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«Attento a ciò che desideri, Parker!» è il letterale ma tardivo ammonimento che Doctor Strange rivolge al nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere dopo averlo malauguratamente assecondato in un disperato tentativo di cancellare la memoria del mondo. Ma facciamo un passo indietro e procediamo con ordine. Prima, però, un allarme spoiler grande come l’Empire State Building: tutto quello che si dirà d’ora in avanti presuppone non solo che abbiate già visto Spider-Man: No Way Home, ma anche ‒ almeno ‒ tutte le puntate cinematografiche precedenti. Teste di tela avvisate…

Spider-Man: No Way Home (2021) è il terzo film monografico dedicato dal sodalizio Marvel Studios / Columbia Pictures alle avventure del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere nato nel 1962 dalla penna di Stan Lee e dalle matite di Steve Dikto, dopo Spider-Man: Homecoming (2017) e Spider-Man: Far from Home (2019), tutti e tre diretti da Jon Watts, con Chris McKenna (già tra gli artefici dei copioni di LEGO Batman – Il film e Ant-Man and the Wasp) a dare continuità a un pool di sceneggiatori sempre diversi e Tom Holland a vestire la tuta del supereroe del Queens. Il film inizia proprio dove Spider-Man: Far from Home si concludeva, con la sconcertante rivelazione dell’identità di Spidey compiuta in mondovisione (come si diceva un tempo) dal più falso degli antagonisti dell’MCU, il Mysterio di Jake Gyllenhaal, spalleggiato dal più fedele denigratore dei supereroi di sempre, l’inde-fesso J. Jonah Jameson di J.K. Simmons, che qui torna dopo dodici anni nei panni di un giornalista che scopriremo essere una versione alternativa del direttore del Daily Bugle.

La spirale degli eventi innescati dalla rivelazione della sua vera identità comporta l’esclusione dall’MIT di Peter e dei suoi amici, l’inseparabile Ned Leeds (Jacob Batalon) e MJ (Zendaya), il che spinge Peter a rivolgersi a Strange (Benedict Cumberbatch) per tentare un incantesimo che possa rimuovere dalla memoria dell’umanità il ricordo della vera identità di Spider-Man. Contro i consigli di Wong (Benedict Wong), Strange accetta di aiutarlo, ma mentre sta lanciando il suo delicatissimo incantesimo, una serie di ripensamenti di Peter finisce per destabilizzarlo e produrre un effetto collaterale imprevisto ma per niente trascurabile.

Non si scherza con il Multiverso

Nella New York del nostro Peter si manifestano all’improvviso una serie di antagonisti incontrati nelle precedenti incarnazioni cinematografiche dell’Uomo Ragno. Ed ecco così riapparire Otto Octavius / Doctor Octopus che semina scompiglio sulla tangenziale con i suoi tentacoli controllati da un’intelligenza artificiale maligna (Alfred Molina, da Spider-Man 2, 2004), seguito a ruota da Norman Osborn nella sua armatura cibernetica da Green Goblin (Willem Dafoe, da Spider-Man, 2002), e così via: Thomas Haden Church riprende il ruolo dell’Uomo Sabbia visto in Spider-Man 3 (2007) prestando la voce alle animazioni in CGI e ai frame ripresi dal girato di Raimi, idem per Rhys Ifans con Lizard (da The Amazing Spider-Man, 2012); mentre Jamie Foxx torna in carne e ossa da The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro (2014) a lanciare fulmini e saette.

Insomma, se Spider-Man 3 o The Dark Knight vi erano sembrati eccessivi e ingestibili per il sovraffollamento di supercattivi, Spider-Man: No Way Home è a tutti gli effetti l’Avengers: Endgame dei villain. Sarà difficile battere il primato del numero di antagonisti di un unico supereroe riuniti in un solo film, ma siamo certi che la Marvel stia già pensando a come polverizzare il record. Sta di fatto che prima dell’ultimo Spider-Man, mai si era vista una simile concentrazione di supervillain in un’unica pellicola.

