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Abbiamo già cominciato a parlare della nuova stagione di True Detective, la serie di culto creata da Nic Pizzolatto per HBO. Per un bilancio complessivo ci torneremo sicuramente sopra dopo l’ultimo episodio, ma alla terza puntata le prime più che positive impressioni cominciano a sedimentarsi e a formare massa critica. E come abbiamo già fatto la volta scorsa, può essere interessante approfondire alcune suggestioni non necessariamente legate alle indagini di Wayne “Purple” Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff) man mano che le indagini si snodano di puntata in puntata avanti e indietro nel tempo.

Nella prima puntata della terza stagione (The Great War and Modern Memory), per esempio, Hays e West si recano alla locale scuola media di West Finger per ascoltare compagni di scuola e insegnanti dei due bambini scomparsi. Qui gli capita di ascoltare la professoressa Amelia Reardon (Carmen Ejogo) leggere una poesia ai suoi allievi. I versi che si sentono nell’episodio e che Hays ricostruirà nella puntata seguente (Kiss Tomorrow Goodbye) sono questi:

Tell me a story.

In this century, and moment, of mania,
Tell me a story.

Make it a story of great distances, and starlight.

The name of the story will be Time,
But you must not pronounce its name.

Tell me a story of deep delight.

La poesia è appunto intitolata Tell Me a Story e potete leggerla per intero sul sito dell’Academy of American Poets. Fu scritta da Robert Penn Warren (1905-1989), che ai tempi dell’università aderì ai Fuggiaschi, un gruppo di poeti di Nashville fortemente attaccati alle tradizioni del Sud, e fu poi tra i fondatori del New Criticism, che in opposizione alla critica marxista rifiutava qualsiasi lettura storica, biografica e ideologica del testo. Col tempo Warren, che a tutt’oggi è l’unico autore ad aver vinto il Pulitzer sia per la narrativa che per la poesia, avrebbe rivisto le sue posizioni e la sua visione in chiave più liberale.

Nella terza puntata (The Big Never) Hays dimostra di essere ancora stregato da quei versi e, avendo imparato un po’ a conoscerne il carattere, questo interesse non sembra esclusivamente dettato dal parallelo interesse che da subito Hays comincia a nutrire verso Amelia. “Quella poesia che stavi spiegando […] dice che il nome della storia è Tempo, ma non puoi pronunciare il suo nome. Perché?

Forse perché” gli spiega Amelia, “siamo nel tempo e del tempo, ma pronunciare il suo nome… quando lo nomini, ti separi da qualcosa. E credo che voglia dire che siamo imprescindibili dal tempo“. Sembrerebbe quindi che la poesia venga dal periodo più maturo di Warren ed esprima in qualche modo un’autocritica delle sue posizioni giovanili (apparve nella raccolta New and Selected Poems 1923-1985). Hays ci pensa qualche secondo su, poi bofonchia qualcosa, e alla fine dice: “Pensavo che fosse come il nome di Dio. Come gli ebrei che non potevano pronunciare il nome di Dio“, lasciando di stucco la professoressa Reardon.

Poco prima, Amelia aveva chiesto come funzionava ai tempi del suo servizio in Vietnam. Laconico, Hays aveva risposto: “Individui uno schema. Alterazioni, appiattimenti. È lì, devi solo vederlo. Erba calpestata, terreno schiacciato“. Hays è un cercatore di uomini: lo era ai tempi della guerra, quando li cercava per ucciderli; lo è ora che presta servizio nella polizia, sulle tracce di una coppia di bambini scomparsi. E spenderà i successivi trentacinque anni a cercare di individuare lo schema dietro il caso Purcell.

Dallo sviluppo di questo inizio di stagione non sembra affatto lunare ipotizzare l’importanza di quei versi di Warren, richiamati finora in ciascuna delle tre puntate, come chiave di lettura della serie: finché si è calati nella storia, sembra suggerire Pizzolatto, si è una cosa sola con essa e non c’è distinzione tra vittime e carnefici, tra scomparsi, rapitori e investigatori; si è tutti parte della stessa giostra e, finché siamo parte dello spettacolo, possiamo solo coglierne una prospettiva parziale, necessariamente limitata, distorta. Bisogna scendere dalla giostra per poter avere una visione completa dello spettacolo. Ma questo significa non farne più parte, un po’ come il Wayne Hays del 2015, invecchiato, afflitto dai sintomi dell’Alzheimer, che tuttavia non riesce ancora a liberarsi dai fantasmi del passato. La memoria è il filo che tiene insieme gli ultimi pezzi della sua identità e li unisce all’ossessione per quel vecchio caso che ancora lo perseguita. Forse dovrà solo tagliare definitivamente i fili con il caso Purcell, per arrivare finalmente a capire davvero cosa è successo. Ma è disposto a pagarne il prezzo?

