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Segnali dal futuro è la nuova pubblicazione dell’Italian Institute for the Future, associazione fondata aIIF_Segnali_dal_Futuro Napoli e attiva nel campo dei future studies: un’antologia di racconti di anticipazione selezionati da Roberto Paura e Francesco Verso, che delineano possibili scenari futuri spaziando “dall’intelligenza artificiale all’espansione umana nello Spazio, dalla disoccupazione tecnologica alla vita all’interno di mondi virtuali fino al sogno di replicare la coscienza umana”, introdotti da altrettanti saggi di esperti del settore (Massimo M. Auciello e Rino Russo, Riccardo Campa, Roberto Paura, Valerio Pellegrini, Emmanuele J. Pilia).

L’iniziativa, che non ha precedenti in Italia, si ispira a progetti analoghi che da sempre vengono sviluppati altrove. Un esempio storico è rappresentato dall’Institute for the Future di Palo Alto, tra le cui pubblicazioni recenti si segnala una raccolta di questo tipo intesa a “rendere tangibile il futuro”, con contributi di sei firme di spicco del panorama SF globale (tra gli altri Bruce Sterling e Cory Doctorow) sul tema della Internet of Things: An Aura of Familiarity. Altri esempi altrettanto rappresentativi sono il Project Hieroglyph curato da Neal Stephenson (di cui abbiamo parlato), l’antologia celebrativa dei cinquant’anni di Spectrum, Coming Soon Enough (con Greg Egan e Nancy Kress), oppure la serie Twelve Tomorrows pubblicata con cadenza annuale dall’MIT.

Segnali dal futuro prende le mosse dalla sessione introduttiva del Congresso Nazionale di Futurologia 2014 e si propone di offrire cinque assaggi possibili del mondo in cui domani potremmo svegliarci. Perché, come abbiamo imparato, il modo migliore per prevedere il futuro è inventarlo. Nell’antologia troverete anche un mio racconto ispirato al tema del mind uploading, ma che si trova a sfiorare anche altri campi a cui sono particolarmente interessato: l’intelligenza artificiale, la sostenibilità ecologica, la transizione verso un modello di società post-capitalista, l’ubiquitous computing, il turismo virtuale, le città iperconnesse (come Dubai o la megalopoli del Delta del Fiume delle Perle) la riproducibilità della memoria, gli spazi simulati e i diritti degli esseri artificiali. Con una spruzzata della poetica visionaria di William S. Burroughs e di Makoto Shinkai. Il tutto dal punto di vista di un… no, stavolta niente detective, solo un ingegnere elettronico.

Delta_City

Il racconto s’intitola La vita nel tempo delle ombre, è introdotto da un saggio di Emmanuele J. Pilia (esperto di transarchitettura, ma non solo) e si accompagna ad altri quattro racconti firmati da totem come Ken Liu o Francesco Grasso e autorevoli esponenti dell’ultima ondata di fantascienza italiana come Clelia Farris e Francesco Verso.

Il libro è in vendita a 9,90 euro sul sito dell’IIF.

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Ho sognato una tempesta concettuale forza cinque che soffiava sulla realtà devastata.
— Jean Baudrillard

Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi una bellissima lettera aperta scritta da Vittorio Zambardino in risposta a un intervento di Alberto Abruzzese, che a sua volta riprendeva in maniera organica alcune sue considerazioni già esposte in calce a un articolo di Franco Berardi uscito su Alfabeta. Sono tre pezzi illuminanti, nelle reciproche diversità e lontananze. Ma proprio nella divergenza di punti di vista riescono a offrire una panoramica, se non completa quanto meno attendibile, della vastità del paesaggio che ci circonda. Un paesaggio che facciamo sempre più fatica a decifrare, perché in costante evoluzione, e perché il punto di osservazione da cui stanno scrutando il panorama si trova nel bel mezzo di una tempesta, investito dai venti contrari che stanno spazzando (per parafrasare Baudrillard) la nostra realtà devastata.

