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Oggi, come ricorda questo articolo sul Post, ricorre il 75simo anniversario della strage di Balvano, il più grave disastro ferroviario nella storia italiana e uno dei più gravi al mondo. Il contesto in cui maturò, l’Italia del 1944, che dopo l’armistizio dell’8 settembre era rimasta di fatto spaccata in due, con il sud sotto il controllo degli Alleati ma devastato dalla ritirata delle truppe nazifasciste, è ben descritto nell’articolo. Qui voglio ricordare la ricorrenza con un brano ispirato proprio dalla sciagura, estratto dal racconto Codice morto (Kipple Officina Libraria, 2013). Maggiori notizie, sul libro e sulle connessioni con quella storia, sul vecchio blog.

Avanzammo lungo la strada ferrata per tre giorni. Avevamo inciso dei segni sugli alberi per individuare il punto in cui il nostro sentiero di penetrazione aveva incrociato la ferrovia.

Per ragioni pratiche, finimmo per ricompattarci. Almeno per tre quarti.

Procedevamo in fila indiana, conservando sempre il contatto visivo: io in avanscoperta, Kramer al centro e il Bufo in retroguardia. L’ultimo quarto del gruppo di fuoco – lo sniper – continuava a seguirci dal suo sentiero parallelo, assicurandoci copertura.

Percorremmo quaranta chilometri, agevolati dalle condizioni regolari della nostra marcia, ma costretti ad affrontare anche le insidie di ponti e gallerie. Le gallerie, forse, furono la cosa peggiore della nostra avanzata. Fin dal primo attraversamento notammo strani rumori, ora striduli ora gravi, come lamenti e boati lontani. Ma ritenemmo di ascrivere quell’impressione alla suggestione e alla stanchezza. Quando i trafori cominciarono a svilupparsi in estensione, il Bufo ci fece notare come l’aria avesse un odore difficilmente definibile, se non per una punta di acidità. Decidemmo di ricorrere ai respiratori e proseguimmo.

Tuttavia, più andavamo avanti, più insistente e nitido si faceva il rumore, fino ad assumere le inquietanti sembianze di un coro di voci umane. Ero assillato da una domanda: poteva la natura della Zona raccogliere tutte le gallerie e le loro storie in un solo posto, come sembrava avere fatto per tutte le boscaglie e le guerriglie della storia dell’uomo? Comunque stessero le cose, ogni galleria mi si presentava come una ennesima Galleria delle Armi, ogni singolo rumore come un frammento di voce o lamento in una richiesta corale d’aiuto proveniente dal treno 8017, dai suoi passeggeri sepolti vivi in attesa che una Spoon River dei poveri venisse composta e recitata per loro.

Ricordavo il monumento che da bambino mio nonno mi aveva condotto a visitare, nel cimitero di Balvano. Il tempio del treno di luce, mi pare si chiamasse, fin dal nome riusciva a evocare uno scenario surreale. Lo aveva fatto costruire, mi aveva spiegato il nonno, un uomo che su quel treno, inghiottito nella fuliggine della Seconda Guerra Mondiale, aveva perso il padre e il fratello. A sorprendermi, quella volta, fu la visione dell’affresco che ricostruiva la tragedia sulla volta della cappella, un dipinto che parve quasi prendere vita sotto i miei occhi al suono delle parole del nonno che mi raccontava di come più di cinquecento persone avessero perso la vita, una gelida notte di marzo del 1944, in una strage dimenticata che era rimasta la peggiore sciagura ferroviaria nella storia italiana. Il numero esatto delle vittime restava un mistero, anche dopo che anni di inchieste erano riusciti a ricostruire ciò che era accaduto in quella galleria maledetta tra le stazioni di Balvano e Bella-Muro. Più di cinquecento, non faceva altro che ripetermi il nonno. E già da bambino quel numero mi impressionava almeno quanto il dipinto di Giuseppe Beato di Portici, colpendomi con le proporzioni del dramma che doveva aver rappresentato quell’episodio, nel dramma di portata più vasta della guerra.

E adesso mi sembrava di sentirle, le voci dei martiri imprigionati in un limbo di disperazione e oblio.

