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L’anno scorso vi avevo parlato del pilot di una nuova serie prodotta da Amazon Prime e tratta dal celebre romanzo ucronico di Philip K. Dick The Man in the High Castle. Nel frattempo Amazon ha messo in produzione la prima stagione, che ho assorbito in blocco all’inizio del nuovo anno, toccando con mano la scimmia della dipendenza. L’occasione era parlarne sul nuovo numero di Quaderni d’Altri Tempi, che oggi è uscito. E così sopra, insieme alla solita mole di articoli interessantissimi raccolti e/o scritti da Adolfo Fattori, Gennaro Fucile e Roberto Paura, potete trovarci anche la mia recensione. Che inizia così:

La sensazione che si ricava fin dalle primissime immagini di The Man in the High Castle è di profondo straniamento. Chi già conosce il romanzo che valse a Philip K. Dick l’unico Premio Hugo della sua carriera potrebbe credersi pronto per ciò che lo aspetta, eppure la serie coprodotta da Ridley Scott per Amazon Prime riesce ad aprirsi un varco e a sorprendere la sua guardia. A partire dalla sigla, ipnoticamente scandita dalle bobine di un proiettore, un espediente che anticipa il congegno narrativo al cuore della serie; e che viene ripreso già nella prima scena, dove in un’eco della sigla assistiamo alla proiezione di una pellicola di propaganda che culmina in una bandiera a strisce in cui una svastica ha sostituito le stelle nel quadrante blu, mentre tra le poltrone si conclude una consegna che mette in moto gli eventi; la successiva scena, la prima in esterni, ci catapulta per le strade notturne di una New York City profondamente “aliena”, in cui il volto dell’Ur-Führer Hitler campeggia sui cartelloni pubblicitari e i vessilli del Terzo Reich dominano Times Square. È una progressione che insinua nello spettatore un disagio crescente, che è quello che ogni valido racconto di storia alternativa si prefigge di ottenere. E che a Dick riuscì in maniera egregia con il suo romanzo del 1962, pubblicato a più riprese in Italia sia sotto il titolo ormai leggendario de La svastica sul sole che con quello più aderente all’originale de L’uomo nell’alto castello, e che, sebbene preceduto di dieci anni da Sarban con il suo Il richiamo del corno, resta a oggi il termine di paragone insuperato per ogni storia che voglia confrontarsi con l’ipotetica vittoria nazista nella Seconda Guerra Mondiale.

Nel 2015, sulla scorta degli ottimi riscontri raccolti dall’episodio pilota, gli Amazon Studios hanno messo in lavorazione questa stagione da dieci episodi che rappresenta la prima serie tratta dalla produzione di Dick, già ampiamente sfruttata dalle major hollywoodiane. La mente dietro il progetto è di Frank Spotnitz, che vanta all’attivo diverse collaborazioni con Chris Carter, prima come sceneggiatore di X-Files, poi in veste di produttore per Millennium e quindi come ideatore e produttore esecutivo della sfortunata The Lone Gunmen. Sulle orme di Dick, Spotnitz ci sbalza in un’America del Nord che non somiglia nemmeno lontanamente a quella che abbiamo imparato a conoscere attraverso le rappresentazioni artistiche, letterarie e cinetelevisive dell’ultimo mezzo secolo. Siamo nel 1962, la Seconda Guerra Mondiale è finita da quindici anni e il mondo è diviso tra le rispettive sfere d’influenza delle potenze uscite vincitrici dal conflitto, che in questo universo parallelo sono la Germania e il Giappone. Il Terzo Reich ha preso il controllo della costa orientale, mentre l’Impero del Sol Levante ha instaurato un governo fantoccio negli Stati Americani del Pacifico. Tra le due entità si estende una zona neutrale corrispondente agli Stati delle Montagne Rocciose, in larga parte disorganizzati e non soggetti a nessun controllo giuridico, che funge da cuscinetto tra i due blocchi.

Il what if è alla base del filone narrativo dell’ucronia, che giocando con gli sbocchi alternativi degli eventi nodali della storia ne segue gli sviluppi fino alle estreme conseguenze. Cosa sarebbe successo se gli Usa non avessero avuto alla guida Franklin Delano Roosvelt durante la Grande Depressione?

(continua a leggere)

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[Se domani dovessi smettere di scrivere, saprei di avere scritto almeno un racconto di cui essere davvero soddisfatto. Questo racconto è Cenere alla cenere. Ho cercato di ripercorrerne la genesi in questo articolo per Delos SF, un paio d’anni fa, in occasione della sua riedizione sulle pagine di Robot. Il racconto aveva fatto la sua prima apparizione su Carmilla, di Valerio Evangelisti, nel 2010, ed è lì che potete ancora leggerlo. Era la vigilia del trentesimo anniversario della strage di Bologna. Ve lo ripropongo adesso. È il mio personale tributo alla memoria delle vittime e dei sopravvissuti.]

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Sento addosso il peso di ogni singola pietra dell’edificio, mentre sollevo gli occhi al tabellone con gli orari dei treni e il rumore della folla mi avvolge in un turbine confuso. Lettere bianche su sfondo nero sfarfallano componendo il palinsesto dei viaggi e gli altoparlanti annunciano i treni in arrivo e quelli in partenza. Mi lascio guidare dai miei passi nel cono di sole infranto che spiove da un lucernario, raccogliendosi in una pozza luminosa sulle piastrelle del pavimento.

Intorno a me è un amalgama di suoni e rumori, in cui si perdono le voci e le parole. È come se un abisso incolmabile mi separasse dalla folla che mi circonda e questo mi dà un senso di stordimento. Mi chiedo se tra i treni in programma ci sia anche il mio, ma ho smarrito ogni ricordo della destinazione.

