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Stamattina, andando in ufficio, ascoltavo un dibattito in radio sull’impatto che l’automazione avrà nei prossimi anni sul mondo del lavoro. Un po’ tutti abbiamo sentito o letto gli annunci apocalittici che nei giorni scorsi sono circolati sulla stampa: i titoli più sobri parlavano del furto del lavoro ai danni degli umani perpetrato dalle nuove generazioni di robot, e scaricavano implicitamente sulla tecnologia le responsabilità occupazionali delle politiche inadeguate o fallimentare che da anni vengono perseguite un po’ in ogni parte del mondo.

Il prossimo passo, che vedo già in atto, consisterà probabilmente nell’associare la figura del robot a quella dell’immigrato che s’introduce nel nostro sistema per recare danni più o meno profondi e inguaribili al nostro stile di vita consolidato (si fa per dire). Ho provato un senso di disorientamento, ascoltando il botta e risposta tra la giornalista e l’intervistato, un esperto di nuove tecnologie membro di un’associazione di cui purtroppo non ricordo al momento il nome. Non per i contenuti, ma per la realizzazione che solo qualche anno fa, diciamo quando ho visto per la prima volta Blade Runner a metà anni novanta, o quando ho iniziato a cimentarmi a mia volta con la scrittura del futuro a metà anni zero, un dibattito radiofonico del genere, proiettato nel 2016, mi sarebbe sembrato più che logico, perfino naturale.

Il mio disagio attuale, che ho comunque fatto presto a scacciare, nasce – mi rendo conto – dall’assuefazione all’altra realtà, quella contigua all’immaginario in cui siamo cresciuti, ovvero la realtà fattuale o presunta tale costruita dall’interazione degli abitanti e dei sistemi informazionali del pianeta Terra, gli inforgs di cui parla Luciano Floridi. Quella realtà raccontata che, malgrado tutto, negli ultimi anni sta facendo di tutto, attraverso le sorgenti di condizionamento che “ispirano” e “orientano” l’opinione pubblica (governi, organizzazioni economiche, istituzioni religiose, editori), per provare a convincerci di vivere in Anni Oscuri, in un nuovo medioevo, imponendoci il diritto di non avere diritti come una nuova frontiera della libertà, riscrivendo il mondo perché possiamo godercelo così com’è, anzi accettando e plaudendo alle mille forme di erosione che quotidianamente agiscono sul blocco sempre più friabile dei diritti acquisiti.

E invece, ci accorgiamo adesso, il mondo reale è andato avanti. Non è più quello degli anni ’90, è un mondo in cui è davvero naturale, a pensarci bene, imbattersi per radio, andando al lavoro, in un dibattito sulle conseguenze e le implicazioni dell’impiego dei robot. È questo il mondo in cui viviamo, con buona pace per i reazionari e gli oscurantisti di ogni categoria, inclusi quelli che proprio in questi giorni si stanno sforzando per dimostrare al mondo, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto arretrata e inadeguata sia la nostra classe politica quando si tratta di scegliere tra l’estensione dei diritti e l’esclusione dagli stessi.

Il luddismo di ritorno che sembra di intravedere tra le righe dei commenti di questi giorni non sorprende affatto, date le premesse. A conti fatti, a chi gioverebbe un’analisi precisa degli effettivi costi e benefici dell’impiego di sistemi artificiali in sostituzione della manodopera umana in contesti rischiosi o magari in mansioni ripetitive, a bassissimo contenuto qualitativo o intellettuale? Molto meglio che un uomo svolga un lavoro meccanico: è stato fatto tanto per insegnargli a non lamentarsi, a occupare le proprie giornate in catena di montaggio, a rispettare la gerarchia e le consegne, non vorremo rinunciare proprio adesso ai magnifici risultati raggiunti nel campo del condizionamento umano? E proprio adesso che stiamo risolvendo gli ultimi problemi ereditati dal Novecento, perché dovremmo accollarci la fatica di pensare a soluzioni nuove, adatte ai tempi che corrono, capaci di garantire maggiori opportunità a sempre più gente, di spalancare gli orizzonti di nuove possibilità a masse che sono state addomesticate a credere che la più grande conquista dell’umanità siano state una casa ipotecata, un lavoro sottopagato, lo smartphone alla moda e una piattaforma televisiva da 500 canali?

