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Sono trascorsi due anni dall’arrivo nelle sale di Blade Runner 2049 (era il 6 ottobre 2017) e, se da una parte i risultati definitivi al botteghino sembrano aver dato ragione a chi prevedeva il mancato pareggio del budget (gli incassi si sono fermati a 259 milioni di dollari, a cui bisognerebbe ora aggiungere ora i ricavi dalla distribuzione in DVD e Blu-ray), dall’altra è trascorso tempo a sufficienza per trarre un bilancio meno condizionato emotivamente sull’esito della pellicola. Siamo sempre nella sfera del gusto soggettivo, ma a distanza di due anni posso scrivere che nel mio caso il senso di appagamento visivo e di stupore, di meraviglia e di coinvolgimento innescato dalle prime visioni non è andato scemando, anzi ogni volta che se ne presenta l’occasione (nei passaggi televisivi, in home video), non mi lascio scappare l’occasione per tornare sotto la neve sporca di Denis Villeneuve. E la magia si rinnova.

C’è da dire anche che questo film ha rimesso in marcia delle rotelle che non giravano da un po’. Se è presto per dire quale sarà il risultato in questo caso, intanto quanto scrivevo sopra mi sembra un risultato degno di nota, soprattutto rispetto a quanti sostenevano che il film non sarebbe durato oltre l’orizzonte degli eventi degli entusiasmi iniziali. Blade Runner 2049 è ancora lì e per me resta il film migliore di questi ultimi anni. E sono convinto che sia destinato a restare.

Ana Stelline: I Replicanti vivono vite dure, creati per fare quello che noi preferiamo non fare. Non posso aiutarli con il futuro, ma posso darvi dei bei ricordi a cui ripensare, per cui sorridere.
K: È bello.
Ana Stelline: È più che bello. Sembra autentico. E se hai dei ricordi autentici allora puoi avere vere reazioni umane. Non pensa anche lei?

Se ti interessa puoi recuperare la mia recensione o l’articolo scritto per Delos SF, oltre a tutti i pezzi che puoi trovare negli archivi storici di Holonomikon.

Ma adesso guardate ottobre. Le scuole sono cominciate da un mese, e voi ve la prendete più calma, tirate avanti. Avete il tempo di pensare all’immondizia che scaricherete sul portico del vecchio Prickett, o al costume da scimmia che indosserete alla festa dell’YMCA l’ultima sera del mese. E se è già il 20 ottobre e tutto odora di fumo e il cielo è color arancio e grigio cenere al crepuscolo, sembra che Halloween non verrà mai, in una pioggia di manici di scopa e in un filtrare sommesso di lenzuola agli angoli delle strade.

Ma in un anno strano, buio, lungo e assurdo, Halloween venne in anticipo.

Un anno Halloween venne il 24 ottobre, tre ore dopo mezzanotte.

A quell’epoca, James Nightshade, che abitava al 97 di Oak Street, aveva tredici anni, undici mesi e ventitré giorni. Il ragazzo che abitava alla porta accanto, William Halloway, aveva tredici anni, undici mesi e ventiquattro giorni. Entrambi stavano per raggiungere i quattordici anni: gia i quattordici anni tremavano nelle loro mani.

E poi vi fu quella settimana d’ottobre in cui divennero adulti di colpo e non furono mai più giovani…

Tratto da Il popolo dell’autunno (Something Wicked This Way Comes, 1962) di Ray Bradbury. Traduzione di Remo Alessi (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2002). Foto di James Jordan: ”Night Station”.

Sono cieco, ma conosco la strada delle stelle.
Walter M. Miller, JrLo spazio è la mia arpa

Nello spazio ogni manovra ha un costo in termini di energia. Cambiare orbita, cambiare rotta, rallentare, accelerare. Lo fai solo a costo di accendere i motori e bruciare carburante. E se non fai bene i calcoli, prima o poi il carburante finisce.

Ecco perché nello spazio ogni grammo conta. Trascurando il peso del resto della nave, imbarcare 10 tonnellate di carburante o imbarcarne 1000 comporta motori di potenza 100 volte maggiore per erogare la stessa spinta.

Ne consegue che una nave pensata per coprire lunghe tratte avrà caratteristiche necessariamente diverse da una concepita per operazioni a corto raggio.

Source: Ad Astra.

