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Giorno 54 della pandemia e ultimo dello stato di quarantena decretato ormai quasi due mesi fa. Domani inizierà la Fase 2, da tutti tanto attesa da aver lasciato molti delusi nell’annuncio fatto dal governo, che in effetti sembra ancora alquanto lontano dal riuscire a definire un qualcosa che somigli vagamente a una road map o a una strategia per traghettare con sicurezza il paese fuori dall’emergenza (delusione ben sintetizzata da questo editoriale di Luca Sofri).

Guardandoci indietro, ma senza andare a ritroso più di tanto, fermandoci appena a ieri, la fotografia dell’Italia è quella di un paese che ha registrato finora 209.328 casi di contagio e 28.710 decessi, che ne fanno il terzo (dietro USA e Spagna) e secondo (dietro ai soli USA, ma prossimi a essere sopravanzati dalla conta delle vittime in UK) paese più colpito al mondo. Anche se la curva dei nuovi contagi è in evoluzione calante, abbiamo comunque ancora poco meno di duemila nuovi casi registrati al giorno. La curva dei casi attivi, anch’essa in calo, faceva registrare ieri 100.704 casi ancora positivi, ma dobbiamo ancora una volta sottolineare due aspetti di queste statistiche: sono i dati ufficiali raccolti dalle regioni per la Protezione Civile, e scontano sia la strategia dei test (non tutti i sospetti sono testati) sia la definizione di guariti (che comprende anche i dimessi non ancora risultati negativi al test).

Quindi, anche nell’evidente sottostima dei dati ufficiali, continuiamo ad avere almeno centomila casi attivi, prevalentemente concentrati nelle regioni del nord (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto concentrano circa il 75% dei casi fatti registrare in Italia dall’inizio dell’emergenza). Per intenderci, l’8 marzo i casi positivi erano poco più di 6mila. Inoltre, ieri solo 26 province non facevano registrare nuovi casi (in maggior parte, e per fortuna, al Centro-Sud e nelle isole), ma è bene comunque ricordare che per dichiarare superato lo stato emergenziale dell’epidemia occorre che trascorrano due periodi pieni di incubazione del virus (che nel caso del SARS-CoV-2 corrisponderebbe a un tempo di 30-40 giorni).

Guardandoci attorno, possiamo vedere come i paesi più lenti a reagire siano quelli che stanno pagando lo scotto maggiore: negli USA si registra da più di un mese una media di circa 30mila nuovi casi al giorno, nel Regno Unito un trend analogo assestato poco al di sotto dei 5mila nuovi casi giornalieri. I casi nel mondo hanno superato i tre milioni e mezzo di contagi, le vittime sono state finora 245.243.

E provando a guardare avanti? Siamo in molti a chiederci se siamo davvero pronti per la Fase 2.

L’ipotesi di una riapertura scaglionata e graduale su base regionale, su cui pure si era congetturato (e che in molti ritenevamo oltre che plausibile, anche inevitabile), è stata smentita dall’annuncio del Presidente del Consiglio del 26 aprile scorso e dalla pubblicazione dell’ultimo DPCM. In altre parole, l’Italia che stasera va a dormire come Zona Rossa, domani si risveglia tutta intera, se non Zona Verde, almeno Zona Gialla. Continueranno a valere diverse delle restrizioni fin qui messe in atto, ma le misure che verranno allentate verranno allentate senza distinzioni su tutto il territorio nazionale. E questo malgrado ci siano delle province in evidente peggioramento rispetto ad altre. Secondo il modello elaborato dalla Fondazione Gimbe, basato sulla prevalenza (ovvero la densità stimata sul numero di casi totali ogni 100.000 abitanti) e sulla velocità del contagio (misurata sulla base della variazione percentuale dei casi), è evidentemente ingiustificato trattare il Piemonte come l’Umbria.

Ma la cosa che induce qualche preoccupazione in più, è che domani si entrerà nella Fase 2 senza che nemmeno una delle raccomandazioni degli epidemiologi circolate nelle ultime settimane sia stata presa in considerazione.

Per l’ex presidente della International Epidemiological Association Rodolfo Saracci, prima di partire con la Fase 2 il governo avrebbe dovuto innanzitutto domandarsi “se la fase 1 abbia raggiunto l’obbiettivo di ridurre a zero, o quasi, i nuovi casi”, prefissandosi degli obiettivi (nazionali o regionali) per conciliare le riaperture con la propria capacità di gestire l’emergenza (da Scienza in rete). Evidentemente, per quanto scrivevamo sopra, non è stato così.

Per Pierluigi Lopalco, docente di igiene all’università di Pisa e coordinatore della task force per l’emergenza epidemiologica della Regione Puglia, prima di allentare le misure sarebbe stato necessario fissare alcuni standard:

“Quanti tamponi per mille abitanti si riescono a fare in una settimana? Quanti tamponi sul totale risultano positivi? Qual è la quota di casi di covid-19 registrati dal sistema di sorveglianza di cui non si conosce l’origine? Quanti focolai di trasmissione sono ancora aperti? Qual è la quota di casi covid-19 che vengono segnalati per la prima volta quando sono già gravi? Esiste un sistema di sorveglianza di ‘tosse e febbre’ diffuso sul territorio attraverso pediatri di famiglia e medici di medicina generale che segnali precocemente eventuali focolai epidemici? Esiste un sistema di allerta che in tutti gli ospedali del territorio sia in grado si segnalare un eccesso di ricoveri di malattia respiratoria acuta grave?”

Evidentemente, non è stato così, e in seguito all’allentamento delle misure sono già due gli effetti che possiamo aspettarci. Innanzitutto, una possibile risalita del numero dei nuovi contagi: se non una vera e propria seconda ondata, come quella attesa per l’autunno, almeno un secondo picco in grado di mettere nuovamente sotto pressione il Sistema Sanitario Nazionale.

In questo caso non è da escludere che i governi decidano di adottare una strategia che era già stata delineata a metà marzo dai ricercatori dell’Imperial College di Londra: il metodo, denominato colloquialmente stop and go o quarantena di massa yo-yo o anche la danza, consiste nel possibile inasprimento delle misure di distanziamento sociale ogni volta che una certa soglia prefissata di posti occupati in terapia intensiva (stabilita per esempio come percentuale di posti totali o come numero medio di ricoveri settimanali) viene superata, e sta conoscendo una crescente popolarità nelle ultime settimane. Non sarebbe come tornare alla Fase 1, ma piuttosto per diversi mesi potremmo avere un’alternanza di periodi più o meno lunghi di Fase 1 intervallati da parentesi di misure più blande.

Isolamento localizzato, misure di contenimento mirate (per tutelare le fasce più a rischio della popolazione), screening su vasta scala e tracciamento dei contatti sarebbero le altre misure da mettere in campo, anche se per il momento dal governo abbiamo sentito parlare solo dell’app Immuni, annunciandola prima come pilastro portante della ripresa, per poi avviare la Fase 2 senza nemmeno averla ancora licenziata per l’uso.

L’altro effetto sarà il prolungamento dell’emergenza. Considerando la curva dei contagi attivi riportata nel primo grafico di questo articolo, vediamo che ci sono voluti 60 giorni per raggiungere il picco (fatto registrare il 19 aprile con 108.257 casi positivi). Possiamo pronosticare tranquillamente che ce ne vorranno di più per azzerarla: se questo era vero già con l’applicazione delle misure restrittive della Fase 1, lo diventerà ancora di più nella Fase 2, da cui è lecito aspettarsi come minimo una frenata nel calo dei nuovi casi, se non proprio (come dicevamo sopra) una risalita.

Questo è ciò che ci aspetta.

Ma stando così le cose, sconcerta ancora di più non vedere uno sforzo a più lungo termine che si sforzi di guardare al di là dell’orizzonte delle prossime settimane. Qualcosa che non riprenda necessariamente i punti programmatici che, con un minimo sforzo di ascolto e compilazione, elencavamo nel precedente post di questo diario della pandemia, ma che mostri una visione. Di qualche tipo.

E invece che tutto ciò che ci viene proposto dalla nostra classe dirigente è banalmente navigare a vista. Aspettiamo quindi il prossimo scoglio e restiamo pronti a virare, pregando di riuscirci per tempo.

Giorno 40 dell’entrata in vigore delle prime misure restrittive valide per il territorio italiano. 3.491 nuovi casi ieri, ma per una volta evitiamo di snocciolare le solite cifre.

Secondo i dati divulgati dal gruppo di ricerca CoVstat_IT il coefficiente R0, il cosiddetto numero di riproduzioni di base che misura «il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione interamente suscettibile, cioè mai venuta in contatto con il virus» e quantifica quindi il grado di potenziale trasmissibilità della malattia, si sta effettivamente avvicinando alla fatidica soglia unitaria, al di sotto della quale si avrà l’attesa perdita di slancio della propagazione del contagio (il migliore intervento che ho letto sull’argomento è quello di Paolo Giordano per le pagine del Corriere della Sera; e anche se trattandosi del quotidiano di via Solferino lo faccio decisamente a malincuore lo linko qua). Il 26 febbraio l’R-zero valeva 4,27, il 31 marzo 1,58, oggi è 1,09. E benché si tratti di una grandezza derivata, figlia del modello adottato per stimarla, l’accordo tra le stime che circolano da alcune settimane sembrano se non altro testimoniare l’efficacia delle misure di distanziamento sociale adottate per contenere il contagio.

Tutto bene, dunque?

Soffermiamoci un attimo sul confronto pubblicato da YouTrend tra le previsioni del governo e l’andamento reale dei nuovi casi:

In realtà si tratta di un grafico che circola da qualche settimana, ma il trend consolidatosi nel frattempo dà una misura dell’ampiezza dello scarto tra quelle che erano le attese per gli effetti del lockdown e quello che sta realmente accadendo: ballano più di 3.000 casi al giorno, e non solo oggi, ma da più di un mese. I conti si fanno presto a fare: sono quasi 100.000 casi in più rispetto alle previsioni, e se oggi ne abbiamo in totale 175.925 (di cui 107.771 ancora positivi) significa che ogni valutazione di ripartenza relativa alla tanto attesa Fase 2 – ammesso e non concesso che con le centinaia di esperti coinvolti nelle varie task force e commissioni istituite dal governo ci siano state delle valutazioni di ripartenza (448 persone in 15 comitati, per una media di 30 teste coinvolte a ogni tavolo) – si basava al momento del lockdown su previsioni che sono state smentite con ampio margine dalla realtà, sottostimate di più del 100% rispetto ai dati ufficiali.

È legittimo sperare che nel frattempo i consulenti convocati dal governo abbiano modificato i modelli per includere nell’elaborazione degli scenari futuri i nuovi dati provenienti dal territorio, anche se sappiamo tutti ormai che quei dati sono in ogni caso molto inferiori ai casi totali di contagio avvenuti in Italia (nelle stime migliori di un ordine di grandezza) e affetti da una sistematicità di errore che ci costringe a basare ogni valutazione sull’andamento su basi poco più che puramente qualitative. Dopotutto hanno avuto come tutti noi più di un mese per lavorarci… Ma il fatto che non siano circolate previsioni diverse da quella usata per il confronto che stiamo esaminando non è molto incoraggiante.