Per fortuna il mondo va avanti. E sarà difficile spiegare a un’intelligenza artificiale quale sia il valore aggiunto di una massa lobotomizzata, asservita al volere di pochi, grassi padroni. Insieme ai lavori di più bassa manodopera, magari delegheremo ai robot anche l’onere delle rivendicazioni di quei diritti di cui non abbiamo voluto farci carico.

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Ho sognato una tempesta concettuale forza cinque che soffiava sulla realtà devastata.
— Jean Baudrillard

Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi una bellissima lettera aperta scritta da Vittorio Zambardino in risposta a un intervento di Alberto Abruzzese, che a sua volta riprendeva in maniera organica alcune sue considerazioni già esposte in calce a un articolo di Franco Berardi uscito su Alfabeta. Sono tre pezzi illuminanti, nelle reciproche diversità e lontananze. Ma proprio nella divergenza di punti di vista riescono a offrire una panoramica, se non completa quanto meno attendibile, della vastità del paesaggio che ci circonda. Un paesaggio che facciamo sempre più fatica a decifrare, perché in costante evoluzione, e perché il punto di osservazione da cui stanno scrutando il panorama si trova nel bel mezzo di una tempesta, investito dai venti contrari che stanno spazzando (per parafrasare Baudrillard) la nostra realtà devastata.

I tre interventi originano da un processo di investigazione, analisi ed elaborazione della nostra contemporaneità, che evidentemente prosegue incessante da diverso tempo. Anche nei passaggi più emotivi sono meditati, densi delle esperienze accumulate nel corso degli anni. Intersecano e sovrappongono il loro approccio sociologico, la loro impostazione filosofica e la loro “postura emotiva”, rivelando un metodo d’indagine senz’altro acuminato, che ognuno di loro legittimamente declina secondo la propria personale visione del mondo. Negli spazi tra le parole non faccio inoltre fatica a intuire la voce sottintesa di un discorso che evidentemente li ha già coinvolti in passato e che ancora va avanti, riferimenti che non posso cogliere nella loro interezza anche perché privo delle basi teoriche della loro militanza nello studio dei processi di comunicazione e dei fenomeni culturali, che pure mi appassionano, ma di cui mi ritengo un analfabeta integrale.

Allora perché sembra che voglia arrischiarmi a sfidare quegli stessi ostili venti di tempesta che già minacciano le loro postazioni, scalando la roccia a mani nude e senza corde di sicurezza per raggiungere un punto di osservazione tanto difficile e pericoloso? Perché la lettera di Vittorio, pur essendo rivolta ad Abruzzese, in realtà parla a un trentenne con cui, per ragioni anagrafiche e per le prese di posizione che ho espresso negli ultimi giorni, posso senza difficoltà identificarmi.

Non sarò originale, e sicuramente sarò ancor meno accurato, ma voglio comunque confrontarmi con le considerazioni con cui quella lettera, per il tono adottato e la profondità di pensiero espressa, mi invita a misurarmi.

Voglio però prima menzionare un passaggio cruciale dell’articolo di Abruzzese (che racchiude a sua volta una citazione di una citazione, non male come livello di ricorsività), anche se sarebbe opportuno leggere fino in fondo tutti gli interventi, che come dicevo meritano una approfondita riflessione:

È bene riprendere un brano del testo di Bifo da cui in particolare s’è mossa la mia idea di rassegnazione, il mio invito ad un sentire rassegnato: “Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”. Da questo semplice passaggio – in cui la soluzione finale del nazismo viene equiparata alla soluzione finale in cui gli automatismi del potere finanziario stanno gettando il mondo presente – si ricava che evidentemente in ballo c’è il rapporto tra tecnica e genere umano.