A renderlo possibile, certo, è anche l’escamotage del multiverso. La perturbazione introdotta da Strange nel suo incantesimo ha fratturato il continuum e richiamato a New York gli avversari di tutti (tutti davvero, anche se i più attenti tra quanti ancora non hanno visto il film ‒ pochi, certamente ‒ staranno già facendo i conti) gli Spider-Man cinematografici visti fin qui. Ma per fortuna di Tom Holland, i supercattivi non sono gli unici ad essere precipitati nel suo universo. Insieme ai villain, sono arrivati infatti anche gli arrampicamuri che avevamo imparato a conoscere mentre lui passava dalla materna alle elementari e poi completava il liceo: proprio loro, signore e signori, Tobey Maguire e Andrew Garfield.

L’Uomo Ragno di cui tutti avevano bisogno

Se lo Spider-Man di Sam Raimi (2002-2007) era quello che aveva beneficiato delle storie migliori, raccogliendo i risultati che avrebbero convinto gli studios a investire capitali senza precedenti nei cinecomic (termine su cui ci sarebbe da aprire una lunga parentesi), mentre l’Amazing Spider-Man di Marc Webb (2012-2014) aveva goduto dell’interpretazione forse migliore del personaggio, grazie alla memorabile prova d’attore di Andrew Garfield, lo Spider-Man di Jon Watts e Tom Holland finora era stato semplicemente quello con i costumi migliori (per gentile concessione della Stark Industries, ovviamente…) e al più quello con… la zia May più giovane. Ma malgrado l’ottima alchimia tra i protagonisti, né Homecoming Far from Home avevano regalato molti elementi degni di nota, se si esclude per l’appunto il finale di quest’ultimo da cui deriva tutto questo terzo capitolo.

Serviva qualcosa di grosso, per rendere giustizia a quello che forse è il più amato dei supereroi, perlomeno in casa Marvel. E alla Marvel, come abbiamo imparato in questi anni, non ci si tira indietro quando bisogna pensare in grande. Così ecco un film che in qualche modo cancella tutti gli Spider-Man cinematografici precedenti, ma con la grazia di rendergli onore ed esaltare il meglio di ognuno di loro. Un film che fa un falò di tutte le convenzioni invalse nelle trasposizioni cinematografiche di fumetti, dal funerale al sacrificio dell’eroe, dalla storia d’amore tormentata al cattivo in cui si specchia il lato oscuro che ogni supereroe, malgrado tutto, si porta dentro. Stereotipi, vale la pena sottolinearlo, scolpiti nel nostro immaginario quasi tutti dalla mano di Raimi, con la sua trilogia capace di stabilire un canone per il mondo dei cinecomic (passatemi ancora una volta questo termine odioso, per favore).

E, anche qui, Spider-Man: No Way Home non si limita a cancellarli, ma in qualche modo li riscrive, spingendo tutto avanti di alcuni anni-luce, parlandoci di etica mentre stimatissimi cineasti liquidano i film con i supereroi come se fossero degli insulsi cinepanettoni, e allo stesso tempo riportandoci in quella piacevole e rassicurante comfort zone in cui basta avere un laboratorio di scienze del liceo a disposizione per una notte per sintetizzare il composto chimico adatto alle nostre esigenze. Senza tuttavia trasformare quella comfort zone in un riparo definitivo, ma anzi mostrandocene senza esitazioni la provvisorietà, prima sovvertendola nel perturbante abbraccio tra le tre versioni alternative di Peter Parker, in un trionfo solipsistico che è anche una malinconica presa d’atto della solitudine del supereroe, e poi, inevitabilmente, arrivando al completamento dell’incantesimo di Strange, con la rimozione di quell’abbraccio e di tutti i momenti vissuti insieme da Spider-Man con i suoi amici, perché appunto un supereroe si porta dietro, con i suoi grandi poteri, anche grandi responsabilità, da cui scaturiscono scelte non facili, e soluzioni tutt’altro che comode.

