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«Attento a ciò che desideri, Parker!» è il letterale ma tardivo ammonimento che Doctor Strange rivolge al nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere dopo averlo malauguratamente assecondato in un disperato tentativo di cancellare la memoria del mondo. Ma facciamo un passo indietro e procediamo con ordine. Prima, però, un allarme spoiler grande come l’Empire State Building: tutto quello che si dirà d’ora in avanti presuppone non solo che abbiate già visto Spider-Man: No Way Home, ma anche ‒ almeno ‒ tutte le puntate cinematografiche precedenti. Teste di tela avvisate…

Spider-Man: No Way Home (2021) è il terzo film monografico dedicato dal sodalizio Marvel Studios / Columbia Pictures alle avventure del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere nato nel 1962 dalla penna di Stan Lee e dalle matite di Steve Dikto, dopo Spider-Man: Homecoming (2017) e Spider-Man: Far from Home (2019), tutti e tre diretti da Jon Watts, con Chris McKenna (già tra gli artefici dei copioni di LEGO Batman – Il film e Ant-Man and the Wasp) a dare continuità a un pool di sceneggiatori sempre diversi e Tom Holland a vestire la tuta del supereroe del Queens. Il film inizia proprio dove Spider-Man: Far from Home si concludeva, con la sconcertante rivelazione dell’identità di Spidey compiuta in mondovisione (come si diceva un tempo) dal più falso degli antagonisti dell’MCU, il Mysterio di Jake Gyllenhaal, spalleggiato dal più fedele denigratore dei supereroi di sempre, l’inde-fesso J. Jonah Jameson di J.K. Simmons, che qui torna dopo dodici anni nei panni di un giornalista che scopriremo essere una versione alternativa del direttore del Daily Bugle.

La spirale degli eventi innescati dalla rivelazione della sua vera identità comporta l’esclusione dall’MIT di Peter e dei suoi amici, l’inseparabile Ned Leeds (Jacob Batalon) e MJ (Zendaya), il che spinge Peter a rivolgersi a Strange (Benedict Cumberbatch) per tentare un incantesimo che possa rimuovere dalla memoria dell’umanità il ricordo della vera identità di Spider-Man. Contro i consigli di Wong (Benedict Wong), Strange accetta di aiutarlo, ma mentre sta lanciando il suo delicatissimo incantesimo, una serie di ripensamenti di Peter finisce per destabilizzarlo e produrre un effetto collaterale imprevisto ma per niente trascurabile.

Non si scherza con il Multiverso

Nella New York del nostro Peter si manifestano all’improvviso una serie di antagonisti incontrati nelle precedenti incarnazioni cinematografiche dell’Uomo Ragno. Ed ecco così riapparire Otto Octavius / Doctor Octopus che semina scompiglio sulla tangenziale con i suoi tentacoli controllati da un’intelligenza artificiale maligna (Alfred Molina, da Spider-Man 2, 2004), seguito a ruota da Norman Osborn nella sua armatura cibernetica da Green Goblin (Willem Dafoe, da Spider-Man, 2002), e così via: Thomas Haden Church riprende il ruolo dell’Uomo Sabbia visto in Spider-Man 3 (2007) prestando la voce alle animazioni in CGI e ai frame ripresi dal girato di Raimi, idem per Rhys Ifans con Lizard (da The Amazing Spider-Man, 2012); mentre Jamie Foxx torna in carne e ossa da The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro (2014) a lanciare fulmini e saette.

Insomma, se Spider-Man 3 o The Dark Knight vi erano sembrati eccessivi e ingestibili per il sovraffollamento di supercattivi, Spider-Man: No Way Home è a tutti gli effetti l’Avengers: Endgame dei villain. Sarà difficile battere il primato del numero di antagonisti di un unico supereroe riuniti in un solo film, ma siamo certi che la Marvel stia già pensando a come polverizzare il record. Sta di fatto che prima dell’ultimo Spider-Man, mai si era vista una simile concentrazione di supervillain in un’unica pellicola.

A renderlo possibile, certo, è anche l’escamotage del multiverso. La perturbazione introdotta da Strange nel suo incantesimo ha fratturato il continuum e richiamato a New York gli avversari di tutti (tutti davvero, anche se i più attenti tra quanti ancora non hanno visto il film ‒ pochi, certamente ‒ staranno già facendo i conti) gli Spider-Man cinematografici visti fin qui. Ma per fortuna di Tom Holland, i supercattivi non sono gli unici ad essere precipitati nel suo universo. Insieme ai villain, sono arrivati infatti anche gli arrampicamuri che avevamo imparato a conoscere mentre lui passava dalla materna alle elementari e poi completava il liceo: proprio loro, signore e signori, Tobey Maguire e Andrew Garfield.

