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Novembre 2014. Non siamo a Los Angeles ma mancano comunque 5 anni al futuro di Blade Runner. Un futuro di spinner capaci di librarsi in cielo per sfuggire al traffico impantanato nei bassifondi, di ESP capaci di navigare nello spazio tridimensionale delle fotografie, di perturbazioni monsoniche su scala planetaria, di tecnologie genetiche a buon mercato e di replicanti. Il futuro immaginato da Ridley Scott (e Hampton Fancher, e David Peoples, e Syd Mead… sulla scorta ovviamente delle visioni del Cacciatore di androidi di Philip K. Dick) è dietro l’angolo e presto busserà alla porta. Un futuro sporco, violento, inquietante, sovrappopolato – laddove, vale la pena notarlo, nel romanzo di Dick era invece desolato e spopolato, per le conseguenze di un olocausto nucleare, e per questo inquietante esattamente per le ragioni opposte. Comunque un futuro in larga misura indesiderabile per chiunque ne prese visione al cinema, nell’anno di distribuzione della pellicola. Ma come è cambiata la nostra percezione di quel futuro nell’arco di questi 32 anni, dal 1982 ad oggi?

Quello di Blade Runner è un futuro monco. Manca della rete, che è pur sempre la maggiore innovazione del secolo scorso, nonché forse la tecnologia di massa più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, almeno nel momento in cui scrivo queste parole, e voi le leggete. Eppure è un futuro che sembra promettere più di quello che abbiamo avuto: le stazioni spaziali, un qualche tecnologia capace di mantenere voli di linea interplanetari (se non proprio interstellari), tra la Terra e le colonie extra-mondo. È un futuro incompleto, parziale, come spesso accade alla fantascienza. Nondimeno è un futuro vivido, efficace, dall’impatto sconvolgente, capace di far presa ancora oggi sull’immaginario dello spettatore.

È tornata alla ribalta proprio in questi giorni la notizia del sequel a cui Scott starebbe lavorando ormai da tempo. Dopo l’entusiastico annuncio della scorsa estate sulla sceneggiatura ultimata da Michael Green e Hampton Fancher, sembrerebbe che Scott, visti i precedenti impegni assunti con Prometheus 2 e The Martian, abbia deciso di abbandonare la cabina di regia per ritagliarsi un ruolo da produttore. Il che non è necessariamente una brutta notizia. Non è ancora noto chi lo sostituirà dietro la macchina da presa, ma si dovrebbe cominciare a girare già il prossimo anno.

L’affresco distopico di Blade Runner ha segnato l’immaginario di un decennio e continua a esercitare la sua influenza ben oltre i confini dell’esperienza del cyberpunk. E forse è il caso di porsi qualche domanda sul perché quel tipo di futuro è tutto sommato ancora oggi così penetrante, pur risultando alterato il messaggio del film. Il tempo è stato di certo galantuomo nei confronti dell’opera di Scott, ma soprattutto perché si è saputo dimostrare particolarmente severo nei confronti del nostro mondo. Il nuovo Blade Runner saprà cogliere lo spirito dei tempi come il suo predecessore?

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In questa realtà, siamo in tanti – decisamente troppi – a svegliarci ogni mattina nella pelle morta di un replicante. Siamo tutti simulacri, prigionieri di un domani che non ci appartiene e che non presenta sbocchi per le nostre aspirazioni, per l’esercizio dei nostri sogni, per l’applicazione della nostra libertà. Viviamo in un incubo, con l’ossessione di un cacciatore di taglie messo sulle nostre tracce per riscuotere il premio del ritiro. E forse ci riuniremo in sala, fra un paio d’anni, per esercitare il rito collettivo della visione del simulacro di un film che parla di noi. Siamo lavori in pelle. E mancano ancora 5 anni al 2019.

“Gli uomini sulle frontiere, siano esse spaziali o temporali, abbandonano le loro vecchie identità. I vicinati danno identità. Le frontiere le strappano via.”

Mi sono imbattuto in questa citazione di Marshall McLuhan scorrendo nei giorni scorsi le pagine del vecchio blog. E le sue parole hanno subito innescato una catena di associazioni mentali. La Nuova Frontiera a cui ho già fatto spesso riferimento è quella dello spazio, “the High Frontier” nell’accezione resa popolare da Gerard K. O’Neill a partire dalla metà degli anni ’70, ripresa in tempi più recenti dalla Highest Frontier di Joan Slonczewski e da Charles Stross in un suo intervento a proposito dell’esplorazione spaziale. La frontiera è dunque quella che attende Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana, in partenza proprio nelle ore in cui scrivo questo post a bordo di una Soyuz con destinazione la ISS.