Avverto il respiro delle anime imprigionate qui dentro, in una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo come sono concessi alla percezione dei sensi umani. Sento sulla pelle un alito che sospira nella brezza di questa mattina d’estate tutte le parole che non sono state dette, componendo un mantra di saluti spezzati…

Il tempo va in una direzione, la memoria in un altro. Qualcuno una volta ha notato la tendenza della nostra specie a costruire manufatti per vincere il naturale flusso del dimenticare. Questa vocazione risponde a un bisogno originario. È un istinto molto più profondo di quanto siamo portati a credere: l’oblio in cui spesso finiamo per rifugiarci prima o poi rivela la propria natura effimera. Basta un particolare, a volte, per riportare a galla continenti sommersi, segnati dalle cicatrici delle nostre colpe e dei nostri errori.

Riconosco nella folla una camicia dal disegno rosso e bianco, un paio di occhiali da sole. Nelle orecchie esplode il segnale atono di una linea telefonica morta. Mi vedo mezzo addormentato nel riflesso del finestrino, su un treno che corre nella notte. E realizzo di essere nel posto in cui i flussi opposti del tempo e della memoria convergono.

L’Ora Zero è ormai prossima.

Continua a leggere il racconto su Carmilla on line.

Seconda parte del nostro ipotetico panel sulla lavorazione di YouWorld. Ringrazio Lanfranco per essersi prestato al gioco.

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Giovanni

Il nostro racconto è una storia dal gusto molto postmoderno, e già questa è una cosa che non si vede spesso nella scrittura italiana, specie se di genere. In effetti abbiamo saccheggiato a piene mani il nostro immaginario, non solo quello di fantascienza. E alla base, sotto l’epidermide cyberpunk e i tessuti muscolari da social sci-fi, c’è sicuramente un’ossatura pulp. Per certi versi è forse il racconto di fantascienza più tarantiniano che mi sia capitato di leggere.

Lanfranco

Sì, forse è tarantiniano, ma al tempo stesso potremmo dire che è lucasiano o che è un epigono dell’espressionismo tedesco o che è un hard-boiled degli anni trenta. Non riesco ad assegnargli un’etichetta univoca, né una netta preminenza di un elemento sugli altri. Il racconto è una macchina citazionale ai più alti livelli. Anche come colonna sonora, è forse rock in alcune componenti, ma in sottofondo si sente sempre Diamonds Are A Girl’s Best Friend.

Il postmoderno era di fatto obbligato nel momento in cui ci siamo messi a giocare con i materiali. Abbiamo realmente saccheggiato il nostro immaginario, e probabilmente l’immaginario collettivo o la mitologia del ventunesimo secolo, ma penso che i vari elementi si siano amalgamati insieme molto bene. D’altronde è nella premessa della storia: costruire mondi virtuali altamente narrativi in cui gli esseri umani possono interagire con le Entertainment Artificial Intelligences. È ovvio che alcune delle protagoniste e interpreti insieme si siano portate dietro i loro, ma al tempo stesso si sono ritrovate a giocare in scenari a loro completamente estranei perché questo veniva richiesto dalla divinità, l’uomo, che disponeva delle loro sorti. In questo senso non mi pare di trovare qualcosa di artificioso o scarsamente motivato.

Quello che invece penso di poter dire è che risalta un’impostazione molto “visiva” nelle scene che, proprio essendo spesso citazioni da film, si prestano molto a essere girate anziché descritte. Casualmente, oltre alla fantascienza abbiamo trovato delle radici o quanto meno degli amori comuni in molti altri luoghi dell’immaginario.

Giovanni

Io però distinguerei il citazionismo che troviamo a livello di grana fine, nei singoli paragrafi e nelle singole scene, dalla sensibilità che informa il quadro generale e dà forma allo spazio narrativo in cui abbiamo deciso di muoverci. Il binomio di attitudine postmoderna e immaginario cinematografico (ma non solo) ha fatto scattare automaticamente nella mia testa l’associazione con Tarantino. Ma certo, non c’è solo quello.

Inoltre credo che con il regista americano ci sia un punto in comune tutt’altro che trascurabile. Il buon gusto a cui ci siamo attenuti per le nostre scelte di casting!

Lanfranco

Non è molto complicato fare il casting quando pur facendo un film indipendente non ci si deve preoccupare del budget e l’unico problema che hai è quello di scoraggiare con tatto le attrici che sgomitano per essere della partita! E la selezione è stata dura, con nuove assegnazioni di parte e defenestramenti anche all’ultimo momento, malgrado questo ci abbia costretto a buttare qualche metro di materiale già girato.

Giovanni

In principio era Marilyn

1954:  American film star Marilyn Monroe (1926-1962).  (Photo by Baron/Getty Images)

1954: American film star Marilyn Monroe (1926-1962). (Photo by Baron/Getty Images)

Lanfranco

Esatto, se ricordo bene, Marilyn è sempre stata la protagonista sin dalla primissima idea, potremmo dire quasi ancora prima del “fiat lux“. In modo istintivo, da parte mia – “chi è che potendo costruire un mondo virtuale non ci metterebbe dentro Marilyn Monroe?” – ma successivamente l’idea confusa di lei si è rivelata a un secondo e un terzo ragionamento un vero e proprio personaggio a strati: un mito dell’immaginario collettivo, una specie di divinità dei tempi moderni e persino le sue coprotagoniste le riconoscono questo ruolo; un’icona pop tramite Andy Warhol e i fotografi che l’hanno immortalata; una citazione del maestro Ballard; il fatto che la stessa Marilyn fosse un costrutto artificiale e spesso si percepisse come tale, continuamente in uno stato di disequilibrio tra Marilyn e Norma Jean; una persona che ha passato la vita cercando di essere altro, di evolversi tornando a studiare recitazione malgrado il successo e diventando produttrice essa stessa in un momento in cui era una scelta ancora insolita. E tutta la narrazione, come mai mi è capitato, si è avvolta e sagomata intorno al personaggio come fosse un vestito.