L’Uomo Ragno di cui tutti avevano bisogno

Se lo Spider-Man di Sam Raimi (2002-2007) era quello che aveva beneficiato delle storie migliori, raccogliendo i risultati che avrebbero convinto gli studios a investire capitali senza precedenti nei cinecomic (termine su cui ci sarebbe da aprire una lunga parentesi), mentre l’Amazing Spider-Man di Marc Webb (2012-2014) aveva goduto dell’interpretazione forse migliore del personaggio, grazie alla memorabile prova d’attore di Andrew Garfield, lo Spider-Man di Jon Watts e Tom Holland finora era stato semplicemente quello con i costumi migliori (per gentile concessione della Stark Industries, ovviamente…) e al più quello con… la zia May più giovane. Ma malgrado l’ottima alchimia tra i protagonisti, né Homecoming Far from Home avevano regalato molti elementi degni di nota, se si esclude per l’appunto il finale di quest’ultimo da cui deriva tutto questo terzo capitolo.

Serviva qualcosa di grosso, per rendere giustizia a quello che forse è il più amato dei supereroi, perlomeno in casa Marvel. E alla Marvel, come abbiamo imparato in questi anni, non ci si tira indietro quando bisogna pensare in grande. Così ecco un film che in qualche modo cancella tutti gli Spider-Man cinematografici precedenti, ma con la grazia di rendergli onore ed esaltare il meglio di ognuno di loro. Un film che fa un falò di tutte le convenzioni invalse nelle trasposizioni cinematografiche di fumetti, dal funerale al sacrificio dell’eroe, dalla storia d’amore tormentata al cattivo in cui si specchia il lato oscuro che ogni supereroe, malgrado tutto, si porta dentro. Stereotipi, vale la pena sottolinearlo, scolpiti nel nostro immaginario quasi tutti dalla mano di Raimi, con la sua trilogia capace di stabilire un canone per il mondo dei cinecomic (passatemi ancora una volta questo termine odioso, per favore).

E, anche qui, Spider-Man: No Way Home non si limita a cancellarli, ma in qualche modo li riscrive, spingendo tutto avanti di alcuni anni-luce, parlandoci di etica mentre stimatissimi cineasti liquidano i film con i supereroi come se fossero degli insulsi cinepanettoni, e allo stesso tempo riportandoci in quella piacevole e rassicurante comfort zone in cui basta avere un laboratorio di scienze del liceo a disposizione per una notte per sintetizzare il composto chimico adatto alle nostre esigenze. Senza tuttavia trasformare quella comfort zone in un riparo definitivo, ma anzi mostrandocene senza esitazioni la provvisorietà, prima sovvertendola nel perturbante abbraccio tra le tre versioni alternative di Peter Parker, in un trionfo solipsistico che è anche una malinconica presa d’atto della solitudine del supereroe, e poi, inevitabilmente, arrivando al completamento dell’incantesimo di Strange, con la rimozione di quell’abbraccio e di tutti i momenti vissuti insieme da Spider-Man con i suoi amici, perché appunto un supereroe si porta dietro, con i suoi grandi poteri, anche grandi responsabilità, da cui scaturiscono scelte non facili, e soluzioni tutt’altro che comode.

Ad aiutare il Peter Parker di Tom Holland nella sua coming of age, Maguire e Garfield sono i comprimari perfetti, e riescono a guadagnarci il primo l’uscita di scena che il suo personaggio avrebbe sempre meritato (qui poco manca a vederlo con la tunica e la spada laser da saggio maestro Jedi), e il secondo il salvataggio che lo ha tormentato dal 2014 a oggi.

La formula segreta del Multiverso

Come arrivino lo Spider-Man di Maguire e quello di Garfield nella New York di Holland appare chiaro, e le brevi note biografiche che i personaggi condividono con lo spettatore aiutano a colmare il gap che ci separa dalle rispettive ultime apparizioni. Meno chiaro è come abbiano fatto i villain a raggiungerla, visto che tutti sono finiti o stecchiti o redenti nelle loro precedenti manifestazioni, mentre qui preservano fin dalla loro entrata in scena la rivalità verso l’amichevole Uomo Ragno di quartiere che li ha resi suoi storici, indimenticati avversari. Forse solo i Peter Parker provengono dalle pellicole precedenti, mentre i loro avversari arrivano in realtà da storie alternative che non abbiamo mai visto sul grande schermo? Magari storie con esiti diversi? Poco importa.