Interno di un Cilindro di O'Neill, secondo una elaborazione grafica a cura della NASA.

Interno di un Cilindro di O’Neill, secondo una elaborazione grafica a cura della NASA.

Ma le frontiere sono anche quelle digitali del cyberspazio, che stanno rendendo obsoleti i confini tra gli stati nazionali e sempre più permeabili le barriere tra culture anche molto distanti nello spazio. E, perché no, prima o poi il processo potrebbe estendersi anche alla dimensione temporale, come prospetta William Gibson nel suo ultimo romanzo, The Peripheral. E sempre di frontiere parliamo quando ci interroghiamo sui contorni di concetti come l’identità, la coscienza e l’etica, specie in un’epoca di proliferazione delle tecnologie emergenti come quella che stiamo vivendo. E che obbliga futuristi e scrittori di fantascienza a confrontarsi con gli sviluppi, gli effetti e le ricadute di un progresso frenetico, anticipando i tempi.

Non credete anche voi che, oltre che come letteratura del cambiamento alle prese con gli effetti culturali di un mutamento, la fantascienza possa essere definita sinteticamente anche come una letteratura della frontiera? Anzi, per essere più specifici, la letteratura delle nuove frontiere, dove vengono meno le certezze acquisite, i dogmi sono messi in discussione e dubbi e dilemmi cominciano a moltiplicarsi, generando nuovi quesiti, nuove ipotesi, in una cascata di biforcazioni.

Quella dei bordi, dei margini, dei limiti, è un’idea fondante del connettivismo, che fin dal manifesto codifica programmaticamente il proposito del loro superamento.

Nell’articolo scritto a 4 mani con il critico, traduttore e studioso di letteratura americana Salvatore Proietti, docente all’Università della Calabria, pubblicato sul numero 72 di Robot, ci siamo dilungati su un tema che attraversa, in maniera più o meno evidente, un numero crescente di opere prodotte negli ultimi anni in seno alla fantascienza: i diritti delle creature artificiali.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

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L’identità personale si fa distribuita e si moltiplica. Il nostro ecosistema si è già modificato perdendo le originali presunte connotazioni di purezza naturale, e le prime applicazioni di augmented reality rendono ineludibile questa verità. Le tecnologie emergenti, sempre più spesso raccolte sotto la sigla NBIC (che raggruppa nanotecnologia, biotecnologie, information technology e cognitive science), adottato anche dalla National Science Foundation americana, producono effetti che diventeranno sempre più profondi e irreversibili man mano che si realizzano forme di convergenza tra i diversi settori della ricerca. Quanto dovremo ancora aspettare prima che soggetti che non condividono la nostra stessa natura biologica comincino a rivendicare i loro diritti? Robot, androidi, cyborg, intelligenze artificiali, cloni, simbionti, creature ibride, dalla duplice natura, prefigurano la nuova realtà di un mondo che non può più trincerarsi dietro l’esclusività dei benefici e dei diritti della contemporaneità, ma che anzi deve lavorare su una logica inclusiva per estenderli a tutti.

In un celebre passo della Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria, leggiamo:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da uomini, per esprimere la loro idea su quali condizioni debba rispettare un governo di altri uomini per essere da loro accettato. Qualcuno ha idea del perché un’intelligenza artificiale dovrebbe accontentarsi di qualcosa di meno di quanto richiesto dagli uomini?

Da questa consapevolezza nasce un approccio etico, come quello proposto nel 2006 da Gianmarco Veruggio, direttore della Scuola di Robotica di Genova e promotore della cosiddetta roboetica, l’etica applicata alla progettazione e allo sviluppo nei campi della robotica e dell’automazione. All’aumentare dei benefici potenziali, nella robotica come in qualsiasi altro settore della ricerca aumentano anche i rischi. Per questo la presenza massiccia di creature artificiali nel futuro verso cui ci stiamo muovendo pone l’opportunità e anzi il bisogno di una riflessione sulle regole che dovranno gestire il rapporto tra umani e macchine.

Prima che la realtà ci presenti un conto da pagare – come insegna la storia – comprensivo di interessi.