Ci facemmo strada in budelli lunghi anche due chilometri, superando pendenze degne di una tappa alpina del Giro d’Italia. La tattica era di mandare sempre me in ricognizione, e poi procedere a segnalazioni luminose per dare il via libera al resto del gruppo.

Ponti e gallerie erano anche i tratti in cui Natali era obbligato a ricongiungersi a noi, ma continuava a conservare sempre il suo distacco: si guardava le spalle come se il gruppo in sua presenza fosse più vulnerabile, cosa che non mi sarei sentito di discutere.

Fu dopo l’ennesima galleria che, il terzo giorno lungo i binari, ci imbattemmo nella prima stazione. Non aveva niente da spartire con gli edifici familiari del sistema ferroviario italiano. L’architettura recava un’impronta aliena e combinava pietra e legno, materiali di cui v’era abbondanza nei paraggi. Ma non mancavano plastiche e leghe di non agevole definizione, che potevano essere state trasportate fin laggiù sulla strada ferrata. Dimensioni e disposizioni di piani e angoli infittivano il mistero, del tutto incompatibili con gli standard a cui siamo abituati.

Ci assicurammo che l’edificio non fosse presidiato, ma al suo interno non trovammo niente di utile. Solo degli ambienti che avrebbero potuto servire da sale di attesa e qualche automatismo meccanico per la selezione e lo smistamento delle merci. Poi nient’altro.

Si prospettava la necessità di prendere una nuova decisione.

– Cosa ne pensate? – s’informò il Bufo.

– Una stazione di transito – dissi. – Deve esserci un insediamento, nei dintorni.

– Oppure potrebbe essere solo un impianto di servizio – mi contraddisse Kramer.

– È possibile – ammisi.

Ma ci trovammo d’accordo sul tentare una ricognizione nei paraggi prima di riprendere la marcia.

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Se in Karma City Blues il mondo che avevamo conosciuto in Sezione π² e Corpi spenti è andato avanti dieci anni, immaginare quale evoluzione possa avere interessato le tecnologie del 2059-61 è stato uno dei nodi centrali del lavoro di world-building che ha interessato il romanzo.

Per ridurre il discorso ai minimi termini necessari (anche per parlarne senza incorrere in una quantità di spoiler), nel 2059 abbiamo:

  • processori quantistici universali: distribuiti commercialmente, rendono conto dell’obsolescenza della legge di Moore (in realtà già mentre ci lavoravo appariva probabile che le principali applicazioni dei computer quantistici sarebbero state in ambiti specializzati e molto più difficilmente si sarebbe arrivati a dispositivi di tipo general purpose, su cui quindi ho lasciato galoppare la fantasia);
  • interfaccia olografica: rendono immersiva l’interazione degli utenti con le applicazioni informatiche, facilitando l’organizzazione dei dati e la ricerca di informazioni;
  • impianti neurali e neuroelettronica: il potenziamento elettronico delle facoltà cognitive attraverso innesti in grado di interfacciarsi con il sistema nervoso centrale e banchi di espansione di memoria è uno dei presupposti dello sviluppo della psicografia, attorno a cui ruotano le storie dell’Officina di Briganti e soci;
  • mind uploading: se ne fa brevemente menzione verso la fine di Sezione π² e guadagna un po’ di spazio in Corpi spenti;
  • virus neurali: costrutti autosufficienti in grado di installarsi nella mente di un soggetto e di fatto parassitarlo, soggiogandone la volontà;
  • crio-conservazione o ibernazione: preservazione di un corpo umano a basse temperature in animazione sospesa;
  • bioingegneria: modifiche invasive della fisiologia per consentire ai soggetti modificati di lavorare in condizioni ambientali estreme, per esempio in microgravità ed esposti a radiazioni cosmiche;
  • Internet of Things: la trasformazione di oggetti di uso quotidiano e pressoché di ogni prodotto e bene di consumo in uno smart object connesso in rete;
  • carta riprogrammabile: un modo di tradurre in termini pratici e immediati l’applicazione delle nanotecnologie alla scienza dei materiali;
  • Logiche (ovvero intelligenze artificiali): declinate nella forma di intelletti semi-senzienti, costrutti complessi in grado di emulare il comportamento umano, automigliorarsi e farsi carico di operazioni complesse (cluster di IA mandano avanti interi settori anche di interesse strategico, come la logistica, il controllo del traffico aereo e l’esplorazione spaziale).

