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Il mondo del futuro è un incubo barocco di burocrazia neofeudale. La Terra è un mondo morente, in cui ciò che resta delle Americhe prospera sulle macerie degli altri continenti, spazzati per decenni da pandemie e pestilenze che ne hanno decimato la popolazione. Alcuni pionieri hanno stabilito avamposti sulla superficie di Marte, nella fascia asteroidale e i più audaci e refrattari al controllo delle Grandi Famiglie terrestri addirittura nei corpi ghiacciati della cintura di Kuiper, dove il sole è poco più di una stella come le altre in una notte senza fine.

Il potere delle Grandi Famiglie e dei loro «vassalli» e servitori si esprime attraverso i Trust, megaconglomerati industriali che hanno trovato nella corsa allo spazio lo sbocco ideale per il loro perdurante scontro di potere. Hanno instaurato così una precaria alleanza con i tecnici e gli scienziati ribelli delle Repubbliche di Kuiper e, sfruttando la tecnologia quantistica alla base dei lanci di Higgs, sono riusciti a raggiungere una decina di mondi nel raggio di qualche centinaio di anni luce dalla Terra, instaurandovi dei presidi di ricerca. Isis è uno di questi mondi, il Progetto Isis è l’insieme di programmi condotti dai Trust per sfruttare le conoscenze che ne potrebbero derivare e Kenyon Degrandpre, un manager di un certo rilievo ma non appartenente a nessuna Famiglia, il direttore della Stazione Orbitale Isis che si sforza di compiacere i suoi superiori, amministrando il progetto con sterile ma servizievole incompetenza, portando a tutta una serie di spiacevoli conseguenze per il migliaio di membri che dipendono da lui.

Perché Isis non è un mondo come gli altri:

Il pianeta era pieno di vita, ma era una vita più vecchia di un miliardo di anni rispetto a quella della Terra, più evoluta ma anche più primitiva, preservata dai cambiamenti per l’assenza di grandi ondate di estinzione; c’era spazio per tutti, per tutti i generi e per ogni strategia di sopravvivenza eccetto quella umana, senziente, terrestre. Siamo creature così semplici, pensò; non riusciamo a tollerare queste fitotossine ben affilate, gli innumerevoli predatori microscopici cui ha dato forma un miliardo di anni di involuzione. Nulla, nell’arsenale del sistema immunitario umano, riesce ad accorgersi delle invisibili armate isiane, e a respingerle.

La vita terrestre sbarcata sul pianeta è sottoposta a una costante minaccia dalle forme di vita indigene. I tecnici e i ricercatori occupati nelle quattro stazioni sulla sua superficie (un avamposto oceanico, una installazione polare e due basi, Gamma e Delta, soprannominate Marburg e Yambuku dal nome delle «prime varietà identificate della febbre emorragica che aveva devastato la Terra del ventunesimo secolo») sono impegnati in una lotta senza tregua per la sopravvivenza, dovendo garantire l’isolamento ermetico degli habitat in cui vivono per prevenire l’intrusione di agenti esterni che porterebbero a un contagio per cui non esiste alcuna cura: «Siamo seduti sul fondo di un oceano biologico ostile, e Yambuku è una batisfera» spiega Elam Mather, una delle veterane di Yambuku, alla nuova arrivata Zoe Fisher. «Una sola falla, e per tutti noi è finita. In un ambiente simile, non possiamo permetterci nulla che non sia una reciproca fiducia».

La vita, su Isis, era un fiume più lungo e profondo. Il suo corso era lento e totalmente sfaldato, punteggiato non da glaciazioni o da impatti di comete ma da ondate di predatori e parassiti. L’ecologia di Isis era una distesa in via di sviluppo, armata. Le sue armi erano formidabili, le sue difese ingegnose.

E questo rendeva il pianeta, tra le altre cose, un’enorme e nuova farmacopea. Gran parte dei costi di mantenimento di Yambuku venivano pagati da consorzi di ditte farmaceutiche appartenenti al Trust del Lavoro. E anche quello era un problema. Ogni cosa che usciva da Yambuku andava giustificata con i contabili del Trust. Lì non c’era spazio per la scienza pura, come veniva fatto chiaramente capire ai dipendenti nativi di Kuiper.