I tre interventi originano da un processo di investigazione, analisi ed elaborazione della nostra contemporaneità, che evidentemente prosegue incessante da diverso tempo. Anche nei passaggi più emotivi sono meditati, densi delle esperienze accumulate nel corso degli anni. Intersecano e sovrappongono il loro approccio sociologico, la loro impostazione filosofica e la loro “postura emotiva”, rivelando un metodo d’indagine senz’altro acuminato, che ognuno di loro legittimamente declina secondo la propria personale visione del mondo. Negli spazi tra le parole non faccio inoltre fatica a intuire la voce sottintesa di un discorso che evidentemente li ha già coinvolti in passato e che ancora va avanti, riferimenti che non posso cogliere nella loro interezza anche perché privo delle basi teoriche della loro militanza nello studio dei processi di comunicazione e dei fenomeni culturali, che pure mi appassionano, ma di cui mi ritengo un analfabeta integrale.

Allora perché sembra che voglia arrischiarmi a sfidare quegli stessi ostili venti di tempesta che già minacciano le loro postazioni, scalando la roccia a mani nude e senza corde di sicurezza per raggiungere un punto di osservazione tanto difficile e pericoloso? Perché la lettera di Vittorio, pur essendo rivolta ad Abruzzese, in realtà parla a un trentenne con cui, per ragioni anagrafiche e per le prese di posizione che ho espresso negli ultimi giorni, posso senza difficoltà identificarmi.

Non sarò originale, e sicuramente sarò ancor meno accurato, ma voglio comunque confrontarmi con le considerazioni con cui quella lettera, per il tono adottato e la profondità di pensiero espressa, mi invita a misurarmi.

Voglio però prima menzionare un passaggio cruciale dell’articolo di Abruzzese (che racchiude a sua volta una citazione di una citazione, non male come livello di ricorsività), anche se sarebbe opportuno leggere fino in fondo tutti gli interventi, che come dicevo meritano una approfondita riflessione:

È bene riprendere un brano del testo di Bifo da cui in particolare s’è mossa la mia idea di rassegnazione, il mio invito ad un sentire rassegnato: “Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”. Da questo semplice passaggio – in cui la soluzione finale del nazismo viene equiparata alla soluzione finale in cui gli automatismi del potere finanziario stanno gettando il mondo presente – si ricava che evidentemente in ballo c’è il rapporto tra tecnica e genere umano.

Pur non trovandomi in totale accordo con il punto di vista espresso, proprio a partire da questo brano ho colto alcune risonanze profonde con il mio personale sentire. Sul rapporto tra tecnica e genere umano mi sono ritrovato a interrogarmi spesso anch’io. Si tratta di un tema che ricorre nelle storie e nelle riflessioni critiche che mi hanno tenuto occupato fin da quando, insieme ad altri, ci siamo avventurati nell’esperienza culturale che abbiamo voluto battezzare “connettivismo”. Come mi sono trovato già a sostenere, ritengo che il vero motore della storia sia la tecnica. Probabilmente è un po’ antiquato e ingenuo cercare di ricondurre tutto a un’unica spinta, sforzarsi di far tornare i conti fondando le proprie considerazioni sull’impalpabile. Dall’acqua di Talete e dal numero di Pitagora allo Spirito di Hegel o all’economia di Marx, passando per le monadi di Leibniz, la storia del pensiero occidentale è tutta una ricerca forsennata del fondamento della realtà. La mia non è una visione né originale né tanto meno confrontabile con la complessità delle strutture di pensiero elaborate nel corso della storia della filosofia, degne di ben altra considerazione. Ma è il filtro attraverso cui guardo la realtà e mi rapporto ad essa, e quindi credo sia utile esporla in questa sede. Leggi il seguito di questo post »

scienza_fantascienzaLo scorso febbraio, a grande richiesta, è arrivata nelle librerie la terza edizione di questo celebrato volume di Renato Giovannoli, dedicato alla disamina dei temi scientifici esplorati nella letteratura di fantascienza e dei rapporti tra i due mondi, quello della finzione letteraria e quello della ricerca teorica e sperimentale. Su invito di Roberto Paura e Gennaro Fucile ne ho scritto sull’ultimo numero di Quaderni d’Altri Tempi, on-line da qualche giorno.

Vale la pena comprarlo e leggerlo? Sì e no, a seconda del vostro grado di conoscenza del genere e del vostro interesse per la sua storia, perché di sviluppi recenti non ne troverete nemmeno l’ombra. Per capire meglio il mio punto di vista, vi rimando comunque alle pagine della rivista.

