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Nel luglio 1993, nell’edicola del mio quartiere, m’imbattei in una copertina plastificata che mesmerizzò la mia mente di dodicenne. Il titolo dell’albo recitava Almanacco della Fantascienza 1993 e nelle sue pagine, che divorai nello spazio di un pomeriggio e una serata, scoprii tra le altre cose un personaggio Bonelli che da allora avrei seguito fedelmente almeno per i successivi quindici anni (recuperando peraltro tutti gli arretrati, in un’epoca ormai preistorica in cui il servizio arretrati era un’esperienza a metà strada tra ludopatia e religione), una panoramica delle uscite librarie e cinematografiche dell’ultimo anno (con incursioni nei fumetti e nei videogame) e, soprattutto, in un dossier di Mauro Boselli sul cyberpunk.

Cosa fosse la fantascienza, lo sapevo già, nel mio piccolo di fan formatosi più che altro con i film tramessi in prima e seconda serata dalle reti commerciali e locali (in un’epoca che, fortunatamente, non conosceva gli attuali vincoli di programmazione che hanno devastato il palinsesto della televisione generalista), ma con qualche sporadica lettura alle spalle. Il cyberpunk, invece, non lo avevo mai sentito prima, ma l’accostamento con un film che già adoravo (Blade Runner), l’estetica delineata nelle illustrazioni che accompagnavano l’articolo e le caratteristiche tracciate in maniere sintetica ma efficace da Boselli, mi dischiusero un mondo. Ritrovai gli stessi ingredienti che mi avevano così affascinato nella storia a fumetti contenuta nel volumetto, che era stata la prima cosa su cui mi ero fiondato appena tornato a casa: un piccolo gioiello, sceneggiato da Bepi Vigna e disegnato con il tratto che mi sarebbe diventato familiare del grandissimo Roberto De Angelis, dal titolo Vendetta Yakuza.

Qualche anno più tardi, quando avrei finalmente messo le mani su una copia di La notte che bruciammo Chrome, dopo averlo a lungo cercato nelle librerie di provincia all’epoca ovviamente sprovviste di un accesso diretto ai cataloghi dei distributori, avrei ritrovato tra le pagine di William Gibson (in particolare il racconto che dà il titolo all’antologia e Johnny Mnemonico) le atmosfere, i personaggi, le tecnologie e le dinamiche che mi avevano affascinato in quella storia, senza che da allora questo mi abbia comunque rovinato le successive riletture. Dentro c’era anche altro: Johnny Mnemonic sarebbe uscito al cinema solo un paio di anni dopo e per Matrix avremmo dovuto attendere la fine del decennio, così in quegli anni l’immaginario cinematografico del cyberspazio era fortemente debitore di altri titoli oggi semi-dimenticati (Tron e Il tagliaerbe), e Nathan Never in fondo era ispirato fin dall’impermeabile alla figura di Deckard, il cacciatore di replicanti di Ridley Scott.

Alcuni anni più tardi (tra il 1997 e il 1998), tra le pagine di una rivista trovai un’offerta 2×1 dell’Editrice Nord: avrei potuto acquistare due volumi della collana Grandi Opere pagandone una sola. Compilai il coupon, lo spedii e due settimane più tardi ricevetti in contrassegno un pacco con dentro due volumoni, I mondi del possibile e Cyberpunk, entrambi curati da Piergiorgio Nicolazzini, e il mio primo numero del Cosmo SF, più tardi noto come Nord News, erede (avrei scoperto più tardi) del glorioso Cosmo Informatore. In anni in cui la rete muoveva i primi passi, quello era per gli appassionati la principale fonte di approvvigionamento di notizie sul fandom e sul settore, non solo relativamente alle uscite editoriali della casa editrice di Gianfranco Viviani.

Divorai i 28 racconti contenuti in Cyberpunk e i saggi che lo completavano nel corso dell’estate di quell’anno, e mi misi alla ricerca dei titoli citati nelle accurate bibliografie che lo accompagnavano. Così risalii nei mesi successivi agli altri titoli pubblicati dall’Editrice Nord, in particolare gli imprescindibili Neuromante e La matrice spezzata, e poi, poco a poco, a quasi tutto Philip K. Dick, a cominciare da Cacciatore di androidi e La svastica sul sole (com’erano conosciuti allora Ma gli androidi sognano pecore elettriche? e L’uomo nell’alto castello), ma non solo. Perché prima la stella di Dick e poi le informazioni raccolte in Cosmo SF mi avrebbero guidato nelle mie successive, un po’ più strutturate e via via più consapevoli esplorazioni della fantascienza.

Insomma, per me il cyberpunk è stato la porta di accesso al genere, e da allora non ho ancora smesso di leggere né l’uno né l’altro. Da Gibson sarei poi passato a Dashiell Hammett, a Thomas Pynchon, a William S. Burroughs e a Don DeLillo. E leggendo loro mi sarei trovato a percorrere piste piuttosto caotiche nella letteratura nordamericana del Novecento, ma non solo. E benché non sia più un lettore assiduo, mi capita ancora di comprare di anno in anno diversi albi di Nathan Never, e di numerose altre serie Bonelli. Perché una cosa che mi ha insegnato il cyberpunk è che i confini sono costruzioni artificiali, non meno di quanto lo siano le etichette. Ma se queste ultime hanno a volte una loro utilità generale, gli steccati finiscono sempre per affamare entrambe le parti che separano, per quanto una delle due possa essere convinta della loro benefica necessità.

Per questo ho approfittato della recente uscita negli Oscar Draghi di un tomo annunciato come l’antologia assoluta del filone e a sua volta intitolato Cyberpunk, che con i citati Neuromante, La matrice spezzata e Mirrorhades include anche – sebbene molto arbitrariamente – Snow Crash di Neal Stephenson, arrivato in concomitanza con lo sbarco su Amazon Prime dell’ultima stagione di Mr. Robot, per rimettere insieme un po’ di idee. Che per il momento trovate in un articolo/mappa su Quaderni d’Altri Tempi, ma che mi riprometto di ampliare per percorrere fino in fondo i sentieri che ho potuto solo abbozzare sulla mappa.

La mappa non è il territorio e mai lo sarà. Ma forse mi aiuterà a replicare in una scatola il fascino della scoperta che non mi ha mai tradito lungo quei percorsi.

Approfittando dell’operazione imbastita sulla scia di Blade Runner 2049 da Alcon Entertainment (attuale detentrice dei diritti di sfruttamento sul franchise dedicato ai cacciatori di replicanti) e Nightdive Studios (software house esperta nella restaurazione di videogame classici), lo scorso gennaio avevo recuperato anch’io una copia rimasterizzata del videogioco di culto che tante giornate del mio penultimo anno di liceo aveva monopolizzato. Dal 1998 avevo avuto poi modo di rigiocare l’avventura grafica dei leggendari Westwood Studios solo un paio di volte, recuperando nel 2018 un vecchio portatile e facendo girare i CD-ROM del cofanetto originale, ancora miracolosamente funzionanti.

Non lo sapevo mentre la stavo iniziando la sera del 4 gennaio 2020, ma quella sarebbe diventata la partita più lunga della mia esperienza di fan di Blade Runner. Perché per 364 giorni, per varie ragioni, non ho più trovato il tempo per sedermi al PC e finire l’avventura iniziata quella sera. Ho rimediato questo pomeriggio, con quattro ore di gioco che vanno a completare i venti minuti iniziali di quella sessione.

E benché il gioco meriti una scrupolosa disamina, sono ancora inebriato dalle sue atmosfere, quindi mi accontento di condividere con voi alcune istantanee di quest’ultima, lunga partita. Basti dire che stiamo parlando di un gioco che, grazie all’accuratissimo lavoro di scrittura dello sviluppatore David Leary e dello sceneggiatore David Yorkin (figlio di Bud Yorkin, produttore della pellicola originale) realizza una sintesi perfetta tra il capolavoro di Scott e il romanzo originale di Philip K. Dick, di cui riprende diversi spunti, e che non fa rimpiangere né la regia, né la fotografia o la musica, né tantomeno le ambientazioni che ci hanno mesmerizzati sul grande schermo. Nei prossimi giorni o mesi, cercherò di esplorare possibili ramificazioni alternative a partire dagli snodi che ho preventivamente salvato. Intanto, qua sotto, ecco alcuni flash dell’edizione rimasterizzata di Blade Runner in tutta la sua magnificenza.

Pagine: 1 2

Blu:

Mi ritrovo a nominare cose rosse che non sono dolci.
La tua lettera… la tua ultima lettera. Stai certa che non la lascerò dove potrebbe essere letta da uno dei tuoi. È mia. Ci sto attenta, alle cose che mi appartengono.
Ne ho poche, sai, di cose mie. Al Giardino apparteniamo gli uni agli altri in un modo che priva quel termine di significato. Siamo piantati, cresciamo, germogliamo e sbocciamo insieme; pervadiamo il Giardino, il Giardino si propaga in noi. Ma al Giardino non piacciono le parole. Le parole sono astrazione, una frattura nel verde; le parole sono schemi come i recinti e i fossati. Le parole fanno male. Posso nascondermi nelle parole finché le dissemino nel mio corpo; leggere le tue lettere è come cogliere fiori da dentro me stessa, prendere un bocciolo qui, una felce lì, sistemarli e risistemarli perché facciano un bell’effetto in una stanza luminosa.

Rossa:

Stavo per dirti di scusare la mia concisione. Ma mentre ero lì lì per scriverlo ti ho immaginata scuotere la testa. Avevi ragione, all’epoca: ho costruito una te dentro di me, o sei stata tu a farlo. Chissà cosa c’è di me in te.
Ti ringrazio per la lettera, più di quanto riesca a dire. Mi ha colta in un momento di fame.
Le parole possono ferire, ma sono anche ponti. (Come i ponti che sono tutto ciò che Gengis si è lasciato alle spalle.) Ma forse un ponte può essere anche una ferita? Parafrasando un profeta: le lettere sono strutture, non eventi. Le tue mi danno un posto dentro cui vivere.

Blu:

Continuo a evitare di parlare della tua lettera. Sento che… parlarne sminuirebbe l’effetto che ha avuto su di me, lo rimpicciolirebbe. Non voglio farlo. Sono proprio figlia del Giardino, più di quanto lei sappia. Anche la poesia, che spezza il linguaggio in significato, si cristallizza, nel tempo, come fanno gli alberi. Ciò che è morbido, vaporoso, soffice e fresco diventa duro, sviluppa una corazza. Se potessi toccarti, premere un dito sulla tua tempia e piantarti dentro di me come fa il Giardino… forse allora. Ma non lo farei mai.
Quindi ecco questa lettera, invece.

