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Il momento clou della puntata finale dell’ultima stagione di Game of Thrones viene toccato, secondo me, in una scena di minor pathos rispetto alla scena che sarà rimasta impressa nella mente di tutti o quasi, ma di importanza perfino maggiore nell’economia narrativa dell’episodio e dell’intera serie. Inevitabili, di qui in avanti, gli spoiler, quindi proseguite oltre solo nel caso aveste già visto la puntata (o non foste particolarmente sensibili alle anticipazioni, anche di un certo rilievo).

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Siamo entrati da alcune settimane in quel mood un po’ nostalgico che fin dalle estati della nostra giovinezza si accompagna alla fine delle esperienze in cui abbiamo a lungo investito in termini emotivi. Non è una questione facilmente riducibile in termini quantitativi: per quanto possano sembrare tante in termini assoluti, una ottantina di ore spese a guardare una serie TV o una saga cinematografica finiscono per essere molto diluite quando vengono spalmate su un arco temporale di una decina di anni, ma questo non ne riduce affatto l’impatto qualitativo, perché tra un episodio e il successivo, tra una stagione o una fase e quella che ci aspetta, abbiamo speso una quantità non facilmente misurabile di tempo a farci domande e a parlarne con altri appassionati (o potenziali appassionati tra cui fare proseliti), che ha inevitabilmente contribuito ad aumentare le nostre aspettative e con esse il nostro investimento in quel particolare universo narrativo.

Il nostro mood mentre la fine si avvicina… [Lyanna Mormont (Bella Ramsey) in Game of Thrones, courtesy of HBO]

Dopotutto, non credo che sia un’esagerazione affermare che siamo le storie di cui ci nutriamo. Quindi, mentre portiamo avanti la discussione sulle conclusioni di quelli che sono probabilmente i due fenomeni culturali di proporzioni più vaste di quest’ultimo decennio, mi sono inevitabilmente ritrovato a riflettere sui momenti tristemente noti come finali. Sia su Game of Thrones che sul Marvel Cinematic Universe si è ineluttabilmente pronunciato Emanuele Manco, tra i maggiori esperti italiani di entrambi, e sebbene condivida il suo giudizio solo in parte (e più sul primo che sul secondo) vi rimando alle sue disamine dell’episodio 3 dell’ottava stagione di Game of Thrones e di Avengers: Endgame senza dilungarmi oltre. In ogni caso sono stati dei bei viaggi e, come per tutti i viaggi, forse non è così importante quello che troviamo alla fine rispetto a tutto quello che abbiamo avuto modo di apprezzare e imparare nel frattempo, anche (e forse soprattutto) su noi stessi.

Il nostro mood quando una storia finisce… [Marvel Studios’ AVENGERS: ENDGAME: Rocket (voiced by Bradley Cooper) and Nebula (Karen Gillan). Photo: Film Frame ©Marvel Studios 2019]

Però prendendo spunto da questa stagione di grandi e attesi finali, più o meno epici, più o meno riusciti, ho pensato di proporvi una lista, ispirata anche da questo montaggio di CineFix, e quindi, fatta questa doverosa premessa per scaldare i motori, eccoci a parlare di cinque finali su cui ancora oggi, a distanza di anni e in alcuni casi di decenni, continuiamo ancora a parlare, su cui continuiamo a fare ipotesi, costruire castelli teorici e alimentare un dibattito che contribuisce a prolungare la vita delle opere stesse ben oltre i confini temporali della loro fruizione (il che è un po’ la missione di ogni fandom che si rispetti). Sentitevi liberi di aggiungere le vostre considerazioni (e altre graditissime segnalazioni) nei commenti.

E adesso partiamo.

5. 2001: Odissea nello spazio (regia Stanley Kubrick, tratto da un racconto di Arthur C. Clarke, 1968)

Il film che ha consacrato la dimensione leggendaria di un regista già di culto come Stanley Kubrick. L’astronauta David Bowman (Keir Dullea) raggiunge l’orbita di Giove, destinazione della missione Discovery di cui è l’unico membro sopravvissuto, oltrepassa la soglia del monolito che è l’obiettivo della spedizione e si ritrova a esplorare una dimensione interiore, uno spazio psichico e psichedelico. Negli anni della New Wave (il seminale articolo di J. G. Ballard Which Way to Inner Space? apparve sulla rivista New Worlds nel 1962), ecco la prima e più incisiva rappresentazione visiva della rivoluzione concettuale che stava vivendo l’immaginario non solo di genere, proprio mentre l’uomo si apprestava a sbarcare sulla Luna e davvero il futuro era lì a portata di mano. Proprio come Ballard, anche Kubrick e, abbastanza sorprendentemente, il veterano Clarke suggeriscono che le vere frontiere dell’esplorazione non ci attendono lì fuori, ma sono sepolte dentro di noi, e l’ignoto spazio profondo non fa che avvicinarci a questo inner space, sbattendoci in faccia la sua intrinseca inconoscibilità. Se non conosciamo bene noi stessi (chi siamo? da dove veniamo?) come possiamo pretendere di capire ciò che ci attende alla fine del cammino (dove stiamo volando?)? Cosa è diventato Bowman, alla fine del suo viaggio oltre l’infinito? Quali implicazioni avrà la sua metamorfosi per il futuro della Terra e dell’umanità? Per affinità e assonanze, aggiungiamo non solo per dovere di cronaca che questa menzione non può che tirarsi dietro, come spesso accade quando si cita Kubrick in ambito sci-fi, anche Andrej Tarkovskij e i suoi altrettanto fondamentali Solaris (1972, tratto dal romanzo omonimo di Stanisław Lem) e Stalker (1979, tratto dal romanzo dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij Picnic sul ciglio della strada).

4. Blade Runner (regia di Ridley Scott, tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick, 1982)

Più umano dell’umano, è lo slogan che demarca il target delle nuove linee di replicanti messi a punto dalla Tyrell Corporation per assistere il programma coloniale extra-mondo. E i Nexus 6 in fuga dalle colonie spaziali, sbarcati sulla Terra per ottenere un prolungamento delle loro vite artificialmente limitate a una durata di soli quattro anni, sono davvero indistinguibili dagli esseri umani di cui sono la copia, se non per il fatto di vantare una resistenza e una forza fisica perfino superiori. Il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford), richiamato in servizio dall’LAPD per un’ultima missione, riuscirà fortunosamente ad avere la meglio e portare a casa la pelle, anche grazie al provvidenziale ripensamento del leader dei replicanti ribelli Roy Batty (Rutger Hauer). Tornato a casa, deciderà di lasciare la città con l’ultimo replicante, un esemplare fuori serie che lo stesso creatore non ha esitato a definire “speciale” (Rachael Rosen, interpretata da Sean Young). Alla fine gli interrogativi lasciati aperti dalla pellicola, anche per via di un refuso di sceneggiatura (che menziona sei replicanti ribelli, mentre quelli effettivamente presenti o citati nel prosieguo della pellicola sono solo cinque) e poi attraverso i successivi editing di Ridley Scott (con montaggi alternativi che hanno incluso nuove scene, rimosso il finale e la voce fuori campo e apportato altri aggiustamenti minori), vertono tanto sulla figura del cacciatore di taglie (Deckard stesso è un umano o il replicante mancante?) quanto dell’androide che porta in salvo (cos’è che rende davvero speciale Rachael?). Dopo la vasta letteratura di seguiti ufficiali partoriti da K. W. Jeter, a entrambi gli interrogativi prova a dare una risposta con esiti decisamente più convincenti il sequel cinematografico diretto da Denis Villeneuve nel 2017, Blade Runner 2049, che tuttavia lascia aperti ulteriori spazi di indagine e di speculazioni sulle colonie extra-mondo e sul vero ruolo dei replicanti nei piani del magnate Niander Wallace (Jared Leto).

