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“Io non voglio ucciderti… tu mi completi!”

Spiega il Joker a Batman ne Il Cavaliere Oscuro, nell’ultima interpretazione di Heath Ledger. E se ti ammazzo, insiste, poi “che faccio senza di te? Torno a fregare i trafficanti mafiosi?” Uno spreco di talento, di risorse, di genio, da parte di uno che sa di essere “in anticipo sul percorso“. Un profeta, nel senso biblico del termine di “colui che annuncia”, e la verità che è venuto ad annunciare a Gotham City è di quelle in grado di minare gli equilibri perbenisti di una società che si vuole progredita, robusta e solida, ma che in realtà sotto la superficie di una maschera fragile come cristallo nasconde sempre la stessa, vecchia natura: “L’unico modo sensato di vivere è senza regole“.

Il Joker di Christopher Nolan non si accontenta di rivelarlo, perché la rivelazione è solo una parte del processo di presa di coscienza, e lui è qui invece anche per offrire la dimostrazione provata di questa verità: “Stasera tu infrangerai la tua unica regola“. Detto fatto: il Cavaliere Oscuro si ritrova così ripudiato dalla stessa città per cui ha messo in pericolo la vita sua e dei suoi cari, per cui ha rinunciato a una vita normale abbracciando la via di una giustizia fin troppo personale, come lui per primo è costretto a riconoscere, scambiando la propria damnatio memoriae per l’apologia di Harvey Dent. La verità è che ci sono tante verità che si annidano nel mezzo, tra le crepe che attraversano tutte le cose, e se non trovi il modo per domarle, le ombre prima o poi saltano fuori e ti sbranano.

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se… le prendessi! Ecco, io… agisco e basta. La mafia ha dei piani. La polizia ha dei piani. Gordon ha dei piani. Loro sono degli opportunisti. Opportunisti che cercano di controllare i loro piccoli mondi. Io non sono un opportunista. Io cerco di dimostrare agli opportunisti quanto siano patetici, i loro tentativi di controllare le cose. Quindi, quando dico… vieni qui. Quando dico che con te e la tua ragazza non c’era niente di personale, capisci che ti dico la verità. [libera un braccio di Due Facce] Sono gli opportunisti… che ti hanno messo dove sei. Anche tu eri un opportunista. Avevi dei piani. E guarda dove ti hanno portato. [libera l’altro braccio di Due Facce e questo tenta di attaccarlo, ma lui riesce a tenerlo fermo] Io ho solo fatto quello che so fare meglio: ho preso il tuo bel piano e l’ho ribaltato contro di te! Guarda cosa ho fatto a questa città con qualche bidone di benzina e un paio di pallottole. Hmm? Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno “secondo i piani”… anche se i piani sono mostruosi. Se domani dico alla stampa che un teppista da strapazzo verrà ammazzato o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo piccolo sindaco morirà… allora tutti perdono la testa! [tira fuori una pistola] Se introduci un po’ di anarchia… [carica la pistola facendola prendere in mano a Due Facce] se stravolgi l’ordine prestabilito… tutto diventa improvvisamente caos. [si fa puntare la pistola sulla fronte] Sono un agente del caos. Ah, e sai qual è il bello del caos? È equo.”

Il monologo di Joker a beneficio di Dent, propedeutico alla sua trasformazione in Due Facce, è da manuale e prelude alla massima, a sua volta ancor più memorabile perché fulminante, con cui si congederà da Batman: “[…] la follia, come sai, è come la gravità: basta solo una piccola spinta“. Battute folgoranti, brillanti, in linea con un personaggio che è da sempre la quintessenza della follia dilagante, un mix di disagio metropolitano e istinto animale, attitudine innata alla violenza e reazione incontrollata ai soprusi della società, che non fanno rimpiangere la performance istrionica di Jack Nicholson, nel classico di Tim Burton che di certo non lesinava scene madri o battute da mandare a memoria (“Dimmi bambino, tu danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?“, per citare solo la più nota).

Dopo essersi misurato con la portata del contro-piano di Joker, all’uomo-pipistrello di Nolan non resta che una cosa per disinnescarne gli effetti: realizzare la profezia della sua nemesi, infrangere la sua unica regola e tradire la verità. Ma è il prezzo da pagare per salvaguardare la parte sana della società.

A quel punto è il suo turno di formulare un sinistro presagio, all’indirizzo dell’ispettore Gordon, da poco promosso commissario: “Tu mi darai la caccia. Mi condannerai, mi sguinzaglierai dietro i cani. Perché è quello che deve succedere. Perché a volte, la verità non basta. A volte la gente merita di più. A volte la gente ha bisogno che la propria fiducia venga ricompensata“.

E lo stesso Gordon deve riconoscere che Batman è l’eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perché lui può sopportarlo. Perché lui non è un eroe. È un guardiano silenzioso che vigila su Gotham. Un cavaliere oscuro“, in uno dei finali più epici degli ultimi decenni.

Un crescendo che ci spinge direttamente nei territori del mito. Perché il cinema è mitopoiesi, è creazione di miti, fucina di immaginario, anche quando l’immaginario già esiste come quello dei fumetti e tu lo riprendi e manipoli, lo plasmi e lo rielabori in una forma nuova, capace di fare qualcosa che il fumetto forse non sarebbe mai riuscito a fare, o magari sì, ma in maniera diversa. La lezione di Sam Hamm (coadiuvato da Warren Skaaren) è lì a indicare la strada. I risultati conseguiti da Christopher e Jonathan Nolan lo ribadiscono. Perché allora non ritroviamo niente di tutto questo nell’attesissimo, premiatissimo e osannatissimo Joker di Todd Phillips? E sì che il suo sceneggiatore, Scott Silver, come dimostrano 8 Mile e The Fighter, non è l’ultimo arrivato. Eppure l’esito tradisce le mie già basse aspettative, crogiolandosi in un piagnisteo disarmante, che gira in tondo per quasi due ore perdendosi tra angherie gratuite e colpi di scena telefonati, per risolversi infine in un’esplosione di violenza fine a se stessa come tutto ciò che le ha preparato la strada.

Non esiste tensione in Joker e la prova superba di Joaquin Phoenix rimane un saggio di virtuosismo in un deserto di idee. La contrapposizione all’ordine costituito, la negazione delle regole, l’emersione del caos, che sono gli ingredienti del successo del personaggio, qui si sciolgono in una banale adesione alle leggi stesse della società che il personaggio dovrebbe invece contrastare. E il finale, pur girato benissimo (e con ogni probabilità reso migliore di quello che è dalle note di White Room), non ha nulla della carica dirompente, anarchica e nichilista allo stesso tempo, di un Fight Club, per intenderci.

Avendone letto praticamente solo commenti compresi nello spettro tra la soddisfazione e l’entusiasmo, posso sicuramente sbagliare, ma indulgerò nell’errore azzardando a mia volta una piccola profezia: passata l’ubriacatura della visione, sedimentata l’adrenalina di una resa stilistica imponente, non resteranno che le scorie di una visione dimenticabile, che forse in molti preferiranno rimuovere.