Pur non trovandomi in totale accordo con il punto di vista espresso, proprio a partire da questo brano ho colto alcune risonanze profonde con il mio personale sentire. Sul rapporto tra tecnica e genere umano mi sono ritrovato a interrogarmi spesso anch’io. Si tratta di un tema che ricorre nelle storie e nelle riflessioni critiche che mi hanno tenuto occupato fin da quando, insieme ad altri, ci siamo avventurati nell’esperienza culturale che abbiamo voluto battezzare “connettivismo”. Come mi sono trovato già a sostenere, ritengo che il vero motore della storia sia la tecnica. Probabilmente è un po’ antiquato e ingenuo cercare di ricondurre tutto a un’unica spinta, sforzarsi di far tornare i conti fondando le proprie considerazioni sull’impalpabile. Dall’acqua di Talete e dal numero di Pitagora allo Spirito di Hegel o all’economia di Marx, passando per le monadi di Leibniz, la storia del pensiero occidentale è tutta una ricerca forsennata del fondamento della realtà. La mia non è una visione né originale né tanto meno confrontabile con la complessità delle strutture di pensiero elaborate nel corso della storia della filosofia, degne di ben altra considerazione. Ma è il filtro attraverso cui guardo la realtà e mi rapporto ad essa, e quindi credo sia utile esporla in questa sede. Leggi il seguito di questo post »

Manifestanti a favore del NO a piazza Syntagma ad Atene, 29 giugno 2015.  (LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

Manifestanti a favore del NO a piazza Syntagma ad Atene, 29 giugno 2015.
(LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

C’è modo e modo di raccontare una storia, specialmente mentre la storia si compie. E nessuno dei modi che sceglieremo sarà mai oggettivo al cento per cento. Il nostro punto di vista finirà sempre per condizionare la nostra lettura dei fatti, è inevitabile. Ed è una cosa da tenere ben presente, specie davanti ai casi che presentano tutte le caratteristiche in regola per poter ambire al ruolo di svolte nodali nella storia che racconteranno — e che si sentiranno raccontare — le generazioni future. Per l’Europa i giorni che stiamo vivendo credo che si riveleranno più importanti di quanto, alla fine, potranno esserlo per il popolo greco. Alessandro Gilioli sul suo blog Piovono Rane spiega bene che l’uscita della Grecia dalla moneta unica, o dall’Unione Europea, in questo momento, non ha nemmeno la legittimità giuridica di un’ipotesi di studio.

D’altro canto, l’esito della consultazione voluta dal premier greco Alexis Tsipras avrà un impatto notevole sui prossimi passaggi. Che riguarderanno in prima battuta i negoziati che coinvolgono Atene nell’esposizione verso i suoi creditori, ma presto si estenderanno anche agli altri PIGS a cui siamo tanto affezionati, se non proprio per la simpatia che ci ispirano almeno per via dell’antico attaccamento alla nostra pellaccia.

Sulla vicenda si sono espresse voci autorevoli, e sorprende trovare economisti illustri schierati dalla parte di quello che nel racconto della stampa nostrana ha assunto da diversi mesi le fattezze di Belzebù. Stiamo parlando ovviamente del summenzionato Alexis Tsipras, leader di Syriza al timone di questo Titanic chiamato Grecia. E se le opinioni di studiosi di fama internazionale, per quanto suffragate dai massimi riconoscimenti mondiali che recano lustro ai loro CV, potrebbero comunque essere condizionate da bias, perdita di lucidità, errore umano o — perché no, consideriamole proprio tutte — malafede, viene da chiedersi come mai proprio coloro che propongono la lettura diametralmente opposta abbiano bisogno di raccontare il falso per vedere affermata la ragione di cui sarebbero legittimi custodi. Per esempio, dimenticandosi di ricordare che nel baratro la Grecia è stata trascinata dai predecessori dell’uomo attualmente al governo, e che l’impresa di taroccare i conti è potuto riuscire grazie all’avallo e alla distrazione delle stesse autorità europee e internazionali deputate alla vigilanza. Ed è altrettanto interessante notare che adesso quei personaggi, ovvero i creditori di ieri e di oggi e gli artefici stessi del debito (i capitani che hanno guidato il Titanic dritto contro l’iceberg), si ritrovino compatti, uniti sullo stesso fronte, casualmente opposto a quello su cui Tsipras cerca di mantenere le ultime posizioni in difesa di un’Europa diversa.

È bene dirlo: malgrado gli endorsement prestigiosi di Paul Krugman, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz, queste postazioni somigliano terribilmente a una rocca, e gli oppositori a qualsiasi accordo tra le parti che non comporti l’annientamento di Tsipras e del suo governo sono legioni che la cingono d’assedio, salivando all’odore del sangue che potrebbe essere versato la notte di domani.

