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[Se domani dovessi smettere di scrivere, saprei di avere scritto almeno un racconto di cui essere davvero soddisfatto. Questo racconto è Cenere alla cenere. Ho cercato di ripercorrerne la genesi in questo articolo per Delos SF, un paio d’anni fa, in occasione della sua riedizione sulle pagine di Robot. Il racconto aveva fatto la sua prima apparizione su Carmilla, di Valerio Evangelisti, nel 2010, ed è lì che potete ancora leggerlo. Era la vigilia del trentesimo anniversario della strage di Bologna. Ve lo ripropongo adesso. È il mio personale tributo alla memoria delle vittime e dei sopravvissuti.]

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Sento addosso il peso di ogni singola pietra dell’edificio, mentre sollevo gli occhi al tabellone con gli orari dei treni e il rumore della folla mi avvolge in un turbine confuso. Lettere bianche su sfondo nero sfarfallano componendo il palinsesto dei viaggi e gli altoparlanti annunciano i treni in arrivo e quelli in partenza. Mi lascio guidare dai miei passi nel cono di sole infranto che spiove da un lucernario, raccogliendosi in una pozza luminosa sulle piastrelle del pavimento.

Intorno a me è un amalgama di suoni e rumori, in cui si perdono le voci e le parole. È come se un abisso incolmabile mi separasse dalla folla che mi circonda e questo mi dà un senso di stordimento. Mi chiedo se tra i treni in programma ci sia anche il mio, ma ho smarrito ogni ricordo della destinazione.

Avverto il respiro delle anime imprigionate qui dentro, in una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo come sono concessi alla percezione dei sensi umani. Sento sulla pelle un alito che sospira nella brezza di questa mattina d’estate tutte le parole che non sono state dette, componendo un mantra di saluti spezzati…

Il tempo va in una direzione, la memoria in un altro. Qualcuno una volta ha notato la tendenza della nostra specie a costruire manufatti per vincere il naturale flusso del dimenticare. Questa vocazione risponde a un bisogno originario. È un istinto molto più profondo di quanto siamo portati a credere: l’oblio in cui spesso finiamo per rifugiarci prima o poi rivela la propria natura effimera. Basta un particolare, a volte, per riportare a galla continenti sommersi, segnati dalle cicatrici delle nostre colpe e dei nostri errori.

Riconosco nella folla una camicia dal disegno rosso e bianco, un paio di occhiali da sole. Nelle orecchie esplode il segnale atono di una linea telefonica morta. Mi vedo mezzo addormentato nel riflesso del finestrino, su un treno che corre nella notte. E realizzo di essere nel posto in cui i flussi opposti del tempo e della memoria convergono.

L’Ora Zero è ormai prossima.

Continua a leggere il racconto su Carmilla on line.

Riporto un brano estratto da Cloudbuster, il racconto “discronico” pubblicato questo mese sulle pagine di Robot.

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Secondo le pagine della politica estera e interplanetaria, Marte si apprestava a dichiarare guerra alla Terra. USA e URSS avevano avviato negoziati segreti per predisporre un piano di difesa congiunto, quando l’angelo biondo entrò nel mio ufficio.

Che non fosse il solito caso di moglie tradita, me ne accorsi non appena mise piede oltre la porta. La fluente chioma bionda ricadeva in morbide onde dorate sulle spalle della giacca di crespo rosso. La griffe italiana del completo denunciava lo stato delle sue finanze meglio di quanto sarebbe riuscita a fare una dichiarazione dei redditi. La gonna alle ginocchia era intonata con la giacca. Sotto il colletto della camicetta color perla, una collana d’oro ornava un collo da cigno. Riusciva a dare sfoggio di sensualità pur rispettando a prima vista i rigidi dettami sull’abbigliamento imposti dalla Commissione permanente di Vigilanza sui Costumi.

Negli occhi la leggerezza dei trent’anni era tuttavia incupita da un’ombra di preoccupazione. Avrei potuto innamorarmi, se non ci fosse stato di mezzo il lavoro. Questa è la seconda regola: in affari, evitare sempre il coinvolgimento. Di qualsiasi tipo.