Ci sarebbero stati mille modi per rendere giustizia al personaggio e tirarne fuori una storia rilevante, per esempio bilanciando il punto di vista del Joker con quello di altri personaggi, non necessariamente positivi, ma calati in una dimensione di faticosa normalità, che poi è la dimensione che quotidianamente tutti noi siamo costretti ad affrontare, a sostenere, a vivere. Si sarebbe potuto scegliere per esempio di fornire una voce agli sbirri di Gotham Central: erano già pronti, bastava andarli a prendere dai fumetti di Greg Rucka e Ed Brubaker, eppure nella pellicola fanno appena in tempo ad affacciarsi. Oppure Phillips e Silver avrebbero potuto fare della vicina di casa di cui Arthur s’invaghisce un personaggio reale, donandole qualcosa di più della consistenza rarefatta di uno spettro che si aggira smarrito per la casa infestata che è la testa di Fleck (e poi, dico, hai Zazie Beetz… dalle una parte che sia alla sua altezza!). Invece in Joker non accade purtroppo niente di tutto questo.

Joker è un film monodimensionale, che rifugge intenzionalmente la complessità e cerca rifugio nella placida comfort zone della convenzionalità. Nella pellicola di Phillips, la verità che Arthur Fleck sia uno squilibrato non viene mai messa in discussione. E di conseguenza neanche per un istante si è portati a pensare che la prospettiva nichilista di cui si fa portatore possa avere una sia pur minima ragion d’essere che esuli dalla semplice reazione. Nemmeno condividendo lo stesso disagio del protagonista. Siamo lontani anni luce dai dilemmi morali di Nolan, dal nichilismo nietzscheano di Chuck Palahniuk e David Fincher. Qui il tutto si riduce a un’insensata detonazione di follia in grado di catalizzare altre follie private, in un’orgia onanista che non risparmia nessuno, tranne il piccolo Bruce Wayne, l’unico a non venire intaccato dalla pazzia dilagante.

Batman forse può sopportarlo. Ma lui è un “un guardiano silenzioso che vigila su Gotham“.

Io no.

[Foto tratte da Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan (2008), Batman di Tim Burton (1989) e Joker di Todd Phillips (2019). Citazioni da Wikipedia.]

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Puntate precedenti:

Immaginate adesso una Gran Bretagna futura in cui un movimento settario e segregazionista ha stabilito un nuovo ordine e l’Inghilterra, nel miraggio degli antichi fasti imperiali, si è chiusa su se stessa in un regime isolazionista ossessionato dal controllo. Non è 1984 di George Orwell, né I figli degli uomini di Alfonso Cuarón (tratto dal romanzo omonimo di P. D. James), anche se con entrambe queste opere intrattiene un discorso fatto di rimandi ed echi.

Potrebbe essere l’Inghilterra post-Brexit, l’inganno dell’UKIP che per certi versi richiama proprio quest’opera, che invece è uno dei vertici della letteratura inglese degli anni ‘80, un graphic novel scritto da Alan Moore e disegnato da David Lloyd: V for Vendetta. La famosa maschera di Anonymous è da qui che arriva, ripresa a sua volta dalla commemorazione della congiura delle polveri con cui ogni anno i bambini del Regno Unito celebrano la ricorrenza il 5 novembre, in ricordo dell’attentato ordito nel 1605 da Guy Fawkes e dai suoi complici cattolici contro re Giacomo I e il parlamento inglese. Un cospiratore, quindi, cattolico, monarchico.

Remember, remember,
the Fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I don’t know the reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot!

Moore capovolge tutti gli stereotipi, come avrebbe poi continuato a fare con i supereroi in pensione di Watchmen (memorabilmente trasposti al cinema da Zack Snyder) e in innumerevoli altri lavori, e ci regala un antieroe mascherato di cui fino all’ultima pagina ignoreremo ogni dettaglio del suo passato, quasi sia solo una visione della co-protagonista Evey Hammond (mirabilmente interpretata da Natalie Portman nel film di James McTeigue del 2005), uno spettro, un’ossessione. O magari un egregore.

Pubblicato originariamente a puntate sulle pagine della rivista britannica di fumetti Warrior, V for Vendetta riscosse all’inizio poco successo e solo col tempo è giunto a conquistarsi una fama all’altezza dei suoi meriti e delle ambizioni dei suoi autori. In uno dei saggi che ne accompagnarono la pubblicazione, “Behind the Painted Smile”, Alan Moore compila una lista degli ingredienti di questa esplosiva miscela di anarchismo e poesia, di slancio rivoluzionario e fantasia:

OrwellHuxleyThomas DischJudge DreddHarlan Ellison‘s “Repent, Harlequin!” Said the TicktockmanCatman and The Prowler in the City at the Edge of the World by the same author. Vincent Price‘s Dr. Phibes and Theatre of BloodDavid BowieThe ShadowNight RavenBatmanFahrenheit 451. The writings of the New Worlds school of science fiction. Max Ernst‘s painting “Europe After the Rain“. Thomas Pynchon. The atmosphere of British Second World War filmsThe PrisonerRobin HoodDick Turpin

Quante vecchie conoscenze per i lettori di queste pagine!

La già citata trasposizione cinematografica di V per Vendetta è interessante perché ci permette di parlare di come agiscono alcuni simboli entrati nel nostro immaginario condiviso. La maschera di Guy Fawkes è uno dei casi più recenti ed eclatanti, visto che dopo il successo del film è stata adottata sia dai componenti di Anonymous per le sue uscite pubbliche che da alcuni movimenti politici. Quanti dei seguaci di questi ultimi sanno da dove arriva? Quanti di loro sono consapevoli dell’idealismo anarchico che ispira le azioni di V? Nel dubbio, l’invito a tutti è di rileggersi il fumetto di Alan Moore, che ci dimostra senza esitazioni quanto adulto e profondo possa essere un fumetto di genere, quanto efficace e rivoluzionaria possa essere un’opera di fantascienza nata come un prodotto popolare, rigettato all’inizio del pubblico come un’opera troppo cerebrale e poi riscoperta nel giro di qualche anno come un’autentica pietra miliare dell’immaginario del secolo scorso.

La dittatura neofascista rappresentata da Moore e Lloyd, le marce del Fuoco Norreno, le adunate del partito, lo stato di polizia che schiaccia sotto il suo tallone le vite private dei suoi cittadini, regalano oggi brividi di inquietudine che si fanno tanto più intensi e minacciosi quanto più si avvicina il 29 marzo 2019.

“Nel 1986 fui la protagonista di Le pianure di sale. Conquistò molti premi, ma non il pubblico. Conobbi Ruth lavorando su quel film. Ci amavamo. Vivevamo insieme, e il giorno di San Valentino mi mandava le rose e, Dio mio, quante cose avevamo. Furono i tre anni migliori della mia vita. Nel 1988 ci fu la guerra… e dopo la guerra non ci furono più rose. Per nessuno”.

Se è vero, come ebbe a dire Marx, che “la storia si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”, almeno il fumetto era riuscito finora a risparmiarci la prima. Peccato che la farsa, i cui meriti sono da ricercarsi altrove, stia facendo il possibile per sopperire.

