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Segnali dal futuro è la nuova pubblicazione dell’Italian Institute for the Future, associazione fondata aIIF_Segnali_dal_Futuro Napoli e attiva nel campo dei future studies: un’antologia di racconti di anticipazione selezionati da Roberto Paura e Francesco Verso, che delineano possibili scenari futuri spaziando “dall’intelligenza artificiale all’espansione umana nello Spazio, dalla disoccupazione tecnologica alla vita all’interno di mondi virtuali fino al sogno di replicare la coscienza umana”, introdotti da altrettanti saggi di esperti del settore (Massimo M. Auciello e Rino Russo, Riccardo Campa, Roberto Paura, Valerio Pellegrini, Emmanuele J. Pilia).

L’iniziativa, che non ha precedenti in Italia, si ispira a progetti analoghi che da sempre vengono sviluppati altrove. Un esempio storico è rappresentato dall’Institute for the Future di Palo Alto, tra le cui pubblicazioni recenti si segnala una raccolta di questo tipo intesa a “rendere tangibile il futuro”, con contributi di sei firme di spicco del panorama SF globale (tra gli altri Bruce Sterling e Cory Doctorow) sul tema della Internet of Things: An Aura of Familiarity. Altri esempi altrettanto rappresentativi sono il Project Hieroglyph curato da Neal Stephenson (di cui abbiamo parlato), l’antologia celebrativa dei cinquant’anni di Spectrum, Coming Soon Enough (con Greg Egan e Nancy Kress), oppure la serie Twelve Tomorrows pubblicata con cadenza annuale dall’MIT.

Segnali dal futuro prende le mosse dalla sessione introduttiva del Congresso Nazionale di Futurologia 2014 e si propone di offrire cinque assaggi possibili del mondo in cui domani potremmo svegliarci. Perché, come abbiamo imparato, il modo migliore per prevedere il futuro è inventarlo. Nell’antologia troverete anche un mio racconto ispirato al tema del mind uploading, ma che si trova a sfiorare anche altri campi a cui sono particolarmente interessato: l’intelligenza artificiale, la sostenibilità ecologica, la transizione verso un modello di società post-capitalista, l’ubiquitous computing, il turismo virtuale, le città iperconnesse (come Dubai o la megalopoli del Delta del Fiume delle Perle) la riproducibilità della memoria, gli spazi simulati e i diritti degli esseri artificiali. Con una spruzzata della poetica visionaria di William S. Burroughs e di Makoto Shinkai. Il tutto dal punto di vista di un… no, stavolta niente detective, solo un ingegnere elettronico.

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Il racconto s’intitola La vita nel tempo delle ombre, è introdotto da un saggio di Emmanuele J. Pilia (esperto di transarchitettura, ma non solo) e si accompagna ad altri quattro racconti firmati da totem come Ken Liu o Francesco Grasso e autorevoli esponenti dell’ultima ondata di fantascienza italiana come Clelia Farris e Francesco Verso.

Il libro è in vendita a 9,90 euro sul sito dell’IIF.

Parlando di intelligenza artificiale spesso si prendono in considerazione le conseguenze che la sua introduzione/applicazione comporterebbe per il progresso tecnologico e, in una spirale analoga agli effetti descritti nella legge dei ritorni accelerati, il ragionamento finisce per avvitarsi su se stesso: sarebbero così vaste e profonde, dopotutto, le conseguenze del cambiamento, che tutto lo spazio a disposizione del dibattito o del singolo commento finisce per essere assorbito dall’effetto delle IA sulla scienza e sulla tecnologia. Al più, come dicevamo proprio nei giorni scorsi, la preoccupazione può essere catalizzata, in base ai timori e agli interessi dei soggetti chiamati a esprimersi sul tema, dall’impatto sul nostro stile di vita, con particolare attenzione per le cosiddette ricadute occupazionali di un’ipotetica Singolarità Tecnologica.

Ma in realtà, come anche ci è capitato di sostenere in più di un’occasione, non ci sarebbe probabilmente un solo campo umano d’azione o di studio immune agli effetti della transizione. E in virtù della loro estensione, impatti significativi si avrebbero quindi anche sulle cosiddette soft science: studi sociali, psicologia, storia, diritto.