Rossa:

I miei ricordi di te si perdono nei millenni, e in ognuno compari tu in movimento. Quest’immagine di te in casa, con un marito, l’infuso di rosa canina, il tramonto e il fiume, mi riempie il cuore. Un incresparsi della pelle del mare segnala la balena – e puntini di stelle formano un orso grande anni luce –, così adesso mi figuro la tua vita dagli spunti che mi hai dato. Ti immagino quando ti svegli, dormi, sorvegli le oche, lavori duramente all’aperto con braccia, schiena, gambe e la tecnologia dell’epoca. Cercherò un po’ di sommacco la prossima volta che vado in un posto dove cresce. Confesso di conoscerne solo la versione velenosa, e non credo sia quella che intendi tu.
Magari un giorno ci assegneranno allo stesso posto, in un villaggio lontanissimo su nel passato, sotto copertura, per sorvegliarci l’un l’altra, e potremo preparare un infuso insieme, scambiarci libri, riferire a casa descrizioni ritoccate delle rispettive imprese. Penso che scriverei comunque lettere, anche in quel caso.

Da Così si perde la guerra del tempo di Amal El-Mohtar & Max Gladstone
(Mondadori Oscar Fantastica Blink, 2020 – Trad. di Simona Spano, pagg. 99-106)

Gli estratti che riporto qui sopra sono solo alcune battute, ma spero che servano a rendere un’idea efficace del mondo, dei personaggi e dello stile di questo libricino (la dimensione è quella di una novella, e come tale si è aggiudicato nella sua categoria i maggiori premi del settore), scritto a quattro mani da Amal El-Mohtar e Max Gladstone, con una sintesi prodigiosa di sensibilità letteraria e introspezione.

Così si perde la guerra del tempo, titolo italiano di This Is How You Lose the Time War, è uscito a novembre nella veste minimalista ma ben curata di uno spinoff di Oscar Fantastica denominato non a caso Blink, come un battito di palpebre. E il mio consiglio è di farvene dono a Natale e di considerarlo anche per regalarlo un po’ in giro: chi lo riceverà, di certo non potrà dispiacersene.

Su Quaderni d’Altri Tempi, come di consueto, spiego meglio perché.

Perry Mason è probabilmente l’avvocato per eccellenza a cui finiamo per associare la nostra idea di legal drama in formato televisivo, quelle serie TV a sfondo giudiziario in cui avvocati e studi legali giocano un ruolo centrale. Per i più giovani, Law & Order, The Practice e Suits forniranno degli utili termini di paragone, ma almeno tre generazioni di spettatori non potranno fare a meno di pensare al faccione di Raymond Burr, che ha iconicamente legato alle proprie fattezze il volto dell’avvocato più famoso d’America (e probabilmente non solo), prima attraverso la serie originale della CBS (1957-1966) e poi con una striscia di 30 film trasmessi dalla NBC tra il 1985 e il 1995.

Creato nel 1933 da Erle Stanley Gardner (1889-1970), avvocato californiano che dal ’23 collaborava assiduamente a Black Mask, il più importante periodico di crime fiction dell’epoca, Perry Mason è stato protagonista di qualcosa come ottantadue romanzi e quattro racconti, praticamente tutti basati sulla stessa formula narrativa: Mason difende un innocente ingiustamente accusato di un reato, scagionandolo in sede di udienza preliminare o di processo a costo di mettere la giustizia davanti alla legge, e smascherando il vero colpevole.

Memore di questo meccanismo, ammetto di essermi avvicinato alla nuova serie televisiva prodotta nel 2020 dalla HBO e trasmessa a partire da settembre da Sky Atlantic con ben più di un pregiudizio. E altrettanto sinceramente, riconosco che l’approccio dell’operazione mi ha positivamente sorpreso e smentito con un risultato di assoluta efficacia e di fascino immediato.

Prodotto tra gli altri da Robert Downey Jr e da sua moglie Susan Downey, la nuova serie è stata sviluppata e sceneggiata da Rolin Jones e Ron Fitzgerald dopo l’abbandono di Nic Pizzolatto, originariamente accostato al progetto e poi allontanatosene per dedicarsi alla terza stagione di True Detective. La regia, affidata al veterano Tim Van Patten (già regista, oltre a The Wire e The Pacific, anche di diversi episodi de I Soprano e di Boardwalk Empire, di cui è stato anche produttore esecutivo, e con cui è stato ripetutamente nominato per gli Emmy Award) e alla giovane regista turca naturalizzata francese Deniz Gamze Ergüven (classe 1978, con all’attivo due film impegnati accolti molto bene dalla critica come Mustang e Kings, e alcuni episodi della terza stagione di The Handmaid’s Tale), segue le peripezie di un giovane Perry Mason, veterano traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra interpretato dal gallese Matthew Rhys (vincitore dell’Emmy Award per The Americans), nella Los Angeles della Grande Depressione.

L’arco narrativo si sviluppa in otto puntate (o, per meglio dire, riprendendo i titoli della produzione, “capitoli”) tra gli ultimi giorni del 1931 e i primi mesi del 1932, a partire dal ritrovamento del cadavere di un neonato vittima di un efferato omicidio fino al processo imbastito dall’ufficio del procuratore distrettuale contro sua madre, rea agli occhi della stampa e dell’opinione pubblica di aver intrattenuto una relazione extraconiugale con uno dei rapitori. Perry Mason e il suo socio Pete Strickland (Shea Whigham) vengono incaricati dall’avvocato E. B. Johnson (John Lithgow) di indagare sul caso per raccogliere le prove che scagionino la donna, ma quando il suo mentore e datore di lavoro è costretto a una drammatica uscita di scena toccherà a Mason, coadiuvato dall’associata Della Street (Juliet Rylance) e dal detective di quartiere Paul Drake (Chris Chalk), sbrogliare il caso anche in aula e dimostrare, in quello che diverrà il suo battesimo del fuoco in tribunale, l’innocenza della donna.

La trama si dipana tra predicatrici invasate (degna di nota la prova di Tatiana Maslany nel ruolo di Sorella Alice) e poliziotti corrotti, cercando come sempre di far emergere la verità attraverso la coltre fumosa sollevata dal procuratore distrettuale per ritorcere i pregiudizi morali della giuria contro l’accusata, mentre masse di fedeli impoveriti dalla crisi pendono dalle labbra di Sorella Alice e dalle promesse di redenzione della sua Radiosa Assemblea di Dio per trovare una via d’uscita dalla miseria delle strade di L.A. e del suo hinterland sconfinato.

La serie, originariamente pensata come autoconclusiva ma già confermata dalla HBO per una seconda stagione, si segnala oltre che per la precisione del meccanismo narrativo, requisito indispensabile per la riuscita di ogni dramma giudiziario, anche per l’ammaliante atmosfera noir ricreata dalla messa in scena di John P. Goldsmith e dalla fotografia di Darran Tiernan, coadiuvati dalla costumista Emma Potter.

Perry Mason è un prodotto di classe, che tiene incollati dal primo all’ultimo capitolo e che scioglie tutti i nodi di una trama intricata, dimostrandosi al contempo anche un mirabile esempio di un modo nuovo e consapevole di fare cinema e televisione (la linea di separazione tra i due ambiti, come sappiamo, si fa ogni giorno più tenue) di qualità.

Che Tenet mi fosse piaciuto, per usare un eufemismo, non ne avevo fatto mistero. La settimana scorsa Quaderni d’Altri Tempi mi ha dato la possibilità di circostanziare meglio le mie impressioni e aggiungere alcuni argomenti alle considerazioni a caldo.

Si parla di monumenti cinematografici, di viaggi nel tempo e di icone pop, di spy story e fantascienza. Potete leggere la mia recensione cliccando qui. Buona lettura.

Dopo alcuni mesi di latitanza dall’ultima apparizione, sono tornato nei giorni scorsi sulle pagine di Quaderni d’Altri Tempi con la recensione di un bel volume di racconti della scrittrice cinese Hao Jingfang, da poco dato alle stampe da add editore.

Hao Jingfang è sicuramente una delle figure di spicco di questa ondata di narratori cinesi a cui la fantascienza occidentale guarda con interesse crescente. E una volta letti i suoi racconti non si fatica a comprenderne la ragione: la sua scrittura coniuga brillantemente critica sociale (motivo per cui le sue pubblicazioni hanno incontrato diverse difficoltà in patria), e consapevolezza artistica, la padronanza dei temi di punta del genere con una sensibilità che sfocia in alcuni passaggi particolarmente lirici, sia per il richiamo a elementi facilmente associabili alla spiritualità orientale (in particolare il buddhismo, ma anche la dottrina morale e filosofica confuciana) che per l’inclinazione malinconica dei suoi personaggi.

Continua a leggere su Quaderni d’Altri Tempi.

 

Siccome Tenet è finalmente sbarcato nelle sale e tutti ne parlano, anche chi normalmente forse non lo farebbe ma invece adesso si sente in dovere dal momento che si tratta comunque del primo vero grande film distribuito dopo il lockdown, con tutto ciò che ne consegue, starete forse cercando di orientarvi nella giungla dei pareri discordi e vi starete probabilmente chiedendo se vale la pena andare a vederlo.

Ecco allora alcune buone ragioni per cui non dovreste prestare ascolto alle campane contrarie e dovreste precipitarvi al cinema prima che l’ondata di comportamenti scriteriati delle ultime settimane si traduca in una nuova serrata generale.

1. Perché, come ogni film di Christopher Nolan, dal più riuscito al più zoppicante, è garmonbozia per le vostre menti, in grado di tradurre le più macchinose e astruse contorsioni cerebrali in un senso di appagamento post-orgasmico. Alcune risposte ad alcune domande che vi sorgeranno durante la visione, potete trovarle qui (e in italiano qui). Ma cliccate su questi due link solo dopo aver visto il film, a meno che non siate già passati attraverso un tornello e passati attraverso un’inversione.

2. Perché Tenet è sia un film di spionaggio che un film di fantascienza, è un blockbuster tutto azione e colpi di scena e allo stesso tempo un esercizio filosofico sulla natura della realtà, un film alla vecchia maniera (vedi il punto 3) e un film del futuro (vedi sempre il punto 3).

