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“Io non voglio ucciderti… tu mi completi!”

Spiega il Joker a Batman ne Il Cavaliere Oscuro, nell’ultima interpretazione di Heath Ledger. E se ti ammazzo, insiste, poi “che faccio senza di te? Torno a fregare i trafficanti mafiosi?” Uno spreco di talento, di risorse, di genio, da parte di uno che sa di essere “in anticipo sul percorso“. Un profeta, nel senso biblico del termine di “colui che annuncia”, e la verità che è venuto ad annunciare a Gotham City è di quelle in grado di minare gli equilibri perbenisti di una società che si vuole progredita, robusta e solida, ma che in realtà sotto la superficie di una maschera fragile come cristallo nasconde sempre la stessa, vecchia natura: “L’unico modo sensato di vivere è senza regole“.

Il Joker di Christopher Nolan non si accontenta di rivelarlo, perché la rivelazione è solo una parte del processo di presa di coscienza, e lui è qui invece anche per offrire la dimostrazione provata di questa verità: “Stasera tu infrangerai la tua unica regola“. Detto fatto: il Cavaliere Oscuro si ritrova così ripudiato dalla stessa città per cui ha messo in pericolo la vita sua e dei suoi cari, per cui ha rinunciato a una vita normale abbracciando la via di una giustizia fin troppo personale, come lui per primo è costretto a riconoscere, scambiando la propria damnatio memoriae per l’apologia di Harvey Dent. La verità è che ci sono tante verità che si annidano nel mezzo, tra le crepe che attraversano tutte le cose, e se non trovi il modo per domarle, le ombre prima o poi saltano fuori e ti sbranano.

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se… le prendessi! Ecco, io… agisco e basta. La mafia ha dei piani. La polizia ha dei piani. Gordon ha dei piani. Loro sono degli opportunisti. Opportunisti che cercano di controllare i loro piccoli mondi. Io non sono un opportunista. Io cerco di dimostrare agli opportunisti quanto siano patetici, i loro tentativi di controllare le cose. Quindi, quando dico… vieni qui. Quando dico che con te e la tua ragazza non c’era niente di personale, capisci che ti dico la verità. [libera un braccio di Due Facce] Sono gli opportunisti… che ti hanno messo dove sei. Anche tu eri un opportunista. Avevi dei piani. E guarda dove ti hanno portato. [libera l’altro braccio di Due Facce e questo tenta di attaccarlo, ma lui riesce a tenerlo fermo] Io ho solo fatto quello che so fare meglio: ho preso il tuo bel piano e l’ho ribaltato contro di te! Guarda cosa ho fatto a questa città con qualche bidone di benzina e un paio di pallottole. Hmm? Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno “secondo i piani”… anche se i piani sono mostruosi. Se domani dico alla stampa che un teppista da strapazzo verrà ammazzato o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo piccolo sindaco morirà… allora tutti perdono la testa! [tira fuori una pistola] Se introduci un po’ di anarchia… [carica la pistola facendola prendere in mano a Due Facce] se stravolgi l’ordine prestabilito… tutto diventa improvvisamente caos. [si fa puntare la pistola sulla fronte] Sono un agente del caos. Ah, e sai qual è il bello del caos? È equo.”

Il monologo di Joker a beneficio di Dent, propedeutico alla sua trasformazione in Due Facce, è da manuale e prelude alla massima, a sua volta ancor più memorabile perché fulminante, con cui si congederà da Batman: “[…] la follia, come sai, è come la gravità: basta solo una piccola spinta“. Battute folgoranti, brillanti, in linea con un personaggio che è da sempre la quintessenza della follia dilagante, un mix di disagio metropolitano e istinto animale, attitudine innata alla violenza e reazione incontrollata ai soprusi della società, che non fanno rimpiangere la performance istrionica di Jack Nicholson, nel classico di Tim Burton che di certo non lesinava scene madri o battute da mandare a memoria (“Dimmi bambino, tu danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?“, per citare solo la più nota).

Dopo essersi misurato con la portata del contro-piano di Joker, all’uomo-pipistrello di Nolan non resta che una cosa per disinnescarne gli effetti: realizzare la profezia della sua nemesi, infrangere la sua unica regola e tradire la verità. Ma è il prezzo da pagare per salvaguardare la parte sana della società.

A quel punto è il suo turno di formulare un sinistro presagio, all’indirizzo dell’ispettore Gordon, da poco promosso commissario: “Tu mi darai la caccia. Mi condannerai, mi sguinzaglierai dietro i cani. Perché è quello che deve succedere. Perché a volte, la verità non basta. A volte la gente merita di più. A volte la gente ha bisogno che la propria fiducia venga ricompensata“.

E lo stesso Gordon deve riconoscere che Batman è l’eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perché lui può sopportarlo. Perché lui non è un eroe. È un guardiano silenzioso che vigila su Gotham. Un cavaliere oscuro“, in uno dei finali più epici degli ultimi decenni.

Un crescendo che ci spinge direttamente nei territori del mito. Perché il cinema è mitopoiesi, è creazione di miti, fucina di immaginario, anche quando l’immaginario già esiste come quello dei fumetti e tu lo riprendi e manipoli, lo plasmi e lo rielabori in una forma nuova, capace di fare qualcosa che il fumetto forse non sarebbe mai riuscito a fare, o magari sì, ma in maniera diversa. La lezione di Sam Hamm (coadiuvato da Warren Skaaren) è lì a indicare la strada. I risultati conseguiti da Christopher e Jonathan Nolan lo ribadiscono. Perché allora non ritroviamo niente di tutto questo nell’attesissimo, premiatissimo e osannatissimo Joker di Todd Phillips? E sì che il suo sceneggiatore, Scott Silver, come dimostrano 8 Mile e The Fighter, non è l’ultimo arrivato. Eppure l’esito tradisce le mie già basse aspettative, crogiolandosi in un piagnisteo disarmante, che gira in tondo per quasi due ore perdendosi tra angherie gratuite e colpi di scena telefonati, per risolversi infine in un’esplosione di violenza fine a se stessa come tutto ciò che le ha preparato la strada.

Non esiste tensione in Joker e la prova superba di Joaquin Phoenix rimane un saggio di virtuosismo in un deserto di idee. La contrapposizione all’ordine costituito, la negazione delle regole, l’emersione del caos, che sono gli ingredienti del successo del personaggio, qui si sciolgono in una banale adesione alle leggi stesse della società che il personaggio dovrebbe invece contrastare. E il finale, pur girato benissimo (e con ogni probabilità reso migliore di quello che è dalle note di White Room), non ha nulla della carica dirompente, anarchica e nichilista allo stesso tempo, di un Fight Club, per intenderci.

Avendone letto praticamente solo commenti compresi nello spettro tra la soddisfazione e l’entusiasmo, posso sicuramente sbagliare, ma indulgerò nell’errore azzardando a mia volta una piccola profezia: passata l’ubriacatura della visione, sedimentata l’adrenalina di una resa stilistica imponente, non resteranno che le scorie di una visione dimenticabile, che forse in molti preferiranno rimuovere.

