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L’anno scorso vi avevo parlato del pilot di una nuova serie prodotta da Amazon Prime e tratta dal celebre romanzo ucronico di Philip K. Dick The Man in the High Castle. Nel frattempo Amazon ha messo in produzione la prima stagione, che ho assorbito in blocco all’inizio del nuovo anno, toccando con mano la scimmia della dipendenza. L’occasione era parlarne sul nuovo numero di Quaderni d’Altri Tempi, che oggi è uscito. E così sopra, insieme alla solita mole di articoli interessantissimi raccolti e/o scritti da Adolfo Fattori, Gennaro Fucile e Roberto Paura, potete trovarci anche la mia recensione. Che inizia così:

La sensazione che si ricava fin dalle primissime immagini di The Man in the High Castle è di profondo straniamento. Chi già conosce il romanzo che valse a Philip K. Dick l’unico Premio Hugo della sua carriera potrebbe credersi pronto per ciò che lo aspetta, eppure la serie coprodotta da Ridley Scott per Amazon Prime riesce ad aprirsi un varco e a sorprendere la sua guardia. A partire dalla sigla, ipnoticamente scandita dalle bobine di un proiettore, un espediente che anticipa il congegno narrativo al cuore della serie; e che viene ripreso già nella prima scena, dove in un’eco della sigla assistiamo alla proiezione di una pellicola di propaganda che culmina in una bandiera a strisce in cui una svastica ha sostituito le stelle nel quadrante blu, mentre tra le poltrone si conclude una consegna che mette in moto gli eventi; la successiva scena, la prima in esterni, ci catapulta per le strade notturne di una New York City profondamente “aliena”, in cui il volto dell’Ur-Führer Hitler campeggia sui cartelloni pubblicitari e i vessilli del Terzo Reich dominano Times Square. È una progressione che insinua nello spettatore un disagio crescente, che è quello che ogni valido racconto di storia alternativa si prefigge di ottenere. E che a Dick riuscì in maniera egregia con il suo romanzo del 1962, pubblicato a più riprese in Italia sia sotto il titolo ormai leggendario de La svastica sul sole che con quello più aderente all’originale de L’uomo nell’alto castello, e che, sebbene preceduto di dieci anni da Sarban con il suo Il richiamo del corno, resta a oggi il termine di paragone insuperato per ogni storia che voglia confrontarsi con l’ipotetica vittoria nazista nella Seconda Guerra Mondiale.

Nel 2015, sulla scorta degli ottimi riscontri raccolti dall’episodio pilota, gli Amazon Studios hanno messo in lavorazione questa stagione da dieci episodi che rappresenta la prima serie tratta dalla produzione di Dick, già ampiamente sfruttata dalle major hollywoodiane. La mente dietro il progetto è di Frank Spotnitz, che vanta all’attivo diverse collaborazioni con Chris Carter, prima come sceneggiatore di X-Files, poi in veste di produttore per Millennium e quindi come ideatore e produttore esecutivo della sfortunata The Lone Gunmen. Sulle orme di Dick, Spotnitz ci sbalza in un’America del Nord che non somiglia nemmeno lontanamente a quella che abbiamo imparato a conoscere attraverso le rappresentazioni artistiche, letterarie e cinetelevisive dell’ultimo mezzo secolo. Siamo nel 1962, la Seconda Guerra Mondiale è finita da quindici anni e il mondo è diviso tra le rispettive sfere d’influenza delle potenze uscite vincitrici dal conflitto, che in questo universo parallelo sono la Germania e il Giappone. Il Terzo Reich ha preso il controllo della costa orientale, mentre l’Impero del Sol Levante ha instaurato un governo fantoccio negli Stati Americani del Pacifico. Tra le due entità si estende una zona neutrale corrispondente agli Stati delle Montagne Rocciose, in larga parte disorganizzati e non soggetti a nessun controllo giuridico, che funge da cuscinetto tra i due blocchi.

Il what if è alla base del filone narrativo dell’ucronia, che giocando con gli sbocchi alternativi degli eventi nodali della storia ne segue gli sviluppi fino alle estreme conseguenze. Cosa sarebbe successo se gli Usa non avessero avuto alla guida Franklin Delano Roosvelt durante la Grande Depressione?