Ad aiutare il Peter Parker di Tom Holland nella sua coming of age, Maguire e Garfield sono i comprimari perfetti, e riescono a guadagnarci il primo l’uscita di scena che il suo personaggio avrebbe sempre meritato (qui poco manca a vederlo con la tunica e la spada laser da saggio maestro Jedi), e il secondo il salvataggio che lo ha tormentato dal 2014 a oggi.

La formula segreta del Multiverso

Come arrivino lo Spider-Man di Maguire e quello di Garfield nella New York di Holland appare chiaro, e le brevi note biografiche che i personaggi condividono con lo spettatore aiutano a colmare il gap che ci separa dalle rispettive ultime apparizioni. Meno chiaro è come abbiano fatto i villain a raggiungerla, visto che tutti sono finiti o stecchiti o redenti nelle loro precedenti manifestazioni, mentre qui preservano fin dalla loro entrata in scena la rivalità verso l’amichevole Uomo Ragno di quartiere che li ha resi suoi storici, indimenticati avversari. Forse solo i Peter Parker provengono dalle pellicole precedenti, mentre i loro avversari arrivano in realtà da storie alternative che non abbiamo mai visto sul grande schermo? Magari storie con esiti diversi? Poco importa.

Ciò che conta è che la storia funzioni e tenga incollati allo schermo dal primo all’ultimo fotogramma, regalando allo spettatore meraviglia anche nei dettagli più piccoli, come il cameo di Charlie Cox nella divisa da avvocato di Matt Murdock / Daredevil. Il merito, va detto, è anche di una formula che la Columbia Pictures porta in dote al progetto da una delle migliori (forse, diciamolo pure, la migliore in assoluto) avventure cinematografiche di Spidey. Il film, che finora non abbiamo citato non essendo un live action ma un lungometraggio di animazione, è quell’autentico gioiello di Spider-Man: Into the Spider-Verse (qui da noi Spider-Man – Un nuovo universo), pellicola del 2018 diretta da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman, meritatamente premio Oscar, Golden Globe e BAFTA nella categoria miglior film d’animazione. In quel caso era l’adolescente Miles Morales, metà portoricano e metà afroamericano, a ereditare il testimone dell’Uomo Ragno e unire le forze ad altri Spider-colleghi richiamati nel suo universo da un esperimento di Kingpin. Insieme riusciranno a sventare i piani del signore del crimine e a fare ritorno nelle rispettive dimensioni.

Con animazioni pazzesche, un montaggio degno di una graphic novel merito di Robert Fisher Jr., una scrittura eccezionale firmata da Phil Lord e dal co-regista Rodney Rothman e una colonna sonora curata da Daniel Pemberton, Spider-Man: Into the Spider-Verse si è meritato all’uscita 375 milioni di dollari a fronte di un budget di 90, il plauso unanime della critica e in particolare degli artisti coinvolti nei progetti della Marvel Entertainment e, inevitabilmente, la luce verde per un sequel in due parti, in uscita tra la fine del 2022 e il 2023.

Sam Raimi: Homecoming

A quanto pare, la formula di Miles Morales ha funzionato ancora meglio per il caro vecchio Peter Parker, che con Spider-Man: No Way Home ha frantumato i precedenti record del caro vecchio Spidey, raggiungendo l’incasso stratosferico di 1.892.020.052 dollari nel mondo, con cui ha quasi decuplicato il budget di produzione di 200 milioni di dollari, arrivando ad attestarsi come il miglior incasso Sony nella storia, il terzo incasso nella serie dedicata al Marvel Cinematic Universe e il sesto in assoluto di sempre.

