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Non sono un intenditore di musica e non è solo una questione di modestia: è proprio che la musica suona alle mie orecchie come un linguaggio alieno, un idioma criptico, un codice di cui non mi è stata fornita la chiave. Ed è proprio per lo stesso motivo che su di me la musica esercita una fascinazione irresistibile: ho le mie band preferite, le mie artiste e i miei artisti preferiti, e penso di poter dire anche i miei generi musicali preferiti, anche se non dispongo degli strumenti di base necessari a capire e spiegare cosa distingua un genere da un altro. Se così si può dire, vivo poche cose come la musica in maniera istintiva. Forse solo il calcio, ma quella è un’altra storia.

Tornando alla musica, è stato con immenso piacere e una dose di incoscienza che alcuni mesi fa ho accettato l’invito di Mario Gazzola di contribuire a un progetto che solo a descriverlo sembra oggi impossibile che possa essere arrivato in libreria: S.O.S. – Soniche Oblique Strategie è una jam session di scrittura combinatoria: un naufragio nell’inconscio musicale del nuovo millennio, una full immersion in un immaginario ibrido, contaminato, futuribile e inquietante. E fin dal primo momento ho vissuto la mia partecipazione al progetto come una sfida.

Innanzitutto per il protagonista, un musicista jazz del futuro che vive in una Lagos irriconoscibile.

In secondo luogo per l’ambientazione: una Lagos irriconoscibile, appunto, soprattutto per me che non vi ho mai messo piede e che ho quindi dovuto fare di necessità virtù, stravolgendone (come spesso mi capita con le cose che scrivo) la geografia e l’atmosfera, preservando alcuni elementi di toponomastica per disegnare una città completamente nuova, una megalopoli inesistente, l’immaginaria capitale di un’utopia afrofuturista.

E in terza battuta per la musica, appunto. Un musicista di strada, che vive la scena di questa città del futuro e che con la sua musica innesca un effetto domino che produce effetti su scala globale, una reazione a catena che gli ritorna addosso in un fallout emozionale del tutto indesiderato, è una bella sfida da gestire. E lo è ancora di più dare credibilità all’ambiente in cui si muove, alle emozioni che prova, al sapere che possiede, considerando, come dicevo in apertura, che la lingua che parla era e continua a essere per me un idioma extraterrestre. Ho provato quindi a intrecciare la trama, che è anche la storia di un complotto corporativo e di un doppio – forse triplo – gioco dietro le quinte dell’ipercapitalismo globale, con una rete di riferimenti ad alcuni titoli di brani per creare il giusto mood.

E così, cercando di mescolare un po’ le carte, Cat Power figura accanto a Janis Joplin, Nina Simone accanto ai The Parliaments, John Coltrane a Miles Davis, Dizzy Gillespie a Chet Baker. E tra gli altri, tra le citazioni di David Bowie e quelle di Echo & the Bunnymen, tra Freddie Mercury e Annie Lennox, appare fugacemente anche il fantasma di Thelonious Monk, di cui ieri ricorreva appunto l’anniversario della nascita, come mi ha ricordato questo bellissimo articolo di Stefano Vizio uscito sul Post, e che quindi voglio cogliere l’occasione per omaggiare condividendo con voi l’ascolto di ‘Round About Midnight, da cui ho preso in prestito il titolo per un capitolo del racconto. Da cui prendo ora in prestito il brano che segue:

‘Round About Midnight

Per sei mesi avevo bazzicato l’Absolute Beginners coltivando la speranza privata di rivederla e quella sera, quando finalmente capitò laggiù con i suoi amici, mi accorsi che Safiya non significava più niente per me. Fino a poche settimane prima avrei perso un paio di battiti del cuore alla sua vista, e invece adesso era come rivedere una cosa a cui si è tenuto per un certo periodo e da cui ci si è dovuti separare: come uno strumento impegnato o una casa venduta. Era stata metà del mio cielo per due anni e non rinnegavo un solo secondo speso con lei, anche se la maggior parte delle volte che non eravamo a letto il nostro tempo insieme era uno scambio ininterrotto di accuse, sintomo di un malessere che spaziava dal fastidio sotterraneo alla guerra dichiarata delle sue sfuriate. E quando non ci azzuffavamo come sciacalli idrofobi sulla carcassa dei nostri sogni sfumati, in genere era perché stavamo facendo del sesso di ottima qualità per suggellare i nostri armistizi di breve durata. Il sesso, col senno di poi, era stato forse l’unico collante che ci aveva tenuti insieme per tutto quel tempo. Ma adesso era finita e lo capii mentre la guardavo ridere e scherzare con i suoi amici senza provare quella fitta di gelosia che mi ero aspettato trafiggermi il costato. Non provavo niente. Niente di niente.

Ero guarito. O forse avevo solo preso un’altra malattia. Una malattia diversa, ma non meno insidiosa.

Tutta la sera non ebbi occhi che per lei, mentre ripeteva il rito del venerdì insieme agli altri Absinner, come uno sciame di falene confluite laggiù sotto il richiamo notturno del nostro sound. La vidi ballare sulle note della new afrotech wave, la osservai tradurre in movenze sinuose la musica della band, la contemplai mentre catalizzava l’esplosione di energia dell’AB – e per la prima volta da anni mi sentii parte di qualcosa che andava al di là dei confini del mio corpo e della mia identità, qualcosa che trascendeva la mia esistenza come singolo individuo e mi rendeva parte di qualcosa di più grande, di più complesso, di più prezioso.

Più tardi, quella sera stessa, ricevetti la telefonata di Nacho. Il cellulare usa e getta che gli avevo comprato quel pomeriggio da una rivendita automatica alla stazione della metropolitana di Liverpool gli permetteva di non perderla di vista mentre io lo raggiungevo. Mi disse dove si trovava e gli raccomandai ancora una volta di non perderla di vista.

Mi feci prestare la bici da Jamal, mi misi a tracolla la custodia con la tromba e spinsi sui pedali come un forsennato, pregando che il ragazzo non si facesse scoprire come la prima volta. La notte equatoriale mi soffiava sulla faccia col suo alito di umidità salmastra e ozono e io non vedevo l’ora di essere lì, sebbene ancora non avessi idea di cosa avrei fatto, né tantomeno di cosa avrei potuto dirle. Alle mie spalle il fronte temporalesco di una nuova tempesta tropicale si stava avvicinando alla città e a giudicare dall’elettricità che ristagnava nell’aria avrebbe rilasciato il suo carico d’acqua nel giro al massimo di mezz’ora.

Pedalai nella notte, evitando le auto che schizzavano a tutta velocità nel traffico rarefatto, mentre il sudore m’incollava addosso la camicia e i pantaloni.

Nacho mi aspettava nascosto dietro un muretto, poco distante dall’incrocio che mi aveva indicato. Mi fece segno di avanzare con calma e io lasciai la bici sul marciapiede e mi avvicinai a lui ingobbito e piegato sulle ginocchia, prestando attenzione a non fare rumore. Il ragazzo mi indicò la direzione in cui guardare e quando mi sporsi oltre il nostro riparo la vidi: a piedi nudi su alcune casse da imballaggio, mentre spargeva i suoi colori su un pilone della sopraelevata.

[continua su S.O.S – Soniche Oblique Strategie]

Leliel, uno degli Angeli apparsi in Neon Genesis Evangelion. Al suo interno si estende un mare di Dirac, porta di accesso a una dimensione parallela.

Estratto da Dharma Connection, racconto incluso nell’antologia La prima frontiera, a cura di Sandro Battisti (Kipple Officina Libraria, 2019):

Quando la prima creatura si manifestò, fummo in molti a non prestare la dovuta attenzione all’evento. Eravamo immersi da anni in un oceano di fake news, di propaganda a sfumature di grigio, di false flag. Sudditi del regno della post-verità, non dovemmo nemmeno girarci dall’altra parte: lasciammo che la breaking news fluisse nella corrente di liquami ad alta tossicità dei notiziari e dei social network, alimentata ventiquattro ore su ventiquattro dalle inesauribili sorgenti memetiche dei think tank disseminati su almeno tre continenti. I più attenti si aspettavano che venisse inevitabilmente derubricata. Dopotutto non era mica un attacco a una minoranza che andava a gettare benzina sul fuoco del confirmation bias di qualche fascia sociale indebolita e marginalizzata… Non faceva leva su nessun bisogno materiale o senso di urgenza. Quante altre volte lo avevamo visto succedere prima?

Quella volta, tuttavia, le cose andarono diversamente.

Il secondo giorno, lo stato di crisi non poteva più essere ignorato.

Le creature assunsero diversi nomi, a seconda di chi le chiamava. Per alcune persone erano mostri, per altre kaijū, per altre ancora iperoggetti. Qualcuno li chiamò Apostoli. Inviati. Messi della Distruzione. Cavalieri dell’Apocalisse.

Un’intera fottuta Armata Nera di Cavalieri dell’Apocalisse.

Una Legione.

Di Angeli della Morte.

In piedi davanti al lungo tavolo, il Maggiore Kaori Kobayashi del 7° Raggruppamento Speciale della CND, Divisione di Contenimento e Neutralizzazione, coordinamento interforze a diretto riporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostiene gli occhi puntati su di lei, le gambe divaricate, gli stivali militari ben piantati sul pavimento di granito, le mani dietro la schiena, polso destro stretto nella morsa della sinistra. Controlla il respiro, cosa che non le richiede alcuno sforzo: è solo un retaggio dell’addestramento e sembra che non stia davvero inalando ossigeno dalla stanza, non più delle statue di candido marmo che assistono alla scena, tra cui riconosce l’effigie in terracotta miracolosamente conservata del Cinocefale, il demiurgo necroforo degli dèi e degli uomini, posto a guardia dell’ultima soglia, che lei stessa solo due anni prima ha contribuito a recuperare. Una luce ambrata e densa si riversa nell’ampio ufficio alla sommità della Omega Tower e avvolge i suoi interlocutori, che sono i sacerdoti del Culto Supremo che si celebra in quel tempio, gli orologiai che assicurano il funzionamento preciso, regolare, efficiente e costante del Congegno: le parti interessate che hanno deliberato e imposto ai membri del Consiglio la sua inclusione nel 7° Raggruppamento Speciale, che non a caso è conosciuto con il nome in codice di Misure Estreme.

Il Maggiore Kaori Kobayashi di fatto è il loro uomo nell’organizzazione. Non un semplice braccio armato, ma una protesi neurale, l’estensione della mente della Omega Corporation. E il gabinetto che ha di fronte adesso è quella mente. Seduta tra Simone Leclercq e Thomas MacMillan, rispettivamente il Fiuto e la Sete, l’intuito e la brama, Kyra Xiao Hong, più piccola di entrambi, riesce a imporsi sulla scena come se fosse assisa su un trono. Defilato dalla triade, a metà distanza tra la loro estremità del tavolo da riunioni e l’estremità opposta, quattro passi davanti a Kaori, la figura della Clessidra è personificata dalla sagoma curva, pingue, perfino massiccia, di Globočnik, l’unico a non avere voce in capitolo, presente all’incontro solo per reggere il peso della testimonianza. Non che la voce degli altri pesi alcunché: l’ultima parola è di Kyra Xiao Hong, come lo è da sette anni, da quando il sinodo ha sancito la successione dalla precedente direzione, e in quanto tale la sua è l’Unica Vera Voce perché la sola che conti. L’ombra avvolge il suo corpo e il suo volto, ma le sue labbra sono ben visibili ed è lì che l’attenzione di Kaori è a fuoco da quando è iniziato il colloquio. Non una sola parola è ancora uscita da quelle labbra.

Alle loro spalle, la finestra si affaccia sullo Sfregio, o Ground Zero II, l’enorme ferita urbana aperta alle spalle di Battery Park, e Kobayashi, immobile con le gambe divaricate e le mani dietro la schiena, le spalle larghe, il mento alto, pensa che in fondo sembra quasi che la luce che li avvolge sanguini da quel taglio.

– … e temiamo che possa essere caduta in mani ostili – sta dicendo la donna dal caschetto biondo alla sua destra, con un tono di voce distante, come se la cosa non la riguardasse direttamente.

– Riteniamo che rappresenti una risorsa strategica, se non l’unica vera risorsa a nostra disposizione, per contrastare l’attuale stato di crisi – sottolinea l’uomo d’affari in completo da diecimila dollari alla sua sinistra.

La Voce assiste. Quando parlerà, le sue parole saranno musica, almeno quanto la visione di Leclercq esprime fiuto per gli affari e l’urgenza di MacMillan testimonia la sua cupidigia. Globo, il Cronofago, come sempre, registra i secondi che passano e annota ogni cosa.

Estratto da Dharma Connection, racconto incluso nell’antologia La prima frontiera, a cura di Sandro Battisti (Kipple Officina Libraria, 2019).

Oggi è il giorno de La prima frontiera, l’antologia new weird curata da Sandro Battisti per Kipple Officina Libraria. E Dharma Connection è il mio racconto scelto per il progetto più dirompente dell’annata Kipple, che condivide l’onore con i lavori di altri venti autori. Inizia così:

L’oggetto in avvicinamento non passò inosservato. Gli occhi del sistema di sorveglianza spaziale optoelettronico GEODSS erano puntati su di lui già da alcune ore quando oltrepassò l’orbita lunare. L’allerta battuta da Socorro aveva impiegato meno di tre millisecondi a percorrere i circa cinquecentosettanta chilometri di fibra ottica che collegavano la stazione nel New Mexico con Cheyenne Mountain, nel Colorado. L’impulso aveva fatto scattare gli allarmi nel centro di controllo del NORAD sei minuti prima che le segnalazioni del sistema OKNO giungessero dal poligono militare di Nurak, a duemiladuecento metri di altezza sulle montagne del Tagikistan a sud di Dušanbe, all’821° Centro SKKP di Noginsk-9, nell’oblast’ di Mosca, tremila chilometri a nordovest. Il Programma 901 del Dipartimento della Difesa Nazionale li aveva bruciati entrambi sul tempo: stava seguendo già da settecentoventi secondi l’oggetto non identificato nella sua incomprensibile manovra orbitale, quando Pechino aveva ricevuto quasi contemporaneamente i cablogrammi con le richieste di spiegazioni ufficiali dal Pentagono e, con toni ancor più minacciosi, dal quartier generale del Ministero della Difesa della Federazione Russa. Le IA diplomatiche al servizio della Segreteria Superiore del Consiglio di Stato elaborarono trecentoventisette schemi di risposta, le classificarono in sette cluster e lo staff del Primo Ministro impiegò un minuto e ventisette secondi a esporgli l’esito dell’analisi. Le IA selezionarono le risposte più calzanti con le annotazioni del Primo Ministro tra le ventinove classificate nel cluster prescelto, elaborarono una stima del loro effetto e restrinsero il campo a una sola versione, che trasmisero con il sigillo della Segreteria Superiore.