3. C’era una volta in America (regia di Sergio Leone, tratto dal romanzo The Hoods di Harry Grey, 1984)

Un film su cui si sono spese forse altrettante pagine di congetture da rivaleggiare con 2001. L’ultima impresa di Sergio Leone, a cui richiese uno sforzo produttivo durato tredici anni (e dieci mesi di riprese in USA, Canada, Francia e Italia) e che pose di fatto fine alla sua carriera. Allo stesso tempo, è il coronamento dell’opera di un autore straordinario, forse unico nel panorama della cultura italiana del ‘900 per l’influenza che è stato in grado di esercitare sulla cinematografia mondiale (e non solo nel western o nel cinema stesso: pensiamo anche alla fantascienza e ai debiti letterari riconosciuti da autori del calibro di William Gibson), la migliore conclusione possibile per la seconda trilogia di Leone (dopo quella del dollaro, quella del tempo). Un omaggio anche all’immaginario americano, con gli Stati Uniti rappresentati per quel generatore di miti che in effetti sono stati, il motore dell’immaginario del ‘900.  “Una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria”, come ha scritto Morando Morandini nel suo Dizionario, ma anche “un sogno di sogni”, in cui “la memoria del singolo tende a dissolversi in quella di un intero paese” (come ha scritto invece Gian Piero Brunetta nel suo Cent’anni di cinema italiano). E un noir su cui, disorientati dal sofisticato meccanismo narrativo che combina caoticamente analessi e prolessi, non siamo ancora stati capaci di decidere se la storia che stiamo guardando sia frutto di una rievocazione o di una proiezione immaginaria. Ma alla fine, è davvero così importante sapere se Noodles (Robert De Niro) vivrà (ha vissuto) o no quei famosi trentacinque anni che gli sono stati rubati dal suo socio di un tempo Max (James Woods)? In che modo un furto di tempo e di vita può risultare diverso dall’altro? I fumi dell’oppio non aiutano a fare chiarezza, ma continuano ad alimentare l’incanto di una pellicola che c’incolla allo schermo con la densità stilistica compressa in ogni singolo fotogramma.

2. Inception (scritto e diretto da Christopher Nolan, 2010)

Da un sogno di sogni a un altro, Inception è il film che probabilmente ha alimentato le discussioni più lunghe in quest’ultimo decennio, generando una quantità di infografiche esplicative che hanno cercato di districarne l’intreccio (forse l’unico film a poter rivaleggiare in questo con Primer di Shane Carruth). Tra il secondo e il terzo capitolo della trilogia dedicata al Cavaliere Oscuro, Christopher Nolan torna a coltivare il suo amore per le architetture narrative sofisticate e chiude il decennio della sua consacrazione autoriale così come lo aveva iniziato nel 2000 con Memento. Il film è un sogno ricorsivo che deve molto anche alla letteratura di fantascienza (non ultimo Roger Zelazny), ma con quel tocco personale che rende inconfondibili i film del regista londinese. Dominic Cobb (Leonardo Di Caprio) è un ladro psichico capace di estrarre segreti preziosi dalla mente dei suoi bersagli, ma un giorno viene arruolato da Mr. Saito (Ken Watanabe) per tentare un’operazione inedita: innestare un’idea nella testa dell’erede dell’impero finanziario con cui è in competizione. Per portare a termine l’impresa, Cobb progetta un meccanismo di sogni condivisi annidati a più livelli di profondità e arruola una squadra di professionisti, ma la missione lo pone davanti a ostacoli sempre maggiori, non ultimo l’interferenza del ricordo della defunta moglie Mal (Marion Cotillard). L’unico modo che hanno i sognatori per distinguere tra la realtà e il sogno è affidandosi a un totem, che nel caso di Cobb è una trottola metallica: in un sogno, non essendo soggetta alle leggi fisiche della gravità, contrariamente a quanto accade nel mondo reale la trottola è destinata a girare all’infinito. Quando alla fine Cobb riesce a tornare dai suoi figli, ricompensa per la buona riuscita dell’incarico, vuole avere la certezza che non sia ancora intrappolato nel limbo in cui è dovuto addentrarsi per salvare Mr. Saito, ma quando abbraccia i bambini la trottola sta ancora girando. Cobb si è davvero svegliato dal sogno o è ancora intrappolato nel limbo?

1. True Detective (ideato da Nic Pizzolatto, 3 stagioni, 2014 – in produzione)

Serie antologica della HBO, True Detective ha esordito nel 2014 con una stagione memorabile che si è indelebilmente impressa nella nostra memoria di spettatori grazie alle interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e a una scrittura fortemente debitrice delle suggestioni horror e delle vertigini cosmiche dei maestri del weird, da Robert W. Chambers e H. P. Lovecraft fino a Thomas Ligotti. Una seconda stagione un po’ sottotono e incapace di tener fede alle altissime aspettative sembrava averla condannata al limbo delle produzioni cinetelevisive, ma nel 2018 una terza stagione (forte delle interpretazioni di Mahershala Ali, Stephen Dorff e Carmen Ejogo) si è dimostrata capace di rinverdire i fasti degli esordi (ne abbiamo parlato diffusamente anche su queste pagine). Come la prima stagione, anche quest’ultima ha uno dei suoi punti di forza nell’atteso twist finale e in entrambi i casi le implicazioni sottese alle scelte di sceneggiatura e regia hanno innescato una ridda di ipotesi e suggestioni. Cosa vede davvero Rustin Cohle pugnalato a morte dal Re Giallo? E Wayne “Purple” Hays riconosce o no Julie Purcell nella madre a cui riesce a risalire dopo decenni di indagini e solo ora che le sue facoltà cognitive sono irrimediabilmente compromesse dall’Alzheimer? Cos’è la giungla in cui si ritrova a vagare nella notte, come ai tempi delle sue missioni in Vietnam come recog? Un finale in grado di richiamare altri grandi classici della recente serialità televisiva, non ultimo la popolare Life on Mars prodotta dalla BBC, i cui enigmi sono poi stati sciolti nella successiva Ashes to Ashes.

Invitato da Matteo Berardini a dire la mia sulla terza stagione di True Detective per Point Blank, rivista online di critica cinematogrfica, sono felice di proporvi i miei due centesimi sulla creatura di Nic Pizzolatto. Potete leggermi qui e vi lascio con i versi di Delmore Schwartz che aprono questo magnifico finale di stagione, capaci di distillare alla perfezione lo spirito della serie.

