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“Io non voglio ucciderti… tu mi completi!”

Spiega il Joker a Batman ne Il Cavaliere Oscuro, nell’ultima interpretazione di Heath Ledger. E se ti ammazzo, insiste, poi “che faccio senza di te? Torno a fregare i trafficanti mafiosi?” Uno spreco di talento, di risorse, di genio, da parte di uno che sa di essere “in anticipo sul percorso“. Un profeta, nel senso biblico del termine di “colui che annuncia”, e la verità che è venuto ad annunciare a Gotham City è di quelle in grado di minare gli equilibri perbenisti di una società che si vuole progredita, robusta e solida, ma che in realtà sotto la superficie di una maschera fragile come cristallo nasconde sempre la stessa, vecchia natura: “L’unico modo sensato di vivere è senza regole“.

Il Joker di Christopher Nolan non si accontenta di rivelarlo, perché la rivelazione è solo una parte del processo di presa di coscienza, e lui è qui invece anche per offrire la dimostrazione provata di questa verità: “Stasera tu infrangerai la tua unica regola“. Detto fatto: il Cavaliere Oscuro si ritrova così ripudiato dalla stessa città per cui ha messo in pericolo la vita sua e dei suoi cari, per cui ha rinunciato a una vita normale abbracciando la via di una giustizia fin troppo personale, come lui per primo è costretto a riconoscere, scambiando la propria damnatio memoriae per l’apologia di Harvey Dent. La verità è che ci sono tante verità che si annidano nel mezzo, tra le crepe che attraversano tutte le cose, e se non trovi il modo per domarle, le ombre prima o poi saltano fuori e ti sbranano.

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se… le prendessi! Ecco, io… agisco e basta. La mafia ha dei piani. La polizia ha dei piani. Gordon ha dei piani. Loro sono degli opportunisti. Opportunisti che cercano di controllare i loro piccoli mondi. Io non sono un opportunista. Io cerco di dimostrare agli opportunisti quanto siano patetici, i loro tentativi di controllare le cose. Quindi, quando dico… vieni qui. Quando dico che con te e la tua ragazza non c’era niente di personale, capisci che ti dico la verità. [libera un braccio di Due Facce] Sono gli opportunisti… che ti hanno messo dove sei. Anche tu eri un opportunista. Avevi dei piani. E guarda dove ti hanno portato. [libera l’altro braccio di Due Facce e questo tenta di attaccarlo, ma lui riesce a tenerlo fermo] Io ho solo fatto quello che so fare meglio: ho preso il tuo bel piano e l’ho ribaltato contro di te! Guarda cosa ho fatto a questa città con qualche bidone di benzina e un paio di pallottole. Hmm? Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno “secondo i piani”… anche se i piani sono mostruosi. Se domani dico alla stampa che un teppista da strapazzo verrà ammazzato o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo piccolo sindaco morirà… allora tutti perdono la testa! [tira fuori una pistola] Se introduci un po’ di anarchia… [carica la pistola facendola prendere in mano a Due Facce] se stravolgi l’ordine prestabilito… tutto diventa improvvisamente caos. [si fa puntare la pistola sulla fronte] Sono un agente del caos. Ah, e sai qual è il bello del caos? È equo.”

Il monologo di Joker a beneficio di Dent, propedeutico alla sua trasformazione in Due Facce, è da manuale e prelude alla massima, a sua volta ancor più memorabile perché fulminante, con cui si congederà da Batman: “[…] la follia, come sai, è come la gravità: basta solo una piccola spinta“. Battute folgoranti, brillanti, in linea con un personaggio che è da sempre la quintessenza della follia dilagante, un mix di disagio metropolitano e istinto animale, attitudine innata alla violenza e reazione incontrollata ai soprusi della società, che non fanno rimpiangere la performance istrionica di Jack Nicholson, nel classico di Tim Burton che di certo non lesinava scene madri o battute da mandare a memoria (“Dimmi bambino, tu danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?“, per citare solo la più nota).

Dopo essersi misurato con la portata del contro-piano di Joker, all’uomo-pipistrello di Nolan non resta che una cosa per disinnescarne gli effetti: realizzare la profezia della sua nemesi, infrangere la sua unica regola e tradire la verità. Ma è il prezzo da pagare per salvaguardare la parte sana della società.

A quel punto è il suo turno di formulare un sinistro presagio, all’indirizzo dell’ispettore Gordon, da poco promosso commissario: “Tu mi darai la caccia. Mi condannerai, mi sguinzaglierai dietro i cani. Perché è quello che deve succedere. Perché a volte, la verità non basta. A volte la gente merita di più. A volte la gente ha bisogno che la propria fiducia venga ricompensata“.

