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A mali estremi, misure estreme. Era inevitabile che prima o poi qualcuno si assumesse la responsabilità di far chiudere tutte le attività non essenziali in questo periodo di emergenza. Mettere il motore del paese al minimo, come ha detto il Presidente del Consiglio nel suo discorso alla nazione in diretta Facebook… la notte scorsa.

Alla fine, siccome i singoli datori di lavoro e le autorità regionali non si sono saputi far carico della responsabilità a cui erano chiamati, se non in pochi casi, al punto da tenere in produzione la gran parte delle attività localizzate in Lombardia, la decisione con relativo annuncio annesso è arrivata direttamente dallo Stato centrale.

Era facilmente prevedibile, dato che la notizia già circolava da giovedì-venerdì, eppure ancora una volta la forma della comunicazione ha lasciato ampiamente a desiderare. Proprio come nelle occasioni precedenti (in cui di volta in volta fughe di notizie e ritardi comunicativi hanno contribuito a creare un clima di attesa snervante, risolvendosi poi nelle ben note partenze tutt’altro che intelligenti dalle regioni del Nord per portare nel resto del paese il contagio di focolai che potevano essere facilmente tenuti sotto controllo), anche stavolta le recidive strategie comunicative del governo e in particolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono state incomprensibili, scriteriate e in definitiva ingiustificabili, tanto più alla luce della criticità della situazione che ha condotto all’adozione delle misure che bisognava annunciare.

La diretta Facebook annunciata per le 22.45 e iniziata con quasi un’ora di ritardo è un canale non commisurato alla gravità delle circostanze. Una scelta in linea con la progressiva inutilità informativa assunta dalla conferenza stampa giornaliera della Protezione Civile, una liturgia ormai fine a se stessa di cui un po’ tutti, per varie ragioni, abbiamo avuto modo di lamentarci negli ultimi giorni.

L’avvocato del popolo Giuseppe Conte che si rivolge alla webcam leggendo il discorsetto preparato con i suoi collaboratori, non esattamente quelli che si definirebbero uomini e donne provvisti di un qualche senso dello Stato, somiglia sempre di più a un eggregora o un tulpa, una proiezione mentale della compagine di governo evocata all’occorrenza per battersi contro la minaccia metafisica di un nemico invisibile e sfuggente come un virus.

E il racconto mediatico delle misure contenitive disposte per arginare la diffusione dell’epidemia è sempre di più a questo che assomiglia, con gli stucchevoli dibattiti sul jogging e le chiusure dei supermercati e gli interventi di opinionisti senza la minima competenza in materia richiesta da un tema tanto delicato.

Sappiamo che si sta combattendo una guerra, che siamo nel vivo di un’emergenza sanitaria senza precedenti, ma finché qualcuno non ci impone un giro di vite a danno dei nostri diritti è come se quella guerra questa emergenza fosse confinata in un qualche piano astrale. E invece è una guerra un’emergenza che ci riguarda tutti, anche se molti fanno ancora fatica a capirlo, la nostra classe dirigente non diversamente da tutti gli altri.

Edit 13:30. La retorica bellica francamente ci ha saturati. Scusate se ci sono cascato a mia volta.

A proposito di universi simulati, Philip K. Dick aveva già illustrato questo scenario prima che diventasse popolare, e prima che venisse investigato accuratamente nell’ambiente accademico. Intervenendo alla convention francese di fantascienza di Metz del 1977, Dick tenne un celebre discorso che oggi è considerato come una delle principali fonti di ispirazione della trilogia di Matrix dei fratelli Wachowski, ma che all’epoca suscitò non poche perplessità, specie – come si evince dalle registrazioni video dell’intervento – tra i presenti, che pure lo avevano accolto come il più grande scrittore vivente, ma che rimasero inebetiti e increduli davanti alle sue parole:

L’argomento di questo discorso è un tema che è stato scoperto di recente, e che potrebbe non esistere affatto. Potrei essere qui a parlarvi di qualcosa che non esiste nemmeno. Quindi mi sento libero di dire tutto e niente. Nelle mie storie e nei miei romanzi talvolta scrivo di mondi contraffatti. Mondi semi-reali oppure mondi personali sconvolti, abitati spesso da un’unica persona… Non ho mai avuto una spiegazione teorica o consapevole per il mio interesse verso questi pseudo-mondi pluriformi, ma adesso penso di aver capito. Ciò che avvertivo era la molteplicità delle realtà che si sono compiute solo in parte, contigue a quella che evidentemente è la più compiuta – quella su cui conviene, per consenso universale, la maggior parte di noi.