What will become of you and me
(This is the school in which we learn …)
Besides the photo and the memory?
(… that time is the fire in which we burn.)

Cosa rimarrà di me e te
A parte le foto e i ricordi?
Questa è la scuola in cui impariamo,
quel tempo è il fuoco in cui bruciamo.

What is the self amid this blaze?
What am I now that I was then
Which I shall suffer and act again,
[…]
The children shouting are bright as they run
(This is the school in which they learn …)

Qual è il sé in mezzo a questo incendio?
Cosa sono ora che ero anche allora?
Per cosa dovrei soffrire e agire ancora?
[…]
Le urla dei bambini sono gioiose mentre corrono
Questa è la scuola in cui imparano

What am I now that I was then?
May memory restore again and again
The smallest color of the smallest day:
Time is the school in which we learn,
Time is the fire in which we burn.

Cosa sono ora che ero anche allora?
I ricordi si rinnovano ancora e ancora.
Il colore più leggero del giorno più breve:
Il tempo è la scuola in cui impariamo,
Il tempo è il fuoco in cui bruciamo.

Delmore Schwartz, Calmly We Walk through This April’s Day

 

Ci stiamo avvicinando al finale di questa terza stagione di True Detective, di cui abbiamo già parlato in un paio di occasioni (più esattamente qui e qui), e quindi quale momento migliore per tirare le somme in attesa che i fili di una trama sempre più ingarbugliata vengano sciolti? Ripartendo dai post precedenti, possiamo innanzitutto scrivere che le tracce di weird disseminate nelle prime tre puntate, con i richiami alle terribili cosmogonie di H. P. Lovecraft e, indirettamente, di Robert W. Chambers, si sono finora rivelate come poco più che specchietti per le allodole, alimentando una ridda di speculazioni (comprese le mie) il cui clamore si è andato stemperando puntata dopo puntata.

Con questo, non voglio certo dire che Nic Pizzolatto abbia ricondotto la storia nei binari di un’apparente convenzionalità, perché non è così. In fondo, anche la seconda stagione si ritagliava i suoi momenti di derive surreali, soprattutto – proprio – nel suo episodio finale, senza tuttavia riuscire davvero a tener fede alle aspettative, altissime dopo una prima stagione che di fatto ha segnato uno spartiacque nella moderna serialità televisiva.

Apro e chiudo una parentesi: non è che la seconda stagione non mi sia del tutto piaciuta, credo abbia avuto dei momenti davvero buoni, come per esempio il primo episodio, con un titolo dai chiari echi burroughsiani (The Western Book of the Dead) e due degli episodi centrali (Other Lives e Church in Ruins, rispettivamente quinto e sesto) capaci di regalare più di qualche brivido agli amanti della suspense; il problema è che le premesse, un mystery ambientato nel sistema dei trasporti della California del sud che presto rivelava una serie tale di connessioni da approdare a una cospirazione più vasta di una semplice manovra speculativa, venivano poi messe da parte, anche a causa della moltiplicazione di filoni narrativi e sottotrame, sacrificando le potenzialità della trama e dell’intreccio (in una parola sola, della storia) alle aspirazioni dei personaggi (che con alcune rare eccezioni si dimostravano tutti sprovvisti di un’agenda o anche solo di uno spessore tali da giustificare l’attaccamento o l’empatia dello spettatore). Nel finale era evidente lo sforzo di un colpo di reni, che tuttavia non riusciva a rimettere in carreggiata uno show ormai alla deriva, che aveva perso nel frattempo tutti i richiami alla sontuosa tradizione della crime fiction californiana, che abbraccia – non dimentichiamolo – nomi del calibro di Raymond Chandler, Dashiell Hammett e James Ellroy (giungendo fino a Don Winslow).

Questa deriva sembra fortunatamente scongiurata nella terza stagione: il ritorno alla formula collaudata della prima serie, con la sua alternanza di piani temporali, la destrutturazione dell’indagine che allestisce anche narrativamente il rompicapo di una verità da ricostruire, la rappresentazione di un mosaico da ricomporre a partire dalle singole tessere sparpagliate sul pavimento della memoria, permettono a Pizzolatto di giocare su un terreno conosciuto e sicuro. Al punto che anche le occasionali incursioni nello spazio onirico e nei territori del soprannaturale, pur con picchi da brivido, sono sembrate funzionali a quell’espediente narrativo, portando in scena i fantasmi del passato che tornano a perseguitare i protagonisti.

La testa di Wayne Hays (Mahershala Ali) è una casa infestata, l’ossessione per il caso Purcell che ha condizionato tutta la sua esistenza non lo ha mai lasciato davvero, nemmeno ora che l’Alzheimer insidia le sue ultime certezze, anni dopo le apparenti soluzioni di comodo e la scomparsa della moglie (Carmen Ejogo), che pure era riuscita a penetrare la cortina di fumo che avvolgeva la scomparsa dei due bambini meglio di lui e del collega Roland West (Stephen Dorff). Quello che finora lascia appagati è comunque l’impressione di aver assistito, come nel caso della prima serie, a una storia che ci stava raccontando in realtà tutt’altro, facendoci credere di essere a fuoco su una cosa (la scomparsa misteriosa e inspiegabile di due bambini in una zona rurale dell’Arkansas) mentre parlava di quell’altra cosa (i rapporti di forza, la lotta di classe, la speculazione del capitalismo ai danni delle fasce più deboli della società).

Gli Ozark stessi, che fanno da sfondo a questa storia, assumono un rilievo simbolico: avremmo potuto essere nella Rust Belt o in un qualsiasi posto del sud, ma la scelta ci riporta al cuore di tenebra degli Stati Uniti, trascendendo la specificità locale per assumere una vocazione più universale, soprattutto negli anni del risentimento che ci ritroviamo nostro malgrado a vivere.

Particolarmente rappresentativo a questo riguardo è uno scambio tra i due detective nel sesto episodio (Hunters in the Dark):

Roland West: «È assurdo, vero? Come è morta velocemente questa città?»

Wayne Hays: «Non è morta. È stata assassinata.»

Una lezione che viene ribadita da Wayne poco più avanti, nel corso della sua intervista a una giornalista che sta cercando di fare chiarezza sugli aspetti più oscuri delle indagini di venticinque anni prima.

«… le considerazioni che ti fa fare questo lavoro sono terribili. […] Ma queste sono solo congetture, che conducono a quelle che definiamo proiezioni. Distorcono ciò che vedi e offuscano la verità.»

Vedremo domani sera (stanotte i più fortunati o coraggiosi di noi) quanto ci siamo lasciati distrarre, lasciando che la verità che avevamo sotto gli occhi venisse offuscata da qualcuno, per i suoi biechi scopi.