Venne avanti sui suoi tacchi: ogni passo, un colpo secco al mio cervello, un battito perso del mio cuore.

– Che cosa posso fare per lei? – domandai, alzandomi dalla sedia sulla quale fino a dieci secondi prima me ne ero stato stravaccato, immerso nelle notizie del giorno. Avevo tolto i talloni dalla scrivania quando avevo sentito bussare.

– È lei Hank Brazell? – ribatté lei, inanellando le sillabe come se fossero note. – Il detective? Cerco un investigatore privato, mi hanno consigliato di rivolgermi a lei.

Piegai il St. Louis Post-Dispatch e le indicai la sedia davanti alla scrivania. Il ripiano tra noi era ingombro di fogli appuntati e fascicoli rilegati, ma non era quello a mettere distanza tra le orbite delle nostre vite. – Prego, si accomodi – le dissi, sforzandomi di tenere un tono professionale. – Di cosa si tratta?

La donna sedette con grazia e accavallò le gambe. Nel farlo, il nylon delle calze strisciò evocando immagini elettriche nella mia testa. Erano delle  autoreggenti francesi da scandalo, l’ultima moda importata dalla vecchia Europa con gran disappunto per il Presidente e i suoi seguaci. E anche questo diceva sul suo conto molte cose: per poterselo permettere, doveva essere o terribilmente potente da non temere le sanzioni amministrative oppure irrimediabilmente pazza da non temere l’internamento correttivo.

Me lo chiesi e, così com’era sorto, lasciai cadere il dubbio. Mi stavo già immaginando a infilare la testa tra le cosce di porcellana strette nelle balze elasticizzate… ma adesso sto divagando.

– Mi chiamo Anne Louise McGovern – si presentò l’angelo biondo. – In Smith. – Assestò quella puntualizzazione come un affondo di fioretto. Il mio cuore perse un altro colpo, benché il sinistro presagio fosse aleggiato sulla stanza fin dal suo ingresso. – Sono qui per mio marito. Sospetto che da diversi mesi ormai porti avanti una relazione clandestina.

Ascoltai senza interromperla, lottando con le redini dei miei pensieri che si accavallavano, con furia selvaggia, del tutto fuori controllo, con le fantasie sulla vita privata di quella donna, caduta nel mio ufficio dalla più prossima allo scranno del Padreterno tra le corti angeliche. Quale uomo potrebbe tradire una moglie come questa?, continuavo a domandarmi. E ancora: quale uomo potrebbe tenere a freno una donna come questa?

– La nostra è sempre stata una vita tranquilla. Mike è un dirigente della Burroughs e fin dall’inizio si è impegnato molto per garantirmi ciò di cui una donna può avere bisogno. Come si suol dire, mi ha assicurato una vita felice. Abbiamo una bella casa, signor Brazell. Amicizie illustri, un’immagine di rispetto e decoro. Ma da qualche tempo mi sembra che qualcosa nell’ingranaggio del nostro matrimonio si sia inceppato.

– Posso chiederle se avete dei figli, signora Smith?

– No, niente figli – ammise Anne Louise, con un velo di tristezza. Dalla borsetta di velluto nero che teneva in grembo estrasse una foto e me la porse. – Ne avremmo voluti, ma purtroppo c’è qualcosa in me che non va come dovrebbe, almeno a giudizio dei medici.

Sempre pensato che i medici dovrebbero essere tutti in cura: sarebbero capaci di auscultare il cofano di un’automobile in panne ed emettere un circostanziato e convintissimo referto diagnostico. Fischi per fiaschi. Presi la foto e guardai l’uomo che ritraeva. Era vicino alla sessantina, quindi molto più vecchio dell’angelo in rosso che avevo davanti, e non posso dire che dimostrasse un’espressione particolarmente brillante. Stempiato, capelli bianchi, sguardo pensieroso: nella sua immagine da burocrate non c’era niente che potesse fornirmi un indizio delle doti che dovevano aver sedotto Anne Louise. Se la medicina ha i suoi misteri, cosa dire del cuore delle donne?