Ognuno è libero di pensarla come vuole, soprattutto qui in Italia dove la Grecia ci sembra un paese esotico se non, nella spavalda narrazione dei nostri politici e governanti, fatta propria senza difficoltà dagli organi di dis-informazione filogovernativi e non solo, addirittura un altro pianeta (e invece vedremo quanto ci metterà a diffondersi il contagio nella malaugurata ipotesi che i creditori decidano di portare alle estreme conseguenze la loro sciagurata linea punitiva)… Non dovremmo tuttavia dimenticare una cosa. Tsipras sta facendo, a modo suo, quello che i principali personaggi saliti alla ribalta della cronaca politica italiana di questi ultimi dieci anni hanno coltivato per mesi se non per anni come un sogno bagnato. Renzi prima dell’investitura tedesca, Grillo prima del più rapido sperpero di consenso nella storia della Repubblica. Stendiamo un velo pietoso sul ricordo di Berlusconi, e ignoriamo per decenza Salvini.

Dimostrando doti di leadership assolute che qui da noi vengono troppo facilmente scambiate un tanto all’etto con chiusure dogmatiche, prescrizioni, sotterfugi, colpi di fiducia, battutacce e repulisti, Alexis Tsipras sta facendo esplodere le contraddizioni interne del sistema Europa, così com’è stato messo in piedi in questi anni. Un sistema che da europeisti non dovremmo più tollerare di lasciare nelle mani della gente che ci ha portato a questo punto. E questo per la gente di cui sopra è un motivo sufficientemente valido per desiderare a seconda dei casi il suo fallimento (se il treno è ormai perso), oppure il suo successo (se sussiste la speranza di salire sul carro, come si augurano gli antieuropeisti che della mossa di Tsipras non hanno capito alcunché).

Tsipras rappresenta un’alternativa di governo che siamo stati convinti a credere non possa esistere. I politici e i burocrati che attualmente stringono le redini delle istituzioni europee forse non lo vedranno come un vero pericolo, ma sicuramente lo considerano alla stregua uno scomodo imbarazzo: innanzitutto perché non è addomesticabile come un Renzi qualunque né macchiettistico come il primo Grillo, Berlusconi o Salvini di passaggio, ma per di più li mette davanti ai limiti delle loro politiche, oltre che agli effetti degli errori commessi finora. La vera scelta davanti a cui ci ha messi Tsipras con la sua mossa potenzialmente suicida è tra una possibilità di redenzione e la perseveranza dell’errore, ma forse a questo punto potremmo parlare anche di crimine viste le statistiche sui suicidi provocati dall’austerity dettata da Berlino. E per questo alla fine il referendum proposto ai greci è stato così manipolato da diventare un referendum sul loro primo ministro: le più affilate armi retoriche sono state messe al servizio della strategia della distrazione, allo scopo di disinnescare il rischio di una vittoria del No. Non conosco così bene il popolo greco e la realtà ellenica per dedurre dagli umori della piazza e delle strade i possibili esiti della consultazione, ma anche in questo coraggio Tsipras si è dimostrato agli antipodi rispetto a tutti i suoi predecessori e colleghi.

Per questo, per come la vedo io, Tsipras rappresenta un futuro alternativo a quello che ci hanno insegnato a ritenere inesorabile. Se sia un futuro ancora possibile, quel futuro che da qualche anno ormai ci siamo dimenticati di avere frettolosamente riposto in soffitta, insieme a tutte quelle cose che potrebbero ancora servirci (tra cui anche la nostra dignità), lo scopriremo nei prossimi giorni. E se il popolo greco non avesse voglia di rispolverare quei vecchi articoli, nessuno dovrebbe fargliene una colpa. Dopotutto perché dovremmo crederci diversi da loro, noi che abbiamo saputo già dimostrare capacità insuperate di rimozione, distrazione, spavento e opportunismo?

Robot73_digitalNumero ricchissimo di contenuti, il 73 di Robot che arriva in distribuzione in questi giorni (in formato elettronico lo trovate già disponibile al download sul Delos Store). Dietro la copertina di Alejandro Burdisio vi aspettano 192 pagine di meraviglia, tra cui un ricordo di Gianfranco Viviani (uno dei grandi professionisti della fantascienza in Italia, purtroppo scomparso la scorsa estate), un reportage dalla Worldcon di Londra, la versione ampliata dell’articolo di Marco Passarello sul pessimismo e l’ottimismo nella fantascienza apparso su Repubblica Sera.