Abbiamo già cominciato a parlare della nuova stagione di True Detective, la serie di culto creata da Nic Pizzolatto per HBO. Per un bilancio complessivo ci torneremo sicuramente sopra dopo l’ultimo episodio, ma alla terza puntata le prime più che positive impressioni cominciano a sedimentarsi e a formare massa critica. E come abbiamo già fatto la volta scorsa, può essere interessante approfondire alcune suggestioni non necessariamente legate alle indagini di Wayne “Purple” Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff) man mano che le indagini si snodano di puntata in puntata avanti e indietro nel tempo.

Nella prima puntata della terza stagione (The Great War and Modern Memory), per esempio, Hays e West si recano alla locale scuola media di West Finger per ascoltare compagni di scuola e insegnanti dei due bambini scomparsi. Qui gli capita di ascoltare la professoressa Amelia Reardon (Carmen Ejogo) leggere una poesia ai suoi allievi. I versi che si sentono nell’episodio e che Hays ricostruirà nella puntata seguente (Kiss Tomorrow Goodbye) sono questi:

Tell me a story.

In this century, and moment, of mania,
Tell me a story.

Make it a story of great distances, and starlight.

The name of the story will be Time,
But you must not pronounce its name.

Tell me a story of deep delight.

La poesia è appunto intitolata Tell Me a Story e potete leggerla per intero sul sito dell’Academy of American Poets. Fu scritta da Robert Penn Warren (1905-1989), che ai tempi dell’università aderì ai Fuggiaschi, un gruppo di poeti di Nashville fortemente attaccati alle tradizioni del Sud, e fu poi tra i fondatori del New Criticism, che in opposizione alla critica marxista rifiutava qualsiasi lettura storica, biografica e ideologica del testo. Col tempo Warren, che a tutt’oggi è l’unico autore ad aver vinto il Pulitzer sia per la narrativa che per la poesia, avrebbe rivisto le sue posizioni e la sua visione in chiave più liberale.

Nella terza puntata (The Big Never) Hays dimostra di essere ancora stregato da quei versi e, avendo imparato un po’ a conoscerne il carattere, questo interesse non sembra esclusivamente dettato dal parallelo interesse che da subito Hays comincia a nutrire verso Amelia. “Quella poesia che stavi spiegando […] dice che il nome della storia è Tempo, ma non puoi pronunciare il suo nome. Perché?

Forse perché” gli spiega Amelia, “siamo nel tempo e del tempo, ma pronunciare il suo nome… quando lo nomini, ti separi da qualcosa. E credo che voglia dire che siamo imprescindibili dal tempo“. Sembrerebbe quindi che la poesia venga dal periodo più maturo di Warren ed esprima in qualche modo un’autocritica delle sue posizioni giovanili (apparve nella raccolta New and Selected Poems 1923-1985). Hays ci pensa qualche secondo su, poi bofonchia qualcosa, e alla fine dice: “Pensavo che fosse come il nome di Dio. Come gli ebrei che non potevano pronunciare il nome di Dio“, lasciando di stucco la professoressa Reardon.

Poco prima, Amelia aveva chiesto come funzionava ai tempi del suo servizio in Vietnam. Laconico, Hays aveva risposto: “Individui uno schema. Alterazioni, appiattimenti. È lì, devi solo vederlo. Erba calpestata, terreno schiacciato“. Hays è un cercatore di uomini: lo era ai tempi della guerra, quando li cercava per ucciderli; lo è ora che presta servizio nella polizia, sulle tracce di una coppia di bambini scomparsi. E spenderà i successivi trentacinque anni a cercare di individuare lo schema dietro il caso Purcell.

Dallo sviluppo di questo inizio di stagione non sembra affatto lunare ipotizzare l’importanza di quei versi di Warren, richiamati finora in ciascuna delle tre puntate, come chiave di lettura della serie: finché si è calati nella storia, sembra suggerire Pizzolatto, si è una cosa sola con essa e non c’è distinzione tra vittime e carnefici, tra scomparsi, rapitori e investigatori; si è tutti parte della stessa giostra e, finché siamo parte dello spettacolo, possiamo solo coglierne una prospettiva parziale, necessariamente limitata, distorta. Bisogna scendere dalla giostra per poter avere una visione completa dello spettacolo. Ma questo significa non farne più parte, un po’ come il Wayne Hays del 2015, invecchiato, afflitto dai sintomi dell’Alzheimer, che tuttavia non riesce ancora a liberarsi dai fantasmi del passato. La memoria è il filo che tiene insieme gli ultimi pezzi della sua identità e li unisce all’ossessione per quel vecchio caso che ancora lo perseguita. Forse dovrà solo tagliare definitivamente i fili con il caso Purcell, per arrivare finalmente a capire davvero cosa è successo. Ma è disposto a pagarne il prezzo?

Degno di nota è il fatto che i versi di un Fugitive attirino l’attenzione di un ex-recon della Guerra del Vietnam come Purple Hays. Un’altra delle corrispondenze tracciate da Nic Pizzolatto tra i diversi piani del racconto. Se così non fosse, dovremmo ammettere che sia una pura coincidenza anche che una guida all’altopiano di Leng venga ritrovata in una stanza tra i boschi dell’Ozark, dove strani riti spacciati per giochi da bambini sembra abbiano luogo tra le rovine di un monastero preistorico.

True Detective è tornato e la terza stagione si annuncia dai primi due episodi ricca almeno di punti di contatto con la prima, di cui tutti serbiamo un ricordo indelebile. Gli indizi disseminati sono diversi. Per esempio, nei boschi che circondano West Finger, l’immaginaria cittadina nella contea di Washington che fa da sfondo alla scomparsa di due bambini di dodici e dieci anni, vengono rinvenute delle bambole di paglia dalle fattezze di sposa che ricordano le trappole per uccelli che marchiavano il passaggio del Re Giallo della prima serie. Stessa simbologia occulta, come viene fatto notare a un certo punto da un personaggio menzionando esplicitamente lo scandalo della contea di Franklin:

Sapevi che nelle zone circostanti sono state scoperte cerchie di pedofili con una organizzazione su larga scala, collegate a personalità influenti? Eri a conoscenza dello scandalo Franklin? È stato ipotizzato che le bambole di paglia siano il marchio di un gruppo di pedofili, come la spirale spezzata.

Ma non è tutto. Come mi faceva notare Andrea Bonazzi a ridosso della prima visione, nella cameretta di uno dei due bambini scomparsi i detective incaricati del caso Wayne Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff), entrambi veterani del Vietnam (dove il primo era soprannominato Purple Hays, suppongo in riferimento alla celebre Purple Haze di Jimi Hendrix), scoprono un volume dal titolo piuttosto significativo per un appassionato di letteratura fantastica, specie se declinata secondo le coordinate weird care a un certo H. P. Lovecraft.