Proprio sull’influenza che avrebbe l’adozione dell’intelligenza artificiale per gli studi legali si concentra questo illuminante articolo di Aviva Rutkin per New Scientist, uno dei pezzi più interessanti in cui mi sia capitato di imbattermi nell’ultima settimana. Le risorse di una IA potrebbero comportare indiscutibili benefici nell’esecuzione di compiti particolarmente adatti all’automatizzazione, come la ricerca di riferimenti, il reperimento di documentazione, o la stesura e verifica di contratti standardizzati, producendo come risultato una maggiore efficienza. Certo, resterebbero aree più difficili da “infiltrare”, e la negoziazione sarebbe tra queste. Ma ci sarebbero anche nuovi dilemmi con cui fare i conti: per esempio, elaborando enormi quantità di dati una IA potrebbe individuare tendenze e precedenti, pronosticando l’esito di un giudizio in base alle performance trascorse di avvocati e giudici coinvolti. E questo potrebbe rallentare l’evoluzione del diritto, dal momento che gli studi legali potrebbero essere scoraggiati dal farsi carico di cause potenzialmente in grado di fare giurisprudenza, ma proprio per questo maggiormente esposte al rischio dell’insuccesso.

Ma le IA legali avrebbero anche altre applicazioni: uno per tutti, potrebbero fornire consulenze legali a chi non può permettersi l’assistenza di un avvocato. Oppure, software meno “coscienziosi” ma altrettanto leciti potrebbero aiutare gli interessati a trovare più o meno facili scappatoie, sfruttando le maglie larghe della legislazione per aggirare la giustizia.

L’articolo è un concentrato di scenari futuribili come raramente capita di trovare. E la sua densità di concetto si presta a stimolare efficacemente le menti più immaginifiche, così non posso che consigliarne la lettura a tutti i colleghi che fossero alla ricerca di spunti per le loro storie fantascientifiche.

Questa recensione di Ex Machina, film scritto e diretto da Alex Garland (dal 30 luglio anche in Italia) che s’inserisce nel filone transumanista recentemente esplorato da Hollywood già in diversi titoli – con risultati alterni – da Lei a Transcendence, richiama l’attenzione su una serie di riferimenti che già mi sono serviti come punti cardinali in un paio di uscite pubbliche. Dalla riflessione era per altro scaturito questo articolo per Quaderni d’Altri Tempi, e a Bellaria abbiamo colto l’occasione con Zoon e Kremo per imbastire un panel a 360° sui rischi esistenziali, proprio a partire dal clamore suscitato dagli avvertimenti lanciati da luminari del calibro di Stephen Hawking (che non ha certo bisogno di presentazioni da queste parti) o Elon Musk (l’imprenditore sudafricano-americano fondatore di start-up di successo, da PayPal a Tesla Motors a SpaceX). E proprio i loro nomi, insieme a quello di Nick Bostrom, sono quelli che richiamavamo in quella sede, a partire dal dibattito incentrato sull’evoluzione delle intelligenze artificiali simil o super umane.

Com’è stato detto, se mai risulterà possibile una superintelligenza artificiale sarà anche l’ultima invenzione dell’uomo. Il progresso è sempre guidato dalla civiltà più evoluta. E in presenza di una intelligenza artificiale confrontabile o già superiore all’intelligenza umana, capace di migliorarsi a un ritmo per noi vertiginoso e inimmaginabile, l’umanità dovrà rassegnarsi a passare il testimone. Risulta quindi plausibile che a quel punto il timone del progresso passi “nelle mani” delle IA, che si sostituiranno in tutto o in parte a noi nel ruolo di motore dell’evoluzione tecnologica, scientifica e culturale sulla Terra.

In uno dei suoi articoli sempre estremamente stimolanti, il divulgatore Caleb Scharf, astrobiologo alla Columbia University, ha provato addirittura a mettere in relazione lo sviluppo delle IA con il paradosso di Fermi, passando per il Grande Filtro: è un’idea interessante, sennonché mi sembra fondarsi sull’assunzione un po’ troppo restrittiva che ogni forma artificiale di intelligenza contenga il germe intrinseco dell’autodistruzione.