Degno di nota è il fatto che i versi di un Fugitive attirino l’attenzione di un ex-recon della Guerra del Vietnam come Purple Hays. Un’altra delle corrispondenze tracciate da Nic Pizzolatto tra i diversi piani del racconto. Se così non fosse, dovremmo ammettere che sia una pura coincidenza anche che una guida all’altopiano di Leng venga ritrovata in una stanza tra i boschi dell’Ozark, dove strani riti spacciati per giochi da bambini sembra abbiano luogo tra le rovine di un monastero preistorico.

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True Detective è tornato e la terza stagione si annuncia dai primi due episodi ricca almeno di punti di contatto con la prima, di cui tutti serbiamo un ricordo indelebile. Gli indizi disseminati sono diversi. Per esempio, nei boschi che circondano West Finger, l’immaginaria cittadina nella contea di Washington che fa da sfondo alla scomparsa di due bambini di dodici e dieci anni, vengono rinvenute delle bambole di paglia dalle fattezze di sposa che ricordano le trappole per uccelli che marchiavano il passaggio del Re Giallo della prima serie. Stessa simbologia occulta, come viene fatto notare a un certo punto da un personaggio menzionando esplicitamente lo scandalo della contea di Franklin:

Sapevi che nelle zone circostanti sono state scoperte cerchie di pedofili con una organizzazione su larga scala, collegate a personalità influenti? Eri a conoscenza dello scandalo Franklin? È stato ipotizzato che le bambole di paglia siano il marchio di un gruppo di pedofili, come la spirale spezzata.

Ma non è tutto. Come mi faceva notare Andrea Bonazzi a ridosso della prima visione, nella cameretta di uno dei due bambini scomparsi i detective incaricati del caso Wayne Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff), entrambi veterani del Vietnam (dove il primo era soprannominato Purple Hays, suppongo in riferimento alla celebre Purple Haze di Jimi Hendrix), scoprono un volume dal titolo piuttosto significativo per un appassionato di letteratura fantastica, specie se declinata secondo le coordinate weird care a un certo H. P. Lovecraft.

Le Foreste di Leng. Nella geografia di Lovecraft, il “gelido altopiano di Leng” fa la sua prima apparizione nel racconto del 1920 Celephaïs, dove viene presentato come la dimora del “grande sacerdote che non bisogna descrivere, colui che porta una maschera di seta gialla e vive da solo in un monastero di pietra preistorico” (nell’impareggiabile traduzione di Giuseppe Lippi, da Tutti i racconti). Due anni più tardi, nel racconto Il segugio, i protagonisti s’imbattono in “un amuleto esotico e dal disegno bizzarro” che riproduce le fattezze stilizzate di “un cane alato che sta per spiccare il balzo, o forse una sfinge dalla faccia canina, […] ricavato con squisita arte orientale da un frammento di giada verde“. Alla base del manufatto, “come il marchio dell’artista, un teschio molto particolare“, in cui riconoscono “lo spaventoso simbolo spirituale dei divoratori di cadaveri, il cui culto è praticato in Asia centrale, sull’altopiano di Leng“.

L’effigie non può non richiamare tutta la simbologia delle spirali spezzate (“crooked spirals“) che ricorre nella prima stagione, e che come abbiamo visto sopra viene esplicitamente richiamata nella terza.

Allo stesso modo in cui Leng non può non evocare Carcosa, la figura del grande sacerdote (“high-priest“) sembra trasporre l’ombra del Re Giallo che incombeva sulle indagini di Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) e i due adulti vestiti da fantasmi di cui in un altro passaggio della seconda puntata di questa nuova stagione si parla potrebbero essere i suoi emissari. Per approfondire questi aspetti, rimando a una pagina Reddit ricca di riflessioni interessanti. Una più di tutte: quando fa la sua apparizione ne La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (1926-27), il protagonista Randolph Carter, alter ego di Lovecraft, a un certo punto giunge “nel più spaventoso e leggendario di tutti i luoghi, il monastero preistorico dove vive da solo il sacerdote che non bisogna descrivere, colui che indossa la maschera di seta gialla e prega gli Altri Dei e il caos strisciante Nyarlathotep“. E Nyarlathotep, non serve ricordarlo, è la miglior rappresentazione del caos che irrompe nella quotidianità, ghermendo gli sventurati che gli capitano a tiro per trascinarli negli abissi della follia.

È presto per dire se come la prima stagione anche questa virerà verso gli orizzonti soprannaturali dell’orrore cosmico, ma intanto due puntate sono sufficienti per individuare almeno tre possibili sovrapposizioni con lo schema narrativo delle indagini di Cohle e Hart che nel 2014 imposero True Detective come la serie rivelazione della stagione:

  1. prima di tutto, l’ambientazione nella provincia profonda, con il recupero delle atmosfere tipiche del Southern Gothic (lì era la Luisiana dei bayou, qui siamo nell’altopiano di Ozark, nell’Arkansas nordoccidentale) in contrapposizione alla California metropolitana che faceva da sfondo alla seconda stagione;
  2. in seconda battuta, la struttura temporale: l’intreccio ancora una volta si snoda in tre diversi momenti storici: nel 1980, con la scomparsa dei due bambini che mette in moto il meccanismo narrativo; nel 1990, con un tentativo di riapertura del caso; nel 2015, con lo sforzo di riannodare i fili del passato sul filo della memoria (mentre Hays comincia a fare i conti con la perdita irreversibile dei suoi ricordi);
  3. e poi, con la coppia di investigatori diversi come il giorno e la notte, chiamati a mettere insieme i rispettivi punti di forza (acume e ostinazione) contro le macchinazioni politiche dei loro superiori per venire a capo del caso.