Ciò che conta è che la storia funzioni e tenga incollati allo schermo dal primo all’ultimo fotogramma, regalando allo spettatore meraviglia anche nei dettagli più piccoli, come il cameo di Charlie Cox nella divisa da avvocato di Matt Murdock / Daredevil. Il merito, va detto, è anche di una formula che la Columbia Pictures porta in dote al progetto da una delle migliori (forse, diciamolo pure, la migliore in assoluto) avventure cinematografiche di Spidey. Il film, che finora non abbiamo citato non essendo un live action ma un lungometraggio di animazione, è quell’autentico gioiello di Spider-Man: Into the Spider-Verse (qui da noi Spider-Man – Un nuovo universo), pellicola del 2018 diretta da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman, meritatamente premio Oscar, Golden Globe e BAFTA nella categoria miglior film d’animazione. In quel caso era l’adolescente Miles Morales, metà portoricano e metà afroamericano, a ereditare il testimone dell’Uomo Ragno e unire le forze ad altri Spider-colleghi richiamati nel suo universo da un esperimento di Kingpin. Insieme riusciranno a sventare i piani del signore del crimine e a fare ritorno nelle rispettive dimensioni.

Con animazioni pazzesche, un montaggio degno di una graphic novel merito di Robert Fisher Jr., una scrittura eccezionale firmata da Phil Lord e dal co-regista Rodney Rothman e una colonna sonora curata da Daniel Pemberton, Spider-Man: Into the Spider-Verse si è meritato all’uscita 375 milioni di dollari a fronte di un budget di 90, il plauso unanime della critica e in particolare degli artisti coinvolti nei progetti della Marvel Entertainment e, inevitabilmente, la luce verde per un sequel in due parti, in uscita tra la fine del 2022 e il 2023.

Sam Raimi: Homecoming

A quanto pare, la formula di Miles Morales ha funzionato ancora meglio per il caro vecchio Peter Parker, che con Spider-Man: No Way Home ha frantumato i precedenti record del caro vecchio Spidey, raggiungendo l’incasso stratosferico di 1.892.020.052 dollari nel mondo, con cui ha quasi decuplicato il budget di produzione di 200 milioni di dollari, arrivando ad attestarsi come il miglior incasso Sony nella storia, il terzo incasso nella serie dedicata al Marvel Cinematic Universe e il sesto in assoluto di sempre.

Naturale, quindi, che la produttrice Amy Pascal e Kevin Faige, presidente dei Marvel Studios e mente imprenditoriale dietro allo sviluppo dell’MCU (grazie a cui è diventato il recordman tra i produttori, con 25 miliardi di dollari incassati dai suoi film), abbiano da subito cominciato a parlare di nuovi progetti sullo Spider-Man di Tom Holland, anche se al momento il calendario delle uscite della Fase Quattro sembra escludere novità prima del 2024.

Intanto a maggio 2022 (il 6 negli USA, il 4 qui da noi) arriverà nelle sale Doctor Strange nel Multiverso della Follia, che molti punti in contatto ha proprio con l’ultimo Spider-Man, come già si può intuire dal titolo. Il film ha vissuto una gestazione travagliata e, dopo essere stato originariamente attribuito al regista del precedente Doctor Strange (2016) Scott Derrickson, a poco più di un anno dall’inizio dei lavori sulla sceneggiatura è stato riassegnato nientemeno che a sua altezza Sam Raimi, che non si siede dietro la macchina da presa dalla bellezza di nove anni. Michael Waldron, che già si è distinto per il lavoro su Rick and Morty e Loki, è stato chiamato a riscrivere la sceneggiatura e ha dichiarato che il film non rappresenterà solo il ritorno di Raimi all’universo dei supereroi, ma anche alle sue radici horror. Le premesse per un hype alle stelle, insomma, si sprecano.

Il tempo è un cerchio piatto, diceva qualcuno. L’inizio e la fine spesso si toccano. E a volte dalla collisione scaturiscono esiti imprevisti nella nostra dimensione, ma di certo non avulsi alla logica superiore del Multiverso. Provate a chiedere al vostro amichevole Uomo Ragno di quartiere: magari vive e combatte il crimine in un mondo che non si ricorda più di lui, senza più una tuta-armatura hi-tech fabbricata dalla Stark Industries e costretto a indossare una calzamaglia cucita a macchina nel suo minuscolo, spoglio, umido monolocale… ma adesso ha alle spalle una storia coi fiocchi tutta sua. Anzi, almeno tre.

E insomma, non di sole distopie vive lo scrittore di fantascienza. Quando Francesco Verso mi ha reclutato per l’antologia Segnali dal futuro, ho pensato di cogliere l’opportunità per visualizzare un mondo molto distante dagli scenari che sono solito frequentare, e che potremmo convenzionalmente ricondurre a futuri – terrestri o spaziali – a tinte alquanto cupe. Per l’occasione ho pensato di avventurarmi in un territorio per me quasi del tutto nuovo, comunque molto al di fuori dalla mia comfort zone.