Giovanni

Credo che nessuna diva avrebbe potuto assolvere meglio a quel ruolo. Per di più Marilyn ha svolto una funzione trainante nella nostra storia proprio in virtù delle sue caratteristiche, prestandosi a tutta una serie di rimandi e livelli di interpretazione, come giustamente fai notare. Nel nostro gioco metatestuale ci siamo fermati all’incrocio forse più conclamato, con Madonna che da sempre gioca a rifare Marilyn. Ma ancora negli ultimi anni abbiamo avuto casi eclatanti – e più o meno riusciti – di riletture del personaggio da parte di giovanissime colleghe, come per esempio Lindsay Lohan o Michelle Williams. Per non parlare degli scoop o pseudo-tali che la sua figura continua ad alimentare, a mezzo secolo di distanza dalla sua tragica e triste scomparsa. Probabilmente Marilyn si è innestata ormai tanto in profondità nel nostro immaginario da essere imprescindibile: è parte del codice sorgente della nostra realtà, e da lì continua a lanciare istanze, come un virus. O forse un meme…

CALIFORNIA, UNITED STATES - MAY 1953:  Marilyn Monroe on patio outside of her home.  (Photo by Alfred Eisenstaedt/Pix Inc./Time & Life Pictures/Getty Images)

CALIFORNIA, UNITED STATES – MAY 1953: Marilyn Monroe on patio outside of her home. (Photo by Alfred Eisenstaedt/Pix Inc./Time & Life Pictures/Getty Images)

Tornando a YouWorld, ricordi altri casi in cui delle celebrità del mondo dello spettacolo vengono ricreate in forma di costrutti digitali? Così su due piedi, l’unico titolo che mi viene in mente è S1m0ne di Andrew Niccol, che per altro ha lavorato al soggetto e alla sceneggiatura di uno dei film più dickiani e riusciti sul tema delle realtà “simulate”: The Truman Show. In effetti, a pensarci bene, è incredibile quanti punti di contatto ci siano, a livello tematico, tra la nostra storia e quei due titoli. Eppure prima d’ora non ci era mai capitato di parlarne, benché la gestazione della novella sia durata la bellezza di quattro o cinque anni!

Lanfranco

Parlando di corto circuiti anche Nicole Kidman ha fatto un servizio fotografico come Marilyn Monroe (e tacciamo per pietà dell’interpretazione di “Diamonds…” in Moulin Rouge!).

No, come riferimenti non ne abbiamo mai parlato, anche se sono praticamente lì, né abbiamo mai parlato di Matrix, che ovviamente è sotto tutto. Per rispondere alla tua domanda, francamente non me ne viene in mente nessuno, ma questo non significa che non possano esserci stati altri casi, dopo aver letto forse una decina di migliaia di racconti ricordi l’oceano, non le singole gocce d’acqua… Solitamente la ricreazione è fisica mediante clonazione o costruzione, ad esempio se non ricordo male c’è una bambola fatta a immagine di Marilyn in Il Chiosco di Sterling. Anche i cartoni di Dario Tonani sono fin troppo fisici. Parlando di digitale, in modo più terra terra quello che mi viene in mente è una pubblicità di non ricordo cosa “girata” con Audrey Hepburn, utilizzando spezzoni di Colazione da Tiffany, o il film Dead men don’t wear plaid di Carl Reiner che interpola scene di film noir a quelle girate appositamente, mettendo nel casting praticamente tutte le grandi celebrità di Hollywood degli anni 30-40. E naturalmente gli articoli e i documentari secondo cui gli studios sarebbero in realtà già pronti a girare film senza attori. Possiamo considerarli dei punti di partenza verso la costruzione di uno YouWorld? Parlando invece di veri e propri costrutti e di celebrità ma non del mondo dello spettacolo, in Star Trek: Voyager Janeway si intrattiene con Leonardo da Vinci sul ponte ologrammi.

Ecco, l’holodeck di Star Trek è forse la cosa più vicina allo YouWorld che riesco a identificare.

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Giovanni

Bene, sono sicuro che la nostra chiacchierata ha saputo fornire dei validi input ai lettori più curiosi, soprattutto quelli interessati a conoscere i retroscena della scrittura. A questo punto possiamo fermarci, ricordando a tutti che lo spazio dei commenti è aperto alle vostre considerazioni, riflessioni e proposte. Se ci sono altre curiosità, non avete che da formularle e noi saremo felici di rispondervi nonostante le temperature africane di questa torrida estate.

Grazie per essere passati da queste parti e ricordate sempre:

YouWorld è la vostra casa!

Si è perso il conto delle diverse versioni messe a punto per Blade Runner, il film capolavoro di Ridley Scott del 1982, tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick (1968). Wikipedia ne conta sette. La pellicola, oltre che un oggetto di culto per gli appassionati, è diventata ormai un’entità proteiforme: nella testa dell’appassionato le diverse edizioni si mescolano e incrociano, intersecandosi e sovrapponendosi.

Ma per il cultore l’ossessione non è mai abbastanza ripagata, e quindi eccoci qui a rivedere questa versione “apocrifa” del 2007, messa insieme da Charles de Lauzirika, il produttore e documentarista che ha supervisionato la riedizione in DVD e Blu-Ray dei classici di Scott, tra cui anche Alien e Blade Runner. De Lauzirika e il suo team hanno usato solo scene alternative e materiale scartato in sala di montaggio, in gran parte qui visibile per la prima volta. Il risultato è un mediometraggio di 47 minuti che riepiloga e condensa il fascino del film originario, offrendo un’angolazione diversa sulle scene che sono ormai impresse nella nostra memoria.