Senza dubbio per Nic Pizzolatto è un ritorno a una formula di successo. E in attesa di vedere se il pessimismo che pervade la visione del mondo di Hays e West si tradurrà in qualcosa di più weird, possiamo anticipare che un ulteriore sicuro punto di contatto tra la prima e la terza stagione è il ruolo che i personaggi attribuiscono al sogno, centrale in tutto Lovecraft e in particolare proprio nella ricerca onirica di Carter. Se nella prima stagione Cohle confidava al collega: «I don’t sleep. I just dream», qui il padre dei due bambini scomparsi, Tom Purcell (Scoot McNairy), chiede agli investigatori: «Are we going to find Julie or what? ‘Cause I can’t live through this man. Neither of us can. If we’re not going to find her I just need to know now. I can’t go to sleep. And I can’t wake up.»

Più ancora di quanto non sia stato il Vietnam, il caso Purcell diventa il nuovo spartiacque nella vita di Purple Hays, ma anche di tutte le persone che ha intorno. Ci sarà un prima e un dopo la scomparsa dei due bambini, e niente sarà più lo stesso. Prendendo in prestito le parole di Thomas Ligotti:

Nell’universo religioso, l’inferno si sostanzia come luogo destinato agli altri, non come il destino riservato a coloro che l’hanno inventato. Ma in senso figurato, ciascuno di noi è condannato a inventare il proprio inferno. E dopo aver preso residenza in un pozzo, cerchiamo compagni con i quali dolerci: soci nel dolore, nostri pari condannati per i medesimi errori o abbagli, che siano intenzionali o meno.

 

La gestazione di Karma City Blues è stata lunga: tra una revisione e una riscrittura e un’altra revisione – e così via per quattro o cinque volte – ci sono voluti oltre dieci anni tra mettere giù la prima parola e arrivare alla sua pubblicazione. Ho voluto raccontare i retroscena del making of in una nota pubblicata in appendice all’e-book, quindi non mi soffermerò oltre su quali sono stati i passaggi che il romanzo ha dovuto attraversare. Voglio però spendere due parole su una bizzarra corrispondenza di cui mi sono accorto solo dopo aver dato alle stampe il romanzo.

Ho iniziato a scrivere KCB subito dopo aver pubblicato Sezione π², per potermi cimentare di nuovo con il mondo che avevo costruito senza il peso dei suoi personaggi, quasi come banco di prova prima di passare a lavorare a un seguito vero e proprio. Dieci anni sono curiosamente gli anni che intercorrono tra la pubblicazione dei due titoli e anche tra le storie che raccontano. Sezione π² aveva infatti luogo nell’arco di un paio di settimane nel novembre del 2059, mentre è il 23 marzo 2069 quando Rico Del Nero si risveglia sotto l’identità di copertura di Lorenzo Roi. “Time is a flat circle“, rubando la battuta a Rustin Cohle. Non possiamo farci niente, e neanche Rico Del Nero, che cercherà di riannodare i fili spezzati otto anni prima per portare a galla una verità sepolta nel suo passato, scomoda soprattutto per lui.

Dieci anni non trascorrono invano. Sono più di un quarto degli anni che mi porto sulle spalle e quasi due terzi del tempo trascorso da quando ho cominciato a misurarmi seriamente con la scrittura. Quindi sicuramente KCB contiene un bel po’ di trucchi del mestiere appresi nel frattempo, che ai tempi del mio romanzo d’esordio non potevo nemmeno immaginare. Ma racchiude anche la maggiore esperienza accumulata come lettore (secondo le statistiche del mio profilo Anobii, corrispondono in effetti a 470 tra libri e fumetti), come spettatore (qui non ho cifre precise, ma dodici anni fa guardavo pochissime serie TV, mentre ormai la mia dieta da spettatore è monopolizzata dalla narrazione seriale), come essere umano (nel 2007 ero entrato da poco più di un anno nel mondo del lavoro).