Volevo descrivere da un punto di vista da embedded il lavoro degli ingegneri e scienziati del futuro, diciamo intorno all’anno 2100, e volevo che il loro progetto derivasse dalle premesse stesse insite nel mondo in cui vivevano, per evitare che la storia potesse inciampare nello schematismo dello scienziato che arriva e risolve tutti i problemi dell’umanità: quella non sarebbe stata né scienza né fantascienza, ma nient’altro che solipsismo in salsa hollywoodiana. Quindi ho provato a immaginare un mondo ancora gravato da contraddizioni, ma già impegnato sull’audace cammino di una “transizione ecologica post-capitalista“, in cui le fondamenta per un nuovo stile di vita e per un nuovo modello di organizzazione sociopolitica vengono gettate dall’adozione di nuovi sistemi di produzione e recupero: lavoro intellettuale, energie sostenibili, integrazione ambientale e tecnologie emergenti aprono le porte a un diverso livello di consapevolezza del ruolo dell’uomo nel mondo, e la società comincia così a muoversi verso un nuovo punto di equilibrio. Per questo avevo bene in mente una serie di modelli di riferimento, primo su tutti Kim Stanley Robinson, ma anche altri autori impegnati sul fronte del futuro come Bruce Sterling e Cory Doctorow.

Il risultato è una società che non ha subito gli effetti della Singolarità (o di un evento di equivalente portata), ma che al contrario ha cominciato da tempo a guidare la propria evoluzione grazie alla sinergia con le tecnologie. Non a caso si parla di Wende, come nel processo di riunificazione delle due Germanie, anche se in termini quasi antitetici: dall’economia di mercato il post-capitalismo imbocca il sentiero di un’economia della post-scarsità pianificata, logisticamente supportata delle intelligenze artificiali. Potremmo forse definirla una tecnocrazia socialista. Ma come sappiamo i cambiamenti comportano sempre degli imprevisti, per cui, per quanto si possa cercare di dirigerne gli effetti, ci saranno sempre degli esiti non calcolati. Specie in un sistema complesso grande quanto il pianeta Terra.

Alla fine La vita nel tempo delle ombre è la cosa più vicina a un’utopia che abbia mai scritto. Una cosa che mi fa uno strano effetto, a dirla tutta. Ma non poi così strano. Dopo il salto, ne condivido con voi un estratto: una sessione di brainstorming tra i due protagonisti. Il libro invece è qui. Leggi il seguito di questo post »

Stamattina, andando in ufficio, ascoltavo un dibattito in radio sull’impatto che l’automazione avrà nei prossimi anni sul mondo del lavoro. Un po’ tutti abbiamo sentito o letto gli annunci apocalittici che nei giorni scorsi sono circolati sulla stampa: i titoli più sobri parlavano del furto del lavoro ai danni degli umani perpetrato dalle nuove generazioni di robot, e scaricavano implicitamente sulla tecnologia le responsabilità occupazionali delle politiche inadeguate o fallimentare che da anni vengono perseguite un po’ in ogni parte del mondo.

Il prossimo passo, che vedo già in atto, consisterà probabilmente nell’associare la figura del robot a quella dell’immigrato che s’introduce nel nostro sistema per recare danni più o meno profondi e inguaribili al nostro stile di vita consolidato (si fa per dire). Ho provato un senso di disorientamento, ascoltando il botta e risposta tra la giornalista e l’intervistato, un esperto di nuove tecnologie membro di un’associazione di cui purtroppo non ricordo al momento il nome. Non per i contenuti, ma per la realizzazione che solo qualche anno fa, diciamo quando ho visto per la prima volta Blade Runner a metà anni novanta, o quando ho iniziato a cimentarmi a mia volta con la scrittura del futuro a metà anni zero, un dibattito radiofonico del genere, proiettato nel 2016, mi sarebbe sembrato più che logico, perfino naturale.

Il mio disagio attuale, che ho comunque fatto presto a scacciare, nasce – mi rendo conto – dall’assuefazione all’altra realtà, quella contigua all’immaginario in cui siamo cresciuti, ovvero la realtà fattuale o presunta tale costruita dall’interazione degli abitanti e dei sistemi informazionali del pianeta Terra, gli inforgs di cui parla Luciano Floridi. Quella realtà raccontata che, malgrado tutto, negli ultimi anni sta facendo di tutto, attraverso le sorgenti di condizionamento che “ispirano” e “orientano” l’opinione pubblica (governi, organizzazioni economiche, istituzioni religiose, editori), per provare a convincerci di vivere in Anni Oscuri, in un nuovo medioevo, imponendoci il diritto di non avere diritti come una nuova frontiera della libertà, riscrivendo il mondo perché possiamo godercelo così com’è, anzi accettando e plaudendo alle mille forme di erosione che quotidianamente agiscono sul blocco sempre più friabile dei diritti acquisiti.

