe in atto dall’ipercapitalismo, da cui non siamo ancora pronti a difenderci.

La progressiva scomparsa della noia dalle nostre esistenze è direttamente proporzionale allo sviluppo di dipendenze e patologie connesse all’utilizzo smodato degli strumenti digitali.

Jean Paul Galibert, a cui Mazzocco si ispira fin dal titolo del suo saggio, ne I Cronofagi descrive il Leviatano ipercapitalista come fondato su un progetto ontologico assolutistico, volto a fare in modo che la “redditività sia il principio, la causa unica e il solo criterio dell’essere e del non essere“. Nel nuovo mondo delle piattaforme digitali, non c’è più spazio per la non redditività: tutto ciò che non contribuisce alla produzione di valore non ha ragione di esistere.

In questo modo diventiamo tutti:

simultaneamente una quantità di tempo disponibile per la cronofagia e una quantità di denaro disponibile per l’ipercapitalismo. Questa regola si erge a condizione della nostra esistenza, al punto di diventare la nuova condizione umana. Nell’ideale di disponibilità, l’uomo diventa un doppio giacimento di denaro e di tempo da prelevare senza limiti, ma è necessario che si stabilisca un rapporto di equivalenza tra il tempo di cui lo si priva e il denaro di cui lo si alleggerisce.

Come possiamo quindi uscire da questo vicolo cieco? Un possibile antidoto arriva proprio da Arbre, il mondo di Anathem, dove l’umanità, per riconquistare il controllo sul tempo necessario allo studio, alla conservazione del sapere e allo sviluppo del pensiero, si è in parte ritirata nei concenti, originando una separazione tra il mondo secolare extramuros e le comunità di avout intramuros.

5. Il ricatto dell’informazione

Viviamo in un mondo che ci espone ogni giorno a 34 gigabyte di dati, ma l’abbondanza di informazione non è sinonimo di ricchezza, dal momento che è all’origine di un ricatto emotivo che causa un restringimento costante della finestra di attenzione: dai già risibili 12 secondi del 2000, questa soglia è scesa ad appena 8 secondi nel 2016. Trascorso questo intervallo di tempo, è come se provassimo l’esigenza di passare ad altro per appagare il nostro bisogno indotto di novità. E così saltiamo da una cosa all’altra come api in un campo di fiori, con l’unica differenza che non stiamo impollinando granché e men che meno arricchendo la nostra conoscenza, che avrebbe al contrario bisogno di tempo per approfondire adeguatamente i concetti e le informazioni assimilate.

La nostra mente è peraltro servita da una banda di appena 120 bit al secondo: per intenderci, 500 volte meno di un modem a 56K. È questo il limite di velocità del traffico di informazione a cui possiamo prestare attenzione in maniera consapevole. Per avere un ulteriore termine di confronto, in una normale conversazione occorrono circa 60 bit al secondo per comprendere chi ci sta parlando. Ecco quindi che ci troviamo costantemente oberati da più informazione di quanta possiamo elaborarne, schiacciati sotto una mole ingestibile che produce un vero e proprio sovraccarico cognitivo o information overload (queste ed altre statistiche, nell’interessante articolo di Annamaria Testa Sovraccarico cognitivo: ricchi di informazione ma poveri di attenzione), con due effetti:

  1. La crescente aggressività delle strategie di cattura dell’attenzione messe in opera dai distributori, che spesso finisce per far prevalere gli stimoli più prepotenti, saturando la nostra banda cognitiva con quella che potremmo definire, senza mezzi termini, spazzatura.
  2. Lo stallo decisionale in cui ci ritroviamo intrappolati, impossibilitati a sviluppare un ragionamento critico per la mancanza di tempo o per il senso di fatica che si accompagna alla saturazione della banda, sequestrandoci in uno stato di deficit cronico di stimoli costruttivi.

Come osserva Annamaria Testa nell’articolo summenzionato, il risultato della convergenza di questi due fattori è la delega del filtro: non ci preoccupiamo più di vagliare l’informazione in entrata ma alziamo bandiera bianca ed esternalizziamo direttamente agli algoritmi. Rinunciamo, di fatto, alla nostra opzione di scelta e rimettiamo il libero arbitrio a soggetti esterni a cui, con la nostra semplice condotta on-line, abbiamo venduto la nostra profilazione (ricordate il monito del Time, “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”?).