Naturale, quindi, che la produttrice Amy Pascal e Kevin Faige, presidente dei Marvel Studios e mente imprenditoriale dietro allo sviluppo dell’MCU (grazie a cui è diventato il recordman tra i produttori, con 25 miliardi di dollari incassati dai suoi film), abbiano da subito cominciato a parlare di nuovi progetti sullo Spider-Man di Tom Holland, anche se al momento il calendario delle uscite della Fase Quattro sembra escludere novità prima del 2024.

Intanto a maggio 2022 (il 6 negli USA, il 4 qui da noi) arriverà nelle sale Doctor Strange nel Multiverso della Follia, che molti punti in contatto ha proprio con l’ultimo Spider-Man, come già si può intuire dal titolo. Il film ha vissuto una gestazione travagliata e, dopo essere stato originariamente attribuito al regista del precedente Doctor Strange (2016) Scott Derrickson, a poco più di un anno dall’inizio dei lavori sulla sceneggiatura è stato riassegnato nientemeno che a sua altezza Sam Raimi, che non si siede dietro la macchina da presa dalla bellezza di nove anni. Michael Waldron, che già si è distinto per il lavoro su Rick and Morty e Loki, è stato chiamato a riscrivere la sceneggiatura e ha dichiarato che il film non rappresenterà solo il ritorno di Raimi all’universo dei supereroi, ma anche alle sue radici horror. Le premesse per un hype alle stelle, insomma, si sprecano.

Il tempo è un cerchio piatto, diceva qualcuno. L’inizio e la fine spesso si toccano. E a volte dalla collisione scaturiscono esiti imprevisti nella nostra dimensione, ma di certo non avulsi alla logica superiore del Multiverso. Provate a chiedere al vostro amichevole Uomo Ragno di quartiere: magari vive e combatte il crimine in un mondo che non si ricorda più di lui, senza più una tuta-armatura hi-tech fabbricata dalla Stark Industries e costretto a indossare una calzamaglia cucita a macchina nel suo minuscolo, spoglio, umido monolocale… ma adesso ha alle spalle una storia coi fiocchi tutta sua. Anzi, almeno tre.

1. Alle radici del capitalismo occidentale

Nel suo saggio sulle origini dell’identità europea, lo storico francese Jacques Le Goff (che altri studi notevoli dedicò alle figure del mercante e del banchiere nell’età di mezzo) annota che “lo sviluppo del grande commercio e dell’economia monetaria pone all’Europa cristiana grossi problemi religiosi” in quanto, tra le altre cose, “il prelievo da parte del mercante di un interesse” altro non è, in fondo, che “una forma di vendita del tempo“. E il tempo “secondo la Chiesa appartiene soltanto a Dio“. Occorse pertanto “un lungo lavoro di separazione tra le operazioni lecite dalle illecite“, condotto soprattutto da domenicani e francescani, per permettere ai mercanti cristiani di sviluppare pratiche precapitalistiche, con l’effetto di riabilitare il denaro e con esso il lavoro.

Conclude Le Goff:

[…] quest’adattamento ideologico e psicologico della religione all’evoluzione economica, quest’apertura del sistema di valori cristiano al capitalismo nascente costituiscono una delle principali condizioni storiche dello sviluppo dell’Europa occidentale.

Di fatto, le premesse del capitalismo moderno vengono gettate allorquando la morale della Chiesa si adatta per includere il maneggio del denaro, e con esso il plusvalore generato dal lavoro di cui si appropria il capitale e il tasso di interesse sulle somme di denaro prestato, nel proprio sistema di valori.

È indubbiamente un punto di vista interessante, di quelli che a scuola (tra una lezione sul simbolismo e l’allegoria e un’altra sull’ascesa della borghesia, immerse nella lunga contrapposizione tra Impero e Papato) non vengono sottolineati abbastanza, sempre che si trovi il tempo per parlarne. Ma si tratta di una lettura di fondamentale importanza, che ci obbliga a rileggere tutto quanto accaduto in seguito sotto la luce nuova di questa acquisizione.