HieroglyphIl Project Hieroglyph nasce dal confronto di Neal Stephenson, autore di monumentali opere di fantascienza fortemente ancorate al sostrato tecnologico come Snow CrashCyptonomicon, il Ciclo Barocco e Anathem, con i docenti e i ricercatori della Arizona State University, che lo hanno invitato a considerare la possibilità di sviluppare, attraverso le sue opere, idee che potessero essere adottate e implementate sul breve-medio termine da scienziati, ingegneri, architetti. Esaltando, in questo modo, le caratteristiche della fantascienza di condizionare il progresso tecnologico. Il progetto, che ha subito attirato l’interesse di numerosi colleghi (da Bruce Sterling a Cory Doctorow, da Kathleen Ann Goonan a Elizabeth Bear, da Rudy Rucker a Charlie Jane Anders, in molti hanno contribuito con le loro storie all’antologia Hieroglyph curata da Ed Finn e Kathryn Cramer), è interessante soprattutto per un motivo: nasce programmaticamente per mettere a confronto le visioni di scrittori e scienziati e creare uno spazio comune di riflessione e discussione sul futuro, capace di autoalimentarsi attraverso una sorta di catena di retroazione positiva.

Martedì scorso Marco Passarello ne ha parlato su Repubblica Sera, in un articolo che riportava anche i punti di vista di alcuni autori italiani, tra cui anche il sottoscritto. Come riporta ora sul suo blog, Marco pubblicherà la versione integrale del pezzo, completa degli interventi di tutti gli autori consultati, sul prossimo numero di Robot. Intanto qui potete leggere l’articolo scritto per Repubblica. Dove mi sono scoperto nel ruolo del più possibilista tra tutti i colleghi italiani consultati sul progetto. La qual cosa, viste le cose che solitamente scrivo, potrebbe destare una certa incredulità. Rimando al prossimo numero di Robot per circostanziare meglio il mio pensiero, in maniera da non bruciare l’articolo integrale di Marco, e in questa sede riporto solo un breve estratto che forse serve a precisare meglio la mia posizione:

A mio avviso è solo collaterale la connotazione che pure si sta dando al progetto in relazione a un approccio

Author Neal Stephenson writes of a fictional 20km-tall tower constructed of steel (source: BBC News Magazine)

Author Neal Stephenson writes of a fictional 20km-tall tower constructed of steel (source: BBC News Magazine)

improntato all’ottimismo tecnologico. È solo un pretesto il ricorso alla contrapposizione verso il filone dei futuri distopici, pressoché dominante negli ultimi decenni, un espediente utile a marcare ulteriormente i contorni di questo tipo di fantascienza, con lo svantaggio di offrire una visione parziale, riduttiva e in definitiva ingrata della fantascienza più cupa. Dopotutto, come fa notare giustamente Annalee Newitz, altra importante personalità che ha aderito al progetto, anche nelle sue manifestazioni pessimiste la fantascienza non può essere liquidata come puro e semplice sensazionalismo nichilista: “[queste opere] nascondono anche imprevedibili messaggi di speranza. Se riusciamo a richiamare l’attenzione su questi avvertimenti immaginari […], allora possiamo anche immaginare le soluzioni prima che il disastro colpisca”.

Non dimentichiamo che William Gibson iniziò a presentarci [il cyberspazio] in storie oppresse da una pesante cappa di pessimismo. Eppure la tecnologia e l’uso che ne faceva la strada venivano presentate come risorse nelle mani dei preteriti, degli ultimi, dei reietti relegati ai margini della società, sottolineandone in tal modo la natura di arma a doppio taglio. È come se ogni distopia racchiudesse in sé, opportunamente camuffato, il seme di un’utopia.

Comunque, dal punto di vista strettamente critico, mi piace constatare come la mia posizione odierna sia abbastanza in linea con quella che esprimevo nel 2008 in relazione a un dibattito analogo in corso all’epoca nel mondo anglosassone. Lasciamo gli autori liberi di scrivere la fantascienza che preferiscono. Quello che conta è l’onestà di ciascuno di noi verso se stesso e verso i lettori.

Servono trucchi nuovi, adatti ai tempi moderni. Strategie adeguate a modellare una società in continua ridefinizione, esposta alla spinta di un’economia accelerata dal progresso tecnologico. Come dicevamo in precedenza: un nuovo paradigma.

Il corollario al paradosso del Grande Disaccoppiamento, come ci ricorda Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale intervistato da Riccardo Staglianò per Il Venerdì di Repubblica, è che:

Il PIL complessivo cresce, il salario medio no. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, hanno calcolato che il 47 per cento dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione. Lo strappo è violento e rapido.

E allora: ha ancora senso trovare per quel 43% di giovani italiani disoccupati lavori che entro la fine del prossimo decennio (se non prima) potrebbero risultare obsoleti, immettendoli in un circolo vizioso di necessità cronica di “riqualificazione”? Oppure potrebbe essere più logico trovare soluzioni temporanee per i disoccupati prossimi all’età pensionabile, pianificando al contempo la creazione di nuovi lavori e di nuove professionalità?

«Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie. Oppure Warren (omaggio al miliardario Buffett), un programma che comincia a prendere il posto degli analisti di Borsa meno esperti. E poi TurboTax, che toglie il pane di bocca ai commercialisti che ci fanno il 740. Oppure quei programmi che riassumono per gli avvocati migliaia di pagine di documenti. E ancora, e ancora. Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali.

Se il 40% dei posti di lavoro attuali è a rischio, cosa fare di quei circa 700.000 giovani tra i 15 e i 24 anni attualmente senza lavoro? Un piano di supporto potrebbe aiutare a tamponare una situazione disastrosa. Una delle misure di contrasto alla Grande Depressione adottate da Franklin D. Roosvelt nell’ambito del New Deal consistette nell’istituzione dei Civilian Conservation Corps: un programma per l’impiego temporaneo di giovani disoccupati tra i 18 e i 25 anni, che al suo apice raggiunse le 300.000 unità di forza lavoro impegnata nella conservazione e nello sviluppo delle risorse naturali in zone rurali, e nel complesso tra il 1933 e il 1942 occupò 3 milioni di ragazzi. Non potremmo guardare anche noi ai nostri giovani disoccupati come una risorsa, invece che come una zavorra?

Ora, le condizioni in cui versa il territorio italiano sono abbastanza evidenti a tutti. Abbandono, incuria e abusivismo sono le cause all’origine di una debolezza strutturale messa a nudo dalle inondazioni, dalle frane  e dai crolli che coinvolgono periodicamente il nostro Paese: da nord a sud, non c’è territorio che non sia toccato da fenomeni di dissesto idro-geologico. Per non parlare di quei miliardi di metri cubi di edifici pubblici o privati mai completati, o di quelle migliaia di edifici proliferati durante le ondate di speculazione edilizia che ormai intaccano e corrompono l’integrità estetica di quello che un tempo era il Paese Più Bello del Mondo. Le Comunità Montane sono state sempre più impoverite negli ultimi anni e nei comuni montanari gli effetti non tardano a vedersi. Strade e ferrovie versano in uno stato di incuria che prelude alla dismissione: e senza le strade e senza le ferrovie, viene meno l’asse portante della logistica al servizio dei flussi turistici. La messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione del patrimonio urbanistico, delle strade e delle ferrovie, potrebbero essere il fronte su cui coinvolgere quell’enorme riserva lavorativa di cui disponiamo. Si fa un gran parlare di prevenzione, forse questo può essere il momento per dimostrare che non sono più solo vuote parole.

Inoltre un piano parallelo potrebbe essere messo in atto per la preservazione del nostro patrimonio artistico ed archeologico. Ed entrambi i rami sarebbero positivi anche in termini di “responsabilizzazione civile”: ai giovani andrebbe insegnato – o re-insegnato – l’interesse per la cultura, di cui per fortuna restano in giro più tracce di quante governi inutili o amministrazioni incompetenti siano riusciti a cancellare. Con i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea sono stati e continuano a essere organizzati corsi formativi per il rilascio di diplomi insignificanti: dirottiamo tutte queste risorse su un serio piano formativo per la tutela dei beni culturali. E ancora parallelamente cominciamo a istituire dei piani di orientamento allo studio davvero utili, controllando l’accesso ai diversi corsi universitari in base alla ricettività potenziale stimata per ciascun settore professionale.

Nel 2012, secondo il XV Rapporto Alma aurea sul Profilo dei Laureati Italiani, abbiamo avuto 227.000 laureati, ma tra il 2003 e il 2011 si è registrato un calo delle immatricolazioni del 17% e tra i 25 e i 34 anni i laureati rappresentano appena il 21% della popolazione (contro il 42% dei coetanei statunitensi). Il XVI Rapporto di AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati mette in evidenza come la quota di disoccupati, tra i laureati inclusi nella fascia 25-34 anni, tra il 2007 e il 2013 sia cresciuta dal 10 al 16%; tra i diplomati nella fascia 18-29 anni si è avuto un incremento dal 13 al 28%; tra i 15-24enni in possesso di una licenza media l’aumento è stato dal 22 al 45%. Evidentemente, i laureati subiscono la crisi meno dei loro coetanei con titoli di studio inferiori. Altrettanto evidentemente, il sistema scolastico italiano potrebbe fare di meglio, sia in fase di orientamento universitario che di inserimento lavorativo.