È così che il nostro tempo, già sempre più scarso, finisce per essere raccolto, a slot di 8 secondi per volta, dagli algoritmi, che sono di fatto gli intermediari del capitalismo cronofago.

6. Difendere le mura della Fortezza del Tempo

Le conclusioni non sono confortanti. C’è chi, come Jaron Lanier, propugna un abbandono delle piattaforme social e lo fa da tempo, con solide motivazioni. Un aut per abbandonare il Sæculum virtuale, in termini arbriani, per riscoprire e valorizzare l’importanza del nostro tempo, dedicandoci alla riflessione critica, all’approfondimento, alla scoperta e alla coltivazione della conoscenza. E forse è un ragionamento sensato, perché la sproporzione tra le forze coinvolte, l’assedio delle armate algoritmiche della datacrazia da una parte, un singolo individuo a difesa delle mura della sua fortezza privata del tempo dall’altra, è tale per cui nessun compromesso potrà mai favorire un esito positivo per la parte più debole e vulnerabile.

Il che non vuol dire rinunciare a internet e a tutti i servizi della rete, ma semplicemente abbracciare un downgrade al web 2.0, da cui ripartire per un nuovo inizio. Ed è una scelta politica, certo, e come si diceva una volta anche una scelta di vita.

La domanda vera non è se farlo o meno, o quando, ma un’altra ancora: siamo ancora in tempo per cancellare i nostri account social?

Non sono un intenditore di musica e non è solo una questione di modestia: è proprio che la musica suona alle mie orecchie come un linguaggio alieno, un idioma criptico, un codice di cui non mi è stata fornita la chiave. Ed è proprio per lo stesso motivo che su di me la musica esercita una fascinazione irresistibile: ho le mie band preferite, le mie artiste e i miei artisti preferiti, e penso di poter dire anche i miei generi musicali preferiti, anche se non dispongo degli strumenti di base necessari a capire e spiegare cosa distingua un genere da un altro. Se così si può dire, vivo poche cose come la musica in maniera istintiva. Forse solo il calcio, ma quella è un’altra storia.

Tornando alla musica, è stato con immenso piacere e una dose di incoscienza che alcuni mesi fa ho accettato l’invito di Mario Gazzola di contribuire a un progetto che solo a descriverlo sembra oggi impossibile che possa essere arrivato in libreria: S.O.S. – Soniche Oblique Strategie è una jam session di scrittura combinatoria: un naufragio nell’inconscio musicale del nuovo millennio, una full immersion in un immaginario ibrido, contaminato, futuribile e inquietante. E fin dal primo momento ho vissuto la mia partecipazione al progetto come una sfida.

Innanzitutto per il protagonista, un musicista jazz del futuro che vive in una Lagos irriconoscibile.

In secondo luogo per l’ambientazione: una Lagos irriconoscibile, appunto, soprattutto per me che non vi ho mai messo piede e che ho quindi dovuto fare di necessità virtù, stravolgendone (come spesso mi capita con le cose che scrivo) la geografia e l’atmosfera, preservando alcuni elementi di toponomastica per disegnare una città completamente nuova, una megalopoli inesistente, l’immaginaria capitale di un’utopia afrofuturista.

E in terza battuta per la musica, appunto. Un musicista di strada, che vive la scena di questa città del futuro e che con la sua musica innesca un effetto domino che produce effetti su scala globale, una reazione a catena che gli ritorna addosso in un fallout emozionale del tutto indesiderato, è una bella sfida da gestire. E lo è ancora di più dare credibilità all’ambiente in cui si muove, alle emozioni che prova, al sapere che possiede, considerando, come dicevo in apertura, che la lingua che parla era e continua a essere per me un idioma extraterrestre. Ho provato quindi a intrecciare la trama, che è anche la storia di un complotto corporativo e di un doppio – forse triplo – gioco dietro le quinte dell’ipercapitalismo globale, con una rete di riferimenti ad alcuni titoli di brani per creare il giusto mood.