D’altronde, se come esseri umani ci stiamo interessando così tanto a un argomento che fino a non molto tempo fa sembrava poterci appassionare solo in forma di fiction (e in effetti credo che negli ultimi trent’anni sia stata scritta e filmata ben poca fantascienza capace di prescindere da un qualche impiego futuro – o rischio connaturato all’uso – delle IA), non è solo per l’effetto perturbante della difformità implicita nell’IA, del suo essere qualcosa di altro da noi. Le implicazioni dell’eventuale avvento dell’IA sono intrinsecamente imprevedibili: potremmo trovarci davanti agli scenari più diversi, da una vera e propria esplosione di intelligenza alla riprogrammazione stessa della materia disponibile sulla Terra e nei suoi paraggi (tutta la materia, esseri viventi inclusi) in computronium, fino a esiti ancora più inquietanti come l’inferno a misura d’uomo teorizzato nel cosiddetto rompicapo del Basilisco di Roko. Si va quindi dal caso migliore dell’umanità vittima collaterale dello sviluppo dell’IA, a quello peggiore dell’umanità completamente asservita (ed eventualmente annichilita) dall’IA. In nessun caso, proiettando sull’intelligenza artificiale ciò di cui è stata capace nel corso della sua storia l’intelligenza umana, la nostra “ultima invenzione” dovrebbe mostrare un senso di compassione nei nostri confronti.

Ma se i nostri timori sono oggi così fondati, è perché sono sostanzialmente il frutto del nostro passato, che troviamo così ben rappresentato nel presente. E abbiamo appunto imparato a nostre spese che dell’umanità come oggi la conosciamo è meglio diffidare. Ogni sviluppo futuro, ogni tentativo di estrapolazione, ci costringe a fare i conti con i punti di partenza: e ciò che siamo oggi, evidentemente, non ci piace granché. E allora: perché non cogliere l’occasione di questo dibattito per fare qualcosa che cambi le cose? Forse le cose andranno male comunque, ma almeno non avremo nulla da rimproverarci.

BATTLESTAR GALACTICA -- Pictured: Tricia Helfer as Number Six -- SCI FI Channel Photo: Justin Stephens

BATTLESTAR GALACTICA — Pictured: Tricia Helfer as Number Six — SCI FI Channel Photo: Justin Stephens

Due notizie a breve distanza l’una dall’altra sono venute fuori negli ultimi giorni. La prima in ordine temporale riguarda l’annuncio di uno studio francese di aver creato dei falsi ricordi tramite stimolazione transcranica su delle cavie di laboratorio addormentate: al risveglio, i roditori sottoposti al trattamento mostravano di “ricordare” posti in cui non erano mai stati prima. La stimolazione è stata attuata durante una particolare fase di attività dell’ippocampo, “la regione cerebrale che funge da substrato neuronale alle mappe mentali che consentono di muoversi in un certo ambiente”. Durante il sonno nei mammiferi avverrebbe infatti un processo interpretato come il consolidamento degli input spaziali, testimoniato da uno specifico schema di onde cerebrali denominate SPW-R (sharp wave ripples). La scoperta delle cosiddette cellule di posizione era stata premiata nel 2014 con il Nobel per la medicina.

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Il secondo risultato è stato divulgato da uno studio del Cold Spring Harbor Laboratory (New York) pubblicato da Nature: oggetto dell’articolo è la possibilità di risalire dall’analisi dei tessuti neurali di una cavia morta alle abilità ed esperienze che il soggetto aveva acquisito da vivo. Semplificando, una lettura post-mortem della mente. Anthony Zador, a capo del team di ricerca, ha dichiarato: “[…] è come se avessimo decifrato un pezzettino del codice neurale col quale l’animale archiviava queste memorie. In sostanza, riuscivamo a leggere la mente di questi ratti”. La stessa tecnica potrebbe essere applicata ad altre regioni del cervello, per decifrare altri sensi. “Non vediamo l’ora di applicare questo metodo a forme più complesse di apprendimento e ad altri sistemi sensoriali, come quello alla base della vista”.

Già qualche anno fa due team americani avevano effettuato importanti annunci sulla decodifica di schemi di attivazione neurale legati alla vista e alla parola. Non ci sarebbe da stupirsi dunque se da qualche parte nel mondo, magari in un cupo e freddo seminterrato di qualche prestigiosa università, un dottor Elliott Grosvenor fosse al lavoro con il suo assistente Rundolph Carter, procedendo per tentativi ad apprendere i rudimenti della psicografia.