3. Perché pochi registi come Nolan riescono a essere così efficaci nel coniugare il citazionismo (molti i modelli qui omaggiati, dalla spy story alla James Bond al western di Sergio Leone, dal solito Philip K. Dick al solito Christopher Priest) e l’autocitazionismo (l’assalto al teatro dell’Opera di Kiev nella sequenza di apertura è un condensato di tutte le più spettacolari operazioni di Bane in The Dark Knight Rises); così credibili nel sintetizzare la fedeltà a un’idea di spettacolo e una visione del cinema pronta a sfidare ogni volta nuovi limiti.

4. Perché Tenet è un gioco di prestigio e come ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata la promessa. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: una sequenza d’azione, un’operazione dei servizi segreti che finisce male, o un pezzo di metallo dalla forma strana. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare che sia davvero reale… sì, inalterato, normale. Ma ovviamente… è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato la svolta. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario: il pezzo di metallo viaggia indietro nel tempo: vi salta in mano dal pavimento, si muove prima che lo tocchiate, rotola verso le vostre dita senza che nessuno lo abbia spinto. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Ma ancora non applaudite. Perché mostrare qualcosa che sfida il nostro senso comune non è sufficiente; bisogna anche farci credere che sia possibile. O, ancora meglio, che sia inevitabile. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo il prestigio. E Tenet fa tutte e tre queste cose meglio di qualsiasi altra cosa si sia vista al cinema, per lo mento dai tempi di The Prestige.

5. Perché a ogni nuovo film Nolan si ritaglia un posto nell’olimpo dei registi più grandi di tutti i tempi – quello, per intenderci, dove siedono Orson Welles e Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e Akira Kurosawa, Andrej Tarkovskij e Sergio Leone, e continuate voi l’elenco. Dell’ultima generazione di cineasti, lui e il collega Denis Villeneuve sono i candidati più accreditati a unirsi alla schiera di cui sopra. E questo dovrebbe bastare per non lasciarsi scappare ogni nuovo parto delle loro menti.

6. Perché Tenet prosegue una riflessione sul tempo che accompagna Nolan fin dai suoi esordi, da Following e Memento fino a Interstellar e Dunkirk, passando per Insomnia e Inception, e mette insieme il gusto per i paradossi e la fascinazione della meccanica quantistica che già facevano capolino in The Prestige e Interstellar. E riesce a costruire due ore e mezza di spettacolo senza tregua a partire da uno schema di 5 parole:

S  A  T  O  R
A  R  E  P  O
T  E  N  E  T
O  P  E  R  A
R  O  T  A  S

7. Perché ci sono 5 attori in stato di grazia: John David Washington è già da BlacKkKlansman qualcosa di ben più di un “figlio d’arte” e non è quindi una sorpresa, come non lo sono Kenneth Branagh (qui alla seconda collaborazione con Nolan dopo Dunkirk) e ovviamente Michael Caine (a cui bastano pochi minuti per registrare l’ennesima interpretazione indimenticabile di una carriera straordinaria); ma sono state per me delle rivelazioni sia Robert Pattinson (su cui, malgrado la buona prova di Cosmopolis, ammetto il mio pregiudizio) che Elizabeth Debicki (che era anche nei Guardiani della Galassia Vol. 2, ma di cui non avevo visto altro prima di questo film).

8. Perché non credo che vi capiterà di vedere tanto presto qualcosa di simile o anche solo di lontanamente paragonabile. Per la molteplicità di livelli di lettura/visione (pellicola action, riflessione filosofica sulla realtà, operazione metanarrativa fin dal nome e dal ruolo eterodiretto del Protagonista… vedi il punto 2); e per la magistrale resa coreografica dello spettacolo, in grado di filmare qualcosa che sulla carta è per sua definizione non filmabile.

9. Perché forse lo avete già visto. E quindi dovete per forza rivederlo.

10. Perché Tenet è tutto questo e molto altro ancora e quindi, se non sono riuscito a convincervi, andate a vederlo per farvi un’idea vostra. E magari tornate da queste parti e riparliamone.

11. Perché viviamo in un mondo crepuscolare. Nessun amico al tramonto.

Buona visione!

There is a crack in everything
That’s how the light gets in.

Leonard Cohen, Anthem

Save Me è una miniserie britannica del 2018, prodotta da World Productions e Sky Atlantic e trasmessa in Italia quello stesso anno. Segue le peripezie tra i bassifondi londinesi, dipinti come gironi infernali sospesi tra inedia, squallore, violenza e piccola e grande criminalità, di una galleria di personaggi che ruota intorno al Palm Tree. Al centro delle vicende troviamo Nelly Rowe, interpretato da Lennie James (reduce da The Walking Dead e Fear the Walking Dead, ma visto anche in Blade Runner 2049), che la serie l’ha anche ideata e poi scritta in collaborazione con Daniel Fajemisin-Duncan e Marlon Smith.

Nelly è un perdigiorno che vive di espedienti tra le torri di Deptford (nella zona sudest di Londra) e bazzica il Palm Tree, il pub del suo quartiere, in cui è un po’ un’istituzione, nella misura in cui finiscono per esserlo tra i loro simili i nullafacenti che si crogiolano per tutta la vita, senza particolari pentimenti, nella loro inettitudine e inconcludenza. Finché un giorno sua figlia Jody McGory (Indeyarna Donaldson-Holness), che Nelly non vede da più di dieci anni e che è ormai un’adolescente, scompare nel nulla proprio mentre si suppone che stia andando da lui per conoscere il suo padre naturale. Nelly è il principale sospettato della polizia, ma si professa estraneo all’accaduto e, quando viene rimesso in libertà, decide di rintracciare Jody ricorrendo a tutte le risorse a sua disposizione, molte delle quali lo portano inevitabilmente a misurarsi con il lato nascosto del suo carattere, dei suoi amici, della nuova famiglia di Jody, ma non solo.

Comincia così un vortice di angoscia e sospetti, di inganni e paure, che finisce per coinvolgere altri personaggi che gravitano intorno al pub – spacciatori, spogliarelliste, travestiti, persone comuni che hanno un conto aperto con Nelly o con il fantasmi del loro passato – così come anche la madre della ragazza, Claire (Suranne Jones), e suo marito Barry McGory (Barry Ward), padre adottivo di Jody e gestore di un club che nasconde traffici non proprio cristallini. La ricerca diventa una corsa contro il tempo quando appare chiaro che la ragazza è in pericolo di vita e spingerà Nelly nei meandri in penombra che si snodano sulle rive del Tamigi, in cui i soldi possono comprare qualsiasi cosa e distruggere in un batter di ciglia le vite di chi finisce, per colpe proprie o altrui o anche – e non è questa la cosa peggiore? – senza nessun motivo particolare, nel grande tritacarne.

La storia raccontata da Save Me si snoda in appena sei puntate (da 50 minuti), ma sono cinque ore che ti vengono addosso come un treno, lasciandoti confuso e a corto di riferimenti. È una storia che non ammette compromessi, che ti ipnotizza dalle prime scene, tenendoti avvinto nella morsa del dubbio di quello che è successo davvero a Jody, oppure ti respinge senza tanti complimenti per la crudezza con cui dipinge la natura umana. Ma se la voce di Jody incisa nella segreteria del suo cellulare ti perseguita come uno spettro senza darti tregua, sarai pronto a seguire Nelly e Claire nel loro personale calvario, girone infernale dopo girone infernale, perché se c’è una cosa chiara da subito, a loro come allo spettatore, è che in nessun caso la dimensione dell’incubo in cui si accingono a sprofondare le loro vite potrà fermarsi alla superficie: dovremo sporcarci le mani, immergerci negli umori neri delle menti umane più abiette, e inabissarci con loro puntata dopo puntata verso profondità inesplorate.

Il ritmo serrato e le svolte improvvise di un intreccio perfetto diventano anche un modo per gettare luci nei lati oscuri dei personaggi: scoprendo i vuoti nascosti dietro le facciate più abbaglianti, illuminando le sorprese celate dietro le ombre più sospette. Save Me andrebbe fatta vedere a tutti quelli che sostengono l’inevitabilità di una separazione rigida da trama e psicologia, tra idee e introspezione, che riducono ogni cosa a uno schematismo di comodo (genere o mainstream?): il congegno messo a punto da James e dalla World Productions è micidiale e in questo senso sembra quasi sintetizzare la formula non solo dell’equilibrio perfetto, ma di un circolo virtuoso che si autoalimenta e che trae forza da ogni interazione tra i personaggi e gli eventi in cui vengono sbattuti.

Il finale, con la corsa contro il tempo che si risolve in un’atmosfera dilatata, perfino onirica (su cui non dirò niente di più per non dissiparne l’impatto emotivo), scandita dalle note di Doomed di Moses Sumney, giunge inesorabile a suggellare un thriller magistrale e senza traccia di sbavature. La seconda stagione, che arriva in Italia in questi giorni con il titolo di Save Me Too, riprende la storia di Nelly da dove l’aveva lasciata l’ultima puntata, credo con la consapevolezza che sia quasi certamente impossibile, già solo per il fatto che si sia pensato di farne un seguito, replicarne l’esito.

The holy dove
She will be caught again
bought and sold
and bought again
the dove is never free.

Leonard Cohen, Anthem

In cerca di Klingsor (En busca de Klingsor) è un oggetto letterario misterioso. Pubblicato in Messico nel 1999, quando il suo autore, il messicano Jorge Volpi, era poco più che trentenne, fu oggetto di un’immediata traduzione italiana (a firma di Bruno Arpaia) e stampato in rapida successione da Mondadori in un pregevolissimo rilegato nel settembre dello stesso anno, ripreso a stretto giro da Mondolibri per i suoi soci e nell’ottobre del 2001 in edizione economica per la collana Oscar Bestsellers. Dopodiché, malgrado l’editore di Segrate abbia continuato a dedicare a Volpi l’attenzione che merita, dando alle stampe i successivi Non sarà la terra (2010) e Memoriale dell’inganno (2015), che nulla hanno a che fare con Klingsor, del suo libro d’esordio si perdono le tracce: nessuna ristampa, nessuna riedizione nelle collane tascabili della casa editrice, niente che possa ridare respiro a un lavoro che avrebbe giovato di una maggiore dedizione da parte del suo editore.