Ormai da diverso tempo stiamo assistendo a una graduale migrazione delle narrazioni complesse dal cinema alla televisione. Questa transizione, già in atto dalla metà degli anni ’90 (con Babylon 5 di J. Michael Straczynski e I Soprano di David Chase), è divenuta sempre più evidente con gli anni, con serie capaci di ripagarsi di uno sforzo produttivo ormai non inferiore alle produzioni cinematografiche con un riscontro da parte del pubblico a cui spesso – assai più spesso di quanto accada con il grande schermo – si accompagna il plauso della critica: pensiamo a Battlestar Galactica e alle serie di punta della HBO, da The Wire a Game of Thrones, passando per Band of Brothers e True Detective, senza dimenticare l’onorata tradizione britannica in cui la complessità viene spesso declinata sul piano della sperimentazione “linguistica” (il Doctor Who, certamente, ma anche Life on Mars e il suo spinoff Ashes to Ashes, Torchwood: Children of Earth, Sherlock, Red Riding, Black Mirror).

La serie che sta facendo molto parlare in questi giorni non esiste ancora, e questo in un certo modo riflette abbastanza fedelmente la storia a cui si ispira, che ha l’originalità di rappresentare la realtà attraverso un gioco di specchi. Si tratta di The Man in the High Castle, l’adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di Philip K. Dick (noto da noi con il titolo di maggiore impatto di La svastica sul sole), di cui il 15 gennaio è stato rilasciato l’episodio pilota. Non in TV, ma direttamente on-line, visto che la produzione, dopo i tentativi abortiti da parte della BBC e di SyFy, è stata rilevata da Amazon per testare un modello di produzione e distribuzione on-demand che Netflix ha dimostrato essere particolarmente appetibile. Il timone è stato affidato a una squadra capitanata da Frank Spotnitz (già collaboratore di Chris Carter ai tempi di X-Files e poi di Millennium) e Ridley Scott, che così è tornato a cimentarsi con l’immaginario dell’autore alla cui penna dobbiamo quel capolavoro che è Blade Runner (e il link è sottolineato da un origami che fa in tempo a comparire nei minuti finali della puntata). I primi riscontri, tanto in patria quanto in UK e Italia, sono a dir poco entusiastici.

La storia ha inizio nel 1962, in un Nord America diviso in due blocchi: la East Coast è ormai una propaggine del Grande Reich Nazista, mentre gli Stati del Pacifico sono uno stato-fantoccio sotto il controllo dei giapponesi. Tra le due sfere d’influenza si estende la Zona Neutrale delle Montagne Rocciose. Il Fuhrer Adolf Hitler è prossimo a uscire di scena e dallo scontro di potere che s’innescherà per la sua successione potrebbe derivare la più grave minaccia per il mantenimento del difficile equilibrio geopolitico emerso dalla fine della guerra. Mentre a New York il giovane Joe Blake s’infiltra nella Resistenza per sabotarne i piani, a San Francisco Juliana Crain, fidanzata con Frank Frink (che nasconde lontane origini ebree), entra in possesso di una copia di un misterioso film, che le viene consegnata dalla sorellastra poco prima che venga trucidata dagli agenti delle forze di occupazione. La pellicola rivela un esito ben diverso per la Seconda Guerra Mondiale e Juliana ne è a tal punto scossa da decidere di portare a termine l’incarico della sorella, recandosi a Cañon City, nella Zona Neutrale, dove è diretto anche Joe Blake.

La qualità della produzione è testimoniata da tanti piccoli particolari, sia relativi alla scrittura che all’estetica. Spotnitz e Howard Brenton hanno imbastito una storia di spie e cospirazioni, discostandosi in alcuni punti dal testo originale. L’equilibrio di una trama costruita su due linee narrative principali che convergono gli ha dato pienamente ragione. Degna di nota anche la resa visiva, a cominciare dalla sigla raffinata ed accattivante, per arrivare al design retroavveniristico delle cabine telefoniche e degli aerei supersonici. Le strade deserte per il coprifuoco, le insegne della propaganda delle truppe di occupazione e lo squallore opprimente a cui sono costretti i cittadini di un’America sconfitta e prostrata completano il quadro. La scena della pioggia di cenere provocata dai forni di un ospedale è a dir poco sconvolgente nella sua immediata crudezza. Sul principale punto di infedeltà, ovvero il contenuto della pellicola The Grasshopper Lies Heavy (ovvero La cavalletta più non si alzerà, che nel romanzo era in realtà un libro ucronico, opera del misterioso Hawthorne Abendsen, alla cui figura rimanda il titolo), si è già espresso Silvio Sosio e io mi trovo a condividerne totalmente la posizione.

Adesso Amazon potrebbe prendersi fino a un anno di tempo per valutare, sulla base dei riscontri ottenuti da questo pilot, se proseguire nello sforzo e mettere in cantiere un’intera serie. Per quello che dicevo in apertura, mi auguro sinceramente che i responsi non tardino ad arrivare. The Man in the High Castle merita di entrare nel novero delle grandi produzioni televisive di questi anni, il suo potenziale drammatico e visivo ha tutti i requisiti per appassionare lo spettatore.

Dalla settimana scorsa è tornato disponibile sui principali store on-line, in una nuova versione rivista e corretta, l’edizione digitale di Ptaxghu6, romanzo di Sandro Battisti e Marco Milani. Per acquistarlo potete rivolgervi al sito dell’editore o ad Amazon. La sua riedizione è l’occasione per inaugurare una nuova collana della Kipple Officina Libraria: si chiamerà Spin-off e ospiterà contributi scritti da diversi autori che prenderanno in prestito e svilupperanno lo scenario dell’Impero Connettivo ideato da Sandro Battisti. Per maggiori informazioni sul libro – impreziosito da una cover di Ksenja Laginja – e sul progetto vi rimando direttamente alla pagina di presentazione sul blog della Kipple. Intanto vi riporto qui di seguito la mia introduzione.