In questi anni, nonostante la crisi, abbiamo visto il paesaggio fisico-mediatico mutare radicalmente. Ormai buona parte delle nostre vite, dall’informazione alle relazioni sociali, dallo studio al lavoro, si svolge in uno spazio condiviso ma non materiale. E il cyberspazio di William Gibson si fonde con i mass media classici in quello che Luciano Floridi, tra i maggiori esperti di filosofia dell’informazione, ha definito Infosfera: la globalità dello spazio delle informazioni, che ormai comprende il mondo fisico e la stessa biosfera, e gli esseri viventi che lo costituiscono ne sono a loro volta parte integrante in quanto organismi informazionali (inforgs). Floridi parla di ambientalismo sintetico, inclusivo degli artefatti e degli spazi in continua generazione, suggerendo che dovremmo trattare tutta l’Infosfera in modo ecologico, prevenendo la distruzione o l’impoverimento gratuiti della realtà-infosfera.

Torniamo al duo Staglianò/Lanier:

«Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario». Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. […] Sì, ma in pratica? «Si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza». Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni. In teoria non fa una piega, in pratica non sarà una passeggiata di salute.

Lanier conosce benissimo i limiti di applicabilità della sua idea: «Stiamo ragionando su astrazioni. Credo che fondamentale sia rompere l’incantesimo in cui siamo stati intrappolati sino a oggi. Fatto quel passo, la soluzione si troverà». All’Università di Pavia l’economista Andrea Fumagalli parla di reddito minimo che retribuisca le varie attività cognitive-relazionali. Resta il problema che, se anche remunerassimo chi lascia tracce digitali, non compenseremo tutti quelli che hanno perso un lavoro a causa dell’informatizzazione. Il Nostro: «I mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso». Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.

Tutto ciò che diventa conoscenza ha un valore. E questo valore deve essere riconosciuto a chi è stato in grado di generarlo e diffonderlo come ricchezza. Tanto più che i progressi nella tecnologia potrebbero presto rendere obsoleto in concetto stesso di scarsità: nanotecnologie e biotecnologie daranno alla curva un impulso che al momento possiamo solo immaginare.

D’altro canto, è un principio che i lettori di fantascienza hanno già visto implementato in diversi contesti. Due titoli per tutti: L’Era del Flagello di Walter Jon Williams (The Green Leopard Plague, premio Nebula 2004) e Accelerando di Charles Stross (2005), rappresentano entrambi la prospettiva di una società agalmica, basata su un’economia della post-scarsità. A questo proposito riprendo quanto scrivevo all’epoca: di notevole interesse risulta la sintesi concettuale lasciataci da Robert Levin (alias lilo), pioniere del software libero e open source, purtroppo prematuramente scomparso nel 2006 a causa di un incidente d’auto: in The Marginalization of Scarcity, Levin definisce bene una società agalmica come un sistema a) cooperativo e non competitivo, b) antitetico alla nostra economia della scarsità, c) basato su abbondanza delle risorse e su equa allocazione delle stesse, d) a somma positiva (ogni guadagno non implica una perdita, ma il guadagno individuale spesso si accompagna a un profitto collettivo), e) decentralizzato e non autoritario. In un sistema agalmico il profitto non viene quantificato in un valore monetario, ma viene invece misurato attraverso parametri quali la conoscenza, la soddisfazione personale e un beneficio economico spesso indiretto. Ma il suggerimento di Lanier di implementare un sistema di micropagamenti potrebbe rappresentare una valida alternativa in continuità con il sistema attuale di valori economici. E pur con le sue luci e le sue ombre (di cui ha scritto proprio Stross, ripreso dal premio Nobel Paul Krugman), il sistema Bitcoin sembra contenere in nuce proprio questa possibilità, pur essendo poi piegato a scopi e usi completamente diversi (e largamente esecrabili).

Mi rendo conto che stiamo gradualmente scivolando nel campo dell’utopia. Ma pensando ai cambiamenti in corso, questo della reinvenzione dei mestieri e delle professionalità è solo una delle molteplici questioni che dovremo affrontare. A un livello più ideale, la progressiva emersione di sistemi artificiali via via più smart e intelligenti e i nuovi rapporti che nasceranno dall’interfaccia tra l’uomo e le macchine (HMI) nel settore della cognitive augmentation imporranno una piena ridefinizione del campo dei diritti. Ed è un’indagine a cui Stefano Rodotà ha dedicato la sua ultima fatica: Il diritto di avere diritti (Editori Laterza). Con Salvatore Proietti, a cui devo diversi spunti affrontati in questi due articoli, abbiamo approfondito il tema in un articolo di prossima pubblicazione su Robot. Ma di sicuro non è un discorso che si esaurirà presto.

(fine)

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