Ci sarebbero stati mille modi per rendere giustizia al personaggio e tirarne fuori una storia rilevante, per esempio bilanciando il punto di vista del Joker con quello di altri personaggi, non necessariamente positivi, ma calati in una dimensione di faticosa normalità, che poi è la dimensione che quotidianamente tutti noi siamo costretti ad affrontare, a sostenere, a vivere. Si sarebbe potuto scegliere per esempio di fornire una voce agli sbirri di Gotham Central: erano già pronti, bastava andarli a prendere dai fumetti di Greg Rucka e Ed Brubaker, eppure nella pellicola fanno appena in tempo ad affacciarsi. Oppure Phillips e Silver avrebbero potuto fare della vicina di casa di cui Arthur s’invaghisce un personaggio reale, donandole qualcosa di più della consistenza rarefatta di uno spettro che si aggira smarrito per la casa infestata che è la testa di Fleck (e poi, dico, hai Zazie Beetz… dalle una parte che sia alla sua altezza!). Invece in Joker non accade purtroppo niente di tutto questo.

Joker è un film monodimensionale, che rifugge intenzionalmente la complessità e cerca rifugio nella placida comfort zone della convenzionalità. Nella pellicola di Phillips, la verità che Arthur Fleck sia uno squilibrato non viene mai messa in discussione. E di conseguenza neanche per un istante si è portati a pensare che la prospettiva nichilista di cui si fa portatore possa avere una sia pur minima ragion d’essere che esuli dalla semplice reazione. Nemmeno condividendo lo stesso disagio del protagonista. Siamo lontani anni luce dai dilemmi morali di Nolan, dal nichilismo nietzscheano di Chuck Palahniuk e David Fincher. Qui il tutto si riduce a un’insensata detonazione di follia in grado di catalizzare altre follie private, in un’orgia onanista che non risparmia nessuno, tranne il piccolo Bruce Wayne, l’unico a non venire intaccato dalla pazzia dilagante.

Batman forse può sopportarlo. Ma lui è un “un guardiano silenzioso che vigila su Gotham“.

Io no.

[Foto tratte da Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan (2008), Batman di Tim Burton (1989) e Joker di Todd Phillips (2019). Citazioni da Wikipedia.]

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Si ha l’impressione che Gray abbia voluto realizzare Ad Astra attenendosi pedissequamente alla stessa strategia che fin dal copione scritto a quattro mani con Ethan Gross (coautore di alcuni episodi di Fringe) aveva deciso di assegnare al maggiore McBride, un uomo intriso di valori elevati e mosso da una sconfinata sete di sapere che si fionda a testa bassa all’inseguimento di un padre rinnegato, riapparso infine dopo sedici anni di silenzio: con l’acceleratore a tavoletta e senza mai voltarsi indietro. Ma bastano le grandi idee per giungere a esiti altrettanto grandi?

La risposta (la mia, se non altro) è su Quaderni d’Altri Tempi. Buona lettura!

Sono trascorsi due anni dall’arrivo nelle sale di Blade Runner 2049 (era il 6 ottobre 2017) e, se da una parte i risultati definitivi al botteghino sembrano aver dato ragione a chi prevedeva il mancato pareggio del budget (gli incassi si sono fermati a 259 milioni di dollari, a cui bisognerebbe ora aggiungere ora i ricavi dalla distribuzione in DVD e Blu-ray), dall’altra è trascorso tempo a sufficienza per trarre un bilancio meno condizionato emotivamente sull’esito della pellicola. Siamo sempre nella sfera del gusto soggettivo, ma a distanza di due anni posso scrivere che nel mio caso il senso di appagamento visivo e di stupore, di meraviglia e di coinvolgimento innescato dalle prime visioni non è andato scemando, anzi ogni volta che se ne presenta l’occasione (nei passaggi televisivi, in home video), non mi lascio scappare l’occasione per tornare sotto la neve sporca di Denis Villeneuve. E la magia si rinnova.

C’è da dire anche che questo film ha rimesso in marcia delle rotelle che non giravano da un po’. Se è presto per dire quale sarà il risultato in questo caso, intanto quanto scrivevo sopra mi sembra un risultato degno di nota, soprattutto rispetto a quanti sostenevano che il film non sarebbe durato oltre l’orizzonte degli eventi degli entusiasmi iniziali. Blade Runner 2049 è ancora lì e per me resta il film migliore di questi ultimi anni. E sono convinto che sia destinato a restare.

Ana Stelline: I Replicanti vivono vite dure, creati per fare quello che noi preferiamo non fare. Non posso aiutarli con il futuro, ma posso darvi dei bei ricordi a cui ripensare, per cui sorridere.
K: È bello.
Ana Stelline: È più che bello. Sembra autentico. E se hai dei ricordi autentici allora puoi avere vere reazioni umane. Non pensa anche lei?

Se ti interessa puoi recuperare la mia recensione o l’articolo scritto per Delos SF, oltre a tutti i pezzi che puoi trovare negli archivi storici di Holonomikon.

La visione di Ad Astra (James Gray, 2019), recentemente approdato nelle sale, mi ha riportato alla mente un paio dei temi già proposti in un altro film prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt: The Tree of Life, l’ultimo grande film di Terrence Malick (2011). Il rapporto con i propri affetti, in particolare quello padre-figlio visto nel cambio di prospettiva che si accompagna alla crescita e al passaggio dall’infanzia all’età adulta, e l’incomunicabilità di fondo che si annida nelle nostre relazioni, erano infatti due dei punti cardinali che guidavano la rotta concettuale di Malick. Spulciando negli archivi dello Strano Attrattore ho quindi ritrovato questa vecchia recensione, che vi ripropongo qui in forma leggermente rivista, ma a cui vi rimando per l’approfondimento/confronto sviluppato nei commenti con Iguana Jo tra due modi sostanzialmente agli antipodi di apprezzare il film.

Palma d’oro al Festival di Cannes 2011, The Tree of Life arriva a sei anni di distanza dal precedente lavoro di Terrence Malick, The New World (2005), e precede di poco più di un anno il successivo To the Wonder (2012) a cui è legato da un gioco di riflessi e rimandi tematici ed estetici. Molto meno dei vent’anni intercorsi tra I giorni del cielo e La sottile linea rossa (1978-1998), con un infittirsi della produzione che denota da solo l’entrata del cineasta texano in una nuova fase della sua carriera. Sfuggente al pari di Stanley Kubrick, Malick ci regala un’opera impressionista di forte impatto visivo, che ha proprio nel sontuoso 2001: Odissea nello Spazio l’unico termine di paragone possibile nel cinema che lo ha preceduto. A onor di cronaca va detto che il confronto, ripetuto da più parti, nuoce soprattutto alla pellicola di Malick, non rendendo appieno giustizia a un’opera con l’ambizione di raccontare l’origine della vita e, forse, condensare in 138 minuti un tentativo personale – uno dei tanti possibili, ma qui con esiti sicuramente convincenti – di definirne il senso.