Ptaxghu6

Non amo ripetermi, ma l’occasione me lo impone: a poco più di due anni di distanza dall’uscita del romanzo Olonomico di Sandro Battisti siamo di fronte a un nuovo evento. Cinque anni dopo la prima edizione per i tipi di Diversa Sintonia, torna infatti disponibile Ptaxghu6, il romanzo che Battisti ha scritto a quattro mani con Marco Milani, altro co-iniziatore del connettivismo.

La loro è una collaborazione letteraria che suggella un’amicizia di lungo corso. I progetti comuni in cui si sono cimentati spaziano dalla fondazione e cura di Next (con il sottoscritto a fare da complice), rivista che si è meritata il Premio Italia nel 2011, alla compilazione di antologie come Avanguardie di un Futuro Oscuro, curata nel 2009 da Battisti e pubblicata da EDS, la casa editrice fondata e diretta da Milani. Mancava un romanzo fino al 2010, quando i due hanno unito le loro forze in questa impresa capace di instillare nuova linfa nel movimento.

Ptaxghu6 è un distillato purissimo di essenza connettivista. Prendete l’Impero Connettivo, l’invenzione di Battisti che riprende in chiave fantascientifica le vicende dell’Impero Romano trasponendole su uno sfondo cosmico, in una operazione post-asimoviana e post-herbertiana da cui scaturisce uno degli affreschi letterari più ambiziosi di questi anni. Aggiungete la sensibilità di Milani per la spiritualità zen e tutto ciò che è invisibile agli occhi e dunque essenziale. Giusto un tocco di ironia a stemperare le ombre più oscure. Una spruzzata di Roger Zelazny e J.G. Ballard e un’altra di Valerio Evangelisti. E servite con del ghiaccio: ecco pronta una bevanda fresca e dissetante per le vostre menti, perfetta come lettura tanto di evasione quanto di riflessione.

Purtroppo sono costretto a sorvolare sugli elementi di maggior pregio del romanzo, essendo inopportuno svelare in una prefazione gli ingranaggi del meccanismo narrativo a cui vi apprestate a consegnarvi. E tuttavia voglio lo stesso spendere due parole sull’idea di costruire una replica della Terra e una variazione sulla storia dei suoi popoli, che a pensarci bene rende omaggio anche allo stesso Philip K. Dick, un autore menzionato di frequente da chi poco o nulla conosce delle sue opere e ancor meno avrà letto di fantascienza. Battisti e Milani sanno invece di cosa parlano e, anche rifuggendo da qualsiasi accostamento diretto, riescono a confezionare uno scenario che avrebbe benissimo potuto essere adottato dal grande e sfortunato autore americano come ambiente di collaudo per una delle sue realtà artificiali.

D’altro canto l’importanza di Ptaxghu6 si spinge al di là del valore letterario – comunque indiscutibile – dell’opera. Si tratta infatti della prima collaborazione a cui si presta l’universo narrativo di Battisti, che nei suoi lavori ha sempre rivendicato quell’attitudine all’apertura tipica degli ambienti di sviluppo open source. E questo romanzo è il primo passo verso la condivisione dell’Impero Connettivo. Gli autori e Kipple Officina Libraria hanno infatti scelto proprio questo titolo per inaugurare un progetto di ampio respiro, il cui decollo è previsto per quest’anno: mettere lo scenario di Battisti a disposizione di altri scrittori, che potranno così cimentarsi con i suoi personaggi e i suoi intrighi, ambientando le proprie storie sullo sfondo dell’Impero retto da Totka_II.

Il mondo che vi attende è disseminato di insidie: ogni realtà del mazzo di sequenze temporali su cui l’Impero estende il proprio dominio è potenzialmente letale per chi non si adegua alla legge del nephilim. Se volete, prendete questo libro come un manuale di sopravvivenza. Spremuto e condensato in un cocktail inebriante di visionarietà terminale e avventura sfrenata.

Giovanni De Matteo

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Giovanni Agnoloni ha sintetizzato per PostPopuli alcune sue riflessioni sull’Altro, che presto confluiranno in un saggio più strutturato sul connettivismo, conducendo una panoramica su Corpi spenti e la serie della psicografia in cui si inserisce. Con l’occasione mi ha rivolto anche alcune domande su argomenti di cui si è molto discusso in rete – anche da queste parti – negli ultimi tempi: i “realisti di una realtà più grande” di Ursula K. Le Guin, il congresso di futurologia e lo stato della fantascienza in Italia. E così l’articolo è diventato una sorta di termometro della situazione. Ve lo consiglio anche per questo.

Eccone un estratto:

In un nostro recente scambio di battute su FB – a seguito del suo articolo uscito su Holonomikon – hai sottolineato come il Connettivismo si fondi sulla sostanziale compresenza (o, eventualmente, sull’alternanza) di generi diversi, fusi però in un’unica sensibilità capace di proiettarsi anche su un orizzonte narrativo mainstream. Si può dire che il movimento stia cercando di evolversi in una direzione che vada oltre certe resistenze “passatiste” della produzione strettamente fantascientifica italiana, che evocavi nel tuo articolo?

