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20 marzo 2020, equinozio di primavera. Un’altra giornata nera per l’Italia.

Il totale dei casi registrati sale a 47.021 (5.986 più di ieri). Deceduti: 4.032 (+627), tasso grezzo di letalità: 8,6%Guariti: 5.138 (+698).

Totale casi attivi: 37.851 (+4.670). Ricoverati in terapia intensiva: 2.655 (+157), corrispondenti al 7% sul totale dei casi attuali. Tasso di saturazione stimato dei posti letto in terapia intensiva: 45%.

Guardando i dati diffusi dalla Protezione Civile ci accorgiamo che il numero dei ricoverati in terapia intensiva non sta crescendo con la stessa rapidità dei casi positivi in corso: lo scollamento non è fluttuante ma mostra un progressivo aumento da una decina di giorni a questa parte.

Nell’immagine seguente lo scostamento è più evidente, ed è rappresentato da quello scalino tra l’andamento attuale dei ricoveri in ICU (intensive care unit) e quello stimato al tasso delle prime due settimane della crisi (mediamente intorno al 10% del numero dei casi attivi): rispettivamente la linea rosso/arancio e quella blu elettrico con gli indicatori.

Naturalmente il numero dei ricoveri in terapia intensiva non può superare la capienza dei reparti (linea rossa spezzata, già comprensiva del piano di rafforzamento disposto dal Ministero della Salute), anzi non vi si può nemmeno avvicinare: si stima che a regime un terzo circa dei posti totali non siano destinabili a trattamenti per il COVID-19, e quindi l’andamento attuale sembra piuttosto un effetto del progressivo assorbimento della richiesta crescente di ICU nelle regioni più colpite (in particolare la Lombardia, dove da diversi giorni decine di contagiati bisognosi di cure vengono trasferiti in strutture in altre regioni).

Essendo giunti a questo punto e con un tasso di contagi accertati compatibile con un livello di massima diffusione del COVID-19 (picco dei casi attivi) di più di 80mila casi, più del doppio delle cifre su cui ragionavamo solo all’inizio di questa settimana (non ero il solo), gli scenari si fanno decisamente cupi. Per di più stiamo cercando di fare previsioni ragionando su cifre fortemente condizionate dal bias delle procedure ministeriali (secondo cui andavano testati solo soggetti con sintomi che avessero avuto un link epidemiologico chiaro con i focolai o con altri contagiati): quello che sta succedendo oggi è l’effetto di una situazione solo in parte sotto controllo due-tre settimane fa e che nel frattempo ha avuto modo di evolvere secondo dinamiche caotiche. E nel frattempo continuiamo a fare molti meno tamponi di quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce di fare.

Così più passano i giorni più aumenta la distanza tra lo stato dei fatti e la rappresentazione che ne possiamo dare. Come dicevamo anche ieri, ormai i dati della Lombardia sono legati solo in parte alla reale entità del contagio. Un ottimo articolo in merito è apparso proprio oggi, nemmeno a dirlo, sul Post.

E sempre dal Post apprendiamo che i 466 casi attualmente positivi in Puglia avrebbero avuto tutti contatti nelle settimane scorse con persone arrivate dalle regioni del Nord Italia. Un’altra cittadina è stata chiusa dopo i casi in Campania: questa volta è toccata a Fondi, in provincia di Latina, mentre un uomo risultato positivo al tampone dopo il decesso del padre è fuggito da un ospedale della Val Brembana e ha fatto perdere le sue tracce: carabinieri, vigili del fuoco e soccorso alpino sono impegnati nelle ricerche.

Tornando all’epicentro della crisi epidemica in Lombardia, alle ipotesi iniziali della scorsa settimana sul trigger che avrebbe accelerato la diffusione del coronavirus si sono continuati ad aggiungere ulteriori dettagli. Una combinazione letale di negligenza e superficialità ha piazzato una bomba a orologeria sotto i piedi di un’intera comunità. Anteporre il fatturato delle aziende alla salute dei lavoratori e delle loro famiglie ha fatto il resto.

Secondo dei due libri incentrati sulla figura del commissario Jensen, poliziotto inflessibile e apparentemente privo di sentimenti che sembra aver sacrificato l’empatia al rispetto ossessivo delle leggi e al totale assorbimento nel proprio ruolo, L’epidemia fu scritto nel 1968 dallo svedese Per Wahlöö, giornalista, traduttore, nonché padre riconosciuto del giallo scandinavo (come attesta inesorabile lo strillo di Jo Nesbø in quarta di copertina), quattro anni dopo Delitto al trentunesimo piano. Entrambi i libri, caratterizzati da uno stile piano e costruiti su dialoghi serrati, sono di fatto degli ibridi ante litteram, dei noir distopici, ambientati in un futuro imprecisato in cui un paese del Nord Europa mai nominato e dai tratti sfumati è entrato da decenni in un periodo di benessere consumistico, a cui si è accompagnato un volontario isolamento in campo internazionale.

È la società della Concordia, retta dal patto trasversale tra i due grandi blocchi politici dei conservatori e dei socialdemocratici per opporsi alla confinante minaccia comunista, un sistema che non ha davvero sconfitto la povertà e la miseria ma ha invece provato a nasconderle lontano dalla vista, e in cui il dissenso degli oppositori è tollerato nella misura in cui la stragrande maggioranza della popolazione è ormai indifferente, passiva e/o rassegnata all’egemonia della grande coalizione. L’unica piaga che affligge la Concordia sembra essere l’alcolismo, diffuso tra fasce sempre più ampie della popolazione, quando Jensen è costretto a lasciare il paese per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico che ha programmato da tempo. Sono i primi giorni di settembre, e prima di partire Jensen fa in tempo a consegnare al suo sostituto l’ultimo ordine ricevuto nientemeno che dal capo della polizia. Contrassegnato dalla dicitura «Salto d’acciaio», il fascicolo prescrive l’arresto di quarantatré persone residenti nel Sedicesimo distretto.