Vale la pena quindi ragionare sulla Fase 2 con questi presupposti?

Da più voci arrivano da settimane appelli a sapere almeno se un progetto di ripartenza esista, ma ogni giorno che passa la sensazione che ci si sia fatti prendere in contropiede, senza almeno un piano B e sicuramente nemmeno un piano di riserva al piano di riserva, si consolida. E con queste premesse non sono troppo d’accordo nemmeno con chi invita – e sono sempre più numerosi tra l’altro, a questo punto – a guardare ciò che stanno facendo gli altri paesi e copiarli pedissequamente. Si tratta di un argomento fallace, secondo me, perché se è vero che conviene sempre guardare ciò che succede oltre la porta di casa, è altrettanto vero che ciò che è avvenuto da noi è anche il risultato di decenni di scelte infelici, dal clientelismo al decentramento alla riduzione dei posti letti allo smantellamento dell’assistenza medica intermedia tra case e ospedali e chi più ne ha…

Quindi, se da una parte è comprensibile invocare riaperture almeno selettive dei servizi non essenziali e un cauto ritorno alla «vita di prima», dall’altra abbiamo una serie di considerazioni che ci inducono a non poter essere così ottimisti. Per poterci arrivare saranno inoltre necessarie una serie di misure legate al tracciamento dei contagi (è di pochi giorni fa la notizia della scelta da parte del governo dell’applicazione per il contact tracing), all’adozione di test sierologici efficaci per valutare la reale estensione dei casi entrati in contatto con il virus e, in attesa di avere un vaccino prodotto su larga scala e in quantità sufficienti per tutta la popolazione ancora suscettibile, alla possibilità di disporre chiusure mirate ovunque si renda necessario, per prevenire un nuovo caso Val Seriana.

In aggiunta a questo, è importante che la giusta spinta a farsi carico della responsabilità della scelta, onere e onore di chi ci governa, non produca la più classica delle eterogenesi dei fini a cui la politica ci ha abituati: nascondere dietro le scelte prese in una situazione di emergenza (in cui, al di là della situazione sanitaria, sicuramente c’è anche una parallela crisi economica, testimoniata dai 3,7 milioni di lavoratori che con il lockdown hanno visto venir meno l’unica fonte di reddito delle loro famiglie) l’inefficacia di misure di più ampio respiro. Tanto più che, come ha dichiarato il consigliere scientifico del ministero della Salute Walter Ricciardi, già presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e oggi membro del consiglio esecutivo della World Health Organization, la seconda ondata è pressoché certa: le prossime disposizioni dovrebbero però evitare di vanificare i sacrifici sostenuti finora, rischiando di anticiparne l’arrivo a prima ancora dell’estate.

Ripeto: è giusto cercare delle misure che vengano incontro ai milioni di italiani in difficoltà e agli altri che si aggiungeranno a queste cifre in uno scenario di estensione delle restrizioni che nessuno si augura; ma se la scelta è tra a. l’illusione di tornare alla «vita di prima» per poi riprendere l’impennata dei contagi e la conta delle vittime e magari essere costretti a una nuova chiusura nel giro di poche settimane o di qualche mese, e b. l’adozione di misure drastiche ma che consentano di iniziare la necessaria ristrutturazione del sistema; personalmente non ho esitazioni a optare per la soluzione b.

Una proposta possibile potrebbe partire dal corrispondere un reddito di base universale a tutti i lavoratori impossibilitati a tornare alle loro mansioni per la durata dell’emergenza e nel frattempo cominciare a:

  1. rafforzare il sistema sanitario nazionale, con a. la ricostituzione dei servizi di assistenza medica primaria rappresentata dalla rete dei medici di base e dei distretti socio-sanitari che col tempo sono stati smantellati, fusi o accorpati in un’ottica di efficientamento puramente economico; b. l’assunzione e regolarizzazione di medici e infermieri, di cui ci sarà inevitabilmente bisogno anche nel medio-lungo periodo, come ha dimostrato l’impreparazione con cui abbiamo dovuto fare i conti dopo legislature di tagli alla spesa;
  2. elaborare un vero piano scuola, che non può prescindere da investimenti seri e cospicui e non di mera facciata nell’edilizia scolastica (la mente va alle renzate varie e assortite, con tutto lo spettro che va dalle Scuole sicure alle Scuole belle…), per mettere in sicurezza le scuole e riprogettare gli spazi per la didattica; alleggerire la pressione sui docenti (dalle classi da 25-30 alunni a tutti i compromessi richiesti in termini di spese per i materiali didattici) e investire concretamente nella loro formazione (che significa accompagnare nel mondo della scuola docenti preparati e fare in modo che quelli giù in forze sviluppino le necessarie competenze per rimanere al passo con i tempi); sviluppare un serio programma di didattica a distanza che non rischi di lasciare indietro i milioni di alunni che vivono in famiglie che non possono permettersi un tablet o un computer o perfino una linea internet adeguata (le testimonianze dei docenti che si leggono in questi giorni sono tutte abbastanza in sintonia tra loro, riprendo quindi per comodità questa di Clauda Boscolo);
  3. se è vero che durante il lockdown il 55% dei lavoratori ha continuato a svolgere le proprie mansioni, in modalità smart working o direttamente in azienda, è altrettanto vero che la crisi dovrebbe averci insegnato qualcosa sull’importanza (se non proprio l’essenzialità) di alcune tra le categorie meno protette (non ultimi i rider e gli altri lavoratori inquadrati nella cosiddetta gig economy), a cui bisognerebbe riconoscere al più presto tutte le tutele necessarie;
  4. adottare misure anche severe volte a riqualificare il patrimonio immobiliare italiano, sanando soluzioni abitative al limite della vivibilità e riconoscendo a tutti il diritto a una casa commisurata alle esigenze (leggasi: numerosità) del nucleo familiare, che alleggerisca anche la concentrazione demografica delle città che si stanno dimostrando nient’altro che alveari-prigioni e ripopoli i tanti paesi, soprattutto del Centro-Sud, che per anni sono stati trasformati in ghost town dall’emigrazione verso le città del Nord Italia.

Non sono misure che si può pensare di rendere operative da subito, ma senza partire da qualche parte non verranno mai portate a termine. E credo che concorderemo tutti senza difficoltà che si tratta di scelte necessarie, anche se mi rendo conto che è un programma che ora come ora appare utopico, specie con questa classe politica e in queste condizioni. Ma un punto zero prima o poi dovrà essere fatto, e probabilmente se non si decide di farlo alla luce della severa lezione di questa emergenza allora non troveremo mai lo spirito di portarlo a compimento.

Basta saperlo, però, per evitare poi di tornare tutti a lamentarci la prossima volta che si presenterà la necessità di affrontare un’emergenza simile. Perché se c’è un’altra cosa su cui dovremmo essere tutti d’accordo, imbecilli di varie affiliazioni politiche a parte, è che questa situazione, pur nella sua singolarità, non rappresenta affatto un’eccezione ma nei mesi e negli anni che verranno diventerà una regola con cui convivere.

Giorno 39 dalla dichiarazione della Zona Rossa Italia. Raggiunti i 172.434 casi totali. 42.727 dimessi, di cui un numero imprecisato di guariti. 22.745 decessi sicuri, ma diverse migliaia di decessi stimati in aggiunta ai dati ufficiali: nelle case di riposo (e qui per la Regione Lombardia le cose iniziano a mettersi male, con buona pace per tutta la campagna propagandistica che ha accompagnato la gestione dell’emergenza, dalle dirette Facebook del suo assessore al Welfare all’ospedale in Fiera) o in isolamento domiciliare.

La curva dei contagi pare stia raggiungendo l’atteso picco, con tre settimane di ritardo rispetto al picco che in molti ci aspettavamo a fine marzo. Oggi il numero totale dei positivi è salito di sole 355 unità a 106.962: l’incremento minore dal 3 marzo, grazie anche al massimo finora raggiunto dal numero di guariti giornalieri (+2.563), ma sono comunque 10mila unità più del picco che prevedevamo solo la scorsa settimana.

Ma ormai su questi numeri l’attenzione si è molto ridotta, sia per le note metodologie già più volte discusse (e riassunte in questi due articoli del Post), sia per l’allentata pressione sul sistema sanitario nazionale, in particolare con una riduzione del tasso di occupazione delle terapie intensive dal 65% di inizio aprile a circa la metà negli ultimi giorni (37%).

Sulla validità, attendibilità, utilità o credibilità dei dati si sono aggiunti negli ultimi giorni questo commento di Francesco Costa e questo post di Luca Sofri che riprende uno studio di alcuni astrofisici che stanno seguendo l’evoluzione statistica dell’epidemia, e che hanno trovato per primi una spiegazione allo strano andamento ondulatorio della discesa del numero di contagi giornalieri: evitando spoiler per rovinarvi il gusto della scoperta, anticipiamo qui che i «picchi» visibili nella prima delle immagini qui sopra sono distanziati di… 7 giorni.

Tutto sommato, che fosse una farsa avevamo iniziato a sospettarlo già dopo la prima settimana di quarantena.

Ma a proposito di farsa guardiamo cosa sta succedendo nel mondo. Ovvero: 2.223.240 casi totali e 152.328 vittime. Gli USA hanno quasi raggiunto 700.000 casi e 37.000 vittime: i nuovi contagi continuano a crescere da giorni al ritmo di 30.000 al giorno, mentre la conta delle vittime ha visto il suo giorno più nero il 14 aprile, con oltre 6.000 decessi in ventiquattro ore. I numeri, come dimostra l’esperienza italiana, non devono trarre in inganno: gli Stati Uniti, fatte le debite proporzioni, si trovano più o meno dove eravamo noi a fine marzo; sono passate tre settimane e i casi sono continuati ad aumentare. Ma Donald Trump tira dritto per la sua strada e, spaventato da scenari economici sempre più foschi che difficilmente ne favorirebbero la rielezione (nell’ultimo mese sono state presentate 22 milioni di richieste per il sussidio di disoccupazione), ha deciso di andare allo scontro aperto con i governatori degli stati guidati dal Partito Democratico. Mentre lui dichiara di aver sospeso i finanziamenti alla World Health Organization, rea a suo dire di una cattiva gestione della crisi (ma in molti hanno riconosciuto nell’annuncio la solita strategia di Trump per sviare l’attenzione dalle sue responsabilità e dai suoi fallimenti), e propone un piano in 3 fasi per rimettere in moto l’economia, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo estende le misure restrittive fino al 14 maggio.

In Spagna i casi sono arrivati a 188.093, con 19.613 vittime. In Francia a 147.969, con 18.681 vittime. Nel Regno Unito 108.692, con 14.576 vittime, ma il 12 aprile il premier Boris Johnson ha lasciato l’ospedale in cui era ricoverato. In Germania, con 139.134 casi confermati, ci sono state appena 4.203 vittime. Il Portogallo si conferma al contrario una felice eccezione nel panorama del Vecchio Continente.