Ho sempre creduto che la cosa importante fosse evitare di fossilizzarci. Per restare in ambito fantascientifico, la mia prima grande passione è stato il cyberpunk: dai quindici anni in poi ho cercato di acciuffare qualsiasi cosa fosse stata pubblicata in Italia di riconducibile a questa corrente letteraria. Ho accumulato decine di libri e li ho divorati tutti, leggendoli più e più volte. Ma per mia fortuna, quando ho scoperto il movimento di Gibson e soci, Bruce Sterling ne aveva già certificato la morte da quattro o cinque anni. La scena del crimine, quando sono arrivato io, era già fredda… Così ho potuto spingermi in esplorazione, fuori dal filone, e sai cosa ho trovato? Altre fonti di meraviglia che hanno acceso altre passioni: Philip K. Dick, per cominciare; e poi Samuel R. Delany, J.G. Ballard e gli altri protagonisti della New Wave; e poi Alfred Bester, Fritz Leiber, Frederik Pohl e gli altri padri ispiratori del genere. E, tra gli italiani, Valerio Evangelisti, Vittorio Catani, Vittorio Curtoni, Lino Aldani

Tra gli utenti del fandom di SF attivi in rete, c’è un certo numero di nostalgici che rimpiangono un’età dell’oro perduta: la cara vecchia space opera, le storie semplici e accattivanti di una volta, i protagonisti tutti d’un pezzo, e non so che altro. Non credo che siano la frangia più numerosa del fandom (figuriamoci dell’intero bacino di lettori di fantascienza, di cui il fandom rappresenta solo la punta dell’iceberg), ma di sicuro è la più rumorosa. Scalpita, recrimina, rivendica un ritorno a stagioni della nostra storia che purtroppo per i loro sogni non si ripeteranno mai più. Come non si ripeterà più il decennio del cyberpunk. Ma questo non vuol certo dire che in futuro non ci saranno correnti e filoni altrettanto vitali e interessanti.

Già adesso nel mondo anglosassone si parla di una nuova Golden Age: lo hanno fatto quest’anno gli editori e gli addetti ai lavori riuniti a Londra in occasione della WorldCon. Si guarda con interesse ad altre culture, grazie al fatto che la società americana e quella britannica, di fatto le culle della science fiction, acuiscono sempre di più i loro tratti multietnici. E si guarda con uguale interesse al tema dei diritti civili, che dal femminismo in avanti non ha mai conosciuto battute d’arresto. Solo qui in Italia possiamo trovare gente che si permette di fare la voce grossa guardando al passato, senza che si inneschi un moto di risposta collettivo che riesca a isolare e far risaltare l’insulsaggine di queste pretese.

Con il connettivismo abbiamo messo in piedi un tentativo in questa direzione. E l’idea di cristallizzarci in uno schema imitativo (sia pure di noi stessi) non ci sfiora nemmeno. Quest’anno varchiamo l’orizzonte dei dieci anni. Era una notte di dicembre del 2004, quando quest’oscuro congegno si mise in moto. Chi l’avrebbe detto che dieci anni dopo saremmo stati ancora qui (con Sandro Battisti, Marco Milani e un gruppo sempre più numeroso di amici acquisiti per strada, tutti animati dalla stessa passione) a parlare di fantascienza e a proporre progetti per il futuro?

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Novembre 2014. Non siamo a Los Angeles ma mancano comunque 5 anni al futuro di Blade Runner. Un futuro di spinner capaci di librarsi in cielo per sfuggire al traffico impantanato nei bassifondi, di ESP capaci di navigare nello spazio tridimensionale delle fotografie, di perturbazioni monsoniche su scala planetaria, di tecnologie genetiche a buon mercato e di replicanti. Il futuro immaginato da Ridley Scott (e Hampton Fancher, e David Peoples, e Syd Mead… sulla scorta ovviamente delle visioni del Cacciatore di androidi di Philip K. Dick) è dietro l’angolo e presto busserà alla porta. Un futuro sporco, violento, inquietante, sovrappopolato – laddove, vale la pena notarlo, nel romanzo di Dick era invece desolato e spopolato, per le conseguenze di un olocausto nucleare, e per questo inquietante esattamente per le ragioni opposte. Comunque un futuro in larga misura indesiderabile per chiunque ne prese visione al cinema, nell’anno di distribuzione della pellicola. Ma come è cambiata la nostra percezione di quel futuro nell’arco di questi 32 anni, dal 1982 ad oggi?

Quello di Blade Runner è un futuro monco. Manca della rete, che è pur sempre la maggiore innovazione del secolo scorso, nonché forse la tecnologia di massa più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, almeno nel momento in cui scrivo queste parole, e voi le leggete. Eppure è un futuro che sembra promettere più di quello che abbiamo avuto: le stazioni spaziali, un qualche tecnologia capace di mantenere voli di linea interplanetari (se non proprio interstellari), tra la Terra e le colonie extra-mondo. È un futuro incompleto, parziale, come spesso accade alla fantascienza. Nondimeno è un futuro vivido, efficace, dall’impatto sconvolgente, capace di far presa ancora oggi sull’immaginario dello spettatore.

È tornata alla ribalta proprio in questi giorni la notizia del sequel a cui Scott starebbe lavorando ormai da tempo. Dopo l’entusiastico annuncio della scorsa estate sulla sceneggiatura ultimata da Michael Green e Hampton Fancher, sembrerebbe che Scott, visti i precedenti impegni assunti con Prometheus 2 e The Martian, abbia deciso di abbandonare la cabina di regia per ritagliarsi un ruolo da produttore. Il che non è necessariamente una brutta notizia. Non è ancora noto chi lo sostituirà dietro la macchina da presa, ma si dovrebbe cominciare a girare già il prossimo anno.

L’affresco distopico di Blade Runner ha segnato l’immaginario di un decennio e continua a esercitare la sua influenza ben oltre i confini dell’esperienza del cyberpunk. E forse è il caso di porsi qualche domanda sul perché quel tipo di futuro è tutto sommato ancora oggi così penetrante, pur risultando alterato il messaggio del film. Il tempo è stato di certo galantuomo nei confronti dell’opera di Scott, ma soprattutto perché si è saputo dimostrare particolarmente severo nei confronti del nostro mondo. Il nuovo Blade Runner saprà cogliere lo spirito dei tempi come il suo predecessore?