E dieci anni non trascorrono invano nemmeno per il mondo. Se nel 2008, l’anno della prima stesura di KCB, gli USA eleggevano Barack Obama loro 44esimo presidente, non credo serva ricordare i tanti capricci che ci siamo presi il lusso di toglierci nel frattempo come specie e come civiltà. Ma lasciando da parte la visione politica, pensiamo a cosa è cambiato in questi dieci anni per provare a immaginare cosa potrebbe cambiare nei prossimi quaranta che ci separano dal 2059, e ancor più – secondo la legge dei ritorni acceleranti – nei successivi dieci fino al 2069. Banalmente, se tra Sezione π² e Corpi spenti intercorrono circa diciotto mesi, il futuro di KCB non poteva che essere molto più diverso da quello di Corpi spenti di quanto quest’ultimo non fosse dal futuro di Sezione π².

In particolare, da diversi anni le proiezioni di crescita concordano nel dipingere uno spostamento del baricentro economico del pianeta dall’Atlantico all’Asia. Uno studio dell’OCSE di pochi anni fa, analizzato qui abbastanza nel dettaglio, prevede la contrazione della quota di PIL mondiale per i paesi membri dell’organizzazione dal 65% del 2011 al 42% del 2060, mentre contestualmente Cina e India da sole saliranno dal 24% al 46%. E mentre l’economia cinese tenderà a consolidarsi, assumendo le caratteristiche di economie mature come quelle occidentali e cominciando a mostrare gli stessi segni di indebolimento (inclusa la transizione verso un ageing society), l’India già nel prossimo decennio segnerà il sorpasso demografico sulla Cina e continuerà a crescere a ritmi vertiginosi fino a sopravanzare la dimensione stessa del mercato USA.

La crescita degli altri BRICS, dell’Indonesia e del Messico metterà nell’angolo le economie occidentali, in particolare l’UE, che perderà progressivamente terreno rispetto ai paesi emergenti. Lo scenario di decadenza già delineato nei precedenti due romanzi, non poteva che venire esasperato in KCB. Ma mentre in Sezione π² e Corpi spenti lo scenario globale, per quanto non trascurato, rimaneva sempre piuttosto relegato sullo sfondo, in Karma City Blues la geopolitica guadagna un ruolo centrale, non solo con i difficili equilibri tra USA, Russia, Cina e India, ma anche con i crescenti interessi delle potenze mondiali in Africa.

In un altro post parleremo del contesto tecnologico del romanzo.

Dopo anni di semi-clandestinità, Thomas Ligotti ha finalmente guadagnato l’attenzione che gli editori italiani non sembravano disposti a riconoscergli. Scrittore di racconti, nell’arco della sua carriera Ligotti ha saputo esplorare gli abissi oscuri dell’animo umano e gli angoli in penombra del nostro mondo, senza mai discostarsi dalla vocazione per la narrativa breve. La sua produzione annovera centocinquanta racconti, che spaziano dal quadretto d’ambiente (il sogno, i cambiamenti e la condizione umana sono tra i suoi soggetti preferiti, spesso allegoricamente rappresentati nell’atmosfera sospesa e nella malinconia nebbiosa dei panorami autunnali o dell’imbrunire) alle soglie del romanzo breve (My Work Is Not Yet Done, che presta il nome all’omonima raccolta di storie di “corporate horror”, 2002), passando per le riflessioni letterarie di veri e propri saggi sulla scrittura di genere.

In seguito alla pubblicazione de I canti di un sognatore morto (Songs of a Dead Dreamer, 1985) nel 2007 a opera della Perseo Libri, per anni Ligotti è sembrato nuovamente uscire dai radar dell’editoria italiana. Poi nel 2014 il successo mondiale di True Detective ha acceso nuovamente i riflettori sulla sua opera. Insieme a marcati risvolti weird la serie-culto di HBO creata da Nic Pizzolatto presenta anche inconfondibili richiami alla filosofia nichilista e al pessimismo cosmico del Nostro. Così, mentre in America Penguin Classics ne decretava il definitivo sdoganamento critico con una prestigiosa edizione in volume unico delle sue prime due antologie (Songs of a Dead Dreamer and Grimscribe, 2015), in Italia alla sua produzione veniva data ampia visibilità prima da Elara Libri, che raccogliendo il testimone della Perseo dava alle stampe anche Lo scriba macabro (Grimscribe: His Lives and Works, 1991); e poi da Il Saggiatore, con l’antologia Teatro Grottesco (originariamente apparsa in inglese nel 2006) e successivamente con il famoso saggio La cospirazione contro la razza umana (The Conspiracy against the Human Race, 2010).

Nottuario prosegue quest’opera di diffusione. Pubblicata nel 1994 (Noctuary il titolo originale), è la terza raccolta e rappresenta in una certa misura un anello di raccordo tra le prime storie e quelle più recenti, denotate da una prosa sempre precisa e forbita, ma più fluida e cristallina nonostante la ricchezza di dettagli e sfumature che da sempre è il marchio di fabbrica dell’autore di Detroit.