Rimessosi contro ogni aspettativa, tre mesi più tardi Jensen è pronto a tornare in patria ma il suo aereo è costretto ad atterrare in un Paese confinante. Qui viene ricevuto da una delegazione del governo in esilio, da cui apprende che è accaduto qualcosa di terribile e di ancora non del tutto chiarito. Sembra che sia in corso un colpo di stato o comunque un’azione di ampia portata orchestrata dai comunisti. Il commissario deve rientrare di nascosto nella capitale e scoprire la verità. Ed è quello che farà, inarrestabile e senza fantasia, scoprendo presto uno scenario post-apocalittico in cui un’epidemia sembrerebbe aver decimato la popolazione e imposto uno stato di emergenza che ha condotto all’azzeramento di ogni forma di libertà. Per le strade innevate avvolte nella nebbia si aggirano pattuglie di medici e infermieri armati, pronti a trarre in arresto qualsiasi disobbediente: “Pensi ai migliori uomini e donne del Paese, vestiti di bianco, che vanno in giro su ambulanze ululanti. Come veri licantropi, anzi, come vampiri. Sanguisughe nel senso letterale del termine” [pag. 180].

L’epidemia, o comunque la catena di eventi che hanno portato al regime di terrore attuale, offrono a Wahlöö il pretesto per imbastire un solido discorso politico, che ha come bersagli primari il capitalismo e le sue espressioni/conseguenze sul piano sociale (la frenesia consumistica, la demolizione del welfare e il consolidamento del potere detenuto da una classe di reazionari sempre più avanti con l’età) e internazionale (l’imperialismo). Non è raro, nel corso di queste pagine, imbattersi in brani come questo:

Perché la cosiddetta Concordia non è mai stata altro che un bluff. È nata perché il vecchio presunto movimento socialista stava perdendo la presa sui salariati e sulla classe operaia. E in quel momento la socialdemocrazia ha venduto i propri elettori ai conservatori. È entrata nella grande coalizione, la coalizione della Concordia, come venne chiamata più tardi, solo perché una manciata di persone voleva aggrapparsi al potere. Ha abbandonato il socialismo, in seguito ha cambiato programma di partito e ha consegnato il Paese all’imperialismo e alla formazione del capitale [pag. 121].

Per venire a capo dell’enigma, il commissario Jensen dovrà scoprire cosa si nasconde davvero dietro la sigla «Salto d’acciaio» e cos’è il misterioso agente D5H da cui tutto sembra aver avuto origine. Per Wahlöö (1926-1975) costruisce un thriller magistrale, calato in un’atmosfera sospesa in cui il caos assume forme striscianti, sibilanti, raramente manifeste e truculente. L’ascesa di una tecnocrazia ospedaliera, intrisa di follia e dissociata dalla realtà, è descritta con note di colore e particolari dosati in maniera da esasperarne la lontananza, come la sfuggente figura del generale medico al vertice dell’organizzazione o la voce del servizio radio che dirama disposizioni alle ambulanze di pattuglia. A tratti, il realismo distopico di Wahlöö ricorda Gli immortali di James Gunn (prima edizione: 1964, nuova edizione riveduta e ampliata: 2004), in cui proprio l’estensione della vita guadagnata con le trasfusioni del sangue di un miracoloso donatore diventa il pilastro portante di un nuovo ordine politico e sociale. Ma il filone può essere fatto risalire a Stella rossa di Aleksandr Bogdanov (1908) e al suo collettivismo fisiologico basato sulla scambio di sangue.

L’epidemia è un libro che racconta con lungimirante lucidità il controllo sociale, la manipolazione degli strati più deboli ed esposti della popolazione e la spregiudicatezza del potere politico, e di questi tempi la lettura si arricchisce anche di inevitabili risonanze con l’attualità. Scritta più di 52 anni fa, l’indagine distopica di Wahlöö non è invecchiata di un solo giorno.

L’epidemia, Per Wahlöö (2014, pp. 216). Traduzione di Renato Zatti.

Che anno hanno avuto Holonomikon e il suo blogger? Da quando esiste (anno di grazia 2013), il 2019 è stato l’anno di maggiore attività del blog: una cosa che non avevo preventivato, ma che ho provato a pianificare in corso d’opera al meglio delle mie possibilità. Il che mi ha permesso, tra alti e bassi, di tornare a ritmi (quasi) confrontabili con quelli del glorioso, vecchio Strano Attrattore.

Questo è infatti il post numero 107 dell’anno solare, per un totale finora di 73.462 parole, con una media di 693 parole ad articolo. Sono particolarmente affezionato ad alcune delle cose che ho pubblicato quassù nell’ultimo anno. In particolare penso ai seguenti post:

A cui si aggiungono i post più apprezzati dai lettori, premiati dal numero di visite ricevute:

A mio insindacabile giudizio, è quanto di meglio ha offerto Holonomikon nel 2019. Sarà difficile ripetersi nel 2020 e per questo è inutile e dannoso fare dei propositi che finirei inevitabilmente per tradire.