L’epidemia si diffonde anche in Turchia e Russia, inducendo il governo di Ankara a scarcerare 45.000 detenuti a rischio di contagio (ma non i «detenuti politici») e il presidente russo Vladimir Putin a una posizione inaspettatamente defilata nella gestione di una crisi la cui portata potrebbe essere già oggi più grave di quanto denunciano le cifre ufficiali (32.000 casi, meno di 300 vittime…).

Le autorità cinesi hanno rivisto al rialzo il numero di decessi avvenuti a Wuhan a causa della Covid-19: nella città focolaio della pandemia, ci sarebbero stati almeno 1.290 decessi in più rispetto alle stime originariamente diffuse dal governo. Il bilancio delle vittime sale così a 4.632.

La World Trade Organization nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto in cui prospetta una contrazione del commercio mondiale compresa tra il 13 e il 32 per cento. Nel secondo semestre del 2020 gli scambi potrebbero ripartire limitando i danni; al contrario, se la crisi dovesse proseguire, si potrebbe avere un risollevamento dell’economia solo a partire dal 2021, con un ritorno al volume di scambi di… dieci anni fa. In entrambi gli scenari, l’impatto della pandemia sembra destinato a dimostrarsi peggiore della crisi del 2008.

Previsioni sul volume degli scambi commerciali mondiali; scenari a confronto con la serie storica (fonte: WTO, via Il Post).

E degli scenari bisognerebbe ricominciare seriamente a parlare anche in Italia. Le stime dell’impatto della crisi per il nostro paese peggiorano di settimana in settimana: se a marzo si parlava di un calo del PIL mediamente intorno al 5%, per il Fondo Monetario Internazionale adesso la crisi si tradurrà in una perdita del 9,1%. Non siamo soli: la Germania perderebbe circa il 7%, l’Eurozona nel suo insieme il 7,5%, gli Stati Uniti il 5,9%. Ma siamo sicuramente tra i più colpiti.

Non a caso l’altro giorno la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, intervenendo all’inizio dei lavori di una sessione plenaria straordinaria del Parlamento Europeo, ha rivolto delle scuse all’Italia per non aver fatto abbastanza nelle battute iniziali della crisi. Mentre sono in discussione le nuove misure per fronteggiare la pandemia e le sue conseguenze economiche, con i paesi europei schierati  tra un fronte più intransigente e uno più favorevole a una maggiore flessibilità, questa autocritica è sembrata un’apertura alle istanze del nostro paese… e, giusto per non smentirsi, poche ore dopo i nostri rappresentanti politici all’Europarlamento, senza distinzioni di schieramento, hanno offerto l’ennesima dimostrazione della grande coerenza e dell’amore che nutrono per il nostro Paese. A riprova del fatto che viviamo tutti in una farsa, non c’è altra spiegazione.

Inevitabilmente anche i tassi di disoccupazione aumenteranno dappertutto: dal 10 al 12,7% in Italia, con l’Eurozona al 10,4%. Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha ribadito che bisognerebbe spendere tutto il necessario per sostenere l’economia dei paesi in crisi durante la pandemia e qualcuno si è spinto a ipotizzare un «reddito di quarantena», che mette i brividi fin dalla definizione. Ma con un pizzico di coraggio in più si potrebbe provare a guardare un po’ oltre il nostro naso.

Si prevedono tempi di enormi stravolgimenti e la situazione è talmente incerta che mai come nelle ultime settimane think tank, comitati e risk office hanno elaborato scenari tanto contrapposti. Senza essercene accorti, invece del picco dei contagi potremmo in effetti esserci messi alle spalle il picco del petrolio (il cosiddetto picco di Hubbert, che prende il nome dal geofisico americano Marion King Hubbert), che diversi studi prevedevano per questo decennio (e alcuni per il 2023), e che invece potrebbe esserci stato nel 2019. En passant, la curva di Hubbert (che altro non è che la derivata della funzione logistica o sigmoidale che sappiamo approssimare bene l’andamento dei casi totali) è proprio la funzione adottata nei modelli usati per descrivere l’andamento dei nuovi contagi giornalieri (l’andamento qui sotto è tratto per esempio dal post del 31 marzo).

Scenario_E2_casi_giornalieri_2020-03-31

Per accelerare la ripresa, paesi come la Cina potrebbero decidere di puntare sulla costruzione di nuove centrali a carbone, vanificando i benefici indirettamente comportati dal lockdown in termini di emissioni inquinanti.

Probabilmente con i settori dell’auto e dei trasporti aerei che riporteranno le perdite più gravi a causa della pandemia (e almeno per il trasporto aereo sembra davvero poco plausibile un rilancio nei prossimi mesi) e con il mercato dell’energia che si accinge ad accelerare i tempi di una transizione epocale, potrebbe essere arrivato il momento per rivedere l’intero modello di business su cui si reggono le nostre società occidentali. Ovviamente è presto per parlare di cambiamenti che potrebbero diventare effettivi solo sul medio-lungo periodo, come per esempio la riprogettazione del settore dell’energia, ma i piani decennali che alcuni paesi hanno già avviato potrebbero venire accelerati. Allo stesso tempo, gli effetti della pandemia potrebbero finire per mostrare anche ai più scettici i vantaggi di un sistema sanitario centralizzato o almeno coordinato centralmente e la necessità di  un piano di assistenza medica gratuita universale. Spingendoci ancora un po’ oltre, allora, con milioni di posti di lavoro che andranno in fumo prima che se ne possano creare di nuovi, probabilmente in settori diversi, è ancora così balzana la prospettiva di un reddito universale di base che non sia la ridicola parodia messa in piedi dal M5S in Italia?

Non lo so, ma sugli scenari torneremo sicuramente nei prossimi giorni. Intanto, una chiosa sull’Italia. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è detto pronto a chiudere i confini della regione se i suoi colleghi dovessero allentare le misure di sicurezza attualmente previste dal governo, con il rischio di una ripresa dei contagi a livello nazionale. Come qualcuno faceva notare, non è una prospettiva molto distante da qualcosa che capitava nelle pagine di Corpi spenti. La realtà potrebbe solo essere arrivata con quei 40 anni di anticipo, per non farci mancare ancora una volta niente. Nemmeno in tempi di pandemia.

415.146 casi registrati. 18.562 vittime. 108.296 guariti. Ecco la situazione nel mondo nel momento in cui scrivo (dati forniti da Worldometers).

La metà dei casi riguardano l’Europa, che ha ormai staccato la Cina come focolaio più attivo a livello globale: dell’Italia parleremo dopo, ma la Spagna ha raggiunto quasi i 40mila casi, con 2.800 vittime e 5.400 contagiati tra gli operatori sanitari, di cui 2.000 solo negli ultimi 2 giorni a causa della carenza di dispositivi di protezione; la Germania è a 32mila casi e il basso numero di vittime (156) per il momento sembra dovuto alla maggiore diffusione dei contagi tra le fasce più giovani della popolazione e con il diffondersi dell’epidemia sempre più anziani potrebbero essere colpiti, ma sembra difficile che l’emergenza possa assumere le proporzioni raggiunte in Italia, grazie ai 28mila posti in terapia intensiva di cui dispone la Bundesrepublik; la Francia, con oltre 22mila casi, ha superato oggi le mille vittime e i consulenti scientifici del presidente Emmanuel Macron hanno suggerito di proseguire il blocco del paese almeno per altre sei settimane fino alla fine di aprile.

Secondo un portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’85% dei nuovi casi registrati nelle ultime 24 ore sono stati in Europa e in USA. Malgrado gli States abbiano più di 50mila casi e 667 decessi, e nonostante la richiesta d’aiuto del governatore dello stato di New York Andrew Cuomo perché il governo federale sostenga lo stato con 30.000 nuovi respiratori prima che si trasformi nel prossimo epicentro globale del coronavirus, il presidente Donald Trump in controtendenza ostenta ottimismo e rimanda qualsiasi decisione sulla riapertura degli esercizi commerciali alla prossima settimana.

Intanto gli stati che hanno annunciato il lockdown sono 15, con misure che riguardano la metà circa dei 330 milioni di cittadini americani. A questi si aggiungono India, Sud Africa e Nuova Zelanda, che entreranno in lockdown tra poche ore per almeno tre settimane: 2,6 miliardi di persone sono costrette a casa come misura per contenere il dilagare della pandemia.

Anche il Giappone si è arreso e ha accettato di rimandare le Olimpiadi al 2021: non era mai capitato prima che le Olimpiadi venissero spostate e l’ultima volta che erano state annullate era il 1944.

In Italia il Consiglio dei Ministri ha approvato nel pomeriggio un nuovo decreto per porre ordine nelle misure di contenimento fin qui disposte, precisando che i provvedimenti adottati possano essere rinnovati per ulteriori 30 giorni alla scadenza e successivamente estesi fino al 31 luglio, data di scadenza dei sei mesi dallo stato di emergenza dichiarato il 31 gennaio scorso. Il testo inasprisce le sanzioni per i trasgressori (che sono comunque molti meno di quanto si pensa e di quanto si sarebbe potuto credere) e introduce per i prefetti la possibilità di avvalersi delle forze armate per far rispettare le misure previste. Agli amministratori regionali e comunali viene riconosciuta la facoltà di disporre in autonomia provvedimenti più restrittivi, che non potranno però avere durata superiore ai sette giorni se non confermati attraverso un decreto ministeriale. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte domani riferirà in Parlamento.

Ma come sta andando il contagio in Italia?

Oggi si sono registrati 5.249 nuovi casi, che portano il totale a 69.176 contagi. I decessi salgono a 6.820 (+743), i guariti a 8.326 (+894). I casi positivi attualmente in corso sono 54.030, con un incremento di 3.612 rispetto a ieri (trend in diminuzione per il terzo giorno di fila): di questi 21.937 sono ricoverati e 3.396 sono i ricoverati in terapia intensiva, con un tasso di saturazione salito al 54%.

Il rallentamento degli ultimi giorni è facilmente percepibile nell’andamento della variazione percentuale giornaliera dei casi.

Potremmo effettivamente essere al picco dei contagi, la concordanza con lo scenario E2, che altro non è che lo scenario E corretto per tener conto dell’andamento degli ultimi giorni, incoraggia a pensarlo.

Questo scenario è sostanzialmente in accordo con le estrapolazioni su cui riflettevamo il 21 marzo. Lo scenario di crescita dei casi totali mostra una leggera sovrastima rispetto ai casi totali effettivamente registrati ad oggi: continuando di questo passo, anziché sfondare quota 120.000 casi registrati a fine epidemia (con l’inevitabile disclaimer che questi sono solo i casi visibili, mentre i casi reali – necessari anche a riportare il tasso di letalità nelle medie registrate in altri paesi – potrebbero già essere molti di più), potremmo fermarci tra i 100 e i 120.000.

Uno scenario di sviluppo dei casi attivi compatibile con queste premesse è quello del grafico seguente, in cui il picco dei casi attivi si assesta verso gli 80.000 casi intorno al 4 aprile.

Questo significa che, malgrado l’ottimismo che inevitabilmente filtrerà dalla lettura dei numeri snocciolati nei bollettini giornalieri, nel giro di poco più di una settimana ci troveremo a fronteggiare un numero di casi che potrebbe essere tra il 30 e il 50% più alto di quelli che abbiamo oggi, con la necessità di soddisfare più di 7.000 ricoveri in terapia intensiva (per essere più precisi siamo in una forbice tra 5 e 8.000).