Le domande alla base del film sono le stesse che rincorrono l’uomo dalla notte dei tempi: chi siamo? Cosa ci facciamo al mondo? Cosa ci aspetta dopo? Quesiti filosofici contro cui ben più di un liceale (e se è per quello anche di un pensatore) ha sbattuto la testa, ma a Malick va riconosciuto l’indiscutibile merito di riproporli con un garbo che scongiura il rischio di degenerare nel facile didascalismo o nell’assolutismo dogmatico, risparmiando all’autore la trappola della retorica e allo spettatore quella della noia. Se 2001: Odissea nello Spazio può essere letto, tra le altre cose, come la storia della comparsa dell’intelligenza nel cosmo, proiettando la celebrazione della ragione verso un orizzonte transumano di fronte al quale l’uomo non può che uscire annichilito, The Tree of Life propone delle origini e del senso della vita una lettura che mi sento di definire più “empatica”.

In fondo a Kubrick poco interessava di condire di correlati emotivi la storia evolutiva della vita senziente, e il compito di appagare gli spiriti oltre alle menti viene interamente delegato agli effetti psichedelici oltre l’orbita di Giove e alle partiture sinfoniche della colonna sonora Malick si cimenta invece nell’operazione opposta: la parabola familiare degli O’Brien nella profonda provincia degli anni ‘50 (Waco, Texas) è il microcosmo che mette a fuoco il suo sguardo. Tra complicità, scoperte, dispetti, incomprensioni, conflitti, castighi, punizioni, frustrazioni, delusioni e disastri piccoli e grandi, perdite e lutti, la sua camera è l’occhio attentissimo di un osservatore che interagisce con i destini dei protagonisti, seguendone i movimenti a ogni passo, con piena e incondizionata partecipazione.

Le voci fuori campo del trio dei protagonisti (il signor O’Brien, la sua consorte e il loro primogenito Jack, a cui Sean Penn presta le fattezze da adulto) evidenziano l’importanza delle emozioni individuali come chiave interpretativa delle situazioni vissute. Lo spirtualismo panteistico di Malick risulta in questo modo proposto in maniera tutt’altro che invadente: il tema della fede – rappresentato attraverso la sua maturazione, la crisi, la riscoperta – si tinge perfino di sfumature laiche quando il tocco sapiente del regista, nelle sequenze oniriche che s’intensificano verso il finale, sembra ribadire che dopotutto l’atto di fede più grande che si possa chiedere a un essere umano è fidarsi – fino in fondo, fino all’ultimo – di un altro essere umano.

Se non ami, la tua vita passerà in un lampo”, sostiene la figura materna della Signora O’Brien, personaggio centrale, un po’ musa e un po’ angelo, interpretata da Jessica Chastain. L’amore è l’unica ragione in grado di rallentare lo scorrere del tempo. E grazie all’amore, Jack ormai adulto rivive la sua personale scoperta del mondo e della vita da bambino attraverso il ricordo del fratello scomparso in guerra, contrastando quindi con la memoria il flusso inesorabile dell’universo. Le digressioni cosmiche fotografate da Douglas Trumbull (il maestro degli effetti speciali che da 2001 fino a Blade Runner ha dato forma, colore e sostanza al nostro immaginario fantascientifico), dal Big Bang alla comparsa della vita sulla Terra al procedere delle dinamiche siderali, inesorabili e incuranti delle disgrazie umane, riescono così ad amalgamarsi alla perfezione nella trama della narrazione, offrendo delle parentesi in cui il microcosmo individuale racchiude la complessità della dimensione macrocosmica, come se ognuno di noi non fosse altro che un frammento di un universo olografico.

Esistono due vie per affrontare la vita”, annuncia sempre la voce fuori campo della signora O’Brien nelle prime battute del film: “La via della natura e la via della grazia”. Lei sceglie quella della grazia e plasma la sua esistenza su questo stampo. Non c’è dubbio su quale sia stata la scelta dello stesso Malick, che percorre dal primo all’ultimo minuto questo film escatologico che potremmo definire, con un po’ di audacia, come il primo film di un’ipotetica era post-connettivista, capace di tirare ponti e connessioni tra immaginario, scienza e metafisica senza lasciarsi imbrigliare dagli schemi di nessun genere in particolare. Ma andando oltre, ancora una volta al di là anche delle orbite dei satelliti di Giove.

Sono cieco, ma conosco la strada delle stelle.
Walter M. Miller, JrLo spazio è la mia arpa

Nello spazio ogni manovra ha un costo in termini di energia. Cambiare orbita, cambiare rotta, rallentare, accelerare. Lo fai solo a costo di accendere i motori e bruciare carburante. E se non fai bene i calcoli, prima o poi il carburante finisce.

Ecco perché nello spazio ogni grammo conta. Trascurando il peso del resto della nave, imbarcare 10 tonnellate di carburante o imbarcarne 1000 comporta motori di potenza 100 volte maggiore per erogare la stessa spinta.

Ne consegue che una nave pensata per coprire lunghe tratte avrà caratteristiche necessariamente diverse da una concepita per operazioni a corto raggio.

Source: Ad Astra.

Nello spazio, ma più genericamente in natura, vale la legge dell’inverso del quadrato: a una distanza doppia, corrisponde una portata dimezzata. Che si tratti di gravità o esplosioni di energia, gli effetti non aumentano al crescere della distanza.

Nello spazio il tuo corpo non esplode. Ciò non toglie che l’esposizione allo spazio abbia degli effetti controproducenti in termini di sopravvivenza oltre il breve termine (tre o quattro minuti). I tessuti non si nebulizzano in un’esplosione di sangue e brandelli di carne, ma la differenza di pressione ti gonfia, la temperatura ti congela. Ecco perché nello spazio non puoi pensare di accedere a un habitat pressurizzato semplicemente aprendo una porta. E nemmeno puoi pensare di portarti a bordo una pistola o dell’esplosivo, a meno che il Comando Spaziale abbia rinunciato a tutto il suo Dipartimento per la Sicurezza, la Salute, l’Ambiente e la Qualità.

Source: Ad Astra.

Nello spazio non c’è amore. Ci sono atomi, per lo più ioni, e particelle elementari: protoni, neutroni, elettroni, fotoni, neutrini.  Ci sono tracce di antimateria: positroni e antiprotoni. Ci sono i raggi cosmici, che comprendono una vasta gamma di queste particelle ad alta energia, e che hanno effetti spiacevoli per i tessuti organici ma non solo. Ci sono rocce, polveri, ghiaccio, soprattutto in prossimità di corpi celesti maggiori, dalle cui dinamiche di interazione spesso vengono prodotti. Non puoi pensare di passarci attraverso ad alta velocità, non più di quanto tu non voglia guidare una Ferrari a tettuccio scoperto sotto una grandinata.