Dimenticavo, il blog ha ospitato a puntate la riedizione di Orizzonte degli eventi, uno dei miei racconti più apprezzati dai lettori, ma ormai quasi introvabile, che è tornato finalmente disponibile a partire da questo link. Storia analoga per Red Dust, che è tornato disponibile grazie all’interessamento del Club GHoST in una nuova versione, ripulita e ripotenziata. Ma questo già non riguarda più il blog ed è quindi il caso di rimandarvi, per tutto il resto, al post di fine anno.

1. Alle radici del capitalismo occidentale

Nel suo saggio sulle origini dell’identità europea, lo storico francese Jacques Le Goff (che altri studi notevoli dedicò alle figure del mercante e del banchiere nell’età di mezzo) annota che “lo sviluppo del grande commercio e dell’economia monetaria pone all’Europa cristiana grossi problemi religiosi” in quanto, tra le altre cose, “il prelievo da parte del mercante di un interesse” altro non è, in fondo, che “una forma di vendita del tempo“. E il tempo “secondo la Chiesa appartiene soltanto a Dio“. Occorse pertanto “un lungo lavoro di separazione tra le operazioni lecite dalle illecite“, condotto soprattutto da domenicani e francescani, per permettere ai mercanti cristiani di sviluppare pratiche precapitalistiche, con l’effetto di riabilitare il denaro e con esso il lavoro.

Conclude Le Goff:

[…] quest’adattamento ideologico e psicologico della religione all’evoluzione economica, quest’apertura del sistema di valori cristiano al capitalismo nascente costituiscono una delle principali condizioni storiche dello sviluppo dell’Europa occidentale.

Di fatto, le premesse del capitalismo moderno vengono gettate allorquando la morale della Chiesa si adatta per includere il maneggio del denaro, e con esso il plusvalore generato dal lavoro di cui si appropria il capitale e il tasso di interesse sulle somme di denaro prestato, nel proprio sistema di valori.

È indubbiamente un punto di vista interessante, di quelli che a scuola (tra una lezione sul simbolismo e l’allegoria e un’altra sull’ascesa della borghesia, immerse nella lunga contrapposizione tra Impero e Papato) non vengono sottolineati abbastanza, sempre che si trovi il tempo per parlarne. Ma si tratta di una lettura di fondamentale importanza, che ci obbliga a rileggere tutto quanto accaduto in seguito sotto la luce nuova di questa acquisizione.

2. L’informazione è una corrente che scorre attraverso il Multiverso

Nel suo monolitico e per molti aspetti enciclopedico Anathem, Neal Stephenson compie un’opera di world-building eccezionale, costruendo di fatto un mondo intero che è una replica del nostro, ma con una sua storia che solo occasionalmente, negli snodi cruciali delle conquiste tecniche e scientifiche, come anche del corso degli eventi da essi condizionati, è sovrapponibile a quella che tutti noi conosciamo.

Arbre, il mondo di Stephenson, è in effetti una «sub-Terra», nel senso che rappresenta una proiezione del nostro mondo in un universo che riflette parzialmente il nostro, attraverso una propagazione del flusso di informazione da universi “superiori” a universi “inferiori”. Un’idea che possiamo far risalire a Platone e al suo mito della caverna, secondo cui il nostro mondo non sarebbe altro che un’ombra di un mondo superiore, e le cose in esso contenute una copia delle idee perfette che albergano nell’Iperuranio (incidentalmente, è interessante trovare qualcosa di molto vicino all’ideale platonico in una serie come Mr. Robot, dove, nel cruciale quinto episodio della seconda stagione, un personaggio afferma: “La vita non è che un’ombra fugace, un povero attore che si agita e pavoneggia il suo momento sul palcoscenico… e poi più niente“).

Di fatto, in Anathem la Terra, che pure ha il suo Iperuranio, altro non è che l’Iperuranio di Arbre (il suo Mondo Teorico Hylaeo, in termini arbriani), in una concezione che Stephenson definisce teoria dello Stoppino (Wick Argument) e in qualche modo s’ispira al concetto matematico del grafo aciclico orientato e all’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica avanzata da Hugh Everett III.

Le pagine che Stephenson dedica al dibattito scientifico e filosofico sull’argomento, le appendici in cui sviscera i fondamenti teorici del cosiddetto protismo, così come le dispute ideologiche tra teori di ispirazione halikaarniana (potremmo definirli gödeliani in termini terresti) e altri di ispirazione prociana (fenomenologi alla Husserl, linguisti alla Wittgenstein o matematici alla Hilbert, per mantenere la traccia delle correlazioni tra dominio causale arbriano e terrestre), sono ricche di suggestioni. Ma se proprio vogliamo trovare il classico pelo nell’uovo, un aspetto che mi pare Stephenson abbia trascurato è proprio quello economico.

Gli arbriani hanno denaro, ma in considerazione anche della contrapposizione tra il mondo intramuros (le comunità monastiche ritiratesi in mat e concenti, che fungono un po’ da capsule del tempo e da incubatori di idee, e si aprono all’esterno solo a intervalli cadenzati di uno, dieci, cento o addirittura mille anni) ed extramuros (il mondo secolare fuori dalle mura dei mat, che va avanti normalmente), sarebbe stato interessante sottolineare qualche differenza rispetto al regime capitalista terrestre, magari anche in relazione alle considerazioni di Le Goff sulle radici della civiltà capitalistica occidentale esposte in apertura.