Un orrore sempre più profondo

Sia chiaro: questi racconti macabri e grotteschi, che spesso si addentrano nelle spire della follia ben oltre i confini dell’incubo, pongono delle autentiche sfide ai lettori. Vivono di vita propria, animati da una coscienza malevola decisa a non lasciarsi domare, proprio come le ombre che si muovono al crepuscolo e scivolano intorno ai personaggi, avvolgendoli pagina dopo pagina. E pagina dopo pagina s’incollano addosso al lettore, aderiscono alla sua mente, giocano con la sua memoria in una proliferazione di echi che si propagano da un racconto all’altro.

Con le ombre e i rimandi, si moltiplicano anche gli interrogativi: ogni racconto è un rompicapo, un enigma che innesca domande che richiamano altre domande, in una cascata di dubbi senza fine che non risparmia niente: la vera natura del mondo che ci ospita, il senso delle strutture sociali, il ruolo dell’umanità in tutto questo.

[Continua a leggere su Quaderni d’Altri Tempi.]

Halloween si avvicina e – come promesso – venerdì scorso Netflix ha messo on-line la seconda, attesissima stagione di Stranger Things. Quale occasione migliore quindi per inframezzare al binge watching in cui vi sarete già calati con alcune riflessioni sparse sulla prima stagione? Quindi, ecco i miei 2 cent sulla serie rivelazione del 2016. Se vi interessa, proseguite; ma se non l’avete ancora vista, lo fate a vostro rischio e pericolo.

Come ormai sanno anche i sassi, Stranger Things è una serie ipercitazionista, che pesca a piene mani dai nostri anni ’80 (ma anche i primi ’90, come anche dalla fine dei ’70): serie TV (Gli acchiappamostri, Twin Peaks e ovviamente X-Files), cinema (I Goonies, E.T., La Cosa, Alien), letteratura (Stephen King su tutti, al punto che il font stesso dei titoli di apertura è una citazione esplicita del carattere usato sulle copertine dei primi libri del Re di Bangor). Ma il bacino degli influssi culturali è molto più ampio e abbraccia Tolkien, Star Wars, i giochi di ruolo (Dungeon & Dragons), i fumetti. Per molti versi mi è sembrata un’operazione nata nello stesso spirito di Super 8 (e, a proposito, è abbastanza facile smascherare anche i punti di contatto con Fringe), ma rispetto alla pellicola di J. J. Abrams, che prendeva una deriva abbastanza inconcludente già verso la sua metà, la serie di Matt e Ross Duffer migliora sulla distanza e rivela una certa specifica, innegabile genuinità.

Interessante l’uso delle musiche, che mescola abilmente partiture originali ricalcate sulle sigle elettroniche di quegli anni (e a proposito, bello il sapore retrò che già avevamo assaggiato con gli analoghi esperimenti delle puntate ’80s di Fringe), hit degli anni ’80 e musiche successive, anche di molto (pensiamo a When It’s Cold I’d Like to Die di Moby, anno di grazia 1995, peraltro già usata a chiusura di quello che forse è il mini-arco narrativo interno più bello dei Soprano: la seconda vita da banale rappresentante vagheggiata da Tony Soprano mentre si trova intubato in fin di vita all’inizio della sesta stagione).

Nel complesso, se tematicamente Stranger Things conserva un’affinità tutt’altro che superficiale con Super 8, esteticamente somiglia molto di più a Donnie Darko, anche per alcune frecciatine politiche buttate lì quasi per caso ma efficaci come non mai (l’insuperabile “È il nostro governo… Sono dalla nostra parte…” probabilmente le batte tutte).

Tutto e solo oro splendente, dunque? Forse c’era qualcosa che andava sviluppato meglio o almeno approfondito. Nella fattispecie il legame tra Eleven (El, resa nel doppiaggio italiano come “Undi“, tanto per urlare vendetta… altro che Hodor!) e quelle che potremmo definire portali o interfacce di carne, la cui origine non è ben spiegata. Così come non è giustificata la presenza nel Sottosopra (concetto per il resto sviluppato in maniera magistrale e reso visivamente benissimo) di un unico Mostro (ma magari la seconda stagione risponderà anche a questo). Una soluzione un po’ arbitraria di cui andava se non altro resa ragione allo spettatore.

L’entourage coagulatosi su Reddit intorno al fantomatico MHE ha smentito solertemente ogni contatto tra la serie Netflix e i racconti delle flesh interfaces (anche in italiano) che hanno catalizzato le attenzioni della rete un paio di primavere fa. Se molti degli spunti comuni (gli esperimenti umani, il progetto MKUltra, la deprivazione sensoriale, l’uso degli allucinogeni, etc.) in effetti sono elementi ormai confluiti nella cultura popolare, divulgati anche nelle opere di King a cui Stranger Things dichiaratamente si ispira, un po’ sospetti restano non una, non due, ma ben tre diverse peculiarità:

  1. la visualizzazione organica dei portali;
  2. l’uso dei bambini per esplorare ciò che c’è al di là (il Sottosopra della serie Netflix);
  3. la tempistica (la serie di racconti creepypasta di MHE è stata portata a termine solo qualche settimana prima dell’esordio di Stranger Things).