[4 – Fine]

Puntate precedenti:

Nel 1957 lo sceneggiatore Héctor Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López portano sulle pagine della rivista argentina Hora Cero Suplemento Semanal uno dei più incisivi e indimenticabili personaggi nella storia del fumetto: L’Eternauta.

Un giorno imprecisato nella seconda metà del XX secolo, a Buenos Aires, nello studio di uno sceneggiatore di fumetti si manifesta un uomo che si presenta come Khruner, ovvero «il vagabondo dell’infinito», che vaga da secoli alla ricerca della sua epoca e del suo mondo perduti. Tutto ebbe inizio con una nevicata mortale, che decimò la popolazione preparando la strada all’invasione. L’invasore di cui parla questo impossibile reduce del tempo è una spietata civiltà aliena, che ha già sottomesso innumerevoli razze quando prende di mira la Terra. I governi e gli eserciti terrestri organizzano una velleitaria resistenza: riuniscono la popolazione e cercano di opporsi all’avanzata aliena. Khruner e i suoi amici sopravvissuti raggiungono uno di questi punti di raccolta, el Monumental (lo stadio del River Plate) ma trovano ad attenderli un’amara sorpresa: gli alieni hanno assoggettato gli umani attraverso una forma di controllo mentale, trasformandoli in “uomini-robot”, del tutto privi di volontà, e li hanno aggregati alle loro armate.

Gli uomini-robot e gli invasori tenderanno molte trappole ai protagonisti finché questi riusciranno a introdursi nell’astronave-madre, dove Khruner azionerà involontariamente una macchina del tempo, dando inizio al suo vagabondaggio tra gli infiniti universi paralleli del continuum. L’opera, riscritta da Oesterheld nel 1969 enfatizzandone tanto i riferimenti politici quanto la violenza, ridisegnata con uno stile evocativo da Alberto Breccia (che insieme a suo figlio Enrique aveva collaborato l’anno prima con Oestrheld a La vita del Che, le cui tavole originali in patria furono sequestrate e bruciate), dispiega tutta la sua ambizione e la sua profondità profetica nel momento in cui il vagabondo dell’infinito rivela che il mondo da cui proviene è lo stesso in cui il fumettista vive, la stessa Buenos Aires in cui tutto ebbe inizio, e che alla nevicata fatale mancano solo quattro anni.

Impossibile non leggere negli uomini-robot e nei kol una rappresentazione delle varie forme di collaborazionismo in cui può essere declinata la connivenza con un regime totalitario, così com’è fin troppo immediato il parallelo tra l’invasione e il fascismo. Oesterheld, da sempre attestato su posizioni anti-imperialiste, si unirà ai Montoneros nella resistenza contro il regime militare ed entrerà purtroppo nel triste novero dei desaparecidos del Processo di Riorganizzazione Nazionale. Il suo è uno dei destini più atroci che si possano immaginare per un uomo: quando fu prelevato dalle autorità il 21 aprile del 1977, aveva ormai già assistito al martirio della sua famiglia: a partire dal giugno del 1976, infatti, tutte e quattro le sue figlie (di cui una incinta) erano state uccise o rapite dagli squadroni della morte al servizio del regime.

Sempre durante la violenta repressione della guerra sucia, sotto una dittatura che potrebbe essere quella cilena di Pinochet o quella argentina di Videla o Galtieri, è ambientato Perramus, di Juan Sasturain e Alberto Breccia. L’opera risale al 1985 ed è impossibile non pensare alla vicenda umana di Oesterheld mentre leggiamo la storia di Perramus, l’uomo senza nome e senza memoria che decide di farsi chiamare come una nota marca di impermeabili e finisce coinvolto nelle avventure più improbabili, incrociando il suo destino con quello di personaggi famosi. Perramus per esempio s’imbatte in un gigante della letteratura mondiale come Jorge Luis Borges, ucronicamente reduce dall’assegnazione del premio Nobel a Stoccolma, dove nel suo discorso ha pronunciato queste parole: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case”. Non è azzardato leggere questa riscrittura del personaggio come una critica neanche troppo velata, dal momento che se nel nostro mondo Borges non raggiunse mai il massimo riconoscimento per la letteratura, che pure avrebbe meritato, in tanti credono che la causa principale fu proprio la sua mancata presa di distanza dai crimini del regime argentino.

Come l’Eternauta, Perramus meriterebbe un articolo dedicato, e non un articolo qualsiasi (come i due che pure ho già scritto e che potete leggere sul vecchio Strano Attrattore, per l’esattezza qui e qui), ma una disamina accurata, capace di scavare a fondo nei suoi sottotesti simbolici, nei suoi rimandi alla storia argentina, nei suoi slanci immaginifici e nelle sue meravigliose invenzioni. La nascita del personaggio da sola si svolge in una dimensione onirica ammantata da un’aura mitologica, con una sequenza di tavole memorabile per resa espressiva: l’arrivo, in una notte di luna piena, di uno squadrone della morte – i loro volti trasfigurati in teschi spettrali nelle tenebre – presso il covo di un gruppo di dissidenti politici, la vile fuga del protagonista che abbandona i compagni al loro destino, il suo approdo in una locanda emblematicamente chiamata Aleph, dove gli viene fornita da tre prostitute la soluzione ai propri sensi di colpa… a scelta tra il piacere di Maria, la fortuna di Rosa e l’oblio di Margarita. La sua preferenza cade su quest’ultima e, abbandonata ogni reminiscenza della propria vita trascorsa, al risveglio l’uomo che non ha più un nome dovrà cercare di ricostruirsi un’identità e una personalità, mentre il mondo intorno a lui prosegue a spron battuto sul cammino che porta al caos e alla dissoluzione.

La sua ricerca di se stesso – un nuovo se stesso – transita per la raccolta di frammenti altrui, simboleggiati dai vestiti abbandonati nella camera di Margarita dai suoi precedenti clienti: un marinaio svedese, un capitano scozzese, un clandestino argentino. Prelevato dai servitori del regime dei Marescialli, l’uomo che viene battezzato Perramus dal nome del suo soprabito viene imbarcato su un bastimento per occuparsi dell’eliminazione dei corpi, nella tragica evocazione dei peggiori sistemi riservati dalla dittatura ai desaparecidos. A bordo incontra Canelones e azzarda con questi un ammutinamento che li porta per la prima volta sull’isola di Mr. Whitesnow, una nazione strategica in cerca di emancipazione dal Regime dei Marescialli. E qui la storia si fa prima tragicomica e quindi farsesca, con Perramus che si procura l’identità fittizia di un pugile americano degli anni ‘30 e Canelones che lo trascina in avventure goderecce in giro per l’isola. Nel gioco allegorico di Breccia, i funzionari della dittatura di Mr. Whitesnow assumono tratti scimmieschi e statura da nani: evidentemente non meritano l’aspetto spettrale e cadaverico dei servitori dei Marescialli, e forse incarnano in chiave farsesca la banalità del potere in contrapposizione alla più autentica espressione del male.