3. Orologi millenari

Anche perché, come Stephenson riconosce nei ringraziamenti, una delle fonti di ispirazione di Anathem è stato il progetto del Millennium Clock della Long Now Foundation, ora sopravanzato dall’ancor più ambizioso 10.000 Year Clock, che nasce dall’idea di Danny Hillis di realizzare un orologio in grado di misurare il tempo per mille anni (obiettivo adesso aumentato a diecimila) senza nessuno a occuparsi della sua manutenzione, producendo di tanto in tanto una melodia senza mai ripetersi per tutta la durata dei mille (e ora diecimila) anni.

L’obiettivo di Hillis è ben riassunto in questa affermazione:

I want to build a clock that ticks once a year. The century hand advances once every 100 years, and the cuckoo comes out on the millennium. I want the cuckoo to come out every millennium for the next 10,000 years.

Stephenson riprende quest’idea, a cui era stato chiamato da Hillis a fornire il proprio apporto, proprio in Anathem, dove gli avout dei mat, come il protagonista fraa Erasmas, sono invece dedicati a eseguire periodicamente un cerimoniale proprio per far suonare le note sul gigantesco orologio (alto centocinquanta metri) del loro Mynster (vale a dire l’edificio centrale del concento di Saunt Edhar, che funge appunto da orologio e da punto di incontro per i diversi ordini che vi risiedono).

Sempre Jacques Le Goff, nel suo saggio storico, ricorda appunto che:

L’organizzazione monastica fornì inoltre dei modelli per la misurazione e il dominio del tempo. La divisione della giornata in ore canoniche segnate dai differenti uffici è un esempio di scansione del tempo offerto alla vita quotidiana; e la comparsa delle campane, che si diffondono nel VII secolo, farà vivere per secoli la cristianità al ritmo di quello che è il tempo della Chiesa.

Parole che echeggiano quelle usate da Michel Foucault, nel celebre e citatissimo (anche da me e non solo su questo blog) saggio che definiva le eterotopie (Spazi Altri, 1967), con riferimento alle “straordinarie colonie dei gesuiti” in America del sud: “colonie meravigliose, assolutamente regolate, nelle quali la perfezione umana era effettivamente realizzata“. Qui:

La vita quotidiana degli individui era regolata non da un suono di richiamo, ma dalla campana. Il risveglio era fissato per tutti alla stessa ora, il lavoro cominciava per tutti alla stessa ora; i pasti si svolgevano a mezzogiorno e alle cinque; poi ci si coricava e a mezzanotte c’era quella che veniva definita sveglia coniugale, cioè la campana del convento suonava, e ciascuno compiva il proprio dovere.

In fondo anche il monastero ricade nella classificazione delle eterotopie e a maggior ragione i mat di Anathem, la cui apertura al mondo esterno segue rigide regole, opportunamente scandite dagli orologi dei Mynster. In questo schema perfetto denaro-tempo-monastero, aver trascurato la connessione con la funzione “simbolica” del denaro è l’unico difetto, se proprio gliene vogliamo trovare una, che si può imputare al capolavoro di Stephenson.

4. Cronofagia: il furto istituzionalizzato del tempo

Nell’introduzione al suo illuminante saggio Cronofagia, che reca l’appropriato sottotitolo di Come il capitalismo depreda il nostro tempo, Davide Mazzocco mette a nudo:

una colonizzazione sempre più raffinata, dotata di uno straordinario camaleontismo e capace di nascondersi sotto le sembianze rassicuranti dell’amicizia, dell’arte, dell’intrattenimento e della prospettiva di uno sviluppo economico e sociale. La fame dei predoni non si limita al mondo tangibile, ma si estende all’intangibile. Non vuole solamente lo spazio e non si accontenta nemmeno di quell’entità ibrida che da 2.800 anni vive tra il reale e il virtuale: il denaro. No, la predazione oggi vuole appropriarsi della dimensione astratta del tempo.

Il sistema socioeconomico erode le ore di sonno, dilata i tempi del consumo e, con le sue arti seduttive, assopisce le masse in una servitù volontaria dai confini ancora tutti da sondare. […] Grazie a raffinate strategie di marketing e all’illusione della gratuità, i capitalismi vecchi e nuovi colonizzano il tempo libero delle persone e, non paghi di estrarre valore dal loro lavoro e ricavare profitti dai loro consumi, cercano di spostare le frontiere del guadagno oltre i vecchi confini.

E ancora:

Il sonno è la terra promessa, una delle poche nicchie di resistenza all’invadenza del capitale. Dalla diffusione dell’illuminazione pubblica e privata fino alla moltiplicazione esponenziale degli schermi, il progresso è (anche) una guerra senza esclusione di colpi per conquistare il tempo e l’attenzione dei consumatori-spettatori-clienti-utenti-elettori. Ogni aspetto della vita, dall’amicizia all’amore, dagli hobby all’alimentazione, è soggetto a processi di reificazione e mercificazione che trovano nelle piattaforme digitali ideali terreni di coltura. Miliardi di lavoratori inconsapevoli dedicano parti più o meno importanti della loro giornata a riversare sul web preziose informazioni che arricchiscono la fame di dati dei grandi player del capitalismo digitale.

Non a caso Cronofagia è uscito in Nextopie, la collana diretta per D Editore da Daniele Gambetta, già curatore lo scorso anno di Datacrazia, un’antologia che raccoglieva testimonianze e analisi delle dinamiche in atto, dei processi di metamorfosi – che ci coinvolgono tutti – da inforg in veri e propri individui digitali (o digividui, per dirla con le parole di Andrew O’Hagan), in un ecosistema che di fatto è un bioipermedia in cui ci ritroviamo intimamente integrati e con cui di fatto viviamo in simbiosi. Un ecosistema in cui non siamo nati ma a cui ci stiamo progressivamente, ma lentamente adattando… o almeno assuefacendo. Più lentamente di certo delle dinamiche di predazione già messe in atto dall’ipercapitalismo, da cui non siamo ancora pronti a difenderci.