La risposta giunse a destinazione mentre il Vettore andava a parcheggiarsi a circa quarantamila chilometri dalla superficie, in un’orbita geostazionaria a filo di piombo sulla città di Jakarta. Fu chiaro a tutti, a Mosca come Washington, che non si trattava di un’esercitazione. E soprattutto che le spiegazioni non potevano essere cercate sulla Terra, né quindi pretese da Pechino: nessuno disponeva della tecnologia richiesta da una manovra come quella.

Nelle ore successive furono preventivamente informate le controparti della NATO, che diffusero la notizia alle cancellerie europee, e di Israele, India e Repubblica Sudafricana. Ma intanto alle nove e cinquantaquattro ora locale (Australian Western Standard Time) di una serena mattina di febbraio, alzando gli occhi al cielo dalle strade e dai palazzi della Venezia del mar di Giava, diciotto milioni di cittadini indonesiani poterono vedere una nuova stella splendere nell’azzurro sulla verticale della città.

La prima creatura emerse dalle acque del Mar Cinese Meridionale e fu intercettata dalle unità della flotta al servizio del Comando Navale Orientale alle 12:02 AWST a ventuno chilometri dalla costa della provincia di Zhenjiang.

Quello fu solo l’inizio.

 

Pochi giorni fa mi sono imbattuto per caso in questo articolo che descrive gli effetti di una tendenza in atto da anni in Africa centrale, vale a dire la concessione dei diritti di sfruttamento sulle proprie risorse naturali accordata dai governi locali, tipicamente corrotti, alle multinazionali cinesi. Le royalties derivanti dal settore minerario basterebbero a migliorare le condizioni di vita della popolazione della Repubblica Democratica del Congo, che per oltre la metà vive sotto la soglia di povertà, ma invece finiscono intercettate da funzionari e signori della guerra che esercitano una forma di controllo feudale sulle regioni interne. Altri articoli che approfondiscono la situazione possono essere letti qui e qui. Oggi è ancora il cobalto che va per la maggiore, ieri era il coltan (da cui estrarre niobio e tantalio), domani potrebbero essere uranio o rame o chissà cos’altro.

Comunque, siccome si sente spesso ripetere come la fantascienza non sia sul pezzo, come si lasci superare dalla realtà troppo facilmente o finisca per invecchiare prematuramente, ecco, per l’ennesima volta, mi piace constatare come il fronte d’onda della storia non si sia ancora lasciato indietro questo mio timido tentativo di estrapolazione sulle conseguenze che un simile trend potrebbe produrre sugli assetti geopolitici del continente africano.

Quello che segue è un brano estratto dalla parte centrale di Karma City Blues, che potrete trovare a Strani Mondi il prossimo 12 e 13 ottobre. Ed è da qui che parte l’effetto domino che condurrà agli eventi narrati nel romanzo.

– Katanga, 2061 – lessi di nuovo ad alta voce. – Cosa vuol dire?

– Il Katanga nel 2061 – rispose il costrutto. – Uno dei numerosi stati indipendenti emersi dal serbatoio di instabilità politica e demografica dell’Africa centrale. E il Katanga è il cuore dell’Africa. Il cuore di tenebra dell’Africa. Quando proclamò la secessione da Kinshasa sul finire degli anni ’30, il Katanga era già la provincia più ricca della Repubblica Democratica del Congo, possedendo i maggiori giacimenti di rame, cobalto e niobio del pianeta e una varietà mineraria che spaziava dall’oro allo stagno all’uranio, ma gran parte della sua popolazione viveva in condizioni di estrema povertà. Il prezzo da pagare per l’indipendenza fu un costo umano stimato tra i trecento e gli ottocentomila morti tra la popolazione civile del paese, sommando catastrofe umanitaria a catastrofi umanitarie precedenti. Solo per limitarci ai dieci anni antecedenti, per esempio, un’ondata di disperati, in fuga dalle milizie armate di etnia Hutu che erano sconfinate dal Ruanda e dall’Uganda nel nord-est del Congo, attirate dalle riserve di tantalio della regione, era stata spinta verso sud. Oltre due milioni di rifugiati, richiamati dalle promesse di ricchezza del Katanga, si erano riversati alle porte della capitale Lubumbashi e avevano trovato accoglienza nel più grande campo profughi del continente, uno slum che occupava metà della città vera e propria. In queste condizioni, il governo indipendentista trovò una soluzione sbrigativa ed efficace per convertire il problema in opportunità. I profughi dell’Haut-Zaire vennero sfruttati per fornire manodopera a basso costo ai veri padroni del paese: il consorzio cinese Zhongzhen Amalgamated Industries, che alla fine della guerra aveva rilevato la quota di maggioranza della KMC, l’ex-compagnia di stato attraverso cui il governo secessionista gestiva i giacimenti di materie prime strappati al controllo di Kinshasa.

– Grazie per la lezione di storia e geografia. Ma cosa c’entra il Katanga con una cartolina delle Cascate Vittoria? Lo Zambesi non mi pare tocchi il Katanga, ma potrei ricordare male.

– Nel 2061 un guasto ai PLC della centrale di Kariba, sul fiume Zambesi, al confine tra Zambia e Zimbabwe, fu la causa della più grave catastrofe ambientale nella storia africana. Quell’inverno le precipitazioni erano state abbondanti in tutto il bacino dello Zambesi e, nonostante i gestori della diga avessero deciso di lasciar defluire gran parte dell’acqua in eccesso senza forzarla nelle condotte della centrale elettrica, si calcola che il lago di Kariba raddoppiò in pochi mesi la propria superficie. L’accresciuta portata dello Zambesi investì in pieno il bacino di Cabora Bassa, più a valle, e l’onda d’urto fu tale da distruggere il principale impianto idroelettrico del Mozambico, con il risultato di lasciare al buio mezzo Sudafrica.

– Molto interessante. Ma non vedo dove voglia andare a parare questa conversazione, in tutta onestà.

– Solo perché ti mancano ancora degli elementi – osservò con tono di sufficienza la scatola. – E io sono qui per darteli.

– Molto gentile da parte tua.

– Fin dal dopoguerra il Sudafrica è stato uno dei principali partner economici del governo centrale della Repubblica Democratica del Congo. Le esportazioni di materie prime su cui si regge tutta l’economia di Kinshasa, la tutela dei comuni interessi nell’area, non ultima la resistenza all’avanzata cinese e russa in Africa, hanno sancito un’alleanza simboleggiata dal faraonico progetto della Grande Inga, la più grande centrale idroelettrica al mondo, in grado di sfruttare il volume medio di circa 40.000 m³/s delle cascate Livingstone per generare oltre 40 GigaWatt di potenza. E la Grande Inga è stata anche una risposta geopolitica del Blocco dei Paesi Non Allineati al TAP e all’operazione Desertec nel Maghreb, oltre che alle strategie di penetrazione perseguite da giganti come Cina e Russia, attraverso la protezione politica, il land grabbing o le forniture militari. La Grande Inga intercetta le acque nel basso corso del fiume Congo, un centinaio di chilometri a sud-ovest di Kinshasa, praticamente al termine di un percorso di 4.700 chilometri, con un bacino idrografico grande quasi quanto l’Europa. E nel 2061, proprio mentre lo Zambesi risentiva delle piogge insolitamente copiose, dall’altra parte dello spartiacque il Congo viveva il suo periodo di minimo storico, con una riduzione della portata media di oltre il venti percento.

– Quindi?

– Quindi, si dà il caso che il tuo vecchio socio abbia scoperto che fine avesse fatto tutta quell’acqua. E, cosa ancor più interessante, chi fu l’ideatore e artefice del piano che mise in ginocchio in un colpo solo le due potenze dell’area. Motivo per cui ha deciso di sparire dalla circolazione, lasciandoti in eredità questa copia di sé in forma di oracolo digitale. Un prodotto di bassa tecnologia, non accessibile dalla rete in nessun modo. Adesso il quadro si sta facendo più chiaro?

L’articolo pubblicato dall’AGI cita anche una frase del dittatore Mobutu: “Quello che c’è sotto terra è mio, quello che si muove sulla terra è mio, quello che c’è nelle acque è mio, quello che vola nel cielo è mio“. Parole che potrebbero adattarsi a una delle forze invisibili che mettono in moto gli eventi di Karma City Blues.

Un grande del Crack Rhythm a Lagos è il racconto con cui sono presente nell’antologia S.O.S. – Soniche Oblique Strategie curata da Mario Gazzola (Arcana, 2019). Questo è uno dei capitoletti che lo compongono:

Strangers When We Meet

Aisha abitava sul tetto verde di un conapt occupato di Ghost Town. Si prendeva cura dell’orto per gli altri condomini e faceva lavoretti di elettronica e programmazione come freelance per alcune ditte di Lagos. Si fece accompagnare a casa, quella sera, e mi raccontò un po’ di lei.

– C’è una cosa che mi chiedo da un po’ – disse mentre guardavamo la città da cento metri di altezza, cogliendo scorci della laguna tra i grattacieli più alti che incombevano su Lagos Mainland. Aveva smesso di piovere. – Perché voi della band non vi collegate mai?

Ricordai allora le parole di Nabil, la nostra chiacchierata notturna solo poche settimane prima. – Intenti in Li-Fi?

Aisha annuì. Attese.

– Non abbiamo più l’età per certe cose – dissi, schermendomi dietro un sorriso impacciato. – Non fa per noi. Non ho nemmeno un impianto aggiornato. Rischierei di prendermi un brainworm se ci provassi… Perché ridi?

– Sei così buffo…

– Non ridere di me.

Aisha allungò una mano verso il mio collo, mi accarezzò i capelli ancora umidi di pioggia e sudore, poi la mosse verso la presa dietro l’orecchio sinistro. Sentii le sue dita sottili sulla pelle e una scintilla blu che esplodeva in un incendio di ormoni e neurotrasmettitori da qualche parte intorno all’amigdala.

– Ti fidi di me? – mi chiese fissandomi negli occhi.

– Mi fido di te – dissi.

– Vieni dentro.

Un brano da Cryptomnesiac, racconto incluso in Altri Futuri, a cura di Carmine Treanni (prima edizione Kipple Officina Libraria: Next-Stream. Visioni di realtà contigue, 2018). In uscita oggi per Delos Digital.

Illustrazione originale di Franco Brambilla per la copertina di Altri Futuri.

La spiaggia all’alba è immersa in una quiete sovrannaturale. Ti domandi dove sia adesso quel cormorano che sembra seguirti nelle tue passeggiate sulla spiaggia. A quest’ora sembra che anche per gli uccelli marini sia troppo presto per uscire dal nido e affrontare la giornata.

Cammini a lungo, allontanandoti dalla casa e dal villaggio, procedendo verso sud sulla sabbia bianca e sottile. Superi aree attrezzate deserte, insenature, argini consolidati, letti di ghiaia, pinete e vaste distese di macchia mediterranea – senza mai incontrare nessuno.

Un’onda che viene a infrangersi sulla battigia ti richiama dalla trance a cui ti sei abbandonato. E allora ti fermi, guardi la sconfinata distesa di azzurro che hai davanti, ti sfili la maglia e t’immergi nell’acqua. Le bracciate si succedono regolari, precise come se seguissero i colpi di un metronomo. Questa costanza ti lascia stupefatto, non sei mai stato particolarmente disciplinato.

Una bracciata dietro l’altra il tuo corpo si spinge al largo, mentre con la mente visualizzi l’abisso oscuro al cui richiamo hai deciso di cedere. Le profondità ti sono ignote, ma la loro voce ti sussurra parole di comprensione e promesse di pace.

Quando decidi di averne abbastanza, ti volti verso la terraferma e resti a contemplare il profilo di granito delle montagne, le loro vette innevate che splendono nel blu del cielo che ti sovrasta. Da lì, incombono sulla costa con austera maestosità.

Chiudi gli occhi e ti lasci cullare dalle onde per un tempo imprecisato. La sensazione che sia solo un tentativo inutile si apre la strada nella tua consapevolezza, fino ad acquisire contorni certi e incontestabili. Potresti rimanere lì per giorni interi, senza fare un solo vero passo avanti per allontanarti dal paradiso di cui sei prigioniero.

Inizi anzi ad avvertire la corrente che ti sospinge indietro verso la costa. Il richiamo dell’abisso era solo un miraggio, un’illusione consolatoria. Ormai è lontano, scongiurato… e tu sei fuori dalla sua portata.

Le montagne sono sempre lì, ti indicano la direzione per tornare sulla spiaggia e poi da lei. Ariane ti aspetta. La resistenza è vana. Con lo stesso andamento rigoroso dell’andata e col favore delle onde, ti accingi a tornare a riva.

– Oh sì! Ancora… così! Più giù! Così! – stava dicendo Ayesha, scandendo i tempi della loro danza orgasmica. – Così…
Sotto le mani, Jerry Lone seguì il profilo regolare e snello dei suoi fianchi, percepì il fremito del suo ventre, immaginò i seni sussultare gonfi e turgidi. La percorse fino a incontrare le dune frementi delle costole. La pelle di Ayesha splendeva in un trionfo di ambra bruna sotto un velo di sudore. Quando si perse lungo la curva della sua schiena, sulla scala vertebrale di un crescendo sinfonico, comprese che era giunto il momento.
Colse l’attimo.
La freccia scivolò sulla cresta gravitazionale della singolarità, schizzando in un condotto a basso dispendio energetico a una frazione pari al 58% della velocità della luce, proiettando davanti a sé un campo a inversione di spinta. In un effetto domino l’inversione gravitazionale accelerò ulteriormente la loro corsa, lanciandoli all’inseguimento dell’ombra cosmica di una lepre fantasma.
– Va bene così – disse Jerry Lone. Lo stupore di Ayesha echeggiò nell’apparato. – Riportaci giù, ragazza. Facciamo un giro….