Non sono stato l’unico a incontrare difficoltà a reperirne una copia usata, come ho avuto modo di appurare nel seguito il libro appare e scompare dalle librerie on line con una certa costanza. È così che nel marzo di due anni fa sono entrato in possesso della mia copia, per la cifra vertiginosa di ben… 4,00 euro! Qualora voleste seguire le mie orme nell’impresa, non vi scombussolerà i piani sapere che su Amazon potrete rimediare la vostra copia a una somma poco più che doppia: non certo un salasso.

Volpi, il cui nome per esteso è Jorge Luis Volpi Escalante, oggi riconosciuto come uno degli autori dell’America Latina più influenti, nasce a Città del Messico il 10 luglio 1968 e negli anni Novanta è uno degli animatori della cosiddetta Generación del Crack, “un movimento di giovani scrittori e intellettuali deciso a segnare una rottura con la letteratura del Boom latinoamericano e in particolare con il realismo magico” (fonte: Treccani). Nel 1998 pubblica il saggio La imaginación y el poder, ma è l’anno successivo che si guadagna la notorietà internazionale con questo En busca de Klingsor, che gli ha richiesto cinque anni di ricerche e lavoro.

Ed è un riscontro, sia quello del pubblico che quello della critica, a dir poco meritato.

Se volessi concedermi un’iperbole, potrei accostare questo titolo a L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (qui trovate un mio vecchio profilo dell’autore, con una rassegna dei capolavori che aveva pubblicato fino al 2005): l’uso metaforico della scienza, il gusto per le digressioni più o meno colte, un crescente senso di paranoia e un certo atteggiamento scanzonato e dissacrante nei confronti della materia trattata, sono tutti ingredienti che troviamo a piene mani nel postmodernismo, e a maggior ragione in quello che è considerato il suo culmine letterario, con cui In cerca di Klingsor condivide in parte anche l’ambientazione nella Germania nazista. A questo Volpi aggiunge una originale riflessione metanarrativa che lo spinge a imbastire una catena di paralleli che spazia dalle procedure investigative alla storiografia, sconfinando in una vera e propria teoria del romanzo giallo costruita a partire dagli strumenti della scienza del Novecento.

Fino a relativamente poco tempo fa, gli investigatori – i fisici – avevano a disposizione un ordinato manuale di tattiche per scovare delinquenti, scritto da un criminologo del XVII secolo chiamato Newton. Per decenni quel manuale ha funzionato alla perfezione, facendo scovare e punire i trasgressori. Sfortunatamente, l’elettrone è un criminale più astuto dei suoi predecessori e i metodi usati in precedenza non sono serviti a nulla quando si è cercato di catturarlo. Al suo confronto, gli antichi criminali erano banditi di second’ordine; diversamente da loro, l’elettrone non solo fugge e scompare, ma, nel farlo, infrange tutte le leggi conosciute. [pag. 337]

Il modello di Pynchon forse è un po’ contraddittorio per un autore che invitava gli autori messicani a guardare soprattutto alla letteratura del loro paese. Ma questa presa di posizione derivava in realtà da un progressivo allontanamento auspicato da Volpi e dagli altri autori della Generazione del Crack rispetto ai modelli (e agli stereotipi) della letteratura latinoamericana di successo. E non credo comunque che un autore possa sentirsi offeso da un accostamento alla figura di uno dei veri, autentici titani che hanno dominato la scena delle lettere dell’ultimo secolo.

In alto, da sinistra: John von Neumann, Albert Einstein, Georg Cantor, Kurt Gödel.
In basso, da sinistra: Max Planck, Niels Bohr, Erwin Schrödinger e Werner Heisenberg.

La trama, in estrema sintesi, prende le mosse dal programma nucleare del Terzo Reich per esplorare un’ipotesi romanzesca tanto suggestiva quanto inquietante: ovvero che durante le ultime fasi del regime, le ricerche scientifiche della Germania nazista fossero sotto il controllo di un unico misterioso individuo. Nelle trascrizioni delle audizioni dei gerarchi alla sbarra, il tenente Francis P. Bacon, ex studente di fisica, ex agente dell’OSS inviato in missione in Europa su consiglio di John von Neumann, appena giunto a Norimberga, legge: «Per ottenere i fondi, ogni progetto doveva avere il visto del consulente scientifico del Führer. Non sono mai riuscito a sapere chi fosse, ma si mormorava che si trattasse di una notissima personalità. Un uomo che godeva del favore della comunità scientifica e che si nascondeva sotto il nome di Klingsor» (pag. 37).

Bacon è incaricato di risalire all’identità di questo sfuggente plenipotenziario che avrebbe avuto un ruolo cruciale nei programmi di ricerca e, suo malgrado o forse no, nella sconfitta del regime. Siamo nell’ottobre del 1946 e inizia da qui una spirale narrativa che avvolge il lettore in un vortice dal movimento in principio ingannevolmente lento, ma che diventa presto inesorabile: le sue indagini si snoderanno avanti e indietro nel tempo, abbracciando un’epoca e uno spazio che si estendono dalla vita nel campus dell’Institute for Advanced Study di Princeton tra le due guerre alla Gottinga post-bellica, passando per il ruolo di Werner Heisenberg nel programma nucleare nazista e per il fallito attentato del 20 luglio 1944. La voce del narratore è quella di Gustav Links, un matematico tedesco (figura di fantasia), coinvolto nel programma nucleare e per questo reclutato da Bacon come consulente delle sue indagini. Links è in qualche modo l’eco dell’autore, che fa ripetutamente irruzione nel testo per commentare le azioni, le scelte, i comportamenti dei suoi personaggi, e il riflesso maturo e disincantato del giovane e sprovveduto Bacon, con cui intreccerà in un efficace contrappunto la propria storia personale.

I due, con i relativi limiti caratteriali che si trascinano dietro, formano sulla pagina una indimenticabile coppia di scienziati-investigatori, che offre il meglio quando devono sottoporre alla reciproca confutazione le rispettive ipotesi e teorie.

Il giardino del mago Klingsor, dal ciclo Parzival, Great Music Room, c.1883-84 (murale) di Christian Jank.

Abbastanza programmaticamente, le tre parti di cui si compone il romanzo si aprono con capitoli intitolati nell’ordine: Leggi del movimento narrativo, Leggi del moto criminale, Leggi del moto traditore. E, altrettanto ricorsivamente, si concludono con capitoli che fanno riferimento ai tre atti del Parsifal di Richard Wagner, l’ultimo dramma del compositore tedesco, in cui a Klingsor spetta il ruolo dell’antagonista nella contesa del Santo Graal. In mezzo, una valanga di spunti e di suggestioni, che comprendono: la figura enigmatica di Heisenberg, la sua rivalità con Erwin Schrödinger per la formalizzazione della fisica quantistica, il suo iniziale sodalizio con il fisico danese Niels Bohr e il loro successivo allontanamento causato dalla politica espansionista e dalla persecuzione antisemita della Germania nazista, verso cui Heisenberg tenne sempre un atteggiamento quanto meno ambivalente, il ribasso della sua popolarità a causa della Deutsche Physik di Johannes Stark, una campagna nel più ampio orizzonte della guerra dichiarata dal vecchio mondo della fisica alla nuova meccanica dei quanti, e decine di altre mirabili pagine dedicate alle figure di fisici e matematici. Tra le pagine di Volpi incontreremo anche un tormentato Max Planck, uno scanzonato Albert Einstein, un fugace ritratto di Georg Cantor e, impossibile da dimenticare, un Kurt Gödel che va in pezzi proprio nel bel mezzo di una conferenza a Princeton interrotta dalla furia incontenibile scatenata contro Bacon dalla sua promessa sposa, appena resasi conto della sua condotta libertina.

Alla fine, malgrado la sete di spiegazioni del lettore resti in parte insoddisfatta, le sue aspettative saranno al contrario ampiamente ripagate da una conclusione tanto spietata quanto logica, inevitabile conseguenza dei presupposti narrativi sapientemente tracciati fin dalla prima pagina e degli indizi disseminati lungo tutto l’arco del romanzo.

Mi scuserete, allora, se ricorro a questa odiosa volgarizzazione, ma in quei momenti non riuscivo a non pensare che il tenente Bacon e io eravamo in preda a qualcosa di molto simile al principio di indeterminazione. Poco importava, in fondo, se gli atomi non avevano molto a che fare con le nostre ricerche. Klingsor ci faceva sentire in un mare di dubbi. Stavamo seguendo la pista giusta? Si trattava di una trappola? O nemmeno di questo, ma solo di un semplice errore? E da lì in avanti le domande si sarebbero fatte sempre più ansiose e disperate. Potevamo fidarci degli altri? Irene era un’amante devota? E Bacon era un uomo fedele? Io dovevo continuare a credere nell’ingenuità e nella goffaggine di quell’uomo? Era prudente che lui seguisse le mie indicazioni? Stavo manipolandolo a mio favore, come diceva Irene? O era lei a manipolarlo? Chi giocava con chi? Chi tradiva chi? E perché? Eravamo, in un modo o nell’altro, pedine sulla scacchiera di Klingsor? O peggio, Klingsor era solo un’astrazione delle nostre menti, una proiezione della nostra incertezza, un modo di colmare il nostro vuoto? [pagg. 359-360]

Interrogativi a cui le ricerche di Bacon e Links forse non troveranno una risposta, ma che condurranno comunque i due a soddisfare le rispettive aspirazioni: l’inganno eterno, e l’eterno castigo.

La redazione di Quaderni d’Altri Tempi ha pensato di dare il suo contributo alla transizione nella Fase 2 e ha confezionato un maxi speciale dedicato al virus nell’immaginario e nella comunicazione, nelle sue varie declinazioni.

Mi è toccato fortuitamente l’onore e l’onere di aprire le danze con questa panoramica delle epidemie immaginate e messe in scena da scrittori, sceneggiatori e registi, attraverso un centinaio di titoli di romanzi, racconti, fumetti, film e serie TV. Come si faceva all’università un tempo (ora non so), ve lo presento a partire dalla bibliografia, in cui proprio l’altra sera notavo l’assenza di due film che ero convinto non mi sarebbero sfuggiti (Cassandra Crossing di George Pan Cosmatos ed Epidemic di Lars von Trier) e di un terzo (in realtà tre, tutti molto belli) di cui in realtà ho parlato altrove (si da il caso proprio qui, a partire dai primi due della trilogia prequel del Pianeta delle Scimmie scaturita da Rise of the Planet of the Apes), ma è anche vero che con la lista di titoli sbrodolata qua sotto fare entrare tutto in trentamila battute è già stato un mezzo miracolo per un grafomane come me.