La progressiva scomparsa della noia dalle nostre esistenze è direttamente proporzionale allo sviluppo di dipendenze e patologie connesse all’utilizzo smodato degli strumenti digitali.

Jean Paul Galibert, a cui Mazzocco si ispira fin dal titolo del suo saggio, ne I Cronofagi descrive il Leviatano ipercapitalista come fondato su un progetto ontologico assolutistico, volto a fare in modo che la “redditività sia il principio, la causa unica e il solo criterio dell’essere e del non essere“. Nel nuovo mondo delle piattaforme digitali, non c’è più spazio per la non redditività: tutto ciò che non contribuisce alla produzione di valore non ha ragione di esistere.

In questo modo diventiamo tutti:

simultaneamente una quantità di tempo disponibile per la cronofagia e una quantità di denaro disponibile per l’ipercapitalismo. Questa regola si erge a condizione della nostra esistenza, al punto di diventare la nuova condizione umana. Nell’ideale di disponibilità, l’uomo diventa un doppio giacimento di denaro e di tempo da prelevare senza limiti, ma è necessario che si stabilisca un rapporto di equivalenza tra il tempo di cui lo si priva e il denaro di cui lo si alleggerisce.

Come possiamo quindi uscire da questo vicolo cieco? Un possibile antidoto arriva proprio da Arbre, il mondo di Anathem, dove l’umanità, per riconquistare il controllo sul tempo necessario allo studio, alla conservazione del sapere e allo sviluppo del pensiero, si è in parte ritirata nei concenti, originando una separazione tra il mondo secolare extramuros e le comunità di avout intramuros.

5. Il ricatto dell’informazione

Viviamo in un mondo che ci espone ogni giorno a 34 gigabyte di dati, ma l’abbondanza di informazione non è sinonimo di ricchezza, dal momento che è all’origine di un ricatto emotivo che causa un restringimento costante della finestra di attenzione: dai già risibili 12 secondi del 2000, questa soglia è scesa ad appena 8 secondi nel 2016. Trascorso questo intervallo di tempo, è come se provassimo l’esigenza di passare ad altro per appagare il nostro bisogno indotto di novità. E così saltiamo da una cosa all’altra come api in un campo di fiori, con l’unica differenza che non stiamo impollinando granché e men che meno arricchendo la nostra conoscenza, che avrebbe al contrario bisogno di tempo per approfondire adeguatamente i concetti e le informazioni assimilate.

La nostra mente è peraltro servita da una banda di appena 120 bit al secondo: per intenderci, 500 volte meno di un modem a 56K. È questo il limite di velocità del traffico di informazione a cui possiamo prestare attenzione in maniera consapevole. Per avere un ulteriore termine di confronto, in una normale conversazione occorrono circa 60 bit al secondo per comprendere chi ci sta parlando. Ecco quindi che ci troviamo costantemente oberati da più informazione di quanta possiamo elaborarne, schiacciati sotto una mole ingestibile che produce un vero e proprio sovraccarico cognitivo o information overload (queste ed altre statistiche, nell’interessante articolo di Annamaria Testa Sovraccarico cognitivo: ricchi di informazione ma poveri di attenzione), con due effetti:

  1. La crescente aggressività delle strategie di cattura dell’attenzione messe in opera dai distributori, che spesso finisce per far prevalere gli stimoli più prepotenti, saturando la nostra banda cognitiva con quella che potremmo definire, senza mezzi termini, spazzatura.
  2. Lo stallo decisionale in cui ci ritroviamo intrappolati, impossibilitati a sviluppare un ragionamento critico per la mancanza di tempo o per il senso di fatica che si accompagna alla saturazione della banda, sequestrandoci in uno stato di deficit cronico di stimoli costruttivi.

Come osserva Annamaria Testa nell’articolo summenzionato, il risultato della convergenza di questi due fattori è la delega del filtro: non ci preoccupiamo più di vagliare l’informazione in entrata ma alziamo bandiera bianca ed esternalizziamo direttamente agli algoritmi. Rinunciamo, di fatto, alla nostra opzione di scelta e rimettiamo il libero arbitrio a soggetti esterni a cui, con la nostra semplice condotta on-line, abbiamo venduto la nostra profilazione (ricordate il monito del Time, “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”?).

È così che il nostro tempo, già sempre più scarso, finisce per essere raccolto, a slot di 8 secondi per volta, dagli algoritmi, che sono di fatto gli intermediari del capitalismo cronofago.

6. Difendere le mura della Fortezza del Tempo

Le conclusioni non sono confortanti. C’è chi, come Jaron Lanier, propugna un abbandono delle piattaforme social e lo fa da tempo, con solide motivazioni. Un aut per abbandonare il Sæculum virtuale, in termini arbriani, per riscoprire e valorizzare l’importanza del nostro tempo, dedicandoci alla riflessione critica, all’approfondimento, alla scoperta e alla coltivazione della conoscenza. E forse è un ragionamento sensato, perché la sproporzione tra le forze coinvolte, l’assedio delle armate algoritmiche della datacrazia da una parte, un singolo individuo a difesa delle mura della sua fortezza privata del tempo dall’altra, è tale per cui nessun compromesso potrà mai favorire un esito positivo per la parte più debole e vulnerabile.