… che poi sarebbero le domande fondamentali del nostro tempo – e, forse, di tutti i tempi. Sono lo spunto tematico della sezione monografica del nuovo numero di Quaderni d’Altri Tempi, bimestrale a cura di Gennaro Fucile. Roberto Paura ha voluto coinvolgermi nella titanica impresa di fornire una panoramica su alcuni temi di particolare rilevanza per gli sviluppi della scienza, e ovviamente l’occasione è diventata il pretesto per tracciare una mappa – parziale, incompleta, iniziale – delle relazioni tra avanzamento scientifico e immaginario di fantascienza. Ne è venuto fuori un lavoro per me particolarmente stimolante, in cui ho ripreso spunti e riflessioni già accennati su queste pagine nei mesi scorsi. Documentatissimi e ricchi di spunti di approfondimento sono i due articoli di Roberto, e tutto il numero si presenta, come di consueto, da leggere e assaporare. Vi rimando quindi al sommario del numero 53 di Quaderni d’Altri Tempi. Buona lettura!

QuadernidAltriTempi_53

L’astronomo Seth Shostak, direttore del Centro di ricerca del SETI, ha tenuto un TED Talk nel 2012 in cui scommetteva una tazza di caffè con tutti i presenti che il programma di ricerca di vita intelligente extraterrestre avrebbe scoperto qualcosa nel giro di 24 anni. Tre anni sono quasi passati e il punto sulla ricerca di intelligenze aliene viene fatto sulle pagine di New Scientist, ma quella che continua a essere più attuale che mai è la parte del suo discorso che riguarda l’importanza della cultura scientifica e lo sviluppo di un senso critico, la cui latitanza – come possiamo “apprezzare” ogni giorno grazie alle incontrovertibili prove di ignoranza che corrono sui social network, sempre più veloci della verità – affligge purtroppo la nostra società.

Il problema, ammette Shostak, risiede nella complessità della scienza ed è frutto di quattro secoli di sviluppo e progresso che hanno rivoluzionato il nostro sapere: nel XVIII secolo era possibile entrare in una biblioteca (a patto di trovarla, ovviamente) e dopo un pomeriggio di studio diventare esperti in un qualsiasi campo scientifico; e nel XIX secolo, se si aveva a disposizione un laboratorio in cantina, si potevano ancora effettuare scoperte fondamentali; ma oggi occorre trascorrere anni all’università già solo per imparare a porci le domande davvero importanti. L’uomo comune non ha idea di che cosa si stia occupando oggi la scienza, di cosa facciano gli scienziati. Aggiungo io: nessuno di noi ha nemmeno idea di come funzioni quell’aggeggio che ci portiamo dietro e alla cui mediazione affidiamo una parte non trascurabile delle nostre relazioni umane e sociali, oltre che il nostro collegamento istantaneo con il resto del mondo, con l’attualità e con informazioni che fino a un decennio fa richiedevano una certa fatica per poter essere recuperate. Saremmo pronti, date queste premesse, ad affrontare una notizia di cruciale rilevanza storica come appunto la scoperta di altre forme di vita intelligente nell’universo?

Viviamo in un mondo sempre più complesso e la scienza è una materia difficile: se ne parliamo a un adulto, Shostak fa notare che accenderemo il suo interesse sull’argomento per qualche tempo, ma presto qualche altro tipo di preoccupazione giungerà a distrarlo; tuttavia se ne parliamo a ragazzini tra gli 8 e gli 11 anni potremmo in alcuni casi determinare un interesse che i nostri giovanissimi interlocutori sapranno coltivare negli anni, indirizzando la loro vita futura. La conclusione di Shostak merita di essere riportata senza filtri: “Penso che se riusciamo a infondere interesse nella scienza e nel modo in cui funziona, un giorno saremo ripagati oltre ogni misura”.

La conoscenza è un bene pubblico globale.

https://embed-ssl.ted.com/talks/seth_shostak_et_is_probably_out_there_get_ready.html

Interstellar_02

Caro Christopher Nolan,

devo confessarti che fino a tre quarti di Interstellar avrei voluto scriverti per ricoprirti di insulti. Sei l’unico regista che avrebbe potuto costringermi a rivedere l’ordine dei miei film preferiti nel giro di 4 anni, con Interstellar che stava pericolosamente insidiando la posizione di Inception. Poi ti sei inabissato in un imbuto pentadimensionale, dove anche tu hai dovuto pagare dazio alla dura legge del blockbuster hollywoodiano. Prima la fede, e vabbe’… chiamata in ballo con una certa insistenza, in maniera forse un po’ ossessiva… Poi l’amore, il pentimento del tuo protagonista costretto a ricredersi sulle sue convinzioni materialistiche…