Zoe Fisher è una sopravvissuta terrestre, arruolata dal settore Dispositivi e Personale dei Trust e mandata su Isis con lo scopo di condurre il primo esperimento di «immersione totale»: deve prendere contatto con le forme di vita superiori evolutesi su Isis e studiarle da vicino. Tra queste, i cosiddetti scavatori, dei vertebrati dall’aspetto ripugnante, provvisti di un carapace flessibile, di una tecnologia rudimentale e di possenti arti da scavo con cui realizzano le più ingegnose costruzioni della loro primitiva civiltà:  tumuli e montagnole che, nei loro ventri, celano tunnel che sprofondano nelle viscere del pianeta. Ma il Progetto Isis è affidato al Trust del Lavoro, una fazione rivale della D&P a cui riferisce Zoe, e la sua presenza diventa presto un problema: perché a sua insaputa Zoe non è solo una pedina in uno scontro più grande, con il suo mentore Avrion Theophilus che forse tiene più a ciò che lei «trasporta» che alla sua incolumità, ma un’arma con cui compiere una vendetta ai danni del sistema.

Un fotogramma di Solaris, regia di Steven Soderbergh (2002).

Come tutti i terrestri, Zoe è provvista di un timostato, un avanzatissimo sistema di bio-regolazione impiantato in un braccio, finalizzato al controllo dell’umore e all’inibizione della fatica: detto anche «termostato dell’anima», è un ritrovato biotecnologico in grado di trasformare i sudditi delle Grandi Famiglie in mansueti ed efficienti operatori al servizio dei Trust. Prima di essere lanciata dal planetoide di Fenice, però, in un atto di sfida e ribellione al sistema, una dottoressa prossima al ritiro ha operato una manomissione al bio-regolatore di Zoe, che si viene così a trovare in un ambiente alieno, spogliata di ogni certezza precedentemente acquisita, a fare i conti non solo con ciò che accade fuori di lei ma anche con le trasformazioni in atto dentro il suo corpo, con effetti non trascurabili sulla sua stabilità psico-emotiva.

Queste sono le premesse di Bios, eccezionale romanzo di Robert C. Wilson del 1999, pubblicato in Italia da Fanucci nell’effimera ma gloriosa collana Solaria nel marzo 2001 (nella traduzione di Domenico Gallo e Andrea Marti). Apparso originariamente con il sottotitolo A Novel of Planetary Exploration, Bios non è il romanzo più noto dell’autore americano-canadese, conosciuto soprattutto per Mysterium (altro romanzo apparso su Solaria, vincitore del Philip K. Dick Aaward nel 1994) e per Spin (Hugo Award nel 2005 e principio di una trilogia molto popolare), ma è ingiustamente sottovalutato e merita di essere riscoperto, come giustamente caldeggiava Enrico Di Stefano in tempi non sospetti dalle pagine di Delos SF, magari anche nella scia dell’attualità (e chissà che Fanucci non possa farci un pensierino).

Diversi sono i passaggi che chiudono interruttori psichici con le cronache di queste settimane, ispirando riflessioni sul mistero della vita, sul ruolo della coscienza nel bilancio della natura, sulla posizione dell’umanità nelle non sempre facilmente decodificabili dinamiche del cosmo. Prendiamo per esempio questo brano, descritto dal punto di vista di Tam Hayes, il direttore di Yambuku che finisce per innamorarsi, ricambiato, della nuova arrivata:

… anthrax, HIV, Nelson-Cahill 1 e 2, Dengue di Leung e tutta l’immensa schiera di virus emorragici… Lì c’erano tutti gli antichi orrori della Terra, predatori più scaltri e tenaci degli animali delle giungle, e altrettanto attivi, che continuavano a diffondersi tra le malnutrite popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa. Geometrie a spirale e catene proteiche color arcobaleno, tutte ricolme di morte.

Ecologia planetaria, aveva pensato. Antica, incredibilmente ostile. Quella era la bios di Tam diventata tangibile, l’intricato residuo di eoni di evoluzione.

Ma almeno la Terra aveva accolto il genere umano all’interno di quella equazione, per quanto le sue pestilenze fossero micidiali. Isis non aveva contrattato un accordo analogo.

O quest’altro, dal punto di vista di Zoe:

Se l’avessero sistemata non avrebbe più potuto provare quel fremito nell’attesa del suono della voce di Tam, l’improvvisa sensazione di leggerezza quando lui le faceva un complimento, l’intimità sconvolgente della mano di lui sul suo corpo.