Non so – sa distanza di oltre un anno sono ancora dubbioso ed evito di prendere una posizione a riguardo – se pure in questo caso tre indizi bastano a mettere insieme una prova. A ognuno le sue opinioni. Io mi ci sono divertito. E per di più la soddisfazione è andata crescendo man mano che gli episodi scorrevano. E questa forse è un’esperienza che non provavo dalla prima serie di True Detective.

Una delle critiche che più di frequente viene mossa all’agenda transumanista è la sua negazione delle radici umaniste della nostra società. Se da un lato il malinteso tende ad essere alimentato dalle posizioni delle frange superomiste dei vari network locali afferenti alla World Transhumanist Association – Humanity+, dall’altro è incontestabile che il transumanesimo, inteso come filosofia, attitudine e sensibilità, attinga invece a piene mani al complesso di valori e caratteristiche proprie dell’umanesimo. Senza farla troppo lunga e assumendomi il rischio della semplificazione, il principio stesso alla base dell’umanesimo rinascimentale, ovvero la valorizzazione della dignità umana attraverso la conoscenza, il sapere e gli strumenti della tecnica, si riversa nel transumanesimo attraverso i capitoli-chiave dell’Illuminismo e del Positivismo.

L’idea del transumanesimo che personalmente sposo è quella di riportare l’umanità al centro dell’universo, proprio come ai tempi del Rinascimento, ma nella consapevolezza morale che l’umanità non è un’idea scolpita nella pietra, ma un sistema dinamico di valori, in corso di cambiamento continuo. L’uomo di domani non sarà come l’uomo di ieri, che non è come l’uomo di oggi. E, scusate se mi ripeto, sono convinto che dovremmo fin da subito prendere a considerare in termini più ampi e inclusivi concetti come l’identità, la coscienza e, in ultima istanza, l’umanità. Se e quando riusciremo a sviluppare costrutti artificiali di intelligenza, esseri biologicamente modificati, impianti neurali capaci di accrescere le nostre facoltà cognitive, la necessità di modificare il perimetro delle convinzioni attuali, derivate da una stratificazione millenaria di accettazione pseudo-dogmatica, diventerà improcrastinabile. Per indole preferisco gestire il rischio per tempo, piuttosto che doverne affrontare le conseguenze rinunciando a una preparazione adeguata -tanto più quando, come in questo caso, quello che potremmo definire come rischio esistenziale resta circoscritto al campo di una sottoipotesi di una ipotesi.

Il postumanesimo non è nient’altro che l’aspirazione di determinare consapevolmente il proprio futuro, come individui e come specie, usando gli strumenti che ci sono dati, che sono quelli della scienza e della tecnologia, e riconoscendo l’estensione dei diritti validi per l’uomo ad ogni entità senziente.

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Fin dalla primissima visione ho provato un’affinità istintiva con le tematiche e i personaggi di True Detective (la celebratissima serie di Nic Pizzolatto prodotta dalla HBO, di cui è in preparazione proprio in questi mesi la seconda stagione). Questa riflessione del sociologo Adolfo Fattori, apparsa sull’ultimo numero di Quaderni d’Altri Tempi, mi ha spinto ad approfondire le ragioni e i motivi di questa fascinazione. Che in realtà potrebbe avere radici più razionali di quanto finora sono stato disposto a considerare, solo ben nascoste dalle spire dell’irrazionale che avvolgono tutta l’opera. A proposito di Rustin “Rust” Cohle, il detective disincantato e nichilista ispirato alla visione del mondo di Thomas Ligotti e interpretato da Matthew McConaughey, Fattori scrive:

Nichilismo puro. Forse uno dei primi esempi di eroe del postumanesimo – prima dei replicanti, degli androidi, dei cloni, cui a volte pensiamo quando usiamo il termine “postumano”, alla ricerca di oggetti che lo riempiano, senza fermarci ad una progressione quantitativa (protesi e mutazioni che aumentano le capacità umane), ma pensando ad uno strappo qualitativo: qualcosa che cambia in noi, umani fatti di sangue, carne, emozioni, affetti.

Potremmo quindi interpretare il personaggio di Rust, scomodo, inquietante, estraneo – addirittura alieno – al consesso umano, non come il classico antieroe a cui tanta letteratura e tanto cinema ci hanno abituati, ma come il prototipo di una nuova classe di eroi, adatto a una sensibilità postumanista. E in effetti, a ben guardare, di inizi a favore di questa ipotesi ne possiamo raccogliere un certo numero.