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In questa realtà, siamo in tanti – decisamente troppi – a svegliarci ogni mattina nella pelle morta di un replicante. Siamo tutti simulacri, prigionieri di un domani che non ci appartiene e che non presenta sbocchi per le nostre aspirazioni, per l’esercizio dei nostri sogni, per l’applicazione della nostra libertà. Viviamo in un incubo, con l’ossessione di un cacciatore di taglie messo sulle nostre tracce per riscuotere il premio del ritiro. E forse ci riuniremo in sala, fra un paio d’anni, per esercitare il rito collettivo della visione del simulacro di un film che parla di noi. Siamo lavori in pelle. E mancano ancora 5 anni al 2019.

Il caso di Interstellar ha innescato un cortocircuito nella mia testa con tutti quei film che ho amato e che a un certo punto presentano l’inserimento di un corpo apparentemente estraneo al linguaggio cinematografico: i versi di una poesia. Citati apertamente, declamati fuori campo, molti sono i casi che la storia del cinema può annoverare (qui trovate un elenco molto istruttivo benché parziale), spesso in opere tutt’altro che aderenti al mainstream, anzi fieramente collegate a un immaginario di genere.

Poi ci sono i classici In Topic, le opere costruite intorno alla poesia: ne è un esempio L’attimo fuggente, non solo per il carpe diem di memoria oraziana, reso popolarissimo proprio dal compianto Robin Williams, ma per tutta la celebrazione della poesia come spazio di rottura con le convenzioni, da Walt Whitman a Henry David Thoreau; e un altro esempio è il visionario Urlo sul processo istruito per oscenità contro Allen Ginsberg, in seguito alla pubblicazione del poema omonimo, caposaldo della cultura beat.

Ma in questo post voglio soffermarmi sulla poesia che si manifesta al cinema come un corpo estraneo, come uno sparo, amplificando in questo modo la potenza del suo impatto con la mente dello spettatore; e come un oscuro congegno, che si rivela necessario alla comprensione dell’opera con la stessa necessità di un orologio alla scansione del tempo. Non sono un critico e lascio volentieri la parola a gente più qualificata di me per approfondire le connessioni (qui ci vorrebbero poeti veri e critici arguti come Alex Logos Tonelli, Ettore Fobo o Ksenja Laginja). Mi limiterò quindi a citare i casi che per primi mi sono sovvenuti alla memoria, elencandoli in maniera compilativa e poco più che cronachistica. Ma invito tutti a contribuire con altri casi a vostro giudizio degni di nota. La discussione è aperta.

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Dylan Thomas / Interstellar (2014)

Do not go gentle into that good night (1951) del poeta gallese Dylan Thomas è l’innesco, la citazione che mi ha fatto pensare a questo post. I suoi versi vengono ripetuti in diverse occasioni dal professor Brand (Michael Caine) e dal dottor Mann (Matt Damon) nell’ultima pellicola di Christopher Nolan, ad accompagnare lo slancio dell’umanità verso le stelle, oltre l’ignoto. Ne riprendo la traduzione di Ariodante Marianni:

Do Not Go Gentle into That Good Night

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rage at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

*

Non andartene docile in quella buona notte

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbe ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.

Benché i saggi infine conoscano che il buio è giusto,
poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni che in preda all’ultima onda
splendide proclamarono le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed esser gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime,
non andartene docile in quella buona notte.
Infuria, infuria contro il morire della luce.

En passant, la poesia era stata anche fonte di ispirazione per George R. R. Martin, che proprio dai suoi versi ha ricavato il titolo del suo romanzo d’esordio Dying of the Light (1977, in italiano La luce morente).

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William Blake / Blade Runner (1982)

William Blake ricorre con almeno due frammenti nel capolavoro firmato nel 1982 da Ridley Scott, magistrale rielaborazione cinematografica del romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick (1968). La battuta declamata da Roy Batty (Rutger Hauer) all’ingresso nel laboratorio genetico di Hannibal Chew (il fornitore di occhi per i Nexus 6 della Tyrell Corporation) è “Avvampando gli angeli caddero; profondo il tuono riempì le loro rive, bruciando con i roghi dell’orco” (in originale: “Fiery the angels fell; deep thunder rolled around their shores; burning with the fires of Orc“). Si tratta di una parafrasi di una strofa del poema di Blake America: A Prophecy (1793):

Fiery the Angels rose, & as they rose deep thunder roll’d
Around their shores: indignant burning with the fires of Orc
And Bostons Angel cried aloud as they flew thro’ the dark night.

Ed è interessante notare come il sorgere degli angeli nelle parole del replicante muti in una caduta, un passaggio a cui sovente la critica si richiama per sottolineare il parallelo di Roy Batty con la figura di Lucifero, e del suo gruppo di replicanti ribelli con le schiere degli angeli caduti.

La seconda citazione dell’anticonformista poeta londinese viene pronunciata anch’essa da Batty, al cospetto del suo creatore Eldon Tyrell e proviene direttamente da The Tyger (1794), una delle sue poesie più celebri (e più citate, anche in sede letteraria e più strettamente fantastica: da Alfred Bester a Ray Bradbury a Audrey Niffenegger), che qui ripropongo nella traduzione di Giuseppe Ungaretti:

The Tyger
Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?
In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare seize the fire?
And what shoulder, and what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? And what dread feet?
What the hammer? What the chain?
In what furnace was thy brain?
What the anvil? What dread grasp
Dare its deadly terrors clasp?
When the stars threw down their spears,
And water’d heaven with their tears:
Did He smile His work to see?
Did He who made the Lamb make thee?
Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

*

La Tigre
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?
Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l’Agnello creò, creò anche te?
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?