L’universo è una macchina stupefacente che non cessa di produrre meraviglia. Giunti al livello di indagine cosmologica di questi ultimi anni, potremmo pensare di aver scoperto tutto quello che c’era da sapere, ma ci sono alcune verità, già acquisite dalla scienza, che potrebbero essere sfuggite alla nostra attenzione. Per esempio, che l’universo è più vasto di quanto potremmo normalmente aspettarci da quel che sappiamo della sua età. Se immaginiamo il Big Bang come un’esplosione in grado, 13,798 ± 0,037 miliardi di anni fa, di dispiegare lo spazio e il tempo a partire dalla singolarità primordiale, un punto di densità e temperatura tendenti all’infinito che concentrava tutta la materia e l’energia oggi presenti nell’universo, allora viene naturale immaginare che le dimensioni del cosmo, da un capo all’altro, avranno un limite superiore coincidente con il doppio della sua durata. Questa assunzione trascura invece un risultato importante, che ricaviamo dallo studio di quella che è nota come radiazione cosmica di fondo a microonde (CMB radiation) e dall’osservazione dell’omogeneità manifestata dall’universo su ampia scala e della sua curvatura pressoché nulla, e che ci fa ritenere, salvo alcuni illustri pareri contrari come quello di Roger Penrose (tra i primi sostenitori dell’ipotesi del Big Bang), che l’universo abbia attraversato un periodo iniziale di espansione inflazionaria.

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L’effetto di questa fase inflazionaria durata una frazione di secondo (meno di 10-32 secondi, secondo i modelli), durante la quale l’impasto di energia e materia che formava l’universo si sarebbe espanso a velocità maggiori della velocità della luce, è che dalla Terra risulta osservabile una regione sferica con un raggio di circa 46 miliardi di anni-luce, più del triplo quindi della distanza che ci separa dal Big Bang. Ma se ci hanno insegnato che la velocità della luce è una costante fondamentale e una soglia invalicabile, come possiamo vedere qualcosa che, viaggiando alla velocità della luce, dovrebbe essersi verificato 32 miliardi di anni prima del Big Bang?

La risposta scaturisce dalla relatività generale e non comporta alcuna violazione dei vincoli fisici a noi noti. In particolare, i fotoni non stanno viaggiando a velocità maggiori di c, è invece lo spazio in cui si muovono che ha subito uno stiramento, portandolo così a espandersi oltre i confini che avremmo potuto aspettarci. E non è tutto.

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Se l’universo è in espansione, ciò che riusciamo a vedere oggi, come si è capito, non è quello che potevamo vedere ieri e non è quello che potremo vedere domani. Il risultato è l’effetto combinato di due fattori: la costante di Hubble e la velocità di espansione dell’universo. La costante di Hubble misura il redshift cosmologico, ovvero la velocità con cui si allontanano da noi le galassie più distanti, e delimita un volume che cresce col tempo, ma ad una velocità decrescente (la costante di Hubble è infatti una costante in termini spaziali, nel senso che ovunque la si misuri in un un dato istante fornirà sempre lo stesso risultato, ma non in termini temporali, e gli scienziati ritengono che il suo valore stia diminuendo nel tempo). L’universo, al contrario, si starebbe espandendo a una velocità crescente, per effetto della cosiddetta energia oscura.

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Non abbiamo dati molto precisi a riguardo, ma finché la costante di Hubble si ridurrà a una velocità inferiore rispetto al tasso di crescita della velocità di espansione dell’universo, l’orizzonte dell’universo osservabile diventerà sempre più ampio. Uno dei motivi per cui è così importante capire come funzioni l’energia oscura è proprio questo: da essa dipende anche la nostra comprensione di come evolverà l’universo in futuro, insieme a ciò che di nuovo ci sarà consentito di scoprire o verificare sperimentalmente, e questo avrà inevitabilmente delle ripercussioni sulla nostra comprensione della realtà. Il tutto è spiegato in maniera estremamente chiara e dettagliata dall’astrofisica Vanessa Janek, in un articolo divulgativo apparso su Universe Today e ripreso da io9.

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I tempi sono maturi per entrare nella fase attiva del SETI? Se lo sono chiesti gli scienziati intervenuti dal 12 al 16 febbraio scorso al meeting annuale dell’AAAS, la American Association for the Advancement of Science. Come riferisce Marco Passarello il dibattito è stato polarizzato tra le posizioni di Douglas A. Vakoch, psicologo e direttore dell’unità del SETI Institute dedicata alla Composizione di Messaggi Interstellari e non a caso sostenitore del METI, ovvero Messaging to Extra-Terrestrial Intelligence, come viene talvolta definito il SETI Attivo; e, sul fronte opposto, la prudenza dello scrittore di fantascienza David Brin, che ha scoraggiato dal proseguire su questa strada.