Sono solo alcuni esempi ma penso che servano a rendere un’idea dell’aspetto profondamente diverso del mondo in cui si trova a investigare Vincenzo Briganti rispetto a quello che conosciamo.

Jia Jun, Concrete Jungle.

L’idea di posizionare nel 2049 l’ipotetico verificarsi della Singolarità Tecnologica, che per la verità è fin da subito descritta come una convergenza NBIC, è anche un escamotage che serve a delineare una cesura tra il mondo che conosciamo e quello tutto da scoprire che funge da contesto della serie informalmente detta delle Cronache del Kipple. Dall’epigrafe di Sezione π²:

Metà del XXI secolo. La curva dello sviluppo tecnologico ha subìto un’improvvisa cabrata, schizzando verso l’alto come impazzita. Nanotecnologie, cibernetica, computazione quantistica, ingegneria della vita e intelligenze artificiali hanno concorso all’evento.
È una nuova rivoluzione culturale.
L’incalzante ricambio generazionale delle tecnologie stravolge la percezione della realtà. Dal mutamento emergono nuove prospettive: gli orizzonti dell’uomo si dilatano. I mutamenti si succedono a distanza di giorni.
Questa è una storia raccolta dalle voci dei morti. In presa diretta dalla Singolarità.

Per Karma City Blues era inevitabile alzare la posta. E così, tra le altre cose, abbiamo delle evoluzioni sempre più spinte delle tecnologie già viste sopra, e in particolare:

  • Kit morfogenetici: sciami di nanobot per modificare temporaneamente i lineamenti;
  • Ginoidi: nell’era della riproducibilità a basso costo, la duplicazione delle donne (e del corpo delle donne) è un modo come un altro per ricordarci che niente è insostituibile nel capitalismo iperliberista e ogni desiderio può essere soddisfatto (per la verità le replicanti della Ksenja Corporation si vedevano già nel fumetto che fungeva da prequel di Sezione π², ma questa è la prima volta che entrano in scena nei romanzi);
  • nanotecnologie militari: alcuni prodotti della sperimentazione militare sfuggita di mano all’esercito sono ancora operativi nel Kipple;
  • Big Data: il mondo è diventato una foresta di dati, qualsiasi cosa, scelta, spostamento, vengono tracciati definendo schemi di comportamento e monitorando dinamiche private, sociali, etc.
  • EveryWare (EW): l’interazione tra internet e IoT ha originato conseguentemente una realtà aumentata, di cui il mondo fisico è solo uno dei possibili strati, a cui si sovrappongono molteplici layer di informazione, dando vita a una realtà codificata a matrioska, in cui chi la abita può accedere a livelli di informazione diversi a seconda della tecnologia di cui dispone, del know-how che possiede e della bravura che ha saputo maturare.

Elementi che si aggiungono e in alcuni casi si sovrappongono alla lista precedente, prospettando interazioni inedite in un paesaggio tecnologico in continua evoluzione. A questo si aggiungono le new entry, che sono delle trovate (chiamatele invenzioni, chiamatele estrapolazioni, chiamatele metafore, simboli o allegorie) per rispondere ad alcuni quesiti:

  • in un mercato globale ormai da tempo al di là della nostra capacità di controllo, dominato dal trading ad alta frequenza che rende gli algoritmi la nuova specie dominante dell’ecosistema finanziario, gli operatori umani sapranno inventarsi un nuovo modo per manomettere la Macchina?
  • in che modo le IA possono uscire dal dominio della pura informazione e interagire con il mondo esterno?
  • e se gli algoritmi sono la specie nativa dei mercati finanziari telematici, quanto ci vorrà prima che le corporation, gli zaibatsu, i conglomerati industriali, i titani dell’alta tecnologia escogitino una soluzione per serrare la stretta su un mondo che rischia di diventare dominio incontrastato delle IA?