A voi beccare le eventuali altre omissioni…

Letture
  • Alan D. Altieri, L’ultimo rogo della Morte Rossa in Underworlds. Echi dal lato oscuro. Tutti i racconti vol. 4, TEA, Milano, 2011.
  • Alan D. Altieri, Miss Ecclesiaste in Armageddon. Scorciatoie per l’Apocalisse. Tutti i racconti vol. 1, TEA, Milano, 2008.
  • Alan D. Altieri, Un’alba per l’Ecclesiaste in Underworlds. Echi dal lato oscuro. Tutti i racconti vol. 4, TEA, Milano, 2011.
  • Margaret Atwood, L’altro inizio, Ponte alle Grazie, Milano, 2014.
  • Margaret Atwood, L’anno del diluvio, Ponte alle Grazie, Milano, 2010.
  • Margaret Atwood, L’ultimo degli uomini, Ponte alle Grazie, Milano, 2003.
  • Greg Bear, La musica del sangue, Editrice Nord, Milano, 1997.
  • Greg Bear, La musica del sangue, in Gardner Dozois (a cura di), Il meglio della SF. L’Olimpo dei classici moderni, Mondadori, Milano, 2008.
  • David Brin, L’uomo del giorno dopo, Editrice Nord, Milano, 1995.
  • Max Brooks, Manuale per sopravvivere agli zombie, Einaudi, Milano, 2006.
  • Max Brooks, World War Z, Cooper, Roma, 2013
  • Octavia E. Butler, Sopravvissuta, Interno Giallo/Mondadori, Milano, 1994.
  • Richard Calder, Dead Boys, HarperCollins, London, 1994.
  • Richard Calder, Dead Things, HarperCollins, London, 1996.
  • Richard Calder, Virus ginoide, Editrice Nord, Milano, 1996.
  • Albert Camus, La peste, Bompiani, Milano, 2017.
  • John Christopher, La morte dell’erba, Beat, Milano, 2014.
  • James S. A. Corey, Leviathan. Il risveglio, Fanucci, Roma, 2015.
  • James S. A. Corey, Caliban. La guerra, Fanucci, Roma, 2015.
  • James S. A. Corey, Abaddon’s Gate. La fuga, Fanucci, Roma, 2016.
  • James S. A. Corey, Cibola Burn. La cura, Fanucci, Roma, 2016.
  • Arthur Conan Doyle, La nube avvelenata, Newton, Roma, 1994.
  • Michael Crichton, Andromeda, Garzanti, Milano, 2018.
  • Giovanni De Matteo, Language Is a Virus (Again)Prismo, 14 giugno 2016.
  • Giovanni De Matteo, L’epidemia: il noir post-apocalittico di Per WahlööHolonomikon, 9 marzo 2020a.
  • Giovanni De Matteo, Bios di Robert C. Wilson, ovvero il caso della natura contro l’uomoHolonomikon, 11 aprile, 2020b.
  • Guillermo Del Toro e Chuck Hogan, La caduta, Mondadori, Milano, 2011.
  • Guillermo Del Toro e Chuck Hogan, La progenie, Mondadori, Milano, 2009.
  • Guillermo Del Toro e Chuck Hogan, Notte eterna, Mondadori, Milano, 2012.
  • Greg Egan, Distress, Mondadori, Milano, 2002.
  • Greg Egan, La Terra moltiplicata, Editrice Nord, Milano, 1998.
  • Nicola Griffith, Ammonite, Elara, Bologna, 2007.
  • Frank Herbert, Il morbo bianco, Mondadori, Milano, 2019.D. James, I figli degli uomini, Mondadori, Milano, 2013.
  • Stephen King, L’ombra dello scorpione, Bompiani, Milano, 2017.
  • Robert Kirkman, The Walking Dead (Volumi 1-32), SaldaPress, Reggio Emilia, 2005-2019.
  • Nancy Kress, Brain Rose, William Morrow & Co, New York City, 1989.
  • Nancy Kress, Ej-Es, in David G. Harwell (a cura di), Venti galassie, Mondadori, Milano, 2007.
  • Nancy Kress, Contagio, Fanucci, Roma, 2001.
  • Nancy Kress, Inerzia, in Gardner Dozois (a cura di), Supernovae. II parte, Mondadori, Milano, 1996.
  • Nancy Kress, Miracoli e giuramenti, Fanucci, Roma, 2000.
  • Jack London, La peste scarlatta, Adelphi, Milano, 2009.
  • Charles Eric Maine, Il grande contagio, Mondadori, Milano, 2009.
  • Richard Matheson, Io sono leggenda, Mondadori, Milano, 2020.
  • Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, Milano, 2014.
  • China Miéville, Embassytown, Fanucci, Roma, 2016.
  • David Moody, Il virus dell’odio, Mondadori, Milano, 2011.
  • Edgar Allan Poe, I racconti del mistero, RCS Libri, Milano, 2014.
  • Alastair Reynolds, Absolution Gap, Mondadori, Milano, 2015.
  • Alastair Reynolds, La città del cratere, Mondadori, Milano, 2017.
  • Alastair Reynolds, Redemption Ark, Mondadori, Milano, 2014.
  • Alastair Reynolds, Rivelazione /1, Mondadori, Milano, 2009.
  • Alastair Reynolds, Rivelazione /2, Mondadori, Milano, 2009.
  • Kim Stanley Robinson, Gli anni del riso e del sale, Newton Compton, Roma, 2007.
  • Matt Ruff, Acqua, luce e gas, Fanucci, Roma, 2004.
  • José Saramago, Cecità, Feltrinelli, Milano, 2013.
  • Robert Sheckley, Una chiacchierata con il virus del Nilo Occidentale, in Robot n. 45, Delos Books, Milano, 2004.
  • Mary Shelley, L’ultimo uomo, Mondadori, Milano, 1997.
  • Matthew Phipps Shiel, La nuvola purpurea, D Editore, Roma, 1918.
  • Emily St. John Mandel, Stazione undici, Bompiani, Milano, 2015.
  • Neal Stephenson, Snow Crash, BUR, Milano, 2007.
  • James Tiptree Jr., La soluzione della mosca, in Ann & Jeff VanderMeer (a cura di), Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia, Nero Editions, Roma, 2018.
  • Dario Tonani, L’algoritmo bianco, Mondadori, Milano, 2009.
  • Brian Vaughan, Pia Guerra, Y. L’ultimo uomo (Volumi 1-7), RW Lion, Novara, 2016-2020.
  • David Wellington, Monster Island, Mondadori, Milano, 2008.
  • David Wellington, Monster Nation, Mondadori, Milano, 2009.
  • David Wellington, Monster Planet, Mondadori, Milano, 2009.
  • Herbert G. Wells, La guerra dei mondi, Fanucci, Roma, 2017.
  • Walter Jon Williams, L’era del flagello, Delos Books, Milano, 2005.
  • Connie Willis, L’anno del contagio, Editrice Nord, Milano, 1994.
  • Connie Willis, L’ultimo dei Winnebago, Delos Books, Milano, 2008.
  • Robert Charles Wilson, Bios, Fanucci, Roma, 2001.
Visioni
  • Danny Boyle, 28 giorni dopo, Fox, 2004 (home video).
  • John Cabrera, Cosimo De Tommaso, H+: The Digital Series, YouTube, 2012-2013.
  • Claire Carré, Embers, Papaya, Chaotic Good, Bunker Features, Usa, 2015.
  • Kevin Costner, L’uomo del giorno dopo, Warner Bros Entertainment Italia, 1999 (home video).
  • Michael Crichton, Il mondo dei robot, Warner Bros., 2013 (home video).
  • David Cronenberg, Videodrome, Universal Pictures Italia, 2008 (home video).
  • Alfonso Cuarón, I figli degli uomini, Universal Pictures Italia, 2018 (home video).
  • Guillermo Del Toro, Chuck Hogan, The Strain (Stagioni 1-3), Fox, 2018 (home video).
  • Marc Fergus, Hawk Ostby, The Expanse, Amazon Prime, 2015-in corso.
  • Marc Forster, World War Z, Universal Pictures Italia, 2013 (home video).
  • Juan Carlos Fresnadillo, 28 settimane dopo, Fox, 2008 (home video).
  • Mick Garris, L’ombra dello scorpione, Universal Pictures Italia, 2007 (home video).
  • Terry Gilliam, L’esercito delle 12 scimmie, Universal Pictures Italia, 2010 (home video).
  • Robert Kirkman, Frank Darabont, The Walking Dead – Stagioni 1-9, Warner Bros, 2019 (home video).
  • Francis Lawrence, Io sono leggenda, Warner Bros. Entertainment Italia, 2008(home video).
  • Chris Marker, La Jetée/Sans Soleil, Sony Pictures, 2019 (home video).
  • Terry Matalas, Travis Fickett, L’esercito delle 12 scimmie, Netflix, 2015-2018 (home video).
  • Fernando Meirelles, Blindness, Cg, 2011 (home video).
  • Terry Nation, Survivors – I sopravvissuti, Yamato Video / Dolmen Home Video, 2009 (home video).
  • Jonathan Nolan, Lisa Joy, Westworld – Stagione 1, Warner Bros, 2017 (home video).
  • Jonathan Nolan, Lisa Joy, Westworld – Stagione 2, Warner Bros, 2018 (home video).
  • Jonathan Nolan, Lisa Joy, Westworld – Stagione 3, Sky, 2020.
  • Ubaldo Ragona, L’ultimo uomo della Terra, Ripley’s Home Video, 2017 (home video).
  • George Romero, La notte dei morti viventi, DNA, 2012 (home video).
  • Boris Sagal, 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra, Warner Bros. Entertainment Italia, 2008 (home video).
  • Steven Soderbergh, Contagion, Warner Home Video, 2012 (home video).
  • Shinya Tsukamoto, La mutazione infinita di Tetsuo il fantasma di ferro, Minerva Pictures Group, 2013(home video).
  • Robert Wise, Andromeda, Universal, 2015 (home video).