Nello spazio, ma più genericamente in natura, vale la legge dell’inverso del quadrato: a una distanza doppia, corrisponde una portata dimezzata. Che si tratti di gravità o esplosioni di energia, gli effetti non aumentano al crescere della distanza.

Nello spazio il tuo corpo non esplode. Ciò non toglie che l’esposizione allo spazio abbia degli effetti controproducenti in termini di sopravvivenza oltre il breve termine (tre o quattro minuti). I tessuti non si nebulizzano in un’esplosione di sangue e brandelli di carne, ma la differenza di pressione ti gonfia, la temperatura ti congela. Ecco perché nello spazio non puoi pensare di accedere a un habitat pressurizzato semplicemente aprendo una porta. E nemmeno puoi pensare di portarti a bordo una pistola o dell’esplosivo, a meno che il Comando Spaziale abbia rinunciato a tutto il suo Dipartimento per la Sicurezza, la Salute, l’Ambiente e la Qualità.

Source: Ad Astra.

Nello spazio non c’è amore. Ci sono atomi, per lo più ioni, e particelle elementari: protoni, neutroni, elettroni, fotoni, neutrini.  Ci sono tracce di antimateria: positroni e antiprotoni. Ci sono i raggi cosmici, che comprendono una vasta gamma di queste particelle ad alta energia, e che hanno effetti spiacevoli per i tessuti organici ma non solo. Ci sono rocce, polveri, ghiaccio, soprattutto in prossimità di corpi celesti maggiori, dalle cui dinamiche di interazione spesso vengono prodotti. Non puoi pensare di passarci attraverso ad alta velocità, non più di quanto tu non voglia guidare una Ferrari a tettuccio scoperto sotto una grandinata.

Source: Interstellar.

Nello spazio non ci sono verità soprannaturali in attesa di essere svelate, solo grandezze fisiche da misurare, problemi di moto da risolvere alle basse velocità ed equazioni relativistiche da considerare alle alte velocità.

Prima di avventurarti nello spazio, ti conviene aver fatto bene i tuoi compiti. O sperare di non incontrare qualcuno che li abbia fatti con più attenzione di te.

Source: Interstellar.

Queste sono due o tre cose che so sullo spazio e potrei sbagliarmi su alcune, non mi sono aggiornato molto ultimamente e le ho imparate soprattutto leggendo fantascienza. Ma mi domando perché chi la produce per farla guardare agli altri non si degni prima di leggerne abbastanza, o per lo meno non s’impegni a rispolverare un po’ di nozioni di fisica. Eviterebbe di inciampare sempre nelle solite sviste, nei consueti errori e nei cliché di sempre.

Certi autori, evidentemente troppo pigri, ce li manderei proprio, nello spazio, per un training sul campo. E con loro anche i produttori che staccano l’assegno, visto che il concorso di colpe è palese.

Nello spazio, mal che vada, nessuno può sentirli urlare.

Ecco come si generano le onde per fare surf. In mare aperto, una tempesta sconquassa la superficie dell’acqua, creando una maretta, un’increspatura di onde confuse e poco potenti che a mano a mano si addensano, si fanno più grandi e, incalzate dalla forza del vento, danno vita al mare grosso. A riva, su una costa lontana, noi riceviamo l’energia che si sprigiona da quella tempesta, irradiandosi attraverso acque più calme sotto forma di un treno d’onda–ovvero di gruppi di onde, via via più regolari, che viaggiano assieme. Ogni onda produce un’oscillazione delle particelle d’acqua lungo un’orbita che si sviluppa perlopiù sotto la superficie. Tutti i treni d’onda prodotti da una mareggiata formano quello che i surfisti chiamano swell, anche detto mare lungo o «di scaduta». Uno swell può viaggiare per centinaia di chilometri: più intensa è la tempesta, più lontano arriva lo swell. Mentre viaggia, lo swell diventa sempre più regolare–il tempo che intercorre tra un’onda e l’altra, cioè il «periodo», si fa costante. In un treno di lungo periodo, l’orbita che le particelle d’acqua descrivono sotto ogni onda può propagarsi per oltre trecento metri nelle profondità dell’oceano. Un treno del genere è in grado di attraversare con estrema facilità la resistenza superficiale di onde meno potenti o di altri swell più piccoli che incrocia nel suo cammino.