Era follia, naturalmente, ma aveva in sé qualcosa di divino. Si domandò se si era imbattuta in una sorta di saggezza andata perduta per il mondo moderno, in un arcaico veicolo di emozioni nascosto sotto i rigidi rituali delle Famiglie o gli accoppiamenti da scimpanzé dei Clan di Kuiper.

Forse era quello il modo in cui i prolet non bio-regolati si innamoravano. L’amore faceva sentire così, si chiese, nelle zone a rischio virale dell’Africa e dell’Asia?

Aveva paura di quel sentimento. E aveva paura della sola idea che un giorno potesse cessare.

Tutto il romanzo è un sofisticato gioco di echi e risonanze, con pagine e sottotrame che si specchiano le une nelle altre, con linee narrative che divergono e confluiscono le une sulle altre come catene proteiche o, meglio ancora, molecole di DNA.

Un fotogramma di Solaris, regia di Andrej Tarkovskij (1972).

La scoperta del pianeta da parte di Zoe, delle sue insidie, dei suoi inesplicabili segreti, si svolge parallelamente alla sua indagine interiore, alla sua trasformazione in donna, una metamorfosi rapida ed effimera come quella di un bruco in farfalla. Per le ragioni sopra descritte, gli umani non possono avventurarsi fuori dai loro habitat severamente controllati, all’esterno sulla superficie di Isis, se non protetti da ingombranti e goffi scafandri, bio-armature corazzate concepite per proteggere i loro inquilini, ma drammaticamente esposte esse stesse all’aggressione degli agenti patogeni della biosfera isiana. Come intuisce Dieter Franklin, il planetologo di stanza a Yambuku, in uno dei suoi rapporti:

Si potrebbero fare congetture, e forse non in modo intempestivo, sulle possibilità inerenti a un network pseudo-neurale che connetta tutte le cellule isiane, una biomassa che (se si include la materia degli oceani e i batteri che fissano minerali distribuiti lungo la superficie del pianeta) sarebbe di proporzioni davvero sbalorditive. I crescenti, fruttuosi attacchi alle sottostazioni potrebbero venire visti, per analogia, come una reazione autonoma alla presenza di un corpo estraneo, nella quale le strategie per fare breccia sviluppate nell’ambiente salino e utilizzate per la prima volta contro la stazione per la ricerca nell’oceano siano state adattate, lentamente ma con efficacia, per l’impiego contro avamposti con base sulla terraferma…

La scoperta, destinata alla Terra, non arriverà mai a destinazione, intercettata da Degrandpre, preoccupato solo di preservare la propria posizione di potere, nutrendo l’illusione dei Trust e delle Grandi Famiglie che su Isis sia tutto sotto controllo. Ma la verità è ben diversa, e lui stesso non potrà evitare di farci i conti, riconsiderando sotto una nuova, spietata luce una vita, una carriera e un’impostazione mentale basate sui confini, sugli steccati, sulle separazioni nette, sui muri:

Ecco qui il vero orrore, pensò Degrandpre, questa rottura delle barriere. La civiltà, dopotutto, consisteva nel creare divisioni, mura e steccati che analizzassero ciò che era sgretolato e caotico ricomponendolo in ordinati elementi di immaginazione umana. Ciò che è selvaggio invade il giardino e la ragione viene abbattuta.

Comprese per la prima volta, o credette di comprendere, l’impulso religioso di suo padre. Le Famiglie e i loro Trust avevano diviso con grande finezza e ordinato in maniera ossessiva ciò che sulla Terra era politicamente e tecnologicamente selvaggio, ogni persona e ogni cosa e ogni procedimento erano stati inseriti nella loro orbita appropriata, all’interno del planetario sociale; ma, all’esterno delle mura delle Famiglie, ciò che era selvaggio continuava a premere, sempre più vicino: i prolet, i marziani, i clan di Kuiper; vettori di malattia che crescevano nelle tane delle classi inferiori; nessun vincitore, alla fine, se non la morte, e la crudele immensità dell’universo.

Regole e istituzioni fallaci con cui in molti si stanno misurando, anche in questi tempi.

Zoe, provvista di una bio-tuta di ultima generazione, sarà la prima umana a esplorare da vicino Isis, ma anche lei dovrà fare i conti con le oscure verità e i segreti sepolti nel suo passato, nella sua storia, nel suo DNA. Come spiega il Maestro Avrion Theophilus al dottor Tam Hayes:

«Non tutta la tecnologia nuova risiede nella sua tuta da uscite esterne, dottor Hayes.»

«Scusi?»