Gli altri articoli che completano lo speciale sono una riflessione di Roberto Paura sulle figure dei virologi, infettivologi ed epidemiologi nella comunicazione della crisi e un’analisi di Valerio Pellegrini di Plague Inc., un gioco per smartphone che simula proprio l’evoluzione di una crisi da un focolaio virale. Il quarto pezzo, a firma di Gennaro Fucile, uscirà questa settimana e sarà incentrato sullo scollamento tra cronaca e fiction, con una riflessione sul gioco di specchi tra la realtà e l’immaginario mandato in pezzi dall’emergenza.

Buona lettura!

Kim Stanley Robinson è uno dei giganti viventi della letteratura nordamericana, artefice di quello che è il più ambizioso affresco planetario della fantascienza contemporanea. I personaggi, gli scenari e le tematiche che sorreggono la trilogia marziana sono stati oggetto anche di una serie di «scritti minori», sicuramente per dimensioni, ma altrettanto certamente non per ambizioni. I racconti, le poesie e i frammenti di quella che potremmo definire autofiction ambientati nell’universo dei Primi Cento e in una sua linea narrativa alternativa sono stati raccolti in un volume che Fanucci ha pubblicato da poco con il titolo I marziani.

Ne parlo diffusamente su Quaderni d’Altri Tempi.

Qui aggiunto soltanto che si tratta di un libro in cui per l’appassionato della trilogia sarà un piacere perdersi e ritrovarsi, riprendere i fili del racconto e venire catapultato ancora una volta nell’epopea della colonizzazione marziana. Per assistere alla progressiva sottomissione dell’habitat selvaggio alla legge della vita, e per seguire fin oltre le estreme conseguenze mostrate nel Blu di Marte l’evoluzione della terraformazione.

Eileen lo invidia, sebbene sappia che lui ha dei sentimenti contrastanti a riguardo. Ma ormai è una delle cose di lui che ama. Si ricorda tutto eppure è rimasto fiducioso, perfino allegro, durante tutti gli anni del collasso climatico. Una roccia su cui poteva fare affidamento quando è lei ad affrontare cicli di disperazione e tristezza. Ovviamente, in quanto Rosso, si potrebbe dire che lui non ha ragione di lamentarsi. Ma non sarebbe la verità. Il suo atteggiamento è sempre stato più complesso, Eileen se n’è accorta; così complesso che non lo ha afferrato del tutto. Un aspetto della sua memoria infallibile, avere una prospettiva a lungo termine; la determinazione a fare sempre le cose al meglio; la gioia sgomenta per la natura che resiste; un miscuglio di tutto ciò. Lei lo guarda mentre fissa assorto il promontorio da cui una volta hanno ammirato un mondo vivente.

Il mondo del futuro è un incubo barocco di burocrazia neofeudale. La Terra è un mondo morente, in cui ciò che resta delle Americhe prospera sulle macerie degli altri continenti, spazzati per decenni da pandemie e pestilenze che ne hanno decimato la popolazione. Alcuni pionieri hanno stabilito avamposti sulla superficie di Marte, nella fascia asteroidale e i più audaci e refrattari al controllo delle Grandi Famiglie terrestri addirittura nei corpi ghiacciati della cintura di Kuiper, dove il sole è poco più di una stella come le altre in una notte senza fine.

Il potere delle Grandi Famiglie e dei loro «vassalli» e servitori si esprime attraverso i Trust, megaconglomerati industriali che hanno trovato nella corsa allo spazio lo sbocco ideale per il loro perdurante scontro di potere. Hanno instaurato così una precaria alleanza con i tecnici e gli scienziati ribelli delle Repubbliche di Kuiper e, sfruttando la tecnologia quantistica alla base dei lanci di Higgs, sono riusciti a raggiungere una decina di mondi nel raggio di qualche centinaio di anni luce dalla Terra, instaurandovi dei presidi di ricerca. Isis è uno di questi mondi, il Progetto Isis è l’insieme di programmi condotti dai Trust per sfruttare le conoscenze che ne potrebbero derivare e Kenyon Degrandpre, un manager di un certo rilievo ma non appartenente a nessuna Famiglia, il direttore della Stazione Orbitale Isis che si sforza di compiacere i suoi superiori, amministrando il progetto con sterile ma servizievole incompetenza, portando a tutta una serie di spiacevoli conseguenze per il migliaio di membri che dipendono da lui.

Perché Isis non è un mondo come gli altri:

Il pianeta era pieno di vita, ma era una vita più vecchia di un miliardo di anni rispetto a quella della Terra, più evoluta ma anche più primitiva, preservata dai cambiamenti per l’assenza di grandi ondate di estinzione; c’era spazio per tutti, per tutti i generi e per ogni strategia di sopravvivenza eccetto quella umana, senziente, terrestre. Siamo creature così semplici, pensò; non riusciamo a tollerare queste fitotossine ben affilate, gli innumerevoli predatori microscopici cui ha dato forma un miliardo di anni di involuzione. Nulla, nell’arsenale del sistema immunitario umano, riesce ad accorgersi delle invisibili armate isiane, e a respingerle.

La vita terrestre sbarcata sul pianeta è sottoposta a una costante minaccia dalle forme di vita indigene. I tecnici e i ricercatori occupati nelle quattro stazioni sulla sua superficie (un avamposto oceanico, una installazione polare e due basi, Gamma e Delta, soprannominate Marburg e Yambuku dal nome delle «prime varietà identificate della febbre emorragica che aveva devastato la Terra del ventunesimo secolo») sono impegnati in una lotta senza tregua per la sopravvivenza, dovendo garantire l’isolamento ermetico degli habitat in cui vivono per prevenire l’intrusione di agenti esterni che porterebbero a un contagio per cui non esiste alcuna cura: «Siamo seduti sul fondo di un oceano biologico ostile, e Yambuku è una batisfera» spiega Elam Mather, una delle veterane di Yambuku, alla nuova arrivata Zoe Fisher. «Una sola falla, e per tutti noi è finita. In un ambiente simile, non possiamo permetterci nulla che non sia una reciproca fiducia».

La vita, su Isis, era un fiume più lungo e profondo. Il suo corso era lento e totalmente sfaldato, punteggiato non da glaciazioni o da impatti di comete ma da ondate di predatori e parassiti. L’ecologia di Isis era una distesa in via di sviluppo, armata. Le sue armi erano formidabili, le sue difese ingegnose.

E questo rendeva il pianeta, tra le altre cose, un’enorme e nuova farmacopea. Gran parte dei costi di mantenimento di Yambuku venivano pagati da consorzi di ditte farmaceutiche appartenenti al Trust del Lavoro. E anche quello era un problema. Ogni cosa che usciva da Yambuku andava giustificata con i contabili del Trust. Lì non c’era spazio per la scienza pura, come veniva fatto chiaramente capire ai dipendenti nativi di Kuiper.

Zoe Fisher è una sopravvissuta terrestre, arruolata dal settore Dispositivi e Personale dei Trust e mandata su Isis con lo scopo di condurre il primo esperimento di «immersione totale»: deve prendere contatto con le forme di vita superiori evolutesi su Isis e studiarle da vicino. Tra queste, i cosiddetti scavatori, dei vertebrati dall’aspetto ripugnante, provvisti di un carapace flessibile, di una tecnologia rudimentale e di possenti arti da scavo con cui realizzano le più ingegnose costruzioni della loro primitiva civiltà:  tumuli e montagnole che, nei loro ventri, celano tunnel che sprofondano nelle viscere del pianeta. Ma il Progetto Isis è affidato al Trust del Lavoro, una fazione rivale della D&P a cui riferisce Zoe, e la sua presenza diventa presto un problema: perché a sua insaputa Zoe non è solo una pedina in uno scontro più grande, con il suo mentore Avrion Theophilus che forse tiene più a ciò che lei «trasporta» che alla sua incolumità, ma un’arma con cui compiere una vendetta ai danni del sistema.

Un fotogramma di Solaris, regia di Steven Soderbergh (2002).

Come tutti i terrestri, Zoe è provvista di un timostato, un avanzatissimo sistema di bio-regolazione impiantato in un braccio, finalizzato al controllo dell’umore e all’inibizione della fatica: detto anche «termostato dell’anima», è un ritrovato biotecnologico in grado di trasformare i sudditi delle Grandi Famiglie in mansueti ed efficienti operatori al servizio dei Trust. Prima di essere lanciata dal planetoide di Fenice, però, in un atto di sfida e ribellione al sistema, una dottoressa prossima al ritiro ha operato una manomissione al bio-regolatore di Zoe, che si viene così a trovare in un ambiente alieno, spogliata di ogni certezza precedentemente acquisita, a fare i conti non solo con ciò che accade fuori di lei ma anche con le trasformazioni in atto dentro il suo corpo, con effetti non trascurabili sulla sua stabilità psico-emotiva.

Queste sono le premesse di Bios, eccezionale romanzo di Robert C. Wilson del 1999, pubblicato in Italia da Fanucci nell’effimera ma gloriosa collana Solaria nel marzo 2001 (nella traduzione di Domenico Gallo e Andrea Marti). Apparso originariamente con il sottotitolo A Novel of Planetary Exploration, Bios non è il romanzo più noto dell’autore americano-canadese, conosciuto soprattutto per Mysterium (altro romanzo apparso su Solaria, vincitore del Philip K. Dick Aaward nel 1994) e per Spin (Hugo Award nel 2005 e principio di una trilogia molto popolare), ma è ingiustamente sottovalutato e merita di essere riscoperto, come giustamente caldeggiava Enrico Di Stefano in tempi non sospetti dalle pagine di Delos SF, magari anche nella scia dell’attualità (e chissà che Fanucci non possa farci un pensierino).

Diversi sono i passaggi che chiudono interruttori psichici con le cronache di queste settimane, ispirando riflessioni sul mistero della vita, sul ruolo della coscienza nel bilancio della natura, sulla posizione dell’umanità nelle non sempre facilmente decodificabili dinamiche del cosmo. Prendiamo per esempio questo brano, descritto dal punto di vista di Tam Hayes, il direttore di Yambuku che finisce per innamorarsi, ricambiato, della nuova arrivata:

… anthrax, HIV, Nelson-Cahill 1 e 2, Dengue di Leung e tutta l’immensa schiera di virus emorragici… Lì c’erano tutti gli antichi orrori della Terra, predatori più scaltri e tenaci degli animali delle giungle, e altrettanto attivi, che continuavano a diffondersi tra le malnutrite popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa. Geometrie a spirale e catene proteiche color arcobaleno, tutte ricolme di morte.