Sia l’articolo sulla Loncon3 che quello sull’approccio contemporaneo alla fantascienza includono dei miei interventi, che per altro chi legge questo blog ha già avuto modo di leggere nei mesi scorsi: qui e qui.

Ma l’indice comprende anche un mio racconto inedito, un’ucronia hard-boiled come ha voluto definirlo Francesco Lato – e a me la sua scelta sta benissimo. Il racconto, che s’intitola Cloudbuster, vuole essere un omaggio a Dashiell Hammett, al cui stile mi sono indegnamente ispirato per la scrittura. Ma anche a Wilhelm Reich, controverso personaggio della scienza (e della fringe science) del ‘900 che ha già ricevuto le attenzioni letterarie di Valerio Evangelisti nel bellissimo Il mistero dell’inquisitore Eymerich: tanto lo psichiatra quanto il suo gruppo CORE (acronimo per Cosmic Orgone Engineering) giocano  un ruolo cruciale nella vicenda, che si avvale anche della partecipazione straordinaria di William S. Burroughs, J.G. Ballard e Cordwainer Smith. Il tutto si svolge a St. Louis nei frenetici giorni della Green World Conference del ’75.

Come? È la prima volta che ne sentite parlare? Fidatevi, non è l’unica cosa che vi suonerà strana alla lettura di queste pagine. Il racconto è stato infatti concepito nell’ambito di un progetto di scrittura poi abortito, un’antologia che avrebbe dovuto uscire per i tipi di Edizioni XII e che purtroppo non riuscì a vedere la luce prima della chiusura della coraggiosa casa editrice. Il progetto, curato da Luigi Acerbi, Sandro Battisti e Daniele Bonfanti, era incentrato sull’idea di discronia: universi che seguono leggi fisiche diverse dal nostro, da cui divergono per effetto di qualche anomalia capace di rendere scienza quella che per noi è solo scienza di confine. Come avrete intuito, la teoria dell’orgone di Reich è il concept da cui ho sviluppato la mia storia.

A Reich l’impareggiabile cantautrice britannica Kate Bush, tornata recentemente a calcare le scene, dedicò la canzone Cloudbusting (inclusa nell’album Hounds of Love del 1985), che parlava di un ragazzo che vive la perdita del padre. Il video della canzone fu concepito dalla stessa autrice con Terry Gilliam e realizzato da Julian Doyle (che proprio in quel periodo stava collaborando con Gilliam alla realizzazione degli effetti speciali di Brazil) e vanta la partecipazione di Donald Sutherland nei panni dello scienziato.

Interstellar_02

Caro Christopher Nolan,

devo confessarti che fino a tre quarti di Interstellar avrei voluto scriverti per ricoprirti di insulti. Sei l’unico regista che avrebbe potuto costringermi a rivedere l’ordine dei miei film preferiti nel giro di 4 anni, con Interstellar che stava pericolosamente insidiando la posizione di Inception. Poi ti sei inabissato in un imbuto pentadimensionale, dove anche tu hai dovuto pagare dazio alla dura legge del blockbuster hollywoodiano. Prima la fede, e vabbe’… chiamata in ballo con una certa insistenza, in maniera forse un po’ ossessiva… Poi l’amore, il pentimento del tuo protagonista costretto a ricredersi sulle sue convinzioni materialistiche…

Io credo che l’amore vada bene per cucinare ottimi piatti, per crescere bambini e condividere l’esperienza terrena finché morte non ci separi. Ma faccio davvero fatica a concepire l’amore come vettore di trasmissione dell’informazione. Nel tesseratto, Cooper avrebbe fatto meglio a rivolgersi al Doctor Who, e nello scambio che ha con il robot sembra che in effetti lo stia facendo. Invece fa quella cosa lì, che nessuno sa bene come funzioni, e che per poco non intacca anche la fenomenale idea simbolica della libreria (anche visivamente resa in maniera straordinaria, kubrickiana, per non parlare poi dei titoli omaggiati, non ultimo Gravity’s Rainbow di Thomas Pynchon) con cui ogni lettore di fantascienza empatizzerà e vedrà omaggiati i maestri della letteratura che ha imparato ad amare attraverso le opere che hanno plasmato il nostro immaginario.