Source: Interstellar.

Nello spazio non ci sono verità soprannaturali in attesa di essere svelate, solo grandezze fisiche da misurare, problemi di moto da risolvere alle basse velocità ed equazioni relativistiche da considerare alle alte velocità.

Prima di avventurarti nello spazio, ti conviene aver fatto bene i tuoi compiti. O sperare di non incontrare qualcuno che li abbia fatti con più attenzione di te.

Source: Interstellar.

Queste sono due o tre cose che so sullo spazio e potrei sbagliarmi su alcune, non mi sono aggiornato molto ultimamente e le ho imparate soprattutto leggendo fantascienza. Ma mi domando perché chi la produce per farla guardare agli altri non si degni prima di leggerne abbastanza, o per lo meno non s’impegni a rispolverare un po’ di nozioni di fisica. Eviterebbe di inciampare sempre nelle solite sviste, nei consueti errori e nei cliché di sempre.

Certi autori, evidentemente troppo pigri, ce li manderei proprio, nello spazio, per un training sul campo. E con loro anche i produttori che staccano l’assegno, visto che il concorso di colpe è palese.

Nello spazio, mal che vada, nessuno può sentirli urlare.

Siamo entrati da alcune settimane in quel mood un po’ nostalgico che fin dalle estati della nostra giovinezza si accompagna alla fine delle esperienze in cui abbiamo a lungo investito in termini emotivi. Non è una questione facilmente riducibile in termini quantitativi: per quanto possano sembrare tante in termini assoluti, una ottantina di ore spese a guardare una serie TV o una saga cinematografica finiscono per essere molto diluite quando vengono spalmate su un arco temporale di una decina di anni, ma questo non ne riduce affatto l’impatto qualitativo, perché tra un episodio e il successivo, tra una stagione o una fase e quella che ci aspetta, abbiamo speso una quantità non facilmente misurabile di tempo a farci domande e a parlarne con altri appassionati (o potenziali appassionati tra cui fare proseliti), che ha inevitabilmente contribuito ad aumentare le nostre aspettative e con esse il nostro investimento in quel particolare universo narrativo.

Il nostro mood mentre la fine si avvicina… [Lyanna Mormont (Bella Ramsey) in Game of Thrones, courtesy of HBO]

Dopotutto, non credo che sia un’esagerazione affermare che siamo le storie di cui ci nutriamo. Quindi, mentre portiamo avanti la discussione sulle conclusioni di quelli che sono probabilmente i due fenomeni culturali di proporzioni più vaste di quest’ultimo decennio, mi sono inevitabilmente ritrovato a riflettere sui momenti tristemente noti come finali. Sia su Game of Thrones che sul Marvel Cinematic Universe si è ineluttabilmente pronunciato Emanuele Manco, tra i maggiori esperti italiani di entrambi, e sebbene condivida il suo giudizio solo in parte (e più sul primo che sul secondo) vi rimando alle sue disamine dell’episodio 3 dell’ottava stagione di Game of Thrones e di Avengers: Endgame senza dilungarmi oltre. In ogni caso sono stati dei bei viaggi e, come per tutti i viaggi, forse non è così importante quello che troviamo alla fine rispetto a tutto quello che abbiamo avuto modo di apprezzare e imparare nel frattempo, anche (e forse soprattutto) su noi stessi.

Il nostro mood quando una storia finisce… [Marvel Studios’ AVENGERS: ENDGAME: Rocket (voiced by Bradley Cooper) and Nebula (Karen Gillan). Photo: Film Frame ©Marvel Studios 2019]

Però prendendo spunto da questa stagione di grandi e attesi finali, più o meno epici, più o meno riusciti, ho pensato di proporvi una lista, ispirata anche da questo montaggio di CineFix, e quindi, fatta questa doverosa premessa per scaldare i motori, eccoci a parlare di cinque finali su cui ancora oggi, a distanza di anni e in alcuni casi di decenni, continuiamo ancora a parlare, su cui continuiamo a fare ipotesi, costruire castelli teorici e alimentare un dibattito che contribuisce a prolungare la vita delle opere stesse ben oltre i confini temporali della loro fruizione (il che è un po’ la missione di ogni fandom che si rispetti). Sentitevi liberi di aggiungere le vostre considerazioni (e altre graditissime segnalazioni) nei commenti.

E adesso partiamo.

5. 2001: Odissea nello spazio (regia Stanley Kubrick, tratto da un racconto di Arthur C. Clarke, 1968)

Il film che ha consacrato la dimensione leggendaria di un regista già di culto come Stanley Kubrick. L’astronauta David Bowman (Keir Dullea) raggiunge l’orbita di Giove, destinazione della missione Discovery di cui è l’unico membro sopravvissuto, oltrepassa la soglia del monolito che è l’obiettivo della spedizione e si ritrova a esplorare una dimensione interiore, uno spazio psichico e psichedelico. Negli anni della New Wave (il seminale articolo di J. G. Ballard Which Way to Inner Space? apparve sulla rivista New Worlds nel 1962), ecco la prima e più incisiva rappresentazione visiva della rivoluzione concettuale che stava vivendo l’immaginario non solo di genere, proprio mentre l’uomo si apprestava a sbarcare sulla Luna e davvero il futuro era lì a portata di mano. Proprio come Ballard, anche Kubrick e, abbastanza sorprendentemente, il veterano Clarke suggeriscono che le vere frontiere dell’esplorazione non ci attendono lì fuori, ma sono sepolte dentro di noi, e l’ignoto spazio profondo non fa che avvicinarci a questo inner space, sbattendoci in faccia la sua intrinseca inconoscibilità. Se non conosciamo bene noi stessi (chi siamo? da dove veniamo?) come possiamo pretendere di capire ciò che ci attende alla fine del cammino (dove stiamo volando?)? Cosa è diventato Bowman, alla fine del suo viaggio oltre l’infinito? Quali implicazioni avrà la sua metamorfosi per il futuro della Terra e dell’umanità? Per affinità e assonanze, aggiungiamo non solo per dovere di cronaca che questa menzione non può che tirarsi dietro, come spesso accade quando si cita Kubrick in ambito sci-fi, anche Andrej Tarkovskij e i suoi altrettanto fondamentali Solaris (1972, tratto dal romanzo omonimo di Stanisław Lem) e Stalker (1979, tratto dal romanzo dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij Picnic sul ciglio della strada).