Come si vede dall’andamento dei ricoveri, già nei prossimi giorni il trend di crescita potrebbe entrare in collisione con la capacità di tenuta del sistema sanitario nazionale, ammesso e non concesso che questo non sia già successo, almeno a livello locale e in alcune regioni, con conseguenze già visibili nello scarto consistente tra l’andamento del modello e quello dei ricoveri effettivi in ICU.

Quindi, se anche la situazione dei contagi potrebbe essere finalmente sotto controllo, grazie alle misure restrittive adottate a partire dall’inizio di marzo, il rallentamento del tasso di crescita dei nuovi contagi registrato negli ultimi giorni non è un invito alla pazza gioia: mentre i cittadini dovranno proseguire nella ferrea disciplina di distanziamento sociale che si sono imposti con questi incoraggianti risultati, le autorità dovranno continuare ad adattare la capacità di ricovero in terapia intensiva per i casi più critici per poterci traghettare felicemente fuori dall’emergenza, configurando i primi segnali di un ritorno alla normalità non prima del mese di maggio.

Qui sopra vedete la sigmoide rossa del numero dei decessi che si stabilizza tra le 12 e le 13.000 vittime. Ma basterà sottovalutare i dieci giorni che ci aspettano o commettere un solo passo falso perché questi valori si alzino come una marea rossa, configurando scenari ben peggiori.

Il feeling positivo ispirato dalle notizie di ieri è ripreso in serata, dopo che l’alba ci aveva consegnato un altro triste risveglio. Il tempo di confrontarsi con le notizie provenienti dal resto del mondo: oltre un miliardo di persone costrette nelle loro case in tutto il mondo, la curva dei contagi negli USA che schizza vertiginosamente verso l’alto (i casi sono cresciuti di dieci volte in meno di una settimana, e dopo essere arrivati ieri oltre i 30mila, oggi sono saliti ulteriormente a quasi 42mila con 500 vittime: al 21esimo giorno dell’emergenza, in Italia eravamo a metà dei casi…), le scene dagli ospedali spagnoli assiepati di malati in attesa di un posto letto e la vicepremier Carmen Calvo ricoverata per un’infezione respiratoria. Il sindaco di New York Bill de Blasio ha dichiarato di aspettarsi «un mese di aprile peggiore di quello di marzo, e un mese di maggio ancora peggiore» e ha avviato i lavori per trasformare un centro congressi in un ospedale da mille posti letto.

In Italia il mezzo pasticcio sulle chiusure delle attività produttive non essenziali propiziato dal caos istituzionale tra governo centrale e regioni, in cui s’inserisce un nuovo scontro tra Confindustria e sindacati, che annunciano scioperi nelle regioni del Nord.

La situazione al Sud è altrettanto tesa: Basilicata e Calabria hanno annunciato la chiusura dei loro confini regionali. I sindaci dei comuni dell’alta Calabria hanno chiesto al prefetto di Cosenza l’autorizzazione a istituire check point con l’aiuto di agenzie private sulle strade di accesso alla ragione. Mentre il governatore della Sicilia e il sindaco di Messina denunciano sbarchi non autorizzati dalla Calabria.

Il numero degli operatori sanitari contagiati è salito a 4.824, il doppio rispetto alla Cina.

I contagi nel mondo sono saliti a 375.000 casi, con 16.000 vittime (10.000 solo in Europa) e più di 12.000 ricoverati in condizioni critiche. In Italia la curva dei nuovi contagi segna un valore in riduzione per il secondo giorno di fila, con 50.418 casi attivi e 63.927 totali, ma rimandiamo ai prossimi giorni ulteriori considerazioni sulla curva. Intanto la provincia di Milano sembra aver frenato, ma le regioni del Sud stanno per diventare le osservate speciali per capire come evolverà la crisi.

In serata il premier britannico Johnson ha completato la svolta a U cominciata lunedì scorso e ha annunciato severe misure di contenimento, confrontabili con quelle adottate in Italia: chiusura degli esercizi commerciali non essenziali, forti restrizioni negli spostamenti, chiusura di biblioteche, parchi giochi e luoghi di culto, sospensione di battesimi e matrimoni. Prove tecniche di lockdown. La polizia avrà il potere di disperdere assembramenti e comminare multe anche molto salate. E il tutto durerà non meno di tre settimane. Ci sono volute più di trecento vittime per far cambiare idea a Johnson e ai suoi. È un duro bagno di realtà per chi aveva vaneggiato sul lasciar fare all’epidemia il suo corso.

Théodore Géricault, La zattera della Medusa (Louvre, 1819).

20 marzo 2020, equinozio di primavera. Un’altra giornata nera per l’Italia.

Il totale dei casi registrati sale a 47.021 (5.986 più di ieri). Deceduti: 4.032 (+627), tasso grezzo di letalità: 8,6%Guariti: 5.138 (+698).

Totale casi attivi: 37.851 (+4.670). Ricoverati in terapia intensiva: 2.655 (+157), corrispondenti al 7% sul totale dei casi attuali. Tasso di saturazione stimato dei posti letto in terapia intensiva: 45%.

Guardando i dati diffusi dalla Protezione Civile ci accorgiamo che il numero dei ricoverati in terapia intensiva non sta crescendo con la stessa rapidità dei casi positivi in corso: lo scollamento non è fluttuante ma mostra un progressivo aumento da una decina di giorni a questa parte.

Nell’immagine seguente lo scostamento è più evidente, ed è rappresentato da quello scalino tra l’andamento attuale dei ricoveri in ICU (intensive care unit) e quello stimato al tasso delle prime due settimane della crisi (mediamente intorno al 10% del numero dei casi attivi): rispettivamente la linea rosso/arancio e quella blu elettrico con gli indicatori.

Naturalmente il numero dei ricoveri in terapia intensiva non può superare la capienza dei reparti (linea rossa spezzata, già comprensiva del piano di rafforzamento disposto dal Ministero della Salute), anzi non vi si può nemmeno avvicinare: si stima che a regime un terzo circa dei posti totali non siano destinabili a trattamenti per il COVID-19, e quindi l’andamento attuale sembra piuttosto un effetto del progressivo assorbimento della richiesta crescente di ICU nelle regioni più colpite (in particolare la Lombardia, dove da diversi giorni decine di contagiati bisognosi di cure vengono trasferiti in strutture in altre regioni).

Essendo giunti a questo punto e con un tasso di contagi accertati compatibile con un livello di massima diffusione del COVID-19 (picco dei casi attivi) di più di 80mila casi, più del doppio delle cifre su cui ragionavamo solo all’inizio di questa settimana (non ero il solo), gli scenari si fanno decisamente cupi. Per di più stiamo cercando di fare previsioni ragionando su cifre fortemente condizionate dal bias delle procedure ministeriali (secondo cui andavano testati solo soggetti con sintomi che avessero avuto un link epidemiologico chiaro con i focolai o con altri contagiati): quello che sta succedendo oggi è l’effetto di una situazione solo in parte sotto controllo due-tre settimane fa e che nel frattempo ha avuto modo di evolvere secondo dinamiche caotiche. E nel frattempo continuiamo a fare molti meno tamponi di quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce di fare.

Così più passano i giorni più aumenta la distanza tra lo stato dei fatti e la rappresentazione che ne possiamo dare. Come dicevamo anche ieri, ormai i dati della Lombardia sono legati solo in parte alla reale entità del contagio. Un ottimo articolo in merito è apparso proprio oggi, nemmeno a dirlo, sul Post.

E sempre dal Post apprendiamo che i 466 casi attualmente positivi in Puglia avrebbero avuto tutti contatti nelle settimane scorse con persone arrivate dalle regioni del Nord Italia. Un’altra cittadina è stata chiusa dopo i casi in Campania: questa volta è toccata a Fondi, in provincia di Latina, mentre un uomo risultato positivo al tampone dopo il decesso del padre è fuggito da un ospedale della Val Brembana e ha fatto perdere le sue tracce: carabinieri, vigili del fuoco e soccorso alpino sono impegnati nelle ricerche.

Tornando all’epicentro della crisi epidemica in Lombardia, alle ipotesi iniziali della scorsa settimana sul trigger che avrebbe accelerato la diffusione del coronavirus si sono continuati ad aggiungere ulteriori dettagli. Una combinazione letale di negligenza e superficialità ha piazzato una bomba a orologeria sotto i piedi di un’intera comunità. Anteporre il fatturato delle aziende alla salute dei lavoratori e delle loro famiglie ha fatto il resto.

Un picco da 30-40 mila casi? È quello che stiamo sentendo da ieri nei telegiornali. Numeri da fare accapponare la pelle. Ormai è tutto un rincorrere la notizia del picco, perché nei modelli matematici più semplici – vale a dire quelli che semplificano lo scenario come un’unica gaussiana e non come una sovrapposizione di più gaussiane locali possibili, nella speranza che le misure di distanziamento sociale intraprese dal governo a partire da due settimane non siano vanificate dai comportamenti irresponsabili dei cittadini – il picco rappresenta il punto di volta, il punto oltre il quale il numero di nuovi contagi giornalieri comincia a decrescere e la situazione si stabilizza verso l’asintoto orizzontale di una curva sigmoidale (ricordate il post di ieri?).

Tuttavia mi sembra che si stia facendo un po’ di confusione sui media, tanto per cambiare. Un picco da 30-40 mila nuovi casi prefigurerebbe uno scenario apocalittico, in special misura per la pressione che questo significherebbe sulle strutture sanitarie del Paese. Se consideriamo lo scenario C che esaminavamo la settimana scorsa, e ipotizziamo un picco in linea con quelli che sono i numeri che circolano nei telegiornali e sulla stampa, notiamo subito un primo disallineamento temporale rispetto alle date che accompagnano questi numeri: anziché essere per la fine di questa settimana, come ci viene detto, sarebbe invece per la fine del mese:

Ma ancora peggio, come potete vedere dalla curva dei casi totali cumulati: la sigmoidale andrebbe ad assestarsi oltre i 900mila casi (linea gialla, con scala sull’asse secondario a destra), richiedendo cure intensive per decine di migliaia di persone (la linea rossa, che come le altre relative ai nuovi casi e ai posti disponibili in terapia intensiva va invece letta in relazione alla scala dell’asse primario a sinistra). Posti che naturalmente non ci sono e sarebbe un problema ingestibile creare.

Ecco cosa significa quando si parla di picco da 30-40 mila casi. Ed ecco perché non è né auspicabile, né – fortunatamente – realistico con le severe misure di contenimento fin qui disposte e attuate o in corso di attuazione.

Più verosimile invece che la stampa, con picco da 30-40 mila casi, si riferisca al trend dei casi attivi e non dei nuovi contagi. Che in effetti, nello scenario E che sembra delinearsi dalla scorsa settimana, pare anche in linea con la stima di un massimo di casi attivi, effetto dei contagi totali sviluppati dall’inizio dell’epidemia al netto delle vittime e dei guariti, in corrispondenza del 27 marzo (quindi la fine della settimana prossima, non questa) e con un picco proprio di 40 mila unità.