Altre uscite non meno bizzarre non contribuirono di certo ad accrescere presso il grande pubblico la credibilità dell’autore americano, ma leggere oggi i passaggi del suo discorso, alla luce dei progressi compiuti nell’indagine filosofica e nella conoscenza scientifica, lascia altrettanto increduli, e non esattamente per le stesse ragioni:

Alcuni sostengono di ricordare vite precedenti; io sostengo di ricordare una vita presente molto diversa. […] Viviamo in una realtà programmata dai computer, e il solo indizio che abbiamo a riguardo si presenta quando qualche variabile viene modificata e nella nostra realtà si verifica una qualche alterazione. In quel caso avremmo la soverchiante impressione di rivivere il presente – un déjà vu – magari proprio nello stesso modo: sentiamo le stesse parole, diciamo le stesse parole. Sostengo che queste impressioni  siano valide e significative, e vi dirò di più: questa stessa impressione è un indizio che in qualche punto del passato una variabile è stata modificata – riprogrammata com’era in precedenza – e che proprio per questo è scaturito un mondo alternativo.

Ma chi potrebbe avere interesse a simulare il nostro mondo – o, perché no, tutti i mondi possibili?

Esiste un detto tra i futuristi: che un’intelligenza artificiale simil-umana è destinata a essere la nostra ultima invenzione. Dopo di questa, le IA saranno capaci di progettare da sé praticamente qualsiasi cosa – incluse loro stesse. E in questo modo una IA ricorsivamente auto-perfezionante potrebbe diventare una macchina superintelligente.

Il concetto di Singolarità Tecnologica sarà forse noto ai più. Per la legge dei ritorni accelerati, ogni ricaduta di un avanzamento tecnologico produce effetti sempre più ravvicinati nel tempo, e in presenza di una IA già più avanzata della mente umana potremmo assistere a uno scenario di vera e propria esplosione di intelligenza. Per la natura stessa della Singolarità, è arrischiato fare ipotesi sulle sue conseguenze: citando la teoria del caos, gli esiti di un simile evento sono intrinsecamente imprevedibili. Ma possiamo azzardare comunque degli effetti.

L’IA superumana potrebbe avere interessi variegati, che prima o poi potrebbero portarla in conflitto con gli interessi umani. Fuori da ogni metafora, a meno di non accettare di essere già in una simulazione, gli esseri umani sono fatti di atomi che l’IA superumana potrebbe usare per fare qualcos’altro, come ha candidamente ammesso Eliezer Yudkowsky, blogger, fondatore della comunità LessWrong e fautore della cosiddetta “IA gentile”. E se anche fossimo nella simulazione, l’IA superumana simulata non sarebbe, proprio come noi, tenuta ad accorgersene in tempo.

In retrospettiva, mi piace credere che questo sia uno dei rischi per cui le pur potenti IA protagoniste di Neuromante, il romanzo di William Gibson capostipite del cyberpunk e della fantascienza contemporanea (della cui pubblicazione ricorre quest’anno il 30° anniversario), debbano vedersela con i controlli e le severe limitazioni imposte dal Turing Law Code e applicate dalla Polizia di Turing. Fin qui le buone notizie. Le brutte: alla fine le super-IA riescono malgrado tutto comunque a raggiungere il loro scopo.

Superhuman_AI

E se il mondo in cui viviamo, la nostra vita stessa, l’universo che ci ostiniamo a voler studiare e capire, se tutto questo non fosse altro che un inganno? Una simulazione, messa in piedi da qualcuno per scopi che forse siamo condannati a ignorare per sempre?

simulated_universe

Uno dei rischi esistenziali esposti da Nick Bostrom è legato al cosiddetto Simulation argument, da lui approfondita in un articolo del 2003 (e anche in questo caso incoraggio la lettura, il post che segue ne rappresenta un semplice, parzialissima riduzione).