Quindi non te la prendere se continuo a preferire Inception, ma sono disposto ad amare Interstellar per il film che avrebbe potuto essere e non è stato. A te sono disposto a concederlo, come per esempio non mi è stato possibile con Ridley Scott per quel pasticciaccio brutto che ha combinato con Prometheus. Da nessuno avrei potuto aspettarmi quello che sei riuscito a fare nel concepire degli habitat alieni, da nessuno se non da te. E quell’inizio, non so quando né dove si è potuto apprezzare tanto slancio e tanta passione, in un’opera artistica, a sostegno della ricerca scientifica, dell’esplorazione spaziale, del progresso, del valore intrinseco della conoscenza e della comprensione – né se mai mi capiterà di ritrovarne altrove. E dopotutto il tuo finale riscatta anche quel piccolo incidente di percorso, e mi piace poter credere che i 20 minuti che lo precedono possano essere stati solo un sogno, vissuto da Cooper mentre la sua navicella falliva la discesa nel buco nero, trovandosi costretto a riparare sul terzo pianeta. Quello giusto, dove i fallimenti sperimentati lo aiuteranno a vivere meglio la gloria. Come credo possa capitare anche a te, la prossima volta che tornerai a lavorare con la fantascienza.

Quindi, per questo e per tutto il resto, tutto sommato grazie anche questa volta.

In un illuminante articolo del 2001-2002, il filosofo svedese Nick Bostrom, docente della Oxford University e direttore del Future of Humanity Institute, molto attivo anche in seno alla comunità transumanista, includeva l’impatto ambientale di alcune tecnologie tra i rischi esistenziali in grado di condurre l’umanità all’estinzione.

Cosa è un rischio esistenziale? Bostrom propone una classificazione del rischio basata su tre parametri: portata, intensità e probabilità che la minaccia si verifichi. La portata può essere “sostenibile” o “terminale”, l’intensità “personale”, “locale” oppure “globale”. Un “rischio esistenziale” è un rischio globale e terminale allo stesso tempo, una minaccia che potrebbe annichilire la vita intelligente di origine terrestre o limitarne drasticamente e irreversibilmente le potenzialità di sviluppo. Oltre al pericolo di un olocausto nucleare, dell’impatto di un asteroide o di una cometa con la superficie terrestre, del global warming, di un’epidemia naturale, di una qualche catastrofe collegata a un esperimento di fisica nucleare, Bostrom annovera anche l’abuso deliberato o accidentale delle nanotecnologie, la diffusione di agenti patogeni bio-ingegnerizzati o l’avvento di una superintelligenza ostile o semplicemente mal programmata. Con l’eccezione dell’impatto celeste, nessuno di questi rischi minacciava la sopravvivenza della specie umana prima della metà del XX secolo, e di certo nessuno contro cui l’umanità potesse adottare una qualche contromisura. Sono tutti fenomeni contro i quali si dimostra del tutto inutile (se non proprio impossibile) adottare il classico approccio empirico del prova-e-riprova, fino a testare una soluzione efficace. Senza un protocollo adeguato alla gestione del rischio, uno qualsiasi di questi eventi potrebbe rivelarsi fatale al primo errore, se non addirittura prima.

Il rischio esistenziale è una categoria che pone una sfida di ampia portata culturale per l’umanità intera:

  1. Ci obbliga a superare l’approccio consolidato, in quanto vanifica qualsiasi opportunità di apprendimento dall’errore. Richiede invece un approccio proattivo: previdenza per anticipare nuovi tipi di minacce e volontà di adottare azioni preventive decisive sostenendone i costi morali ed economici.
  2. Non possiamo affidarci alle istituzioni, alle norme morali, alle consuetudini sociali o alle politiche di sicurezza nazionale già sviluppate per fronteggiare altre tipologie di rischio. Il rischio esistenziale si comporta in maniera del tutto diversa da tutto ciò che abbiamo conosciuto finora (perfino una guerra mondiale combattuta con armi convenzionali o un regime nazista rappresentano delle minacce inferiori sulla scala della gravità, attestandosi a cavallo tra i rischi globali sopportabili e i rischi locali terminali). Proprio per questo la nostra reazione nel riconoscere rischi di questo tipo e nel correre ai ripari potrebbe risultare fatalmente lenta.
  3. Le contromisure rappresentano dei beni pubblici globali e come tali andrebbero trattate. I rischi esistenziali sono una minaccia per chiunque e potrebbero richiedere azioni di portata internazionale. Il rispetto della sovranità nazionale non è una giustificazione legittima per evitare di prendere contromisure adeguate.
  4. Considerando il bene delle generazioni future, il danno provocato dai rischi esistenziali va moltiplicato per un altro fattore, il tasso di sconto sociale: vale a dire il tasso di sconto adottato per calcolare il valore dei fondi spesi su progetti di interesse comune, esteso alle future generazioni.