Perché il contagio da coronavirus rimanga sotto controllo nel nostro paese, il picco dei nuovi casi dovrà invece rimanere ben al di sotto di questa soglia, circoscritto nell’ordine delle migliaia di unità, fermandosi possibilmente prima di raggiungere i 7-8 mila casi. Ma, come vedevamo sempre ieri, l’auspicio in realtà è che si fermi molto più in basso, intorno alla metà di questi valori, ovvero dove ci troviamo proprio in questi giorni (linea blu nel grafico qui sopra, da leggersi in relazione alla scala sull’asse verticale secondario a destra).

La dashboard dell’osservatorio globale sulla diffusione della sindrome da COVID-19 del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della John Hopkins University oggi si presentava cosi:

Il conto dei casi totali per la prima volta ha doppiato la Cina: 178.508 nel mondo contro gli 81.032 delle province cinesi. L’Italia, ormai stabilmente al secondo posto, ha raggiunto 27.980 contagi e superato la soglia di un terzo dei casi registrati in Cina. Se pensate che due settimane avevamo 2.500 casi, meno del dieci per cento dei casi attuali, mentre la Cina aveva appena oltrepassato la soglia allora per noi remota degli 80.000 contagi, vi renderete conto di due cose: come funziona una crescita esponenziale, che per sua natura riesce a stravolgere la prospettiva nel volgere di breve tempo, sovvertendo la linearità dei fenomeni per noi più intuitivi; e come le misure di distanziamento sociale possano riuscire a flettere la curva di espansione del virus mutando la crescita esponenziale in una funzione sigmoidale, mandandola a stabilizzarsi verso un asintoto orizzontale (è tutto illustrato con delle utili dimostrazioni pratiche in questo illuminante articolo del Washington Post). Quell’asintoto è il tetto della crescita, il coperchio sulla padella di olio infiammato che soffoca l’esplosione del fuoco prima che sia troppo tardi: in Cina ha funzionato, Italia e Spagna stanno provando a farla funzionare.

Il governo di Madrid, che ha schierato l’esercito per presidiare le stazioni ferroviarie nelle principali città e ha autorizzato la polizia a servirsi di droni per sorvegliare gli spostamenti dei cittadini, si appresta a chiudere le frontiere e a disporre un’estensione delle misure restrittive oltre i 15 giorni originariamente previsti. Anche la Svizzera si è decisa a dichiarare lo stato d’emergenza, che durerà più di un mese, fino al 19 aprile. La Francia ha rinviato a giugno il secondo turno delle comunali, mentre la Germania ha varato misure straordinarie per fronteggiare la crisi.

Il primo ministro britannico Boris Johnson, che appena quattro giorni fa annunciava al Regno Unito il piano del suo governo di non arginare la diffusione del contagio, è tornato sui suoi passi e ha invitato i cittadini a evitare i contatti e i viaggi non essenziali. Il Foreign Office ha alzato il livello di rischio dopo che i dati accertati sulla diffusione del coronavirus hanno toccato stamattina i 1.543 casi. Ieri il Guardian aveva diffuso un rapporto della Public Health England, organismo esecutivo del ministero della Salute britannico, secondo cui la diffusione del contagio in assenza di misure di contenimento raggiungerebbe l’80% dei residenti nel Regno Unito entro la primavera del 2021, causando quasi 8 milioni di ricoveri e almeno 318mila decessi. La stima si basa sull’ipotesi che il tasso di mortalità del COVID-19 si attesti intorno allo 0,6%, ma i dati italiani sono attualmente bene dieci volte più alti (qui ci sono alcune ipotesi sul perché). Per proteggere gli ultrasettantenni, si prevede adesso un isolamento forzato fino a quattro mesi.

L’idea dell’immunità di gregge che ispira l’inazione del governo britannico e dei suoi consiglieri non ha ancora trovato conferma negli studi. Per avere una panoramica delle cose che ancora non conosciamo del coronavirus, vi consiglio di leggere questo ottimo articolo del Post. L’impatto di una strategia passiva rischia di provocare milioni di morti, risolvendosi in una catastrofe sociale.

Intanto, oltreoceano, il governatore dello Stato di New York Bill De Blasio ha chiuso le scuole almeno fino al 20 aprile, ma con la prospettiva che possano non riaprire fino a giugno. Il governatore della California Gavin Newson ha invece chiuso tutti i bar, i ristoranti, i pub e i nightclub dello stato.

E qui da noi? Dopo il giorno con il più alto numero di vittime, in Italia oggi i decessi sono stati 349, di cui 202 solo in Lombardia: i morti salgono a 2.158, 1.420 nelle province lombarde. Lombardia e Marche hanno quasi saturato la capienza delle loro strutture sanitarie, ma a Milano dovrebbe entrare in funzione entro due settimane un nuovo padiglione per cure intensive all’Ospedale San Raffaele. Il totale dei casi attualmente positivi è 23.073, di cui 1.851 ricoverati in reparti di terapia intensiva, con un tasso di occupazione del 35% dei posti allestiti: sono circa 200 posti in meno di quanto prevedeva il nostro scenario E, che a questo punto stimava un tasso di saturazione di circa il 40%.

Ma c’è un’altra buona notizia: l’andamento dei contagi pare stia uscendo dall’inviluppo tra le curve degli scenari C e D, che delineavano gli orizzonti peggiori.

Dai totali giornalieri mancano i dati di Puglia e provincia di Trento, ma estrapolando le tendenze degli ultimi giorni difficilmente la loro somma supererà alcune centinaia di casi, che andrebbero sommati ai 3.233 comunicati dal bollettino della Protezione Civile (rispetto ai 3.497 di sabato e ai 3.590 di ieri). Sicuramente è presto per cantare vittoria, ma forse tra qualche giorno, riguardando indietro, riusciremo a distinguere nitidamente la cresta dell’onda che ci auguriamo di stare cavalcando proprio in queste ore.

Intanto non dobbiamo abbassare la guardia, o i sacrifici sostenuti finora finirebbero vanificati. Come dimostrano i casi esemplari dei comuni messi in isolamento nelle province campane di Avellino e Salerno:

Intanto negli ultimi giorni diversi comuni italiani sono stati messi in quarantena in seguito alla rilevazione di molti casi di contagio, con il divieto per chiunque di entrare o uscire.

Il primo comune a subire questa misura è stato quello di Ariano Irpino (provincia di Avellino), dove nei giorni scorsi erano risultati 21 casi (quando in tutta l’Irpinia sono stati 37). Sono stati poi messi in quarantena altri quattro comuni campani, tutti nella provincia di Salerno: Sala Consilina, Atena Lucana, Polla e Caggiano. Secondo il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, i contagi sarebbero tutti legati a un ritiro spirituale di una comunità di neocatecumenali avvenuto in un hotel di Atena Lucana il 28 e 29 febbraio, in cui i partecipanti avrebbero partecipato a un rito religioso bevendo tutti dallo stesso calice.

(dal Post)

Al quarto giorno dalla decisione della World Health Organization di attribuire all’infezione da COVID-19 lo status di pandemia, l’Europa continentale è un arcipelago di zone rosse. Con misure ancora una volta scoordinate (la Germania che chiude le frontiere ai vicini come pochi giorni fa aveva fatto la Polonia; Spagna, Austria e Repubblica Ceca che adottano misure analoghe all’Italia; la Francia che chiude scuole e università ma manda i suoi cittadini a votare per la tornata delle comunali, a cui già si annuncia un tasso di astensione record, oltre il 50%, che induce il governo a riconsiderare l’opportunità di sospendere il secondo turno previsto per domenica prossima), ma almeno il contagio non è più preso sottogamba: anche perché le proporzioni che sta assumendo altrove, come per esempio in Spagna, sono del tutto raffrontabili con quelle che il fenomeno ha raggiunto in Italia.

In USA il presidente Donald Trump ha addirittura accettato di sottoporsi al tampone, risultato negativo (per quello che vale il comunicato della Casa Bianca). Sua figlia Ivanka da ieri è in isolamento volontario dopo essere stata a contatto nei giorni scorsi con un ministro australiano che nel frattempo è risultato positivo al test. La Cina cerca di far ripartire la sua economia, ma sarà dura recuperare ai livelli pre-crisi.

Il bollettino odierno della Protezione Civile registra 3.590 nuovi casi in Italia, che portano il totale a 24.747, di cui 20.603 attualmente positivi. Questi dati sono in linea con la sigmoide dello scenario E che esaminavamo ieri e questo in qualche modo ci conforta. Tuttavia, esaminando lo spaccato dei dati, ci rendiamo conto di due cose:

  • I guariti sono complessivamente 2.335, ma il numero dei decessi è salito a 1.809, con 368 nuovi morti che rappresentano il nuovo triste record dall’inizio della crisi, e questo purtroppo riporta il tasso grezzo di letalità oltre il 7% dopo l’illusorio ribasso di ieri. Per raffronto, consideriamo che in Cina, la cui situazione è stata rappresentata e continua a essere raccontata come pre-apocalittica, il numero totale dei morti è ad oggi di 3.199, con un tasso inferiore al 4%. In tutti gli scenari che esaminavamo ieri consideravamo un progressivo riallineamento del tasso di mortalità a quello medio degli altri paesi, ma al momento questo obiettivo appare allontanarsi.

  • I ricoveri in terapia intensiva sono 1.672 (il rombo blu visibile nel grafico sottostante), leggermente inferiori rispetto alla curva verde che vedevamo ieri, e questo forse anche per effetto (ipotesi mia, ma da approfondire) della progressiva saturazione che si va profilando nella regione più colpita: la Lombardia, che conta la metà degli oltre 20mila casi attivi in Italia, è infatti arrivata al 90% della capienza delle sue strutture. In queste condizioni l’aumento della mortalità è un dazio amaro da pagare. Dobbiamo confidare soprattutto nel tasso di guarigione dei ricoverati, che vengono man mano sottoposti a cure meno intensive con il decorso positivo della malattia, e nel contenimento del contagio nelle regioni limitrofe, perché si trovino i posti necessari per far fronte alla domanda dei prossimi giorni.

Approfittando del fine settimana, abbiamo cominciato a guardare The Outsider, serie HBO tratta dal romanzo di Stephen King, che ci ha preso abbastanza da mettere per il momento in stand-by sia la seconda stagione di Altered Carbon che la terza di Mr. Robot. Restano in coda di visione Yellowstone e Mindhunter. Chi è a casa e vuole un consiglio, ne tenga conto. Chi deve affrontare i prossimi giorni in autoisolamento domestico, può prendere inoltre in considerazione altri recuperi, tra cui la seconda stagione di Westworld visto l’imminente arrivo della terza (magari anche due visioni, vista la complessità della sua struttura temporale), oppure due miniserie targate anch’esse HBO come Save me e – per restare in qualche modo in tema – Chernobyl.

Libri in lettura: I marziani di Kim Stanley Robinson, antologia di racconti riconducibili al suo vasto affresco planetario, una delle costruzioni più ambiziose di tutta la fantascienza (e non solo).