2. L’informazione è una corrente che scorre attraverso il Multiverso

Nel suo monolitico e per molti aspetti enciclopedico Anathem, Neal Stephenson compie un’opera di world-building eccezionale, costruendo di fatto un mondo intero che è una replica del nostro, ma con una sua storia che solo occasionalmente, negli snodi cruciali delle conquiste tecniche e scientifiche, come anche del corso degli eventi da essi condizionati, è sovrapponibile a quella che tutti noi conosciamo.

Arbre, il mondo di Stephenson, è in effetti una «sub-Terra», nel senso che rappresenta una proiezione del nostro mondo in un universo che riflette parzialmente il nostro, attraverso una propagazione del flusso di informazione da universi “superiori” a universi “inferiori”. Un’idea che possiamo far risalire a Platone e al suo mito della caverna, secondo cui il nostro mondo non sarebbe altro che un’ombra di un mondo superiore, e le cose in esso contenute una copia delle idee perfette che albergano nell’Iperuranio (incidentalmente, è interessante trovare qualcosa di molto vicino all’ideale platonico in una serie come Mr. Robot, dove, nel cruciale quinto episodio della seconda stagione, un personaggio afferma: “La vita non è che un’ombra fugace, un povero attore che si agita e pavoneggia il suo momento sul palcoscenico… e poi più niente“).

Di fatto, in Anathem la Terra, che pure ha il suo Iperuranio, altro non è che l’Iperuranio di Arbre (il suo Mondo Teorico Hylaeo, in termini arbriani), in una concezione che Stephenson definisce teoria dello Stoppino (Wick Argument) e in qualche modo s’ispira al concetto matematico del grafo aciclico orientato e all’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica avanzata da Hugh Everett III.

Le pagine che Stephenson dedica al dibattito scientifico e filosofico sull’argomento, le appendici in cui sviscera i fondamenti teorici del cosiddetto protismo, così come le dispute ideologiche tra teori di ispirazione halikaarniana (potremmo definirli gödeliani in termini terresti) e altri di ispirazione prociana (fenomenologi alla Husserl, linguisti alla Wittgenstein o matematici alla Hilbert, per mantenere la traccia delle correlazioni tra dominio causale arbriano e terrestre), sono ricche di suggestioni. Ma se proprio vogliamo trovare il classico pelo nell’uovo, un aspetto che mi pare Stephenson abbia trascurato è proprio quello economico.

Gli arbriani hanno denaro, ma in considerazione anche della contrapposizione tra il mondo intramuros (le comunità monastiche ritiratesi in mat e concenti, che fungono un po’ da capsule del tempo e da incubatori di idee, e si aprono all’esterno solo a intervalli cadenzati di uno, dieci, cento o addirittura mille anni) ed extramuros (il mondo secolare fuori dalle mura dei mat, che va avanti normalmente), sarebbe stato interessante sottolineare qualche differenza rispetto al regime capitalista terrestre, magari anche in relazione alle considerazioni di Le Goff sulle radici della civiltà capitalistica occidentale esposte in apertura.

3. Orologi millenari

Anche perché, come Stephenson riconosce nei ringraziamenti, una delle fonti di ispirazione di Anathem è stato il progetto del Millennium Clock della Long Now Foundation, ora sopravanzato dall’ancor più ambizioso 10.000 Year Clock, che nasce dall’idea di Danny Hillis di realizzare un orologio in grado di misurare il tempo per mille anni (obiettivo adesso aumentato a diecimila) senza nessuno a occuparsi della sua manutenzione, producendo di tanto in tanto una melodia senza mai ripetersi per tutta la durata dei mille (e ora diecimila) anni.

L’obiettivo di Hillis è ben riassunto in questa affermazione:

I want to build a clock that ticks once a year. The century hand advances once every 100 years, and the cuckoo comes out on the millennium. I want the cuckoo to come out every millennium for the next 10,000 years.