Quando lo swell si avvicina sottocosta, la parte bassa delle onde incontra il fondale marino. I treni d’onda diventano set–gruppi di onde più ampie, separate da un intervallo maggiore rispetto alle loro cugine che nascono sul posto per effetto di venti e perturbazioni locali. In base alla conformazione del fondale, le onde subiscono una rifrazione (cioè deviano rispetto alla direzione di propagazione). La parte visibile dell’onda cresce, spinta in alto dall’energia che orbita sotto la superficie. A mano a mano che la profondità dell’acqua diminuisce, aumenta la resistenza opposta dal fondale, rallentando così l’avanzamento dell’onda, che in superficie si solleva ancora e si fa sempre più ripida. Alla fine, la cresta diventa instabile ed è pronta per arricciarsi e rovesciarsi verso la riva–cioè a frangersi. Il principio empirico vuole che l’onda si franga quando la sua altezza raggiunge l’ottanta per cento della profondità marina–in altre parole, un’onda di due metri e mezzo (circa otto piedi) si infrange in tre metri d’acqua (circa dieci piedi). Ma i fattori in gioco sono numerosi, alcuni molto difficili da valutare–il vento, le caratteristiche del fondale, l’angolo dello swell, le correnti–che determinano con precisione dove e come si romperà ogni singola onda. Noi surfisti possiamo solo augurarci che ci offra l’attimo per prenderla (che abbia un punto di takeoff), che abbia una parete adatta a surfare, che non si rompa tutta insieme (closeout) ma per gradi, un poco alla volta (peel), in una direzione o nell’altra (destra o sinistra), consentendoci di viaggiare grossomodo paralleli alla spiaggia, planando lungo la parete centrale dell’onda, almeno per un po’, proprio lì, in quel momento preciso, un istante prima che si chiuda.

Tratto da Giorni selvaggi di William Finnegan
(66th and 2nd, 2016 – traduzione di Fiorenza Conte, Mirko Esposito, Stella Sacchini)

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la piú parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giú perdesti mai,
lá su salendo ritrovar potrai.

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso (XXXIV, 75)

Gustave Doré, illustrazione per l’Orlando Furioso (1877).

Risonanze.

Cyberspazio: un’allucinazione vissuta consensualmente ogni giorno da miliardi di operatori legali, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati i concetti matematici… Una rappresentazione grafica di dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città, che si allontanano.

Cyberspace. A consensual hallucination experienced daily by billions of legitimate operators, in every nation, by children being taught mathematical concepts… A graphic representation of data abstracted from banks of every computer in the human system. Unthinkable complexity. Lines of light ranged in the nonspace of the mind, clusters and constellations of data. Like city lights, receding…

William Gibson, Neuromante (1984)

La musica alla radio è un sogno febbrile condiviso, un’allucinazione collettiva, un segreto spifferato a milioni di persone, una voce che sussurra all’orecchio del Paese intero. Se è dirompente, sovverte il messaggio trasmesso tutti i giorni dalle autorità costituite, dalle agenzie pubblicitarie, dai mezzi di comunicazione di massa, dalle società di informazione e più in generale dai custodi dello status quo, abituati come sono a intorpidirci la mente, anestetizzarci l’anima e mortificare ogni traccia di vitalità.

Music on the radio is a shared fever dream, a collective hallucination, a secret amongst millions and a whisper in the whole country‘s ear. When the music is great, a natural subversion of the controlled message broadcast daily by the powers that be, advertising agencies, mainstream media outlets, news organizations and the general mind-numbing, soul-freezing, life-denying keepers of the status quo takes place.

Bruce Springsteen, Born to Run (2016)

Oggi, come ricorda questo articolo sul Post, ricorre il 75simo anniversario della strage di Balvano, il più grave disastro ferroviario nella storia italiana e uno dei più gravi al mondo. Il contesto in cui maturò, l’Italia del 1944, che dopo l’armistizio dell’8 settembre era rimasta di fatto spaccata in due, con il sud sotto il controllo degli Alleati ma devastato dalla ritirata delle truppe nazifasciste, è ben descritto nell’articolo. Qui voglio ricordare la ricorrenza con un brano ispirato proprio dalla sciagura, estratto dal racconto Codice morto (Kipple Officina Libraria, 2013). Maggiori notizie, sul libro e sulle connessioni con quella storia, sul vecchio blog.

Avanzammo lungo la strada ferrata per tre giorni. Avevamo inciso dei segni sugli alberi per individuare il punto in cui il nostro sentiero di penetrazione aveva incrociato la ferrovia.

Per ragioni pratiche, finimmo per ricompattarci. Almeno per tre quarti.