(continua a leggere)

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Ormai da diverso tempo stiamo assistendo a una graduale migrazione delle narrazioni complesse dal cinema alla televisione. Questa transizione, già in atto dalla metà degli anni ’90 (con Babylon 5 di J. Michael Straczynski e I Soprano di David Chase), è divenuta sempre più evidente con gli anni, con serie capaci di ripagarsi di uno sforzo produttivo ormai non inferiore alle produzioni cinematografiche con un riscontro da parte del pubblico a cui spesso – assai più spesso di quanto accada con il grande schermo – si accompagna il plauso della critica: pensiamo a Battlestar Galactica e alle serie di punta della HBO, da The Wire a Game of Thrones, passando per Band of Brothers e True Detective, senza dimenticare l’onorata tradizione britannica in cui la complessità viene spesso declinata sul piano della sperimentazione “linguistica” (il Doctor Who, certamente, ma anche Life on Mars e il suo spinoff Ashes to Ashes, Torchwood: Children of Earth, Sherlock, Red Riding, Black Mirror).

La serie che sta facendo molto parlare in questi giorni non esiste ancora, e questo in un certo modo riflette abbastanza fedelmente la storia a cui si ispira, che ha l’originalità di rappresentare la realtà attraverso un gioco di specchi. Si tratta di The Man in the High Castle, l’adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di Philip K. Dick (noto da noi con il titolo di maggiore impatto di La svastica sul sole), di cui il 15 gennaio è stato rilasciato l’episodio pilota. Non in TV, ma direttamente on-line, visto che la produzione, dopo i tentativi abortiti da parte della BBC e di SyFy, è stata rilevata da Amazon per testare un modello di produzione e distribuzione on-demand che Netflix ha dimostrato essere particolarmente appetibile. Il timone è stato affidato a una squadra capitanata da Frank Spotnitz (già collaboratore di Chris Carter ai tempi di X-Files e poi di Millennium) e Ridley Scott, che così è tornato a cimentarsi con l’immaginario dell’autore alla cui penna dobbiamo quel capolavoro che è Blade Runner (e il link è sottolineato da un origami che fa in tempo a comparire nei minuti finali della puntata). I primi riscontri, tanto in patria quanto in UK e Italia, sono a dir poco entusiastici.

La storia ha inizio nel 1962, in un Nord America diviso in due blocchi: la East Coast è ormai una propaggine del Grande Reich Nazista, mentre gli Stati del Pacifico sono uno stato-fantoccio sotto il controllo dei giapponesi. Tra le due sfere d’influenza si estende la Zona Neutrale delle Montagne Rocciose. Il Fuhrer Adolf Hitler è prossimo a uscire di scena e dallo scontro di potere che s’innescherà per la sua successione potrebbe derivare la più grave minaccia per il mantenimento del difficile equilibrio geopolitico emerso dalla fine della guerra. Mentre a New York il giovane Joe Blake s’infiltra nella Resistenza per sabotarne i piani, a San Francisco Juliana Crain, fidanzata con Frank Frink (che nasconde lontane origini ebree), entra in possesso di una copia di un misterioso film, che le viene consegnata dalla sorellastra poco prima che venga trucidata dagli agenti delle forze di occupazione. La pellicola rivela un esito ben diverso per la Seconda Guerra Mondiale e Juliana ne è a tal punto scossa da decidere di portare a termine l’incarico della sorella, recandosi a Cañon City, nella Zona Neutrale, dove è diretto anche Joe Blake.

La qualità della produzione è testimoniata da tanti piccoli particolari, sia relativi alla scrittura che all’estetica. Spotnitz e Howard Brenton hanno imbastito una storia di spie e cospirazioni, discostandosi in alcuni punti dal testo originale. L’equilibrio di una trama costruita su due linee narrative principali che convergono gli ha dato pienamente ragione. Degna di nota anche la resa visiva, a cominciare dalla sigla raffinata ed accattivante, per arrivare al design retroavveniristico delle cabine telefoniche e degli aerei supersonici. Le strade deserte per il coprifuoco, le insegne della propaganda delle truppe di occupazione e lo squallore opprimente a cui sono costretti i cittadini di un’America sconfitta e prostrata completano il quadro. La scena della pioggia di cenere provocata dai forni di un ospedale è a dir poco sconvolgente nella sua immediata crudezza. Sul principale punto di infedeltà, ovvero il contenuto della pellicola The Grasshopper Lies Heavy (ovvero La cavalletta più non si alzerà, che nel romanzo era in realtà un libro ucronico, opera del misterioso Hawthorne Abendsen, alla cui figura rimanda il titolo), si è già espresso Silvio Sosio e io mi trovo a condividerne totalmente la posizione.