Io credo che l’amore vada bene per cucinare ottimi piatti, per crescere bambini e condividere l’esperienza terrena finché morte non ci separi. Ma faccio davvero fatica a concepire l’amore come vettore di trasmissione dell’informazione. Nel tesseratto, Cooper avrebbe fatto meglio a rivolgersi al Doctor Who, e nello scambio che ha con il robot sembra che in effetti lo stia facendo. Invece fa quella cosa lì, che nessuno sa bene come funzioni, e che per poco non intacca anche la fenomenale idea simbolica della libreria (anche visivamente resa in maniera straordinaria, kubrickiana, per non parlare poi dei titoli omaggiati, non ultimo Gravity’s Rainbow di Thomas Pynchon) con cui ogni lettore di fantascienza empatizzerà e vedrà omaggiati i maestri della letteratura che ha imparato ad amare attraverso le opere che hanno plasmato il nostro immaginario.

Quindi non te la prendere se continuo a preferire Inception, ma sono disposto ad amare Interstellar per il film che avrebbe potuto essere e non è stato. A te sono disposto a concederlo, come per esempio non mi è stato possibile con Ridley Scott per quel pasticciaccio brutto che ha combinato con Prometheus. Da nessuno avrei potuto aspettarmi quello che sei riuscito a fare nel concepire degli habitat alieni, da nessuno se non da te. E quell’inizio, non so quando né dove si è potuto apprezzare tanto slancio e tanta passione, in un’opera artistica, a sostegno della ricerca scientifica, dell’esplorazione spaziale, del progresso, del valore intrinseco della conoscenza e della comprensione – né se mai mi capiterà di ritrovarne altrove. E dopotutto il tuo finale riscatta anche quel piccolo incidente di percorso, e mi piace poter credere che i 20 minuti che lo precedono possano essere stati solo un sogno, vissuto da Cooper mentre la sua navicella falliva la discesa nel buco nero, trovandosi costretto a riparare sul terzo pianeta. Quello giusto, dove i fallimenti sperimentati lo aiuteranno a vivere meglio la gloria. Come credo possa capitare anche a te, la prossima volta che tornerai a lavorare con la fantascienza.

Quindi, per questo e per tutto il resto, tutto sommato grazie anche questa volta.

Credit: Raphael Lacoste.

Credit: Raphael Lacoste.

Il mondo in cui viviamo ci obbliga a misurarci continuamente con noi stessi. Per tenere il passo dei cambiamenti in corso non possiamo fare a meno di riconsiderare le certezze acquisite e da quelle muovere verso la prossima conquista, attraverso un processo dinamico. La frontiera di oggi non è quella di ieri, non sarà quella di domani.

Mi piace considerare la fantascienza come la letteratura del cambiamento, intendendo il raggio di questo cambiamento nella sua accezione più ampia. Se è vero che il richiamo alla scienza è dichiarato fin dalla prima formulazione di Hugo Gernsback (quel scientifiction derivato nel 1926 da scientific fiction, che si sarebbe infine evoluto nell’attuale science fiction), è altrettanto vero che nel corso del tempo il genere ha inglobato territori di frontiera che possono anche non avere un aggancio diretto con l’estrapolazione scientifica e tecnologica. Pensiamo per esempio al ricco e celebrato filone delle ucronie, ai viaggi nel tempo, alle opere di fantapolitica o anche alle distopie, che non necessariamente presuppongono il ricorso a tematiche scientifiche per dispiegare al meglio le dirompenti potenzialità del genere.

Qualcuno ritiene per questo preferibile sostituire alla science fiction la denominazione più “neutra” di speculative fiction, soprattutto in riferimento agli esiti letterari più alti. Nel mio piccolo ho invece fatto mia un’altra crociata, ovvero quella di sottolineare l’essenza del genere, esaltando l’ampiezza e la varietà del suo campo d’azione. La fantascienza elabora gli effetti del cambiamento sui parametri culturali che gli autori decidono di volta in volta di declinare: non solo la scienza, ma anche la storia, la sociologia, la politica.

Questo è per me la fantascienza. E per questo vale la pena leggerla e scriverla.