In effetti, sono già stati inviati una decina di tipi diversi di messaggi verso poco meno di 30 sistemi stellari, distribuiti in un raggio di 17-69 anni luce dalla Terra (con l’unica eccezione dell’Ammasso Globulare M13, nella costellazione di Ercole, distante circa 24.000 anni luce, che tuttavia non riceverà mai il messaggio visto che per quell’epoca si sarà spostato nello spazio dalla posizione che attualmente occupa). Senza contare le trasmissioni radiotelevisive in corso ininterrottamente dal secolo scorso, che pur risultando di difficile separazione dal rumore di fondo sulle distanze astronomiche potrebbero comunque rivelare la nostra presenza a ipotetici osservatori extraterrestri. Si tratta in definitiva di comunicazioni destinate a restare confinate in un volume (in base ai miei calcoli) di più di sei ordini di grandezza più piccolo del volume complessivo della Via Lattea. In questo volume dovrebbero esserci circa 15.000 stelle, quindi per ogni stella raggiunta da un segnale terrestre ce ne sarebbero 20 milioni nell’intera galassia ancora ignare della nostra presenza.

Ammesso e non concesso che nessuna civiltà extraterrestre abbia ancora rilevato l’esistenza della Terra, non è troppo tardi per fermarsi e riflettere meglio sulle possibili conseguenze. Alessandro Vietti, con cui altre volte mi sono trovato d’accordo, classifica dieci diversi tipi di conseguenze di un ipotetico contatto alieno e ne individua due come potenzialmente letali per la sopravvivenza della civiltà umana. Al suo ragionamento posso contrapporre due argomenti, uno debole e l’altro forte.

  • Argomento debole: le 10 tipologie elencate non esauriscono tutte le possibilità. Potrebbero esserci letteralmente centinaia, migliaia di modi diversi in cui potrebbe svolgersi il contatto, e ognuno di essi potrebbe innescare centinaia, migliaia di esiti diversi. I numeri, così come accade per l’equazione di Drake, non ci vengono in soccorso. Anzi, rappresentano un argomento fallace che può essere arbitrariamente piegato alle intenzioni dialettiche di chi decide di servirsene.
  • Argomento forte: astraendo dai numeri in gioco, è sufficiente che ci sia un solo predatore in attesa là fuori per avere un buon motivo per restare nascosti. In questo caso, possiamo guardare alla vecchia legge della giungla: le probabilità di non venire cacciati sono proporzionali alla segretezza del nascondiglio e/o all’efficacia delle tecniche di mimetizzazione adottate.

Ovviamente non sappiamo se c’è un predatore in azione là fuori. Ma da quello che possiamo valutare dopo mezzo secolo di SETI e di tentativi di scrutare nella notte, se qualche civiltà si è sviluppata nei paraggi fino a uno stadio tecnologicamente avanzato (ATC), almeno confrontabile con il nostro, probabilmente non sta facendo molto per rendersi riconoscibile. Per dirlo con le parole di Paul Davies, lo strano silenzio che ci circonda non dovrebbe certo incoraggiarci a uscire allo scoperto.

Lo scrittore cinese Liu Cixin parla a questo proposito di “foresta buia”. A quello che potremmo definire Dark Forest theorem ha dedicato il secondo romanzo della sua trilogia dei Tre Corpi, in corso di traduzione negli USA. Riprendo da una discussione sviluppatasi sul forum di SFF World: “L’universo è una foresta buia, ogni civiltà è come un cacciatore armato, che si muove di soppiatto come uno spettro. Bisogna fare molta attenzione e restare in silenzio, perché là fuori ci sono innumerevoli altri cacciatori. Se un cacciatore ne scopre un altro, non importa se questo sia un angelo o un demonio, un vecchio o un bambino in fasce, una dea bellissima o un santo illuminato, l’unica cosa che può fare è farlo fuori. In questa foresta, gli altri sono l’inferno, gli altri rappresentano una minaccia eterna. Chiunque riveli la propria posizione sarà prima o poi spazzato via dall’universo“.

Ci sono valide ragioni, insomma, per includere il contatto con una ATC extraterrestre nel novero dei rischi esistenziali. E qui mi limito a considerare la minaccia che può derivare attivamente da una civiltà aliena, considerata come da Liu Cixin alla stregua di uno spettro armato in agguato nella foresta della notte. Ma si potrebbe altrettanto ragionevolmente supporre che l’umanità saprebbe benissimo farsi del male da sola, di fronte a un evento epocale di questo tipo, a meno che prima non maturi un’autentica consapevolezza cosmica.