Il che non vuol dire rinunciare a internet e a tutti i servizi della rete, ma semplicemente abbracciare un downgrade al web 2.0, da cui ripartire per un nuovo inizio. Ed è una scelta politica, certo, e come si diceva una volta anche una scelta di vita.

La domanda vera non è se farlo o meno, o quando, ma un’altra ancora: siamo ancora in tempo per cancellare i nostri account social?

Ho sognato una tempesta concettuale forza cinque che soffiava sulla realtà devastata.
— Jean Baudrillard

Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi una bellissima lettera aperta scritta da Vittorio Zambardino in risposta a un intervento di Alberto Abruzzese, che a sua volta riprendeva in maniera organica alcune sue considerazioni già esposte in calce a un articolo di Franco Berardi uscito su Alfabeta. Sono tre pezzi illuminanti, nelle reciproche diversità e lontananze. Ma proprio nella divergenza di punti di vista riescono a offrire una panoramica, se non completa quanto meno attendibile, della vastità del paesaggio che ci circonda. Un paesaggio che facciamo sempre più fatica a decifrare, perché in costante evoluzione, e perché il punto di osservazione da cui stanno scrutando il panorama si trova nel bel mezzo di una tempesta, investito dai venti contrari che stanno spazzando (per parafrasare Baudrillard) la nostra realtà devastata.

I tre interventi originano da un processo di investigazione, analisi ed elaborazione della nostra contemporaneità, che evidentemente prosegue incessante da diverso tempo. Anche nei passaggi più emotivi sono meditati, densi delle esperienze accumulate nel corso degli anni. Intersecano e sovrappongono il loro approccio sociologico, la loro impostazione filosofica e la loro “postura emotiva”, rivelando un metodo d’indagine senz’altro acuminato, che ognuno di loro legittimamente declina secondo la propria personale visione del mondo. Negli spazi tra le parole non faccio inoltre fatica a intuire la voce sottintesa di un discorso che evidentemente li ha già coinvolti in passato e che ancora va avanti, riferimenti che non posso cogliere nella loro interezza anche perché privo delle basi teoriche della loro militanza nello studio dei processi di comunicazione e dei fenomeni culturali, che pure mi appassionano, ma di cui mi ritengo un analfabeta integrale.

Allora perché sembra che voglia arrischiarmi a sfidare quegli stessi ostili venti di tempesta che già minacciano le loro postazioni, scalando la roccia a mani nude e senza corde di sicurezza per raggiungere un punto di osservazione tanto difficile e pericoloso? Perché la lettera di Vittorio, pur essendo rivolta ad Abruzzese, in realtà parla a un trentenne con cui, per ragioni anagrafiche e per le prese di posizione che ho espresso negli ultimi giorni, posso senza difficoltà identificarmi.

Non sarò originale, e sicuramente sarò ancor meno accurato, ma voglio comunque confrontarmi con le considerazioni con cui quella lettera, per il tono adottato e la profondità di pensiero espressa, mi invita a misurarmi.

Voglio però prima menzionare un passaggio cruciale dell’articolo di Abruzzese (che racchiude a sua volta una citazione di una citazione, non male come livello di ricorsività), anche se sarebbe opportuno leggere fino in fondo tutti gli interventi, che come dicevo meritano una approfondita riflessione:

È bene riprendere un brano del testo di Bifo da cui in particolare s’è mossa la mia idea di rassegnazione, il mio invito ad un sentire rassegnato: “Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”. Da questo semplice passaggio – in cui la soluzione finale del nazismo viene equiparata alla soluzione finale in cui gli automatismi del potere finanziario stanno gettando il mondo presente – si ricava che evidentemente in ballo c’è il rapporto tra tecnica e genere umano.

Pur non trovandomi in totale accordo con il punto di vista espresso, proprio a partire da questo brano ho colto alcune risonanze profonde con il mio personale sentire. Sul rapporto tra tecnica e genere umano mi sono ritrovato a interrogarmi spesso anch’io. Si tratta di un tema che ricorre nelle storie e nelle riflessioni critiche che mi hanno tenuto occupato fin da quando, insieme ad altri, ci siamo avventurati nell’esperienza culturale che abbiamo voluto battezzare “connettivismo”. Come mi sono trovato già a sostenere, ritengo che il vero motore della storia sia la tecnica. Probabilmente è un po’ antiquato e ingenuo cercare di ricondurre tutto a un’unica spinta, sforzarsi di far tornare i conti fondando le proprie considerazioni sull’impalpabile. Dall’acqua di Talete e dal numero di Pitagora allo Spirito di Hegel o all’economia di Marx, passando per le monadi di Leibniz, la storia del pensiero occidentale è tutta una ricerca forsennata del fondamento della realtà. La mia non è una visione né originale né tanto meno confrontabile con la complessità delle strutture di pensiero elaborate nel corso della storia della filosofia, degne di ben altra considerazione. Ma è il filtro attraverso cui guardo la realtà e mi rapporto ad essa, e quindi credo sia utile esporla in questa sede. Leggi il seguito di questo post »

L’altro giorno L’Inkiesta segnalava questo video curato da Ray Dalio: s’intitola How The Economic Machine Works e merita mezz’ora del vostro tempo, racchiudendo nella sua durata tutta una serie di concetti che si sentono citare spesso, specie negli ultimi tempi, e che qui troverete esposti in forma organica. Dalio è il fondatore di Bridgewater Associates, il più grande fondo privato d’investimento al mondo, ha anticipato la crisi dei mutui subprime del 2007 e la tempesta del 2008 che ne è seguita, e negli ultimi anni è stato più volte indicato da Time e Bloomberg Markets come uno degli uomini più influenti al mondo.