Procedevamo in fila indiana, conservando sempre il contatto visivo: io in avanscoperta, Kramer al centro e il Bufo in retroguardia. L’ultimo quarto del gruppo di fuoco – lo sniper – continuava a seguirci dal suo sentiero parallelo, assicurandoci copertura.

Percorremmo quaranta chilometri, agevolati dalle condizioni regolari della nostra marcia, ma costretti ad affrontare anche le insidie di ponti e gallerie. Le gallerie, forse, furono la cosa peggiore della nostra avanzata. Fin dal primo attraversamento notammo strani rumori, ora striduli ora gravi, come lamenti e boati lontani. Ma ritenemmo di ascrivere quell’impressione alla suggestione e alla stanchezza. Quando i trafori cominciarono a svilupparsi in estensione, il Bufo ci fece notare come l’aria avesse un odore difficilmente definibile, se non per una punta di acidità. Decidemmo di ricorrere ai respiratori e proseguimmo.

Tuttavia, più andavamo avanti, più insistente e nitido si faceva il rumore, fino ad assumere le inquietanti sembianze di un coro di voci umane. Ero assillato da una domanda: poteva la natura della Zona raccogliere tutte le gallerie e le loro storie in un solo posto, come sembrava avere fatto per tutte le boscaglie e le guerriglie della storia dell’uomo? Comunque stessero le cose, ogni galleria mi si presentava come una ennesima Galleria delle Armi, ogni singolo rumore come un frammento di voce o lamento in una richiesta corale d’aiuto proveniente dal treno 8017, dai suoi passeggeri sepolti vivi in attesa che una Spoon River dei poveri venisse composta e recitata per loro.

Ricordavo il monumento che da bambino mio nonno mi aveva condotto a visitare, nel cimitero di Balvano. Il tempio del treno di luce, mi pare si chiamasse, fin dal nome riusciva a evocare uno scenario surreale. Lo aveva fatto costruire, mi aveva spiegato il nonno, un uomo che su quel treno, inghiottito nella fuliggine della Seconda Guerra Mondiale, aveva perso il padre e il fratello. A sorprendermi, quella volta, fu la visione dell’affresco che ricostruiva la tragedia sulla volta della cappella, un dipinto che parve quasi prendere vita sotto i miei occhi al suono delle parole del nonno che mi raccontava di come più di cinquecento persone avessero perso la vita, una gelida notte di marzo del 1944, in una strage dimenticata che era rimasta la peggiore sciagura ferroviaria nella storia italiana. Il numero esatto delle vittime restava un mistero, anche dopo che anni di inchieste erano riusciti a ricostruire ciò che era accaduto in quella galleria maledetta tra le stazioni di Balvano e Bella-Muro. Più di cinquecento, non faceva altro che ripetermi il nonno. E già da bambino quel numero mi impressionava almeno quanto il dipinto di Giuseppe Beato di Portici, colpendomi con le proporzioni del dramma che doveva aver rappresentato quell’episodio, nel dramma di portata più vasta della guerra.

E adesso mi sembrava di sentirle, le voci dei martiri imprigionati in un limbo di disperazione e oblio.

Ci facemmo strada in budelli lunghi anche due chilometri, superando pendenze degne di una tappa alpina del Giro d’Italia. La tattica era di mandare sempre me in ricognizione, e poi procedere a segnalazioni luminose per dare il via libera al resto del gruppo.

Ponti e gallerie erano anche i tratti in cui Natali era obbligato a ricongiungersi a noi, ma continuava a conservare sempre il suo distacco: si guardava le spalle come se il gruppo in sua presenza fosse più vulnerabile, cosa che non mi sarei sentito di discutere.

Fu dopo l’ennesima galleria che, il terzo giorno lungo i binari, ci imbattemmo nella prima stazione. Non aveva niente da spartire con gli edifici familiari del sistema ferroviario italiano. L’architettura recava un’impronta aliena e combinava pietra e legno, materiali di cui v’era abbondanza nei paraggi. Ma non mancavano plastiche e leghe di non agevole definizione, che potevano essere state trasportate fin laggiù sulla strada ferrata. Dimensioni e disposizioni di piani e angoli infittivano il mistero, del tutto incompatibili con gli standard a cui siamo abituati.