«Zoe è un insieme di programmi. Non è soltanto l’interfaccia. È stata accresciuta internamente, mi comprende? Possiede un sistema immunitario totalmente artificiale aggiunto al suo, quello naturale. Nanofabbriche agganciate all’aorta addominale. Se la tuta viene squarciata, noi dobbiamo saperlo. Ci sono tantissime cose che possiamo venire a sapere da lei, anche se dovesse morire durante l’uscita.»

La sua presenza rientra quindi nei cosiddetti «affari delle Famiglie», ed è un esperimento scientifico in prima persona, un banco di prova per un nuovo ritrovato tecnologico. Ma l’uomo continua a sopravvalutarsi e di conseguenza a sottovalutare la trama del cosmo e degli eventi in cui è inserito. E questo può rivelarsi fatale, specie su un mondo come Isis, lontano anni luce dalla Terra.

Un fotogramma di Solaris, regia di Andrej Tarkovskij (1972).

Denso di informazioni, scritto con un gusto per la parola che oserei quasi definire d’altri tempi, e intriso di una visione del mondo che non ho esitazioni ad accostare a quella di Thomas Ligotti, che su questo blog e altrove abbiamo affrontato a più riprese, Bios è un libro che produce un’onda lunga di pensieri e di riflessioni, esprimendo un pessimismo cosmico che a contatto con l’orrore sepolto al di là dei confini della nostra conoscenza sconfina in un nichilismo assoluto.

Cosa può esserci in fondo di peggio della scoperta di essere soli nell’universo? Di essere l’unica forma di vita a cui l’evoluzione biochimica abbia saputo condurre?

«È questa la risposta […] la risposta a tutte quelle vecchie domande. Noi non siamo soli nell’universo, Zoe. Ma siamo condannati a essere pressoché unici. La vita è antica quasi quanto l’universo stesso. Ma è vita nanocellulare, come quella degli antichi fossili marziani. Si è diffusa per la galassia prima della nascita della Terra. Viaggia nella polvere di stelle esplose».

Non era proprio Dieter a parlare, ma una qualche altra entità che le parlava attraverso il suo ricordo di Dieter. Lei lo sapeva. Avrebbe potuto essere una cosa spaventosa. Ma Zoe non aveva paura. Ascoltava attentamente, invece.

«Te lo spiegherei più per esteso, piccolina, ma voi non possedete le parole per esprimere queste cose. Guardala in questi termini. Tu sei un’entità vivente, cosciente. E pure noi tutti lo siamo. Ma non allo stesso modo. La vita attecchisce ovunque, nella galassia, persino nel suo centro rovente e affollato, dove le radiazioni ambientali ucciderebbero un animale come te. La vita è duttile e sa adattarsi. La coscienza nasce… be’, praticamente dappertutto. Non il tuo tipo di coscienza, però. Non quello degli animali, nati nell’ignoranza, destinati a vivere per un tempo breve e a morire, per sempre. Questa è l’eccezione, non la regola».

«Riesco a sentire le stelle che parlano» disse Zoe.

«Sì. Noi tutti possiamo, sempre. Più che altro si tratta di pianeti, non di stelle. Pianeti come Isis. Spesso alquanto diversi sotto l’aspetto fisico, ma tutti pieni di vita. Tutti loro parlano».

«Ma la Terra no» indovinò Zoe.

«No, la Terra no. Non sappiamo perché. Il granello di vita che ha trovato il vostro sole doveva essersi in qualche modo danneggiato. Siete cresciuti in maniera selvaggia, Zoe. In maniera selvaggia e da soli».

«Come un’orfana».

Dieter… la cosa-Dieter… le rivolse un sorriso triste. «Sì. Esattamente come un’orfana».

Ma non era veramente Dieter a parlare.

Era Isis.

Una chiosa che richiama sicuramente Stanisław Lem e Solaris, ma non privo di un retrogusto dickiano. Come ammette Robert C. Wilson nella sua postfazione, Bios è un romanzo cupo, che riflette lo stato d’animo di un momento particolarmente difficile della sua vita,  «tra la fine di un matrimonio e la morte di mia madre». Dopo averlo letto la prima volta nella primavera del 2017, ho continuato a rimuginarci sopra per tutto questo tempo, accarezzando più di una volta l’idea di parlarne su queste pagine, fino a cedere alla tentazione di rileggerlo negli ultimi giorni.

Non è un libro facile, sicuramente non è una storia che piacerà a tutti.