Sollevai gli occhi e li piantai in quelli della mia cliente. Erano di un colore acquamarina che mi ricordava un paradiso tropicale. In quel momento, tradivano imbarazzo.

– Non so come ci si comporta in questi casi – disse. – È la prima volta…

– Non si preoccupi, signora Smith – la tranquillizzai. – Per cominciare, terremo d’occhio suo marito. E magari scopriremo che i suoi sospetti sono semplicemente dettati da un eccesso d’amore.

– Lei è molto gentile, signor Brazell.

– Solo perché lei è una donna che non dovrebbe avere di questi timori – proseguii. – Vedrà che si risolverà tutto per il meglio.

– Lei è il miglior detective della città – mi lusingò lei. – So che non mi deluderà. Le lascio un biglietto da visita, ho appuntato il mio numero di telefono nel caso avesse bisogno di contattarmi.

– Grazie. Immagino che potrò trovare suo marito al quartier generale della Compagnia…

– A dire il vero è fuori città per lavoro, ma rientrerà in serata. Domani sarà sicuramente alla Green World per assistere alla conferenza dell’ospite d’onore.

– Domani è il giorno di quello scienziato pazzo, non è così?

Una strana luce scintillò dietro la superficie cristallina dei suoi occhi. Anne Louise mi sorrise e annuì, tra il divertito e l’ammirato. – Wilhelm Reich, proprio lui – confermò. – Forse accompagnerò Michael. Se vuole potrei presentarglielo, cosa ne pensa?

– Potrebbe essere una buona idea, ma valuteremo domani se è il caso. Mi procurerò subito un biglietto per la conferenza. Se dovessimo incontrarci, può presentarmi come un vecchio amico di suo padre.

Sorrise maliziosa. – O magari di mia madre – replicò.

– Lei pensi a un nome che funzioni – dissi. – Penserò io a circostanziare fatti e connessioni.

Prima di uscire, mi porse la mano e io gliela strinsi.

– Non dovremo mica aspettarci un’altra irruzione di manifestanti europei situazionisti, come l’anno scorso? – dissi per puro spirito di provocazione. – O di qualche altro compare dei loro…

– Oh, no, per quest’anno non credo – ci tenne ad assicurarmi lei. – Mr. Burroughs non si perdonerebbe di essere stato tanto prevedibile…

Mezzo minuto più tardi, dalla finestra dello studio la vidi scendere dal marciapiede e attraversare Clarke Avenue. Si diresse verso una Cadillac Eldorado rosa decapottabile con il tettuccio bianco. Salì a bordo e mise in moto.

La guardai percorrere la strada nel traffico sonnolento e rarefatto del primo pomeriggio. Quando le pinne dello squalo da strada svoltarono al semaforo, imboccando il Tucker Boulevard in direzione sud per sparire subito dietro l’angolo, stavo ancora accarezzando l’ombra tattile delle sue dita, il calore del suo palmo soffice e affilato, stretto nel mio.

Oggi vi propongo un racconto bonsai, scritto nel 2008 e già pubblicato sullo Strano Attrattore, sull’esperienza privata di un’apocalisse di portata planetaria.

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All’inizio sembrò che nessuno potesse togliersi dalla mente il lento e inesorabile compiersi di quell’apocalisse cosmica. Tutti pensavamo che non avremmo mai dimenticato quella notte, la notte in cui tutto cambiò.

Quello che forse più impressionò all’epoca fu il silenzio totale in cui parve piombare il mondo nella sua interezza. Le auto si fermarono per strada, ovunque si trovassero, in qualunque posto fossero dirette e per qualsiasi motivo ci stessero andando. Il controllo aereo rimase paralizzato per lo stupore dei supervisori di turno, gli aerei inchiodati a terra. I treni restarono immobili nelle stazioni. Non è eccessivo dire che il mondo intero si fermò.

Incapaci di fare altro, tutti rimanemmo con il naso per aria e gli occhi puntati sulla scena del cataclisma.