4. Blade Runner (regia di Ridley Scott, tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick, 1982)

Più umano dell’umano, è lo slogan che demarca il target delle nuove linee di replicanti messi a punto dalla Tyrell Corporation per assistere il programma coloniale extra-mondo. E i Nexus 6 in fuga dalle colonie spaziali, sbarcati sulla Terra per ottenere un prolungamento delle loro vite artificialmente limitate a una durata di soli quattro anni, sono davvero indistinguibili dagli esseri umani di cui sono la copia, se non per il fatto di vantare una resistenza e una forza fisica perfino superiori. Il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford), richiamato in servizio dall’LAPD per un’ultima missione, riuscirà fortunosamente ad avere la meglio e portare a casa la pelle, anche grazie al provvidenziale ripensamento del leader dei replicanti ribelli Roy Batty (Rutger Hauer). Tornato a casa, deciderà di lasciare la città con l’ultimo replicante, un esemplare fuori serie che lo stesso creatore non ha esitato a definire “speciale” (Rachael Rosen, interpretata da Sean Young). Alla fine gli interrogativi lasciati aperti dalla pellicola, anche per via di un refuso di sceneggiatura (che menziona sei replicanti ribelli, mentre quelli effettivamente presenti o citati nel prosieguo della pellicola sono solo cinque) e poi attraverso i successivi editing di Ridley Scott (con montaggi alternativi che hanno incluso nuove scene, rimosso il finale e la voce fuori campo e apportato altri aggiustamenti minori), vertono tanto sulla figura del cacciatore di taglie (Deckard stesso è un umano o il replicante mancante?) quanto dell’androide che porta in salvo (cos’è che rende davvero speciale Rachael?). Dopo la vasta letteratura di seguiti ufficiali partoriti da K. W. Jeter, a entrambi gli interrogativi prova a dare una risposta con esiti decisamente più convincenti il sequel cinematografico diretto da Denis Villeneuve nel 2017, Blade Runner 2049, che tuttavia lascia aperti ulteriori spazi di indagine e di speculazioni sulle colonie extra-mondo e sul vero ruolo dei replicanti nei piani del magnate Niander Wallace (Jared Leto).

3. C’era una volta in America (regia di Sergio Leone, tratto dal romanzo The Hoods di Harry Grey, 1984)

Un film su cui si sono spese forse altrettante pagine di congetture da rivaleggiare con 2001. L’ultima impresa di Sergio Leone, a cui richiese uno sforzo produttivo durato tredici anni (e dieci mesi di riprese in USA, Canada, Francia e Italia) e che pose di fatto fine alla sua carriera. Allo stesso tempo, è il coronamento dell’opera di un autore straordinario, forse unico nel panorama della cultura italiana del ‘900 per l’influenza che è stato in grado di esercitare sulla cinematografia mondiale (e non solo nel western o nel cinema stesso: pensiamo anche alla fantascienza e ai debiti letterari riconosciuti da autori del calibro di William Gibson), la migliore conclusione possibile per la seconda trilogia di Leone (dopo quella del dollaro, quella del tempo). Un omaggio anche all’immaginario americano, con gli Stati Uniti rappresentati per quel generatore di miti che in effetti sono stati, il motore dell’immaginario del ‘900.  “Una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria”, come ha scritto Morando Morandini nel suo Dizionario, ma anche “un sogno di sogni”, in cui “la memoria del singolo tende a dissolversi in quella di un intero paese” (come ha scritto invece Gian Piero Brunetta nel suo Cent’anni di cinema italiano). E un noir su cui, disorientati dal sofisticato meccanismo narrativo che combina caoticamente analessi e prolessi, non siamo ancora stati capaci di decidere se la storia che stiamo guardando sia frutto di una rievocazione o di una proiezione immaginaria. Ma alla fine, è davvero così importante sapere se Noodles (Robert De Niro) vivrà (ha vissuto) o no quei famosi trentacinque anni che gli sono stati rubati dal suo socio di un tempo Max (James Woods)? In che modo un furto di tempo e di vita può risultare diverso dall’altro? I fumi dell’oppio non aiutano a fare chiarezza, ma continuano ad alimentare l’incanto di una pellicola che c’incolla allo schermo con la densità stilistica compressa in ogni singolo fotogramma.

2. Inception (scritto e diretto da Christopher Nolan, 2010)

Da un sogno di sogni a un altro, Inception è il film che probabilmente ha alimentato le discussioni più lunghe in quest’ultimo decennio, generando una quantità di infografiche esplicative che hanno cercato di districarne l’intreccio (forse l’unico film a poter rivaleggiare in questo con Primer di Shane Carruth). Tra il secondo e il terzo capitolo della trilogia dedicata al Cavaliere Oscuro, Christopher Nolan torna a coltivare il suo amore per le architetture narrative sofisticate e chiude il decennio della sua consacrazione autoriale così come lo aveva iniziato nel 2000 con Memento. Il film è un sogno ricorsivo che deve molto anche alla letteratura di fantascienza (non ultimo Roger Zelazny), ma con quel tocco personale che rende inconfondibili i film del regista londinese. Dominic Cobb (Leonardo Di Caprio) è un ladro psichico capace di estrarre segreti preziosi dalla mente dei suoi bersagli, ma un giorno viene arruolato da Mr. Saito (Ken Watanabe) per tentare un’operazione inedita: innestare un’idea nella testa dell’erede dell’impero finanziario con cui è in competizione. Per portare a termine l’impresa, Cobb progetta un meccanismo di sogni condivisi annidati a più livelli di profondità e arruola una squadra di professionisti, ma la missione lo pone davanti a ostacoli sempre maggiori, non ultimo l’interferenza del ricordo della defunta moglie Mal (Marion Cotillard). L’unico modo che hanno i sognatori per distinguere tra la realtà e il sogno è affidandosi a un totem, che nel caso di Cobb è una trottola metallica: in un sogno, non essendo soggetta alle leggi fisiche della gravità, contrariamente a quanto accade nel mondo reale la trottola è destinata a girare all’infinito. Quando alla fine Cobb riesce a tornare dai suoi figli, ricompensa per la buona riuscita dell’incarico, vuole avere la certezza che non sia ancora intrappolato nel limbo in cui è dovuto addentrarsi per salvare Mr. Saito, ma quando abbraccia i bambini la trottola sta ancora girando. Cobb si è davvero svegliato dal sogno o è ancora intrappolato nel limbo?

1. True Detective (ideato da Nic Pizzolatto, 3 stagioni, 2014 – in produzione)

Serie antologica della HBO, True Detective ha esordito nel 2014 con una stagione memorabile che si è indelebilmente impressa nella nostra memoria di spettatori grazie alle interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e a una scrittura fortemente debitrice delle suggestioni horror e delle vertigini cosmiche dei maestri del weird, da Robert W. Chambers e H. P. Lovecraft fino a Thomas Ligotti. Una seconda stagione un po’ sottotono e incapace di tener fede alle altissime aspettative sembrava averla condannata al limbo delle produzioni cinetelevisive, ma nel 2018 una terza stagione (forte delle interpretazioni di Mahershala Ali, Stephen Dorff e Carmen Ejogo) si è dimostrata capace di rinverdire i fasti degli esordi (ne abbiamo parlato diffusamente anche su queste pagine). Come la prima stagione, anche quest’ultima ha uno dei suoi punti di forza nell’atteso twist finale e in entrambi i casi le implicazioni sottese alle scelte di sceneggiatura e regia hanno innescato una ridda di ipotesi e suggestioni. Cosa vede davvero Rustin Cohle pugnalato a morte dal Re Giallo? E Wayne “Purple” Hays riconosce o no Julie Purcell nella madre a cui riesce a risalire dopo decenni di indagini e solo ora che le sue facoltà cognitive sono irrimediabilmente compromesse dall’Alzheimer? Cos’è la giungla in cui si ritrova a vagare nella notte, come ai tempi delle sue missioni in Vietnam come recog? Un finale in grado di richiamare altri grandi classici della recente serialità televisiva, non ultimo la popolare Life on Mars prodotta dalla BBC, i cui enigmi sono poi stati sciolti nella successiva Ashes to Ashes.