Stephenson riprende quest’idea, a cui era stato chiamato da Hillis a fornire il proprio apporto, proprio in Anathem, dove gli avout dei mat, come il protagonista fraa Erasmas, sono invece dedicati a eseguire periodicamente un cerimoniale proprio per far suonare le note sul gigantesco orologio (alto centocinquanta metri) del loro Mynster (vale a dire l’edificio centrale del concento di Saunt Edhar, che funge appunto da orologio e da punto di incontro per i diversi ordini che vi risiedono).

Sempre Jacques Le Goff, nel suo saggio storico, ricorda appunto che:

L’organizzazione monastica fornì inoltre dei modelli per la misurazione e il dominio del tempo. La divisione della giornata in ore canoniche segnate dai differenti uffici è un esempio di scansione del tempo offerto alla vita quotidiana; e la comparsa delle campane, che si diffondono nel VII secolo, farà vivere per secoli la cristianità al ritmo di quello che è il tempo della Chiesa.

Parole che echeggiano quelle usate da Michel Foucault, nel celebre e citatissimo (anche da me e non solo su questo blog) saggio che definiva le eterotopie (Spazi Altri, 1967), con riferimento alle “straordinarie colonie dei gesuiti” in America del sud: “colonie meravigliose, assolutamente regolate, nelle quali la perfezione umana era effettivamente realizzata“. Qui:

La vita quotidiana degli individui era regolata non da un suono di richiamo, ma dalla campana. Il risveglio era fissato per tutti alla stessa ora, il lavoro cominciava per tutti alla stessa ora; i pasti si svolgevano a mezzogiorno e alle cinque; poi ci si coricava e a mezzanotte c’era quella che veniva definita sveglia coniugale, cioè la campana del convento suonava, e ciascuno compiva il proprio dovere.

In fondo anche il monastero ricade nella classificazione delle eterotopie e a maggior ragione i mat di Anathem, la cui apertura al mondo esterno segue rigide regole, opportunamente scandite dagli orologi dei Mynster. In questo schema perfetto denaro-tempo-monastero, aver trascurato la connessione con la funzione “simbolica” del denaro è l’unico difetto, se proprio gliene vogliamo trovare una, che si può imputare al capolavoro di Stephenson.

4. Cronofagia: il furto istituzionalizzato del tempo

Nell’introduzione al suo illuminante saggio Cronofagia, che reca l’appropriato sottotitolo di Come il capitalismo depreda il nostro tempo, Davide Mazzocco mette a nudo:

una colonizzazione sempre più raffinata, dotata di uno straordinario camaleontismo e capace di nascondersi sotto le sembianze rassicuranti dell’amicizia, dell’arte, dell’intrattenimento e della prospettiva di uno sviluppo economico e sociale. La fame dei predoni non si limita al mondo tangibile, ma si estende all’intangibile. Non vuole solamente lo spazio e non si accontenta nemmeno di quell’entità ibrida che da 2.800 anni vive tra il reale e il virtuale: il denaro. No, la predazione oggi vuole appropriarsi della dimensione astratta del tempo.

Il sistema socioeconomico erode le ore di sonno, dilata i tempi del consumo e, con le sue arti seduttive, assopisce le masse in una servitù volontaria dai confini ancora tutti da sondare. […] Grazie a raffinate strategie di marketing e all’illusione della gratuità, i capitalismi vecchi e nuovi colonizzano il tempo libero delle persone e, non paghi di estrarre valore dal loro lavoro e ricavare profitti dai loro consumi, cercano di spostare le frontiere del guadagno oltre i vecchi confini.

E ancora:

Il sonno è la terra promessa, una delle poche nicchie di resistenza all’invadenza del capitale. Dalla diffusione dell’illuminazione pubblica e privata fino alla moltiplicazione esponenziale degli schermi, il progresso è (anche) una guerra senza esclusione di colpi per conquistare il tempo e l’attenzione dei consumatori-spettatori-clienti-utenti-elettori. Ogni aspetto della vita, dall’amicizia all’amore, dagli hobby all’alimentazione, è soggetto a processi di reificazione e mercificazione che trovano nelle piattaforme digitali ideali terreni di coltura. Miliardi di lavoratori inconsapevoli dedicano parti più o meno importanti della loro giornata a riversare sul web preziose informazioni che arricchiscono la fame di dati dei grandi player del capitalismo digitale.