Considerate le circostanze, sarebbe stato lecito aspettarsi un rumore di qualche tipo: se non il fragore di un olocausto termonucleare, almeno l’eco del cataclisma, attenuata dagli abissi siderali che ci separavano dall’evento. E molti di noi aspettavano sul serio l’arrivo del fronte sonoro dell’apocalisse. Attendemmo di venirne investiti e magari sperammo che il contraccolpo servisse a ridestarci dal torpore emotivo in cui tutti eravamo sprofondanti, volenti o nolenti; alcuni si aspettavano, magari, che un boato di qualche tipo rivelasse che si era trattato solo di un caso di allucinazione, magari un fenomeno di illusione di massa. Credo che in ognuno di noi ci fosse una briciola di speranza che potesse essere solo un brutto sogno e così, in una misura o nell’altra, tutti attendevamo di risvegliarci dall’incubo. Ma attendemmo invano.

Non ci fu nessun effetto sonoro, nessuna onda acustica ci riportò a una realtà diversa da quella che, nel breve volgere di qualche minuto, ci strappò alle nostre radici, portandoci via un pezzo della storia che ci apparteneva e, con quella, scampoli di quanto eravamo ed eravamo stati, senza brusche soluzioni di continuità, fin dalla notte dei tempi.

Quella notte, la notte in cui perdemmo la Luna, tutti ci confrontammo per un istante con il dubbio che il satellite che si andava via via sgretolando stesse pagando per le nostre colpe. All’inizio vedemmo quello che pareva un alone di detriti levarsi dalla superficie e avvolgere la sua faccia bianca, ma ben presto la nube si dimostrò essere qualcosa d’altro. I suoi moti caotici non erano del tutto privi di una certa forma oscura di intenzionalità: non erano l’effetto passivo di un cataclisma che stava coinvolgendo la Luna, erano la manifestazione esteriore del cataclisma che la stava investendo. Ma c’impiegammo comunque più tempo di quanto ne richiese l’evento per accettare l’idea.

Guardavamo la palta grigia divorarla un millimetro cubo dopo l’altro e non ci rendevamo conto che i millimetri erano in realtà chilometri e che la distanza, in quel momento così tragico, non attenuava solo il lamento agonizzante della Luna ma anche la reale portata dell’evento. Assistemmo impotenti alla sua disgregazione e sublimazione in qualcosa d’altro: uno sciame cosmico, secondo i termini che avrebbero poi adottato gli esperti, che ignorò la Terra e si diresse oltre, puntando verso l’orizzonte alieno di una frontiera che potevamo solo immaginare.

Nemmeno la distanza servì invece a ridimensionare le proporzioni dell’impatto psicologico. Ognuno cercò di reagire come meglio poté. Nei giorni che seguirono cominciò una lenta terapia collettiva di rimozione, che operò a un livello profondo, penso addirittura di coscienza di specie, perché d’un tratto eravamo stati costretti a fronteggiare – tutti insieme – la perdita di qualcosa che i nostri padri e i padri dei nostri padri prima di loro avevano dato per scontato. L’ordine delle cose si era infranto e, con esso, una parte della nostra sicurezza e della nostra audacia. Ma niente di definitivo.

A volte però il ricordo riaffiora. E mi ritrovo a pensare alla Luna e al suo tocco argenteo sulle montagne, alla Luna e ai pleniluni arrossati sopra i tetti delle città, alla Luna e alla poesia che, nel corso dei secoli, non aveva mai smesso di ispirare negli uomini. Forse è questa potenzialità, questa essenza intrinseca che non necessita forzatamente di un’espressione per rivelare la sua immensità, la cosa che più mi manca.

A partire da quella notte abbiamo finito per convincerci che il cielo stellato fosse tutto quello di cui avevamo bisogno. Niente Luna, niente fasi lunari, niente maree, niente giustificazioni per gli sbalzi d’umore. Il cielo stellato, con Orione a dominare incontrastato l’inverno e il sentiero luminoso della Via Lattea a risplendere sulle notti d’estate, al di là delle stagioni è cristallizzato in un eterno novilunio. È tutto ciò che ci resta. Il cielo stellato e nient’altro.