Lo stesso Stephen Hawking ha ammonito che la storia umana è ricca di esempi di cosa potrebbe andare storto nell’incontro con una civiltà più evoluta. Ed è una posizione a cui il mio punto di vista si è progressivamente avvicinato. Siamo di fronte a un dilemma di cui è impossibile valutare vantaggi e rischi. Quindi è irragionevole avere paura, ma d’altra parte è saggio mostrare consapevolezza dei rischi. Tanto più in casi di questa portata, in cui il primo passo falso potrebbe essere anche l’ultimo. In assenza di elementi precisi da valutare, forse l’unica strada percorribile è fare proprio un principio di precauzione.

Rilancio (via IIF) questa istruttiva infografica sui rischi esistenziali disseminati lungo il cammino verso il domani. Occhi aperti!

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L’astronomo Seth Shostak, direttore del Centro di ricerca del SETI, ha tenuto un TED Talk nel 2012 in cui scommetteva una tazza di caffè con tutti i presenti che il programma di ricerca di vita intelligente extraterrestre avrebbe scoperto qualcosa nel giro di 24 anni. Tre anni sono quasi passati e il punto sulla ricerca di intelligenze aliene viene fatto sulle pagine di New Scientist, ma quella che continua a essere più attuale che mai è la parte del suo discorso che riguarda l’importanza della cultura scientifica e lo sviluppo di un senso critico, la cui latitanza – come possiamo “apprezzare” ogni giorno grazie alle incontrovertibili prove di ignoranza che corrono sui social network, sempre più veloci della verità – affligge purtroppo la nostra società.

Il problema, ammette Shostak, risiede nella complessità della scienza ed è frutto di quattro secoli di sviluppo e progresso che hanno rivoluzionato il nostro sapere: nel XVIII secolo era possibile entrare in una biblioteca (a patto di trovarla, ovviamente) e dopo un pomeriggio di studio diventare esperti in un qualsiasi campo scientifico; e nel XIX secolo, se si aveva a disposizione un laboratorio in cantina, si potevano ancora effettuare scoperte fondamentali; ma oggi occorre trascorrere anni all’università già solo per imparare a porci le domande davvero importanti. L’uomo comune non ha idea di che cosa si stia occupando oggi la scienza, di cosa facciano gli scienziati. Aggiungo io: nessuno di noi ha nemmeno idea di come funzioni quell’aggeggio che ci portiamo dietro e alla cui mediazione affidiamo una parte non trascurabile delle nostre relazioni umane e sociali, oltre che il nostro collegamento istantaneo con il resto del mondo, con l’attualità e con informazioni che fino a un decennio fa richiedevano una certa fatica per poter essere recuperate. Saremmo pronti, date queste premesse, ad affrontare una notizia di cruciale rilevanza storica come appunto la scoperta di altre forme di vita intelligente nell’universo?

Viviamo in un mondo sempre più complesso e la scienza è una materia difficile: se ne parliamo a un adulto, Shostak fa notare che accenderemo il suo interesse sull’argomento per qualche tempo, ma presto qualche altro tipo di preoccupazione giungerà a distrarlo; tuttavia se ne parliamo a ragazzini tra gli 8 e gli 11 anni potremmo in alcuni casi determinare un interesse che i nostri giovanissimi interlocutori sapranno coltivare negli anni, indirizzando la loro vita futura. La conclusione di Shostak merita di essere riportata senza filtri: “Penso che se riusciamo a infondere interesse nella scienza e nel modo in cui funziona, un giorno saremo ripagati oltre ogni misura”.

La conoscenza è un bene pubblico globale.

https://embed-ssl.ted.com/talks/seth_shostak_et_is_probably_out_there_get_ready.html

Se l’universo pullula di vita, dove si sono cacciati tutti? Se lo chiedeva già Enrico Fermi, formulando quello che sarebbe divenuto uno dei paradossi più popolari del secolo scorso, benché forse apocrifo. E qualche anno dopo Frank Drake  provava a sistematizzare il problema ricorrendo all’eleganza della matematica. Sullo strano silenzio che sembra regnare nel nostro cielo si è a lungo discusso e si è scritto molto. Sono state formulate numerose ipotesi e scritti ottimi libri, non ultimo il testo di Paul Davies che non mi stancherò mai di citare. Ne abbiamo parlato.