Quest’ultima domanda, per la verità, trova nel romanzo una risposta solo accennata, ma continuo ad accarezzare l’idea di dedicarle un’opera a sé stante, di fatto un gemello di KCB che dovrebbe formare con questo un ideale dittico. Bisogna poi dire che nel romanzo c’è anche altro, che sarebbe però imprudente e scorretto anticipare in questa sede. Se non altro così presto.

Il plancton abbraccia una straordinaria varietà di specie, un crogiolo di diversità che lo rende qualcosa di unico al mondo, una singolarità naturale. Cullato dalle placide correnti oceaniche e dal moto ondoso, conduce sereno la sua tranquilla esistenza di comunità sempre uguale a se stessa, beatamente ignaro di tutto il resto.

Il plancton vive felice. Ma l’oceano è un posto grande e ospita a sua volta una varietà di creature. Alcune molto feroci, altre mansuete come il plancton. I più grandi predatori presenti in natura appartengono alla famiglia degli squali. Gli squali, in quanto predatori, ignorano il plancton e non rappresentano una minaccia per queste minuscole creature.

Ghiotte di plancton sono invece le specie appartenenti a quattro diverse famiglie di cetacei di grossa taglia. Il plancton è alla base della dieta delle balene.

Il plancton vive sereno, tranquillo. Per milioni di anni ha schivato le migliori macchine da guerra selezionate dalla natura. Ma prima o poi la balena arriva.

E la balena inghiotte il plancton.

 

Credit: Christian Sardet.

Non fatevi mai obbligare alla lettura di un libro. E diffidate dai consigli degli altri lettori. Oppure accettateli, seguiteli, ma non aspettatevi di ritrovare le stesse cose che vi hanno segnalato altri lettori, tanto meno gli autori.

Ogni libro ha in serbo per voi scoperte diverse.

Un buon servizio reso ai libri riesce a far passare il messaggio che leggere è un lavoro su se stessi.

La lettura è una trasformazione, una metamorfosi. Lettori diversi saranno cambiati in maniera diversa.

Ogni lettore è diverso. Ne consegue che lettori diversi cercheranno cose diverse nello stesso libro.

Ci sono avventurieri che trascorrono la loro vita in un ufficio o senza spostarsi a più di una stazione di distanza da dove abitano. E ci sono esploratori che portano un libro con sé dall’altra parte del mondo. Tutti però alla fine vivono un’esperienza che amplia gli orizzonti della loro dimensione vissuta.

La lettura è esplorazione, scoperta nel suo compiersi.

Un bravo professore può fornire delle indicazioni, tracciare una mappa per un lettore alle prime armi. Ma statisticamente il peggiore prevale sempre sul migliore e quindi saranno sempre più i potenziali lettori respinti dalla cattiva scuola di quelli convertiti da un buon maestro.

Un buon lettore non esce dalla scuola. Ma esce comunque trasformato dalla scuola. In meglio o in peggio.

La gestazione di Karma City Blues è stata lunga: tra una revisione e una riscrittura e un’altra revisione – e così via per quattro o cinque volte – ci sono voluti oltre dieci anni tra mettere giù la prima parola e arrivare alla sua pubblicazione. Ho voluto raccontare i retroscena del making of in una nota pubblicata in appendice all’e-book, quindi non mi soffermerò oltre su quali sono stati i passaggi che il romanzo ha dovuto attraversare. Voglio però spendere due parole su una bizzarra corrispondenza di cui mi sono accorto solo dopo aver dato alle stampe il romanzo.

Ho iniziato a scrivere KCB subito dopo aver pubblicato Sezione π², per potermi cimentare di nuovo con il mondo che avevo costruito senza il peso dei suoi personaggi, quasi come banco di prova prima di passare a lavorare a un seguito vero e proprio. Dieci anni sono curiosamente gli anni che intercorrono tra la pubblicazione dei due titoli e anche tra le storie che raccontano. Sezione π² aveva infatti luogo nell’arco di un paio di settimane nel novembre del 2059, mentre è il 23 marzo 2069 quando Rico Del Nero si risveglia sotto l’identità di copertura di Lorenzo Roi. “Time is a flat circle“, rubando la battuta a Rustin Cohle. Non possiamo farci niente, e neanche Rico Del Nero, che cercherà di riannodare i fili spezzati otto anni prima per portare a galla una verità sepolta nel suo passato, scomoda soprattutto per lui.