Ma qualcuno ancora si domanda cosa ne sarà di quello e se le stelle sapranno meritarsi un destino diverso. Il nostro crimine ha proiettato l’ombra oscura di un’eclisse irreversibile verso nuovi e sconosciuti orizzonti, esposti da quella notte a una nuova e sconosciuta minaccia. E quei pochi che ancora ricordano la falce crescente o la luna calante come un sorriso un po’ triste aperto sul volto della notte, non possono non provare una stretta al cuore al pensiero della storia, della bellezza, del mistero, di cui siamo rimasti orfani la notte che, a causa di una distrazione, perdemmo la Luna.

[Immagine tratta dal film di animazione 5 cm per second di Makoto Shinkai.]

Ho scritto questo racconto più di un anno fa, ma finora è rimasto inedito. Per qualche ragione non avevo ancora pensato di presentarlo in giro, forse anche perché si tratta di poco più di un canovaccio. L’idea di fondo è fortemente correlata con quella di Riti di passaggio, e a ben vedere gli echi e le risonanze tra i due racconti intessono una trama talmente fitta da rendere questa elegia dell’era spaziale quasi un preambolo alla storia già pubblicata. Inutile nascondere gli omaggi a George R.R. Martin (autore di splendidi racconti di fantascienza prima di meritarsi il successo mondiale con le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco) e Cowboy Bebop, i più attenti di voi li coglieranno già nel primo capitoletto. Quindi non aggiungo altro. Buona lettura!

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Hai fatto molta strada per arrivare fin qua, in mezzo al deserto più spoglio e arido in cui potessi capitare. Su questo misero pianeta di periferia non sono molti gli stranieri di passaggio, da qualche tempo a questa parte. Quindi vedrò di ricompensarti per il viaggio, uomo. Non ho molto da offrirti, per la verità. Dopotutto, cosa può reggere il confronto con la vostra civiltà spaziale? Il progresso vi ha regalato integrazione a ogni livello, realtà aumentata, stampanti 3D, transito quantistico, comunicazioni in tempo-reale… Insomma, la disponibilità di qualunque cosa abbiate bisogno, ovunque vi troviate.

Ma un tempo l’umanità non aveva niente di tutto questo. E viveva disseminata in tante piccole comunità, sparpagliate sulla superficie di un piccolo pianeta di periferia. Mi ricorda qualcosa, già… Piccole comunità che al calare del sole accendevano un fuoco e si raccoglievano nella sera per ascoltare una storia. Un po’ come noi, adesso.

Ecco, se vorrai ascoltare la mia voce, in questa notte illuminata dalle nostre due lune che fanno capolino da dietro un gregge di nuvole per te aliene, ti racconterò una storia. È tutto ciò che ho da offrirti, insieme a un po’ di fumo dal mio narghilè e alle ultime bottiglie di questo ottimo distillato da Wraithworld. Una nave mercantile una volta ha tentato un atterraggio di emergenza nelle White Sands, poco lontano da qui: per fortuna il vino e i liquori che stava trasportando non andarono perduti. Hanno accompagnato i membri superstiti dell’equipaggio durante tutta la loro attesa di una spedizione di soccorso che venisse a recuperarli.

Bevi, è un liquore molto particolare.

Arriva direttamente dal “mondo degli spettri”…

*

Ogni anno da duecento anni, sul pianeta di Rimway si ripete il rito del solstizio. Come ogni anno, proprio in questo periodo, quando il pianeta è giunto all’afelio della sua orbita intorno al suo piccolo sole di classe k1v, i coloni si danno appuntamento per celebrare l’arrivo del nuovo anno e propiziare quello che nell’uso locale è definito come Nuovo Sole.

Se provi a immaginarli, riuscirai a vederli. Proprio adesso, intorno a te.

Rimway è un posto particolare: quando fu fondata la prima colonia, si trovava sul bordo della prima zona d’influenza dell’umanità, un punto ideale come rampa di lancio verso le stelle esterne. E la colonia fu pensata per fornire supporto ai cantieri spaziali per tutte le attività che dovevano o potevano essere svolte in presenza di gravità: estrazione di minerali, metallurgia, e una sequenza significativa di operazioni nelle filiere produttive dell’industria elettronica ed aerospaziale. Rimway esisteva in funzione di Kosmograd-2, il cantiere spaziale a breve distanza. E Kosmograd-2 aveva bisogno di Rimway per costruire nuove navi, arche da lanciare verso le stelle per fondare nuove colonie, o rifornire quelle già esistenti.