Ma è fantascienza al suo meglio. Ed è un libro che non si dimentica. E forse non c’è occasione migliore per riscoprirlo di questo periodo, con lo sforzo di resistenza e resilienza a cui siamo tutti chiamati.

True Detective è tornato e la terza stagione si annuncia dai primi due episodi ricca almeno di punti di contatto con la prima, di cui tutti serbiamo un ricordo indelebile. Gli indizi disseminati sono diversi. Per esempio, nei boschi che circondano West Finger, l’immaginaria cittadina nella contea di Washington che fa da sfondo alla scomparsa di due bambini di dodici e dieci anni, vengono rinvenute delle bambole di paglia dalle fattezze di sposa che ricordano le trappole per uccelli che marchiavano il passaggio del Re Giallo della prima serie. Stessa simbologia occulta, come viene fatto notare a un certo punto da un personaggio menzionando esplicitamente lo scandalo della contea di Franklin:

Sapevi che nelle zone circostanti sono state scoperte cerchie di pedofili con una organizzazione su larga scala, collegate a personalità influenti? Eri a conoscenza dello scandalo Franklin? È stato ipotizzato che le bambole di paglia siano il marchio di un gruppo di pedofili, come la spirale spezzata.

Ma non è tutto. Come mi faceva notare Andrea Bonazzi a ridosso della prima visione, nella cameretta di uno dei due bambini scomparsi i detective incaricati del caso Wayne Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff), entrambi veterani del Vietnam (dove il primo era soprannominato Purple Hays, suppongo in riferimento alla celebre Purple Haze di Jimi Hendrix), scoprono un volume dal titolo piuttosto significativo per un appassionato di letteratura fantastica, specie se declinata secondo le coordinate weird care a un certo H. P. Lovecraft.

Le Foreste di Leng. Nella geografia di Lovecraft, il “gelido altopiano di Leng” fa la sua prima apparizione nel racconto del 1920 Celephaïs, dove viene presentato come la dimora del “grande sacerdote che non bisogna descrivere, colui che porta una maschera di seta gialla e vive da solo in un monastero di pietra preistorico” (nell’impareggiabile traduzione di Giuseppe Lippi, da Tutti i racconti). Due anni più tardi, nel racconto Il segugio, i protagonisti s’imbattono in “un amuleto esotico e dal disegno bizzarro” che riproduce le fattezze stilizzate di “un cane alato che sta per spiccare il balzo, o forse una sfinge dalla faccia canina, […] ricavato con squisita arte orientale da un frammento di giada verde“. Alla base del manufatto, “come il marchio dell’artista, un teschio molto particolare“, in cui riconoscono “lo spaventoso simbolo spirituale dei divoratori di cadaveri, il cui culto è praticato in Asia centrale, sull’altopiano di Leng“.

L’effigie non può non richiamare tutta la simbologia delle spirali spezzate (“crooked spirals“) che ricorre nella prima stagione, e che come abbiamo visto sopra viene esplicitamente richiamata nella terza.

Allo stesso modo in cui Leng non può non evocare Carcosa, la figura del grande sacerdote (“high-priest“) sembra trasporre l’ombra del Re Giallo che incombeva sulle indagini di Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) e i due adulti vestiti da fantasmi di cui in un altro passaggio della seconda puntata di questa nuova stagione si parla potrebbero essere i suoi emissari. Per approfondire questi aspetti, rimando a una pagina Reddit ricca di riflessioni interessanti. Una più di tutte: quando fa la sua apparizione ne La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (1926-27), il protagonista Randolph Carter, alter ego di Lovecraft, a un certo punto giunge “nel più spaventoso e leggendario di tutti i luoghi, il monastero preistorico dove vive da solo il sacerdote che non bisogna descrivere, colui che indossa la maschera di seta gialla e prega gli Altri Dei e il caos strisciante Nyarlathotep“. E Nyarlathotep, non serve ricordarlo, è la miglior rappresentazione del caos che irrompe nella quotidianità, ghermendo gli sventurati che gli capitano a tiro per trascinarli negli abissi della follia.