Avevano rallentato ed erano tornati in basso.
Stavano guizzando sulla distesa mineraria della Cintura, godendosi quella crociera che non si erano mai voluti concedere. Quando erano scesi nel Gorgo, era sempre stato per lavoro. Ma questa volta era diverso. Avevano trovato quello a cui, in fondo, avevano dato la caccia fin dal primo istante. Niente poteva ormai togliergli il futuro che Jerry Lone aveva sognato per loro due insieme. Dipendeva solo da lui, adesso… Dalla prossima mossa.
Poi, all’improvviso, si accorsero di non essere più soli.
Nella loro scia una freccia stava guadagnando velocità.
– Jerry…
– Ho visto – rispose lui nella connessione neurale, sforzandosi di mantenere la calma. Si sistemò la maschera da aviatore, che il sudore durante l’amplesso aveva appannato. Poi tornò ai dati trasmessi dall’Algebra: alfanumerici tridimensionali brillavano nell’ombra acuta che ristagnava nella freccia.
– Avevi in programma una festa a sorpresa, capo?
– Un party orbitale per te, mia cara? Magari tengo presente l’idea per il tuo compleanno…
– Che carino! Ma se vogliamo arrivare entrambi al mio prossimo compleanno, ci converrà pensare a qualcosa… e farlo subito!
– Uhm?
– Quei bastardi hanno appena finito di tracciarci.
– Merda! – Jerry Lone passò sbrigativamente in rassegna le informazioni snocciolate dall’Algebra.
Coordinate spaziali e relativi incrementi differenziali del primo e del secondo ordine, gradiente termico, intensità delle radiazioni e flusso ionico, distribuzione delle masse e curvatura proiettavano in tempo reale la rappresentazione dello spazio AdS così com’era percepito nell’ottica olografica del sistema di navigazione. Il segreto dell’Algebra consisteva nel semplificare al massimo il mondo, con il proposito di arrivare a capirlo meglio e, soprattutto, nel più breve tempo possibile.
– Torniamo ketch, Ayesha – decise Jerry. La freccia perse parte della sua aerodinamicità mentre la sua configurazione mutava per esaltare le doti delle strutture di controllo. – Avvia una scansione campionata nella banda di nessuno. – Se erano recuperanti (e dovevano esserlo, per spingersi nella Cintura) avrebbero usato le solite frequenze per comunicare.
– Già fatto, capo – lo informò Ayesha. – L’algoritmo di ricerca non ha trovato ancora niente… Aspetta! Forse c’è qualcosa.
La freccia nella loro scia stava guadagnando terreno. Li seguiva a distanza ravvicinata, troppo ravvicinata: voleva fargli sentire il fiato sul collo.
– Stronzi bastardi – imprecò Jerry a bassa voce. Manovrò all’improvviso, ma il più dolcemente possibile. La freccia si avvitò con grazia, sfruttando una corrente gravitazionale tangente per guadagnare velocità.
– Beccati! – annunciò Ayesha, mentre la freccia mutava in cutter.
– D’accordo, passameli.
La voce urticante del Ghost Rider risuonò nell’interfaccia radio. – Ehi, vecchiaccio! Vedo che ti stai godendo una bella crociera con la tua signora. – Sghignazzate, stupidi pivelli! – Non staremo mica disturbando?
– Dovevi chiedertelo prima di venire al mondo – replicò Jerry Lone, brusco. Poi
verso Ayesha pensò: – Preparati a ballare, ragazza…
nell’interfaccia radio disse: – Adesso è tardi per tornare indietro.
Prima di concludere la frase, azzardò una nuova manovra di evasione. Tieni basso il profilo, Jerry Lone. Se lo ripeté fino a trasformarlo nel suo mantra, accorgendosi che il Ghost Rider era ancora lì. Tieni basso il profilo…
Nell’interfaccia echeggiarono nuove risate di scherno. – Ehi, ehi! Dove credete di scappare? Passami in linea la signora, vecchio: voglio farle sapere che non è facile per noi, qui dietro, staccarci dal suo culetto…
Accecato di rabbia, scopertosi impotente, Jerry Lone si accorse troppo tardi che il Ghost Rider li stava affiancando. Adesso la sua freccia giocava con loro: avevano ingaggiato uno stupido valzer sulla pista gravitazionale di Niger RX-2047. Erano caduti in trappola come due dilettanti dell’Accademia…
– Che facciamo, Jerry? – chiese ansiosa la ragazza, dopo aver disattivato la modalità trasmissione.
– Imposta la rotta 992 su Niger – rispose Jerry Lone, ostentando la sicurezza del provetto suicida. – E chiedi all’Algebra delle oscillazioni di rotta casuali. È ora di portare un po’ a spasso questi coglioni.
– La 992 punta dritta nell’ergosfera, Jerry…
– Vai tranquilla, ragazza.
Ayesha esitò, poi gli accordò la sua fiducia. – Sei tu il capo, Jerry. Tienimeli occupati per qualche secondo, mentre correggo la rotta e controllo la configurazione. Ripristino trasmissione: tre due uno. Attiva.
– Sei ancora lì? – li incalzò la voce dall’interfaccia radio. – Vi abbiamo tenuti d’occhio per un po’, sai. Prima che vi concedeste la vostra meritata crociera. Siete tornati nella Cintura… Ci è sembrato strano, vecchio, tutto qua. Ci chiedevamo se fosse tutto a posto…
Tutto a posto un cazzo. – A meraviglia!
Il Ghost Rider spinse la freccia fino quasi a sfiorarli. Gli angeli del sogno di Jerry Lone incassarono la sollecitazione dai sensori della Silver Surfer e lo indussero a riprendere le distanze, di riflesso. Proprio in quel momento Ayesha gli fece cenno di aver acquisito la rotta. Avrebbero incontrato una corrente entrante pochi secondi più avanti.
– Hai voglia di ballare, fantasma? – chiese Jerry nell’interfaccia. – Allora vediamo se tieni il passo!
– Linea spenta – comunicò Ayesha. – Cinque secondi all’intersezione. Tre…
Prima di incrociare la corrente, la freccia di Ayesha e Jerry Lone si staccò dalla sua rotta e schizzò su una lunga parabolica, a volo radente sulla Cintura, per ricongiungersi più avanti alla corrente entrante. – Due, uno… presa! – La velocità in progressivo aumento spostava ora sempre più vicino il punto d’ingresso nelle fauci del mostro. All’attuale tasso di accelerazione, l’ingresso nell’ergosfera era previsto circa un minuto nel futuro. Jerry Lone avvertì l’eccitazione di Ayesha e provò un brivido.
– Ridammi la linea, ragazza.
– Ripristino trasmissione: tre due uno. Attiva.
– Sei ancora lì, pivello? – gridò Jerry nell’interfaccia.
– Ci vuole dell’altro, non credi? – rispose solerte il Ghost Rider, rifacendosi sotto dopo aver corretto la rotta.
– Stai diventando saggio, ragazzo – convenne Jerry.
– Lo sai? Stavo pensando che, beh, qui non c’è la vecchia strega a proteggerti le palle… Che ne diresti se ti facessi assaggiare un po’ di sano addestramento accademico?
– E perché no? – Con una decisione improvvisa, Jerry rallentò impercettibilmente la corsa, lasciò che la freccia del Ghost Rider li affiancasse e poi spinse al massimo lo scostamento del loro velivolo dalla rotta impostata. Quando le carlinghe delle due frecce si sfiorarono, rilasciò una manciata di angeli latenti sullo scafo del Ghost Rider.
Rivolto ad Ayesha, Jerry Lone disse: – Taglia la linea, ragazza.
– Linea spenta – gli fece eco la navigatrice. – Sei sicuro di quello che fai, Jerry?
Jerry non rispose. Era immerso nella sua manovra. Aveva escluso Ayesha dall’Algebra e vi si era calato anima e angeli. Conduceva le danze da solo, adesso, concedendosi solo alla lunga schermaglia con il Ghost Rider. Davanti a loro, l’orizzonte cupo di Niger RX-2047 sorgeva nella notte cosmica, latore di una tenebra assoluta e inappellabile, in fiera contrapposizione alla luminosità quasi accecante del plasma che vorticava nel Gorgo.
La ragazza lesse gli ologrammi. – Tredici secondi all’ingresso – disse.
Jerry le lisciò il collo. – Suonami il tempo, ragazza – disse. Poi tornò ai suoi numeri. Scariche elettriche cominciarono a condensarsi nel vuoto, lampi che si infrangevano sul grumo di densa oscurità sempre più vicino e minaccioso. La marea stava montando.
– Dieci, nove, otto…
Onde di un mare in tempesta contro una scogliera mortale. La vista dello spazio davanti a loro gli richiamò questa immagine, probabilmente acquisita ai tempi del suo corso, quando era ancora un ragazzino e divideva il suo tempo tra i simulatori di antiche battaglie navali e i sogni da spazio profondo.
– …quattro, tre, due…
– Ora! – decise Jerry e attivò la connessione. Gli angeli del sogno sganciati sul corpo della freccia del Ghost Rider si rianimarono. Mezzo secondo più tardi erano penetrati nella struttura nanotubolare del velivolo. Ancora qualche decimo e si erano interfacciati al suo sistema nervoso.
Jerry Lone si ritrovò a pilotare due schegge impazzite, due particelle d’innesco di una reazione nucleare. Lasciò che il Ghost Rider credesse di avere in mano la situazione. Nell’ergosfera, dimenticò le stelle e si concentrò sul buio. Restò in ascolto del canto gravitazionale della marea, sinfonia poderosa che andava scuotendo lo spazio e il tempo.
La tenebra guidò la sua mente. Mentre Ayesha tratteneva il respiro, gli angeli eseguirono impeccabilmente la missione.
La Silver Surfer si avvitò selvaggiamente. Jerry Lone dovette imporre all’Algebra di virare ignorando tutto il resto, per poi abbandonarsi semplicemente alle dinamiche gravitazionali uscenti. Una scossa viscerale si propagò lungo la sua intelaiatura adamantina, estendendosi al sensorium dei suoi occupanti. Ayesha ebbe un sussulto, poi cominciò a tremare. La marea non li avrebbe avuti. Non quel giorno.
La freccia mutò configurazione in clipper e cominciò a veleggiare lontano dall’orizzonte degli eventi, fuori dalle nere fauci del mostro. Visto dall’alto, il disco di accrescimento era un condensato di potenza, un distillato purissimo di annichilimento a venire, impossibile da scongiurare. Impressionava proprio per questa sua identificazione con il concetto di ineluttabilità.
– Ridammi la linea – disse Jerry. Ayesha eseguì.
Questa volta Ayesha non lo avvisò dell’attivazione. Non ce n’era bisogno.
Dall’interfaccia giunsero le imprecazioni del Ghost Rider e del suo navigatore. – Dammi l’Algebra… Riprendi l’assetto… Che cazzo sta succedendooo?
Parole perse nel vuoto, condannate a ristagnare in eterno nel limbo gravitazionale di Niger RX-2047. La consapevolezza si faceva largo nella voce del Ghost Rider man mano che il suo velivolo si faceva sempre più lungo: mutando oltre i limiti della tolleranza strutturale in un serpente di nanocarbonio proteso verso il nulla.
– Taglia – disse Jerry. – Tempo?
– Più cinque – scandì cupamente Ayesha. – Più sei…
6,7 secondi dopo l’ingresso nell’ergosfera, la freccia deformata del Ghost Rider si fermò sull’orizzonte degli eventi. Cristallizzata, rimase lì sospesa come il bastone di un equilibrista. Un brevissimo burst s’irradiò nell’infrarosso, appena più intenso della comune emissione di Niger RX-2047.
Ayesha non disse nulla. Jerry avrebbe voluto spiegarle che non aveva avuto realmente scelta. L’asteroide doveva restare il loro segreto, almeno fino al giorno in cui la Bruja non avrebbe trovato degli acquirenti e, grazie al sistema di navigazione e all’holoware ponte, organizzato la prima dimostrazione di guida di un vascello Y.
Dal successo della missione dipendeva il loro futuro.
Sollevò lo sguardo. Sullo sfondo delle stelle ammiccanti, la Stazione aveva intrapreso la sua orbita discendente. Sentì il corpo caldo e nudo di Ayesha stringersi contro di lui. Nell’oscurità della cabina, si era voltata a guardarlo direttamente negli occhi. La sua mano gli scivolava ora tra i capelli, dopo avergli sfilato l’anacronistica cuffia da aviatore, unico retaggio della sua gioventù.
Jerry represse un brivido. La gioia di essere ancora vivi urlò la sua rabbia dentro di lui. Il calore di un corpo umano non era la risposta, ma poteva servire a procrastinare il riflusso della marea.
– Torniamo a casa? – chiese ad Ayesha, nell’intimità del ventre di nanocarbonio della Silver Surfer.
– Non c’è fretta – rispose la ragazza, il respiro in fase di progressiva accelerazione. Jerry guardò per un attimo fuori, lo spazio locale sovrastato dalla notte stellata. Poi si perse nell’abbraccio di Ayesha.
Aveva ragione lei. Avevano davanti tutto il tempo dell’universo.

[7 – fine]