Nessuno ricorda a che punto si verificò la scissione. Che le due comunità fossero divergenti, divenne evidente in breve tempo. La popolazione di Kosmograd-2 aveva tenuto rapporti costanti con il resto della civiltà terrestre, mentre nel suo nuovo ambiente planetario la comunità di Rimway era andata sempre più specializzandosi e aveva acquisito caratteristiche proprie, sviluppando una cultura “marginale”. Nell’affrontare il dilemma della scelta tra isolazionismo e integrazione, le due comunità optarono per soluzioni differenti.

Entro breve gli abitanti di Kosmograd-2 divennero Quelli di Sopra.

E i coloni stanziatisi sul pianeta Quelli di Sotto.

Le due comunità non interruppero i rapporti, ma continuarono ad allontanarsi. Le relazioni si ridussero al minimo indispensabile richiesto per la sussistenza delle rispettive funzioni.

Ma anche la frontiera stava andando incontro a un radicale cambiamento. Man mano che le navi salpavano, colonie sempre più lontane spostavano e ampliavano il fronte della zona di espansione dell’uomo nello spazio. Non passò molto e la posizione di Rimway perse progressivamente tutti i vantaggi che avevano portato i primi esploratori a privilegiarla. Ancora qualche lancio e Rimway si ritrovò tagliata fuori dalle principali rotte commerciali. Le ultime due navi restarono attraccate ai moli per più di un decennio, in attesa di un flusso migratorio dalla Madre Terra che non sarebbe mai arrivato a Kosmograd-2 per riempirle. Gli addetti ai cantieri spaziali rimasero senza lavoro: inutile ormai perseverare nella costruzione di nuove navi, se già le ultime erano rimaste vuote e inutilizzate.

Così s’interruppe anche l’approvvigionamento di materie prime e di semilavorati da Rimway. Con gli ultimi materiali a loro disposizione, i tecnici e gli ingegneri di Kosmograd-2 costruirono un’ultima nave, poi imbarcarono tutta la popolazione sulle tre arche rimaste inutilizzate e partirono per una destinazione comune: forse fecero ritorno alla Madre Terra, oppure andarono a raggiungere qualche nuova colonia sul fronte dell’espansione, o ancora decisero di fondarne una completamente nuova. Comunque non ci interessa. Questa non è la storia di chi decise di partire.

Questa è la storia di chi invece è rimasto.

*

La gente di Rimway rimase. Se rimase intenzionalmente o per costrizione esterna, è una verità che è stata a più riprese plasmata e rettificata in base alle convenienze del momento. Non si parla molto di quel periodo di definitiva separazione, nelle case e nelle piazze di Rimway.

La gente porta avanti le sue occupazioni, oggi come allora. Solo un giorno marca un drastico cambiamento rispetto a quell’epoca, una brusca variazione nella routine che accomuna tutti gli altri giorni dell’anno: è il giorno del solstizio d’inverno, quando il sole rinasce. Allora la gente si ritrova sulla pista ormai abbandonata dello spazioporto. La Bestia attende come sempre al riparo da sguardi indiscreti, sotto il telone, nell’hangar di deposito.

I convenuti stazionano sul piazzale, per lo più soli nell’alba gelida, ognuno raccolto nei propri pensieri, anche quando sembra che inavvertibili increspature nella forza gravitazionale portino qualcuno in prossimità di qualcun altro, a formare capannelli spettrali. I membri della comunità continuano ad affluire alla spicciolata,  gli sguardi continuano a evitarsi accuratamente.

Quando il numero viene raggiunto, la cerimonia ha inizio. Puoi vederli con i tuoi occhi: il telone viene rimosso – il velo alzato. Il cingolato trasportatore si mette in marcia, a una velocità di un passo al secondo o anche meno. Un passo fin troppo lento, sufficiente allo svolgersi della processione di accompagnatori muti e assorti nell’eucaristia del relitto spaziale.