È presto per dire se come la prima stagione anche questa virerà verso gli orizzonti soprannaturali dell’orrore cosmico, ma intanto due puntate sono sufficienti per individuare almeno tre possibili sovrapposizioni con lo schema narrativo delle indagini di Cohle e Hart che nel 2014 imposero True Detective come la serie rivelazione della stagione:

  1. prima di tutto, l’ambientazione nella provincia profonda, con il recupero delle atmosfere tipiche del Southern Gothic (lì era la Luisiana dei bayou, qui siamo nell’altopiano di Ozark, nell’Arkansas nordoccidentale) in contrapposizione alla California metropolitana che faceva da sfondo alla seconda stagione;
  2. in seconda battuta, la struttura temporale: l’intreccio ancora una volta si snoda in tre diversi momenti storici: nel 1980, con la scomparsa dei due bambini che mette in moto il meccanismo narrativo; nel 1990, con un tentativo di riapertura del caso; nel 2015, con lo sforzo di riannodare i fili del passato sul filo della memoria (mentre Hays comincia a fare i conti con la perdita irreversibile dei suoi ricordi);
  3. e poi, con la coppia di investigatori diversi come il giorno e la notte, chiamati a mettere insieme i rispettivi punti di forza (acume e ostinazione) contro le macchinazioni politiche dei loro superiori per venire a capo del caso.

Senza dubbio per Nic Pizzolatto è un ritorno a una formula di successo. E in attesa di vedere se il pessimismo che pervade la visione del mondo di Hays e West si tradurrà in qualcosa di più weird, possiamo anticipare che un ulteriore sicuro punto di contatto tra la prima e la terza stagione è il ruolo che i personaggi attribuiscono al sogno, centrale in tutto Lovecraft e in particolare proprio nella ricerca onirica di Carter. Se nella prima stagione Cohle confidava al collega: «I don’t sleep. I just dream», qui il padre dei due bambini scomparsi, Tom Purcell (Scoot McNairy), chiede agli investigatori: «Are we going to find Julie or what? ‘Cause I can’t live through this man. Neither of us can. If we’re not going to find her I just need to know now. I can’t go to sleep. And I can’t wake up.»

Più ancora di quanto non sia stato il Vietnam, il caso Purcell diventa il nuovo spartiacque nella vita di Purple Hays, ma anche di tutte le persone che ha intorno. Ci sarà un prima e un dopo la scomparsa dei due bambini, e niente sarà più lo stesso. Prendendo in prestito le parole di Thomas Ligotti:

Nell’universo religioso, l’inferno si sostanzia come luogo destinato agli altri, non come il destino riservato a coloro che l’hanno inventato. Ma in senso figurato, ciascuno di noi è condannato a inventare il proprio inferno. E dopo aver preso residenza in un pozzo, cerchiamo compagni con i quali dolerci: soci nel dolore, nostri pari condannati per i medesimi errori o abbagli, che siano intenzionali o meno.

 

Una delle critiche che più di frequente viene mossa all’agenda transumanista è la sua negazione delle radici umaniste della nostra società. Se da un lato il malinteso tende ad essere alimentato dalle posizioni delle frange superomiste dei vari network locali afferenti alla World Transhumanist Association – Humanity+, dall’altro è incontestabile che il transumanesimo, inteso come filosofia, attitudine e sensibilità, attinga invece a piene mani al complesso di valori e caratteristiche proprie dell’umanesimo. Senza farla troppo lunga e assumendomi il rischio della semplificazione, il principio stesso alla base dell’umanesimo rinascimentale, ovvero la valorizzazione della dignità umana attraverso la conoscenza, il sapere e gli strumenti della tecnica, si riversa nel transumanesimo attraverso i capitoli-chiave dell’Illuminismo e del Positivismo.

L’idea del transumanesimo che personalmente sposo è quella di riportare l’umanità al centro dell’universo, proprio come ai tempi del Rinascimento, ma nella consapevolezza morale che l’umanità non è un’idea scolpita nella pietra, ma un sistema dinamico di valori, in corso di cambiamento continuo. L’uomo di domani non sarà come l’uomo di ieri, che non è come l’uomo di oggi. E, scusate se mi ripeto, sono convinto che dovremmo fin da subito prendere a considerare in termini più ampi e inclusivi concetti come l’identità, la coscienza e, in ultima istanza, l’umanità. Se e quando riusciremo a sviluppare costrutti artificiali di intelligenza, esseri biologicamente modificati, impianti neurali capaci di accrescere le nostre facoltà cognitive, la necessità di modificare il perimetro delle convinzioni attuali, derivate da una stratificazione millenaria di accettazione pseudo-dogmatica, diventerà improcrastinabile. Per indole preferisco gestire il rischio per tempo, piuttosto che doverne affrontare le conseguenze rinunciando a una preparazione adeguata -tanto più quando, come in questo caso, quello che potremmo definire come rischio esistenziale resta circoscritto al campo di una sottoipotesi di una ipotesi.