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Ancora al GO DEEP!, stavolta per festeggiare. Il test aveva dato esito positivo. Mancava ancora qualche messa a punto, ma il grosso del lavoro ormai era fatto.
Quando la cameriera di Kovacs portò le ordinazioni al loro tavolo, Larry Underground stava dicendo: – Cluster Jones, mio istruttore e mentore, era solito ripetere che un codice non è un buon codice se prima non si riduce a qualcosa di incomprensibile perfino per chi l’ha scritto.
– Parlava del codice implosivo – intervenne Jessie K.
Larry annuì. Morgan si voltò verso Wolfe e disse: – Ricordi quella teoria secondo cui dall’implosione di un holoware di intelligenza artificiale si sarebbe originata la prima forma di autocoscienza sintetica?
– La teoria di Teskeran – annuì Wolfe. – Come no? In realtà la faccenda resta ancora argomento di accese discussioni…
Jerry apprezzava l’immunità delle Logiche ai rischi di blasfemia comportati da qualsiasi seria speculazione ontologica. Era una qualità che molti discendenti dei terrestri non avevano mai imparato, neppure a seguito delle rivoluzioni culturali che ne avevano sconvolto le basi sociali. La propensione alla religiosità doveva essere una proprietà intrinseca delle autocoscienze biologiche.
– Teskeran, l’IA? – chiese la Bruja.
– Proprio lei – spiegò Wolfe. – Ma non sono il solo a sospettare che il Kernel degli Intelletti di Sintesi tenga nascosti molti più aspetti della vicenda di quanti si sia risolto a divulgarne…
– Trovo più oscure le ragioni per cui i ricercatori che lavoravano al progetto non siano riusciti a trovare una convergenza sull’evento, invece. – Ed era davvero così. Jerry Lone non era un teorico, ma ogni tanto si era trovato a riflettere su quella vicenda, più per una forma di curiosità personale che di reale desiderio di scoperta.
– Comunque sia andata – tagliò corto la Bruja – la nostra birra è arrivata e nessuna teoria scientifica è abbastanza importante da lasciarmela riscaldare…
Tutti sorrisero.
La Bruja sollevò il boccale per aria e disse: – Quindi, alle parole non dette degli Y…
– …e al codice implosivo! – aggiunse Ayesha, suscitando un nuovo coro di risa.
– Al codice implosivo! – ribadirono tutti all’unisono, dopodiché un diluvio di alcol piovve per pacificare la loro sete.
– Guarda, guarda! – disse inaspettatamente qualcuno dietro le loro spalle. – I vecchietti danno un party! Chi è che festeggia la pensione?
Tono saccente e presuntuoso, voce al limite della sopportazione umana e una innata tendenza a intromettersi negli affari altrui. Bastavano quegli elementi per individuare con un margine di errore minimo la fonte di quelle cazzate. Ghost Rider, si faceva chiamare, leader dell’Accademia degli Aviatori. Un sacco di merda, accompagnato da un manipolo di altri esemplari della stessa specie. Purtroppo, non era una di quelle minacciate dal rischio d’estinzione.
– Tua madre – replicò Morgan, pacatamente. – Ha appena avuto la buonuscita dal bordello di Mama Winthrop.
Un coro di approvazione divertita si alzò dal tavolo. Wolfe, impressionato, batté le mani con convinzione: il suo compiacimento era accresciuto dalla cognizione che l’ironia era stato uno dei parametri principali su cui era stata misurato il grado di consapevolezza delle prime Logiche.
L’unico a non gradire parve il diretto interessato. La sua cricca si unì allo sdegno più per riflesso che per vero spirito solidale.
– Ahi! – incalzò Larry Underground, rivolto al Ghost Rider. – Ti tocca pagare il prossimo giro, allora…
La banda dei pivelli mosse all’unisono un passo in avanti, ma fu lo stesso Ghost Rider a fermarli. Il loro gesto ricordava un obbligo formale, il momento di un rito collettivo che erano stati chiamati a condividere. Altrettanto rituale, nell’ordine delle cose, veniva il biblico richiamo alla pace e alla ragione del loro capo.
Incrociando le braccia a voler quasi ostentare un atteggiamento di superiorità, il Ghost Rider si esibì in un sorriso bovino e irritante. – Vi credete furbi, voi nonni. Non è così?
Nessuno rispose. Jerry continuò a bere la sua birra mostrando indifferenza per quell’interruzione: aveva tutta l’aria di tollerarlo come un male inaspettato ma passeggero. Se qualcuno all’oscuro delle dinamiche sociali di Resurgam avesse assistito alla scena, molto probabilmente avrebbe scambiato il Ghost Rider e i suoi scagnozzi per una banda di schizofrenici in vacanza-premio da un manicomio orbitale di massima sicurezza. Curiosamente, il loro aspetto tradiva maggiore esperienza della scolaresca raccoltasi intorno alla Bruja, che lì in mezzo era l’unica vera autorità nel settore recupero. La nuova leva, forse anche in virtù della più giovane età, non condivideva con gli anziani gli stessi vezzi, anche se non era difficile prevedere che di lì a una decina d’anni si sarebbero tutti rivolti alle cure di Withlock. La loro condotta sfrenata veniva per il momento ostentata nel modo stesso in cui si presentavano, come se gli effetti collaterali del vizio fossero premi alla sopravvivenza da esibire con fierezza.
– Tanto furbi – andò avanti il Ghost Rider – da potervi anche permettere di farvi vedere in giro con il più bel culetto della Stazione! – La strizzata d’occhio che lanciò ad Ayesha scatenò gli sghignazzi concordi dei suoi fiancheggiatori e un brivido freddo lungo la schiena di Jerry Lone.
Una rissa, ora come ora, non era quello di cui avevano bisogno. Jerry dovette imporsi la calma per non alzarsi e spaccargli il muso.
– Ehi, ehi! – intervenne Wolfe, coprendo Jerry mentre posava rumorosamente il boccale di birra sul tavolo. – Cerca di tornare nel tuo, dilettante!
– Dovresti iscriverti al corso con mio figlio, Ghost Rider – convenne Jessie K. – Per imparare tutte le buone maniere che ti sei perso nel Gorgo.
– Ragazzi, che dite? – disse Morgan. – Organizziamo una bella spedizione per vedere di recuperare un po’ di cervello? Deve averlo lasciato laggiù insieme alle buone maniere…
Risero nervosamente, ma il Ghost Rider pareva seriamente intenzionato a percorrere fino in fondo la via del suicidio. – Fate pure i buffoni, vecchietti. Tanto lo sappiamo tutti chi è che se ne va in giro con le puttane, qui. O no?
Fu allora che Jerry scattò in piedi ignorando il tentativo di Ayesha di fermarlo. Si proiettò di slancio contro quello stupido moccioso in un goffo tentativo di risolvere tutto con una bella scazzottata. Gli aviatori non ci misero molto a bloccarlo, trovandolo però pronto malgrado l’esplosione d’ira: appena le loro mani si posarono sulle sue braccia, gli angeli del sogno liberarono impulsi ad alta frequenza. Niente di troppo pericoloso, ma da come straniarono lo sguardo comprese che il suo messaggio d’avviso era giunto a destinazione, interferendo con il nervo ottico nello stesso modo in cui ci sarebbe riuscito un fascio di luce fortemente polarizzata.
Mentre farfalle di mercurio incandescente svolazzavano sulle loro retine, accecato di rabbia Jerry serrò le mani intorno al collo del Ghost Rider, facendosi trovare pronto alle sue difese subliminali, ma non al calcio che lo spinse indietro contro il tavolo. Fece per scagliarsi di nuovo contro di lui, ma si accorse che alle sue spalle la Bruja si era levata in piedi con occhi spiritati che non concedevano tregua al leader dell’Accademia. La Bruja gli stava già riversando addosso una tempesta di fuoco psichico. Il suo repertorio comprendeva i più terribili orrori derivati dallo studio del subconscio. I suoi angeli del sogno, attraverso il richiamo di figure ancestrali, stavano evocando dal continente sommerso della psiche del Ghost Rider le più ataviche forme di paura.
Bastarono due secondi di esercizio delle sue stregonerie per strappargli un urlo. Quando la tempesta neuro-angelica si placò, gli occhi atterriti del leader tradivano l’efficacia del colpo subito.
La Bruja parlò con un tono di voce tanto calmo da sembrare irreale. – Adesso forse è meglio che torni a casa, leader – disse riprendendo il suo posto tra Larry e Ayesha.
Mentre gli aviatori sfilavano lungo il bancone verso l’uscita, Morgan sollevò il suo boccale ormai quasi vuoto e ordinò a Kovacs un altro giro. Con quello che restava, propose un brindisi. – All’Accademia degli Aviatori! – disse ridendo.

– Credi davvero che lì dentro possa nascondersi una flotta?
Ayesha aveva scrutato con estrema attenzione la sua opera di modellamento di Scylla–Niger. Jerry Lone mugugnò pensieroso in segno d’assenso, continuando a scrutare l’ologramma mentre un ronzio insistente emergeva per interferire con il moto del sistema.
La lieve modifica nei parametri della Cintura che aveva appena impostato strappò un rapido brontolio al processore quantistico. Il sistema di raffreddamento pompò in risposta il flusso di azoto liquido per ripristinare l’equilibrio termico ottimo del nucleo. I valori delle prestazioni tornarono sui livelli ottimali e Jerry tentò uno zoom indietro. Perfetto. L’impressione di stabilità fu confermata dallo zoom avanti sul Gorgo, e poi dal comportamento locale in tre diversi settori della Cintura.
Un’ondata di soddisfazione attraversò le sue membra. Allungò una mano verso la spalla di Ayesha e la accarezzò bruscamente.
– Funziona? – chiese la ragazza, esibendosi nella migliore espressione del suo repertorio da paese delle meraviglie.
– Funziona – annuì Jerry Lone. – Per ora.
Ayesha sorrise, ipnotizzata da quella magica danza orbitale. – Posso provare?
Quando Jerry Lone fece un rapido cenno di assenso, lei sintonizzò i suoi angeli del sogno con il circuito di ricetrasmissione del processore quantistico. Nell’interfaccia, dove le loro percezioni estese si sovrapponevano, frange d’interferenza incresparono la funzione d’onda risultante. La sensazione s’irradiò lungo le direttrici neurali, veicolando un piacevole treno di creste. Ridacchiarono insieme, giocando con le dinamiche celesti di Klapeyron IV e delle sue lune, di Scylla, del Gorgo e della Cintura Asteroidale.
Repentini cambi d’inquadratura montarono la loro scorribanda siderale in un furioso dinamismo virtuale. La comunione evocata dall’interazione dei rispettivi apparati angelici, la melodia termica del Gorgo, la vertigine da spazio profondo, concorsero a creare l’illusione.
In un istante, si trovarono ancora una volta lì fuori, di notte. Immersi nella meraviglia cosmica della danza gravitazionale.

[6 – continua]

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Da due settimane la Bruja continuava ad analizzare il presunto sistema di navigazione. Aveva arruolato una squadra di veterani esperti del recupero e delle attività correlate (filologia Y, per esempio) e con loro si era raccolta nel suo locale per gli affari, che per tutto quel tempo aveva continuato a esibire sull’ingresso l’invito a non disturbare. La cueva de la Bruja restava chiusa, per cause non specificate. Un cartello di lavori in corso avrebbe destato meno sospetti…
C’erano voluti alcuni giorni, ma alla fine la teoria di Jerry Lone li aveva convinti tutti. Il dispositivo doveva essere parte di un sistema di guida, e l’informazione racchiusa al suo interno era molta di più di quanta non ne avessero scoperto Jerry e Ayesha nel loro esame preliminare. La qual cosa aveva fornito una bella mole di lavoro.
Almeno una volta al giorno, dalla costituzione di quel workshop, Ayesha e Jerry Lone vi si erano recati per aggiornarsi sullo stato dei lavori e, quando possibile, partecipare al dibattito filosofico alimentato da quello studio. Tra la gente reclutata dalla Bruja, figuravano addirittura Alex Morgan e Lynard Wolfe. Erano due Logiche specializzate nell’interpretazione del linguaggio e avevano aderito alla fazione degli Immersi, quella frangia di IA materialiste che avevano deciso di dotarsi di un corpo. Questo per quel che riguardava il loro orientamento politico. Quanto ai meriti, era loro la teoria linguistica più accreditata sugli Y, la cosiddetta ipotesi Morgan-Wolfe, che gli ambienti accademici del Consiglio della Sapienza valutavano attendibile al 79%. La chiave di volta della loro impresa era stata l’acquisizione di un vecchio trattato di mutua solidarietà tra gli Y e i Vedha, la più antica delle civiltà coesistenti all’Ecumene. Prima della loro misteriosa migrazione verso Niger RX-2047, gli Y avevano avuto modo di suggellare con i progenitori dei Vedha un lungo documento di cooperazione. La cosa doveva aver rivestito una certa importanza nel contesto politico della Galassia, vista la portata di certe clausole, ma non era durata a lungo. Gli Y si erano presto ritirati in isolamento nel loro eremo orbitale sull’orlo della singolarità, i progenitori dei Vedha avevano compiuto un balzo prigoginico verso il loro stato attuale, che li portava a essere poco meno che degli osservatori distaccati della scena galattica.
Morgan e Wolfe erano riusciti a scovare l’emissario di una setta dissidente dei Vedha su 800801, un remoto avamposto ecumenico la cui importanza strategica era quasi pari alla densità di caratteri alfabetici nella sua denominazione. Qui, nel corso di una riunione d’affari surreale, erano riusciti a strappare una copia del Trattato in cambio di un artefatto logico che avevano spacciato per il prototipo della prima IA. Il Vedha se n’era tornato contento dai suoi compagni di cospirazione, magari sognando di sovvertire l’ormai cronica stasi della sua cultura; Morgan e Wolfe erano rincasati a Resurgam pronti a cambiare mestiere e tentare l’impresa di decriptare il mistero degli Y.
Nel loro tentativo di tracciare una corrispondenza simbolica avevano passato al setaccio una mole immensa di materiale: dagli oggetti di uso domestico alle oloproiezioni, niente era stato tralasciato. Il loro Catalogo rappresentava un’opera poderosa, a testimonianza di uno sforzo di comprensione eccezionale. Naturalmente, malgrado i loro sforzi, la maggior parte del sistema linguistico degli Y restava avvolto nel mistero, ma grazie a quel lavoro si era per lo meno cominciato a gettar luce sulla loro civiltà.
Il corridoio su cui s’affacciava il locale era immerso in una penombra malaticcia. L’illuminazione alogena era integrata dalle insegne degli altri esercizi, ma il risultato non cambiava granché. Qualche spaziale passeggiava e scrutava le vetrine, qualcun altro se ne disinteressava e puntava dritto sull’Antro dell’Eros Polimorfico che occupava il maggior locale di quel settore. Quando Jerry bussò alla porta della Bruja, il riconoscimento genetico necessitò di qualche secondo. Poi la serratura scattò automaticamente e loro furono introdotti all’antro della sibilla.
La sala d’esposizione era disseminata di roba proveniente da Klapeyron e dalle sue lune, esposta su banconi appositi dietro teche infrangibili. C’era a mala pena lo spazio per girarsi, ma quella era solo l’anticamera della cueva. Seguito da Ayesha, Jerry Lone puntò verso il retro, da cui proveniva un mormorio continuo, interrotto da qualche risata o esclamazione di disappunto. Scostò una tenda ricamata con i colori di qualche antica associazione terrestre (Ayesha non avrebbe saputo dire se fossero di una nazione, un partito o una città, e d’altro canto non aveva mai ben compreso la distinzione tra quelle primitive forme di organizzazione) ed entrò nel laboratorio che la Bruja, non senza un certo spirito fisico, aveva denominato Y-Work.
– Ecco finalmente la punta di diamante del recupero all’antica! – li annunciò la Bruja, seguita da un coro di saluti sussurrati distrattamente. La scena sembrava quella di un corso per ragazzini: una maestrina circondata da quattro mocciosi. Molti della vecchia guardia ricorrevano al trattamento Withlock per cancellare gli anni in eccesso. Se la Bruja aveva optato per un’età metabolica intorno ai trent’anni, altri avevano osato spingersi fino alla fase tardo-adolescenziale.
La squadra era al lavoro, come sempre, e si sarebbe detto che dall’inizio del progetto non si fossero concessi un solo attimo di pausa. L’impianto olografico proiettava tutt’intorno a loro un’inconcepibile complessità di dati interferenziali. Seminudi, gli operatori manipolavano l’informazione custodita dai processori quantistici connessi in rete con l’oloproiettore. Insieme agli ormoni trattati dall’organo dell’umore di Penfield, nelle loro vene scorreva un assortimento impressionante di angeli del sogno. Era così anche per lui e per Ayesha: diversamente, non avrebbero potuto raggiungere quello stato di comunione delle anime che li assisteva a ogni discesa nel Gorgo. Diversamente, nemmeno la Bruja sarebbe forse riuscita a esercitare i suoi sortilegi sul corpo di Ayesha.
Erano gli angeli del sogno a permettere alla squadra di maneggiare, in tempo reale e senza ulteriori mediazioni, il codice dell’holoware inscritto nei circuiti quantistici delle loro consolle da combattimento.
Come Morgan e Wolfe, anche gli altri erano esponenti della vecchia scuola, esploratori di lungo corso del Gorgo e delle sue propaggini storiche o planetarie, esperti che la Bruja aveva voluto al suo fianco in quell’impresa ai limiti dell’impossibile. C’erano Larry Underground, probabilmente il maggiore esperto informatico della Stazione, uno che pareva cresciuto poppando holoware e masticando righe di codice fin dalla prima dentizione, e Jessie K Rubin, una della sua stessa generazione. Jerry Lone era rimasto sorpreso la prima volta che l’aveva trovata lì, nel vederla lavorare con loro, ma Jessie K sapeva il fatto suo e in più era una collaboratrice stretta di Morgan e Wolfe.
Intorno agli operatori vorticava instancabile una nube di codice olografico. Non era quello che si sarebbe definito un ambiente di lavoro formale. Ad Ayesha bastò fare un passo avanti, intenzionata a rendere il consueto saluto alla Bruja e a Jessie K, per ritrovarsi avvolta da righe ancora instabili.
Larry lavorava in preda a un’estasi quasi furibonda. Mimava azioni interiori e prettamente neuro-angeliche con le mani, mentre spostava blocchi di codice e aggiungeva di getto nuove righe per poi modificarle, in un ciclo interminabile, senza tregua; Jessie K lo assisteva con cura nel suo lavoro, mentre Morgan e Wolfe controllavano la coerenza algoritmica delle implementazioni. Erano una catena di montaggio perfettamente collaudata, quasi infallibile sotto la supervisione di Rosario Espinoza.
– Sembrate a buon punto – azzardò Jerry. Non era un esperto di holoware, ma scorrendo una riga di codice s’imbatté in una interruzione dovuta a un refuso e, intercettandola con i suoi marcatori neurali (una scarica elettrica gli solleticò le dita della mano destra), la corresse.
Siamo a buon punto – lo corresse la Bruja, con un sorriso soddisfatto. – Il test dell’altro giorno ci ha messi sulla direzione giusta. Ancora qualche ciclo di iterazione e poi saremo pronti a tentare il collaudo. Tu che dici, Larry?
– Settantadue ore – disse Larry, sovrappensiero. Rispose quasi di riflesso, senza nemmeno emergere dal flusso del codice. – Massimo novantasei e poi passiamo al test definitivo.
Jerry si scoprì profondamente colpito. – Cosa ne è stato di quella sezione tecnica su cui vi eravate incagliati?
– Ci hanno pensato il dottor Morgan e il dottor Wolfe – dichiarò burlescamente la Bruja.
Morgan distolse gli occhi dal codice il tempo necessario per schernirsi dietro un sorriso. Faceva una certa impressione parlare con due scienziati del loro calibro, e vedere invece due ragazzini. Era qualcosa che lo frustrava inconsciamente, come se la sua mente si ribellasse a quella spudorata manomissione dell’archetipo del Vecchio Illuminato.
Senza voltarsi, Wolfe disse: – Abbiamo rintracciato un frammento analogo, catalogato come Rubin-160999. Uno dei suoi primi recuperi. Da quello siamo riusciti a formulare un’ipotesi derivativa che riteniamo promettente…
– È stato un piacere – dichiarò Jessie K, strizzando loro l’occhio dall’altra parte del cuballoggio.
– Se le cose stanno così, allora non credo che posso fare altro – ammise Jerry. – Se comunque posso esservi in qualche modo d’aiuto…
– Una cosa che puoi fare ci sarebbe – proclamò dopo una breve pausa la Bruja. La sua voce si era fatta carezzevole e allusiva. – Porta a casa questo fiore – continuò, rivolgendo ad Ayesha un sorriso malizioso, – e tienicela un po’ fuori dai piedi. Qui abbiamo da lavorare.
La scolaresca sorrise senza arrossire.