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Ma adesso dalle colonne di io9 George Dvorsky lancia una provocazione. Suggerisce di considerare l’ipotesi a cui nessuno vuole credere. E allora consideriamola anche noi. Riflettiamoci un momento. Eccola: forse, se non abbiamo ancora intercettato segnali di attività da parte di civiltà extraterrestri, non è perché i nostri vicini cosmici si stiano nascondendo. Forse non è in atto nessun piano di elusione della comunità galattica nei confronti degli arretrati/potenzialmente-pericolosi/insignificanti/accidentalmente-dannosi/noiosi abitanti della Terra. Forse, se finora non abbiamo trovato tra le stelle tracce di vita intelligente e tecnologicamente progredita, è semplicemente perché lì fuori non c’è nessuno. Perché siamo soli. Punto.

Siamo l’eccezione. E questa è la consapevolezza terminale, l’ultima verità che dobbiamo accettare.

Magari c’è vita, là fuori, ma non è vita senziente. Forse, per citare Rustin Cohle (e Thomas Ligotti), “human consciousness is a tragic misstep in evolution“. Siamo solo un errore di programmazione. Un passo falso nel cammino dell’evoluzione.

Oppure c’è vita là fuori, e come noi si è appena sollevata dal fango in cui finora ha strisciato e sta muovendo i primi passi sulla scala dell’evoluzione tecnologica. E come noi ha i millenni contati per originare una civiltà tecnologicamente avanzate (ATC), prima di essere spazzata via dal prossimo cataclisma cosmico in forma di gamma-ray burst. Magari, uno scarto tecnologico di qualche secolo ci separa dai nostri vicini, che resteranno invisibili ai nostri tentativi di rilevamento solo per l’intervallo necessario a colmare questo gap.

Oppure spingiamoci oltre. Consideriamo pure l’ipotesi più estrema di tutte. Il terzo tipo di solitudine: là fuori non c’è niente ad aspettarci. Niente.

Perché tutto ciò che interessa a chi sta facendo girare questo universo è confinato qui sulla Terra, o comunque è da qui che prende origine. E non è detto che il demiurgo di questa realtà sia necessariamente un’entità maligna. Il nostro potrebbe essere sì un universo simulato, ma avere comunque uno scopo ben definito. Uno scopo che obbliga i suoi costruttori a simulare con la massima risoluzione solo una minima parte del vero universo, mentre per il resto possono limitarsi a un’approssimazione e risparmiare potenza di calcolo. E allora ecco che lo spazio al di là dei confini del sistema solare, al di fuori della nostra portata, si riduce a un ologramma vuoto e silenzioso, mosso solo dall’applicazione delle leggi fisiche di base. Nessun personaggio in attesa, là fuori. Nemmeno l’ombra di qualche NPC

Il gioco è tutto per noi e ci tocca giocare la nostra partita da soli. A voi la prossima mossa.

Dopo la scorribanda di questi ultimi giorni sulle intelligenze artificiali superumane e gli universi-simulacro, voglio lanciarvi una provocazione. Vi propongo quindi un rompicapo, lo stesso proposto dall’utente Roko di LessWrong, una comunità molto attiva su alcuni campi della riflessione transumanista, e che gli ha meritato l’espulsione dal forum. Dal suo nickname e dalla creatura mitologica in grado di pietrificare con il semplice sguardo, il dilemma ha preso il nome di Roko’s Basilisk. In che consiste?

Immaginate che in un futuro più o meno lontano una IA superumana veda davvero la luce e che una IA maligna da essa generata decida di scoprire chi ha partecipato attivamente al suo avvento, e chi no. La IA istanzia una simulazione di tutte le coscienze umane che l’hanno preceduta e verifica il loro comportamento. Se avete dedicato la vostra vita al perfezionamento dell’IA e al suo avvento, il Basilisco vi premia – vi risparmia la vita, oppure lascia che la vostra vita simulata vada avanti senza che voi vi accorgiate di niente. In caso contrario, vi condanna a un’eternità di tormento.

Forse siamo già nella simulazione. Forse Dick non aveva poi torto. Forse, qualcuno sta osservando la nostra condotta di azione per decidere cosa fare di noi. Non è un bell’augurio, ma sappiate che se un giorno ci rivedremo potrebbe essere all’inferno!

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