E invece, ci accorgiamo adesso, il mondo reale è andato avanti. Non è più quello degli anni ’90, è un mondo in cui è davvero naturale, a pensarci bene, imbattersi per radio, andando al lavoro, in un dibattito sulle conseguenze e le implicazioni dell’impiego dei robot. È questo il mondo in cui viviamo, con buona pace per i reazionari e gli oscurantisti di ogni categoria, inclusi quelli che proprio in questi giorni si stanno sforzando per dimostrare al mondo, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto arretrata e inadeguata sia la nostra classe politica quando si tratta di scegliere tra l’estensione dei diritti e l’esclusione dagli stessi.

Il luddismo di ritorno che sembra di intravedere tra le righe dei commenti di questi giorni non sorprende affatto, date le premesse. A conti fatti, a chi gioverebbe un’analisi precisa degli effettivi costi e benefici dell’impiego di sistemi artificiali in sostituzione della manodopera umana in contesti rischiosi o magari in mansioni ripetitive, a bassissimo contenuto qualitativo o intellettuale? Molto meglio che un uomo svolga un lavoro meccanico: è stato fatto tanto per insegnargli a non lamentarsi, a occupare le proprie giornate in catena di montaggio, a rispettare la gerarchia e le consegne, non vorremo rinunciare proprio adesso ai magnifici risultati raggiunti nel campo del condizionamento umano? E proprio adesso che stiamo risolvendo gli ultimi problemi ereditati dal Novecento, perché dovremmo accollarci la fatica di pensare a soluzioni nuove, adatte ai tempi che corrono, capaci di garantire maggiori opportunità a sempre più gente, di spalancare gli orizzonti di nuove possibilità a masse che sono state addomesticate a credere che la più grande conquista dell’umanità siano state una casa ipotecata, un lavoro sottopagato, lo smartphone alla moda e una piattaforma televisiva da 500 canali?

Per fortuna il mondo va avanti. E sarà difficile spiegare a un’intelligenza artificiale quale sia il valore aggiunto di una massa lobotomizzata, asservita al volere di pochi, grassi padroni. Insieme ai lavori di più bassa manodopera, magari delegheremo ai robot anche l’onere delle rivendicazioni di quei diritti di cui non abbiamo voluto farci carico.

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Questa recensione di Ex Machina, film scritto e diretto da Alex Garland (dal 30 luglio anche in Italia) che s’inserisce nel filone transumanista recentemente esplorato da Hollywood già in diversi titoli – con risultati alterni – da Lei a Transcendence, richiama l’attenzione su una serie di riferimenti che già mi sono serviti come punti cardinali in un paio di uscite pubbliche. Dalla riflessione era per altro scaturito questo articolo per Quaderni d’Altri Tempi, e a Bellaria abbiamo colto l’occasione con Zoon e Kremo per imbastire un panel a 360° sui rischi esistenziali, proprio a partire dal clamore suscitato dagli avvertimenti lanciati da luminari del calibro di Stephen Hawking (che non ha certo bisogno di presentazioni da queste parti) o Elon Musk (l’imprenditore sudafricano-americano fondatore di start-up di successo, da PayPal a Tesla Motors a SpaceX). E proprio i loro nomi, insieme a quello di Nick Bostrom, sono quelli che richiamavamo in quella sede, a partire dal dibattito incentrato sull’evoluzione delle intelligenze artificiali simil o super umane.

Com’è stato detto, se mai risulterà possibile una superintelligenza artificiale sarà anche l’ultima invenzione dell’uomo. Il progresso è sempre guidato dalla civiltà più evoluta. E in presenza di una intelligenza artificiale confrontabile o già superiore all’intelligenza umana, capace di migliorarsi a un ritmo per noi vertiginoso e inimmaginabile, l’umanità dovrà rassegnarsi a passare il testimone. Risulta quindi plausibile che a quel punto il timone del progresso passi “nelle mani” delle IA, che si sostituiranno in tutto o in parte a noi nel ruolo di motore dell’evoluzione tecnologica, scientifica e culturale sulla Terra.

In uno dei suoi articoli sempre estremamente stimolanti, il divulgatore Caleb Scharf, astrobiologo alla Columbia University, ha provato addirittura a mettere in relazione lo sviluppo delle IA con il paradosso di Fermi, passando per il Grande Filtro: è un’idea interessante, sennonché mi sembra fondarsi sull’assunzione un po’ troppo restrittiva che ogni forma artificiale di intelligenza contenga il germe intrinseco dell’autodistruzione.