Adesso Amazon potrebbe prendersi fino a un anno di tempo per valutare, sulla base dei riscontri ottenuti da questo pilot, se proseguire nello sforzo e mettere in cantiere un’intera serie. Per quello che dicevo in apertura, mi auguro sinceramente che i responsi non tardino ad arrivare. The Man in the High Castle merita di entrare nel novero delle grandi produzioni televisive di questi anni, il suo potenziale drammatico e visivo ha tutti i requisiti per appassionare lo spettatore.

Corpi spenti è un libro che si chiude sulla prospettiva di un abisso cosmico. Oltre al noir, alla spy-story, alla fantascienza di derivazione cyberpunk, alle suggestioni post-human, abbiamo anche un richiamo alla più classica fantascienza spaziale. Poche pagine, che però dovrebbero bastare per dare un’idea della complessità dello scenario di questo mondo, dietro le quinte di ciò che vediamo in scena. E che forse potrebbero tornare a essere esplorate, con maggiore accuratezza, nel futuro.

A questo proposito trovo paradigmatica la seguente battuta estratta da Angeli spezzati di Richard K. Morgan:

Richard K. Morgan - Angeli spezzati«Ci pensi, Kovacs. Stiamo bevendo caffè così lontano dalla Terra che le sarebbe difficile distinguere il Sole nel cielo notturno. Siamo stati portati qui da un vento che soffia in una dimensione che non possiamo né vedere né toccare. Immagazzinati come sogni nella mente di una macchina che pensa in modo tanto più evoluto dei nostri cervelli che potrebbe persino portare il nome di dio. Siamo risorti in corpi che non sono i nostri, cresciuti in un giardino segreto lontano dal corpo di ogni donna mortale. Sono questi i fatti della nostra esistenza, Kovacs. Mi dica, in cosa sono diversi, o meno mistici, della fede che esista un regno dove i morti vivono in compagnia di esseri talmente al di là di noi da essere costretti a chiamarli dei?»

Oggi si chiude questo ciclo di articoli che ci ha tenuto compagnia nelle ultime due settimane. Corpi spenti si appresta ad atterrare in edicola e  in versione e-book su Amazon e sugli altri store on-line, dove potrete facilmente recuperare la vostra copia (il volume cartaceo di Urania, vi ricordo, resterà disponibile fino a fine mese). Se ne avrete voglia potrete passare da queste parti per farmi avere la vostra opinione sul libro.

Ci leggiamo nel futuro.

Singolarità Tecnologica - shutterstock

Altri tre film, non di fantascienza.

Da Heat – La sfida, capolavoro poliziesco di Michael Mann del 1995: la precisione del meccanismo drammatico e il realismo dell’indagine.

Da Nemico Pubblico di Tony Scott (1998): la costruzione di momenti clou, con situazioni che fungono da punti di svolta della trama.

Da La promessa dell’assassino di David Cronenberg (2007): le dinamiche della mafia russa Vor V Zakone. Soprattutto in relazione a Sulle ali della notte.

Un libro e un racconto. Per il tracciamento dei container trasportati via mare e lo scenario da guerra di spie in cui il Mediterraneo sta scivolando in Corpi spenti, ho derivato lo spunto di partenza da Guerreros di William Gibson.

Un altro debito importante è verso Samuel R. Delany (non è la prima volta, non sarà l’ultima) e il suo Sì, e Gomorra. A distanza di 47 anni dalla prima pubblicazione gli scenari delineati nel racconto, con le sottoculture urbane che fioriscono intorno allo sfruttamento sessuale degli spaziali in licenza, continuano a risultare una metafora insuperabile, soprattutto come rappresentazione delle alternative di utilizzo che la strada riesce sempre a trovare per le ricadute del progresso.

Uno dei punti-chiave del romanzo è la colonizzazione spaziale. Il che potrebbe sembrare paradossale, per un future noir che si svolge interamente per le strade di una metropoli e nei suoi bassifondi. Ma la Nuova Frontiera incombe sui personaggi e sulle loro storie. Tra i principali spunti che ho voluto approfondire nel libro c’è appunto l’approccio dell’umanità allo spazio: il modo in cui ci si arriva, il modo in cui la conquista dello spazio ci cambia. L’outer space si riversa nell’inner space, e come insegna J.G. Ballard il terreno di battaglia sono prima di tutto la nostra psiche e i nostri corpi.

Tre parole-chiave per l’approccio alla tecnologia in Corpi spenti: nichilismo, alienazione, paranoia.

Starbase 03

Space Colonies and Stations

Space ColonyImmagini via Exonauts.