E così, cercando di mescolare un po’ le carte, Cat Power figura accanto a Janis Joplin, Nina Simone accanto ai The Parliaments, John Coltrane a Miles Davis, Dizzy Gillespie a Chet Baker. E tra gli altri, tra le citazioni di David Bowie e quelle di Echo & the Bunnymen, tra Freddie Mercury e Annie Lennox, appare fugacemente anche il fantasma di Thelonious Monk, di cui ieri ricorreva appunto l’anniversario della nascita, come mi ha ricordato questo bellissimo articolo di Stefano Vizio uscito sul Post, e che quindi voglio cogliere l’occasione per omaggiare condividendo con voi l’ascolto di ‘Round About Midnight, da cui ho preso in prestito il titolo per un capitolo del racconto. Da cui prendo ora in prestito il brano che segue:

‘Round About Midnight

Per sei mesi avevo bazzicato l’Absolute Beginners coltivando la speranza privata di rivederla e quella sera, quando finalmente capitò laggiù con i suoi amici, mi accorsi che Safiya non significava più niente per me. Fino a poche settimane prima avrei perso un paio di battiti del cuore alla sua vista, e invece adesso era come rivedere una cosa a cui si è tenuto per un certo periodo e da cui ci si è dovuti separare: come uno strumento impegnato o una casa venduta. Era stata metà del mio cielo per due anni e non rinnegavo un solo secondo speso con lei, anche se la maggior parte delle volte che non eravamo a letto il nostro tempo insieme era uno scambio ininterrotto di accuse, sintomo di un malessere che spaziava dal fastidio sotterraneo alla guerra dichiarata delle sue sfuriate. E quando non ci azzuffavamo come sciacalli idrofobi sulla carcassa dei nostri sogni sfumati, in genere era perché stavamo facendo del sesso di ottima qualità per suggellare i nostri armistizi di breve durata. Il sesso, col senno di poi, era stato forse l’unico collante che ci aveva tenuti insieme per tutto quel tempo. Ma adesso era finita e lo capii mentre la guardavo ridere e scherzare con i suoi amici senza provare quella fitta di gelosia che mi ero aspettato trafiggermi il costato. Non provavo niente. Niente di niente.

Ero guarito. O forse avevo solo preso un’altra malattia. Una malattia diversa, ma non meno insidiosa.

Tutta la sera non ebbi occhi che per lei, mentre ripeteva il rito del venerdì insieme agli altri Absinner, come uno sciame di falene confluite laggiù sotto il richiamo notturno del nostro sound. La vidi ballare sulle note della new afrotech wave, la osservai tradurre in movenze sinuose la musica della band, la contemplai mentre catalizzava l’esplosione di energia dell’AB – e per la prima volta da anni mi sentii parte di qualcosa che andava al di là dei confini del mio corpo e della mia identità, qualcosa che trascendeva la mia esistenza come singolo individuo e mi rendeva parte di qualcosa di più grande, di più complesso, di più prezioso.

Più tardi, quella sera stessa, ricevetti la telefonata di Nacho. Il cellulare usa e getta che gli avevo comprato quel pomeriggio da una rivendita automatica alla stazione della metropolitana di Liverpool gli permetteva di non perderla di vista mentre io lo raggiungevo. Mi disse dove si trovava e gli raccomandai ancora una volta di non perderla di vista.

Mi feci prestare la bici da Jamal, mi misi a tracolla la custodia con la tromba e spinsi sui pedali come un forsennato, pregando che il ragazzo non si facesse scoprire come la prima volta. La notte equatoriale mi soffiava sulla faccia col suo alito di umidità salmastra e ozono e io non vedevo l’ora di essere lì, sebbene ancora non avessi idea di cosa avrei fatto, né tantomeno di cosa avrei potuto dirle. Alle mie spalle il fronte temporalesco di una nuova tempesta tropicale si stava avvicinando alla città e a giudicare dall’elettricità che ristagnava nell’aria avrebbe rilasciato il suo carico d’acqua nel giro al massimo di mezz’ora.

Pedalai nella notte, evitando le auto che schizzavano a tutta velocità nel traffico rarefatto, mentre il sudore m’incollava addosso la camicia e i pantaloni.

Nacho mi aspettava nascosto dietro un muretto, poco distante dall’incrocio che mi aveva indicato. Mi fece segno di avanzare con calma e io lasciai la bici sul marciapiede e mi avvicinai a lui ingobbito e piegato sulle ginocchia, prestando attenzione a non fare rumore. Il ragazzo mi indicò la direzione in cui guardare e quando mi sporsi oltre il nostro riparo la vidi: a piedi nudi su alcune casse da imballaggio, mentre spargeva i suoi colori su un pilone della sopraelevata.

[continua su S.O.S – Soniche Oblique Strategie]

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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