Dieci anni non trascorrono invano. Sono più di un quarto degli anni che mi porto sulle spalle e quasi due terzi del tempo trascorso da quando ho cominciato a misurarmi seriamente con la scrittura. Quindi sicuramente KCB contiene un bel po’ di trucchi del mestiere appresi nel frattempo, che ai tempi del mio romanzo d’esordio non potevo nemmeno immaginare. Ma racchiude anche la maggiore esperienza accumulata come lettore (secondo le statistiche del mio profilo Anobii, corrispondono in effetti a 470 tra libri e fumetti), come spettatore (qui non ho cifre precise, ma dodici anni fa guardavo pochissime serie TV, mentre ormai la mia dieta da spettatore è monopolizzata dalla narrazione seriale), come essere umano (nel 2007 ero entrato da poco più di un anno nel mondo del lavoro).

E dieci anni non trascorrono invano nemmeno per il mondo. Se nel 2008, l’anno della prima stesura di KCB, gli USA eleggevano Barack Obama loro 44esimo presidente, non credo serva ricordare i tanti capricci che ci siamo presi il lusso di toglierci nel frattempo come specie e come civiltà. Ma lasciando da parte la visione politica, pensiamo a cosa è cambiato in questi dieci anni per provare a immaginare cosa potrebbe cambiare nei prossimi quaranta che ci separano dal 2059, e ancor più – secondo la legge dei ritorni acceleranti – nei successivi dieci fino al 2069. Banalmente, se tra Sezione π² e Corpi spenti intercorrono circa diciotto mesi, il futuro di KCB non poteva che essere molto più diverso da quello di Corpi spenti di quanto quest’ultimo non fosse dal futuro di Sezione π².

In particolare, da diversi anni le proiezioni di crescita concordano nel dipingere uno spostamento del baricentro economico del pianeta dall’Atlantico all’Asia. Uno studio dell’OCSE di pochi anni fa, analizzato qui abbastanza nel dettaglio, prevede la contrazione della quota di PIL mondiale per i paesi membri dell’organizzazione dal 65% del 2011 al 42% del 2060, mentre contestualmente Cina e India da sole saliranno dal 24% al 46%. E mentre l’economia cinese tenderà a consolidarsi, assumendo le caratteristiche di economie mature come quelle occidentali e cominciando a mostrare gli stessi segni di indebolimento (inclusa la transizione verso un ageing society), l’India già nel prossimo decennio segnerà il sorpasso demografico sulla Cina e continuerà a crescere a ritmi vertiginosi fino a sopravanzare la dimensione stessa del mercato USA.

La crescita degli altri BRICS, dell’Indonesia e del Messico metterà nell’angolo le economie occidentali, in particolare l’UE, che perderà progressivamente terreno rispetto ai paesi emergenti. Lo scenario di decadenza già delineato nei precedenti due romanzi, non poteva che venire esasperato in KCB. Ma mentre in Sezione π² e Corpi spenti lo scenario globale, per quanto non trascurato, rimaneva sempre piuttosto relegato sullo sfondo, in Karma City Blues la geopolitica guadagna un ruolo centrale, non solo con i difficili equilibri tra USA, Russia, Cina e India, ma anche con i crescenti interessi delle potenze mondiali in Africa.

In un altro post parleremo del contesto tecnologico del romanzo.

L’aspetto più difficile del leggere è prendere atto delle montagne che s’innalzano dietro le pagine, in un panorama sconfinato in cui si perdono i riferimenti del libro in lettura. È uno shock, specialmente per il lettore alle prime armi: l’irruzione di qualcosa di più grande – potenzialmente sconfinato – nel breve spazio delle pagine che si stanno leggendo.

L’aspetto più appagante è affrontare la scalata di quelle montagne, scoprendone ogni volta di nuove. Il lettore navigato vive in uno stato permanente di stupore. Ogni lettura è una sfida che fa scoprire nuove vette da conquistare.