Viviamo tempi interessanti, malgrado tutto. Basti pensare che le nostre stime basate sui dati sperimentali rivedono al rialzo – ogni giorno che passa – le probabilità sulla diffusione della vita nell’universo e di conseguenza sulla possibile presenza di civiltà extraterrestri. Per esempio, date un’occhiata a questo simpatico esercizio matematico di George Dvorsky con la famosa equazione di Drake. Lo stesso Dvorsky elenca 14 modi in cui potremmo rilevare tracce della presenza di intelligenze extraterrestri e un esame approfondito delle stesse si può trovare anche in Uno strano silenzio, un testo fondamentale sull’argomento a firma di Paul Davies, direttore della divisione del SETI incaricata di gestire un eventuale primo contatto con gli alieni (Post-Detection Science and Technology Taskgroup). Ne parlavo anche in quest’occasione, a proposito di Terminal Shock.

Dyson Sphere by Eburacum45

Nello stesso libro viene anche illustrato un ipotetico scenario nel caso venga rilevata la presenza di un’altra forma di vita intelligente nello spazio, e sempre su io9 vengono ricapitolati i precedenti storici in cui siamo andati più vicini a credere di essere ormai sul punto di farlo. Falso allarme o meno, è probabile che al giorno d’oggi l’annuncio by-passerebbe il protocollo del SETI finendo rimbalzato da Twitter direttamente sui social network e di qui nelle agenzie di stampa, nelle redazioni e negli uffici delle unità di crisi del mondo intero. Ma poi cosa ci dovremmo aspettare?

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English: Portrait of R. Maurice Bucke Deutsch: Portrait of R. Maurice Bucke (Photo credit: Wikipedia)

Ecco, secondo un recente studio di Gabriel G. de la Torre, neuropsicologo dell’Università di Cadice in Spagna, condotto attraverso un questionario diffuso tra 116 studenti americani, spagnoli e italiani, non c’è da aspettarsi il meglio. Il quadro che emerge dalla ricerca è infatti piuttosto desolante e denuncia una preoccupante mancanza di quello che Richard Maurice Bucke, eminente psichiatra canadese di fine XIX secolo, definì come consapevolezza cosmica: una forma di consapevolezza della vita e dell’ordine dell’universo che nasce da un modo “interconnesso” (sic!) di vedere le cose, che Bucke riscontrava in rarissimi casi nella sua epoca e auspicava che l’umanità avrebbe raggiunto in futuro.

This consciousness shows the cosmos to consist not of dead matter governed by unconscious, rigid, and unintending law; it shows it on the contrary as entirely immaterial, entirely spiritual and entirely alive; it shows that death is an absurdity, that everyone and everything has eternal life; it shows that the universe is God and that God is the universe, and that no evil ever did or ever will enter into it; a great deal of this is, of course, from the point of view of self consciousness, absurd; it is nevertheless undoubtedly true.

A distanza di oltre un secolo dalle considerazioni di Bucke, lo studio di de la Torre fa il punto sullo stadio evolutivo

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English: Microwave window as seen by ground based radio astronomy (Photo credit: Wikipedia)

raggiunto dall’umanità, riscontrando che purtroppo, malgrado l’era della comunicazione globale in cui viviamo, non sembrano essere stati compiuti significativi passi in avanti nella maturazione di una consapevolezza cosmica. Molti fattori collegati a temi di ordine universale continuano invece a essere ricondotti a un ordine superiore legato alla sfera religiosa piuttosto che alle acquisizioni raggiunte in campi come l’ecologia o la cosmologia. In termini spicci, siamo poco più avanti dei nostri antenati scesi dagli alberi… E un eventuale primo contatto alieno è facile che scateni ondate di isteria di massa e caos su scala globale, piuttosto che un pacifico e illuminato rinascimento di stampo positivista.

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Kim Stanley Robinson at Worldcon 2005 in Glasg...