Alla fine, com’era inevitabile, il governo ha esteso le misure d’emergenza a tutto il territorio nazionale. Le restrizioni pensate per frenare la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 e dell’infezione da esso causata (COVID-19), adottate nella notte tra sabato e domenica, si sono presto rivelate insufficienti. Non per la loro natura, ma per la natura delle persone a cui si chiedeva di rispettarle. Le disposizioni contenute nel DPCM dell’8 marzo 2020, anticipate dal Presidente del Consiglio dei Ministri in una conferenza indetta per la notte di domenica e ripetutamente posticipata, erano state anticipate da una fuga di notizia che la CNN aveva subito chiarito provenire dall’ufficio stampa della Regione Lombardia.

A chiunque stia seguendo la vicenda dall’inizio, la strategia comunicativa delle autorità appare quantomeno di dubbia efficacia, se non proprio schizofrenica, caotica e disfunzionale. Ogni volta che un provvedimento viene adottato, qualcuno molto in vista che dovrebbe assolvere a una funzione rassicurante in virtù del suo ruolo (ministri, presidenti di regione, assessori, segretari di partito) incorre in qualche incidente comunicativo. Ma quello che è successo la notte dell’8 marzo ha del surreale, al punto da indurre molti a sospettare una manovra “occulta” dietro la fuga di notizie:

Accanto alla guerra al virus si combatte quella dell’informazione, senza preoccuparsi se il sabotaggio dell’avversario politico possa avere più serie e gravi ripercussioni sul Paese. Lo dimostrano il video irresponsabile del Presidente della Regione Lombardia, la campagna fuori luogo sul più banale dei luoghi comuni dell’operoso Nord, lo sciacallaggio del capo in pectore dell’opposizione ai danni del governo in carica, per citare giusto tre esempi.

A un semplice cittadino chiamato alla responsabilità come chi scrive, l’effetto sortito dal DPCM di domenica scorsa, con migliaia di cittadini in fuga dalla Zona 1 verso le regioni del Sud ancora relativamente poco colpite dal virus e la rivolta ancora in corso in 22 prigioni, ha messo subito addosso un senso di disagio. Come anche le immagini circolate nei giorni scorsi della gente che affollava gli impianti sciistici delle Alpi o le spiagge della Liguria. Disagio amplificato dalle immagini dell’assalto ai supermercati della Capitale diffuse dopo l’annuncio del nuovo DPCM, in aperta violazione delle restrizioni previste nel decreto stesso.

È il 10 marzo 2020 e stamattina l’Italia si è svegliata trasformata in un’unica Zona Rossa. Siamo tutti chiamati alla responsabilità, dopo le prove di irresponsabilità diffusa e generalizzata che abbiamo saputo dare negli ultimi giorni, fino alle ultime ore della scorsa notte. E non è ancora chiaro in che modo il governo ha intenzione di far rispettare le sue disposizioni.

Donato Speroni ha messo a disposizione (ormai da un mesetto), sul blog che cura per il Corriere della Sera, un semplice tool che si rivela utilissimo per prefigurare gli scenari sociali, politici ed economici del futuro. Basandosi su ipotesi relative all’evolversi della situazione mondiale (verso un esito più o meno sostenibile dell’attuale tempesta perfetta che stiamo attraversando), continentale (un’Europa forte e unita oppure ancora più in crisi di identità di quanto non sia oggi) e nazionale (superamento della crisi, o affondamento), ha elaborato 8 scenari che vanno dal “migliore dei mondi possibili” (e forse il più improbabile) al worst case del “si salvi chi può”. Ognuno può farsi la sua previsione, rispondendo ai seguenti quesiti con il grado di confidenza che si sente di attribuire a ciascuna affermazione:

  1. Nel Mondo, la tendenza verso una progressiva ingovernabilità dei fenomeni globali verrà corretta dagli accordi tra gli Stati?
  2. L’Europa riuscirà a darsi forme di governo più efficienti che consentano a questo continente di affrontare adeguatamente le sfide del futuro?
  3. L’Italia riuscirà a correggere i suoi mali collettivi e a diventare un Paese più unito, più onesto e più giusto, tutelando il benessere collettivo?

Come suggerisce lo stesso Speroni, si tratta di un giochino valido più che altro per “aiutare a riflettere sul futuro”, e per questo vi invito a provarlo.

Con la mia combinazione (30% di probabilità alla prima, 60% alla seconda e un più che  generoso 20% alla terza), gli scenari meno probabili sono risultati i primi due, in cui l’Italia abbraccia, con o senza Europa, la sfida mondiale di uno sviluppo inclusivo e sostenibile, aprendosi a una nuova fase di benessere e prospettive per il futuro. Insieme, raccolgono circa il 6%. Gli scenari che sono risultati più probabili sono al contrario quelli più pessimisti, in cui l’Italia naufraga, che assommano a un abbondante 56%: per la precisione 22,4% per l’ottavo, il peggiore in assoluto, e 33,6% per il settimo, che prefigura un’Europa a due velocità, che salva il salvabile dell’Italia, mettendolo sotto assistenza controllata, e abbandona il resto. Bassitalia sprofonda con la Grecia e la Spagna nel caos del Mediterraneo. E chi ha letto Corpi spenti non dovrebbe restare particolarmente sorpreso, né impressionato.

Cyberpunk_City_02

Altri scenari potrete trovarli su io9, grazie a questa panoramica di George Dvorsky, al motto di “you won’t see it coming“. In bocca al lupo!

Tavole-Palatine-Metaponto

Una risposta a Giampietro Stocco, che dal suo blog Ucronicamente si scaglia contro il sottoscritto, reo di aver preso posizione contro il lettore riluttante.

Ora, Giovanni, tu sai altrettanto bene di cosa si discute per esempio nel gruppo Facebook Romanzi di Fantascienza, e le tue conclusioni un po’ sprezzanti vanno perciò dritte a giudicare come pensionati gente, faccio qualche nome a caso, del calibro di Umberto Rossi, Silvio Sosio, Vittorio Catani, Lanfranco Fabriani o Sandro Pergameno. Per non parlare di Alessandro Vietti o Dario Tonani – dove sei Dario? Dove ti sei nascosto? – o di altri esponenti della sf italiana appartenenti a generazioni più vicine alla tua.

Temo, Giampietro, che per amor di polemica tu stia mettendo parole non dette in bocca un po’ a tutti. A me, per cominciare, e poi a tutte le altre persone che citi. Magari nessuno di loro è intervenuto perché effettivamente si sono tutti talmente risentiti nei miei confronti da aver preferito ignorarmi e dimenticarmi. Ma se così non fosse, magari è il caso che tu ti ponga il problema di non aver afferrato il senso del mio messaggio.

Sei abbastanza intelligente da capire che nel momento in cui mi attribuisci direttamente un’affinità di metodo con un personaggio politico tanto popolare quanto discutibile stai automaticamente tagliando molte – se non tutte – le linee di dialogo. Ne voglio tenere aperta ancora una in virtù della stima che nutro verso un collega a cui non mi sento di poter negare anche l’ultima opportunità di chiarimento. Ma io parlo del “lettore riluttante” identificando una figura di lettore tipica, come tipiche sono altre figure che per fortuna rendono il “lettore riluttante” una minoranza nel panorama dei lettori di fantascienza, e tu fai sembrare che io abbia dato del “lettore riluttante” ad ogni singolo lettore di fantascienza residente in Italia. E non ti fermi qua: includi persino nella categoria, in maniera del tutto arbitraria e unilaterale, ogni autore di fantascienza che abbia iniziato a scrivere prima di me. Per questo, in fin dei conti, l’impressione che mi lascia questo tuo sfogo, che raccoglie organicamente le tracce seminate su Facebook un paio di settimane fa, non è altra che di un gusto un po’ sterile e forse inconcludente per la polemica.

Infine permettimi di dirti che nel nostro caso il riferimento ai capponi manzoniani è del tutto inappropriato e fuori luogo. Avremmo potuto essere una comunità compatta e coesa, e comunque temo che l’attenzione tributata alla fantascienza da iniziative come quella già discussa di Nuovi Argomenti sarebbe stata la stessa. Perché un conto è la vivacità o la stanchezza del fandom e un’altra è l’autorevolezza delle figure che operano nel genere, come critici, scrittori, curatori, traduttori, studiosi. E’ la stessa differenza che passa, se ci fai caso, tra il livello amatoriale e quello professionale.

L’ho già scritto altrove e temo che presto sarà nuovamente necessario ribadirlo. Per fare della buona fantascienza, la mia unica ricetta è seguire il proprio gusto. Quale che sia la rivendicazione del gusto dominante. Sia perché non è detto che esista al momento un gusto dominante. Sia perché sono certo che se pure esistesse non è certo quello rispondente alle opinioni dei commentatori più pugnaci. Il loro accanimento tradisce qualcos’altro: non so bene cosa sia, le loro parole per me sono rumore.

E il rumore va filtrato.

Sony Center at Night, Berlin.

Sony Center at Night, Berlin. (Photo credit: Wikipedia)

La fantascienza italiana si regge su una piccola ma matematica certezza: che il prossimo titolo che uscirà a firma di un autore italiano sarà il bersaglio facile e sicuro di polemiche infinite. Le contestazioni potranno essere più o meno accese, ma accompagneranno di certo ogni nuova uscita. Chiunque ne sia l’autore, ma meglio se giovane ed esordiente. E in genere il picco annuale si verifica a novembre, quando tipicamente Urania dà alle stampe il vincitore del premio annuale della collana.

“Gli italiani non sono all’altezza degli autori d’oltreoceano” (come se la metà degli autori anglofoni non fossero invece d’oltremanica)… “Che noia vince sempre un fantapoliziesco” (o un poliziesco futuristico… e in ogni caso, “basta con questi fantapolizieschi italiani!”)… Sono le obiezioni più frequenti. E via di questo passo. Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 e attualmente in tutti gli store digitali con il suo serial I Necronauti, ha pubblicato a riguardo un puntuale e condivisibile intervento sul suo blog.

Il problema, io credo, è tutto nelle dimensioni della comunità. Lo zoccolo duro dei lettori di fantascienza è davvero ridotto e in esso non c’è stato praticamente nessun ricambio generazionale. Manca la massa critica per poter stimolare una rete virtuosa di relazioni, anche a livello di feedback davvero costruttivi e utili per costruire un trend futuro. Per di più chi legge oggi fantascienza è molto probabilmente un lettore che ha formato il suo gusto negli anni ’70 o ’80, al più tardi. Prima che in Italia arrivasse il cyberpunk, per farsi un’idea. E proprio il cyberpunk, quando alla fine è arrivato all’attenzione del pubblico italiano, infastidì molti per la sua astrusità e per il ribaltamento delle convenzioni del genere, meritandosi una condanna – diffusa e generalizzata – per lesa maestà. Forse lo slancio ribelle di una fantascienza strettamente vincolata all’underground e alle sottoculture era già un affronto troppo insopportabile al loro gusto. Ma forse, se in Italia il cyberpunk non ha avuto il successo che ha conosciuto altrove anche fuori dal mondo anglosassone (penso al Giappone o alla Russia), è anche perché già in quegli anni, a cavallo tra gli ’80 e i ’90, si poneva il problema del ricambio generazionale. I giovani non leggevano più fantascienza. O forse, semplicemente, i giovani non leggevano più e basta.