[5 – continua]

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Il GO DEEPER! era un locale anonimo e perennemente saturo di fumo, frequentato dai peggiori campioni di sopravvivenza impegnati nella difficile arte del recupero. Jerry Lone ricordava ancora quando vi aveva messo piede la prima volta: era accaduto un giorno imprecisato di – quanto? – sedici anni prima! Non riusciva a crederci: ricordava tutto come se fosse accaduto solo la settimana scorsa…
Laggiù aveva incontrato personaggi del calibro di Billy Holotropic Long e Rosario Espinoza detta “la Bruja”, autentiche leggende del giro. Aveva trascorso un sacco di serate a temporeggiare fino all’orario di chiusura, bevendo la birra annacquata di Kovacs e tendendo l’orecchio alle storie dei veterani del circuito. Aveva imparato lì dentro tutti i trucchi del mestiere che non era stato il campo a insegnargli con le sue maniere brusche e scorbutiche; i modi dei decani non erano stati certo più concilianti.
Quando era arrivato al punto di potersi accontentare, con abbastanza credito da strappare un passaggio a un incrociatore mercantile e prendere il largo, cercare un posto nuovo in cui costruirsi una nuova vita, Jerry Lone aveva preferito restare. Era stato allora che aveva vissuto il suo momento di maggior splendore, che comunque era durato il tempo di un paio di sbronze al tavolo dei grandi.
La generazione di recuperanti che era venuta dopo si era mostrata molto più intraprendente e ardimentosa. Gli stupidi principianti che non finivano stritolati nella morsa di Scilla e Cariddi facevano ritorno con meraviglie che quelli della sua scuola non avevano mai neppure sognato. Nessuno aveva sospettato dove potessero andare a scovare quelle sorprese, finché un moccioso troppo sensibile ai vapori dell’alcol non aveva confessato, nel corso di una sbronza colossale opportunamente sollecitata, che gli idioti della sua banda avevano cominciato a spingersi sempre più oltre, fino a sfiorare l’orlo di Niger RX-2047, a caccia di memorabilia sui sassi orbitali e le piattaforme abbandonate che il lento accrescimento del buco nero aveva ormai quasi portato a lambirne il limite statico.
Stupidi pivelli da quattro soldi!
La metà ci aveva lasciato le penne al primo volo e il tasso di sopravvivenza tendeva a logorarsi man mano che le incursioni si susseguivano. Ma quelli che tornavano portavano indietro oggetti straordinari, quotati per cifre pazzesche. E i volti si susseguivano con una rapidità sconcertante. Si era entrati in una fase di ricambio annuale, nel cui corso aveva assistito a una vera e propria escalation di follie.
Un grande del calibro di Holotropic si era lasciato prendere la mano e ci aveva rimesso le penne. Giunto al punto di non reggere più la pressione del confronto, sentendo il suo mito appannato era tornato sul campo per un ultimo volo dopo diversi anni di inattività. Le fauci di Niger RX-2047 non avevano avuto pietà di lui.
Jerry Lone aveva pianto per lui e quelle erano state le prime lacrime dopo molto tempo. Si era subito sentito uno stupido. Da qualche parte dell’Ecumene c’era sicuramente qualche ersatz derivato dallo stesso Zero di Billy Long. I miracoli della replicazione quantistica dispensavano a un costo accettabile le più assurde illusioni che avevano costellato ventimila anni di evoluzione dell’uomo: l’immortalità e l’ubiquità erano incluse nel prezzo.
Diversamente da Holotropic Long, Jerry aveva comunque preferito seguire i consigli della Bruja. Aveva continuato a volare, per tutti quegli anni, imparando a tenersi basso. Missioni di basso profilo e magri bottini erano stati il suo pane quotidiano per tutti quegli anni, ma anche la ragione per cui era diventato il più vecchio recuperante ancora in attività che continuasse a frequentare il GO DEEPER!
– Dimmi qualcosa di bello, ragazza – chiese la Bruja ad Ayesha, con la stessa voce suadente che aveva accarezzato Jerry Lone quando si erano trovati per la prima volta faccia a faccia, loro due soli. – Per i tuoi occhi sarei disposta a tornare nel Gorgo!
Era successo dopo che Nick Yellowbabe aveva deciso di mollarlo e tornarsene all’impiego meno impegnativo di lupo siderale. Per qualche giorno Jerry se n’era restato seduto al suo solito tavolo, un angolo in penombra del locale. Kovacs gli portava la birra ghiacciata necessaria al suo sostentamento e lui non azzardava una parola. Ignorava i vecchi amici, non si degnava neppure di salutare le vecchie glorie. Era stato Holotropic ad avvicinarlo per primo. Jerry era tuttora convinto che sarebbe stato capace di prendere a calci in culo chiunque altri avesse osato distrarlo dalla sua missione di autocompatimento. Ma non Holotropic.
HOLOTROPIC (con il consueto tono canzonatorio): Cosa c’è, chicco? La mammina ti ha lasciato?
JERRY (ancora quasi a digiuno del gergo dei recuperanti, malgrado il tempo trascorso nel Gorgo): Peggio. Il mio navigatore se n’è tornato a casa.
HOLOTROPIC (dopo aver soffocato una risata): Non mi dire!
JERRY (con una scrollata di spalle): E la cosa peggiore è che se ne va senza avere imparato un cazzo!
HOLOTROPIC: Così sei rimasto solo…
JERRY (dopo aver mandato giù un sorso di birra): Lasciati dire una cosa: ho intenzione di tornare là fuori appena avrò smaltito questa sbronza. Lo farò, ci puoi giurare. E se dovesse essere necessario, lo farò da solo!
HOLOTROPIC (senza trattenersi, stavolta, esplode in una risata fragorosa, poi tossisce): Jerry il Solitario! Così ti abbiamo trovato anche un nome, chicco. Era ora… Jerry Lone.
JERRY (dopo averci riflettuto un po’): Jerry Lone? Mi piace, suona bene… Può andare.
HOLOTROPIC (ricomponendosi): Ecco, Jerry Lone, adesso che ti abbiamo trovato un nome, cerca di dimostrarti all’altezza. Quindi, per favore, tieni a freno il tuo generatore di cazzate.
JERRY (colpito e affondato): Hmm?
HOLOTROPIC (sorride di nuovo): Il nome puoi pure tenertelo, ma lasciati dire una cosa, Jerry Lone: ci siamo passati tutti. Non fartene un problema, il suo abbandono potrebbe aver fatto la tua fortuna. Non ci hai pensato, chicco? Personalmente, a volte, mi capita di rendermi conto come le nostre vite non siano altro che trame intessute in un ordito più vasto. Stando così le cose, non è il caso di prendersela più di tanto…
JERRY (con aria sospettosa): Non vorrai riattaccare con quella storia che siamo tutti ologrammi, spero…
HOLOTROPIC (senza scomporsi): Ci sono ancora molte cose che devi imparare, chicco. E credo che una maestra arcigna che si fa passare per strega possa insegnartene almeno una buona parte…
JERRY (incredulo): La Bruja?
HOLOTROPIC (con aria sicura e compiaciuta): Proprio lei. Si dà il caso che proprio ieri sera ho saputo che la piccola Fiore di Loto ha deciso di mettersi in proprio, così la Rosa Spinata non se la sta passando meglio di te. Al momento viaggiate sulla stessa lunghezza d’onda, la sintonia può fare miracoli…
JERRY (non ancora convinto): E io dovrei farle da navigatore?
HOLOTROPIC (esibendosi nel ghigno di superiorità di chi si diverte a capovolgere le argomentazioni): Sei ancora un pivellino, ma potrebbe accettarti. Come ti ho detto, è un po’ giù di corda in questo periodo. È la tua occasione per farti le ossa: fossi in te ci penserei.
E Jerry ci aveva pensato. Arrivando al punto di convincersi che non avrebbe potuto rifiutare e poi continuare a credere di non essere un coglione. Anche la Bruja aveva accettato. Era stato l’inizio della loro amicizia, un sodalizio artistico interrotto solo tredici anni più tardi. Era stato quando la Bruja aveva deciso di ritirarsi. Jerry Lone non era rimasto solo a lungo. Aveva tenuto d’occhio un nuovo arrivo del Bordello di Mama Winthrop, abbastanza da scoprire che era arrivata su Resurgam con il sogno di entrare nel giro dei recuperanti. Era stata la sua grande occasione. E la Bruja aveva mostrato un debole per lei fin dalla prima volta che aveva incrociato i suoi occhi color notte.
Maman Rosario – disse Ayesha, nel tono ammiccante che aveva ostentato nei suoi confronti fin dal loro primo incontro. – I tuoi occhi non hanno nulla da invidiare ai miei.
La Bruja afferrò una mano di Ayesha senza distogliere gli occhi dai suoi e se la portò alle labbra. La baciò continuando a guardarla fissa negli occhi.
Jerry Lone continuò a sorseggiare la sua birra ghiacciata corretta con della tequila, lanciando occasionali occhiate all’ingresso del locale. Si sentiva irrequieto, come davanti a un appuntamento con il destino.
– Non capisco come fai a seguire questo schizzato nei suoi tentativi di suicidio – la provocò la Bruja, scherzosamente.
– Perché sono tentativi artistici di suicidio, Maman – replicò Ayesha, strappando un mezzo sorriso dalle labbra umide di Jerry Lone. Dal fremito che percepì nella sua voce, comprese che la Bruja stava interferendo con i suoi impulsi nervosi. Il semplice contatto le permetteva di interfacciarsi agli schemi neurali della ragazza agendo sui suoi angeli del sogno. La connessione empatica indusse in visibilio i nanosomi che Ayesha aveva in circolo. La Bruja, probabilmente, la stava sommergendo di stimoli di natura sessuale. Era un po’ il suo vizio.
Quando vide Ayesha mordersi il labbro inferiore e passarsi una mano tra i capelli, Jerry capì di aver colto al volo la situazione.
Ayesha si sentiva un fuoco. Fiumi di lava le scorrevano nelle vene. Il respiro stava accelerando. Sempre di più… Indugiò, poi una scarica di umido piacere le si liberò nel ventre.
Solo allora Jerry Lone si accorse del principio di erezione che gli premeva tra le gambe.
– Non cambia molto – replicò la Bruja, la sua voce che tradiva un certo compiacimento. – Lascialo e scappa via con me!
– Già stanca del paradiso, Rosario? – s’intromise a quel punto Jerry Lone. Gli occhi della Bruja, contornati di kajal, guizzarono sul suo volto. Jerry sentì qualcosa agitarsi dentro di lui, in fondo a un pozzo che credeva prosciugato.
La Bruja. S’era convinto che il suo epiteto, Rosario Espinoza se lo fosse ampiamente meritato coi fatti. Era una megera, una encantadora, una strega di lungo corso. Le aveva visto fare cose, nel Gorgo, che probabilmente nemmeno il più audace della nuova leva sarebbe stato capace di imitare in mille anni di tentativi. Come quando lo aveva spinto a rasentare per due intere circumnavigazioni l’orizzonte degli eventi. E adesso gli sbarbati s’illudevano di essere dei ganzi solo perché rischiavano di bruciarsi il culo sul limite statico. Dopo aver provato sulla pelle ciò di cui era capace, Jerry era arrivato a credere che il Gorgo fosse il suo habitat naturale e la Bruja rappresentasse la prima (o forse l’ultima) forma di vita completamente adattata al suo ecosistema quantistico. Una forma di vita dell’Orizzonte, per una metà parte del mondo esterno degli uomini, per l’altra radicata invece nella termodinamica del buco nero. La Bruja sapeva evocare le maree gravitazionali con la perizia di un rabdomante o un profeta, cavalcandone l’onda con la grazia di un delfino.
– Forse – ribatté la Bruja, laconica. Poi, tornando seria (gli affari erano affari, e la Bruja era pur sempre la più esperta operatrice nel settore della compravendita dei manufatti Y), aggiunse: – Ma prima di passare a parlare del futuro remoto, occupiamoci di quello prossimo. Non ti fai vivo spesso, Jerry… – Era per caso di rimprovero quella nota che ammiccava nel suo tono di voce? – Quando lo fai è sempre per lavoro. Allora, di cos’è che volevi parlarmi?
– Non mi scivolerai sul sentimentale? – la provocò Jerry Lone, notando come Ayesha si fosse nel frattempo stretta al corpo giovanile e procace della Bruja. Adesso era lei ad accarezzarle la mano, con estrema delicatezza, proprio come un’amante soddisfatta dopo l’orgasmo. Brava bambina, pensò. Continua a lavorartela così, dai… Poi, abbassando la voce di un’ottava, azzardò: – Forse siamo sulle tracce di una nave.
– Anche voi volete lasciare la fogna… Non ci vedo niente di particolarmente straordinario – giudicò la Bruja. Jerry scommise che stesse cercando di ignorare la sua dichiarazione. – Tutti, prima o poi, se ne vanno. I più fortunati lo fanno con la loro testa, gli altri la testa ce la rimettono insieme alle palle…
Jerry scosse il capo, con un ghigno. – Hai capito bene di cosa parlo, Rosario. Quindi, per favore, non fare la furba!
La Bruja s’irrigidì. – Ti avevo sempre dato per matto, Jerry. Matto come un cavallo, dicevano i nostri antenati. Ti giuro che è così. Ma tu sei una fonte di continue sorprese: hai trovato il modo più efficace per dimostrarmelo! Grazie per la collaborazione… ma al momento ho altre priorità.
Ayesha si portò la mano della Bruja alle labbra e le baciò la pelle frutto di un numero ormai incalcolabile di terapie rigenerative. – Ascoltalo, Maman Rosario. Sta dicendo la verità.
La Bruja tornò a scrutarlo, incredula. Dietro le sue pupille, la fiamma di un desiderio irrefrenabile le accendeva la retina. Le rispose tenendo gli occhi fissi su di lui: – Una nave Y? Non ci crederei nemmeno se la vedessi con i miei occhi, ragazza…
– Nemmeno io ho detto di averla vista – ammise Jerry Lone.
– Non dal vivo, almeno – rilanciò Ayesha. Stavolta la Bruja fu davvero sul punto di alzarsi e piantarli lì al tavolo.
– Abbiamo un sistema di navigazione – disse Jerry. – O, per lo meno, quello che crediamo sia un sistema di navigazione…
– Maledetto bastardo – esplose la veterana. – Ma ti rendi conto di cosa vai blaterando?
– Credo proprio di sì – annuì Ayesha. – Se vuoi ti porteremo il manufatto, ma non lo metterai in vendita…
– Ci aiuterai invece a capirne il funzionamento – aggiunse Jerry. – Hai gli agganci giusti. Del buon holoware ponte è quello che ci serve per leggere l’interfaccia e capirla…
– Sei un pazzo suicida e questo è il tentativo di suicidio più stupido di cui abbia mai sentito parlare!
– È un azzardo, hai perfettamente ragione. Non dico che riusciremo a portare in porto il nostro piano…
– Però ci aiuterai. Non è vero, Maman Rosario?