Rust è un nichilista, anzi come si definisce lui stesso un “pessimista cosmico”, che non riconosce nessuna autorità al di fuori del concetto ideale di giustizia. Porta con sé il dolore della perdita prematura di una figlia che ha mandato in frantumi la sua vita privata. Ha subito delle lesioni permanenti nel corso di un precedente incarico da infiltrato in un clan di motociclisti narcotrafficanti, che lo ha reso schiavo delle anfetamine. «Io non dormo. Sogno e basta» confida a Marty Hart / Woody Harrelson. E le sue parole fanno il paio con queste altre che scambia con Marty in un altro dialogo così efficace e denso, assolutamente improponibile in un confronto televisivo (eppure…):

Rust Cohle: «Sono dell’idea che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso nell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Noi siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo le leggi della natura. Siamo solo delle cose che si sforzano sotto l’illusione di avere una coscienza, questo incremento delle esperienze sensoriali e della nostra sensibilità, programmata con la completa assicurazione che ognuno di noi è una persona a se’ stante quando, in realtà, ognuno di noi è nessuno. Penso che l’unica cosa onorevole da fare per le specie come la nostra sia rifiutare come siamo fatti. E smettere di riprodurci, procedendo tutti insieme verso l’estinzione. Un’ultima notte nella quale fratelli e sorelle si liberano da un trattamento iniquo».
Marty Hart: «Ma allora… che senso ha alzarsi dal letto, di mattina?».
Rust Cohle: «Mi convinco di essere un testimone, ma la vera risposta è che sono fatto così. Inoltre, non ho la tempra necessaria per suicidarmi».

Rust si vede dunque come un testimone, eppure lui è uno che non dorme. Che sogna e basta, al punto che le visioni oniriche si sovrappongono ai fatti, si mescolano alla realtà, e diventano un tutt’uno, come nella sigla d’apertura scandita dalle note di Far From Any Road del gruppo country alternativo The Handsome Family. Il suo è un vagabondare nelle Terre del Sogno che altri esseri umani scambiano per realtà. Vi ricorda qualcosa?

Rust Cohle: «Nell’eternità, priva di tempo, nulla può crescere. Nulla può divenire. Nulla cambia. Perciò la Morte ha creato il Tempo affinchè facesse crescere tutto ciò che poi lei avrebbe ucciso. Ed ecco che tutte le creature rinascono. Ma solo per rivivere la stessa vita che si è vissuta in precedenza. Pensateci un po’, detective. Quante volte abbiamo già avuto questa conversazione? Chi può dirlo? Se nessuno può ricordare le proprie vite precedenti nessuno può cambiare la propria vita. Ed è questo il terribile ed oscuro segreto della vita stessa. Siamo in trappola. Confinati in quell’incubo nel quale continuiamo a destarci».

O ancora:

Rust Cohle: «Questo è quello di cui parlo quando parlo di tempo e morte e futilità. Ci sono idee più ampie al lavoro soprattutto quello che ci spetta in quanto società per le nostre reciproche illusioni. Quattordici ore di fila a guardare foto di cadaveri queste sono le cose a cui pensi. L’avete mai fatto? Guardi nei loro occhi anche in una foto. Non importa se sono morte o vive. Puoi comunque leggerli e sai cosa vedi? Loro l’hanno accolto. Non subito ma… proprio li’, nell’ultimo istante. E’ un sollievo inconfondibile. Vedete, perchè erano spaventate e ora vedono per la prima volta quanto era facile semplicemente lasciarsi andare ed hanno visto, in quell’ultimo nanosecondo, hanno visto cosa erano state, che tu, proprio tu, tutto questo grande dramma non è mai stato altro che un coacervo raffazzonato di presunzione e stupida volontà e puoi semplicemente lasciarti andare, finalmente, adesso che non devi più aggrapparti così forte… per renderti conto che…tutta la tua vita, sai, tutto il tuo amore, il tuo odio, i tuoi ricordi, il tuo…dolore… era tutto la stessa cosa. Era tutto lo stesso sogno, un sogno che hai avuto dentro una stanza chiusa. Un sogno sull’essere una persona. E come in tanti sogni, c’è un mostro, alla fine».

Rust è refrattario all’irrazionale, alla fede, alla superstizione e all’oscurantismo che dilagano nel Bayou ( «E questa qui sarebbe vita? Persone che si radunano e si raccontano panzane che sono in aperto contrasto con tutte le leggi dell’universo solo per finire una cazzo di giornata in santa pace? No. Sarebbe questa la realtà in cui vivete voi, Marty?»). Compatisce gli altri uomini che non hanno la forza per resistere ai soprusi dell’autorità, alla violenza o anche solo al retaggio delle convenzioni imposte dalla società. Un personaggio contro, in tutto e per tutto. Ma alla fine, messo di fronte alla prova di un nuovo dolore, sopravvissuto alla morte confida a Marty: «A un certo punto quando ero immerso nell’oscurità, so che qualcosa… Qualunque cosa fossi diventato…Non era neanche coscienza, più una indistinta consapevolezza, nell’oscurità. E potevo, potevo sentire i miei contorni… sbiadire. Al di sotto di quella oscurità ce n’era un’altra di tipo diverso, era più profonda. Calda come fattasi sostanza, capisci? Riuscivo a sentire… E sapevo, sapevo per certo che mia figlia mi stava aspettando laggiù».