Le linee guida che verranno poi confermate nel prosieguo della serie si trovano già definite qui: la satira spietata verso il potere in tutte le sue manifestazioni, la denuncia della repressione in tutte le sue forme, lo smascheramento di presunte forme di libertà che nascondono l’essenza della schiavitù e dell’oppressione, gli sforzi tesi al recupero della memoria. I toni dell’opera oscillano tra il registro della tragedia e quello della commedia (“Il problema non è la merda! Al contrario, è la soluzione!”), e toccano vette insuperate di efficacia proprio nelle pagine più grottesche e assurde, come quando, approdato con i suoi compagni di avventure su un’isola che basa la sua precaria economia sullo sfruttamento del guano, Perramus si trova davanti a una popolazione stremata, in trepidante attesa per una sospirata pioggia di escrementi di volatili che giunga a risollevare l’economia stagnante del loro paese. Ricorda qualcosa?

Le pagine che vedono l’intervento di Borges sono altrettanto indimenticabili. Lo scambio di battute che ha luogo in occasione del loro primo incontro è già tutto un programma:

Borges: «Lei porta un nome eccessivo, Signor Perramus. Evocatore di latini e di magia.»
Perramus: «Io non sono altro che questo nome.»
Borges: «Frase un po’ troppo letteraria, se mi permette.»
Perramus: «Mi spiace, ma tutta la mia vita è un racconto fantastico.»
Borges: «Questa è ancora peggio. La realtà è un’invenzione fantastica. La storia stessa lo è…»

E più avanti, in un momento cruciale della terza parte, lo scambio si tinge del tono paradossale che impregna tutta l’opera:

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

Di avventura in avventura, Perramus si conferma nel ruolo di erede del Vagabondo dell’Infinito: insieme affrontano la condizione dell’espatriato, la perdita delle radici, il recupero della memoria, in un universo che è esso stesso la negazione delle radici, della memoria, della libertà, schiacciato sotto il tallone di ferro della dittatura militare.

Tra enigmi e riflessioni filosofiche, la legge del contrappasso si fonde con l’eterno ritorno e i cicli storici del destino. Nella prima avventura, per esempio, Perramus decodifica il messaggio per la Resistenza, ottiene la libertà dei suoi amici, ma un’indicazione sbagliata lo riporta all’Aleph e a Margarita, ovvero il punto da cui tutto è iniziato.

Margarita: «Cosa vuoi adesso?»
Perramus: «Ciò che ho perso: voglio conoscere il mio passato.»
Margarita: «Perramus, ciò che hai vissuto è davanti a te, non puoi ricordare ciò che succederà. È giusto così.»

Perramus, l’uomo senza memoria, si ritrova a fare i conti con il futuro, con l’unico impegno di “essere fedele al desiderio”. E le sue peripezie per il mondo possono riprendere.

[3 – Continua]

Puntate precedenti:

Nel 1963 Stan Lee (figlio di immigrati ebrei originari della Romania) e Jack Kirby (figlio di immigrati ebrei provenienti dall’Austria) creano per la Marvel la prima saga di mutanti nella storia del fumetto: gli X-Men. Da subito vengono affrontati temi come la diversità e l’accettazione, con una duplice contrapposizione: degli umani «normali» contro i mutanti, visti come delle aberrazioni e dei pericoli, e all’interno della stessa comunità dei mutanti tra due fazioni: una capeggiata dal Professor Xavier (che nella saga cinematografica ha le familiari sembianze di Patrick Stewart), scienziato, filantropo e potente telepate, che ha dedicato la sua vita all’addestramento dei mutanti nell’uso responsabile dei propri poteri; e l’altra capeggiata invece da Magneto (Ian McKellen), un mutante capace di controllare i campi magnetici e quindi esercitare una forza a distanza su qualsiasi oggetto metallico, ma soprattutto un ebreo rastrellato con la famiglia dal ghetto di Varsavia e sopravvissuto ad Auschwitz, dove ha visto morire i suoi genitori.

L’esperienza del campo di concentramento ha profondamente segnato Magneto, che non nutre nessuna fiducia nel genere umano, così quando gli scienziati isolano il gene-X responsabile della mutazione dell’Homo Sapiens in Homo Sapiens Superior si mette alla testa di una fazione di mutanti intenzionata a non scendere in nessun modo a patti con il genere umano e a combattere la discriminazione ad armi pari, dalla posizione di vantaggio dei poteri che la mutazione ha conferito agli X-Men.

Vale la pena sottolineare che il 1963 è l’anno in cui viene ucciso John F. Kennedy, il cui programma politico all’insegna della Nuova Frontiera (le frontiere dello spazio, della scienza e del progresso) non aveva messo in secondo piano le politiche di integrazione, specialmente al Sud, dove malgrado la forte opposizione della popolazione bianca aveva sostenuto leggi a favore dell’istruzione e contro la discriminazione razziale: nei luoghi pubblici, nelle forze armate e negli istituti pubblici e privati, ma soprattutto nelle scuole.

In quegli stessi anni il movimento per i diritti civili si trovava esso stesso dilaniato al suo interno tra le posizioni più dialoganti di Martin Luther King (premio Nobel per la pace nel 1964), che predicava la non violenza e la possibilità di una convivenza pacifica all’interno della stessa nazione, e l’intransigenza dei seguaci della Nazione Islamica e di Malcolm X, che segue una parabola del tutto simile a quella di Magneto, dalle posizioni oltranziste e anche di contrapposizione violenta degli inizi a un più ampio impegno in difesa dei diritti civili.

Andando avanti, tra periodi di crisi e di ripresa, soprattutto sotto la cura di Chris Claremont (immigrato inglese negli USA) gli X-Men diventeranno una delle serie dell’universo Marvel con il maggior seguito tra gli appassionati, anticipando sia l’evoluzione del fumetto verso storie dalla struttura orizzontale complessa (del tutto simile alla rivoluzione avvenuta nella televisione negli ultimi vent’anni), sia misure discriminatorie riprese anche in altre saghe parallele, per esempio la Civil War, con i vari Mutant e Super-Human Registration Act, che echeggiano le drammatiche leggi speciali emanate dall’Amministrazione Bush dopo l’11 settembre, in particolare il famigerato USA PATRIOT Act.

Alzando il punto di vista, vediamo entrare nell’inquadratura gli altri supereroi Marvel, alle prese con l’America post-11 settembre: Spider-Man, Capitan America, Iron Man, la Vedova Nera diventano i portavoce non del governo, ma dei sentimenti del popolo: sconforto, frustrazione, impotenza, ma senza mai dimenticare i valori più alti su cui la nazione fu costruita: la giustizia, la libertà. Come quarant’anni prima era capitato agli X-Men, divisi davanti alle discriminazioni dell’America, anche loro si dividono in fazioni: chi accetta di seguire la linea governativa e continua a collaborare con lo S.H.I.E.L.D. (Iron Man, Mr. Fantastic, il clone di Thor, inizialmente Spiderman e la Vedova Nera), chi se ne dissocia (i Vendicatori Segreti di Capitan America: The Punisher, Pantera Nera, Wolverine, la Torcia Umana, la Donna Invisibile), e chi finisce per barcamenarsi nel mezzo.