Quella sera, mentre faceva l’amore con Ayesha, Jerry Lone immaginò di scoparsi la Bruja: staccò il contatto neurale dalla ragazza – come facevano di tanto in tanto, per concedersi un diversivo – sintonizzò occhi e olfatto sui valori del corpo della donna che aveva memorizzato durante l’incontro e, come ai vecchi tempi, la cavalcò con impeto selvaggio. I gemiti di Ayesha si confusero alla fantasia originando una confusione di sensi ibridi che si dissolse nell’orgasmo.
Più tardi, riscorrendo la registrazione, Jerry Lone rivide nelle linee scattanti e armoniose del vascello Y la grazia del corpo di Ayesha. Possono le due cose essere collegate? si chiese accarezzando un fianco della ragazza che, girata verso il transpex, era scivolata lentamente nel sonno.
Doveva essere ormai al termine della sua discesa, lungo i settanta gradini che conducevano alla Caverna della Fiamma, anticamera alle meraviglie delle Terre del Sogno. Jerry si chiese se i sogni di uno spaziale, in orbita attorno a un buco nero lontano qualche migliaio di parsec dalle Terra, potessero essere in qualche misura simili a quelli di un terrestre addormentato, per esempio, a Providence, Rhode Island. Le Terre del Sogno circondavano i mondi oppure erano l’intersezione di tutte le proiezioni oniriche dell’universo?
Il respiro placido di Ayesha lo richiamò dal suo delirio lisergico. S’infilò i visori Y e tornò a guardare la nave aliena offrire l’ennesima dimostrazione delle sue straordinarie funzionalità. Le sue forme erano tanto aggraziate da sembrare perfino naturali, come se la nave Y non fosse un conglomerato di avanzatissima tecnologia aliena, ma il risultato di una linea evolutiva sconosciuta, il prodotto di un ecosistema. L’associazione lo folgorò: il vascello sembrava adattarsi in maniera fin troppo sospetta – a meno delle proporzioni di scala – alle conformazioni minerali che popolavano la Cintura.
Potevano gli asteroidi essere solo dei gusci per i vascelli Y? E se le cose stavano in quel modo, quante navi aliene erano sepolte nel cimitero orbitale di Niger RX-2047?

[4 – continua]

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– Cosa credi che sia? – gli chiese Ayesha.
Avevano visto, riavviato e rivisto l’ologramma almeno quattro volte. Poi Jerry aveva perso il conto. Ogni volta Ayesha aveva distolto i suoi occhi dalla magia della luce solo per rivolgergli uno sguardo interrogativo, che lui aveva intuito sebbene nascosto dalle lenti opache del visore Y.
Finora Jerry Lone si era limitato a una mimica fatta di smorfie e scrollate di spalle, ma all’ennesima richiesta sentì un’epifania prendere forma dal suo buio interiore. – Un sistema di navigazione…
Ayesha si sfilò il visore Y e lo scrutò incredula. Nello spazio vuoto davanti a loro, sullo sfondo della scenografia titanica e terribile del sistema di Scylla–Niger, il veicolo di luce manovrò nel cielo di Klapeyron evocando un grappolo di didascalie incomprensibili: albero imponente sospeso sulla punta di un vento ionico e circondato di parole, oltrepassò una luna, manipolò lo spazio e si aprì una fuga sotto il tessuto connettivo della realtà. Senza lenti, Ayesha non riuscì a cogliere il dettaglio frattale dell’ologramma, quella filigrana che compattava in ogni produzione artistica degli Y una densità d’informazione straordinaria. Ma anche senza lenti lo spettacolo era comunque straordinario.
Il vascello ruotò solennemente sul proprio asse. Poi, come ogni altra volta, evaporò in una pioggia di serpenti elettrici.
– Non può essere solo una registrazione? – obiettò Ayesha, quando tutto fu finito. – Come un documentario, oppure un kino
Jerry Lone scosse il capo. – Non mi convince. Se è come dici, perché avrebbero dovuto introdurre tutte quelle annotazioni?
– Sottotitoli?
– Troppo circostanziati, troppo precisi per essere solo le battute di un film muto.
Jerry Lone non era stupito dall’assenza di attori. Se c’era una cosa che gli umani avevano appreso sugli Y era la loro innata avversione all’iconografia. In nessuno dei manufatti culturali rinvenuti tra le rovine era stato trovato un accenno, anche minimo, alla loro individualità. Dalle prove indirette che erano state raccolte, si sapeva che gli Y dovevano avere avuto un aspetto umanoide, appendici manuali, statura media un po’ più alta della media degli spaziali. Si sapeva anche che dovevano aver avuto degli occhi per guardare in una gamma spettrale più estesa di quella che la natura aveva concesso agli umani, e delle orecchie per ascoltare musiche dalla vaga connotazione religiosa.
Quello che più lo aveva colpito della proiezione, era stata proprio l’assenza di un accompagnamento sonoro, che in tutti gli olofilmati recuperati dagli archivi degli Y rappresentava senza dubbio un elemento di primo piano nella creazione artistica. Ne deduceva quindi che l’ologramma che avevano appena contemplato non doveva essere nato con finalità artistiche. D’altro canto, tradurre l’intero corredo delle didascalie al filmato avrebbe richiesto diversi giorni di lavoro anche per uno specialista.
– È vero – s’illuminò Ayesha. – Manca completamente la musica.
Jerry Lone si sfilò il visore Y.
– Hai visto la distorsione?
Ayesha annuì.
– Può voler dire solo una cosa…
Almeno una cosa – lo corresse Ayesha.
– Curvatura – disse Jerry Lone.
– O aberrazione ottica – rilanciò Ayesha. – Un apparato mimetico, una tecnica disindividuante – ma neanche lei si sentiva di appoggiare una di queste ipotesi.
– Finora potevamo solo tirare a indovinare sulla loro tecnologia dei viaggi spaziali, ma adesso abbiamo le prove. Gli Y avevano la curvatura! – La voce di Jerry Lone divenne concitata. – Immagini cosa possono essersi inventati, con la curvatura e un buco nero?
Ayesha sbarrò gli occhi. Visioni di un abisso di tenebra che si spalancava da scariche di elettricità violenta, la forza di Alcubierre che deformava il continuum a quattro dimensioni piegando le linee di campo: uno tsunami gravitazionale che si propagava lungo le pareti di un cunicolo spazio-temporale esadimensionale, verso un punto di fuga situato in un universo adiacente.
– Un wormhole violerebbe il principio di causalità ristretta – osservò Ayesha, senza riuscire però a raffreddare l’entusiasmo di Jerry Lone.
Nella teoria dell’olomovimento di David Bohm, che poi era il substrato su cui si fondava l’intero sapere umano, il tempo non esisteva se non come proprietà locale dell’universo: non una dimensione aggiuntiva alle estensioni spaziali, ma un’illusione prodotta dalle interazioni della materia, o meglio degli “archetipi” della materia, informazione relegata su una superficie fotografica bidimensionale. Smesse le vesti di una grandezza assoluta, il tempo si riduceva a una proprietà relativa al nostro universo sensoriale, il quale nella realtà esisteva al di là di ogni processo evolutivo e di ogni dinamica, come una collezione di istantanee statiche simultanee, tutte indifferentemente concrete, tutte astratte da ogni logica evolutiva. Il problema connesso alla teoria era che essa restava per definizione inverificabile. Per questo ne era stata approntata una versione ridotta, in accordo con le osservazioni e le misure, capace di conciliare dati sperimentali e pura teoria attraverso un semplice passaggio al limite: il principio di causalità ristretta, che ne era la colonna portante, ripristinava la dialettica di causa-effetto come necessità nel nostro universo percepito. Nessuna violazione poteva essere tollerata, nemmeno localmente, a livello di materia ed energia. Ed ecco il dogma: la nostra realtà era strutturata nella totale obbedienza a questo principio, escludendo nel modo più assoluto i viaggi nel tempo, e limitando i viaggi a velocità iperluce alla pura informazione.
In quest’ottica, per via della loro natura singolare e stravagante, i buchi neri erano degli oggetti da maneggiare con cura: in una realtà a due dimensioni, un buco nero era la porta d’accesso all’altra faccia della realtà, oppure a un wormhole che sfociava sulla superficie di un universo completamente diverso. Alieno, pensarono simultaneamente Ayesha e Jerry Lone. Quel pensiero spalancò sotto i loro piedi la vertigine di un abisso siderale.
– Al contrario – replicò Jerry Lone. – Non ci sarebbe nessun paradosso. Un cunicolo spazio-temporale sarebbe solo la dimostrazione che la realtà è più complessa e meravigliosa di quanto vorrebbero farci credere gli scienziati e le Logiche, con i loro enormi cervelli strapieni di formule e equazioni integrali.
– Uhm – fece Ayesha, pensierosa.
– Forse l’olomovimento di Bohm è più complesso di quanto si siano ostinati a credere finora – riprese Jerry Lone. – Forse possiamo davvero accedere alla cosa che sta dietro al velo: la realtà ultima, definitiva…
– Lo credi davvero?
Le implicazioni di quell’idea erano evidenti a entrambi.
– È una possibilità – disse Jerry Lone.
Possibile, però, che fosse stata compresa anche dai misteriosi inquilini precedenti di Scylla–Niger? Tra le rovine della civiltà Y, era stato trovato un po’ di tutto: dispositivi quantistici, pseudo-libri, armi di ogni tipo, oggetti d’uso comune e di ogni foggia. Mai, però, qualcosa di più complesso. Gli Y non si erano lasciati dietro una sola nave, a quanto pareva. Tutto doveva essere stato imbarcato sugli immensi incrociatori ad albero che l’ologramma gli aveva mostrato. La loro consapevolezza si era dispersa nel vuoto interstellare. Ma un sistema di guida poteva voler dire, forse, un vascello nascosto da qualche parte.
La prima nave Y.
Era un’idea sconvolgente e Ayesha si sentì ribollire il sangue nelle vene al solo pensiero. Un vascello alieno nascosto chissà dove, magari in un hangar sotterraneo che centinaia di operazioni di recupero avevano sfiorato negli anni, senza mai arrivare a violarlo. All’interno di un asteroide.
– Ricordi dove l’abbiamo trovato?
Ayesha annuì. A differenza della maggior parte dei recuperanti – pivelli! – che si riversavano nelle città abbandonate o sugli asteroidi maggiori, come sciacalli famelici, Jerry Lone accordava da tempo le sue preferenze agli insediamenti più piccoli. Lo aveva imparato dalla Bruja, che lo aveva tenuto a battesimo: era lontano dai grossi centri che si concentravano le sorprese più interessanti; il che, considerato il carico ridotto che poteva essere imbarcato su una freccia – per ovvie ragioni di economia algebrica – e il desiderio di novità dei collezionisti, significava coniugare spesso il miglior bottino con la caccia più breve. Era stato proprio un asteroide insignificante, immerso nell’oceano di detriti spaziali che orbitava intorno a Niger RX-2047, la meta del loro ultimo recupero.
Dallo sguardo pianificatore di Jerry Lone, Ayesha comprese che sarebbe stata anche la loro prossima destinazione.