La Bestia esce allo scoperto, lucido profilo di lega metallica temprata per sfidare gli abissi dello spazio, incrostato dalla lunga e imprevista permanenza nell’atmosfera di Rimway. La folla segue il cingolato con il suo carico: l’ultimo vettore sopravvissuto all’era dei collegamenti con Kosmograd-2, l’unico sottratto ai Disordini.

La lunga marcia si snoda lungo il percorso abituale: sono diecimila passi dall’hangar al complesso di lancio e ciascuno dei membri della comunità li conosce a memoria, avendoli percorsi ogni anno a partire dall’anno in cui per la prima volta è stato capace di camminare. Diecimila passi compiuti in silenzio, nell’arco di sei ore, da tutti, senza esclusioni.

Quando il vettore viene posizionato sulla rampa, come ogni volta i tecnici radio cominciano a spazzare le frequenze in cerca del segnale dal centro di controllo dalla stazione spaziale. Dopo mezzogiorno, la luce volge già verso i colori spenti della sera. Il razzo, proteso sulla pista, sembra voler provocare una reazione da parte del cielo dell’inverno. Ma dalle nubi non filtra più il segnale rassicurante di Kosmograd-2, con i codici per il lancio, le coordinate di rotta, il countdown per il decollo.

Quelli di Sopra hanno smesso di trasmettere.

E come ogni anno, da duecento anni a questa parte, i discendenti della colonia si disperdono alla spicciolata. Pochi irriducibili riaccompagneranno la Bestia nella sua tana. Riposizioneranno il telone. Sigilleranno l’hangar. E torneranno alle attività quotidiane, per altri trecentosessantaquattro giorni, in attesa di un nuovo solstizio per celebrare il rito del lancio, al Nuovo Sole. Preparativi che vanno avanti da duecento anni, in fiduciosa attesa del Sole giusto.

*

Hai visto tu stesso, uomo. È quello che succede quando il differenziale tra le velocità di sviluppo supera una soglia minima di correlazione. Oltre questo limite, le civiltà imboccano strade divergenti, traiettorie centrifughe.

Nessuno aveva mai spiegato agli abitanti di Rimway la composizione chimica del combustibile per i diversi stadi del vettore, e la nozione stessa del propellente si è persa nel tempo. Oggi la cerimonia, pur nella fedeltà della liturgia primitiva, benché svuotata della valenza che aveva in origine, è ridotta a una farsa. Un tentativo di evocazione, una supplica per invocare gli dèi perduti di Kosmograd-2 e riattivare le connessioni con una stazione ormai abbandonata, vuota, congelata nel silenzio. Un culto del cargo, condotto da indigeni un tempo a contatto con l’essenza stessa della divinità, e adesso dimenticati su un pianeta alieno, abbandonati a se stessi, condannati a ripetere un rito di cui hanno perso consapevolezza del senso.

Bevi, uomo: è ottimo questo brandy di Wraithworld, il mondo degli spettri. Aiuta a riscaldare la mente e il cuore, in notti come questa, su un pianeta come questo. È un ottimo propellente per l’immaginazione… Bevi, non preoccuparti. Vedrai, i soccorsi non tarderanno. Saranno qui prima che sia fatto giorno.

Guarding_the_Soyuz

[Le immagini provengono dal cosmodromo di Bajkonur e documentano il trasporto dei Sojuz dagli hangar alla rampa di lancio.]

Sul Napolista domenicale trovate l’ultima parte del racconto dedicato alle vicissitudini partenopee della stagione 2034-35. Buona lettura!

IlNapolista_12-10-2014

Il Napolista, web magazine di informazione e analisi politico-calcistica, pubblica oggi la prima parte (di due) di un mio racconto di fantasport, sulla memorabile annata 2034-2035 della SSC Napoli. Per leggerlo cliccate qui sotto. Buon divertimento!