Le Foreste di Leng. Nella geografia di Lovecraft, il “gelido altopiano di Leng” fa la sua prima apparizione nel racconto del 1920 Celephaïs, dove viene presentato come la dimora del “grande sacerdote che non bisogna descrivere, colui che porta una maschera di seta gialla e vive da solo in un monastero di pietra preistorico” (nell’impareggiabile traduzione di Giuseppe Lippi, da Tutti i racconti). Due anni più tardi, nel racconto Il segugio, i protagonisti s’imbattono in “un amuleto esotico e dal disegno bizzarro” che riproduce le fattezze stilizzate di “un cane alato che sta per spiccare il balzo, o forse una sfinge dalla faccia canina, […] ricavato con squisita arte orientale da un frammento di giada verde“. Alla base del manufatto, “come il marchio dell’artista, un teschio molto particolare“, in cui riconoscono “lo spaventoso simbolo spirituale dei divoratori di cadaveri, il cui culto è praticato in Asia centrale, sull’altopiano di Leng“.

L’effigie non può non richiamare tutta la simbologia delle spirali spezzate (“crooked spirals“) che ricorre nella prima stagione, e che come abbiamo visto sopra viene esplicitamente richiamata nella terza.

Allo stesso modo in cui Leng non può non evocare Carcosa, la figura del grande sacerdote (“high-priest“) sembra trasporre l’ombra del Re Giallo che incombeva sulle indagini di Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) e i due adulti vestiti da fantasmi di cui in un altro passaggio della seconda puntata di questa nuova stagione si parla potrebbero essere i suoi emissari. Per approfondire questi aspetti, rimando a una pagina Reddit ricca di riflessioni interessanti. Una più di tutte: quando fa la sua apparizione ne La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (1926-27), il protagonista Randolph Carter, alter ego di Lovecraft, a un certo punto giunge “nel più spaventoso e leggendario di tutti i luoghi, il monastero preistorico dove vive da solo il sacerdote che non bisogna descrivere, colui che indossa la maschera di seta gialla e prega gli Altri Dei e il caos strisciante Nyarlathotep“. E Nyarlathotep, non serve ricordarlo, è la miglior rappresentazione del caos che irrompe nella quotidianità, ghermendo gli sventurati che gli capitano a tiro per trascinarli negli abissi della follia.

È presto per dire se come la prima stagione anche questa virerà verso gli orizzonti soprannaturali dell’orrore cosmico, ma intanto due puntate sono sufficienti per individuare almeno tre possibili sovrapposizioni con lo schema narrativo delle indagini di Cohle e Hart che nel 2014 imposero True Detective come la serie rivelazione della stagione:

  1. prima di tutto, l’ambientazione nella provincia profonda, con il recupero delle atmosfere tipiche del Southern Gothic (lì era la Luisiana dei bayou, qui siamo nell’altopiano di Ozark, nell’Arkansas nordoccidentale) in contrapposizione alla California metropolitana che faceva da sfondo alla seconda stagione;
  2. in seconda battuta, la struttura temporale: l’intreccio ancora una volta si snoda in tre diversi momenti storici: nel 1980, con la scomparsa dei due bambini che mette in moto il meccanismo narrativo; nel 1990, con un tentativo di riapertura del caso; nel 2015, con lo sforzo di riannodare i fili del passato sul filo della memoria (mentre Hays comincia a fare i conti con la perdita irreversibile dei suoi ricordi);
  3. e poi, con la coppia di investigatori diversi come il giorno e la notte, chiamati a mettere insieme i rispettivi punti di forza (acume e ostinazione) contro le macchinazioni politiche dei loro superiori per venire a capo del caso.

Senza dubbio per Nic Pizzolatto è un ritorno a una formula di successo. E in attesa di vedere se il pessimismo che pervade la visione del mondo di Hays e West si tradurrà in qualcosa di più weird, possiamo anticipare che un ulteriore sicuro punto di contatto tra la prima e la terza stagione è il ruolo che i personaggi attribuiscono al sogno, centrale in tutto Lovecraft e in particolare proprio nella ricerca onirica di Carter. Se nella prima stagione Cohle confidava al collega: «I don’t sleep. I just dream», qui il padre dei due bambini scomparsi, Tom Purcell (Scoot McNairy), chiede agli investigatori: «Are we going to find Julie or what? ‘Cause I can’t live through this man. Neither of us can. If we’re not going to find her I just need to know now. I can’t go to sleep. And I can’t wake up.»

Più ancora di quanto non sia stato il Vietnam, il caso Purcell diventa il nuovo spartiacque nella vita di Purple Hays, ma anche di tutte le persone che ha intorno. Ci sarà un prima e un dopo la scomparsa dei due bambini, e niente sarà più lo stesso. Prendendo in prestito le parole di Thomas Ligotti:

Nell’universo religioso, l’inferno si sostanzia come luogo destinato agli altri, non come il destino riservato a coloro che l’hanno inventato. Ma in senso figurato, ciascuno di noi è condannato a inventare il proprio inferno. E dopo aver preso residenza in un pozzo, cerchiamo compagni con i quali dolerci: soci nel dolore, nostri pari condannati per i medesimi errori o abbagli, che siano intenzionali o meno.

 

La gestazione di Karma City Blues è stata lunga: tra una revisione e una riscrittura e un’altra revisione – e così via per quattro o cinque volte – ci sono voluti oltre dieci anni tra mettere giù la prima parola e arrivare alla sua pubblicazione. Ho voluto raccontare i retroscena del making of in una nota pubblicata in appendice all’e-book, quindi non mi soffermerò oltre su quali sono stati i passaggi che il romanzo ha dovuto attraversare. Voglio però spendere due parole su una bizzarra corrispondenza di cui mi sono accorto solo dopo aver dato alle stampe il romanzo.

Ho iniziato a scrivere KCB subito dopo aver pubblicato Sezione π², per potermi cimentare di nuovo con il mondo che avevo costruito senza il peso dei suoi personaggi, quasi come banco di prova prima di passare a lavorare a un seguito vero e proprio. Dieci anni sono curiosamente gli anni che intercorrono tra la pubblicazione dei due titoli e anche tra le storie che raccontano. Sezione π² aveva infatti luogo nell’arco di un paio di settimane nel novembre del 2059, mentre è il 23 marzo 2069 quando Rico Del Nero si risveglia sotto l’identità di copertura di Lorenzo Roi. “Time is a flat circle“, rubando la battuta a Rustin Cohle. Non possiamo farci niente, e neanche Rico Del Nero, che cercherà di riannodare i fili spezzati otto anni prima per portare a galla una verità sepolta nel suo passato, scomoda soprattutto per lui.

Dieci anni non trascorrono invano. Sono più di un quarto degli anni che mi porto sulle spalle e quasi due terzi del tempo trascorso da quando ho cominciato a misurarmi seriamente con la scrittura. Quindi sicuramente KCB contiene un bel po’ di trucchi del mestiere appresi nel frattempo, che ai tempi del mio romanzo d’esordio non potevo nemmeno immaginare. Ma racchiude anche la maggiore esperienza accumulata come lettore (secondo le statistiche del mio profilo Anobii, corrispondono in effetti a 470 tra libri e fumetti), come spettatore (qui non ho cifre precise, ma dodici anni fa guardavo pochissime serie TV, mentre ormai la mia dieta da spettatore è monopolizzata dalla narrazione seriale), come essere umano (nel 2007 ero entrato da poco più di un anno nel mondo del lavoro).