È un periodo intenso, con molte novità che si preparano all’orizzonte, e anche se dietro le quinte è un ribollire di iniziative ciò che si manifesta alla superficie è solo un’impressione di movimento. Preso nella spirale degli impegni, per esempio, ho dimenticato di segnalarvi a gennaio l’uscita del primo numero di una nuova rivista dedicata al futuro.

Il nome parla da sé: Futuri. La rivista nasce sotto l’egida dell’Italian Institute for the Future che ha base a Napoli, unFuturi_1-1 think tank che rappresenta una delle grandi novità del 2013 nel panorama desolato e deprimente della cultura italiana. E il nome del curatore è una garanzia per chiunque si interessi di fantascienza: Roberto Paura. Futuri, che può essere acquistata in edizione cartacea a 4,90 euro più spese di spedizione oppure scaricata in PDF a 2,99 euro, nella migliore tradizione delle riviste anglosassoni dedicate all’analisi tecnologica dedica anche una sezione alla narrativa, che in questo primo numero ospita un mio racconto: Esilio dalla Noosfera, già pubblicato sulle pagine di Next con il titolo Stazione delle maree, rappresenta un aggiornamento di quel racconto e propone — sullo sfondo di una civiltà interstellare — appunto una riflessione sul progresso, l’impatto della tecnologia e i rapporti tra società poste su livelli alterni della scala di Kardashev. Se avete bisogno di rinfrescarvi la memoria, non posso fare di meglio che rimandarvi alle pagine dello Strano Attrattore, cominciando la navigazione da questo vecchio post, dimenticato nel tempo, come lacrime nella pioggia…

Nel frattempo, tornando seri, non posso fare a meno di segnalarvi l’ennesimo ottimo risultato raccolto dal collettivo connettivista ai Premi Italia. Numerose le nomination che ci hanno portato in finale, in alcune categorie con più di una candidatura, a testimonianza di quanto bene riusciamo ancora a fare, malgrado il peso degli anni cominci a farsi sentire. La scorsa settimana sono riuscito a mettere on-line tutte le opere finaliste, affinché chiunque abbia diritto al voto  e voglia farsi un’idea possa crearsela di prima mano: la pagina di riferimento per iniziare l’esplorazione è su Next Station. Quest’anno, in effetti, il connettivismo compirà dieci anni, e anche per questa ricorrenza è in preparazione qualche sorpresa che spero sappia soddisfare anche i palati più esigenti.

Sulle_ali_della_notte_mE per finire la novità più recente, che mi riguarda ancor più da vicino. S’intitola Sulle ali della notte, è edito dalla label Delos Digital nella nuova collana elettronica Robotica.it ed è il mio nuovo e-book. Si tratta di un racconto di poco meno di 30 cartelle, che tuttavia racchiude una storia che mi piace poter definire di ampio respiro. In effetti molte delle cose che scrivo si avvicinano al concetto di condensed novel che mi sono creato nella testa grazie a J.G. Ballard, e questo è uno dei lavori più densi su cui mi sia mai cimentato. Chi vuole può leggerlo come lavoro a sé stante: è un mix di spy fiction e techno-thriller che spero non deluderà gli amanti del genere. Chi ha apprezzato Sezione π², potrà invece leggerlo come una sorta di spin-off dell’universo della Pi-Quadro. Cito dalla presentazione su Fantascienza.com:

In prima linea della difesa della grande madre Russia, alla fine del secolo, c’è un corpo di polizia segreto: l’Unità 901. Sono gli psicomanti, e sono gli esecutori del Programma Ali nella Notte: possono leggere completamente i pensieri delle persone, conoscere ogni segreto, ogni ricordo. C’è solo un’unica condizione per poter effettuare questa scansione: l’obiettivo deve essere un cadavere, e deve essere morto da non più di qualche minuto.

Kryuchkov è un agente dell’unità 901. Lo è stato, lo sarà, lo sarà di nuovo. Nel vortice dei giochi di potere le fortune fioriscono e decadono a ogni stagione. Resta solo una certezza: il suo giuramento di difendere la Velikaja Rossija.

Abbastanza intuitivamente gli psicomanti altro non sono che la versione made in Russia dei necromanti di Briganti & Co. E coloro i quali dovessero proprio sentire nostalgia della Pi-Quadro potranno infine leggere Sulle ali della notte come un teaser. Perché Briganti e la sua Sezione si apprestano a tornare in pista e arriveranno nella vostra edicola di fiducia prima di quanto possiate immaginare. Non state in pensiero, ne riparleremo. E se nel frattempo vi va di farvi la bocca, sapete come ingannare l’attesa…

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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