E lo stesso Gordon deve riconoscere che Batman è l’eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perché lui può sopportarlo. Perché lui non è un eroe. È un guardiano silenzioso che vigila su Gotham. Un cavaliere oscuro“, in uno dei finali più epici degli ultimi decenni.

Un crescendo che ci spinge direttamente nei territori del mito. Perché il cinema è mitopoiesi, è creazione di miti, fucina di immaginario, anche quando l’immaginario già esiste come quello dei fumetti e tu lo riprendi e manipoli, lo plasmi e lo rielabori in una forma nuova, capace di fare qualcosa che il fumetto forse non sarebbe mai riuscito a fare, o magari sì, ma in maniera diversa. La lezione di Sam Hamm (coadiuvato da Warren Skaaren) è lì a indicare la strada. I risultati conseguiti da Christopher e Jonathan Nolan lo ribadiscono. Perché allora non ritroviamo niente di tutto questo nell’attesissimo, premiatissimo e osannatissimo Joker di Todd Phillips? E sì che il suo sceneggiatore, Scott Silver, come dimostrano 8 Mile e The Fighter, non è l’ultimo arrivato. Eppure l’esito tradisce le mie già basse aspettative, crogiolandosi in un piagnisteo disarmante, che gira in tondo per quasi due ore perdendosi tra angherie gratuite e colpi di scena telefonati, per risolversi infine in un’esplosione di violenza fine a se stessa come tutto ciò che le ha preparato la strada.

Non esiste tensione in Joker e la prova superba di Joaquin Phoenix rimane un saggio di virtuosismo in un deserto di idee. La contrapposizione all’ordine costituito, la negazione delle regole, l’emersione del caos, che sono gli ingredienti del successo del personaggio, qui si sciolgono in una banale adesione alle leggi stesse della società che il personaggio dovrebbe invece contrastare. E il finale, pur girato benissimo (e con ogni probabilità reso migliore di quello che è dalle note di White Room), non ha nulla della carica dirompente, anarchica e nichilista allo stesso tempo, di un Fight Club, per intenderci.

Avendone letto praticamente solo commenti compresi nello spettro tra la soddisfazione e l’entusiasmo, posso sicuramente sbagliare, ma indulgerò nell’errore azzardando a mia volta una piccola profezia: passata l’ubriacatura della visione, sedimentata l’adrenalina di una resa stilistica imponente, non resteranno che le scorie di una visione dimenticabile, che forse in molti preferiranno rimuovere.

Ci sarebbero stati mille modi per rendere giustizia al personaggio e tirarne fuori una storia rilevante, per esempio bilanciando il punto di vista del Joker con quello di altri personaggi, non necessariamente positivi, ma calati in una dimensione di faticosa normalità, che poi è la dimensione che quotidianamente tutti noi siamo costretti ad affrontare, a sostenere, a vivere. Si sarebbe potuto scegliere per esempio di fornire una voce agli sbirri di Gotham Central: erano già pronti, bastava andarli a prendere dai fumetti di Greg Rucka e Ed Brubaker, eppure nella pellicola fanno appena in tempo ad affacciarsi. Oppure Phillips e Silver avrebbero potuto fare della vicina di casa di cui Arthur s’invaghisce un personaggio reale, donandole qualcosa di più della consistenza rarefatta di uno spettro che si aggira smarrito per la casa infestata che è la testa di Fleck (e poi, dico, hai Zazie Beetz… dalle una parte che sia alla sua altezza!). Invece in Joker non accade purtroppo niente di tutto questo.

Joker è un film monodimensionale, che rifugge intenzionalmente la complessità e cerca rifugio nella placida comfort zone della convenzionalità. Nella pellicola di Phillips, la verità che Arthur Fleck sia uno squilibrato non viene mai messa in discussione. E di conseguenza neanche per un istante si è portati a pensare che la prospettiva nichilista di cui si fa portatore possa avere una sia pur minima ragion d’essere che esuli dalla semplice reazione. Nemmeno condividendo lo stesso disagio del protagonista. Siamo lontani anni luce dai dilemmi morali di Nolan, dal nichilismo nietzscheano di Chuck Palahniuk e David Fincher. Qui il tutto si riduce a un’insensata detonazione di follia in grado di catalizzare altre follie private, in un’orgia onanista che non risparmia nessuno, tranne il piccolo Bruce Wayne, l’unico a non venire intaccato dalla pazzia dilagante.

Batman forse può sopportarlo. Ma lui è un “un guardiano silenzioso che vigila su Gotham“.

Io no.