Non a caso Cronofagia è uscito in Nextopie, la collana diretta per D Editore da Daniele Gambetta, già curatore lo scorso anno di Datacrazia, un’antologia che raccoglieva testimonianze e analisi delle dinamiche in atto, dei processi di metamorfosi – che ci coinvolgono tutti – da inforg in veri e propri individui digitali (o digividui, per dirla con le parole di Andrew O’Hagan), in un ecosistema che di fatto è un bioipermedia in cui ci ritroviamo intimamente integrati e con cui di fatto viviamo in simbiosi. Un ecosistema in cui non siamo nati ma a cui ci stiamo progressivamente, ma lentamente adattando… o almeno assuefacendo. Più lentamente di certo delle dinamiche di predazione già messe in atto dall’ipercapitalismo, da cui non siamo ancora pronti a difenderci.

La progressiva scomparsa della noia dalle nostre esistenze è direttamente proporzionale allo sviluppo di dipendenze e patologie connesse all’utilizzo smodato degli strumenti digitali.

Jean Paul Galibert, a cui Mazzocco si ispira fin dal titolo del suo saggio, ne I Cronofagi descrive il Leviatano ipercapitalista come fondato su un progetto ontologico assolutistico, volto a fare in modo che la “redditività sia il principio, la causa unica e il solo criterio dell’essere e del non essere“. Nel nuovo mondo delle piattaforme digitali, non c’è più spazio per la non redditività: tutto ciò che non contribuisce alla produzione di valore non ha ragione di esistere.

In questo modo diventiamo tutti:

simultaneamente una quantità di tempo disponibile per la cronofagia e una quantità di denaro disponibile per l’ipercapitalismo. Questa regola si erge a condizione della nostra esistenza, al punto di diventare la nuova condizione umana. Nell’ideale di disponibilità, l’uomo diventa un doppio giacimento di denaro e di tempo da prelevare senza limiti, ma è necessario che si stabilisca un rapporto di equivalenza tra il tempo di cui lo si priva e il denaro di cui lo si alleggerisce.

Come possiamo quindi uscire da questo vicolo cieco? Un possibile antidoto arriva proprio da Arbre, il mondo di Anathem, dove l’umanità, per riconquistare il controllo sul tempo necessario allo studio, alla conservazione del sapere e allo sviluppo del pensiero, si è in parte ritirata nei concenti, originando una separazione tra il mondo secolare extramuros e le comunità di avout intramuros.

5. Il ricatto dell’informazione

Viviamo in un mondo che ci espone ogni giorno a 34 gigabyte di dati, ma l’abbondanza di informazione non è sinonimo di ricchezza, dal momento che è all’origine di un ricatto emotivo che causa un restringimento costante della finestra di attenzione: dai già risibili 12 secondi del 2000, questa soglia è scesa ad appena 8 secondi nel 2016. Trascorso questo intervallo di tempo, è come se provassimo l’esigenza di passare ad altro per appagare il nostro bisogno indotto di novità. E così saltiamo da una cosa all’altra come api in un campo di fiori, con l’unica differenza che non stiamo impollinando granché e men che meno arricchendo la nostra conoscenza, che avrebbe al contrario bisogno di tempo per approfondire adeguatamente i concetti e le informazioni assimilate.