Il postumanesimo non è nient’altro che l’aspirazione di determinare consapevolmente il proprio futuro, come individui e come specie, usando gli strumenti che ci sono dati, che sono quelli della scienza e della tecnologia, e riconoscendo l’estensione dei diritti validi per l’uomo ad ogni entità senziente.

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Fin dalla primissima visione ho provato un’affinità istintiva con le tematiche e i personaggi di True Detective (la celebratissima serie di Nic Pizzolatto prodotta dalla HBO, di cui è in preparazione proprio in questi mesi la seconda stagione). Questa riflessione del sociologo Adolfo Fattori, apparsa sull’ultimo numero di Quaderni d’Altri Tempi, mi ha spinto ad approfondire le ragioni e i motivi di questa fascinazione. Che in realtà potrebbe avere radici più razionali di quanto finora sono stato disposto a considerare, solo ben nascoste dalle spire dell’irrazionale che avvolgono tutta l’opera. A proposito di Rustin “Rust” Cohle, il detective disincantato e nichilista ispirato alla visione del mondo di Thomas Ligotti e interpretato da Matthew McConaughey, Fattori scrive:

Nichilismo puro. Forse uno dei primi esempi di eroe del postumanesimo – prima dei replicanti, degli androidi, dei cloni, cui a volte pensiamo quando usiamo il termine “postumano”, alla ricerca di oggetti che lo riempiano, senza fermarci ad una progressione quantitativa (protesi e mutazioni che aumentano le capacità umane), ma pensando ad uno strappo qualitativo: qualcosa che cambia in noi, umani fatti di sangue, carne, emozioni, affetti.

Potremmo quindi interpretare il personaggio di Rust, scomodo, inquietante, estraneo – addirittura alieno – al consesso umano, non come il classico antieroe a cui tanta letteratura e tanto cinema ci hanno abituati, ma come il prototipo di una nuova classe di eroi, adatto a una sensibilità postumanista. E in effetti, a ben guardare, di inizi a favore di questa ipotesi ne possiamo raccogliere un certo numero.

Rust è un nichilista, anzi come si definisce lui stesso un “pessimista cosmico”, che non riconosce nessuna autorità al di fuori del concetto ideale di giustizia. Porta con sé il dolore della perdita prematura di una figlia che ha mandato in frantumi la sua vita privata. Ha subito delle lesioni permanenti nel corso di un precedente incarico da infiltrato in un clan di motociclisti narcotrafficanti, che lo ha reso schiavo delle anfetamine. «Io non dormo. Sogno e basta» confida a Marty Hart / Woody Harrelson. E le sue parole fanno il paio con queste altre che scambia con Marty in un altro dialogo così efficace e denso, assolutamente improponibile in un confronto televisivo (eppure…):

Rust Cohle: «Sono dell’idea che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso nell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Noi siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo le leggi della natura. Siamo solo delle cose che si sforzano sotto l’illusione di avere una coscienza, questo incremento delle esperienze sensoriali e della nostra sensibilità, programmata con la completa assicurazione che ognuno di noi è una persona a se’ stante quando, in realtà, ognuno di noi è nessuno. Penso che l’unica cosa onorevole da fare per le specie come la nostra sia rifiutare come siamo fatti. E smettere di riprodurci, procedendo tutti insieme verso l’estinzione. Un’ultima notte nella quale fratelli e sorelle si liberano da un trattamento iniquo».
Marty Hart: «Ma allora… che senso ha alzarsi dal letto, di mattina?».
Rust Cohle: «Mi convinco di essere un testimone, ma la vera risposta è che sono fatto così. Inoltre, non ho la tempra necessaria per suicidarmi».

Rust si vede dunque come un testimone, eppure lui è uno che non dorme. Che sogna e basta, al punto che le visioni oniriche si sovrappongono ai fatti, si mescolano alla realtà, e diventano un tutt’uno, come nella sigla d’apertura scandita dalle note di Far From Any Road del gruppo country alternativo The Handsome Family. Il suo è un vagabondare nelle Terre del Sogno che altri esseri umani scambiano per realtà. Vi ricorda qualcosa?