[3 – continua]

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Jerry Lone si accese un sigaro di marijuana e tabacco e lasciò che il fumo riempisse i suoi polmoni e la stanza. Allungata nella rete da letto, Ayesha fiutò l’aroma ricco e intenso e tossì. Jerry Lone amava quando lei arricciava il naso: quel gesto donava al suo viso un’espressione di grazia bizzarra, ed era ormai diventato un’abitudine in occasione delle sue fumate post-orgasmiche, se non altro fuori servizio.
Le aveva raccontato che quella strana usanza era stata molto in voga sulla Cara Vecchia Terra: il sigaro aveva avuto cultori e luoghi e occasioni sociali specifiche per il consumo. Ayesha aveva finito per figurarsi riunioni segrete di minuscole cellule cospiratrici, dove si discuteva di piani sovversivi in sotterranei impregnati di fumo (per qualche strana ragione, associava istintivamente le abitazioni urbane della CVT a cunicoli sotterranei, come se le città terrestri fossero dei veri e propri formicai…).
Jerry Lone le aveva raccontato anche di come aveva scoperto quel cimelio prezioso. Sulla Rotta 7 per Crazy Horse, quando era ancora un giovane dirottatore senz’arte né parte, lui e Yellowbabe avevano agganciato un vecchio cargo dell’IRA. Ayesha non sapeva molto delle prime fasi dell’esplorazione spaziale, così Jerry Lone le aveva spiegato che nei primi tempi la colonizzazione era stata condotta preminentemente da mani militari. L’Interplan Rescue Agency era il conglomerato economico-militare che aveva guidato l’impresa nel periodo immediatamente successivo alla Prima Transizione.
All’epoca, una nutrita guarnigione di uomini d’arme era stanziata su ogni avamposto coloniale. Dai registri di bordo il cargo diretto a Crazy Horse risultava essere un vascello d’appoggio, destinato agli approvvigionamenti della locale comunità IRA. Durante la traversata qualcosa era andato storto. Un’avaria tra un salto e il successivo, o forse un incidente provocato da una tempesta. Tutti gli occupanti erano morti congelati e l’intelletto di bordo sembrava flatlineato. Nella stiva, l’impianto di termoregolazione autonoma aveva salvato, insieme a un volume rilegato di carta autentica dal prezzo inestimabile (una copia della Cosmogonia di A. J. Specktowsky integrata dalle note del Reverendo Jacob Blake), una intera partita di vecchi Cuesta Ray Deluxe. E se allora Jerry Lone non aveva mai sentito nominare né Specktowsky né tantomeno Blake e adesso il libro se ne stava abbandonato in un angolo del loro cuballoggio in attesa di un acquirente, seppellito tra le altre cianfrusaglie, i sigari rappresentavano per Ayesha una minaccia continua. Rischiava di morire ammazzata dal fumo mefitico.
– Fumarli è meno pericoloso che respirarli? – si chiese.
Guadagnando coraggio, si protese ad aspirarne una boccata direttamente dalla mano di Jerry Lone. Il tentativo si risolse in un violento attacco di tosse.
Quando si riprese, se ne stette per un po’ a fissare l’espressione catatonica e soddisfatta di Jerry Lone. Cosa ci trovasse in quegli stravaganti reperti archeologici di un’epoca perduta, era un mistero di cui lei doveva rinviare l’illuminazione.

La battuta di caccia aveva fruttato una coppia di termopile, maneggevoli dispositivi capaci di convertire il calore in elettricità, un cratere forgiato in una strana lega metallica (secondo l’analizzatore, una lega intermetallica di sostituzione a base di alluminio e carbonio, con percentuali inferiori di tantalio e cromo, qualunque cosa significasse) e alcuni monili, raffiguranti simboli arcani per qualche incomprensibile rito religioso.
Quello che era parso da subito evidente ai primi esploratori, era stata la complessità imperscrutabile delle usanze di culto degli Y. Klapeyron IV doveva avere assistito, un tempo, a cerimonie di massa tanto solenni quanto laboriose, con luoghi sontuosi a fare da sfondo. Quale dio o bizzarro pantheon alieno gli Y adorassero, era ancora argomento di acceso dibattito. Ma a giudicare dall’importanza assegnata al vuoto nella loro iconografia, non sembrava priva di fondamento l’ipotesi che l’assenza, il nulla, lo Zero, potessero rivestirvi un ruolo primario.
A voler compilare un bilancio, era stata una buona caccia. Viste le abitudini ormai consolidate di Jerry Lone, non si spingevano spesso nella Cintura, praticamente sulle labbra gravitazionali del buco nero. Quella era ormai riserva di caccia quasi esclusiva dei recuperanti di ultima generazione, quasi tutti psichicamente instabili. Da tempo loro preferivano la superficie sconfinata, anche se meno fruttuosa in termini monetari, di Klapeyron IV.
Stavolta, invece, Jerry Lone aveva voluto spingersi fino a un asteroide senza nome, una roccia irregolare sospesa appena al di sopra della nube di plasma incandescente che vorticava nel Gorgo verso le fauci quantistiche di Niger RX-2047. Se si teneva conto della crescente difficoltà incontrata dagli altri recuperanti negli ultimi tempi, già il fatto di essere rientrati senza un graffio poteva essere considerato alla stregua di un successo. La complicata danza gravitazionale di Niger RX-2047 e della sua compagna, la luminosa subgigante azzurra Scylla, distante solo una manciata di unità astronomiche, produceva un effetto devastante sullo spazio locale del sistema. Increspature e frange d’interferenza nel continuum spazio-temporale potevano degenerare in vere e proprie tempeste gravitazionali. Per non parlare delle complicazioni elettromagnetiche… Persino in momenti di calma relativa diventava un’impresa controllare l’effetto reciproco delle due grandi masse in orbita, quando queste interagivano con gli altri oggetti del sistema. Oltre a Klapeyron IV e alle sue lune, lo spazio orbitale ospitava anche una nana bruna, due giganti gassosi e altri quattro pianeti di classe T. Tutti orbitavano intorno al comune centro di massa dei due oggetti stellari. La fascia asteroidale che cingeva Niger RX-2047 doveva essere tutto ciò che restava di un quarto gigante, fatto a pezzi dalle maree ancor prima che gli Y approdassero nel sistema.
Per via della danza gravitazionale Resurgam doveva percorrere un’orbita fortemente inclinata sul piano dell’eclittica, imperniata sul fulcro gravitazionale dei due titani. E per questo ogni tuffo nel sistema, a caccia di reliquie tra le rovine di Klapeyron IV e ancor più nella Cintura, assurgeva alle proporzioni di un’impresa epica. Equivaleva a calarsi nel maelstrom di Niger RX-2047, perennemente in agguato, pronto a violentare da un momento all’altro la temeraria Scylla e distruggere chiunque altri si fosse interposto all’oggetto delle sue attenzioni, in una trasfigurazione cosmica del mito classico di Cariddi.
– Credo che dovresti vedere questa cosa, Jerry – disse ad un tratto Ayesha. Stava passando in rassegna il bottino per l’inventario. Pur avendone completato la scansione, da qualche minuto si stava rigirando tra le mani il cratere di lega.
– Cosa c’è che non va? – chiese Jerry Lone, continuando a lavorare sul progetto olografico. Una delle attività a cui si dedicava con maggiore trasporto nei tempi morti, era il modellamento planetario. Fin dal suo arrivo lassù, si era occupato di un unico sistema: la coppia Scylla–Niger. Sperava che quell’ulteriore studio si rivelasse complementare alle sue attività di recupero, aiutandolo a pianificare con la massima cura possibile le incursioni tra le macerie degli Y. Le discese erano ancora affidate in larga misura all’istinto di pilota e navigatore: persino l’intuizione dell’Algebra della freccia necessitava di una programmazione adeguata, in aggiunta alla mediazione di Ayesha. A quel modo era come lanciarsi in una corsa al buio lungo un corridoio gravitazionale: tremendamente pericoloso. Significava vivere in uno stato perenne di precarietà.
– Vieni a dare un’occhiata – insistette Ayesha. In quell’esatto momento, come un riflesso deformato e ingigantito del suo modello olografico, dall’anfora emerse il Gorgo, imponente flusso di gas incandescenti che da Scylla spiraleggiava nelle fauci invisibili di Niger RX-2047, avvolgendosi in un disco di accrescimento che celebrava su scala stellare l’attitudine della Natura alla violenza.
Quello che si parò ai loro occhi fu il trionfo della morte.
Ne furono ipnotizzati prima ancora che Ayesha recuperasse un paio di visori Y da una sacca. Senza batter ciglio guardarono la proiezione come bambini davanti al loro primo ologramma.

Gli Y si erano stanziati attorno a Niger RX-2047 presumibilmente al termine di una lunga traversata cosmica. Vi avevano impiantato il nucleo di una civiltà avanzatissima. Avevano vissuto il loro rinascimento – magari l’ennesimo – e poi, da un giorno all’altro, erano svaniti nel nulla. Era accaduto in un momento storico antecedente alla comparsa delle prime civiltà mesopotamiche sulla Terra. L’analisi del carbonio-14 e del radio-226 aveva permesso di fissare una data piuttosto precisa per quell’evento al 9960 avanti Cristo, anno più anno meno. A quell’epoca risalivano i più recenti manufatti rinvenuti nel sistema, per la precisione sugli asteroidi.
Nessun’altra traccia degli Y era stata ancora riportata alla luce altrove. Per via delle sue rovine, disseminate di tecnologia aliena, archeologia e raffinate opere d’arte, Klapeyron IV era apparso fin dal primo istante uno scrigno di ricchezze, il paradiso dei recuperanti. Ma le meraviglie più straordinarie parevano concentrate nella Cintura.
Era stato quindi piuttosto naturale che bande di espatriati, fuorilegge e desperados scegliessero Scylla–Niger come approdo di ventura per le loro peregrinazioni galattiche. Qualcuno dei primi coloni aveva azzardato un esperimento in proprio di conversione energetica, che aveva condotto alla nascita della Cattedrale. I suoi adepti e discendenti si erano coalizzati nella classe degli Estrattori, casta elitaria nell’attuale scenario sociale del sistema. I recuperanti erano giunti più tardi e avevano assemblato una città spaziale dal nulla. Sulla Vecchia Terra si sarebbe detto “un mattone dopo l’altro”. Ma lassù, in mezzo al vuoto siderale, a due passi da un vortice di dimensioni stellari e a qualche migliaio di parsec dal Sole, si parlava di tubi.
I tubi erano i moduli abitativi standard che, opportunamente interconnessi tra loro, erano alla base delle strutture complesse degli habitat orbitali: anelli, fusi, alveari. E tubi erano anche i componenti primari dell’ossatura solida dei moduli: nanotubuli di carbonio, per l’esattezza, materiale compatto e malleabile, robusto e intelligente. Così, un tubo dietro l’altro, era venuta fuori Resurgam, una sorta di escrescenza tumorale nata da una cellula impazzita della Cattedrale, un sogno orbitale degenerato in incubo. Simulacro vivente di una città spaziale, organismo impazzito e fuori controllo, vagava sull’abisso di Scylla–Niger come il cadavere di un’ape regina trascinata alla deriva dalla corrente.
Vista dall’esterno, la Stazione era una struttura notevolmente sbilanciata, un paradosso tenuto insieme dalle preghiere dei suoi abitanti. Nessuno conosceva il numero esatto degli Estrattori, ma come ogni clan industriale autosufficiente doveva essere inferiore alle stime più prudenti. Di recuperanti, invece, ce n’erano decine, centinaia. E con le loro famiglie e le attività economiche che prosperavano intorno al business del recupero (commercianti, rigattieri, restauratori, ricercatori, tecnici aerospaziali, operatrici ricreative), la popolazione di Resurgam ammontava a qualche migliaio di abitanti. Tutti concentrati in una bagnarola scricchiolante e azzoppata, come una sorta di avanguardia proletaria del suicidio sistematico.

[2 – continua]

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Furono i gemiti a scatenare violente fluttuazioni di stato nel suo spazio delle fasi. La realtà oscillò mentre i parametri cercavano la chiave d’accesso di un’altra possibilità, verso un equilibrio nuovo. Con tutte le variabili in gioco – pressione sanguigna, pulsazione cardiaca, tracciato delle onde Beta e relativi salti di frequenza nella banda 13-30 Hz, a veicolare coordinate spaziali e relativi incrementi differenziali del primo e del secondo ordine, gradiente termico, intensità delle radiazioni e flusso ionico – non era un compito di facile risoluzione.
Si trovavano ad attraversare la zona di fetch, dove si generano le onde gravitazionali in prossimità di una concentrazione significativa di massa e in presenza di venti di particelle intensi; una regione in cui la superficie dello spazio anti-de Sitter che descrive l’universo come una superficie iperbolica appare confusa e i processi che vi si svolgono sono soggetti a un andamento disordinato, con forti oscillazioni indotte nella schiuma quantistica del vuoto dalle continue transizioni energetiche che alimentano le cosiddette onde di swell o di «cosmo morto», che allontanandosi lungo le direttrici tangenti alla superficie della singolarità crescono e si regolarizzano; e loro erano proprio lì, nella zona critica, quando dal reticolo dello spazio anti-de Sitter emersero configurazioni mutanti contro un orizzonte sempre più vasto. Il segnale di generazione dell’onda affiorò dalla superficie a massima entropia con il suono di un corno da postiglione. La configurazione ribollente dello spazio liberò dal Gorgo un treno di onde di mare morto.
Jerry Lone non si fece trovare impreparato. Catturarle era l’aspetto più divertente del suo lavoro: come sempre, brividi e fremiti percorsero le sue membra, evocando un piacere viscerale…
Un attimo prima: sotto di lui Ayesha stava sospirando, mentre assecondava il ritmo incalzante dell’amplesso. Jerry Lone addentava il piacere con un misto di furia fremente e di rabbiosa vitalità. Un’istantanea di brevissima durata gli fissò nella mente l’analogia della fanciulla con le seducenti forme argentate di un incrociatore militare della NERVE…
Un attimo dopo (nell’accezione di Planck, esattamente 10-43 secondi più tardi): il carbonio nanotubolare che componeva la struttura intelligente della loro freccia mutava per adattarsi al cambiamento delle condizioni operative. Sentì il vento di particelle, là fuori, accarezzargli lo scafo con dolcezza. Avvertì il ruggito della singolarità in agguato, appena sotto il ventre della Silver Surfer.
Quando il tempo accelerò bruscamente, assestandosi nuovamente nello spettro delle percezioni umane, Jerry Lone confuse il flusso ininterrotto dei dati tecnici con il forte, sensuale afrore ormonale di Ayesha.
– Oh sì! Ancora… così! Più giù! Così! – stava dicendo Ayesha, scandendo i tempi di una danza orgasmica. – Così…
Sotto le mani Jerry Lone seguì il profilo regolare e snello dei suoi fianchi, percepì il fremito del suo ventre, immaginò i seni sussultare gonfi e turgidi. La percorse fino a incontrare lungo il crinale del piacere le dune sussultanti delle costole. La pelle di Ayesha splendeva in un trionfo di ambra bruna sotto un velo di sudore come rugiada terrestre. Quando si perse sulla curva della sua schiena – la scala vertebrale di un crescendo sinfonico – Jerry comprese che era giunto il momento.
Colse l’attimo.
La freccia scivolò sulla cresta gravitazionale della singolarità, schizzando in un condotto a basso dispendio energetico a una frazione pari al 58% della velocità della luce, proiettando davanti a sé un campo a inversione di spinta. In un effetto domino l’inversione gravitazionale accelerò ulteriormente la loro corsa, lanciandoli all’inseguimento dell’ombra cosmica di una lepre fantasma.
Lontano dalla stazionarietà non c’è modo per controllare su lunghi intervalli una dinamica non-lineare. In quei frangenti, Jerry Lone rimetteva la loro sorte nelle mani dell’istinto.