La nostra mente è peraltro servita da una banda di appena 120 bit al secondo: per intenderci, 500 volte meno di un modem a 56K. È questo il limite di velocità del traffico di informazione a cui possiamo prestare attenzione in maniera consapevole. Per avere un ulteriore termine di confronto, in una normale conversazione occorrono circa 60 bit al secondo per comprendere chi ci sta parlando. Ecco quindi che ci troviamo costantemente oberati da più informazione di quanta possiamo elaborarne, schiacciati sotto una mole ingestibile che produce un vero e proprio sovraccarico cognitivo o information overload (queste ed altre statistiche, nell’interessante articolo di Annamaria Testa Sovraccarico cognitivo: ricchi di informazione ma poveri di attenzione), con due effetti:

  1. La crescente aggressività delle strategie di cattura dell’attenzione messe in opera dai distributori, che spesso finisce per far prevalere gli stimoli più prepotenti, saturando la nostra banda cognitiva con quella che potremmo definire, senza mezzi termini, spazzatura.
  2. Lo stallo decisionale in cui ci ritroviamo intrappolati, impossibilitati a sviluppare un ragionamento critico per la mancanza di tempo o per il senso di fatica che si accompagna alla saturazione della banda, sequestrandoci in uno stato di deficit cronico di stimoli costruttivi.

Come osserva Annamaria Testa nell’articolo summenzionato, il risultato della convergenza di questi due fattori è la delega del filtro: non ci preoccupiamo più di vagliare l’informazione in entrata ma alziamo bandiera bianca ed esternalizziamo direttamente agli algoritmi. Rinunciamo, di fatto, alla nostra opzione di scelta e rimettiamo il libero arbitrio a soggetti esterni a cui, con la nostra semplice condotta on-line, abbiamo venduto la nostra profilazione (ricordate il monito del Time, “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”?).

È così che il nostro tempo, già sempre più scarso, finisce per essere raccolto, a slot di 8 secondi per volta, dagli algoritmi, che sono di fatto gli intermediari del capitalismo cronofago.

6. Difendere le mura della Fortezza del Tempo

Le conclusioni non sono confortanti. C’è chi, come Jaron Lanier, propugna un abbandono delle piattaforme social e lo fa da tempo, con solide motivazioni. Un aut per abbandonare il Sæculum virtuale, in termini arbriani, per riscoprire e valorizzare l’importanza del nostro tempo, dedicandoci alla riflessione critica, all’approfondimento, alla scoperta e alla coltivazione della conoscenza. E forse è un ragionamento sensato, perché la sproporzione tra le forze coinvolte, l’assedio delle armate algoritmiche della datacrazia da una parte, un singolo individuo a difesa delle mura della sua fortezza privata del tempo dall’altra, è tale per cui nessun compromesso potrà mai favorire un esito positivo per la parte più debole e vulnerabile.

Il che non vuol dire rinunciare a internet e a tutti i servizi della rete, ma semplicemente abbracciare un downgrade al web 2.0, da cui ripartire per un nuovo inizio. Ed è una scelta politica, certo, e come si diceva una volta anche una scelta di vita.

La domanda vera non è se farlo o meno, o quando, ma un’altra ancora: siamo ancora in tempo per cancellare i nostri account social?

… che poi sarebbero le domande fondamentali del nostro tempo – e, forse, di tutti i tempi. Sono lo spunto tematico della sezione monografica del nuovo numero di Quaderni d’Altri Tempi, bimestrale a cura di Gennaro Fucile. Roberto Paura ha voluto coinvolgermi nella titanica impresa di fornire una panoramica su alcuni temi di particolare rilevanza per gli sviluppi della scienza, e ovviamente l’occasione è diventata il pretesto per tracciare una mappa – parziale, incompleta, iniziale – delle relazioni tra avanzamento scientifico e immaginario di fantascienza. Ne è venuto fuori un lavoro per me particolarmente stimolante, in cui ho ripreso spunti e riflessioni già accennati su queste pagine nei mesi scorsi. Documentatissimi e ricchi di spunti di approfondimento sono i due articoli di Roberto, e tutto il numero si presenta, come di consueto, da leggere e assaporare. Vi rimando quindi al sommario del numero 53 di Quaderni d’Altri Tempi. Buona lettura!

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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