Rust Cohle: «Nell’eternità, priva di tempo, nulla può crescere. Nulla può divenire. Nulla cambia. Perciò la Morte ha creato il Tempo affinchè facesse crescere tutto ciò che poi lei avrebbe ucciso. Ed ecco che tutte le creature rinascono. Ma solo per rivivere la stessa vita che si è vissuta in precedenza. Pensateci un po’, detective. Quante volte abbiamo già avuto questa conversazione? Chi può dirlo? Se nessuno può ricordare le proprie vite precedenti nessuno può cambiare la propria vita. Ed è questo il terribile ed oscuro segreto della vita stessa. Siamo in trappola. Confinati in quell’incubo nel quale continuiamo a destarci».

O ancora:

Rust Cohle: «Questo è quello di cui parlo quando parlo di tempo e morte e futilità. Ci sono idee più ampie al lavoro soprattutto quello che ci spetta in quanto società per le nostre reciproche illusioni. Quattordici ore di fila a guardare foto di cadaveri queste sono le cose a cui pensi. L’avete mai fatto? Guardi nei loro occhi anche in una foto. Non importa se sono morte o vive. Puoi comunque leggerli e sai cosa vedi? Loro l’hanno accolto. Non subito ma… proprio li’, nell’ultimo istante. E’ un sollievo inconfondibile. Vedete, perchè erano spaventate e ora vedono per la prima volta quanto era facile semplicemente lasciarsi andare ed hanno visto, in quell’ultimo nanosecondo, hanno visto cosa erano state, che tu, proprio tu, tutto questo grande dramma non è mai stato altro che un coacervo raffazzonato di presunzione e stupida volontà e puoi semplicemente lasciarti andare, finalmente, adesso che non devi più aggrapparti così forte… per renderti conto che…tutta la tua vita, sai, tutto il tuo amore, il tuo odio, i tuoi ricordi, il tuo…dolore… era tutto la stessa cosa. Era tutto lo stesso sogno, un sogno che hai avuto dentro una stanza chiusa. Un sogno sull’essere una persona. E come in tanti sogni, c’è un mostro, alla fine».

Rust è refrattario all’irrazionale, alla fede, alla superstizione e all’oscurantismo che dilagano nel Bayou ( «E questa qui sarebbe vita? Persone che si radunano e si raccontano panzane che sono in aperto contrasto con tutte le leggi dell’universo solo per finire una cazzo di giornata in santa pace? No. Sarebbe questa la realtà in cui vivete voi, Marty?»). Compatisce gli altri uomini che non hanno la forza per resistere ai soprusi dell’autorità, alla violenza o anche solo al retaggio delle convenzioni imposte dalla società. Un personaggio contro, in tutto e per tutto. Ma alla fine, messo di fronte alla prova di un nuovo dolore, sopravvissuto alla morte confida a Marty: «A un certo punto quando ero immerso nell’oscurità, so che qualcosa… Qualunque cosa fossi diventato…Non era neanche coscienza, più una indistinta consapevolezza, nell’oscurità. E potevo, potevo sentire i miei contorni… sbiadire. Al di sotto di quella oscurità ce n’era un’altra di tipo diverso, era più profonda. Calda come fattasi sostanza, capisci? Riuscivo a sentire… E sapevo, sapevo per certo che mia figlia mi stava aspettando laggiù».

Non esattamente una redenzione, però Rust, dopo aver trascorso 17 anni ad affrontare la realtà a muso duro, sfidando tutti e resistendo a qualsiasi potere attrattivo da parte degli altri, nei minuti finali della serie torna. Con qualcosa da raccontare. Non lo fa controvoglia, come ha sempre fatto con le sue esternazioni nel corso delle indagini. Lo fa di sua iniziativa:

Rust Cohle: «Una volta non c’era che oscurità. Per come la vedo io, è la luce che sta vincendo».

Qualcuno potrebbe volerci leggere una chiave religiosa. Per me non è così. Credo invece che Rusty da testimone si sia infine convinto a diventare attore, abbracciando la sfida all’irrazionalità del mondo. Non si fa più carico di un dolore e di un pessimismo senza argini, ma piuttosto di un messaggio. E questo messaggio dalle parole si trasferisce nelle azioni, e per tramite loro si cala nel mondo. C’è qualcosa da fare, finalmente, non solo da criticare. Questa è la mia interpretazione.

Forse le parole finali di Cohle non sono abbastanza da arrivare a una pronuncia definitiva. Ma per me risultano più che sufficienti a indirizzare un sospetto.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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