[2 – Continua]

The Shadow in una illustrazione di Francesco Francavilla.

Tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del Novecento, in piena Depressione, negli Stati Uniti esplode un settore destinato a sconvolgere le dinamiche dell’intrattenimento di massa: il fumetto. Per una nazione avviata a diventare grande e per questo bisognosa di miti come gli USA dell’epoca, il fumetto rappresenta un serbatoio inesauribile, in cui la creatività magmatica di autori e artisti si può sbizzarrire per creare i miti dell’America di domani. Sono gli anni di Buck Rogers (1928), Dick Tracy (1931), Flash Gordon (1934), che sviluppano trame fantascientifiche o poliziesche in un dialogo continuativo e proficuo con le riviste pulp dell’epoca.

Riviste di fumetti e narrativa vendute per 10 centesimi (e per questo i romanzi a editi anche a puntate in queste pubblicazioni venivano chiamati dime novels) raggiungono un pubblico sempre più ampio, soprattutto tra i più giovani: tra gli studenti, ma poi anche i militari impegnati nella Seconda Guerra Mondiale, diventano le pubblicazioni più vendute. Qui fanno la loro comparsa eroi come The Shadow o The Spider. Sono spesso riviste scritte e disegnate da autori e artisti giovanissimi, non di rado figli di immigrati o immigrati loro stessi (ebrei soprattutto, ma anche italiani, slavi, polacchi).

Una giovane coppia di artisti ebrei, Jerry Siegel e Joe Shuster, appassionati di fantascienza, nel 1934 ha un’idea con tutte le carte in regola per rivoluzionare il settore. E come tutte le grandi idee, viene rigettata da tutti gli editori a cui viene proposta, fino al 1938, quando il personaggio viene accettato dalla neonata rivista Action Comics che nel primo numero ospiterà la prima avventura di questo nuovo supereroe: Superman. Superman incarna la quintessenza del supereroe, di cui andrà a rimpiazzare tutti i modelli preesistenti, sostituendoli con una nuova idea: quella dell’eroe mascherato che non si limita più a vivere rutilanti avventure, ma si batte per un superiore ideale di giustizia. Non è un caso se riassume nella propria figura le caratteristiche di due personaggi mitologici tratti dalla tradizione classica e cristiana come Ercole e Sansone e al contempo presenta richiami alla tradizione ebraica, come l’arcangelo Metratron o il golem, il gigante di argilla animato dalla conoscenza segreta della Cabala per difendere il popolo ebraico dai suoi persecutori; né è un caso, viste le origini degli autori, che Superman sia sostanzialmente un immigrato clandestino, fuggito dal suo pianeta natale e disposto al sacrificio pur di farsi accettare nella sua nuova terra.

Proprio Superman segna l’entrata del fumetto nella sua Golden Age, ispirando un esercito di supereroi che va da Batman a Wonder Woman, dalle Lanterne Verdi a Flash (per DC Comics e il marchio associato All-American Comics), come pure i personaggi del marchio rivale Timely Comics (poi Marvel), la Torcia Umana e Capitan America. Durante la guerra tutti questi eroi s’impegnano in un modo o nell’altro, in storie ora più ispirate ora più banali, nella sconfitta del Male incarnato dal Nazismo. E i fumetti invadono il medium di massa per eccellenza dell’epoca: la radio. Celebri e popolarissime diventano le trasposizioni radiofoniche delle avventure dei supereroi, che impongono anche un cambio di registro e – date le esigenze comunicative del mezzo – l’introduzione di personaggi di supporto: è così che nasce Robin, per permettere a un personaggio come Batman, per lo più silenzioso e riflessivo (ovvero didascalico) nelle sue avventure a strisce, di vivere nel nuovo medium, permettendogli così di parlare con qualcuno.

Dopo la guerra il ruolo dei supereroi subisce un progressivo ridimensionamento: gli editori cominciano a chiedere sempre più storie western o romantiche, al più di fantascienza, e i supereroi entrano in una fase di popolarità calante. Come se non bastasse, sulla spinta del libro Seduction of the Innocent dello psichiatra Fredric Wertham, nel 1954 viene istituita la famigerata Comics Code Authority, un organo di censura a tutti gli effetti nato con l’intento di purificare il contenuto dei fumetti da messaggi ritenuti lesivi per la morale: niente più donne poco vestite, niente più violenza, stop agli attacchi all’autorità; e basta con tabacco, alcolici, coltelli, esplosivi o pin-up. Un attentato al concetto stesso di divertimento, ma anche un forte ostacolo allo sviluppo di storie complesse, a tutto vantaggio di storielle tanto innocue quanto insulse.

[1 – Continua]

L’invito di Quaderni d’Altri Tempi a partecipare con alcune segnalazioni alla lista degli imperdibili dell’anno che si conclude oggi mi offre il pretesto per condividere con voi una lista più ampia, che abbraccia tutto quello che ho visto e ho letto nel 2017 (sarei stato bravo a leggere tutto, ma ammetto che in alcuni casi si tratta di titoli che avrei voluto/dovuto leggere, ma ancora non sono riuscito a farlo… ma c’è tempo per rimediare!) e che porto con me nell’anno nuovo.

Se volete, nei commenti aggiungete pure le vostre segnalazioni: titolo, autore ed editore, con l’unico vincolo che si tratti di cose uscite nel corso dell’anno solare (prime edizioni o ristampe dopo una lunga assenza). A differenza di Quaderni, separerò le mie segnalazioni per canale. Quindi eccovi i miei consigli, in ordine sparso e del tutto casuale:

Letture

  1. Eymerich risorge, Valerio Evangelisti (Mondandori)
  2. Nottuario, Thomas Ligotti (Il Saggiatore) [ne abbiamo parlato approfonditamente, qui e su Quaderni]
  3. Le venti giornate di Torino, Giorgio De Maria (Frassinelli) [anche questo recensito]
  4. Autonomous, Annalee Newitz (Fanucci)
  5. La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead (Sur)
  6. Ucronia, Elena Di Fazio (Delos Books)
  7. Carnivori, Franci Conforti (Kipple Officina Libraria)
  8. Elysium, Jennifer Marie Brissett (Zona 42)
  9. Laguna, Nnedi Okorafor (Zona 42)
  10. New York 2140, Kim Stanley Robinson (Fanucci) [per ora solo brevemente qui]
  11. Il problema dei tre corpi, Cixin Liu (Mondadori)
  12. Inverso, William Gibson (Mondadori)
  13. Einstein perduto / Nova, Samuel R. Delany (Mondadori)
  14. Domani il mondo cambierà, Michael Swanwick (Mondadori)
  15. Sirene, Laura Pugno (Feltrinelli)
  16. Atlantide e i mondi perduti, Clark Ashton Smith (Mondadori)
  17. Lacerazioni, Anne-Sylvie Salzman (Hypnos)
  18. Entanglement, Vandana Singh (Future Fiction) [per ora solo brevemente qui]
  19. Jerusalem, Alan Moore (Rizzoli)
  20. Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood (Ponte alle Grazie)
  21. L’invenzione di Morel, Adolfo Bioy Casares (Sur)
  22. Universi paralleli, Roberto Paura (Cento Autori)
  23. Black Monday di Jonathan Hickman e Tomm Coker (Mondadori) [brevemente qui]
  24. Arcangelo di William Gibson (Magic Press) [brevemente qui]
  25. Nameless di Grant Morrison (Saldapress)
  26. Mio padre la rivoluzione, Davide Orecchio (Minimum Fax)
  27. Schiavi dell’Inferno, Clive Barker (Independent Legions Publishing)