Stanno facendo molto discutere le dichiarazioni rilasciate dallo scrittore inglese Ian McEwan in occasione del lancio del suo ultimo romanzo Machines Like Me, che si presenta come un’ucronia incentrata sulla riscrittura del rapporto dell’uomo con la tecnologia. Come fa notare Sarah Ditum nel suo ottimo articolo apparso sul Guardian, McEwan ci ha tenuto a rimarcare la distanza del suo lavoro dalla fantascienza, “tracciando un confine invalicabile tra la literary fiction e il genere e posizionandosi fermamente dal lato rispettabile della linea”. Un atteggiamento che la giornalista non esita a definire snobismo e a regolare con una semplice controprova: è sufficiente infatti citare anche solo un autore di genere per fornire a McEwan un esempio più che sufficiente di approccio della fantascienza a scenari di storia alternativa e temi come l’esplorazione dei confini non-umani della coscienza.

Per la cronaca, l’esempio citato è Philip K. Dick, ma possiamo ritrovare esiti analoghi in una miriade di altri autori, da William Gibson e Bruce Sterling a Kim Stanley Robinson, da Neal Stephenson a Charles Stross, da Ted Chiang ad Aliette De Bodard. E sono tutti autori ben presenti sul mercato editoriale anglofono (e per fortuna anche nel nostro, anche se in misura inevitabilmente più circoscritta e con un certo ritardo), quindi difficili da trascurare in un giudizio tanto lapidario, a meno di non tradire la propria fiera ignoranza o una malafede senza vergogna. Come si dice in questi casi, tertium non datur… e delle due l’una.

Roger Luckhurst, professore di letteratura moderna e contemporanea all’Università di Londra e curatore di una storia letteraria della fantascienza, ascoltato sulla questione non ha esitato a individuare nel successo della letteratura gotica tra il XVIII e il XIX secolo le radici dell’odierno disprezzo per la fantascienza: mentre Ann Radcliffe vendeva migliaia di copie con i suoi romanzi, la sua produzione veniva bollata come pessima spazzatura dagli strenui difensori della rispettabilità letteraria, per lo più indispettiti dal non guadagnare tanto quanto lei. E la storia prosegue con Mary Shelley e ovviamente con Edgar Allan Poe, H. G. Wells e Jules Verne, e con il successo postumo di H. P. Lovecraft, con i bestseller di Frank Herbert e Isaac Asimov e, nei generi contigui, di J. R. R. Tolkien, Stephen King, Terry Pratchett o George R. R. Martin.

D’altro canto, se è vero che questo atteggiamento di sufficienza non coinvolge indiscriminatamente tutti gli autori forti di uno status letterario, è altrettanto vero che nel corso del tempo possiamo annoverare una lista crescente di nomi che continuano a inciampare nel vecchio pregiudizio, dai casi più eclatanti di Vladimir Nabokov e Margaret Atwood (che poi in parte è tornata sui suoi passi) ai più recenti, con il premio Nobel Kazuo Ishiguro e appunto McEwan, che siamo sicuri non rimarrà a lungo l’ultimo della sequenza. Molti di loro si sono ritrovati a scrivere fantascienza magari “a loro insaputa” ed è comunque fuori discussione, come per altro faceva notare già questo articolo di Derek Zoo, che questa inconsapevolezza nelle mani degli scrittori più dotati possa tramutarsi in una riserva di originalità per lo stesso immaginario di genere. Ma i giudizi lapidari espressi sulla fantascienza ci dicono forse molto più sulla scarsa conoscenza di questi autori verso il loro stesso pubblico, di quanto non ci dicano rispetto alla loro “ignoranza” sul genere: i confini contrassegnati con le etichette funzionano molto meglio sugli scaffali delle librerie che nei gusti dei lettori, e non di rado capita che i lettori dei suddetti autori si trovino già a essere lettori, più o meno consapevoli, di fantasy e fantascienza, e in definitiva appassionati alle opere dei realisti di una realtà più grande.

Siccome le cose non capitano mai per caso, non mi sono sorpreso di imbattermi stamattina in una vecchia lista di Taste of Cinema dedicata ai 20 film più complessi della storia. Un elenco in una certa misura arbitrario, come sempre quando si compilano liste di questo tipo, ma tutto sommato sintomatico: il 70% dei titoli sono infatti chiaramente identificabili come fantascienza e già così sarebbe una percentuale schiacciante, che tuttavia diventa ancora più larga se si considera che molte delle rimanenti pellicole sono comunque riconducibili ai codici del fantastico. Questo chiude il cerchio con quanto viene spesso rimproverato alla fantascienza, anche dagli stessi appassionati affezionati a un’idea statica del genere (ne abbiamo già parlato in altre occasioni), legati a una concezione granitica e anti-evoluzionistica, e che per questo mi divertirò a chiamare i creazionisti della fantascienza: un’etichetta, a ben guardare, che si attaglia tanto a quei lettori, spesso non proprio numerosi ma comunque molto rumorosi, che disprezzano e sminuiscono i più innovativi tra gli esiti recenti della letteratura di idee, spesso proprio in ragione della loro eccessiva complessità; quanto a quegli autori che pretendono di rimarcare la propria originalità prendendo le distanze dal genere, e così facendo finiscono irrimediabilmente per scoprire e riscoprire l’acqua calda.

Volendo estremizzare, se la complessità è una delle prerogative della fantascienza, una delle frecce che l’arco del genere può decidere di volta in volta di incoccare, rinunciando per principio a questa possibilità si sta ancora sfruttando la fantascienza al massimo delle proprie potenzialità? E quanto è facile cogliere la complessità di un tema consolidato nella letteratura di genere potendo “vantare” di non averne mai letto una sola pagina?