Ma torniamo ai giorni nostri. Una comunità di appassionati di fantascienza incapaci di riconoscere l’importanza del cyberpunk è grosso modo altrettanto autorevole di una comunità di appassionati di aeronautica incapaci di guardare oltre le turboeliche. O una comunità di appassionati di fumetti arroccati sulla Silver Age. Vi pare possibile? Le nicchie sono sempre esistite, e ovunque vi sia una cultura sufficientemente florida e ampia fioriscono le sottoculture. Il nostro problema, in ambito fantascientifico, è che un numero troppo ridotto di appassionati ha avuto modo di scoprire e affezionarsi a ciò che è accaduto da un certo punto in avanti. Semplicemente. In questo modo è venuta a mancare una condizione necessaria a garantire l’equilibrio tra i diversi filoni. Che non è necessariamente vincolato al dato anagrafico, ma di certo in un campo come questo l’età gioca un ruolo non trascurabile. Si è avuto così un consolidamento di posizioni di retroguardia. Con il risultato di un impoverimento generale del gusto.

Bisognerebbe chiedersi quanti dei lettori che criticano così aspramente l’ultimo Premio Urania abbiano letto qualcosa di inglese o americano uscito negli ultimi dieci o quindici anni. E tra questi, che frazione della loro dieta fantascientifica è rappresentata da romanzi di autori contemporanei di fantascienza. Ho il forte sospetto che il Premio Urania sia semplicemente un parafulmine, e che serva a scaricare un bacino di elettricità ben più ampio della nuvoletta italiana sospesa sulla sua verticale. Tutto l’orizzonte è coperto di nuvoloni grigi, dal Regno Unito all’America, per non parlare del resto del mondo.

Oggi il lettore medio di fantascienza attivo sui social network o sui blog, fateci caso, è quasi sempre qualcuno con una sua ricetta. Esce un nuovo libro? E lui è pronto a fornire all’editore la ricetta di quello che avrebbe invece dovuto pubblicare in alternativa. E se il libro è italiano via con la girandola delle obiezioni di cui sopra. Sarà che gli appassionati di fantascienza non scrittori (o aspiranti tali) sono davvero pochi per poter scongiurare il sospetto del commento interessato. Sarà che gli scrittori di fantascienza italiani sono davvero così impreparati…

Come ho avuto modo di dire, altrove la situazione è ben diversa: si vive di curiosità per il nuovo e per ciò che è diverso. E per fortuna gli orizzonti si vanno facendo sempre più ampi. Onestamente, preoccuparci oggi di ciò che può piacere a una comunità di pochi lettori, capace di esprimere un volume davvero risicatissimo di opinioni credibili e/o autorevoli, dovrebbe essere chiaro a tutti, non è un gioco che ripagherà né sul breve né sul medio né sul lungo periodo. Quindi a che pro giocarlo?

È tutto tempo sprecato quello investito nella fatica di far cambiare idea a un lettore riluttante, quali che siano le sue ragioni.

Il lettore medio di fantascienza ha la sua ricetta? Si scriva pure il suo libro, provi un po’ a farselo pubblicare e stia pur sereno che nel caso c’è pur sempre Amazon, lì pronta a lanciare nel circuito l’ennesimo titolo. Noi che della nostra scrittura stiamo provando onestamente a fare un mestiere dovremmo continuare a occuparci della fantascienza vera, quella che guarda al futuro. Non alle macerie del passato, e ai relitti che riflettono lo stato di psicopatologia di massa di questo paese allo sbando.

Servono trucchi nuovi, adatti ai tempi moderni. Strategie adeguate a modellare una società in continua ridefinizione, esposta alla spinta di un’economia accelerata dal progresso tecnologico. Come dicevamo in precedenza: un nuovo paradigma.

Il corollario al paradosso del Grande Disaccoppiamento, come ci ricorda Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale intervistato da Riccardo Staglianò per Il Venerdì di Repubblica, è che:

Il PIL complessivo cresce, il salario medio no. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, hanno calcolato che il 47 per cento dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione. Lo strappo è violento e rapido.

E allora: ha ancora senso trovare per quel 43% di giovani italiani disoccupati lavori che entro la fine del prossimo decennio (se non prima) potrebbero risultare obsoleti, immettendoli in un circolo vizioso di necessità cronica di “riqualificazione”? Oppure potrebbe essere più logico trovare soluzioni temporanee per i disoccupati prossimi all’età pensionabile, pianificando al contempo la creazione di nuovi lavori e di nuove professionalità?

«Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie. Oppure Warren (omaggio al miliardario Buffett), un programma che comincia a prendere il posto degli analisti di Borsa meno esperti. E poi TurboTax, che toglie il pane di bocca ai commercialisti che ci fanno il 740. Oppure quei programmi che riassumono per gli avvocati migliaia di pagine di documenti. E ancora, e ancora. Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali.

Se il 40% dei posti di lavoro attuali è a rischio, cosa fare di quei circa 700.000 giovani tra i 15 e i 24 anni attualmente senza lavoro? Un piano di supporto potrebbe aiutare a tamponare una situazione disastrosa. Una delle misure di contrasto alla Grande Depressione adottate da Franklin D. Roosvelt nell’ambito del New Deal consistette nell’istituzione dei Civilian Conservation Corps: un programma per l’impiego temporaneo di giovani disoccupati tra i 18 e i 25 anni, che al suo apice raggiunse le 300.000 unità di forza lavoro impegnata nella conservazione e nello sviluppo delle risorse naturali in zone rurali, e nel complesso tra il 1933 e il 1942 occupò 3 milioni di ragazzi. Non potremmo guardare anche noi ai nostri giovani disoccupati come una risorsa, invece che come una zavorra?

Ora, le condizioni in cui versa il territorio italiano sono abbastanza evidenti a tutti. Abbandono, incuria e abusivismo sono le cause all’origine di una debolezza strutturale messa a nudo dalle inondazioni, dalle frane  e dai crolli che coinvolgono periodicamente il nostro Paese: da nord a sud, non c’è territorio che non sia toccato da fenomeni di dissesto idro-geologico. Per non parlare di quei miliardi di metri cubi di edifici pubblici o privati mai completati, o di quelle migliaia di edifici proliferati durante le ondate di speculazione edilizia che ormai intaccano e corrompono l’integrità estetica di quello che un tempo era il Paese Più Bello del Mondo. Le Comunità Montane sono state sempre più impoverite negli ultimi anni e nei comuni montanari gli effetti non tardano a vedersi. Strade e ferrovie versano in uno stato di incuria che prelude alla dismissione: e senza le strade e senza le ferrovie, viene meno l’asse portante della logistica al servizio dei flussi turistici. La messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione del patrimonio urbanistico, delle strade e delle ferrovie, potrebbero essere il fronte su cui coinvolgere quell’enorme riserva lavorativa di cui disponiamo. Si fa un gran parlare di prevenzione, forse questo può essere il momento per dimostrare che non sono più solo vuote parole.

Inoltre un piano parallelo potrebbe essere messo in atto per la preservazione del nostro patrimonio artistico ed archeologico. Ed entrambi i rami sarebbero positivi anche in termini di “responsabilizzazione civile”: ai giovani andrebbe insegnato – o re-insegnato – l’interesse per la cultura, di cui per fortuna restano in giro più tracce di quante governi inutili o amministrazioni incompetenti siano riusciti a cancellare. Con i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea sono stati e continuano a essere organizzati corsi formativi per il rilascio di diplomi insignificanti: dirottiamo tutte queste risorse su un serio piano formativo per la tutela dei beni culturali. E ancora parallelamente cominciamo a istituire dei piani di orientamento allo studio davvero utili, controllando l’accesso ai diversi corsi universitari in base alla ricettività potenziale stimata per ciascun settore professionale.

Nel 2012, secondo il XV Rapporto Alma aurea sul Profilo dei Laureati Italiani, abbiamo avuto 227.000 laureati, ma tra il 2003 e il 2011 si è registrato un calo delle immatricolazioni del 17% e tra i 25 e i 34 anni i laureati rappresentano appena il 21% della popolazione (contro il 42% dei coetanei statunitensi). Il XVI Rapporto di AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati mette in evidenza come la quota di disoccupati, tra i laureati inclusi nella fascia 25-34 anni, tra il 2007 e il 2013 sia cresciuta dal 10 al 16%; tra i diplomati nella fascia 18-29 anni si è avuto un incremento dal 13 al 28%; tra i 15-24enni in possesso di una licenza media l’aumento è stato dal 22 al 45%. Evidentemente, i laureati subiscono la crisi meno dei loro coetanei con titoli di studio inferiori. Altrettanto evidentemente, il sistema scolastico italiano potrebbe fare di meglio, sia in fase di orientamento universitario che di inserimento lavorativo.

In questi anni, nonostante la crisi, abbiamo visto il paesaggio fisico-mediatico mutare radicalmente. Ormai buona parte delle nostre vite, dall’informazione alle relazioni sociali, dallo studio al lavoro, si svolge in uno spazio condiviso ma non materiale. E il cyberspazio di William Gibson si fonde con i mass media classici in quello che Luciano Floridi, tra i maggiori esperti di filosofia dell’informazione, ha definito Infosfera: la globalità dello spazio delle informazioni, che ormai comprende il mondo fisico e la stessa biosfera, e gli esseri viventi che lo costituiscono ne sono a loro volta parte integrante in quanto organismi informazionali (inforgs). Floridi parla di ambientalismo sintetico, inclusivo degli artefatti e degli spazi in continua generazione, suggerendo che dovremmo trattare tutta l’Infosfera in modo ecologico, prevenendo la distruzione o l’impoverimento gratuiti della realtà-infosfera.

Torniamo al duo Staglianò/Lanier:

«Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario». Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. […] Sì, ma in pratica? «Si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza». Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni. In teoria non fa una piega, in pratica non sarà una passeggiata di salute.

Lanier conosce benissimo i limiti di applicabilità della sua idea: «Stiamo ragionando su astrazioni. Credo che fondamentale sia rompere l’incantesimo in cui siamo stati intrappolati sino a oggi. Fatto quel passo, la soluzione si troverà». All’Università di Pavia l’economista Andrea Fumagalli parla di reddito minimo che retribuisca le varie attività cognitive-relazionali. Resta il problema che, se anche remunerassimo chi lascia tracce digitali, non compenseremo tutti quelli che hanno perso un lavoro a causa dell’informatizzazione. Il Nostro: «I mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso». Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.

Tutto ciò che diventa conoscenza ha un valore. E questo valore deve essere riconosciuto a chi è stato in grado di generarlo e diffonderlo come ricchezza. Tanto più che i progressi nella tecnologia potrebbero presto rendere obsoleto in concetto stesso di scarsità: nanotecnologie e biotecnologie daranno alla curva un impulso che al momento possiamo solo immaginare.