D’altronde, se come esseri umani ci stiamo interessando così tanto a un argomento che fino a non molto tempo fa sembrava poterci appassionare solo in forma di fiction (e in effetti credo che negli ultimi trent’anni sia stata scritta e filmata ben poca fantascienza capace di prescindere da un qualche impiego futuro – o rischio connaturato all’uso – delle IA), non è solo per l’effetto perturbante della difformità implicita nell’IA, del suo essere qualcosa di altro da noi. Le implicazioni dell’eventuale avvento dell’IA sono intrinsecamente imprevedibili: potremmo trovarci davanti agli scenari più diversi, da una vera e propria esplosione di intelligenza alla riprogrammazione stessa della materia disponibile sulla Terra e nei suoi paraggi (tutta la materia, esseri viventi inclusi) in computronium, fino a esiti ancora più inquietanti come l’inferno a misura d’uomo teorizzato nel cosiddetto rompicapo del Basilisco di Roko. Si va quindi dal caso migliore dell’umanità vittima collaterale dello sviluppo dell’IA, a quello peggiore dell’umanità completamente asservita (ed eventualmente annichilita) dall’IA. In nessun caso, proiettando sull’intelligenza artificiale ciò di cui è stata capace nel corso della sua storia l’intelligenza umana, la nostra “ultima invenzione” dovrebbe mostrare un senso di compassione nei nostri confronti.

Ma se i nostri timori sono oggi così fondati, è perché sono sostanzialmente il frutto del nostro passato, che troviamo così ben rappresentato nel presente. E abbiamo appunto imparato a nostre spese che dell’umanità come oggi la conosciamo è meglio diffidare. Ogni sviluppo futuro, ogni tentativo di estrapolazione, ci costringe a fare i conti con i punti di partenza: e ciò che siamo oggi, evidentemente, non ci piace granché. E allora: perché non cogliere l’occasione di questo dibattito per fare qualcosa che cambi le cose? Forse le cose andranno male comunque, ma almeno non avremo nulla da rimproverarci.

BATTLESTAR GALACTICA -- Pictured: Tricia Helfer as Number Six -- SCI FI Channel Photo: Justin Stephens

BATTLESTAR GALACTICA — Pictured: Tricia Helfer as Number Six — SCI FI Channel Photo: Justin Stephens

Nell’articolo scritto a 4 mani con il critico, traduttore e studioso di letteratura americana Salvatore Proietti, docente all’Università della Calabria, pubblicato sul numero 72 di Robot, ci siamo dilungati su un tema che attraversa, in maniera più o meno evidente, un numero crescente di opere prodotte negli ultimi anni in seno alla fantascienza: i diritti delle creature artificiali.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

MetalMadeFlesh

L’identità personale si fa distribuita e si moltiplica. Il nostro ecosistema si è già modificato perdendo le originali presunte connotazioni di purezza naturale, e le prime applicazioni di augmented reality rendono ineludibile questa verità. Le tecnologie emergenti, sempre più spesso raccolte sotto la sigla NBIC (che raggruppa nanotecnologia, biotecnologie, information technology e cognitive science), adottato anche dalla National Science Foundation americana, producono effetti che diventeranno sempre più profondi e irreversibili man mano che si realizzano forme di convergenza tra i diversi settori della ricerca. Quanto dovremo ancora aspettare prima che soggetti che non condividono la nostra stessa natura biologica comincino a rivendicare i loro diritti? Robot, androidi, cyborg, intelligenze artificiali, cloni, simbionti, creature ibride, dalla duplice natura, prefigurano la nuova realtà di un mondo che non può più trincerarsi dietro l’esclusività dei benefici e dei diritti della contemporaneità, ma che anzi deve lavorare su una logica inclusiva per estenderli a tutti.

In un celebre passo della Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria, leggiamo:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da uomini, per esprimere la loro idea su quali condizioni debba rispettare un governo di altri uomini per essere da loro accettato. Qualcuno ha idea del perché un’intelligenza artificiale dovrebbe accontentarsi di qualcosa di meno di quanto richiesto dagli uomini?

Da questa consapevolezza nasce un approccio etico, come quello proposto nel 2006 da Gianmarco Veruggio, direttore della Scuola di Robotica di Genova e promotore della cosiddetta roboetica, l’etica applicata alla progettazione e allo sviluppo nei campi della robotica e dell’automazione. All’aumentare dei benefici potenziali, nella robotica come in qualsiasi altro settore della ricerca aumentano anche i rischi. Per questo la presenza massiccia di creature artificiali nel futuro verso cui ci stiamo muovendo pone l’opportunità e anzi il bisogno di una riflessione sulle regole che dovranno gestire il rapporto tra umani e macchine.

Prima che la realtà ci presenti un conto da pagare – come insegna la storia – comprensivo di interessi.

Servono trucchi nuovi, adatti ai tempi moderni. Strategie adeguate a modellare una società in continua ridefinizione, esposta alla spinta di un’economia accelerata dal progresso tecnologico. Come dicevamo in precedenza: un nuovo paradigma.

Il corollario al paradosso del Grande Disaccoppiamento, come ci ricorda Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale intervistato da Riccardo Staglianò per Il Venerdì di Repubblica, è che:

Il PIL complessivo cresce, il salario medio no. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, hanno calcolato che il 47 per cento dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione. Lo strappo è violento e rapido.