Ci assicurammo che l’edificio non fosse presidiato, ma al suo interno non trovammo niente di utile. Solo degli ambienti che avrebbero potuto servire da sale di attesa e qualche automatismo meccanico per la selezione e lo smistamento delle merci. Poi nient’altro.

Si prospettava la necessità di prendere una nuova decisione.

– Cosa ne pensate? – s’informò il Bufo.

– Una stazione di transito – dissi. – Deve esserci un insediamento, nei dintorni.

– Oppure potrebbe essere solo un impianto di servizio – mi contraddisse Kramer.

– È possibile – ammisi.

Ma ci trovammo d’accordo sul tentare una ricognizione nei paraggi prima di riprendere la marcia.

Se in Karma City Blues il mondo che avevamo conosciuto in Sezione π² e Corpi spenti è andato avanti dieci anni, immaginare quale evoluzione possa avere interessato le tecnologie del 2059-61 è stato uno dei nodi centrali del lavoro di world-building che ha interessato il romanzo.

Per ridurre il discorso ai minimi termini necessari (anche per parlarne senza incorrere in una quantità di spoiler), nel 2059 abbiamo:

  • processori quantistici universali: distribuiti commercialmente, rendono conto dell’obsolescenza della legge di Moore (in realtà già mentre ci lavoravo appariva probabile che le principali applicazioni dei computer quantistici sarebbero state in ambiti specializzati e molto più difficilmente si sarebbe arrivati a dispositivi di tipo general purpose, su cui quindi ho lasciato galoppare la fantasia);
  • interfaccia olografica: rendono immersiva l’interazione degli utenti con le applicazioni informatiche, facilitando l’organizzazione dei dati e la ricerca di informazioni;
  • impianti neurali e neuroelettronica: il potenziamento elettronico delle facoltà cognitive attraverso innesti in grado di interfacciarsi con il sistema nervoso centrale e banchi di espansione di memoria è uno dei presupposti dello sviluppo della psicografia, attorno a cui ruotano le storie dell’Officina di Briganti e soci;
  • mind uploading: se ne fa brevemente menzione verso la fine di Sezione π² e guadagna un po’ di spazio in Corpi spenti;
  • virus neurali: costrutti autosufficienti in grado di installarsi nella mente di un soggetto e di fatto parassitarlo, soggiogandone la volontà;
  • crio-conservazione o ibernazione: preservazione di un corpo umano a basse temperature in animazione sospesa;
  • bioingegneria: modifiche invasive della fisiologia per consentire ai soggetti modificati di lavorare in condizioni ambientali estreme, per esempio in microgravità ed esposti a radiazioni cosmiche;
  • Internet of Things: la trasformazione di oggetti di uso quotidiano e pressoché di ogni prodotto e bene di consumo in uno smart object connesso in rete;
  • carta riprogrammabile: un modo di tradurre in termini pratici e immediati l’applicazione delle nanotecnologie alla scienza dei materiali;
  • Logiche (ovvero intelligenze artificiali): declinate nella forma di intelletti semi-senzienti, costrutti complessi in grado di emulare il comportamento umano, automigliorarsi e farsi carico di operazioni complesse (cluster di IA mandano avanti interi settori anche di interesse strategico, come la logistica, il controllo del traffico aereo e l’esplorazione spaziale).

Sono solo alcuni esempi ma penso che servano a rendere un’idea dell’aspetto profondamente diverso del mondo in cui si trova a investigare Vincenzo Briganti rispetto a quello che conosciamo.

Jia Jun, Concrete Jungle.

L’idea di posizionare nel 2049 l’ipotetico verificarsi della Singolarità Tecnologica, che per la verità è fin da subito descritta come una convergenza NBIC, è anche un escamotage che serve a delineare una cesura tra il mondo che conosciamo e quello tutto da scoprire che funge da contesto della serie informalmente detta delle Cronache del Kipple. Dall’epigrafe di Sezione π²:

Metà del XXI secolo. La curva dello sviluppo tecnologico ha subìto un’improvvisa cabrata, schizzando verso l’alto come impazzita. Nanotecnologie, cibernetica, computazione quantistica, ingegneria della vita e intelligenze artificiali hanno concorso all’evento.
È una nuova rivoluzione culturale.
L’incalzante ricambio generazionale delle tecnologie stravolge la percezione della realtà. Dal mutamento emergono nuove prospettive: gli orizzonti dell’uomo si dilatano. I mutamenti si succedono a distanza di giorni.
Questa è una storia raccolta dalle voci dei morti. In presa diretta dalla Singolarità.