Nel video viene spiegata la natura del capitalismo, con gli effetti determinati dalla logica di scambio (la transazione) su cui si fonda e la necessità di sostenerla “a tutti i costi”. E apprendiamo, per esempio, che il valore dei crediti maturati negli Stati Uniti supera di un fattore 27 il volume di denaro circolante: 51 mila miliardi di dollari contro 3 mila miliardi. Forse vale la pena ricordare che ogni credito è accoppiato a un debito, e diversamente dall’accoppiamento materia-antimateria per essere estinto un debito richiede un’ulteriore iniezione di energia esterna (vale a dire vile denaro), determinato dal tasso d’interesse applicato al prestito. Nella sintesi vediamo tutti i diversi attori del mercato all’opera e appare inoltre ben delineata la struttura ciclica delle fasi di un mercato capitalistico. Questa ciclicità è intrinseca alla sua natura e risulta dalla combinazione di cicli di debito a breve e lungo termine con la crescita della produttività. Quando il valore dei debiti surclassa quello delle entrate si determina una crisi creditizia. Per superare la crisi Dalio individua quattro possibili soluzioni da combinare in una strategia di deleveraging, ovvero di riduzione del debito pubblico e privato:

  • Taglio della spesa
  • Ristrutturazione del debito (che si porta dietro lo spettro del default)
  • Ridistribuzione della ricchezza
  • Stampa di moneta (con conseguente ascesa del tasso di inflazione)

Alcune di queste sono citate più spesso di altre. A voi decidere perché.

Già l’economista sovietico Nikolaj Dmitrievič Kondrat’ev (1892-1936), dapprima stretto collaboratore di Lenin e poi vittima delle Purghe staliniane, aveva teorizzato i cicli sinusoidali del moderno mercato capitalistico. Dal suo nome questi cicli, per la verità più legati all’andamento della produttività ma comunque strettamente legati al fenomeno delle crisi capitalistiche, sono noti come onde di Kondrat’ev o più brevemente onde K. Come si evince dalla rappresentazione schematica riportata qui sotto (tratta da Wikipedia), le onde K alternano periodi di rapida crescita ad altri di sviluppo più lento e vengono innescate da una innovazione di base in grado di determinare una rivoluzione tecnologica, con conseguente ascesa dei settori da essa interessata.

Kondratiev_Wave

I teorici dei cicli hanno individuato finora cinque onde a partire dalla Rivoluzione industriale:

  • Rivoluzione industriale – 1771
  • Era del vapore e delle ferrovie – 1829
  • Era dell’acciaio, dell’elettricità e dell’ingegneria pesante – 1875
  • Era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa – 1908
  • Era dell’informatica e delle telecomunicazioni – 1971

 

Attualmente ci troveremmo nella valle della sesta onda, legata al boom dell’information technology, e staremmo attraversando quello che alcuni economisti chiamano l’inverno di Kondrat’ev.

Jeremy Rifkin è forse tra i più visionari degli economisti in circolazione. Non credo abbia bisogno di presentazioni, specie da queste partiSostiene che il capitalismo sia ormai prossimo al punto di rottura: il sistema economico attuale sarebbe diventato così efficace nell’abbassare i costi di produzione da aver creato le premesse per il suo stesso superamento, con la distruzione del tradizionale sistema di produzione incentrato sull’integrazione verticale e la transizione verso “un’economia basata sulla produzione paritaria”.

Secondo Rifkin è solo questione di tempo. Personalmente credo che una delle principali cause del fallimento del socialismo sia stata la difficoltà di pianificare adeguatamente il rapporto tra produzione e consumi. Però adesso cominciano a essere disponibili strumenti, in abbondanza e a costi competitivi, per monitorare in tempo reale tutto questo e provvedere di conseguenza agli aggiustamenti del caso. Si pensi agli algoritmi adottati nelle transazioni HFT (high frequency trading): non si potrebbero adottare con altrettanta efficacia al controllo dei consumi energetici, per esempio? O ancora: la riduzione dei costi di produzione di cui parla Rifkin non potrebbe essere gestita a vantaggio della fornitura di beni e servizi a tutta la popolazione, piuttosto che continuare ad alimentare la bolla speculativa dei prezzi? Sebbene non si possa ancora parlare di superamento della scarsità, la riallocazione delle risorse può inoltre generare un effetto di mitigazione della scarsità.

Un sistema agalmico è la prossima frontiera.

La convergenza delle innovazioni nei campi della produzione/distribuzione dell’energia, delle comunicazioni e dei trasporti getta le basi per il nuovo modello. Già da tempo si parla di smart grid e di smart city, concetti che hanno conosciuto una popolarità crescente negli ultimi anni. Per di più, come precisa Rifkin, al di fuori di un’economia di mercato si potrebbero valorizzare adeguatamente anche tutte quelle attività che producono capitale “sociale”, oggi del tutto ignorate nelle valutazioni sullo stato di salute delle economie nazionali e locali. In un’ottica di medio-lungo periodo trascurare il tasso di sconto sociale delle nostre scelte e sottostimare i beni pubblici globali, come inevitabilmente porta a fare un’economia di mercato, può solo condurre alla rovina.