Ecologia planetaria, aveva pensato. Antica, incredibilmente ostile. Quella era la bios di Tam diventata tangibile, l’intricato residuo di eoni di evoluzione.

Ma almeno la Terra aveva accolto il genere umano all’interno di quella equazione, per quanto le sue pestilenze fossero micidiali. Isis non aveva contrattato un accordo analogo.

O quest’altro, dal punto di vista di Zoe:

Se l’avessero sistemata non avrebbe più potuto provare quel fremito nell’attesa del suono della voce di Tam, l’improvvisa sensazione di leggerezza quando lui le faceva un complimento, l’intimità sconvolgente della mano di lui sul suo corpo.

Era follia, naturalmente, ma aveva in sé qualcosa di divino. Si domandò se si era imbattuta in una sorta di saggezza andata perduta per il mondo moderno, in un arcaico veicolo di emozioni nascosto sotto i rigidi rituali delle Famiglie o gli accoppiamenti da scimpanzé dei Clan di Kuiper.

Forse era quello il modo in cui i prolet non bio-regolati si innamoravano. L’amore faceva sentire così, si chiese, nelle zone a rischio virale dell’Africa e dell’Asia?

Aveva paura di quel sentimento. E aveva paura della sola idea che un giorno potesse cessare.

Tutto il romanzo è un sofisticato gioco di echi e risonanze, con pagine e sottotrame che si specchiano le une nelle altre, con linee narrative che divergono e confluiscono le une sulle altre come catene proteiche o, meglio ancora, molecole di DNA.

Un fotogramma di Solaris, regia di Andrej Tarkovskij (1972).

La scoperta del pianeta da parte di Zoe, delle sue insidie, dei suoi inesplicabili segreti, si svolge parallelamente alla sua indagine interiore, alla sua trasformazione in donna, una metamorfosi rapida ed effimera come quella di un bruco in farfalla. Per le ragioni sopra descritte, gli umani non possono avventurarsi fuori dai loro habitat severamente controllati, all’esterno sulla superficie di Isis, se non protetti da ingombranti e goffi scafandri, bio-armature corazzate concepite per proteggere i loro inquilini, ma drammaticamente esposte esse stesse all’aggressione degli agenti patogeni della biosfera isiana. Come intuisce Dieter Franklin, il planetologo di stanza a Yambuku, in uno dei suoi rapporti:

Si potrebbero fare congetture, e forse non in modo intempestivo, sulle possibilità inerenti a un network pseudo-neurale che connetta tutte le cellule isiane, una biomassa che (se si include la materia degli oceani e i batteri che fissano minerali distribuiti lungo la superficie del pianeta) sarebbe di proporzioni davvero sbalorditive. I crescenti, fruttuosi attacchi alle sottostazioni potrebbero venire visti, per analogia, come una reazione autonoma alla presenza di un corpo estraneo, nella quale le strategie per fare breccia sviluppate nell’ambiente salino e utilizzate per la prima volta contro la stazione per la ricerca nell’oceano siano state adattate, lentamente ma con efficacia, per l’impiego contro avamposti con base sulla terraferma…

La scoperta, destinata alla Terra, non arriverà mai a destinazione, intercettata da Degrandpre, preoccupato solo di preservare la propria posizione di potere, nutrendo l’illusione dei Trust e delle Grandi Famiglie che su Isis sia tutto sotto controllo. Ma la verità è ben diversa, e lui stesso non potrà evitare di farci i conti, riconsiderando sotto una nuova, spietata luce una vita, una carriera e un’impostazione mentale basate sui confini, sugli steccati, sulle separazioni nette, sui muri:

Ecco qui il vero orrore, pensò Degrandpre, questa rottura delle barriere. La civiltà, dopotutto, consisteva nel creare divisioni, mura e steccati che analizzassero ciò che era sgretolato e caotico ricomponendolo in ordinati elementi di immaginazione umana. Ciò che è selvaggio invade il giardino e la ragione viene abbattuta.

Comprese per la prima volta, o credette di comprendere, l’impulso religioso di suo padre. Le Famiglie e i loro Trust avevano diviso con grande finezza e ordinato in maniera ossessiva ciò che sulla Terra era politicamente e tecnologicamente selvaggio, ogni persona e ogni cosa e ogni procedimento erano stati inseriti nella loro orbita appropriata, all’interno del planetario sociale; ma, all’esterno delle mura delle Famiglie, ciò che era selvaggio continuava a premere, sempre più vicino: i prolet, i marziani, i clan di Kuiper; vettori di malattia che crescevano nelle tane delle classi inferiori; nessun vincitore, alla fine, se non la morte, e la crudele immensità dell’universo.

Regole e istituzioni fallaci con cui in molti si stanno misurando, anche in questi tempi.

Zoe, provvista di una bio-tuta di ultima generazione, sarà la prima umana a esplorare da vicino Isis, ma anche lei dovrà fare i conti con le oscure verità e i segreti sepolti nel suo passato, nella sua storia, nel suo DNA. Come spiega il Maestro Avrion Theophilus al dottor Tam Hayes:

«Non tutta la tecnologia nuova risiede nella sua tuta da uscite esterne, dottor Hayes.»

«Scusi?»

«Zoe è un insieme di programmi. Non è soltanto l’interfaccia. È stata accresciuta internamente, mi comprende? Possiede un sistema immunitario totalmente artificiale aggiunto al suo, quello naturale. Nanofabbriche agganciate all’aorta addominale. Se la tuta viene squarciata, noi dobbiamo saperlo. Ci sono tantissime cose che possiamo venire a sapere da lei, anche se dovesse morire durante l’uscita.»

La sua presenza rientra quindi nei cosiddetti «affari delle Famiglie», ed è un esperimento scientifico in prima persona, un banco di prova per un nuovo ritrovato tecnologico. Ma l’uomo continua a sopravvalutarsi e di conseguenza a sottovalutare la trama del cosmo e degli eventi in cui è inserito. E questo può rivelarsi fatale, specie su un mondo come Isis, lontano anni luce dalla Terra.

Un fotogramma di Solaris, regia di Andrej Tarkovskij (1972).

Denso di informazioni, scritto con un gusto per la parola che oserei quasi definire d’altri tempi, e intriso di una visione del mondo che non ho esitazioni ad accostare a quella di Thomas Ligotti, che su questo blog e altrove abbiamo affrontato a più riprese, Bios è un libro che produce un’onda lunga di pensieri e di riflessioni, esprimendo un pessimismo cosmico che a contatto con l’orrore sepolto al di là dei confini della nostra conoscenza sconfina in un nichilismo assoluto.

Cosa può esserci in fondo di peggio della scoperta di essere soli nell’universo? Di essere l’unica forma di vita a cui l’evoluzione biochimica abbia saputo condurre?

«È questa la risposta […] la risposta a tutte quelle vecchie domande. Noi non siamo soli nell’universo, Zoe. Ma siamo condannati a essere pressoché unici. La vita è antica quasi quanto l’universo stesso. Ma è vita nanocellulare, come quella degli antichi fossili marziani. Si è diffusa per la galassia prima della nascita della Terra. Viaggia nella polvere di stelle esplose».

Non era proprio Dieter a parlare, ma una qualche altra entità che le parlava attraverso il suo ricordo di Dieter. Lei lo sapeva. Avrebbe potuto essere una cosa spaventosa. Ma Zoe non aveva paura. Ascoltava attentamente, invece.

«Te lo spiegherei più per esteso, piccolina, ma voi non possedete le parole per esprimere queste cose. Guardala in questi termini. Tu sei un’entità vivente, cosciente. E pure noi tutti lo siamo. Ma non allo stesso modo. La vita attecchisce ovunque, nella galassia, persino nel suo centro rovente e affollato, dove le radiazioni ambientali ucciderebbero un animale come te. La vita è duttile e sa adattarsi. La coscienza nasce… be’, praticamente dappertutto. Non il tuo tipo di coscienza, però. Non quello degli animali, nati nell’ignoranza, destinati a vivere per un tempo breve e a morire, per sempre. Questa è l’eccezione, non la regola».

«Riesco a sentire le stelle che parlano» disse Zoe.

«Sì. Noi tutti possiamo, sempre. Più che altro si tratta di pianeti, non di stelle. Pianeti come Isis. Spesso alquanto diversi sotto l’aspetto fisico, ma tutti pieni di vita. Tutti loro parlano».

«Ma la Terra no» indovinò Zoe.

«No, la Terra no. Non sappiamo perché. Il granello di vita che ha trovato il vostro sole doveva essersi in qualche modo danneggiato. Siete cresciuti in maniera selvaggia, Zoe. In maniera selvaggia e da soli».

«Come un’orfana».

Dieter… la cosa-Dieter… le rivolse un sorriso triste. «Sì. Esattamente come un’orfana».

Ma non era veramente Dieter a parlare.

Era Isis.

Una chiosa che richiama sicuramente Stanisław Lem e Solaris, ma non privo di un retrogusto dickiano. Come ammette Robert C. Wilson nella sua postfazione, Bios è un romanzo cupo, che riflette lo stato d’animo di un momento particolarmente difficile della sua vita,  «tra la fine di un matrimonio e la morte di mia madre». Dopo averlo letto la prima volta nella primavera del 2017, ho continuato a rimuginarci sopra per tutto questo tempo, accarezzando più di una volta l’idea di parlarne su queste pagine, fino a cedere alla tentazione di rileggerlo negli ultimi giorni.

Non è un libro facile, sicuramente non è una storia che piacerà a tutti.

Ma è fantascienza al suo meglio. Ed è un libro che non si dimentica. E forse non c’è occasione migliore per riscoprirlo di questo periodo, con lo sforzo di resistenza e resilienza a cui siamo tutti chiamati.

Secondo dei due libri incentrati sulla figura del commissario Jensen, poliziotto inflessibile e apparentemente privo di sentimenti che sembra aver sacrificato l’empatia al rispetto ossessivo delle leggi e al totale assorbimento nel proprio ruolo, L’epidemia fu scritto nel 1968 dallo svedese Per Wahlöö, giornalista, traduttore, nonché padre riconosciuto del giallo scandinavo (come attesta inesorabile lo strillo di Jo Nesbø in quarta di copertina), quattro anni dopo Delitto al trentunesimo piano. Entrambi i libri, caratterizzati da uno stile piano e costruiti su dialoghi serrati, sono di fatto degli ibridi ante litteram, dei noir distopici, ambientati in un futuro imprecisato in cui un paese del Nord Europa mai nominato e dai tratti sfumati è entrato da decenni in un periodo di benessere consumistico, a cui si è accompagnato un volontario isolamento in campo internazionale.