E dieci anni non trascorrono invano nemmeno per il mondo. Se nel 2008, l’anno della prima stesura di KCB, gli USA eleggevano Barack Obama loro 44esimo presidente, non credo serva ricordare i tanti capricci che ci siamo presi il lusso di toglierci nel frattempo come specie e come civiltà. Ma lasciando da parte la visione politica, pensiamo a cosa è cambiato in questi dieci anni per provare a immaginare cosa potrebbe cambiare nei prossimi quaranta che ci separano dal 2059, e ancor più – secondo la legge dei ritorni acceleranti – nei successivi dieci fino al 2069. Banalmente, se tra Sezione π² e Corpi spenti intercorrono circa diciotto mesi, il futuro di KCB non poteva che essere molto più diverso da quello di Corpi spenti di quanto quest’ultimo non fosse dal futuro di Sezione π².

In particolare, da diversi anni le proiezioni di crescita concordano nel dipingere uno spostamento del baricentro economico del pianeta dall’Atlantico all’Asia. Uno studio dell’OCSE di pochi anni fa, analizzato qui abbastanza nel dettaglio, prevede la contrazione della quota di PIL mondiale per i paesi membri dell’organizzazione dal 65% del 2011 al 42% del 2060, mentre contestualmente Cina e India da sole saliranno dal 24% al 46%. E mentre l’economia cinese tenderà a consolidarsi, assumendo le caratteristiche di economie mature come quelle occidentali e cominciando a mostrare gli stessi segni di indebolimento (inclusa la transizione verso un ageing society), l’India già nel prossimo decennio segnerà il sorpasso demografico sulla Cina e continuerà a crescere a ritmi vertiginosi fino a sopravanzare la dimensione stessa del mercato USA.

La crescita degli altri BRICS, dell’Indonesia e del Messico metterà nell’angolo le economie occidentali, in particolare l’UE, che perderà progressivamente terreno rispetto ai paesi emergenti. Lo scenario di decadenza già delineato nei precedenti due romanzi, non poteva che venire esasperato in KCB. Ma mentre in Sezione π² e Corpi spenti lo scenario globale, per quanto non trascurato, rimaneva sempre piuttosto relegato sullo sfondo, in Karma City Blues la geopolitica guadagna un ruolo centrale, non solo con i difficili equilibri tra USA, Russia, Cina e India, ma anche con i crescenti interessi delle potenze mondiali in Africa.

In un altro post parleremo del contesto tecnologico del romanzo.

Dopo anni di semi-clandestinità, Thomas Ligotti ha finalmente guadagnato l’attenzione che gli editori italiani non sembravano disposti a riconoscergli. Scrittore di racconti, nell’arco della sua carriera Ligotti ha saputo esplorare gli abissi oscuri dell’animo umano e gli angoli in penombra del nostro mondo, senza mai discostarsi dalla vocazione per la narrativa breve. La sua produzione annovera centocinquanta racconti, che spaziano dal quadretto d’ambiente (il sogno, i cambiamenti e la condizione umana sono tra i suoi soggetti preferiti, spesso allegoricamente rappresentati nell’atmosfera sospesa e nella malinconia nebbiosa dei panorami autunnali o dell’imbrunire) alle soglie del romanzo breve (My Work Is Not Yet Done, che presta il nome all’omonima raccolta di storie di “corporate horror”, 2002), passando per le riflessioni letterarie di veri e propri saggi sulla scrittura di genere.

In seguito alla pubblicazione de I canti di un sognatore morto (Songs of a Dead Dreamer, 1985) nel 2007 a opera della Perseo Libri, per anni Ligotti è sembrato nuovamente uscire dai radar dell’editoria italiana. Poi nel 2014 il successo mondiale di True Detective ha acceso nuovamente i riflettori sulla sua opera. Insieme a marcati risvolti weird la serie-culto di HBO creata da Nic Pizzolatto presenta anche inconfondibili richiami alla filosofia nichilista e al pessimismo cosmico del Nostro. Così, mentre in America Penguin Classics ne decretava il definitivo sdoganamento critico con una prestigiosa edizione in volume unico delle sue prime due antologie (Songs of a Dead Dreamer and Grimscribe, 2015), in Italia alla sua produzione veniva data ampia visibilità prima da Elara Libri, che raccogliendo il testimone della Perseo dava alle stampe anche Lo scriba macabro (Grimscribe: His Lives and Works, 1991); e poi da Il Saggiatore, con l’antologia Teatro Grottesco (originariamente apparsa in inglese nel 2006) e successivamente con il famoso saggio La cospirazione contro la razza umana (The Conspiracy against the Human Race, 2010).

Nottuario prosegue quest’opera di diffusione. Pubblicata nel 1994 (Noctuary il titolo originale), è la terza raccolta e rappresenta in una certa misura un anello di raccordo tra le prime storie e quelle più recenti, denotate da una prosa sempre precisa e forbita, ma più fluida e cristallina nonostante la ricchezza di dettagli e sfumature che da sempre è il marchio di fabbrica dell’autore di Detroit.

Un orrore sempre più profondo

Sia chiaro: questi racconti macabri e grotteschi, che spesso si addentrano nelle spire della follia ben oltre i confini dell’incubo, pongono delle autentiche sfide ai lettori. Vivono di vita propria, animati da una coscienza malevola decisa a non lasciarsi domare, proprio come le ombre che si muovono al crepuscolo e scivolano intorno ai personaggi, avvolgendoli pagina dopo pagina. E pagina dopo pagina s’incollano addosso al lettore, aderiscono alla sua mente, giocano con la sua memoria in una proliferazione di echi che si propagano da un racconto all’altro.

Con le ombre e i rimandi, si moltiplicano anche gli interrogativi: ogni racconto è un rompicapo, un enigma che innesca domande che richiamano altre domande, in una cascata di dubbi senza fine che non risparmia niente: la vera natura del mondo che ci ospita, il senso delle strutture sociali, il ruolo dell’umanità in tutto questo.

[Continua a leggere su Quaderni d’Altri Tempi.]

Halloween si avvicina e – come promesso – venerdì scorso Netflix ha messo on-line la seconda, attesissima stagione di Stranger Things. Quale occasione migliore quindi per inframezzare al binge watching in cui vi sarete già calati con alcune riflessioni sparse sulla prima stagione? Quindi, ecco i miei 2 cent sulla serie rivelazione del 2016. Se vi interessa, proseguite; ma se non l’avete ancora vista, lo fate a vostro rischio e pericolo.

Come ormai sanno anche i sassi, Stranger Things è una serie ipercitazionista, che pesca a piene mani dai nostri anni ’80 (ma anche i primi ’90, come anche dalla fine dei ’70): serie TV (Gli acchiappamostri, Twin Peaks e ovviamente X-Files), cinema (I Goonies, E.T., La Cosa, Alien), letteratura (Stephen King su tutti, al punto che il font stesso dei titoli di apertura è una citazione esplicita del carattere usato sulle copertine dei primi libri del Re di Bangor). Ma il bacino degli influssi culturali è molto più ampio e abbraccia Tolkien, Star Wars, i giochi di ruolo (Dungeon & Dragons), i fumetti. Per molti versi mi è sembrata un’operazione nata nello stesso spirito di Super 8 (e, a proposito, è abbastanza facile smascherare anche i punti di contatto con Fringe), ma rispetto alla pellicola di J. J. Abrams, che prendeva una deriva abbastanza inconcludente già verso la sua metà, la serie di Matt e Ross Duffer migliora sulla distanza e rivela una certa specifica, innegabile genuinità.