La Stazione orbitava alta nel cielo sopra il Gorgo. La complessa configurazione gravitazionale del sistema la obbligava a una danza senza sosta, un comportamento non-lineare che immancabilmente colpiva l’osservatore esterno con la sua bizzarria.
Ayesha era capace di restarsene ore davanti al transpex, a contemplare quel valzer cosmico senza sosta. Guardava il convoglio degli Estrattori scivolare puntuale sulla sua orbita: lo scafo lucido brillava nella notte cosmica, riflettendo la luce gelida di Scylla e quella del Gorgo che spiraleggiava attorno al buco nero, immenso disco di accrescimento di polveri e plasma incandescente. Il convoglio scivolava su binari invisibili che lo spingevano oltre il limite statico di Niger RX-2047, dentro l’ergosfera, da cui emergeva dopo aver barattato un carico di scorie e rifiuti (avidamente inghiottito dall’orizzonte degli eventi) con un utile di energia angolare. Avvitandosi, il treno transitava poi nella cosiddetta Cattedrale, che provvedeva a estrarre il guadagno energetico convertendolo in forma utilizzabile, per soddisfare il fabbisogno di tutta la Stazione. Il surplus veniva rivenduto sulla proficua borsa dell’energia, a distributori che giungevano da ogni parte dell’Ecumene per acquistare la linfa del buco nero, imbrigliarla nei loro megalitici accumulatori e rivenderla a prezzi competitivi sui mondi dell’uomo.
Gli Estrattori la mercanteggiavano con compilatori di ultima generazione, ricambi per gli apparati della Cattedrale, materiale genetico, know-how e, talvolta, opere d’arte. Antichi volumi rilegati o tascabili sgualciti altrettanto venerandi, installazioni, oggetti d’antiquariato; ma anche statue, manufatti e bigiotteria di qualche civiltà aliena. Le quotazioni migliori toccavano, paradossalmente, all’archeologia Y, disponibile in quantità generose poche unità astronomiche sotto di loro, sulla superficie ormai morta di Klapeyron IV, delle sue lune e della cintura asteroidale.
Gli umani non erano stati i primi a stanziarsi nel sistema. Prima di loro, molto tempo prima, era stata la volta di quelli che i successori avrebbero chiamato “gli Y”. La curiosa denominazione era stata ispirata ai primi esploratori dai manufatti disseminati su Klapeyron IV: nelle incisioni, la somiglianza di alcuni simboli ai vecchi alfabeti terrestri sembrava raggiungere picchi d’affinità inaspettati proprio in corrispondenza della lettera Y. Che quell’appellativo, poi, avesse una connotazione enigmatica per via della sua assonanza con una tipica interrogativa inglese, era un bizzarro scherzo del destino.
Se era ormai abbastanza chiaro che la civiltà degli Y era giunta sull’orlo del buco nero proprio come qualche millennio più tardi avrebbero fatto gli umani, la loro fine restava ancora avvolta nelle spire di un fosco mistero.
Inghiottiti nel nulla. Era possibile un’altra definizione per la loro sorte?
Gli avamposti lunari, come pure le città su Klapeyron IV e le installazioni orbitali, non recavano altri segni che non l’usura del tempo. Ci si sarebbe aspettati di imbattersi nelle tracce di un violento conflitto interplanetario, magari non crateri e sabbia vetrificata ma almeno tecnologia distrutta e resa inservibile, edifici rasi al suolo, resti di cadaveri alieni (scheletri, oppure fossili). Invece, niente di tutto questo. La tecnologia era ancora in funzione. Le case, ancora in piedi, aspettavano forse che i vecchi proprietari rientrassero nelle stanze abbandonate da tempo, riempiendo quel vuoto con il rumore dei passi, con il suono di antiche parole impronunciabili. Era tutto come se, un bel giorno, un’intera civiltà avesse fatto i bagagli e fosse partita per un week-end fuori città. Poteva essergli capitato qualcosa lungo la strada del rientro?
Ad ogni buon conto, il mistero forniva linfa vitale al commercio di Resurgam. Squadre di recuperanti setacciavano le rovine di Klapeyron IV e delle sue lune a caccia di reperti. Il recupero era la principale fonte di collocamento nello spazio locale di Niger RX-2047. Se il traffico in energia era un’esclusiva degli Estrattori, gli altri inquilini di Resurgam erano quasi tutti recuperanti.

[1 – continua]

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– Zfwfz – si sentì chiamare – Dovresti venire a dare un’occhiata…

– Un attimo – rispose. Era intento a verificare un imprevisto rallentamento della piattaforma. Negli ultimi tempi aveva avuto un bel daffare, tra blocchi improvvisi, glitch e sempre più frequenti casi di saturazione delle risorse di calcolo.

– Mi spiace insistere, Zfwfz. Ma dovresti proprio venire a vedere.

A un certo punto, Zfwfz aveva perfino temuto che la piattaforma potesse essere stata infiltrata da un codice maligno. Naturalmente questo era impossibile. Ma esclusa anche quell’ipotesi, ciò che rimaneva, per quanto improbabile, doveva essere la verità. Per questo aveva cominciato a temere il peggio.

Zfwfz si mosse verso la postazione del collega più giovane, senza riuscire a silenziare i pensieri che gli ronzavano nei circuiti neurali. – Ma… – Non poteva essere! Punti rossi si accendevano in sequenza sulla superficie del pianeta sotto di loro, si univano a formare delle fratture in corrispondenza delle zone più instabili.  E infine le fiamme dell’odio e del rancore, della rabbia e della violenza, inghiottivano tutto.

Passò in rassegna ripetutamente i parametri impostati, gli indicatori di stato. Potevano davvero essere vittima di un sabotaggio? – Stai usando il nuovo set di variabili di controllo?

– Quello validato dopo l’ultima revisione – confermò Krwrk. Poi, mentre Zfwfz continuava a esaminare la simulazione con le sue ferite sanguinanti, indicò la scala temporale. – Quando arriviamo intorno alla milleduecentesima generazione…

– E sei proprio sicuro che nessuno abbia interferito con l’inizializzazione delle variabili? – lo interruppe Zfwfz.

– Sono l’unico ad averci lavorato – replicò Krwrk, senza distogliere l’attenzione dallo scenario in lenta ma inesorabile progressione verso l’apocalisse. Ormai non rimaneva un solo continente immune dalle fiamme. L’incendio si era propagato a investire ogni più remoto angolo del pianeta.

Dopo la revisione si aspettavano un significativo aumento dei mondi stabili, ma erano riusciti a spingere avanti l’orizzonte precedente di appena qualche centinaio di generazioni. Dopo il migliaio i segni di instabilità si facevano sempre più insistenti e tenaci, fino a diventare irreversibile. Il tasso delle simulazioni abortite aveva frantumato ogni precedente record.

– Forse è il caso di chiedere una verifica al Dipartimento Metodi e Modelli Matematici? – chiese Krwrk.

Zfwfz indugiò, senza davvero prendere in considerazione il suggerimento. – E magari farci tagliare il budget del prossimo trimestre? O peggio ancora: farci dissanguare per mantenere le loro astrazioni fuori dal mondo! No, dobbiamo prima assicurarci che il problema non sia qui dentro, da qualche parte. Gli esiti dipendono intrinsecamente dalle…

– … condizioni di partenza – completò Krwrk. – Lo so. È per questo che ho verificato. Tutto. Già tre volte.

– E ogni volta…

– Esatto. L’esito è lo stesso.

– Ma come può essere? Tutti e trentasei?

Krwrk non rispose. Il silenzio parlò per lui.

– E allora vediamo… Cominciamo.

– Tutti e trentasei? Uno per uno?

– Tutti e trentasei – confermò Zfwfz.

Krwrk impartì una serie di comandi alla simulazione e la piattaforma rispose tornando indietro di alcune generazioni ed evidenziando in un colore ocra la posizione dei trentasei Lamed Wufnik. Le luci corrispondenti si accesero all’unisono, illuminando una costellazione che abbracciava i cinque continenti e, in alcune epoche, i più remoti avamposti terrestri: in Alaska, nelle isole del Pacifico e dell’Atlantico meridionale, in Antartide…

– Da qui, va bene – approvò Zfwfz.

La simulazione riprese a scorrere. Man mano che il tempo passava, alcune luci si spensero e simultaneamente altre si accesero in punti diversi del pianeta. Una nuova luce per ogni luce che si spegneva. Erano i trentasei pilastri segreti, coloro sui quali si reggeva il peso dell’universo intero: erano loro a mantenere la simulazione in equilibrio, a evitare che il germe della decadenza insito in ogni costrutto naturale o artificiale prendesse il sopravvento e apponesse il sigillo definitivo ai giorni del Creato.

– Ecco, è qui che comincia – gli fece notare Krwrk, indicando il bacino del Mediterraneo e a seguire il Mar Nero, l’Asia Centrale, l’arcipelago indonesiano e il Centroamerica. – Vedi?

– La distribuzione diventa anomala – osservò Zfwfz. I trentasei punti ocra non erano più sparsi in maniera casuale in ogni regione del pianeta, ma la loro comparsa diventava sempre più correlata con lo stato precedente. Grappoli di Lamed Wufnik si concentravano in prossimità delle regioni critiche.

– E andando avanti le cose non migliorano.

I trentasei giusti rimanevano localizzati in corrispondenza delle zone rosse, denotate da condizioni più instabili e avverse alla loro sopravvivenza. Generazione dopo generazione la durata delle luci ocra si accorciava e man mano che la loro aspettativa di vita si riduceva aumentava anche l’attesa per l’apparizione di nuovi Lamed Wufnik. Il rosso, alla fine, inghiottiva l’ocra e gli ultimi pilastri si spegnevano uno dopo l’altro, senza trovare ulteriori staffette a cui passare il testimone dell’umanità.

La sequenza si completava con il rosso che finiva per assorbire l’intero pianeta in una sfera di fuoco, trasformandolo in un globo sterile, un ammasso di cenere e rovine, un’arida roccia in orbita intorno al suo minuscolo, banale, insignificante sole giallo, in una regione periferica della Via Lattea.

– È un punto di non ritorno – constatò Zfwfz, rimuginando sulle possibilità che non avevano ancora esplorato.

– Potremmo provare ad aumentare il numero dei Lamed Wufnik – suggerì Krwrk dopo qualche minuto di pesante silenzio, più per allentare la tensione che per avanzare una proposta concreta.

– Lo sai come la pensa Jlwlj. Non conosco nessun altro con la sua stessa sensibilità ai numeri. Se ha deciso che dovessero essere trentasei, trentasei devono essere. Non c’è verso di ridurli o aumentarli. Tanto varrebbe rivolgersi direttamente a quelli di Metodi e Modelli. Però, in effetti, forse qualcosa potremmo tentare…

– Cosa intendi?

Zfwfz prese il controllo della simulazione e la riportò al punto zero. Krwrk attese di vedere quali parametri il collega più esperto avesse intenzione di modificare, ma con sua sorpresa si accorse che Zfwfz non si era fermato all’istante d’origine comune a tutte le simulazioni a cui avevano lavorato negli ultimi anni.

– Ecco qui – annunciò infine il collega anziano.

– Siamo tornati indietro di quasi duemila generazioni.

– Sono circa cinquantamila anni – confermò Zfwfz. – Verso la fine del periodo di convivenza tra specie diverse di ominidi. Ed ecco qua – aggiunse, apprestandosi a operare le sue modifiche al programma sotto lo sguardo attento di Krwrk.

Quando la simulazione riprese a scorrere, assistettero insieme al tramonto dell’Homo sapiens e all’ascesa dell’uomo di Neanderthal. Più che sopravvento, in realtà, si trattò di un prevalere gentile: i sapiens non furono spazzati via, ma assorbiti, integrati nella specie più antica. Seguirono i classici periodi di espansione e di crisi, questi ultimi in corrispondenza di cataclismi naturali come eruzioni vulcaniche, ere glaciali, maremoti, terremoti, sciami meteorici. Ma la nuova specie mostrò una capacità di adattamento senza confronti, oltre a dimostrarsi molto meno bellicosa di tutte le civiltà che Zfwfz e Krwrk avevano monitorato in anni di esperimenti con i sapiens.

Duemila generazioni dopo il nuovo inizio, i nuovi umani cominciavano a espandersi su altri pianeti, allontanandosi sempre più dalla loro culla verde e costruendo una vera e propria civiltà spaziale nel giro di meno di mille generazioni. E dopo altre mille, la simulazione non mostrava crepe o segni di instabilità: continuava a tenere meravigliosamente! I trentasei giusti si sparsero tra i pianeti e questo contribuì a costruire una barriera ancora più resistente contro il rischio sempre in agguato dell’estinzione.

– Sembrerebbe che in un modo diverso abbiamo trovato anche stavolta un punto di non ritorno – osservò Krwrk. Avevano ormai accumulato diverse settimane di sperimentazione, abbastanza per azzardare un primo bilancio. – Mi chiedo solo se Jlwlj non troverà davvero niente da ridire.

Le simulazioni in corso avevano superato da tempo la soglia psicologica del milione di generazioni. E la civiltà non aveva mai conosciuto un’epoca più florida.

Zfwfz gli rivolse un’occhiata eloquente e sorrise compiaciuto. – Ha fatto lui le regole. Finché ci saranno trentasei giusti, non potrà annientare il genere umano.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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