Spetta a noi, oggi, a tutti i livelli – individuale, governativo, transnazionale, pubblico e privato – decidere come operare la transizione: in maniera pianificata, con l’adozione di una exit strategy che smorzi i potenziali conflitti insiti nella scelta, oppure con uno strappo, quando il costo del libero mercato sarà ormai divenuto insostenibile e il suo abbandono si prospetterà come l’ultima spiaggia. Se dovesse essere la seconda, come è sempre più evidente, con buona pace per Rifkin, non ci resta che sperare che il nuotatore abbia ancora abbastanza forza nelle braccia per raggiungere la riva e, con una metafora cara a Rafael Benítez, non lasciarci la pelle appena toccata la terraferma.

Kim Stanley Robinson at Worldcon 2005 in Glasg...

Kim Stanley Robinson at Worldcon 2005 in Glasgow, August 2005. Picture taken by Szymon Sokół. (Photo credit: Wikipedia)

La scorsa settimana il prestigioso New Yorker ha ospitato sulle pagine del suo blog dedicato alla lettura un intervento di Tim Kreider che si interrogava sul migliore autore politico in circolazione. Partendo da una triste constatazione, che i critici del 2063 potrebbero convincersi che le principali preoccupazioni sociali della nostra letteratura contemporanea siano i rapporti con i genitori, le relazioni finite male e la morte, Kreider sostiene che per trovare qualche istanza politica, specie su una questione non ancora abbastanza dibattuta come il conflitto tra la democrazia e il capitalismo, al giorno d’oggi non ci resta che rivolgerci a un solo genere. Non l’avreste mai detto, eh? Ebbene sì, proprio la nostra vituperata, bistrattata, malconcia e moribonda fantascienza. E arriva a sostenere, con parole che trovo largamente condivisibili, che:

La fantascienza è un genere intrinsecamente politico, dal momento che qualsiasi futuro o storia alternativa immagini rappresenta un desiderio su Come Le Cose Dovrebbero Essere (anche quando si riflettono minacciosamente in un ammonimento su come potrebbero andare a finire). E Come Le Cose Dovrebbero Essere è la domanda e lo sforzo al centro della politica. [La fantascienza] è anche, direi, un genere intrinsecamente liberale (nonostante i suoi numerosi frequentatori moderati), nel senso che guarda allo status quo come fortuito, una combinazione storica, laddove il conservatorismo lo considera inevitabile, naturale e per questo giusto. La meta-premessa di tutta la fantascienza è che non bisogna dare per scontato niente.

Kreider riconosce nel pluripremiato Kim Stanley Robinson, uno dei maggiori autori di fantascienza viventi, la figura del più importante autore politico attivo oggi in America. E giustifica con chiarezza e dovizia di particolari la sua scelta. Kreider sostiene che la grandezza di Robinson deriva dal suo tentativo di applicare il metodo scientifico alla politica, privilegiando un approccio ingegneristico ai problemi. I suoi lavori danno voce a quello che nel mondo anglosassone viene definito left-wing libertarianism e che da noi viene inserito nella tradizione dell’anarchismo di sinistra. Tra i concetti che troviamo applicati nelle sue opere, e che potremmo far confluire in una ideale piattaforma politica, si annoverano:

  • la gestione comune – non la proprietà – della terra, dell’acqua e dell’aria
  • un sistema economico basato sulla realtà ecologica
  • il trasferimento di potere decisionale dai governi centrali alle comunità locali
  • l’affrancamento delle basi dell’esistenza, come l’assistenza sanitaria, dalle crudeltà del libero mercato
  • l’applicazione di principi democratici come l’autodeterminazione e l’uguaglianza sul posto di lavoro – che in pratica comporta piccole cooperative al posto di enormi multinazionali, gerarchicamente strutturate e basate sullo sfruttamento
  • il rispetto per il mondo naturale codificato nelle leggi.

Il che forse giustifica la scarsa fortuna che purtroppo ha sempre accompagnato Kim Stanley Robinson nel rapporto con l’editoria italiana, considerando tutti i cicli iniziati e poi interrotti, dalle Tre Californie alla Trilogia Marziana,  per non parlare dei capolavori mai nemmeno tradotti (Antarctica, 2312). Ma volendo considerare, con piglio scientifico, la reputazione che Robinson ha saputo costruirsi in patria, dobbiamo riconoscere con rammarico che i conti non tornano: un autore anti-capitalista snobbato in Italia e celebrato negli USA? Nemmeno in un’ucronia, forse.

E allora ci tocca andare a ricercare altrove le cause del suo scarso successo presso il pubblico italiano. Da dove cominciare? Dalla nostra squallida realtà di tutti i giorni, per esempio, con tutte le caratteristiche inequivocabili di una società in piena decadenza: dal livello infimo del dibattito politico agli stenti della ricerca, dalla crisi ormai strutturale della produzione al progressivo smantellamento dei servizi, senza dimenticarci lo stato pietoso in cui versa la cultura. Un paese che può permettersi di accettare la situazione con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno è un paese che può permettersi tranquillamente di ignorare le numerose domande (im)poste da autori politici come Kim Stanley Robinson, oppure – se è per quello – Iain M. BanksGreg Egan, Ken MacLeod, Ian McDonaldCharles Stross, Richard K. Morgan, per citare solo alcuni dei più importanti autori di fantascienza di questi ultimi anni.

Parlare della crisi della fantascienza, allora, diventa un modo come un altro per affrontare una crisi ben più ampia, ormai dilagante a livello di sistema. Ma ne considera solo un sintomo, mentre il male da curare risiede altrove, ed è il caso che qualcun altro, oltre a chi scrive o legge fantascienza, cominci a preoccuparsene.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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