Kim Stanley Robinson at Worldcon 2005 in Glasgow, August 2005. Picture taken by Szymon Sokół. (Photo credit: Wikipedia)

La scorsa settimana il prestigioso New Yorker ha ospitato sulle pagine del suo blog dedicato alla lettura un intervento di Tim Kreider che si interrogava sul migliore autore politico in circolazione. Partendo da una triste constatazione, che i critici del 2063 potrebbero convincersi che le principali preoccupazioni sociali della nostra letteratura contemporanea siano i rapporti con i genitori, le relazioni finite male e la morte, Kreider sostiene che per trovare qualche istanza politica, specie su una questione non ancora abbastanza dibattuta come il conflitto tra la democrazia e il capitalismo, al giorno d’oggi non ci resta che rivolgerci a un solo genere. Non l’avreste mai detto, eh? Ebbene sì, proprio la nostra vituperata, bistrattata, malconcia e moribonda fantascienza. E arriva a sostenere, con parole che trovo largamente condivisibili, che:

La fantascienza è un genere intrinsecamente politico, dal momento che qualsiasi futuro o storia alternativa immagini rappresenta un desiderio su Come Le Cose Dovrebbero Essere (anche quando si riflettono minacciosamente in un ammonimento su come potrebbero andare a finire). E Come Le Cose Dovrebbero Essere è la domanda e lo sforzo al centro della politica. [La fantascienza] è anche, direi, un genere intrinsecamente liberale (nonostante i suoi numerosi frequentatori moderati), nel senso che guarda allo status quo come fortuito, una combinazione storica, laddove il conservatorismo lo considera inevitabile, naturale e per questo giusto. La meta-premessa di tutta la fantascienza è che non bisogna dare per scontato niente.

Kreider riconosce nel pluripremiato Kim Stanley Robinson, uno dei maggiori autori di fantascienza viventi, la figura del più importante autore politico attivo oggi in America. E giustifica con chiarezza e dovizia di particolari la sua scelta. Kreider sostiene che la grandezza di Robinson deriva dal suo tentativo di applicare il metodo scientifico alla politica, privilegiando un approccio ingegneristico ai problemi. I suoi lavori danno voce a quello che nel mondo anglosassone viene definito left-wing libertarianism e che da noi viene inserito nella tradizione dell’anarchismo di sinistra. Tra i concetti che troviamo applicati nelle sue opere, e che potremmo far confluire in una ideale piattaforma politica, si annoverano:

  • la gestione comune – non la proprietà – della terra, dell’acqua e dell’aria
  • un sistema economico basato sulla realtà ecologica
  • il trasferimento di potere decisionale dai governi centrali alle comunità locali
  • l’affrancamento delle basi dell’esistenza, come l’assistenza sanitaria, dalle crudeltà del libero mercato
  • l’applicazione di principi democratici come l’autodeterminazione e l’uguaglianza sul posto di lavoro – che in pratica comporta piccole cooperative al posto di enormi multinazionali, gerarchicamente strutturate e basate sullo sfruttamento
  • il rispetto per il mondo naturale codificato nelle leggi.

Il che forse giustifica la scarsa fortuna che purtroppo ha sempre accompagnato Kim Stanley Robinson nel rapporto con l’editoria italiana, considerando tutti i cicli iniziati e poi interrotti, dalle Tre Californie alla Trilogia Marziana,  per non parlare dei capolavori mai nemmeno tradotti (Antarctica, 2312). Ma volendo considerare, con piglio scientifico, la reputazione che Robinson ha saputo costruirsi in patria, dobbiamo riconoscere con rammarico che i conti non tornano: un autore anti-capitalista snobbato in Italia e celebrato negli USA? Nemmeno in un’ucronia, forse.

E allora ci tocca andare a ricercare altrove le cause del suo scarso successo presso il pubblico italiano. Da dove cominciare? Dalla nostra squallida realtà di tutti i giorni, per esempio, con tutte le caratteristiche inequivocabili di una società in piena decadenza: dal livello infimo del dibattito politico agli stenti della ricerca, dalla crisi ormai strutturale della produzione al progressivo smantellamento dei servizi, senza dimenticarci lo stato pietoso in cui versa la cultura. Un paese che può permettersi di accettare la situazione con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno è un paese che può permettersi tranquillamente di ignorare le numerose domande (im)poste da autori politici come Kim Stanley Robinson, oppure – se è per quello – Iain M. BanksGreg Egan, Ken MacLeod, Ian McDonaldCharles Stross, Richard K. Morgan, per citare solo alcuni dei più importanti autori di fantascienza di questi ultimi anni.

Parlare della crisi della fantascienza, allora, diventa un modo come un altro per affrontare una crisi ben più ampia, ormai dilagante a livello di sistema. Ma ne considera solo un sintomo, mentre il male da curare risiede altrove, ed è il caso che qualcun altro, oltre a chi scrive o legge fantascienza, cominci a preoccuparsene.

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