È la società della Concordia, retta dal patto trasversale tra i due grandi blocchi politici dei conservatori e dei socialdemocratici per opporsi alla confinante minaccia comunista, un sistema che non ha davvero sconfitto la povertà e la miseria ma ha invece provato a nasconderle lontano dalla vista, e in cui il dissenso degli oppositori è tollerato nella misura in cui la stragrande maggioranza della popolazione è ormai indifferente, passiva e/o rassegnata all’egemonia della grande coalizione. L’unica piaga che affligge la Concordia sembra essere l’alcolismo, diffuso tra fasce sempre più ampie della popolazione, quando Jensen è costretto a lasciare il paese per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico che ha programmato da tempo. Sono i primi giorni di settembre, e prima di partire Jensen fa in tempo a consegnare al suo sostituto l’ultimo ordine ricevuto nientemeno che dal capo della polizia. Contrassegnato dalla dicitura «Salto d’acciaio», il fascicolo prescrive l’arresto di quarantatré persone residenti nel Sedicesimo distretto.

Rimessosi contro ogni aspettativa, tre mesi più tardi Jensen è pronto a tornare in patria ma il suo aereo è costretto ad atterrare in un Paese confinante. Qui viene ricevuto da una delegazione del governo in esilio, da cui apprende che è accaduto qualcosa di terribile e di ancora non del tutto chiarito. Sembra che sia in corso un colpo di stato o comunque un’azione di ampia portata orchestrata dai comunisti. Il commissario deve rientrare di nascosto nella capitale e scoprire la verità. Ed è quello che farà, inarrestabile e senza fantasia, scoprendo presto uno scenario post-apocalittico in cui un’epidemia sembrerebbe aver decimato la popolazione e imposto uno stato di emergenza che ha condotto all’azzeramento di ogni forma di libertà. Per le strade innevate avvolte nella nebbia si aggirano pattuglie di medici e infermieri armati, pronti a trarre in arresto qualsiasi disobbediente: “Pensi ai migliori uomini e donne del Paese, vestiti di bianco, che vanno in giro su ambulanze ululanti. Come veri licantropi, anzi, come vampiri. Sanguisughe nel senso letterale del termine” [pag. 180].

L’epidemia, o comunque la catena di eventi che hanno portato al regime del terrore attuale, offre a Wahlöö il pretesto per imbastire un solido discorso politico, che ha come bersagli primari il capitalismo e le sue espressioni/conseguenze sul piano sociale (la frenesia consumistica, la demolizione del welfare e il consolidamento del potere detenuto da una classe di reazionari sempre più avanti con l’età) e internazionale (l’imperialismo). Non è raro, nel corso di queste pagine, imbattersi in brani come questo:

Perché la cosiddetta Concordia non è mai stata altro che un bluff. È nata perché il vecchio presunto movimento socialista stava perdendo la presa sui salariati e sulla classe operaia. E in quel momento la socialdemocrazia ha venduto i propri elettori ai conservatori. È entrata nella grande coalizione, la coalizione della Concordia, come venne chiamata più tardi, solo perché una manciata di persone voleva aggrapparsi al potere. Ha abbandonato il socialismo, in seguito ha cambiato programma di partito e ha consegnato il Paese all’imperialismo e alla formazione del capitale [pag. 121].

Per venire a capo dell’enigma, il commissario Jensen dovrà scoprire cosa si nasconde davvero dietro la sigla «Salto d’acciaio» e cos’è il misterioso agente D5H da cui tutto sembra aver avuto origine. Per Wahlöö (1926-1975) costruisce un thriller magistrale, calato in un’atmosfera sospesa in cui il caos assume forme striscianti, sibilanti, raramente manifeste e truculente. L’ascesa di una tecnocrazia ospedaliera, intrisa di follia e dissociata dalla realtà, è descritta con note di colore e particolari dosati in maniera da esasperarne la lontananza, come la sfuggente figura del generale medico al vertice dell’organizzazione o la voce del servizio radio che dirama disposizioni alle ambulanze di pattuglia. A tratti, il realismo distopico di Wahlöö ricorda Gli immortali di James Gunn (prima edizione: 1964, nuova edizione riveduta e ampliata: 2004), in cui proprio l’estensione della vita guadagnata con le trasfusioni del sangue di un miracoloso donatore diventa il pilastro portante di un nuovo ordine politico e sociale. Ma il filone può essere fatto risalire a Stella rossa di Aleksandr Bogdanov (1908) e al suo collettivismo fisiologico basato sulla scambio di sangue.

L’epidemia è un libro che racconta con lungimirante lucidità il controllo sociale, la manipolazione degli strati più deboli ed esposti della popolazione e la spregiudicatezza del potere politico, e di questi tempi la lettura si arricchisce anche di inevitabili risonanze con l’attualità. Scritta più di 52 anni fa, l’indagine distopica di Wahlöö non è invecchiata di un solo giorno.

L’epidemia, Per Wahlöö (2014, pp. 216). Traduzione di Renato Zatti.

Frank Uwe Laysiepen, in arte Ulay, è morto oggi a Lubiana. Aveva 76 anni. Nel corso della sua carriera dedicata alla performance art aveva legato indissolubilmente il suo nome a quello di Marina Abramovic: compagni nella vita e nell’arte, avevano concepito e realizzato esibizioni difficili da dimenticare, fino alla separazione suggellata dall’incontro al centro della Grande Muraglia Cinese, dopo tre mesi di percorso a piedi (The Lovers). Quando si ritrovarono, 22 anni più tardi, dopo battaglie legali e tensioni personali, andò così, e con la canzone di How I Became the Bomb a fare da colonna sonora dell’incontro è probabilmente la cosa più bella che vedrete oggi:

Captive State è un film del 2019 passato pressoché in sordina, complici i toni non proprio entusiastici delle recensioni che ne hanno accompagnato lo sbarco in Italia e il flop al botteghino registrato in patria. Con un budget di 25 milioni di dollari, non è arrivato a racimolarne nemmeno 6 nelle sale americane e ne ha raccolti meno della metà nel resto del mondo, fermandosi a poco più di 8 milioni e mezzo nel computo totale e segnando una dura battuta d’arresto nella carriera del regista Rupert Wyatt (qui molto apprezzato per il rilancio del franchise del Pianeta delle scimmie).

Cosa sia andato storto nella distribuzione di Captive State è difficile da stabilire. Dalla visuale limitata della mia esperienza personale, posso solo testimoniare di esserne venuto a conoscenza solo a quasi un anno di distanza dalla data d’uscita nelle sale, in seguito all’inclusione del titolo nella programmazione di Sky (mea culpa, Carmine Treanni e Silvio Sosio ne avevano comunque parlato su Fantascienza.com, qui e qui, ma mi era sfuggito). Eppure stiamo parlando di una produzione del gruppo Amblin di sua maestà Steven Spielberg, forte del coinvolgimento di grandi attori come John Goodman e, seppur in una parte piuttosto sacrificata, Vera Farmiga (The Manchurian Candidate, The Departed, Source Code, la serie horror The Conjuring). Scritto dallo stesso Wyatt con Erica Beeney, il film ha diviso la critica: tra i favorevoli e i contrari, mi schiero con decisione dalla parte dei primi.

Anno 2027: la Terra è sottoposta da quasi dieci anni al regime di occupazione di una razza di invasori alieni che si sono insediati in enormi e inaccessibili habitat sotterranei. Il primo contatto si è risolto in maniera decisamente traumatica per la specie umana. Giunti sul pianeta nel 2019, gli invasori hanno instaurato un po’ dappertutto governi collaborazionisti e imposto ai terrestri il controllo di un parassita biosintetico e di sciami di droni in grado di rivelarne in ogni istante la posizione, soggiogandoli in un’opera di sfruttamento intensivo e senza precedenti delle risorse minerarie della Terra. Tutte le leggi promulgate da questi governi sono ispirate dai dominatori extraterrestri, che per questo vengono denominati Legislatori.

La storia si svolge a Chicago, ai margini di una delle principali Zone Chiuse riservate ai Legislatori. William Mulligan (John Goodman) è un comandante della polizia locale sulle tracce di una cellula della resistenza, un’organizzazione chiamata Phoenix che si oppone al governo di occupazioni. Le sue radici sono nel distretto operaio di Pilsen, che dopo l’invasione è diventato una specie di ghetto, in cui vive anche il giovane Gabriel Drummond (Ashton Sanders), che ha visto i genitori uccisi dagli alieni e che si trova suo malgrado coinvolto in un’operazione del gruppo Phoenix. Il ragazzo si trova così davanti a una scelta non semplice tra la tranquilla rassegnazione e il vincolo di sangue con suo fratello, che lo condurrà a incrociare ripetutamente la strada con Mulligan, il cui obiettivo è smascherare il Numero Uno al vertice dell’organizzazione clandestina.

Captive State è un film che procede a ritmo serrato, riuscendo a tenere desta l’attenzione dello spettatore e a nascondere il vero volto dei protagonisti fino alle battute finali, in una rivelazione che lascia spiazzati ma che non risulta affatto forzata. Malgrado il budget, gli invasori vengono mostrati raramente, ma con poche apparizioni e una manciata di dettagli particolarmente ben congegnati (il parassita organico, il sistema di controllo imposto alla città, le possenti astronavi mostrate di sfuggita) la regia di Wyatt riesce a rafforzare il senso di estraneità che ci si aspetta da imperscrutabili intelligenze aliene. Malgrado l’insuccesso ai botteghini, la pellicola si ritaglia così un posto di riguardo tra le recenti produzioni fantascientifiche, miscelando abilmente primo contatto, distopia e thriller.

Tra dilemmi morali e metafore del capitalismo della sorveglianza, Captive State elabora uno dei più cupi scenari politici visti negli ultimi anni, che in qualche modo echeggia sia la stilosa distopia di Anon allestita da Andrew Niccol (per il tema della sorveglianza e della resistenza clandestina) che l’opprimente regime collaborazionista di Torchwood: Children of Earth di Russell T Davies. E probabilmente conferma che Spielberg, nonostante i buoni propositi e risultati degni di rispetto, farebbe meglio a restare alla larga dalle produzioni a base di extraterrestri invasori.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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