Interessante l’uso delle musiche, che mescola abilmente partiture originali ricalcate sulle sigle elettroniche di quegli anni (e a proposito, bello il sapore retrò che già avevamo assaggiato con gli analoghi esperimenti delle puntate ’80s di Fringe), hit degli anni ’80 e musiche successive, anche di molto (pensiamo a When It’s Cold I’d Like to Die di Moby, anno di grazia 1995, peraltro già usata a chiusura di quello che forse è il mini-arco narrativo interno più bello dei Soprano: la seconda vita da banale rappresentante vagheggiata da Tony Soprano mentre si trova intubato in fin di vita all’inizio della sesta stagione).

Nel complesso, se tematicamente Stranger Things conserva un’affinità tutt’altro che superficiale con Super 8, esteticamente somiglia molto di più a Donnie Darko, anche per alcune frecciatine politiche buttate lì quasi per caso ma efficaci come non mai (l’insuperabile “È il nostro governo… Sono dalla nostra parte…” probabilmente le batte tutte).

Tutto e solo oro splendente, dunque? Forse c’era qualcosa che andava sviluppato meglio o almeno approfondito. Nella fattispecie il legame tra Eleven (El, resa nel doppiaggio italiano come “Undi“, tanto per urlare vendetta… altro che Hodor!) e quelle che potremmo definire portali o interfacce di carne, la cui origine non è ben spiegata. Così come non è giustificata la presenza nel Sottosopra (concetto per il resto sviluppato in maniera magistrale e reso visivamente benissimo) di un unico Mostro (ma magari la seconda stagione risponderà anche a questo). Una soluzione un po’ arbitraria di cui andava se non altro resa ragione allo spettatore.

L’entourage coagulatosi su Reddit intorno al fantomatico MHE ha smentito solertemente ogni contatto tra la serie Netflix e i racconti delle flesh interfaces (anche in italiano) che hanno catalizzato le attenzioni della rete un paio di primavere fa. Se molti degli spunti comuni (gli esperimenti umani, il progetto MKUltra, la deprivazione sensoriale, l’uso degli allucinogeni, etc.) in effetti sono elementi ormai confluiti nella cultura popolare, divulgati anche nelle opere di King a cui Stranger Things dichiaratamente si ispira, un po’ sospetti restano non una, non due, ma ben tre diverse peculiarità:

  1. la visualizzazione organica dei portali;
  2. l’uso dei bambini per esplorare ciò che c’è al di là (il Sottosopra della serie Netflix);
  3. la tempistica (la serie di racconti creepypasta di MHE è stata portata a termine solo qualche settimana prima dell’esordio di Stranger Things).

Non so – sa distanza di oltre un anno sono ancora dubbioso ed evito di prendere una posizione a riguardo – se pure in questo caso tre indizi bastano a mettere insieme una prova. A ognuno le sue opinioni. Io mi ci sono divertito. E per di più la soddisfazione è andata crescendo man mano che gli episodi scorrevano. E questa forse è un’esperienza che non provavo dalla prima serie di True Detective.

Una delle critiche che più di frequente viene mossa all’agenda transumanista è la sua negazione delle radici umaniste della nostra società. Se da un lato il malinteso tende ad essere alimentato dalle posizioni delle frange superomiste dei vari network locali afferenti alla World Transhumanist Association – Humanity+, dall’altro è incontestabile che il transumanesimo, inteso come filosofia, attitudine e sensibilità, attinga invece a piene mani al complesso di valori e caratteristiche proprie dell’umanesimo. Senza farla troppo lunga e assumendomi il rischio della semplificazione, il principio stesso alla base dell’umanesimo rinascimentale, ovvero la valorizzazione della dignità umana attraverso la conoscenza, il sapere e gli strumenti della tecnica, si riversa nel transumanesimo attraverso i capitoli-chiave dell’Illuminismo e del Positivismo.

L’idea del transumanesimo che personalmente sposo è quella di riportare l’umanità al centro dell’universo, proprio come ai tempi del Rinascimento, ma nella consapevolezza morale che l’umanità non è un’idea scolpita nella pietra, ma un sistema dinamico di valori, in corso di cambiamento continuo. L’uomo di domani non sarà come l’uomo di ieri, che non è come l’uomo di oggi. E, scusate se mi ripeto, sono convinto che dovremmo fin da subito prendere a considerare in termini più ampi e inclusivi concetti come l’identità, la coscienza e, in ultima istanza, l’umanità. Se e quando riusciremo a sviluppare costrutti artificiali di intelligenza, esseri biologicamente modificati, impianti neurali capaci di accrescere le nostre facoltà cognitive, la necessità di modificare il perimetro delle convinzioni attuali, derivate da una stratificazione millenaria di accettazione pseudo-dogmatica, diventerà improcrastinabile. Per indole preferisco gestire il rischio per tempo, piuttosto che doverne affrontare le conseguenze rinunciando a una preparazione adeguata -tanto più quando, come in questo caso, quello che potremmo definire come rischio esistenziale resta circoscritto al campo di una sottoipotesi di una ipotesi.

Il postumanesimo non è nient’altro che l’aspirazione di determinare consapevolmente il proprio futuro, come individui e come specie, usando gli strumenti che ci sono dati, che sono quelli della scienza e della tecnologia, e riconoscendo l’estensione dei diritti validi per l’uomo ad ogni entità senziente.

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Fin dalla primissima visione ho provato un’affinità istintiva con le tematiche e i personaggi di True Detective (la celebratissima serie di Nic Pizzolatto prodotta dalla HBO, di cui è in preparazione proprio in questi mesi la seconda stagione). Questa riflessione del sociologo Adolfo Fattori, apparsa sull’ultimo numero di Quaderni d’Altri Tempi, mi ha spinto ad approfondire le ragioni e i motivi di questa fascinazione. Che in realtà potrebbe avere radici più razionali di quanto finora sono stato disposto a considerare, solo ben nascoste dalle spire dell’irrazionale che avvolgono tutta l’opera. A proposito di Rustin “Rust” Cohle, il detective disincantato e nichilista ispirato alla visione del mondo di Thomas Ligotti e interpretato da Matthew McConaughey, Fattori scrive:

Nichilismo puro. Forse uno dei primi esempi di eroe del postumanesimo – prima dei replicanti, degli androidi, dei cloni, cui a volte pensiamo quando usiamo il termine “postumano”, alla ricerca di oggetti che lo riempiano, senza fermarci ad una progressione quantitativa (protesi e mutazioni che aumentano le capacità umane), ma pensando ad uno strappo qualitativo: qualcosa che cambia in noi, umani fatti di sangue, carne, emozioni, affetti.