Inizialmente proposta da Hans Moravec, l’ipotesi dell’universo simulato è stata ripresa da Bostrom nel 2001, sviluppando un ragionamento volto a esaminare la probabilità che la nostra realtà potesse essere un simulacro. Ma vale la pena ricordare che tutta la fantascienza è ricca di universi simulati, già prima del citatissimo Dick, pensiamo a Theodore Sturgeon con il racconto Il signore del microcosmo (1941) o a Robert A. Heinlein con Il mestiere dell’avvoltoio (1942), oppure a Daniel F. Galouye, già con Stanotte il cielo cadrà (1952-55) ma soprattutto con Simulacron-3 (1964), da cui il cinema e la televisione avrebbero attinto a piene mani.

La tesi di Bostrom stabilisce che almeno una delle seguenti asserzioni ha ottime probabilità di essere vera:

  1. La civiltà umana verosimilmente non raggiungerà un livello di maturità tecnologica capace di produrre simulazioni della realtà, oppure potrebbe essere fisicamente impossibile riprodurre tali simulazioni.
  2. Una civiltà equivalente che raggiungesse il suddetto livello tecnologico probabilmente non produrrà un numero significativo di realtà simulate (un numero tale da spingere l’esistenza probabile di entità digitali al di là del numero probabile di entità “reali” nell’Universo) per un qualsiasi tipo di motivo, come ad esempio l’utilizzo della potenza di calcolo per altri compiti, considerazioni di ordine etico sulla schiavitù delle entità prigioniere delle realtà simulate, etc.
  3. Ogni entità con il nostro set generale di esperienze quasi certamente vive in una simulazione.

Il ragionamento si basa sulla premessa che, data una tecnologia sufficientemente avanzata, sia possibile rappresentare la superficie abitata della Terra senza ricorrere alla simulazione quantistica; che i qualia (gli aspetti qualitativi delle esperienze coscienti) sperimentati da una coscienza simulata siano paragonabili o equivalenti a quelli di una coscienza umana naturale; e che uno o più livelli di simulazioni annidate una nell’altra siano fattibili dato solo un modesto investimento di risorse computazionali nel mondo reale.

Se si assume innanzitutto che gli umani non andranno incontro alla distruzione o all’autodistruzione prima di sviluppare una simile tecnologia, e poi che i discendenti dell’umanità non avranno restrizioni legali o rimorsi morali contro la simulazione di biosfere possibili o della loro stessa biosfera storica, allora sarebbe irragionevole annoverare noi stessi nella ridotta minoranza di organismi reali che, prima o poi, saranno largamente sopravanzati in numero dai costrutti artificiali. In definitiva, è una questione di pura e semplice statistica.

Epistemologicamente, non sarebbe impossibile definire se stiamo vivendo in una simulazione. Ma le imperfezioni di un ambiente simulato potrebbero essere difficili da individuare per gli abitanti nativi della simulazione.

La tesi dell’universo simulato ci pone di fronte a un dilemma degno di nota. Se non si accetta l’idea di poter essere nient’altro che una simulazione in un universo simulato, si sta implicitamente negando la possibilità che l’umanità evolva in una civiltà postumana, oppure che tutte le civiltà postumane saranno soggette a qualche tipo di prescrizione che vieti loro di simulare i mondi dei loro precursori. Ed entrambe le spiegazioni non sono molto rassicuranti per il nostro cammino evolutivo futuro.

A qualcuno potrebbe ricordare il discusso paradigma olografico, ma in realtà questo scenario è molto peggiore. In quel caso saremmo infatti in presenza di una proprietà naturale dell’universo, che non richiede il coinvolgimento di una qualunque entità superiore tra i suoi presupposti. Se invece il mondo in cui viviamo dovesse essere una simulazione, se le nostre stesse vite fossero una simulazione nella simulazione, le cose si farebbero notevolmente più complicate. E naturalmente rischiose, in termini esistenziali. Di punto in bianco infatti qualcuno potrebbe decidere di interromperne l’esecuzione della realtà in cui siamo istanziati…

All’improvviso – shutdown!

E tanto in termini soggettivi quanto globali dovrete convenire che non è affatto una prospettiva confortante. Nemmeno se dovesse diventare certezza la possibilità di un dio o di un demiurgo, là fuori, in ascolto.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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