Nel libro di cui parlavamo pochi giorni fa, Roy Menarini sottolinea le tensioni tra i produttori di Blade Runner e Philip K. Dick, a cui a un certo punto fu chiesto di scrivere una novelization più aderente allo sviluppo narrativo della pellicola diretta da Ridley Scott. Dick, che dei suoi lavori aveva una considerazione una o due tacche più alta della media degli scrittori, rifiutò la proposta e alla fine fu trovato un accordo per una riedizione di Do Androids Dream of Electric Sheep? che, come racconta Paul M. Sammon nella sua Future Noir (da noi Blade Runner. La storia di un mito), richiamasse il titolo del film e apportasse minimi cambiamenti al testo originale (principalmente date e toponimi: il libro di Dick, non dimentichiamolo, si svolgeva a San Francisco nel 1992). Tuttavia, per così dire, le divergenze di vedute tra l’autore e la produzione potrebbero essere state largamente esagerate.

Nel 2012, infatti, sul sito ufficiale dell’autore californiano curato dai suoi eredi, purtroppo non più in linea, venne resa pubblica una lettera inedita indirizzata a Jeff Walker della Ladd Company, una delle società che parteciparono alla produzione di Blade Runner. La lettera, redatta in un tono a dir poco entusiasta, si segnala come documento incontestabile del livello di gradimento che la trasposizione di Scott riscosse da parte di Dick, oltre che del suo punto di vista sulla fantascienza di quegli anni.

Suscita una certa emozione leggerne i passaggi, perché testimonia anche il livello di coinvolgimento a cui giunse Dick semplicemente guardando uno spezzone di Blade Runner, trasmesso durante un servizio che ospitava anche un’intervista a Harrison Ford all’interno di un programma sul cinema mandato in onda dall’emittente locale Channel 7. L’autore rimase sinceramente impressionato dall’estetica di Scott, apprezzò il lavoro dei diversi artisti e tecnici coinvolti nell’adattamento cinematografico di Do Androids Dream of Electric Sheep?, spingendosi infine a profetizzare, sull’onda dell’entusiasmo, una rinascita della fantascienza che negli ultimi anni – secondo il suo giudizio, forse un po’ troppo severo – era “scivolata in una morte monotona”, diventando “fragile, derivativa e stantia”.

Il documento fece la sua apparizione nell’anno del trentesimo anniversario dell’uscita nelle sale del capolavoro imprevedibilmente destinato ad attestarsi come cult movie, oltre che della prematura scomparsa di Dick. Ben prima della rivalutazione critica che avrebbe riabilitato il film decretandone un successo duraturo e una fama planetaria, l’autore seppe cogliere le sfumature di un’opera complessa e, grazie alla sua spiccata sensibilità, riuscì istintivamente anche ad anticipare l’impatto che sia dal punto del linguaggio che dei contenuti il film avrebbe esercitato negli anni a seguire, sulla letteratura di genere, sul cinema tout-court ma anche sulle forme d’arte più varie (“potreste aver creato una nuova forma, unica nel suo genere, di espressione artistica, qualcosa di mai visto prima”, scrive nella sua lettera a Walker, e qui echeggiano le riflessioni di Menarini sul rapporto della pellicola con il ruolo dell’arte).

Dopo le esperienze del cyberpunk e il successo delle declinazioni di temi intrinsecamente fantascientifici secondo gli stilemi della letteratura noir e hard-boiled, è difficile smentire le sue previsioni. E gli echi che se ne riescono a cogliere tuttora nelle opere più disparate e in particolare in capolavori della letteratura di SF (come la trilogia di Kovacs di Richard K. Morgan), del cinema (si pensi a Strange Days di Kathryn Bigelow, a Gattaca di Andrew Niccol, al sequel Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve) e della televisione (da Battlestar Galactica a Westworld), dell’animazione (Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, da un manga di Masamune Shirow), dei videogiochi (Deus Ex di Warren Spector, prodotto dalla Eidos Interactive, senza dimenticare l’insuperato videogioco della Westwood Studios), stanno a dimostrare che la sua influenza è ben lungi dall’estinguersi.

Per consentire un accesso diretto ai contenuti della lettera di Dick, pubblico qui di seguito una mia traduzione integrale.

Caro Jeff,

Stasera mi sono imbattuto su Channel 7 nel programma Hooray For Hollywood con il pezzo su Blade Runner. (Be’, a essere sinceri, non ci sono capitato per caso; mi avevano avvertito che si sarebbe parlato di Blade Runner, perché non me lo perdessi.) Jeff, dopo averlo visto – e soprattutto dopo aver sentito Harrison Ford parlare del film – sono giunto alla conclusione che non si tratta veramente di fantascienza; non è fantastico; è esattamente quello che Harrison ha detto: futurismo. L’impatto di Blade Runner sarà semplicemente travolgente, sia sul pubblico che sugli autori… e, credo, sull’intero settore della fantascienza. Da quando ho iniziato a scrivere e vendere fantascienza trent’anni fa, questa è stata l’unica questione di qualche rilevanza per me. In tutta onestà, devo dire che negli ultimi anni il nostro campo è andato gradualmente e inesorabilmente deteriorandosi. Niente di ciò che abbiamo fatto finora, singolarmente o collettivamente, può rivaleggiare con Blade Runner. Non è escapismo; è iperrealismo, così crudo, particolareggiato, autentico e dannatamente convincente che dopo aver visto la sequenza non ho potuto fare a meno di trovare in confronto sbiadita la mia “realtà” quotidiana. Quello che voglio dire è che tutti voi insieme potreste aver creato una nuova forma, unica nel suo genere, di espressione artistica, qualcosa di mai visto prima. E penso che Blade Runner sia destinato a rivoluzionare le nostre nozioni su cosa sia e “possa” rappresentare la fantascienza.

Fammi ricapitolare così. La fantascienza è lentamente ma ineluttabilmente scivolata in una morte monotona: è diventata fragile, derivativa, stantia. All’improvviso arrivate voi, alcuni dei più grandi talenti in attività, e abbiamo infine un ritorno alla vita, un nuovo inizio. Per quanto riguarda il mio ruolo nel progetto di Blade Runner, posso solo dire che non pensavo che un mio lavoro o una mia manciata di idee potessero essere sviluppate fino a dimensioni tanto sbalorditive. La mia vita e il mio lavoro creativo sono giustificati e compiuti da Blade Runner. Grazie… e sarà un grande successo. Si dimostrerà imbattibile.

Cordialmente,

Philip K. Dick

[Questo articolo riprende e rielabora un mio post apparso su HyperNext il 17 maggio 2012.]

La mia intenzione era di girare un film ambientato tra quarant’anni con lo stile di quarant’anni fa.

Ridley Scott

Titolo quanto mai paradossale, quello scelto da Roy Menarini, critico cinematografico già professore associato di Storia e Critica del Cinema presso il DAMS di Gorizia al momento della pubblicazione di questo volume e ora in servizio presso la sede di Rimini dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, per la monografia dedicata a una delle pietre miliari del cinema di fantascienza e non solo. Ridley Scott. Blade Runner risale infatti al 2007, anno di uscita del Final Cut presentato in anteprima alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, ma è invecchiato piuttosto bene. Infatti, se da un lato è vero che la discussione critica intorno al film è andata avanti incessante, ricevendo nuovo impulso dall’uscita del sequel diretto da Denis Villeneuve, è altrettanto vero che i 25 anni trascorsi dalla deludente uscita nelle sale di Blade Runner avevano già prodotto una mole imponente di letture, interpretazioni e disamine, di cui Menarini tiene giustamente conto nella sua esegesi. Dall’analogia marxista tra replicanti e la forza lavoro che si ribella alle tendenze oppressive del capitale, a tutto il simbolismo cristologico che pervade la pellicola, qui dentro l’appassionato hard troverà pane in abbondanza per i suoi denti.