Potremmo quindi interpretare il personaggio di Rust, scomodo, inquietante, estraneo – addirittura alieno – al consesso umano, non come il classico antieroe a cui tanta letteratura e tanto cinema ci hanno abituati, ma come il prototipo di una nuova classe di eroi, adatto a una sensibilità postumanista. E in effetti, a ben guardare, di inizi a favore di questa ipotesi ne possiamo raccogliere un certo numero.

Rust è un nichilista, anzi come si definisce lui stesso un “pessimista cosmico”, che non riconosce nessuna autorità al di fuori del concetto ideale di giustizia. Porta con sé il dolore della perdita prematura di una figlia che ha mandato in frantumi la sua vita privata. Ha subito delle lesioni permanenti nel corso di un precedente incarico da infiltrato in un clan di motociclisti narcotrafficanti, che lo ha reso schiavo delle anfetamine. «Io non dormo. Sogno e basta» confida a Marty Hart / Woody Harrelson. E le sue parole fanno il paio con queste altre che scambia con Marty in un altro dialogo così efficace e denso, assolutamente improponibile in un confronto televisivo (eppure…):

Rust Cohle: «Sono dell’idea che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso nell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Noi siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo le leggi della natura. Siamo solo delle cose che si sforzano sotto l’illusione di avere una coscienza, questo incremento delle esperienze sensoriali e della nostra sensibilità, programmata con la completa assicurazione che ognuno di noi è una persona a se’ stante quando, in realtà, ognuno di noi è nessuno. Penso che l’unica cosa onorevole da fare per le specie come la nostra sia rifiutare come siamo fatti. E smettere di riprodurci, procedendo tutti insieme verso l’estinzione. Un’ultima notte nella quale fratelli e sorelle si liberano da un trattamento iniquo».
Marty Hart: «Ma allora… che senso ha alzarsi dal letto, di mattina?».
Rust Cohle: «Mi convinco di essere un testimone, ma la vera risposta è che sono fatto così. Inoltre, non ho la tempra necessaria per suicidarmi».

Rust si vede dunque come un testimone, eppure lui è uno che non dorme. Che sogna e basta, al punto che le visioni oniriche si sovrappongono ai fatti, si mescolano alla realtà, e diventano un tutt’uno, come nella sigla d’apertura scandita dalle note di Far From Any Road del gruppo country alternativo The Handsome Family. Il suo è un vagabondare nelle Terre del Sogno che altri esseri umani scambiano per realtà. Vi ricorda qualcosa?

Rust Cohle: «Nell’eternità, priva di tempo, nulla può crescere. Nulla può divenire. Nulla cambia. Perciò la Morte ha creato il Tempo affinchè facesse crescere tutto ciò che poi lei avrebbe ucciso. Ed ecco che tutte le creature rinascono. Ma solo per rivivere la stessa vita che si è vissuta in precedenza. Pensateci un po’, detective. Quante volte abbiamo già avuto questa conversazione? Chi può dirlo? Se nessuno può ricordare le proprie vite precedenti nessuno può cambiare la propria vita. Ed è questo il terribile ed oscuro segreto della vita stessa. Siamo in trappola. Confinati in quell’incubo nel quale continuiamo a destarci».

O ancora:

Rust Cohle: «Questo è quello di cui parlo quando parlo di tempo e morte e futilità. Ci sono idee più ampie al lavoro soprattutto quello che ci spetta in quanto società per le nostre reciproche illusioni. Quattordici ore di fila a guardare foto di cadaveri queste sono le cose a cui pensi. L’avete mai fatto? Guardi nei loro occhi anche in una foto. Non importa se sono morte o vive. Puoi comunque leggerli e sai cosa vedi? Loro l’hanno accolto. Non subito ma… proprio li’, nell’ultimo istante. E’ un sollievo inconfondibile. Vedete, perchè erano spaventate e ora vedono per la prima volta quanto era facile semplicemente lasciarsi andare ed hanno visto, in quell’ultimo nanosecondo, hanno visto cosa erano state, che tu, proprio tu, tutto questo grande dramma non è mai stato altro che un coacervo raffazzonato di presunzione e stupida volontà e puoi semplicemente lasciarti andare, finalmente, adesso che non devi più aggrapparti così forte… per renderti conto che…tutta la tua vita, sai, tutto il tuo amore, il tuo odio, i tuoi ricordi, il tuo…dolore… era tutto la stessa cosa. Era tutto lo stesso sogno, un sogno che hai avuto dentro una stanza chiusa. Un sogno sull’essere una persona. E come in tanti sogni, c’è un mostro, alla fine».

Rust è refrattario all’irrazionale, alla fede, alla superstizione e all’oscurantismo che dilagano nel Bayou ( «E questa qui sarebbe vita? Persone che si radunano e si raccontano panzane che sono in aperto contrasto con tutte le leggi dell’universo solo per finire una cazzo di giornata in santa pace? No. Sarebbe questa la realtà in cui vivete voi, Marty?»). Compatisce gli altri uomini che non hanno la forza per resistere ai soprusi dell’autorità, alla violenza o anche solo al retaggio delle convenzioni imposte dalla società. Un personaggio contro, in tutto e per tutto. Ma alla fine, messo di fronte alla prova di un nuovo dolore, sopravvissuto alla morte confida a Marty: «A un certo punto quando ero immerso nell’oscurità, so che qualcosa… Qualunque cosa fossi diventato…Non era neanche coscienza, più una indistinta consapevolezza, nell’oscurità. E potevo, potevo sentire i miei contorni… sbiadire. Al di sotto di quella oscurità ce n’era un’altra di tipo diverso, era più profonda. Calda come fattasi sostanza, capisci? Riuscivo a sentire… E sapevo, sapevo per certo che mia figlia mi stava aspettando laggiù».

Non esattamente una redenzione, però Rust, dopo aver trascorso 17 anni ad affrontare la realtà a muso duro, sfidando tutti e resistendo a qualsiasi potere attrattivo da parte degli altri, nei minuti finali della serie torna. Con qualcosa da raccontare. Non lo fa controvoglia, come ha sempre fatto con le sue esternazioni nel corso delle indagini. Lo fa di sua iniziativa:

Rust Cohle: «Una volta non c’era che oscurità. Per come la vedo io, è la luce che sta vincendo».

Qualcuno potrebbe volerci leggere una chiave religiosa. Per me non è così. Credo invece che Rusty da testimone si sia infine convinto a diventare attore, abbracciando la sfida all’irrazionalità del mondo. Non si fa più carico di un dolore e di un pessimismo senza argini, ma piuttosto di un messaggio. E questo messaggio dalle parole si trasferisce nelle azioni, e per tramite loro si cala nel mondo. C’è qualcosa da fare, finalmente, non solo da criticare. Questa è la mia interpretazione.

Forse le parole finali di Cohle non sono abbastanza da arrivare a una pronuncia definitiva. Ma per me risultano più che sufficienti a indirizzare un sospetto.

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