[Foto tratte da Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan (2008), Batman di Tim Burton (1989) e Joker di Todd Phillips (2019). Citazioni da Wikipedia.]

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Puntate precedenti:

Nel 1963 Stan Lee (figlio di immigrati ebrei originari della Romania) e Jack Kirby (figlio di immigrati ebrei provenienti dall’Austria) creano per la Marvel la prima saga di mutanti nella storia del fumetto: gli X-Men. Da subito vengono affrontati temi come la diversità e l’accettazione, con una duplice contrapposizione: degli umani «normali» contro i mutanti, visti come delle aberrazioni e dei pericoli, e all’interno della stessa comunità dei mutanti tra due fazioni: una capeggiata dal Professor Xavier (che nella saga cinematografica ha le familiari sembianze di Patrick Stewart), scienziato, filantropo e potente telepate, che ha dedicato la sua vita all’addestramento dei mutanti nell’uso responsabile dei propri poteri; e l’altra capeggiata invece da Magneto (Ian McKellen), un mutante capace di controllare i campi magnetici e quindi esercitare una forza a distanza su qualsiasi oggetto metallico, ma soprattutto un ebreo rastrellato con la famiglia dal ghetto di Varsavia e sopravvissuto ad Auschwitz, dove ha visto morire i suoi genitori.

L’esperienza del campo di concentramento ha profondamente segnato Magneto, che non nutre nessuna fiducia nel genere umano, così quando gli scienziati isolano il gene-X responsabile della mutazione dell’Homo Sapiens in Homo Sapiens Superior si mette alla testa di una fazione di mutanti intenzionata a non scendere in nessun modo a patti con il genere umano e a combattere la discriminazione ad armi pari, dalla posizione di vantaggio dei poteri che la mutazione ha conferito agli X-Men.

Vale la pena sottolineare che il 1963 è l’anno in cui viene ucciso John F. Kennedy, il cui programma politico all’insegna della Nuova Frontiera (le frontiere dello spazio, della scienza e del progresso) non aveva messo in secondo piano le politiche di integrazione, specialmente al Sud, dove malgrado la forte opposizione della popolazione bianca aveva sostenuto leggi a favore dell’istruzione e contro la discriminazione razziale: nei luoghi pubblici, nelle forze armate e negli istituti pubblici e privati, ma soprattutto nelle scuole.

In quegli stessi anni il movimento per i diritti civili si trovava esso stesso dilaniato al suo interno tra le posizioni più dialoganti di Martin Luther King (premio Nobel per la pace nel 1964), che predicava la non violenza e la possibilità di una convivenza pacifica all’interno della stessa nazione, e l’intransigenza dei seguaci della Nazione Islamica e di Malcolm X, che segue una parabola del tutto simile a quella di Magneto, dalle posizioni oltranziste e anche di contrapposizione violenta degli inizi a un più ampio impegno in difesa dei diritti civili.

Andando avanti, tra periodi di crisi e di ripresa, soprattutto sotto la cura di Chris Claremont (immigrato inglese negli USA) gli X-Men diventeranno una delle serie dell’universo Marvel con il maggior seguito tra gli appassionati, anticipando sia l’evoluzione del fumetto verso storie dalla struttura orizzontale complessa (del tutto simile alla rivoluzione avvenuta nella televisione negli ultimi vent’anni), sia misure discriminatorie riprese anche in altre saghe parallele, per esempio la Civil War, con i vari Mutant e Super-Human Registration Act, che echeggiano le drammatiche leggi speciali emanate dall’Amministrazione Bush dopo l’11 settembre, in particolare il famigerato USA PATRIOT Act.

Alzando il punto di vista, vediamo entrare nell’inquadratura gli altri supereroi Marvel, alle prese con l’America post-11 settembre: Spider-Man, Capitan America, Iron Man, la Vedova Nera diventano i portavoce non del governo, ma dei sentimenti del popolo: sconforto, frustrazione, impotenza, ma senza mai dimenticare i valori più alti su cui la nazione fu costruita: la giustizia, la libertà. Come quarant’anni prima era capitato agli X-Men, divisi davanti alle discriminazioni dell’America, anche loro si dividono in fazioni: chi accetta di seguire la linea governativa e continua a collaborare con lo S.H.I.E.L.D. (Iron Man, Mr. Fantastic, il clone di Thor, inizialmente Spiderman e la Vedova Nera), chi se ne dissocia (i Vendicatori Segreti di Capitan America: The Punisher, Pantera Nera, Wolverine, la Torcia Umana, la Donna Invisibile), e chi finisce per barcamenarsi nel mezzo.