Malgrado la sua innegabile importanza, è sorprendente quanto poco lavoro sistematico sia stato compiuto in questo settore.

Lo sforzo intellettuale di Bostrom è rivolto alla minimizzazione sistematica dei rischi esistenziali, attraverso l’accrescimento della consapevolezza e la predisposizione di contromisure adeguate. Tra le azioni suggerite ricordiamo:

  1. Il pubblico riconoscimento del profilo di rischio esistenziale.
  2. La creazione di una piattaforma internazionale per la condivisione dei costi e delle responsabilità di un bene pubblico globale come il contenimento dei rischi esistenziali.
  3. Prevedere un margine di intervento nel caso in cui sia necessario, in ultima istanza, il ricorso a un’azione preventiva.
  4. Adottare uno sviluppo tecnologico differenziato volto a posticipare l’implementazione di tecnologie pericolose e accelerare lo sviluppo di tecnologie benefiche, specie quelle in grado di attenuare le potenzialità delle tecnologie dannose.
  5. Sostenere i programmi volti a contrastare direttamente specifici rischi esistenziali.
  6. Maxipok, una regola generale per l’azione morale: massimizzare la probabilità di un effetto positivo, dove per “effetto positivo” si intende qualsiasi prodotto che scongiuri il disastro esistenziale.

L’articolo merita una lettura approfondita ma ripaga dello sforzo. Se siete interessati al futuro e alle possibilità della specie umana di evolvere in una civiltà postumana, vi potrete trovare interessantissimi spunti di riflessione, che come dimostra il caso di Elon Musk non hanno perso minimamente la loro attualità.

Ricordate il Grande Disaccoppiamento tra la produttività e l’occupazione, individuato da Erik BrynjolfssonAndrew McAfee, della Sloan School of Management del MIT, di cui parlavamo non molto tempo fa? Ricorderete allora anche le stime di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, che calcolavano in un 47% del totale i mestieri attuali negli Stati Uniti a rischio estinzione per l’informatizzazione.

Una delle misure proposte da più parti per contrastare la disoccupazione tecnologica e quindi il progressivo impoverimento di strati sociali sempre più ampi consiste nell’adozione di un reddito minimo universale, che operi anche una redistribuzione della ricchezza dopo che negli ultimi 40 anni è più che raddoppiata, da meno del 10% a oltre il 20%, la concentrazione del reddito nella disponibilità dell’1% delle famiglie ai vertici della piramide sociale. Se ne trova una dettagliata descrizione su io9, a firma di George Dvorsky, che ne illustra anche diversi meccanismi di finanziamento. E potrebbe combinarsi proficuamente con le soluzioni già discusse.

Purtroppo si tratta sempre di misure che richiedono una profonda revisione dell’approccio al problema: vale a dire una regolamentazione che segni anche una netta discontinuità con le politiche keynesiane e il culto del capitale oggi imperanti. Un atto di coraggio, come quello che viene generalmente richiesto per superare i periodi di crisi.

Nell’articolo scritto a 4 mani con il critico, traduttore e studioso di letteratura americana Salvatore Proietti, docente all’Università della Calabria, pubblicato sul numero 72 di Robot, ci siamo dilungati su un tema che attraversa, in maniera più o meno evidente, un numero crescente di opere prodotte negli ultimi anni in seno alla fantascienza: i diritti delle creature artificiali.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

MetalMadeFlesh

L’identità personale si fa distribuita e si moltiplica. Il nostro ecosistema si è già modificato perdendo le originali presunte connotazioni di purezza naturale, e le prime applicazioni di augmented reality rendono ineludibile questa verità. Le tecnologie emergenti, sempre più spesso raccolte sotto la sigla NBIC (che raggruppa nanotecnologia, biotecnologie, information technology e cognitive science), adottato anche dalla National Science Foundation americana, producono effetti che diventeranno sempre più profondi e irreversibili man mano che si realizzano forme di convergenza tra i diversi settori della ricerca. Quanto dovremo ancora aspettare prima che soggetti che non condividono la nostra stessa natura biologica comincino a rivendicare i loro diritti? Robot, androidi, cyborg, intelligenze artificiali, cloni, simbionti, creature ibride, dalla duplice natura, prefigurano la nuova realtà di un mondo che non può più trincerarsi dietro l’esclusività dei benefici e dei diritti della contemporaneità, ma che anzi deve lavorare su una logica inclusiva per estenderli a tutti.