Non esattamente una redenzione, però Rust, dopo aver trascorso 17 anni ad affrontare la realtà a muso duro, sfidando tutti e resistendo a qualsiasi potere attrattivo da parte degli altri, nei minuti finali della serie torna. Con qualcosa da raccontare. Non lo fa controvoglia, come ha sempre fatto con le sue esternazioni nel corso delle indagini. Lo fa di sua iniziativa:

Rust Cohle: «Una volta non c’era che oscurità. Per come la vedo io, è la luce che sta vincendo».

Qualcuno potrebbe volerci leggere una chiave religiosa. Per me non è così. Credo invece che Rusty da testimone si sia infine convinto a diventare attore, abbracciando la sfida all’irrazionalità del mondo. Non si fa più carico di un dolore e di un pessimismo senza argini, ma piuttosto di un messaggio. E questo messaggio dalle parole si trasferisce nelle azioni, e per tramite loro si cala nel mondo. C’è qualcosa da fare, finalmente, non solo da criticare. Questa è la mia interpretazione.

Forse le parole finali di Cohle non sono abbastanza da arrivare a una pronuncia definitiva. Ma per me risultano più che sufficienti a indirizzare un sospetto.

True_Detective_03

Se l’universo pullula di vita, dove si sono cacciati tutti? Se lo chiedeva già Enrico Fermi, formulando quello che sarebbe divenuto uno dei paradossi più popolari del secolo scorso, benché forse apocrifo. E qualche anno dopo Frank Drake  provava a sistematizzare il problema ricorrendo all’eleganza della matematica. Sullo strano silenzio che sembra regnare nel nostro cielo si è a lungo discusso e si è scritto molto. Sono state formulate numerose ipotesi e scritti ottimi libri, non ultimo il testo di Paul Davies che non mi stancherò mai di citare. Ne abbiamo parlato.

Cosmic_Loneliness

Ma adesso dalle colonne di io9 George Dvorsky lancia una provocazione. Suggerisce di considerare l’ipotesi a cui nessuno vuole credere. E allora consideriamola anche noi. Riflettiamoci un momento. Eccola: forse, se non abbiamo ancora intercettato segnali di attività da parte di civiltà extraterrestri, non è perché i nostri vicini cosmici si stiano nascondendo. Forse non è in atto nessun piano di elusione della comunità galattica nei confronti degli arretrati/potenzialmente-pericolosi/insignificanti/accidentalmente-dannosi/noiosi abitanti della Terra. Forse, se finora non abbiamo trovato tra le stelle tracce di vita intelligente e tecnologicamente progredita, è semplicemente perché lì fuori non c’è nessuno. Perché siamo soli. Punto.

Siamo l’eccezione. E questa è la consapevolezza terminale, l’ultima verità che dobbiamo accettare.

Magari c’è vita, là fuori, ma non è vita senziente. Forse, per citare Rustin Cohle (e Thomas Ligotti), “human consciousness is a tragic misstep in evolution“. Siamo solo un errore di programmazione. Un passo falso nel cammino dell’evoluzione.

Oppure c’è vita là fuori, e come noi si è appena sollevata dal fango in cui finora ha strisciato e sta muovendo i primi passi sulla scala dell’evoluzione tecnologica. E come noi ha i millenni contati per originare una civiltà tecnologicamente avanzate (ATC), prima di essere spazzata via dal prossimo cataclisma cosmico in forma di gamma-ray burst. Magari, uno scarto tecnologico di qualche secolo ci separa dai nostri vicini, che resteranno invisibili ai nostri tentativi di rilevamento solo per l’intervallo necessario a colmare questo gap.

Oppure spingiamoci oltre. Consideriamo pure l’ipotesi più estrema di tutte. Il terzo tipo di solitudine: là fuori non c’è niente ad aspettarci. Niente.

Perché tutto ciò che interessa a chi sta facendo girare questo universo è confinato qui sulla Terra, o comunque è da qui che prende origine. E non è detto che il demiurgo di questa realtà sia necessariamente un’entità maligna. Il nostro potrebbe essere sì un universo simulato, ma avere comunque uno scopo ben definito. Uno scopo che obbliga i suoi costruttori a simulare con la massima risoluzione solo una minima parte del vero universo, mentre per il resto possono limitarsi a un’approssimazione e risparmiare potenza di calcolo. E allora ecco che lo spazio al di là dei confini del sistema solare, al di fuori della nostra portata, si riduce a un ologramma vuoto e silenzioso, mosso solo dall’applicazione delle leggi fisiche di base. Nessun personaggio in attesa, là fuori. Nemmeno l’ombra di qualche NPC

Il gioco è tutto per noi e ci tocca giocare la nostra partita da soli. A voi la prossima mossa.

To realize that all your life—you know, all your love, all your hate, all your memory, all your pain—it was all the same thing. It was all the same dream. A dream that you had inside a locked room. A dream about being a person. And like a lot of dreams there’s a monster at the end of it.

True Detective, created by Nic Pizzolatto (HBO, 2014)

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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