Skyfall

Alfred Tennyson / Skyfall (2012)

Di Skyfall, per il momento ultima fatica cinematografica di 007, per la regia di Sam Mendes, abbiamo parlato a profusione, su Fantascienza.com e sul vecchio blog. Gli autori mettono i versi dell’Ulysses (1833) di Lord Alfred Tennyson sulla bocca di M, nel corso dell’udienza davanti al Ministro degli Interni:

Tho’ much is taken, much abides; and tho’
We are not now that strength which in old days
Moved earth and heaven, that which we are, we are;
One equal temper of heroic hearts,
Made weak by time and fate, but strong in will
To strive, to seek, to find, and not to yield.
*
[…]
Noi non siamo più ora la forza che nei giorni lontani
muoveva la terra e il cielo: noi siamo ciò che siamo,
un’uguale tempra di eroici cuori
infiacchiti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà
di combattere, cercare, trovare e non cedere mai.

Invictus

William Ernest Henley / Invictus (2009)

Concludiamo con Invictus, capolavoro di Clint Eastwood capace di fondere epopea sportiva e ricostruzione storica. Il titolo della pellicola è tratto da una poesia dell’inglese William Ernest Henley, a cui Nelson Mandela ricorre durante i duri anni della prigionia, e che vengono proposti per scandire l’impresa sportiva, politica e sociale realizzata da François Pienaar (Matt Damon, ancora lui) e dai suoi Springboks, capaci di unire un paese ancora ferito dopo gli anni dell’apartheid.

Invictus

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

*

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.

Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo d’ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

A proposito di universi simulati, Philip K. Dick aveva già illustrato questo scenario prima che diventasse popolare, e prima che venisse investigato accuratamente nell’ambiente accademico. Intervenendo alla convention francese di fantascienza di Metz del 1977, Dick tenne un celebre discorso che oggi è considerato come una delle principali fonti di ispirazione della trilogia di Matrix dei fratelli Wachowski, ma che all’epoca suscitò non poche perplessità, specie – come si evince dalle registrazioni video dell’intervento – tra i presenti, che pure lo avevano accolto come il più grande scrittore vivente, ma che rimasero inebetiti e increduli davanti alle sue parole:

L’argomento di questo discorso è un tema che è stato scoperto di recente, e che potrebbe non esistere affatto. Potrei essere qui a parlarvi di qualcosa che non esiste nemmeno. Quindi mi sento libero di dire tutto e niente. Nelle mie storie e nei miei romanzi talvolta scrivo di mondi contraffatti. Mondi semi-reali oppure mondi personali sconvolti, abitati spesso da un’unica persona… Non ho mai avuto una spiegazione teorica o consapevole per il mio interesse verso questi pseudo-mondi pluriformi, ma adesso penso di aver capito. Ciò che avvertivo era la molteplicità delle realtà che si sono compiute solo in parte, contigue a quella che evidentemente è la più compiuta – quella su cui conviene, per consenso universale, la maggior parte di noi.

Altre uscite non meno bizzarre non contribuirono di certo ad accrescere presso il grande pubblico la credibilità dell’autore americano, ma leggere oggi i passaggi del suo discorso, alla luce dei progressi compiuti nell’indagine filosofica e nella conoscenza scientifica, lascia altrettanto increduli, e non esattamente per le stesse ragioni:

Alcuni sostengono di ricordare vite precedenti; io sostengo di ricordare una vita presente molto diversa. […] Viviamo in una realtà programmata dai computer, e il solo indizio che abbiamo a riguardo si presenta quando qualche variabile viene modificata e nella nostra realtà si verifica una qualche alterazione. In quel caso avremmo la soverchiante impressione di rivivere il presente – un déjà vu – magari proprio nello stesso modo: sentiamo le stesse parole, diciamo le stesse parole. Sostengo che queste impressioni  siano valide e significative, e vi dirò di più: questa stessa impressione è un indizio che in qualche punto del passato una variabile è stata modificata – riprogrammata com’era in precedenza – e che proprio per questo è scaturito un mondo alternativo.

Ma chi potrebbe avere interesse a simulare il nostro mondo – o, perché no, tutti i mondi possibili?

Esiste un detto tra i futuristi: che un’intelligenza artificiale simil-umana è destinata a essere la nostra ultima invenzione. Dopo di questa, le IA saranno capaci di progettare da sé praticamente qualsiasi cosa – incluse loro stesse. E in questo modo una IA ricorsivamente auto-perfezionante potrebbe diventare una macchina superintelligente.

Il concetto di Singolarità Tecnologica sarà forse noto ai più. Per la legge dei ritorni accelerati, ogni ricaduta di un avanzamento tecnologico produce effetti sempre più ravvicinati nel tempo, e in presenza di una IA già più avanzata della mente umana potremmo assistere a uno scenario di vera e propria esplosione di intelligenza. Per la natura stessa della Singolarità, è arrischiato fare ipotesi sulle sue conseguenze: citando la teoria del caos, gli esiti di un simile evento sono intrinsecamente imprevedibili. Ma possiamo azzardare comunque degli effetti.

L’IA superumana potrebbe avere interessi variegati, che prima o poi potrebbero portarla in conflitto con gli interessi umani. Fuori da ogni metafora, a meno di non accettare di essere già in una simulazione, gli esseri umani sono fatti di atomi che l’IA superumana potrebbe usare per fare qualcos’altro, come ha candidamente ammesso Eliezer Yudkowsky, blogger, fondatore della comunità LessWrong e fautore della cosiddetta “IA gentile”. E se anche fossimo nella simulazione, l’IA superumana simulata non sarebbe, proprio come noi, tenuta ad accorgersene in tempo.

In retrospettiva, mi piace credere che questo sia uno dei rischi per cui le pur potenti IA protagoniste di Neuromante, il romanzo di William Gibson capostipite del cyberpunk e della fantascienza contemporanea (della cui pubblicazione ricorre quest’anno il 30° anniversario), debbano vedersela con i controlli e le severe limitazioni imposte dal Turing Law Code e applicate dalla Polizia di Turing. Fin qui le buone notizie. Le brutte: alla fine le super-IA riescono malgrado tutto comunque a raggiungere il loro scopo.

Superhuman_AI

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