In un celebre passo della Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria, leggiamo:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da uomini, per esprimere la loro idea su quali condizioni debba rispettare un governo di altri uomini per essere da loro accettato. Qualcuno ha idea del perché un’intelligenza artificiale dovrebbe accontentarsi di qualcosa di meno di quanto richiesto dagli uomini?

Da questa consapevolezza nasce un approccio etico, come quello proposto nel 2006 da Gianmarco Veruggio, direttore della Scuola di Robotica di Genova e promotore della cosiddetta roboetica, l’etica applicata alla progettazione e allo sviluppo nei campi della robotica e dell’automazione. All’aumentare dei benefici potenziali, nella robotica come in qualsiasi altro settore della ricerca aumentano anche i rischi. Per questo la presenza massiccia di creature artificiali nel futuro verso cui ci stiamo muovendo pone l’opportunità e anzi il bisogno di una riflessione sulle regole che dovranno gestire il rapporto tra umani e macchine.

Prima che la realtà ci presenti un conto da pagare – come insegna la storia – comprensivo di interessi.

Credit: Raphael Lacoste.

Credit: Raphael Lacoste.

Il mondo in cui viviamo ci obbliga a misurarci continuamente con noi stessi. Per tenere il passo dei cambiamenti in corso non possiamo fare a meno di riconsiderare le certezze acquisite e da quelle muovere verso la prossima conquista, attraverso un processo dinamico. La frontiera di oggi non è quella di ieri, non sarà quella di domani.

Mi piace considerare la fantascienza come la letteratura del cambiamento, intendendo il raggio di questo cambiamento nella sua accezione più ampia. Se è vero che il richiamo alla scienza è dichiarato fin dalla prima formulazione di Hugo Gernsback (quel scientifiction derivato nel 1926 da scientific fiction, che si sarebbe infine evoluto nell’attuale science fiction), è altrettanto vero che nel corso del tempo il genere ha inglobato territori di frontiera che possono anche non avere un aggancio diretto con l’estrapolazione scientifica e tecnologica. Pensiamo per esempio al ricco e celebrato filone delle ucronie, ai viaggi nel tempo, alle opere di fantapolitica o anche alle distopie, che non necessariamente presuppongono il ricorso a tematiche scientifiche per dispiegare al meglio le dirompenti potenzialità del genere.

Qualcuno ritiene per questo preferibile sostituire alla science fiction la denominazione più “neutra” di speculative fiction, soprattutto in riferimento agli esiti letterari più alti. Nel mio piccolo ho invece fatto mia un’altra crociata, ovvero quella di sottolineare l’essenza del genere, esaltando l’ampiezza e la varietà del suo campo d’azione. La fantascienza elabora gli effetti del cambiamento sui parametri culturali che gli autori decidono di volta in volta di declinare: non solo la scienza, ma anche la storia, la sociologia, la politica.

Questo è per me la fantascienza. E per questo vale la pena leggerla e scriverla.

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Il prossimo week-end si terrà a Napoli il primo Congresso Nazionale di Futurologia, organizzato dall’Italian Institute for the Future. Non un “congresso” accademico ma un appuntamento aperto al pubblico in cui esperti di molteplici campi s’incontreranno per ragionare insieme sugli scenari futuri in ambito scientifico, tecnologico, politico, economico.

Sei scenari per un futuro (non troppo) remoto è il tema portante di questa prima edizione, che avrà un’anteprima venerdì 7 novembre con un dialogo su “Uomo e macchina” con Lorenzo Pinna e una tavola rotonda sul futuro visto dalla fantascienza. E qui troverete anche il sottoscritto, insieme ai colleghi Dario Tonani, Francesco Troccoli e Francesco Verso, sotto l’attenta supervisione di Roberto Paura e Carmine Treanni.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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