Serie

  1. Taboo, di Tom Hardy, Edward “Chips” Hardy, Steven Knight (Scott Free Productions, Hardy Son & Baker
  2. Legion, di Noah Hawley (Marvel Television, FX Productions, 26 Keys Productions)
  3. Fargo, di Noah Hawley (FX Productions, The Littlefield Company, MGM Television)
  4. Mindhunter, di Joe Penhall (Denver and Delilah, Jen X Productions, Panic Pictures / No. 13)
  5. Twin Peaks – La serie evento, di Mark Frost e David Lynch (Rancho Rosa Partnership Production, Lynch/Frost Productions)
  6. Gomorra, di Giovanni Bianconi, Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi, Roberto Saviano (Sky, Cattleya, Fandango, LA7, Beta Film)
  7. Quarry, di Graham Gordy e Michael D. Fuller (HBO Entertainment, Anonymous Content, Night Sky Productions, One Olive)
  8. The Young Pope, di Paolo Sorrentino (Wildside, Haut et Court TV, Mediapro)
  9. Babylon Berlin, di Henk Handloegten, Tom Tykwer, Achim von Borries (X-Filme Creative Pool, Beta Film, Sky Deutschland, Degeto Film)

Cinema

  1. Arrival, regia di Denis Villeneuve, sceneggiatura di Eric Heisserer da un racconto di Ted Chiang (produzione Lava Bear Films, 21 Laps Entertainment, FilmNation Entertainment)
  2. The War – Il pianeta delle scimmie, regia di Matt Reeves, sceneggiatura di Mark Bomback e Matt Reeves (produzione Chernin Entertainment)
  3. Dunkirk, regia e sceneggiatura di Cristopher Nolan (produzione Syncopy Inc., RatPac-Dune Entertainment, Warner Bros. Pictures)
  4. Blade Runner 2049, regia di Denis Villeneuve, sceneggiatura di Hampton Fancher, Michael Green e Ridley Scott [non accreditato] (produzione Alcon Entertainment, Thunderbird Entertainment, Scott Free Productions) [ne abbiamo parlato diffusamente su Fantascienza.com, su Delos e qui, ma una delle cose migliori che ho letto sul film è apparsa ieri a firma di Luca Giudici]

Avvertenza. Questa lista è inevitabilmente parziale e viziata dalla mia prospettiva distorta: sicuramente ci sono numerosi altri titoli meritevoli di segnalazione che non vengono qui menzionati, perché passati sotto il mio radar oppure semplicemente perché le mie idiosincrasie non mi permettono di pronunciarmi prima di un’occhiata più approfondita. Ma per fortuna abbiamo tutto il futuro per rimediare. Intanto portiamoci questo nel 2018 e cercheremo di recuperare il resto.

Nathan_Never_300_coverIl numero 300 della serie dedicata all’Agente Speciale Alfa, in edicola dalla settimana scorsa, mi ha dato l’occasione per riprendere in mano un albo di Nathan Never a distanza di quasi un anno dall’ultimo. Se quella volta si era trattato di un vero e proprio revival, in questo caso è stata la ricorrenza del numero tondo, che anticipa di un mese il 25simo anniversario del primo numero, a imporre l’acquisto all’appassionato di vecchia data.

Da tempo, devo ammettere, ho un rapporto ambivalente verso la creatura di Medda, Serra e Vigna: all’affetto verso un’opera che ha segnato il mio personale cammino di scoperta della fantascienza – in particolar modo quella letteraria, grazie ai rimandi disseminati soprattutto nel primo centinaio di numeri e negli speciali – è subentrata col tempo una certa stanchezza, determinata dal progressivo e inesorabile scivolamento delle storie verso schemi sempre più ripetitivi e soprattutto distanti dalla frontiera “speculativa” del genere. In larga misura, credo che il mio allontanamento da Nathan Never sia stato un effetto della strategia perseguita dalla Bonelli per riconquistare un pubblico giovane – talvolta, mi azzarderei a dire, tentata anche con modi maldestri, laddove tavole sempre più povere, un character design ben al di sotto di un livello vagamente accettabile e storie senza mordente sembravano davvero rivolgersi a un pubblico senza pretese.

Di tanto in tanto mi è capitato in questi anni di prendere qualche volume, alla ricerca di una scintilla che ravvivasse l’antico interesse, ma il circuito purtroppo non si è mai chiuso. Stavolta, al di là della ricorrenza, c’è da dire che avevo un’altra validissima ragione per non lasciarmi sfuggire l’albo: il sodalizio tra Bepi Vigna (il più incline del trio dei creatori alle tematiche cyberpunk, da sempre nelle mie corde) e Roberto De Angelis (ex copertinista della serie e in assoluto il mio disegnatore preferito dell’Agente Alfa… provate Doppio futuro, il primo Gigante, per toccarne con mano la bravura). Proprio loro era la firma dietro la mia prima storia di Nathan Never, Vendetta Yakuza, inclusa nel primissimo Almanacco della Fantascienza. Così eccomi a parlarvi di Altri mondi, l’albo che segna lo storico traguardo del 300° numero per il nostro eroe.

La storia, in due battute, vede Nathan Never e Legs Weaver alle prese con un gruppo di hacker sospettati di un attacco terroristico che ha lasciato la Città al buio. In realtà dietro le loro azioni si nasconde una motivazione più profonda, legata a un esperimento scientifico che definire all’avanguardia sarebbe riduttivo. Altri mondi si inserisce nel solco delle storie da anniversario, che spesso hanno messo il protagonista di fronte alla fallacia delle apparenze e alla fragilità delle fondamenta del mondo percepito da lui e dal lettore: ricordiamone due tra le più belle, Il numero cento (della stessa coppia di autori) e Infiniti universi (con Michele Medda in cabina di regia al posto di Vigna). Si avvicina il numero 300 ai suoi predecessori? Purtroppo la risposta è negativa: la trama si regge su pretesti piuttosto deboli e in particolare indulge troppo – per i miei gusti – nella gabbia di scrittura collaudata dell’accademia Bonelli. L’intersezione tra l’indagine poliziesca e il risvolto metafisico-escatologico di questa trama è forse il vero punto critico di una storia che sembrava nascere con ben altre ambizioni.