[2 – Continua]

The Shadow in una illustrazione di Francesco Francavilla.

Tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del Novecento, in piena Depressione, negli Stati Uniti esplode un settore destinato a sconvolgere le dinamiche dell’intrattenimento di massa: il fumetto. Per una nazione avviata a diventare grande e per questo bisognosa di miti come gli USA dell’epoca, il fumetto rappresenta un serbatoio inesauribile, in cui la creatività magmatica di autori e artisti si può sbizzarrire per creare i miti dell’America di domani. Sono gli anni di Buck Rogers (1928), Dick Tracy (1931), Flash Gordon (1934), che sviluppano trame fantascientifiche o poliziesche in un dialogo continuativo e proficuo con le riviste pulp dell’epoca.

Riviste di fumetti e narrativa vendute per 10 centesimi (e per questo i romanzi a editi anche a puntate in queste pubblicazioni venivano chiamati dime novels) raggiungono un pubblico sempre più ampio, soprattutto tra i più giovani: tra gli studenti, ma poi anche i militari impegnati nella Seconda Guerra Mondiale, diventano le pubblicazioni più vendute. Qui fanno la loro comparsa eroi come The Shadow o The Spider. Sono spesso riviste scritte e disegnate da autori e artisti giovanissimi, non di rado figli di immigrati o immigrati loro stessi (ebrei soprattutto, ma anche italiani, slavi, polacchi).

Una giovane coppia di artisti ebrei, Jerry Siegel e Joe Shuster, appassionati di fantascienza, nel 1934 ha un’idea con tutte le carte in regola per rivoluzionare il settore. E come tutte le grandi idee, viene rigettata da tutti gli editori a cui viene proposta, fino al 1938, quando il personaggio viene accettato dalla neonata rivista Action Comics che nel primo numero ospiterà la prima avventura di questo nuovo supereroe: Superman. Superman incarna la quintessenza del supereroe, di cui andrà a rimpiazzare tutti i modelli preesistenti, sostituendoli con una nuova idea: quella dell’eroe mascherato che non si limita più a vivere rutilanti avventure, ma si batte per un superiore ideale di giustizia. Non è un caso se riassume nella propria figura le caratteristiche di due personaggi mitologici tratti dalla tradizione classica e cristiana come Ercole e Sansone e al contempo presenta richiami alla tradizione ebraica, come l’arcangelo Metratron o il golem, il gigante di argilla animato dalla conoscenza segreta della Cabala per difendere il popolo ebraico dai suoi persecutori; né è un caso, viste le origini degli autori, che Superman sia sostanzialmente un immigrato clandestino, fuggito dal suo pianeta natale e disposto al sacrificio pur di farsi accettare nella sua nuova terra.

Proprio Superman segna l’entrata del fumetto nella sua Golden Age, ispirando un esercito di supereroi che va da Batman a Wonder Woman, dalle Lanterne Verdi a Flash (per DC Comics e il marchio associato All-American Comics), come pure i personaggi del marchio rivale Timely Comics (poi Marvel), la Torcia Umana e Capitan America. Durante la guerra tutti questi eroi s’impegnano in un modo o nell’altro, in storie ora più ispirate ora più banali, nella sconfitta del Male incarnato dal Nazismo. E i fumetti invadono il medium di massa per eccellenza dell’epoca: la radio. Celebri e popolarissime diventano le trasposizioni radiofoniche delle avventure dei supereroi, che impongono anche un cambio di registro e – date le esigenze comunicative del mezzo – l’introduzione di personaggi di supporto: è così che nasce Robin, per permettere a un personaggio come Batman, per lo più silenzioso e riflessivo (ovvero didascalico) nelle sue avventure a strisce, di vivere nel nuovo medium, permettendogli così di parlare con qualcuno.

Dopo la guerra il ruolo dei supereroi subisce un progressivo ridimensionamento: gli editori cominciano a chiedere sempre più storie western o romantiche, al più di fantascienza, e i supereroi entrano in una fase di popolarità calante. Come se non bastasse, sulla spinta del libro Seduction of the Innocent dello psichiatra Fredric Wertham, nel 1954 viene istituita la famigerata Comics Code Authority, un organo di censura a tutti gli effetti nato con l’intento di purificare il contenuto dei fumetti da messaggi ritenuti lesivi per la morale: niente più donne poco vestite, niente più violenza, stop agli attacchi all’autorità; e basta con tabacco, alcolici, coltelli, esplosivi o pin-up. Un attentato al concetto stesso di divertimento, ma anche un forte ostacolo allo sviluppo di storie complesse, a tutto vantaggio di storielle tanto innocue quanto insulse.

[1 – Continua]

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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