E allora: ha ancora senso trovare per quel 43% di giovani italiani disoccupati lavori che entro la fine del prossimo decennio (se non prima) potrebbero risultare obsoleti, immettendoli in un circolo vizioso di necessità cronica di “riqualificazione”? Oppure potrebbe essere più logico trovare soluzioni temporanee per i disoccupati prossimi all’età pensionabile, pianificando al contempo la creazione di nuovi lavori e di nuove professionalità?

«Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie. Oppure Warren (omaggio al miliardario Buffett), un programma che comincia a prendere il posto degli analisti di Borsa meno esperti. E poi TurboTax, che toglie il pane di bocca ai commercialisti che ci fanno il 740. Oppure quei programmi che riassumono per gli avvocati migliaia di pagine di documenti. E ancora, e ancora. Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali.

Se il 40% dei posti di lavoro attuali è a rischio, cosa fare di quei circa 700.000 giovani tra i 15 e i 24 anni attualmente senza lavoro? Un piano di supporto potrebbe aiutare a tamponare una situazione disastrosa. Una delle misure di contrasto alla Grande Depressione adottate da Franklin D. Roosvelt nell’ambito del New Deal consistette nell’istituzione dei Civilian Conservation Corps: un programma per l’impiego temporaneo di giovani disoccupati tra i 18 e i 25 anni, che al suo apice raggiunse le 300.000 unità di forza lavoro impegnata nella conservazione e nello sviluppo delle risorse naturali in zone rurali, e nel complesso tra il 1933 e il 1942 occupò 3 milioni di ragazzi. Non potremmo guardare anche noi ai nostri giovani disoccupati come una risorsa, invece che come una zavorra?

Ora, le condizioni in cui versa il territorio italiano sono abbastanza evidenti a tutti. Abbandono, incuria e abusivismo sono le cause all’origine di una debolezza strutturale messa a nudo dalle inondazioni, dalle frane  e dai crolli che coinvolgono periodicamente il nostro Paese: da nord a sud, non c’è territorio che non sia toccato da fenomeni di dissesto idro-geologico. Per non parlare di quei miliardi di metri cubi di edifici pubblici o privati mai completati, o di quelle migliaia di edifici proliferati durante le ondate di speculazione edilizia che ormai intaccano e corrompono l’integrità estetica di quello che un tempo era il Paese Più Bello del Mondo. Le Comunità Montane sono state sempre più impoverite negli ultimi anni e nei comuni montanari gli effetti non tardano a vedersi. Strade e ferrovie versano in uno stato di incuria che prelude alla dismissione: e senza le strade e senza le ferrovie, viene meno l’asse portante della logistica al servizio dei flussi turistici. La messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione del patrimonio urbanistico, delle strade e delle ferrovie, potrebbero essere il fronte su cui coinvolgere quell’enorme riserva lavorativa di cui disponiamo. Si fa un gran parlare di prevenzione, forse questo può essere il momento per dimostrare che non sono più solo vuote parole.

Inoltre un piano parallelo potrebbe essere messo in atto per la preservazione del nostro patrimonio artistico ed archeologico. Ed entrambi i rami sarebbero positivi anche in termini di “responsabilizzazione civile”: ai giovani andrebbe insegnato – o re-insegnato – l’interesse per la cultura, di cui per fortuna restano in giro più tracce di quante governi inutili o amministrazioni incompetenti siano riusciti a cancellare. Con i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea sono stati e continuano a essere organizzati corsi formativi per il rilascio di diplomi insignificanti: dirottiamo tutte queste risorse su un serio piano formativo per la tutela dei beni culturali. E ancora parallelamente cominciamo a istituire dei piani di orientamento allo studio davvero utili, controllando l’accesso ai diversi corsi universitari in base alla ricettività potenziale stimata per ciascun settore professionale.

Nel 2012, secondo il XV Rapporto Alma aurea sul Profilo dei Laureati Italiani, abbiamo avuto 227.000 laureati, ma tra il 2003 e il 2011 si è registrato un calo delle immatricolazioni del 17% e tra i 25 e i 34 anni i laureati rappresentano appena il 21% della popolazione (contro il 42% dei coetanei statunitensi). Il XVI Rapporto di AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati mette in evidenza come la quota di disoccupati, tra i laureati inclusi nella fascia 25-34 anni, tra il 2007 e il 2013 sia cresciuta dal 10 al 16%; tra i diplomati nella fascia 18-29 anni si è avuto un incremento dal 13 al 28%; tra i 15-24enni in possesso di una licenza media l’aumento è stato dal 22 al 45%. Evidentemente, i laureati subiscono la crisi meno dei loro coetanei con titoli di studio inferiori. Altrettanto evidentemente, il sistema scolastico italiano potrebbe fare di meglio, sia in fase di orientamento universitario che di inserimento lavorativo.

