L’annosa questione che alimenta il dibattito tutto interno alla fantascienza – ormai è risaputo – è se il genere sia ancora vivo e in che stato di salute si trovi. Se ho provato a dare una risposta avvalorata dai fatti nell’articolo per Prismo di cui parlavo l’ultima volta che sono intervenuto su queste frequenze, resta inevaso un aspetto del discorso che ci riguarda più da vicino, e che rispunta periodicamente negli spazi di discussione che offrono un confronto tra gli appassionati (l’ultima volta su Facebook per merito dell’amico e collega Dario Tonani); potremmo condensarlo, in maniera drastica ma funzionale a circoscrivere il discorso, nell’interrogativo da cui ho preso in prestito il titolo per questo post: ha senso scrivere fantascienza in Italia?

In effetti, la domanda distilla un quesito più ampio, ovvero se ha ancora senso scrivere fantascienza in Italia, che tuttavia presta il fianco a critiche che potrebbero dirottare il discorso, dal momento che reca la chiara impronta di un punto di vista, per quanto non singolare, tuttavia – purtroppo – non ancora condiviso: ovvero che in Italia abbia mai avuto senso scrivere fantascienza. Meglio lasciare tutto quel campo fuori dall’intervento attuale, riservandoci magari di tornarci in futuro con la stessa dovizia di prove fattuali che arricchisce la panoramica del genere negli anni 2000.

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Venendo al punto in oggetto, come talvolta (nel mio caso piuttosto spesso) capita, la folgorazione di una possibile risposta (non unica, certo, perché le risposte non sono mai uniche quando si affrontano problemi complessi) deriva dal cortocircuito con una corrispondenza. Il termine di paragone, in questo caso come spesso anche in passato, è rappresentato dall’editoriale di commiato di Charlie Jane Anders dalle pagine di io9, che ha contribuito a plasmare con Annalee Newitz e che negli ultimi anni ha diretto personalmente. L’autrice si sofferma sulle motivazioni che hanno portato alla nascita di quello che in breve tempo si è attestato come un sito di riferimento per il fandom ma anche per chiunque abbia un interesse passeggero, temporaneo o occasionale, per la fantascienza, il suo immaginario, le sue fonti di ispirazioni (scienza e tecnologia, ma anche storia, economia, matematica) e le sue molteplici forme di espressione (dalla letteratura al cinema, passando per la televisione, i fumetti, l’animazione e i videogame).

Un primo passaggio significativo dell’articolo è questo:

Così la fondatrice di io9 Annalee Newitz ed io ci siamo trovate a lavorare su una tesi centrale per io9, basata sulle direttive di Nick (Denton, l’editore di Gawker Media, N.d.R.), e questo è quello che ci è venuto in mente:

  1. Viviamo in un’epoca fantascientifica, grazie a tutte le incredibili scoperte scientifiche e tecnologiche che abbiamo fatto. (Ai tempi stavamo iniziando a scoprire pianeti al di fuori del Sistema Solare e approntando il sequenziamento del DNA dei singoli individui.) In un certo senso, la fantascienza è “diventata realtà”.

  2. Questo significa che la fantascienza è straordinariamente qualificata a commentare il tempo in cui viviamo, ed è l’unica forma di cultura popolare che riflette accuratamente il mondo che ci circonda.

  3. Contemporaneamente la fantascienza stessa è diventata inequivocabilmente mainstream. Chiunque parlava di Lost, Battlestar Galactica, Star Wars, Batman e dei romanzi di William Gibson. Essere al corrente di queste cose era una questione di cultura generale (se vogliamo, Charlie Jane Anders è ancora più drastica: basic cultural literacy potrebbe essere tradotto come “alfabetismo culturale di base”, N.d.R.).

  4. Pertanto considerare la fantascienza come proprietà esclusiva di un singolo gruppo di persone, o rivolta a una nicchia particolare, è in definitiva inutile. La fantascienza che asseconda i fan più duri e puri invece di rendersi accessibile a chiunque con ogni probabilità è destinata a fallire. Inoltre, la nostalgia è uno spreco di tempo… la fantascienza dovrebbe guardare al futuro e alla novità.

E già qui siamo in grado di individuare i primi elementi di rottura con i discorsi che dominano la discussione interna al genere in Italia: alla diffidenza per la novità, al passatismo, alla staticità (intesa come incapacità di guardare altrove, fuori dal genere o agli altri media) di una parte dei lettori (a mio parere molto meno numerosa, per quanto rumorosa, di quanto voglia apparire), si unisce una certa chiusura dell’ambiente, incapace di aprirsi davvero all’esterno (“diventare mainstream“, per dirla con Anders) tanto per le politiche culturale di segregazione ed emarginazione praticate dalla stampa e dalla critica letteraria che conta (in visibilità e numeri), quanto per difficoltà interne (si vedano le infinite dispute che coinvolgono gli addetti ai lavori, spesso sempre gli stessi, che però contribuiscono a deprimerne l’immagine esteriore e a rendere poco attrattivo il contesto sociale, ovvero la comunità, il fandom che ruota intorno a convention, gruppi, associazioni).