La prima volta che ho guardato Blade Runner, il futuro di Philip K. Dick, Ridley Scott e Vangelis (ma anche di Syd Mead, Douglas Trumbull e Jordan Cronenweth) mi rimase appiccicato addosso. Per anni non potei fare a meno di riguardare periodicamente la vecchia VHS su cui lo avevo registrato da una trasmissione fuori orario della Rai (ovviamente inframezzata da un bel quarto d’ora di telegiornale notturno). All’epoca avevo tredici o quattordici anni ed ero sinceramente convinto che il 2019 che ci aspettava non sarebbe stato molto diverso dal mondo di Deckard e Roy Batty.

La prima volta che lessi Neuromante di William Gibson non ci capii granché: il romanzo era stato sicuramente un tour de force per i traduttori della Nord (Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli), ma mi appuntai pagine e pagine di brani e citazioni su un vecchio quaderno a righe, ognuna in grado di aprire da sola una porta su un mondo intero. Negli anni avrei riletto il romanzo tre o quattro volte, e ogni volta si sarebbero chiariti particolari, chiusi interruttori e illuminate corrispondenze, schemi e percorsi che la volta prima avevo magari solo vagamente intuito, e a volte nemmeno quello.

Ma prima di Neuromante era stato il turno di un libro che mi avrebbe assistito nei miei percorsi di lettura da neofita della fantascienza come un vangelo. Curata da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk era alla sua uscita (e tale è rimasta fino ai giorni nostri) “la più ampia raccolta di romanzi e racconti” della nuova fantascienza, e non a caso apparve in una collana di massimi del genere quali erano le Grandi Opere dell’Editrice Nord. 28 racconti di altrettanti autori, alcuni dei quali (Storm Constantine, Michael Blumlein, Tony Daniel, Howard V. Hendrix) avrebbero fatto qui una delle loro rarissime apparizioni per i lettori italiani, accanto ad altri già da anni sulla cresta dell’onda anche qui in Italia (oltre a Gibson ricordiamo Bruce Sterling, Pat Cadigan, Iain M. Banks, Rudy Rucker, a cui negli anni si sarebbero aggiunti Ian McDonald, Paul Di Filippo, Walter Jon Williams). Senza dimenticare il ricchissimo apparato critico, comprensivo di una introduzione del critico Larry McCaffery e una guida schematica scritta a quattro mani con Richard Kadrey (che negli anni seguenti avrei usato come vademecum alla scoperta di autori e opere da leggere, guardare, ascoltare, etc.).

E prima ancora di tutti questi titoli, c’era stato un fumetto, Nathan Never, creato da Medda, Serra e Vigna, il trio di autori sardi attivi fin dagli anni ’80 per la Bonelli. In particolare con questi due albi, capaci di evocare un senso di vertigine e di magia assoluta con due storie scritte rispettivamente da Bepi Vigna e Antonio Serra, ed entrambe secondo me non a caso rese in immagini dalle matite di Roberto De Angelis: Vendetta Yakuza e L’enigma di Gabriel (con il suo seguito, Il canto della balena).

C’è tutto questo, tra le altre cose, in Karma City Blues. Sentiamo spesso ripetere dagli autori, anche i più affermati, che l’esercizio della fantasia nelle loro storie è un modo per tornare bambini, per tenere in vita quel pezzo di magia che ognuno di noi si porta dentro dai suoi anni d’infanzia. Sarà davvero così? Nel mio caso non proprio, non direi. Però sicuramente questo romanzo è un modo per tenere in vita un certo immaginario, un futuro che avrebbe potuto essere e non è stato, e che se all’epoca già ci appariva come distopico col tempo ci ha costretti a rivalutarlo, perché la realtà ha saputo rivelarsi di gran lunga più spietata e, mentre ci condannava al limbo di un futuro zero, gli spazi di resistenza al deserto del reale si sono ristretti fino quasi a sparire del tutto.

Quasi, appunto. Karma City Blues è il mio angolo di ring. Uno spazio in cui il futuro resiste. E lotta insieme a noi.

 

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