In questi anni, nonostante la crisi, abbiamo visto il paesaggio fisico-mediatico mutare radicalmente. Ormai buona parte delle nostre vite, dall’informazione alle relazioni sociali, dallo studio al lavoro, si svolge in uno spazio condiviso ma non materiale. E il cyberspazio di William Gibson si fonde con i mass media classici in quello che Luciano Floridi, tra i maggiori esperti di filosofia dell’informazione, ha definito Infosfera: la globalità dello spazio delle informazioni, che ormai comprende il mondo fisico e la stessa biosfera, e gli esseri viventi che lo costituiscono ne sono a loro volta parte integrante in quanto organismi informazionali (inforgs). Floridi parla di ambientalismo sintetico, inclusivo degli artefatti e degli spazi in continua generazione, suggerendo che dovremmo trattare tutta l’Infosfera in modo ecologico, prevenendo la distruzione o l’impoverimento gratuiti della realtà-infosfera.

Torniamo al duo Staglianò/Lanier:

«Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario». Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. […] Sì, ma in pratica? «Si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza». Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni. In teoria non fa una piega, in pratica non sarà una passeggiata di salute.

Lanier conosce benissimo i limiti di applicabilità della sua idea: «Stiamo ragionando su astrazioni. Credo che fondamentale sia rompere l’incantesimo in cui siamo stati intrappolati sino a oggi. Fatto quel passo, la soluzione si troverà». All’Università di Pavia l’economista Andrea Fumagalli parla di reddito minimo che retribuisca le varie attività cognitive-relazionali. Resta il problema che, se anche remunerassimo chi lascia tracce digitali, non compenseremo tutti quelli che hanno perso un lavoro a causa dell’informatizzazione. Il Nostro: «I mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso». Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.

Tutto ciò che diventa conoscenza ha un valore. E questo valore deve essere riconosciuto a chi è stato in grado di generarlo e diffonderlo come ricchezza. Tanto più che i progressi nella tecnologia potrebbero presto rendere obsoleto in concetto stesso di scarsità: nanotecnologie e biotecnologie daranno alla curva un impulso che al momento possiamo solo immaginare.

D’altro canto, è un principio che i lettori di fantascienza hanno già visto implementato in diversi contesti. Due titoli per tutti: L’Era del Flagello di Walter Jon Williams (The Green Leopard Plague, premio Nebula 2004) e Accelerando di Charles Stross (2005), rappresentano entrambi la prospettiva di una società agalmica, basata su un’economia della post-scarsità. A questo proposito riprendo quanto scrivevo all’epoca: di notevole interesse risulta la sintesi concettuale lasciataci da Robert Levin (alias lilo), pioniere del software libero e open source, purtroppo prematuramente scomparso nel 2006 a causa di un incidente d’auto: in The Marginalization of Scarcity, Levin definisce bene una società agalmica come un sistema a) cooperativo e non competitivo, b) antitetico alla nostra economia della scarsità, c) basato su abbondanza delle risorse e su equa allocazione delle stesse, d) a somma positiva (ogni guadagno non implica una perdita, ma il guadagno individuale spesso si accompagna a un profitto collettivo), e) decentralizzato e non autoritario. In un sistema agalmico il profitto non viene quantificato in un valore monetario, ma viene invece misurato attraverso parametri quali la conoscenza, la soddisfazione personale e un beneficio economico spesso indiretto. Ma il suggerimento di Lanier di implementare un sistema di micropagamenti potrebbe rappresentare una valida alternativa in continuità con il sistema attuale di valori economici. E pur con le sue luci e le sue ombre (di cui ha scritto proprio Stross, ripreso dal premio Nobel Paul Krugman), il sistema Bitcoin sembra contenere in nuce proprio questa possibilità, pur essendo poi piegato a scopi e usi completamente diversi (e largamente esecrabili).

Mi rendo conto che stiamo gradualmente scivolando nel campo dell’utopia. Ma pensando ai cambiamenti in corso, questo della reinvenzione dei mestieri e delle professionalità è solo una delle molteplici questioni che dovremo affrontare. A un livello più ideale, la progressiva emersione di sistemi artificiali via via più smart e intelligenti e i nuovi rapporti che nasceranno dall’interfaccia tra l’uomo e le macchine (HMI) nel settore della cognitive augmentation imporranno una piena ridefinizione del campo dei diritti. Ed è un’indagine a cui Stefano Rodotà ha dedicato la sua ultima fatica: Il diritto di avere diritti (Editori Laterza). Con Salvatore Proietti, a cui devo diversi spunti affrontati in questi due articoli, abbiamo approfondito il tema in un articolo di prossima pubblicazione su Robot. Ma di sicuro non è un discorso che si esaurirà presto.

(fine)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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