Per Karma City Blues era inevitabile alzare la posta. E così, tra le altre cose, abbiamo delle evoluzioni sempre più spinte delle tecnologie già viste sopra, e in particolare:

  • Kit morfogenetici: sciami di nanobot per modificare temporaneamente i lineamenti;
  • Ginoidi: nell’era della riproducibilità a basso costo, la duplicazione delle donne (e del corpo delle donne) è un modo come un altro per ricordarci che niente è insostituibile nel capitalismo iperliberista e ogni desiderio può essere soddisfatto (per la verità le replicanti della Ksenja Corporation si vedevano già nel fumetto che fungeva da prequel di Sezione π², ma questa è la prima volta che entrano in scena nei romanzi);
  • nanotecnologie militari: alcuni prodotti della sperimentazione militare sfuggita di mano all’esercito sono ancora operativi nel Kipple;
  • Big Data: il mondo è diventato una foresta di dati, qualsiasi cosa, scelta, spostamento, vengono tracciati definendo schemi di comportamento e monitorando dinamiche private, sociali, etc.
  • EveryWare (EW): l’interazione tra internet e IoT ha originato conseguentemente una realtà aumentata, di cui il mondo fisico è solo uno dei possibili strati, a cui si sovrappongono molteplici layer di informazione, dando vita a una realtà codificata a matrioska, in cui chi la abita può accedere a livelli di informazione diversi a seconda della tecnologia di cui dispone, del know-how che possiede e della bravura che ha saputo maturare.

Elementi che si aggiungono e in alcuni casi si sovrappongono alla lista precedente, prospettando interazioni inedite in un paesaggio tecnologico in continua evoluzione. A questo si aggiungono le new entry, che sono delle trovate (chiamatele invenzioni, chiamatele estrapolazioni, chiamatele metafore, simboli o allegorie) per rispondere ad alcuni quesiti:

  • in un mercato globale ormai da tempo al di là della nostra capacità di controllo, dominato dal trading ad alta frequenza che rende gli algoritmi la nuova specie dominante dell’ecosistema finanziario, gli operatori umani sapranno inventarsi un nuovo modo per manomettere la Macchina?
  • in che modo le IA possono uscire dal dominio della pura informazione e interagire con il mondo esterno?
  • e se gli algoritmi sono la specie nativa dei mercati finanziari telematici, quanto ci vorrà prima che le corporation, gli zaibatsu, i conglomerati industriali, i titani dell’alta tecnologia escogitino una soluzione per serrare la stretta su un mondo che rischia di diventare dominio incontrastato delle IA?

Quest’ultima domanda, per la verità, trova nel romanzo una risposta solo accennata, ma continuo ad accarezzare l’idea di dedicarle un’opera a sé stante, di fatto un gemello di KCB che dovrebbe formare con questo un ideale dittico. Bisogna poi dire che nel romanzo c’è anche altro, che sarebbe però imprudente e scorretto anticipare in questa sede. Se non altro così presto.

Il plancton abbraccia una straordinaria varietà di specie, un crogiolo di diversità che lo rende qualcosa di unico al mondo, una singolarità naturale. Cullato dalle placide correnti oceaniche e dal moto ondoso, conduce sereno la sua tranquilla esistenza di comunità sempre uguale a se stessa, beatamente ignaro di tutto il resto.

Il plancton vive felice. Ma l’oceano è un posto grande e ospita a sua volta una varietà di creature. Alcune molto feroci, altre mansuete come il plancton. I più grandi predatori presenti in natura appartengono alla famiglia degli squali. Gli squali, in quanto predatori, ignorano il plancton e non rappresentano una minaccia per queste minuscole creature.

Ghiotte di plancton sono invece le specie appartenenti a quattro diverse famiglie di cetacei di grossa taglia. Il plancton è alla base della dieta delle balene.

Il plancton vive sereno, tranquillo. Per milioni di anni ha schivato le migliori macchine da guerra selezionate dalla natura. Ma prima o poi la balena arriva.

E la balena inghiotte il plancton.

 

Credit: Christian Sardet.

Non fatevi mai obbligare alla lettura di un libro. E diffidate dai consigli degli altri lettori. Oppure accettateli, seguiteli, ma non aspettatevi di ritrovare le stesse cose che vi hanno segnalato altri lettori, tanto meno gli autori.

Ogni libro ha in serbo per voi scoperte diverse.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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