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Da noi ritenere la fantascienza come un monolite, incapace di seguire l’evolversi della storia e del mondo e su cui esercitare un diritto esclusivo di proprietà, è un atteggiamento piuttosto comune, e si accompagna al lamento degli orfani (o dovremmo chiamarle vedove?) della cara vecchia fantascienza di un tempo, che nel caso più fresco coincide con la fantascienza di Clarke e di Tubb. Figuriamoci andarci ad avventurare in un discorso sulla fantascienza che “diventa realtà”, che cerca di elaborare nuovi linguaggi e nuovi espedienti per raccontarci i cambiamenti del mondo in cui viviamo; o addirittura parlare dei romanzi di William Gibson, che per la frangia più rumorosa dei lettori italiani di fantascienza rappresenta proprio la fine di quell’idea del genere (statico, immutabile, avventuroso, spensierato, senza pretese, scolpito nel granito) a cui sono tanto affezionati.

Nei giorni in cui le fazioni ultrareazionarie del fandom americano sferrano il loro ennesimo attacco a un’istituzione come il Premio Hugo, non è proprio simpatico dover notare che, se proprio volessimo estrapolare dal rumore un identikit del lettore medio di fantascienza in Italia, squadrandolo con l’accetta verrebbe fuori il ritratto di un lettore piuttosto conservatore, di mezz’età, che non ha mai digerito il cyberpunk, con un atteggiamento già ambivalente rispetto alla New Wave; al quale non si dovrebbe per educazione parlare troppo di tecnologia, lasciamo perdere il postumano. Un lettore al quale andrebbe risparmiato il fastidio delle contaminazioni con altri generi e del discorso “impegnato”, sia esso un impegno rivolto alle tensioni sociali, alle questioni ambientali o alle dottrine politiche ed economiche. E, se proprio vogliamo depositare un carico da undici sul tavolo, a cui dovremmo evitare il disturbo di mettere mano alla pistola arrischiandoci noi stessi, scrittori italiani, a scrivere romanzi che poi finiscono solo per sottrarre spazio, nelle collane che tanto amano (e altrettanto odiano), alle novità straniere.

Questo almeno a voler prestare ascolto alle lamentele che si alzano più rumorose. Un profilo alquanto dissimile da quello che mi piacere tenere a mente quando scrivo, e che magari possiamo riscontrare, con un po’ di fortuna, nella massa silenziosa dei lettori che nessuno vede e nessuno sente.

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Ad ogni buon conto, per quanto sia più matura e variegata la comunità ritratta da Anders nelle sue righe, nemmeno l’ambiente anglosassone sfugge al morbo del lord protettore:

Un sacco di persone si sentono obbligate ad allontanare gli altri dalla passione per le stesse cose che loro amano.

E questo, anche a voler essere ottimisti, è un tratto che quella gente condivide con un sacco di persone anche da queste parti. Vige uno scrupolo conservatorista ai limiti dell’ossessivo, una sorta di cleptomania che spinge molti a impelagarsi in discussioni trite e ritrite sui confini del genere, sull’Unica Vera Essenza della Fantascienza e ciò che la differenzia dal vile fantasy o dalle ancor più vili declinazioni attuali, virate ora verso il weird, ora verso il noir, ora verso il thriller.

Oltretutto, non dimentichiamo nemmeno il tipo di paese in cui viviamo: un paese in cui, per venire a un tema di attualità consono al 1° maggio, le mobilitazioni popolari che da giorni agitano un paese confinante contro una riforma del lavoro analoga a quella approvata da noi un anno fa non trovano spazio nelle prime pagine dei quotidiani o nei titoli di apertura dei telegiornali; e in cui si può tranquillamente affermare che le generazioni ’80 e successive, le più istruite di sempre, oltre alle difficoltà di impiego che stanno affrontando in questi anni dovranno subire anche il dramma di pensioni sempre più ritardate e sempre più misere. Il tutto senza che si discuta – non dico elabori – una strategia d’impiego volta a valorizzare le qualità intellettuali o le risorse del territorio, serbatoi che offrono un’abbondanza ancora inesplorata di possibilità. Un paese, insomma, che fa fatica a guardarsi intorno, chiuso nel suo guscio e inconsapevole delle proprie potenzialità, e che soprattutto preferisce chiudere gli occhi sul futuro. Un paese impossibile da cambiare.

“Androiden der zwölf Kolonien, vereinigt euch!”

Quindi, in definitiva, preso atto di questa situazione, chi scrive fantascienza in Italia farebbe meglio a dedicarsi ad altro. A meno che non lo faccia per due motivi completamente estranei al panorama delineato nelle righe precedenti, ovvero:

  1. che scriva fantascienza per profonda convinzione, ritenendola un dispositivo eccezionale per interrogarsi sulle questioni che ha a cuore, e quindi per elaborare e mettere alla prova la propria visione del mondo;
  2. che scriva fantascienza (anche) per un atto di fede, confidando nei lettori che aspettano là fuori, da qualche parte, e che sono o troppo educati per mischiarsi alla folla vociante in perenne attesa di una vittima da sacrificare, o semplicemente in attesa – consapevole o inconsapevole – di incrociare sulla loro strada una storia diversa da quelle a cui sono abituati.

In entrambi i casi siamo in presenza di un atteggiamento che sconfina nei territori intangibili del religioso. Ma se nel primo caso è sostanzialmente irrilevante l’approccio che lo scrittore avrà verso ciò che scrive, nel secondo potrebbe trarre immenso giovamento da un’altra lezione di Anders su cui mi sono già espresso a favore in passato: una visione della fantascienza quanto più possibile inclusiva e aperta al lettore occasionale. Insomma, la questione del ripotenziamento del genere continua ad avere una sua attualità.

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