Il libro si compone di una decina di brevi capitoli: parte con un paio di pezzi critici di inquadramento dell’opera, prosegue con l’esame del film fino al livello delle singole scene, riprende la lettura critica con i due capitoli più interessanti del volume (L’estetica delle rovine (umane): un mondo replicante e Modernità di «Blade Runner») e si riserva interessanti divagazioni sui montaggi alternativi, le influenze sul cinema successivo e i seguiti letterari firmati da K. W. Jeter (se volete iniziare, provate a partire da qua). Destano qualche perplessità solo la scelta del materiale incluso nell’antologia critica che fa da appendice al volume, a mio parere inutilmente italo-centrica, come anche il giudizio non proprio lusinghiero espresso su Future Noir: The Making of Blade Runner di Paul M. Sammon, autentica miniera di retroscena sulla pellicola e l’immaginario che ha generato, pubblicato in Italia da Fanucci con il titolo di Blade Runner. Storia di un mito e purtroppo finito fuori catalogo. Nota negativa purtroppo anche per la bassissima risoluzione delle immagini incluse nella galleria che dovrebbe essere il cuore del volume, e che purtroppo disperdono tutto il potenziale visionario dei fotogrammi.

Ma i pregi superano di gran lunga questi piccoli nei. In primis, il punto di partenza. L’autore cerca di rispondere a un quesito apparentemente nonsense: a che cosa pensa Blade Runner? E da qui muove per cercare di “comprendere il funzionamento del cinema, della storia e della cultura contemporanea”. In seconda battuta, e qui torniamo al paradosso di cui dicevamo sopra, propone la lettura di Blade Runner come di un film senza autore, o meglio di un film dai molti autori, visti non solo i contributi di assoluto spessore su cui da sempre siamo costretti a soffermarci quando si parla di Blade Runner, sottolineando l’apporto di Hampton Fancher e David Peoples, di Syd Mead e Douglas Trumbull, di Vangelis e Jordan Cronenweth, senza dimenticare il romanzo originale di Philip K. Dick, ma anche per lo status di cult movie che ne ha determinato un’affermazione tale da portarlo a occupare un posto privilegiato nell’immaginario di ogni spettatore.

Soprattutto, Menarini si sofferma sul rapporto di Blade Runner con il postmoderno, proponendo di converso un’interessante riflessione sulla sua modernità, che finisce per riallacciarsi con il predetto interrogativo di partenza:

Tornando alla suggestione di cui si parlava all’inizio, i replicanti potrebbero essere film che pensano, prendendo la parola film per il suo significato pre-linguistico: una pellicola, una riproduzione tecnica, un nastro, un oggetto dotato improvvisamente di logos. Il replicante è, tautologicamente, la replica della vita, ma finisce con l’essere una vita surreale (o surrealista?), una macchina che pensa per accidente, una forma che prende sostanza.

Il saggio finisce così per rimarcare un importante parallelo tra i replicanti e le riflessioni di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, illuminando di luce nuova una prospettiva che credevamo di conoscere fin troppo bene. Un compendio perfetto da abbinare alla lettura della bibbia di Sammon.

È dei giorni scorsi la notizia della morte di Tony Mendez, l’agente della CIA che nel 1979 riuscì a organizzare a tempo di record un’operazione di copertura per trarre in salvo sei funzionari dell’ambasciata USA a Teheran rimasti intrappolati nella capitale iraniana durante la crisi degli ostaggi. La storia dell’operazione Canadian Caper è talmente improbabile da essersi meritata nel 2012 la trasposizione cinematografica in Argo, pellicola diretta e interpretata da Ben Affleck, prodotta da George Clooney e Grant Heslov, vincitrice di ben tre premi Oscar, due Golden Globe e tre British Academy Film Awards.

Ne abbiamo parlato proprio a ridosso dell’uscita del film su uno Strano Attrattore e la scomparsa di Mendez me l’ha richiamata alla memoria. Per farla breve, nella seconda metà degli anni ’70, un appassionato newyorchese di fumetti e fantascienza di nome Barry Ira Geller si appassionò talmente tanto all’idea di trarre un film dal romanzo premio Hugo Signore della Luce di Roger Zelazny (Lord of Light, 1967), esuberante miscela di esotismo postumano e mitologia hindu, da reclutare alcuni dei massimi talenti dell’epoca, come lo specialista del trucco John Chambers (vincitore dell’Oscar per Il Pianeta delle Scimmie), Ray Bradbury (che non ha bisogno di presentazioni), Paolo Soleri (l’architetto teorizzatore del concetto di arcologia, invalso nell’immaginario di SF a partire dagli anni ’80) e Buckminster Fuller (altro grande ispiratore del nostro immaginario fantascientifico, ideatore tra le altre cose dei primi progetti di cupole geodetiche). Nei suoi piani, la sua sceneggiatura avrebbe dovuto essere tradotta in un kolossal da 50 milioni di dollari per cavalcare l’onda del successo planetario di Star Wars (potete leggere tutta la storia su Boing Boing). Alla fine delle riprese, i set sarebbero stati convertiti in un grandioso parco tematico alle porte di Denver: Science Fiction Land.

Del progetto che finì inevitabilmente per incagliarsi nelle secche produttive hollywoodiane restano i magnifici sketch preparatori di Jack Kirby, altro pezzo da novanta coinvolto da Geller. A resuscitarlo ci pensò quindi nientemeno che la CIA, assicurandosi i diritti dell’adattamento per una cifra intorno ai 10.000 dollari. Il biglietto staccato dalla Compagnia per entrare nel business dello spettacolo fu solo il primo passo di una catena di eventi che alla fine portò Mendez e i suoi colleghi a spacciare ai mojahedin del popolo iraniano l’oppio di un’epica fantascientifica che valse la liberazione dei sei funzionari dell’ambasciata e la loro esfiltrazione da un paese che dall’oggi al domani aveva trasformato in aperta ostilità tutte le relazioni con gli USA.

La storia di questo eroe lontano dai riflettori, rimasta segreta fino al 1997, è raccontata appunto in Argo e se volete leggerne un riassunto in italiano lo trovate sul Post. La scena dell’aeroporto in cui Scoot McNairy riesce a piegare le resistenze dei militari con la sua colorita descrizione di un film immaginario (potete rivederla qui e qui) resta uno dei momenti più alti, a mio parere, del cinema di questo decennio.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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