Napolista-8-10-2014

Se ci fosse una categoria dedicata ai ferri del mestiere, questo pezzo meriterebbe di finirci per direttissima. Rubando la formula a Stephen King, potremmo chiamarla toolkit, ovvero “la cassetta degli attrezzi”. Sfortunatamente Holonomikon non è equipaggiato di categorie così specifiche, quindi ho pensato di dirottare il post di oggi nella categoria più generica dedicata alla scrittura connettivista.

Il post è più che altro una segnalazione di questo articolo apparso su io9 qualche tempo fa, in cui Charlie Jane Anders riprendeva la sua esperienza per regalarci qualche consiglio utile nella difficilissima – e rischiosissima – arte di scrivere narrativa breve. In sintesi:

  1. Il world-building deve essere veloce e spietato: descrivere lo scenario senza compiacimento, in maniera precisa e diretta, evitando le divagazioni. Applicazione pratica: prediligere i piccoli riferimenti “obliqui” agli excursus chilometrici.
  2. Il racconto deve convincere il lettore che ci sia un mondo intorno ai personaggi: la profondità dello scenario non deve insomma essere sacrificata, e questo sottolinea l’importanza del punto precedente. Consiglio pratico: mostrare qualcosa che non sia direttamente collegato alle ossessioni dei protagonisti.
  3. Lasciare delle zone inesplorate nella caratterizzazione dei personaggi. Non esagerare, insomma, nei dettagli psicologici o biografici, tralasciando in special modo quelli insignificanti ai fini della storia.
  4. Introdurre il problema appena possibile, ma senza forzare la mano. Salvo rari casi, l’esposizione della prova che dovrà affrontare il protagonista a partire dalla prima frase è da evitare tanto quanto le classiche dieci pagine di inutile tergiversare che contraddistinguono la scrittura di un principiante. Dopotutto il racconto non è un articolo scientifico, e lo storytelling impone delle regole nel coinvolgimento del lettore.
  5. Sperimentare nella forma. La short fiction è una forma narrativa piuttosto flessibile, che si presta bene ai giochi del postmoderno, così come pure a una varietà di altre declinazioni. Senza dimenticare poi che la lunghezza della short story è definita convenzionalmente dalla Science Fiction and Fantasy Writers of America in un massimo di 7.500 parole, ma che la forma breve include anche la cosiddetta flash fiction (meno di 300 o al massimo 1.000 parole), o espressioni ancora più estreme come la sudden fiction dei microracconti o romanzi in sei parole. Altrettanto consigliato per chi scrive racconti è confrontarsi con tecniche narrative diverse. Ne approfitto per includere un link a una risorsa di rete molto utile, un riepilogo dei fondamenti della narratologia.
  6. Pensare oltre il genere. Se il romanzo “contaminato” comincia a essere guardato con sospetto (una triste verità soprattutto per gli editori italiani), ibridazioni tra generi e convenzioni potrebbero avere maggior fortuna nella narrativa breve, che richiede in investimento di fiducia e risorse più… contenuto. Quindi sotto con racconti di fantascienza scritti come se fossero dei film indipendenti (Primer vi dice niente? Donnie Darko?). Se avete qualche dubbio, nei suoi racconti Paul Di Filippo vi mostra come fare. Recuperate qualche antologia uranica o elariana e divertitevi.
  7. Non confondere lo stratagemma con la trama. Lo stratagemma è l’idea e può essere la trovata più originale, brillante, geniale nella storia dell’immaginario. Ma non è il plot. L’idea può essere un ritrovato in grado di stravolgere la vita delle persone. Il plot è come quell’aggeggio stravolge la vita delle persone, e in particolare come la stravolge nella storia che stiamo raccontando. E come si adeguano, o reagiscono, i nostri personaggi.
  8. Evitare la dicotomia trama/personaggi. Ovvero, per dirla come mangiamo, non scadere nelle semplificazioni che portano a contrapporre le storie incentrate sui personaggi e quelle orientate alla trama. Queste sono solo delle ipotesi riduttive rese popolari dai corsi di scrittura creativa. La scrittura è più complessa di così. E la vostra storia merita sicuramente di meglio, che essere incasellata in uno scaffale ideale.

Un “decalogo in otto punti” che tengo buono per i racconti che mi aspettano.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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