In fin dei conti, a quanto mi risulta è la prima volta che vediamo trattato in un fumetto il paradigma olografico, ed è senz’altro un punto di merito che il primato tocchi a uno dei campioni del fumetto popolare italiano. Ma al di là di qualche nome ricalcato sui veri artefici della teoria (tra gli altri: Louis de BroglieDavid Bohm, Karl Pribram e Alain Aspect), il resto sono «spiegoni» un po’ generici buttati lì su un fondale letteralmente preso in prestito da Matrix. Quello dei prestiti/omaggi è sempre stato un tema controverso nei fumetti Bonelli (ma non solo): chi scrive li trova accettabili se finalizzati a veicolare idee  e concetti altrimenti difficili da far digerire al lettore, altrimenti tende a declassarli alla categoria del ricalco fine a se stesso. Purtroppo, malgrado la maestria di De Angelis esaltata dai colori di Francesca Piscitelli, sembra che intere sequenze non siano altro che il remake del kolossal delle Wachowskis. Considerato il potenziale di partenza e l’audacia mostrata da Vigna, è un peccato che lascia con l’amaro in bocca, perché alla fine della fiera sono pressoché certo che, distratto dalla magnificenza della messa in scena, difficilmente il seguace del fumetto troverà in queste tavole una qualche motivazione per grattare la superficie e approfondire gli spunti teorici diluiti nella trama. E il peccato è tanto più grave se si considera la voglia di osare, con un’apertura inedita alle frontiere della fisica teorica dalle pagine del fumetto popolare (e fonte di ulteriore stupore è che il fumetto prescelto sia stato Nathan Never anziché il ben più attento Martin Mystère).

Occasione sprecata, dunque? Forse non del tutto. Proprio oggi viene inaugurata in edicola una nuova miniserie dedicata all’Agente Speciale Alfa, sotto la firma proprio del duo Vigna/De Angelis: come annuncia il curatore Glauco Guardigli, Nathan Never Annozero nasce da un’idea del co-creatore e consiste nella riscrittura delle “origini” del personaggio, apportando il valore aggiunto di nuovi dettagli e diversi punti di vista. Se in questo venticinquennale delle avventure di Nathan Never si deciderà di puntare sul salto di qualità, ridando al personaggio la maturità e lo spessore sacrificati nel tempo, allora questo numero 300 sarà stato un buon assaggio in attesa della portata principale. Altrimenti rimarrà una parentesi tutto sommato gradevole ma non particolarmente soddisfacente nella vita di un personaggio in crisi di credibilità, in una serie inesorabilmente avviata sul viale del tramonto.

Nathan_Never_Magazine_2015_coverDopo 22 anni di onorato servizio e altrettanti albi, l’Almanacco della Fantascienza si congeda dai lettori e lascia spazio al nuovo arrivato in casa Bonelli: Nathan Never Magazine. Le pagine sono ancora 176, ma in linea con il restyling delle altre testate annuali (avventura, western, horror) la rivista perde la sua elegante carta lucida. In compenso si presenta interamente a colori, anche nelle storie a fumetti che avevano mantenuto il tradizionale bianco e nero delle origini.

Cambia anche la formula. Un po’ è un peccato non trovare più le tradizionali panoramiche di apertura sull’annata fantascientifica nei libri, al cinema e in TV, con divagazioni sui fumetti e i videogiochi. Le tradizionali 30 pagine di apertura si ritrovano condensate nella metà dello spazio, frammentate nel doppio delle rubriche: schermo, fumetti, carta, viaggio (!), TV e gioco. Lettura agile e veloce, ma inevitabilmente parziale. Non possiamo più parlare di panoramica dell’annata, ma a tutti gli effetti di un estratto che risponde al gusto e alla discrezione dei redattori, e questo è un po’ un peccato, se ricordiamo le scoperte e i recuperi che invece la vecchia formula garantiva agli appassionati.

A recuperare profondità ci pensano però i quattro Sci-Fi Files, che prendono il posto dei dossier (negli ultimi anni solitamente tre per albo): Gianmaria Contro ripercorre le tappe storiche della fantascienza di marca militare, un tema piuttosto familiare ai lettori della prima ora di Nathan Never; Giuseppe Lippi perlustra l’ultima frontiera del cyberpunk, dedicando ampio spazio all’attività del movimento connettivista in un articolo accurato e informatissimo; Luca Barbieri si concentra sulla morte in diretta, sul rapporto di controllo tra i mass media, l’individuo e la società (con almeno una omissione importante e inspiegabile, a mio avviso, ovvero il romanzo L’occhio insonne di David G. Compton, fonte del film La morte in diretta di Bertrand Tavernier da cui l’articolo prende in prestito il titolo); e infine Maurizio Colombo dedica il suo spazio alle minacce del sottosuolo. Va detto che gli articoli rasentano l’eccellenza, offrono abbondanza di consigli di lettura e di visione, e sono anche ben calibrati per quanto riguarda il mix dei media: ogni file offre, ove possibile, uno spaccato di film, libri, fumetti (e manga) e serie TV.

La nuova formula prevede inoltre una correlazione diretta tra gli Sci-Fi Files e i fumetti. L’albo ne include quattro, tre dei quali sono ripescaggi di storie apparse intorno alla metà degli anni ’90:

  • Lone Star, una storia inedita firmata da Giovanni Gualdoni (testi) e Dante Bastianoni (disegni): ambientazione inedita su un cantiere in orbita eliostazionaria (non si sa bene perché…), con una nave militare destinata allo smantellamento e il nostro Agente Alfa in missione sulle orme di una sua vecchia conoscenza (a quanto mi risulta, però, ignota ai lettori). Storia ben congegnata che cita Sunshine, e proprio come il film di Danny Boyle si presenta poco accurata sotto il profilo scientifico.
  • La danza delle luci blu di Michele Medda (testi) e Nicola Mari (disegni): un’avventura d’antan sul cyberspazio che contiene in embrione l’idea di Lost, ma non ha lo spazio per svilupparla a dovere. Risale al 1994.
  • La sfida di Bepi Vigna (testi) e Germano Bonazzi (disegni): una sfida di scacchi che cavalca le suggestioni degli incontri tra Deep Blue e il campione del mondo Garry Kasparov, con twist finale. Apparsa originariamente nel 1996 sul Nathan Never Speciale di quell’anno.
  • Colonie, ancora del duo Medda/Mari: pubblicato originariamente nel 1995, è a mio parere la storia migliore delle quattro. Una storia di frontiera, ambientata in un avamposto disperso in mezzo al Territorio, alle prese con centopiedi e poteri extrasensoriali (uno dei cavalli di battaglia del primo periodo di Nathan Never).

Inutile l’editoriale di Graziano Frediani. Ma per fortuna a vendere il volume ci penserà la spettacolare copertina di Giancarlo Olivares.

Quanto abbia significato per me l’Almanacco della Fantascienza ho già provato a raccontarvelo in altre occasioni e non mi piace essere ripetitivo. Vedermi citato nel primo numero di Nathan Never Magazine, proprio con Sandro Battisti (per altro fresco vincitore del Premio Urania) e gli altri scrittori che con noi hanno contribuito a dar forma al connettivismo e alla fantascienza post-cyberpunk italiana (Lukha B. Kremo, Dario Tonani, il due volte premio Urania Francesco Verso, e molti altri se ne potrebbero nominare), mi lascia con un senso di soddisfazione che faccio fatica a descrivere, ma che potete facilmente immaginare.

