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Nel 1963 Stan Lee (figlio di immigrati ebrei originari della Romania) e Jack Kirby (figlio di immigrati ebrei provenienti dall’Austria) creano per la Marvel la prima saga di mutanti nella storia del fumetto: gli X-Men. Da subito vengono affrontati temi come la diversità e l’accettazione, con una duplice contrapposizione: degli umani «normali» contro i mutanti, visti come delle aberrazioni e dei pericoli, e all’interno della stessa comunità dei mutanti tra due fazioni: una capeggiata dal Professor Xavier (che nella saga cinematografica ha le familiari sembianze di Patrick Stewart), scienziato, filantropo e potente telepate, che ha dedicato la sua vita all’addestramento dei mutanti nell’uso responsabile dei propri poteri; e l’altra capeggiata invece da Magneto (Ian McKellen), un mutante capace di controllare i campi magnetici e quindi esercitare una forza a distanza su qualsiasi oggetto metallico, ma soprattutto un ebreo rastrellato con la famiglia dal ghetto di Varsavia e sopravvissuto ad Auschwitz, dove ha visto morire i suoi genitori.

L’esperienza del campo di concentramento ha profondamente segnato Magneto, che non nutre nessuna fiducia nel genere umano, così quando gli scienziati isolano il gene-X responsabile della mutazione dell’Homo Sapiens in Homo Sapiens Superior si mette alla testa di una fazione di mutanti intenzionata a non scendere in nessun modo a patti con il genere umano e a combattere la discriminazione ad armi pari, dalla posizione di vantaggio dei poteri che la mutazione ha conferito agli X-Men.

Vale la pena sottolineare che il 1963 è l’anno in cui viene ucciso John F. Kennedy, il cui programma politico all’insegna della Nuova Frontiera (le frontiere dello spazio, della scienza e del progresso) non aveva messo in secondo piano le politiche di integrazione, specialmente al Sud, dove malgrado la forte opposizione della popolazione bianca aveva sostenuto leggi a favore dell’istruzione e contro la discriminazione razziale: nei luoghi pubblici, nelle forze armate e negli istituti pubblici e privati, ma soprattutto nelle scuole.

In quegli stessi anni il movimento per i diritti civili si trovava esso stesso dilaniato al suo interno tra le posizioni più dialoganti di Martin Luther King (premio Nobel per la pace nel 1964), che predicava la non violenza e la possibilità di una convivenza pacifica all’interno della stessa nazione, e l’intransigenza dei seguaci della Nazione Islamica e di Malcolm X, che segue una parabola del tutto simile a quella di Magneto, dalle posizioni oltranziste e anche di contrapposizione violenta degli inizi a un più ampio impegno in difesa dei diritti civili.

Andando avanti, tra periodi di crisi e di ripresa, soprattutto sotto la cura di Chris Claremont (immigrato inglese negli USA) gli X-Men diventeranno una delle serie dell’universo Marvel con il maggior seguito tra gli appassionati, anticipando sia l’evoluzione del fumetto verso storie dalla struttura orizzontale complessa (del tutto simile alla rivoluzione avvenuta nella televisione negli ultimi vent’anni), sia misure discriminatorie riprese anche in altre saghe parallele, per esempio la Civil War, con i vari Mutant e Super-Human Registration Act, che echeggiano le drammatiche leggi speciali emanate dall’Amministrazione Bush dopo l’11 settembre, in particolare il famigerato USA PATRIOT Act.

Alzando il punto di vista, vediamo entrare nell’inquadratura gli altri supereroi Marvel, alle prese con l’America post-11 settembre: Spider-Man, Capitan America, Iron Man, la Vedova Nera diventano i portavoce non del governo, ma dei sentimenti del popolo: sconforto, frustrazione, impotenza, ma senza mai dimenticare i valori più alti su cui la nazione fu costruita: la giustizia, la libertà. Come quarant’anni prima era capitato agli X-Men, divisi davanti alle discriminazioni dell’America, anche loro si dividono in fazioni: chi accetta di seguire la linea governativa e continua a collaborare con lo S.H.I.E.L.D. (Iron Man, Mr. Fantastic, il clone di Thor, inizialmente Spiderman e la Vedova Nera), chi se ne dissocia (i Vendicatori Segreti di Capitan America: The Punisher, Pantera Nera, Wolverine, la Torcia Umana, la Donna Invisibile), e chi finisce per barcamenarsi nel mezzo.

[2 – Continua]

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Nell’articolo scritto a 4 mani con il critico, traduttore e studioso di letteratura americana Salvatore Proietti, docente all’Università della Calabria, pubblicato sul numero 72 di Robot, ci siamo dilungati su un tema che attraversa, in maniera più o meno evidente, un numero crescente di opere prodotte negli ultimi anni in seno alla fantascienza: i diritti delle creature artificiali.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

MetalMadeFlesh

L’identità personale si fa distribuita e si moltiplica. Il nostro ecosistema si è già modificato perdendo le originali presunte connotazioni di purezza naturale, e le prime applicazioni di augmented reality rendono ineludibile questa verità. Le tecnologie emergenti, sempre più spesso raccolte sotto la sigla NBIC (che raggruppa nanotecnologia, biotecnologie, information technology e cognitive science), adottato anche dalla National Science Foundation americana, producono effetti che diventeranno sempre più profondi e irreversibili man mano che si realizzano forme di convergenza tra i diversi settori della ricerca. Quanto dovremo ancora aspettare prima che soggetti che non condividono la nostra stessa natura biologica comincino a rivendicare i loro diritti? Robot, androidi, cyborg, intelligenze artificiali, cloni, simbionti, creature ibride, dalla duplice natura, prefigurano la nuova realtà di un mondo che non può più trincerarsi dietro l’esclusività dei benefici e dei diritti della contemporaneità, ma che anzi deve lavorare su una logica inclusiva per estenderli a tutti.

In un celebre passo della Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria, leggiamo:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da uomini, per esprimere la loro idea su quali condizioni debba rispettare un governo di altri uomini per essere da loro accettato. Qualcuno ha idea del perché un’intelligenza artificiale dovrebbe accontentarsi di qualcosa di meno di quanto richiesto dagli uomini?

Da questa consapevolezza nasce un approccio etico, come quello proposto nel 2006 da Gianmarco Veruggio, direttore della Scuola di Robotica di Genova e promotore della cosiddetta roboetica, l’etica applicata alla progettazione e allo sviluppo nei campi della robotica e dell’automazione. All’aumentare dei benefici potenziali, nella robotica come in qualsiasi altro settore della ricerca aumentano anche i rischi. Per questo la presenza massiccia di creature artificiali nel futuro verso cui ci stiamo muovendo pone l’opportunità e anzi il bisogno di una riflessione sulle regole che dovranno gestire il rapporto tra umani e macchine.

Prima che la realtà ci presenti un conto da pagare – come insegna la storia – comprensivo di interessi.

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