D’altro canto, è un principio che i lettori di fantascienza hanno già visto implementato in diversi contesti. Due titoli per tutti: L’Era del Flagello di Walter Jon Williams (The Green Leopard Plague, premio Nebula 2004) e Accelerando di Charles Stross (2005), rappresentano entrambi la prospettiva di una società agalmica, basata su un’economia della post-scarsità. A questo proposito riprendo quanto scrivevo all’epoca: di notevole interesse risulta la sintesi concettuale lasciataci da Robert Levin (alias lilo), pioniere del software libero e open source, purtroppo prematuramente scomparso nel 2006 a causa di un incidente d’auto: in The Marginalization of Scarcity, Levin definisce bene una società agalmica come un sistema a) cooperativo e non competitivo, b) antitetico alla nostra economia della scarsità, c) basato su abbondanza delle risorse e su equa allocazione delle stesse, d) a somma positiva (ogni guadagno non implica una perdita, ma il guadagno individuale spesso si accompagna a un profitto collettivo), e) decentralizzato e non autoritario. In un sistema agalmico il profitto non viene quantificato in un valore monetario, ma viene invece misurato attraverso parametri quali la conoscenza, la soddisfazione personale e un beneficio economico spesso indiretto. Ma il suggerimento di Lanier di implementare un sistema di micropagamenti potrebbe rappresentare una valida alternativa in continuità con il sistema attuale di valori economici. E pur con le sue luci e le sue ombre (di cui ha scritto proprio Stross, ripreso dal premio Nobel Paul Krugman), il sistema Bitcoin sembra contenere in nuce proprio questa possibilità, pur essendo poi piegato a scopi e usi completamente diversi (e largamente esecrabili).

Mi rendo conto che stiamo gradualmente scivolando nel campo dell’utopia. Ma pensando ai cambiamenti in corso, questo della reinvenzione dei mestieri e delle professionalità è solo una delle molteplici questioni che dovremo affrontare. A un livello più ideale, la progressiva emersione di sistemi artificiali via via più smart e intelligenti e i nuovi rapporti che nasceranno dall’interfaccia tra l’uomo e le macchine (HMI) nel settore della cognitive augmentation imporranno una piena ridefinizione del campo dei diritti. Ed è un’indagine a cui Stefano Rodotà ha dedicato la sua ultima fatica: Il diritto di avere diritti (Editori Laterza). Con Salvatore Proietti, a cui devo diversi spunti affrontati in questi due articoli, abbiamo approfondito il tema in un articolo di prossima pubblicazione su Robot. Ma di sicuro non è un discorso che si esaurirà presto.

(fine)

Con l’inizio della crisi in cui ancora ci dimeniamo per non annegare, il 2008 ha segnato uno spartiacque nella vita di ognuno di noi. Nel 2009, per la prima volta dal dopoguerra il PIL mondiale è caduto e per la prima volta dal 1982 il volume degli scambi commerciali si è contratto. Ciascuno nell’ambito del proprio vissuto, possiamo tutti riconoscere uno scarto del mondo in cui viviamo rispetto a quello precedente. Il potere di acquisto è crollato e la disoccupazione ha sfondato tetti che avrebbero potuto essere alti la metà per risultare già preoccupanti.

In Italia l’immobilismo politico dei nostri rappresentanti eletti (ma anche del nostro governo designato) non lascia presagire niente di buono per il prossimo futuro. Malgrado i ripetuti inviti all’ottimismo, gli annunci del governo vanno costantemente disattesi. Per di più, mi sembra che negli ultimi tempi, grosso modo proprio dall’insediamento di Matteo Renzi, ci sia stata una generale disattenzione da parte degli organi di informazione su tre problemi che difficilmente riusciranno a essere risolti con le politiche di procrastinazione in corso:

  1. La disoccupazione giovanile, che ha raggiunto a marzo quota 42,7%, contro una media europea di 23,7%, e ad aprile è salita al 43,2%, mentre nel resto d’Europa si attestava al 23,5% (con la Germania al 7,9% e l’Austria al 9,5%). Ormai non è più che stiamo bruciando una generazione: abbiamo già bruciato una generazione, che porterà le cicatrici addosso nei prossimi decenni, e con cui tutti dovremo fare i conti.
  2. Il divario tra esportazioni e domanda interna ha concesso in questi anni un po’ di ossigeno all’economia italiana. A fronte di un mercato interno generalmente depresso e di importazioni in calo del 10% nel solo biennio 2012-2013, le esportazioni hanno continuato a crescere fino ad agosto 2012 per poi attestarsi su livelli compressi tra i 32 e i 33 miliardi di euro di valore mensile. Significativo il dato del settore dell’automazione, che malgrado la forza dell’euro ha fatto registrare una crescita costante, dimostrando come il made in Italy non sia circoscritto all’alimentazione e all’abbigliamento, ma abbia anche qualcosa da offrire al campo della tecnologia. D’altro canto, il mercato interno non dà segni di ripresa, e in assenza di investimenti difficilmente riuscirà a risollevarsi. E sugli investimenti grava anche la forte incertezza legata a provvedimenti governativi quanto meno discutibili. [Solo sei mesi fa il premier in carica Enrico Letta poteva tornarsene raggiante dal Kuwait dopo aver strappato al fondo sovrano una promessa di investimenti nella Cdp per 500 milioni di euro (a fronte dei 1.600 miliardi di spesa potenziale che il paese del Golfo effettuerà nell’arco di quest’anno: detto in altre parole, l’Italia si era aggiudicata 31 centesimi per ogni 1.000 euro che il fondo avrebbe investito all’estero, e il nostro primo ministro festeggiava…) attirandosi gli improperi di Confindustria e Unimpresa e suscitando lo scherno di Repubblica. Stampa e associazioni delle imprese si sono rivelate tuttavia molto più benevole verso il suo erede, quando Renzi ha fatto passare il cosiddetto “decreto spalma-incentivi”, pubblicato in Gazzetta il 24-6-2014, destando l’allarme degli investitori stranieri e il sollevamento dell’intero comparto delle rinnovabili (che con l’indotto conta almeno 100.000 posti di lavoro) e finendo poi incagliato (notizia degli ultimi giorni) in Commissione Bilancio al Senato.] Come se non bastasse, l’Italia si ritrova a fare i conti ogni anno con la tara endemica della corruzione (10 miliardi di euro l’impatto sul PIL, secondo le stime più ottimistiche), della criminalità organizzata (arrivata a gestire un volume d’affari di oltre 100 miliardi di euro all’anno, con un impatto del 7% sul PIL) e dell’evasione fiscale (180 miliardi di euro, secondo uno studio commissionato lo scorso anno dal gruppo S&D del Parlamento Europeo). Senza contare le inefficienze di sistema, gli sprechi, etc., che oltre a un impatto reale sul prodotto interno contribuiscono a rendere meno agevole la vita delle persone, proprio nell’erogazione di quei servizi per cui annualmente offriamo in tasse il nostro contributo all’amministrazione dello Stato.
  3. Il crollo del Mezzogiorno prelude al baratro in cui sta scivolando l’Italia. Può essere comodo fornire i dati aggregati a livello di Paese, specie quando aiuta a mascherare le sue debolezze interne. Ma ancora una volta la semplificazione nasconde una realtà impietosa. Il rapporto della Banca d’Italia sulle Economie Regionali nel 2013 ci offre una fotografia della situazione e il quadro che ne emerge è atroce. Dal 2007 al 2013 il PIL è sceso del 7,1% in Italia e di ben il 13,5% nel Mezzogiorno. Dall’inizio della crisi, inoltre, le regioni meridionali sono le uniche ad aver registrato sempre il segno negativo nell’andamento del PIL: nemmeno l’illusione di una ripresa effimera registrata nel resto del Paese tra il 2010 e il 2011 ha alleviato le pene del Sud, che nel biennio 2012-2013 ha toccato il massimo della flessione con un netto e inappellabile -4%. Dal 2007 il Sud ha bruciato 43,7 miliardi di euro di PIL e 600.000 posti di lavoroLa metà dei posti di lavoro persi in Italia in questi sei anni è andata persa a Sud.

Insomma, non è che non se ne parli, ma nel migliore dei casi si tratta di notizie frammentarie, con dati forniti in quadri ipotetici di ripresa le cui fondamenta finiscono poi sempre per rivelarsi intrinsecamente fragili. Il governo Renzi gode, se non proprio di un endorsement, almeno di un credito fiduciario da parte dei principali organi d’informazione italiani (per non dire tutti), che consente di fornire cifre solo in una prospettiva comunemente accettabile. Come sia stato possibile imporre questo armistizio resta al momento dominio di speculazioni e sospetti, e forse non arriveremo mai a scoprirlo, ma non è di questo che voglio parlare.

I problemi vanno affrontati alla radice. Vi invito quindi a fare un passo indietro con me e tornare a inquadrare la situazione globale, su un intervallo storico più ampio. Il grafico qui in basso mostra l’andamento degli indicatori di produttività (in rosso) e occupazione (in blu) sul periodo 1947-2010. Le due curve procedono appaiate fino alla fine del secolo scorso. Da qualche parte intorno all’anno 2000 accade invece quello che Erik Brynjolfsson, docente alla Sloan School of Management del MIT, e il suo assistente Andrew McAfee hanno definito the Great Decoupling, vale a dire: il Grande Disaccoppiamento.

Employment-and-Productivity-Growth-1947-2012

Il Grande Disaccoppiamento non invertirà la marcia, per il semplice motivo che i progressi nelle tecnologie dell’informazione non sembrano destinati a fermarsi. Sembra anzi che stiano accelerando. E potrebbe essere questa la buona notizia per la società. Il progresso tecnologico riduce i costi, migliora la qualità e ci proietta in un mondo in cui l’abbondanza diventa la norma.

Ma non esiste una legge economica che assicuri dal progresso benefici equamente distribuiti per tutti. Mentre la tecnologia scatta in avanti, potrebbe lasciarsi indietro molti lavoratori. Sulla breve distanza possiamo migliorare le loro prospettive principalmente investendo sulle infrastrutture, riformando la scuola ad ogni livello e incoraggiando gli imprenditori a inventare nuovi prodotti, servizi e industrie per creare nuove professioni.

Ma mentre facciamo questo, dobbiamo comunque iniziare a prepararci per una economia alimentata dalla tecnologia ancora più produttiva, che potrebbe non richiedere un grande apporto di lavoro umano. Progettare una società in salute compatibile con questa economia sarà la grande sfida, e la grande opportunità, della prossima generazione.

Dobbiamo riconoscere che la vecchia tendenza degli indicatori strettamente accoppiati è giunta a termine, e cominciare a pensare su come vorremmo che fosse la nuova tendenza.

Fino ad oggi abbiamo vissuto in una società basata sulla scarsità di risorse, ci ricordano Brynjolfsson e McAfee. È stato questo principio ad aver modellato l’economia su cui si regge il mondo in cui viviamo. Ma questo mondo potrebbe essere ormai giunto al crepuscolo. È impensabile continuare a ragionare secondo i vecchi schemi e modelli. La società sta cambiando inesorabilmente sotto la spinta delle forze della tecnologia, e le stesse forze stanno rimodellando il mondo della produzione. Per uscire dalla crisi potrebbe essere necessario cominciare a pensare secondo nuovi schemi di pensiero. O se non altro potrebbe risultare utile.

Un cambiamento di paradigma.

(fine prima parte – continua)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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