Il futuro, lo scriviamo ogni giorno.

Un uomo solo, nel silenzio dei suoi atti, mentre subisce la presenza tecnologica… Questa la stringata, essenziale presentazione da parte dell’editore (Stampa Alternativa) del volumetto che segna nel 1993 l’esordio ufficiale di Sandro Battisti, che 11 anni più tardi avrebbe dato un apporto determinante all’iniziazione del connettivismo, rivendicando di diritto un ruolo di primo piano nel panorama underground del fantastico italiano.

Il Gioco, a lungo creduto esaurito, vent’anni dopo si è materializzato a sorpresa sulla mia scrivania, meritandosi un posto di rilievo tra le strenne dell’ultimo Natale. Perché Sandro è prima di tutto un amico, che non ha mai fatto mancare sostegno e stimoli nell’arco di una più che decennale frequentazione, arricchita dalle forme più varie di collaborazione. E perché fin dalla sua opera prima ha intrecciato inconsapevolmente il suo percorso autoriale con il mio personale.

Era il 10 giugno 1993 quando Sandro diede alle stampe questo racconto, a proposito del quale potremmo parlare –Battisti_Il_Gioco memori degli insegnamenti di J.G. Ballard – come di un romanzo condensato. Sono solo una ventina di pagine, ma condensano al loro interno un universo narrativo già solido e sfaccettato che avrebbe continuato a evolversi nella sensibilità post-cyberpunk del suo autore fino al cybergoth prima e poi a ciò che sarebbe stato il connettivismo, ovviamente nella declinazione specifica di Sandro, per travasarsi e alimentare tutta la sua produzione successiva. E quanta sinistra meraviglia e fascinazione tecnologica, quanto senso dell’oscurità e del dolore troviamo in quest’opera!

Era l’estate del 1993, qualche giorno dopo l’esordio di Sandro, che trovai in edicola L’almanacco della fantascienza Bonelli, alla sua prima edizione. Quando si parla di episodi che ti cambiano la vita si rischia inevitabilmente di scadere nella retorica, ma senza timore di esagerare posso sostenere che se quell’estate non mi fossi perso tra le pagine di quest’altro volumetto, il mio contatto con l’universo della fantascienza sarebbe stato ritardato di un tempo che oggi non saprei quantificare, e probabilmente si sarebbe rivelato anche molto meno interessante. Perché nelle appena 176 pagine dell’Almanacco Bonelli trovai – insieme a una storia a fumetti da urlo, Vendetta Yakuza, sceneggiata con il ritmo giusto da Bepi Vigna e illustrata con una maestria smisurata dall’immenso Roberto De Angelis, poi a lungo anche copertinista di Nathan Never, di cui l’Almanacco usciva come supplemento annuale – tutto ciò che un curioso neofita può desiderare da una pubblicazione antologica di questo tipo: una presentazione a tutto campo del genere, con articoli capaci di spaziare dalla letteratura al cinema, dalla storia della fantascienza alle ultime tendenze. Negli anni a seguire l’Almanacco – 1993 soprattutto, ma anche insieme alle sue quattro o cinque successive dizioni – sarebbe stato per me un riferimento imprescindibile nella scelta dei film da vedere e dei libri da recuperare e leggere.

Quell’estate del 1993, la ricordo oltre che per il triste vissuto soprattutto in relazione al senso di meraviglia e di futuro evocato dal profumo di queste pagine stampate su sfondo grigio-azzurro, dalle riletture continue di Vendetta Yakuza e delle rubriche, alla ricerca della chiave cognitiva necessaria per decodificare sia la complessità del fumetto che la molteplicità di riferimenti distillati nelle panoramiche dedicata ad Asimov, alla protofantascienza italiana, a Jeff Hawke e, in maniera particolare, al cyberpunk. Quel senso di meraviglia e di futuro che trabocca dalle pagine de Il Gioco, per molti versi paradigmatico della sorte toccata al filone di Gibson, Sterling e soci qui in Italia: una sensibilità tanto aliena al gustoNextFest_2012_Battisti_De_Matteo degli appassionati di fantascienza da essere a lungo relegata fuori dai circuiti editoriali del settore, o almeno fin troppo premurosamente filtrata e marginalizzata. La rete (qui centralizzata da un Grande Computer che evoca molto anche l’ossessione orwelliana del controllo), le realtà virtuali (declinate con affinità dickiana nel gioco di prospettive di una matrioska narrativa), la clandestinità e il senso di perdizione (con un cinismo tinto di sfumature nere mutuato dall’ascendenza noir del filone): sono tutti elementi fondanti dell’immaginario e dell’estetica cyberpunk che vengono reinterpretati dalla sensibilità di Battisti, anche alla luce delle sue suggestioni per l’esoterico e il soprannaturale.

Non a caso il racconto ruota intorno a un tentativo di evocazione spiritica, al fine di “intrappolare un ectoplasma in un loop di software […], per potere poi studiare i fenomeni ad esso connessi“. Ma dove avviene tutto questo, se non in un’illusione già programmata da Joint, il protagonista di questa oscura vicenda? E con quale esito, se non quello di spingere il protagonista verso il compimento di un destino breve a cui si sente condannato, ma nei cui riguardi fatica a uscire da una situazione di stallo psicologico che lo condanna all’immobilità emotiva, all’isolamento e alla solitudine? La rottura dell’equilibrio non è esente da un costo, e alla fine della storia Joint ne scoprirà il prezzo.

La lettura di queste pagine ha saputo riportarmi indietro alla magia segreta di quel 1993, tanto da spingermi a lasciare queste note, che ovviamente arrivano con vent’anni di ritardo. All’epoca non esisteva la rete come la intendiamo oggi, non esistevano i blog, il cyberpunk era morto da poco (almeno stando a Bruce Sterling, che poi sarebbe stato un padrino spirituale per Sandro Battisti) e io ancora non avevo nemmeno cominciato a leggere fantascienza. Il mondo ne ha fatta di strada, da allora. E proprio per questo Il Gioco è un racconto che meriterebbe di essere riproposto al pubblico: molti appassionati di fantascienza potranno forse non gradirlo nemmeno ora, come vent’anni fa fecero fatica a digerire il cyberpunk. Ma non sono mai stati i necrofili a stimolare il cammino della cultura, men che mai potrebbero esserlo adesso. Per tutti gli altri, appassionati curiosi delle nuove tendenze e attenti ai percorsi storici e all’indagine filologica, o lettori solo occasionalmente interessati alla fantascienza e al fantastico, la riedizione de Il Gioco sarebbe un dono prezioso, capace di chiudere un cortocircuito e accendere una scintilla improvvisa, mai nemmeno sospettata. Un po’ come è successo a me, in questa assurda storia di Natale propiziata dalle maree del tempo che mi hanno riportato indietro a un’ormai lontana, perduta estate del 1993.

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Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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