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Nel libro di cui parlavamo pochi giorni fa, Roy Menarini sottolinea le tensioni tra i produttori di Blade Runner e Philip K. Dick, a cui a un certo punto fu chiesto di scrivere una novelization più aderente allo sviluppo narrativo della pellicola diretta da Ridley Scott. Dick, che dei suoi lavori aveva una considerazione una o due tacche più alta della media degli scrittori, rifiutò la proposta e alla fine fu trovato un accordo per una riedizione di Do Androids Dream of Electric Sheep? che, come racconta Paul M. Sammon nella sua Future Noir (da noi Blade Runner. La storia di un mito), richiamasse il titolo del film e apportasse minimi cambiamenti al testo originale (principalmente date e toponimi: il libro di Dick, non dimentichiamolo, si svolgeva a San Francisco nel 1992). Tuttavia, per così dire, le divergenze di vedute tra l’autore e la produzione potrebbero essere state largamente esagerate.

Nel 2012, infatti, sul sito ufficiale dell’autore californiano curato dai suoi eredi, purtroppo non più in linea, venne resa pubblica una lettera inedita indirizzata a Jeff Walker della Ladd Company, una delle società che parteciparono alla produzione di Blade Runner. La lettera, redatta in un tono a dir poco entusiasta, si segnala come documento incontestabile del livello di gradimento che la trasposizione di Scott riscosse da parte di Dick, oltre che del suo punto di vista sulla fantascienza di quegli anni.

Suscita una certa emozione leggerne i passaggi, perché testimonia anche il livello di coinvolgimento a cui giunse Dick semplicemente guardando uno spezzone di Blade Runner, trasmesso durante un servizio che ospitava anche un’intervista a Harrison Ford all’interno di un programma sul cinema mandato in onda dall’emittente locale Channel 7. L’autore rimase sinceramente impressionato dall’estetica di Scott, apprezzò il lavoro dei diversi artisti e tecnici coinvolti nell’adattamento cinematografico di Do Androids Dream of Electric Sheep?, spingendosi infine a profetizzare, sull’onda dell’entusiasmo, una rinascita della fantascienza che negli ultimi anni – secondo il suo giudizio, forse un po’ troppo severo – era “scivolata in una morte monotona”, diventando “fragile, derivativa e stantia”.

Il documento fece la sua apparizione nell’anno del trentesimo anniversario dell’uscita nelle sale del capolavoro imprevedibilmente destinato ad attestarsi come cult movie, oltre che della prematura scomparsa di Dick. Ben prima della rivalutazione critica che avrebbe riabilitato il film decretandone un successo duraturo e una fama planetaria, l’autore seppe cogliere le sfumature di un’opera complessa e, grazie alla sua spiccata sensibilità, riuscì istintivamente anche ad anticipare l’impatto che sia dal punto del linguaggio che dei contenuti il film avrebbe esercitato negli anni a seguire, sulla letteratura di genere, sul cinema tout-court ma anche sulle forme d’arte più varie (“potreste aver creato una nuova forma, unica nel suo genere, di espressione artistica, qualcosa di mai visto prima”, scrive nella sua lettera a Walker, e qui echeggiano le riflessioni di Menarini sul rapporto della pellicola con il ruolo dell’arte).

Dopo le esperienze del cyberpunk e il successo delle declinazioni di temi intrinsecamente fantascientifici secondo gli stilemi della letteratura noir e hard-boiled, è difficile smentire le sue previsioni. E gli echi che se ne riescono a cogliere tuttora nelle opere più disparate e in particolare in capolavori della letteratura di SF (come la trilogia di Kovacs di Richard K. Morgan), del cinema (si pensi a Strange Days di Kathryn Bigelow, a Gattaca di Andrew Niccol, al sequel Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve) e della televisione (da Battlestar Galactica a Westworld), dell’animazione (Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, da un manga di Masamune Shirow), dei videogiochi (Deus Ex di Warren Spector, prodotto dalla Eidos Interactive, senza dimenticare l’insuperato videogioco della Westwood Studios), stanno a dimostrare che la sua influenza è ben lungi dall’estinguersi.

Per consentire un accesso diretto ai contenuti della lettera di Dick, pubblico qui di seguito una mia traduzione integrale.

Caro Jeff,

Stasera mi sono imbattuto su Channel 7 nel programma Hooray For Hollywood con il pezzo su Blade Runner. (Be’, a essere sinceri, non ci sono capitato per caso; mi avevano avvertito che si sarebbe parlato di Blade Runner, perché non me lo perdessi.) Jeff, dopo averlo visto – e soprattutto dopo aver sentito Harrison Ford parlare del film – sono giunto alla conclusione che non si tratta veramente di fantascienza; non è fantastico; è esattamente quello che Harrison ha detto: futurismo. L’impatto di Blade Runner sarà semplicemente travolgente, sia sul pubblico che sugli autori… e, credo, sull’intero settore della fantascienza. Da quando ho iniziato a scrivere e vendere fantascienza trent’anni fa, questa è stata l’unica questione di qualche rilevanza per me. In tutta onestà, devo dire che negli ultimi anni il nostro campo è andato gradualmente e inesorabilmente deteriorandosi. Niente di ciò che abbiamo fatto finora, singolarmente o collettivamente, può rivaleggiare con Blade Runner. Non è escapismo; è iperrealismo, così crudo, particolareggiato, autentico e dannatamente convincente che dopo aver visto la sequenza non ho potuto fare a meno di trovare in confronto sbiadita la mia “realtà” quotidiana. Quello che voglio dire è che tutti voi insieme potreste aver creato una nuova forma, unica nel suo genere, di espressione artistica, qualcosa di mai visto prima. E penso che Blade Runner sia destinato a rivoluzionare le nostre nozioni su cosa sia e “possa” rappresentare la fantascienza.

Fammi ricapitolare così. La fantascienza è lentamente ma ineluttabilmente scivolata in una morte monotona: è diventata fragile, derivativa, stantia. All’improvviso arrivate voi, alcuni dei più grandi talenti in attività, e abbiamo infine un ritorno alla vita, un nuovo inizio. Per quanto riguarda il mio ruolo nel progetto di Blade Runner, posso solo dire che non pensavo che un mio lavoro o una mia manciata di idee potessero essere sviluppate fino a dimensioni tanto sbalorditive. La mia vita e il mio lavoro creativo sono giustificati e compiuti da Blade Runner. Grazie… e sarà un grande successo. Si dimostrerà imbattibile.

Cordialmente,

Philip K. Dick

[Questo articolo riprende e rielabora un mio post apparso su HyperNext il 17 maggio 2012.]

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È il 2 febbraio e come sanno anche le custodie vuote è il giorno di Altered Carbon: l’attesissima serie cyberpunk ideata da Laeta Kalogridis (sceneggiatrice tra gli altri di Shutter Island e del prossimo Alita – Angelo della battaglia, nonché produttrice esecutiva di Avatar), con Joel Kinnaman (RoboCop) a prestare le fattezze a Takeshi Kovacs e James Purefoy (Solomon Kane, High-Rise, Hap and Leonard) a vestire i panni del miliardario Laurens Bancroft, sbarca infatti oggi su Netflix, di cui al momento rappresenta la produzione più costosa e ambiziosa.

Se prima, dopo o durante l’assimilazione neurale dei dieci adrenalinici episodi siete curiosi di saperne di più sui romanzi di Richard K. Morgan da cui la serie è adattata, sappiate che TEA ha appena riportato in libreria il primo volume della serie, nella traduzione di Vittorio Curtoni già apparsa per i tipi dell’Editrice Nord nel 2004. E magari vorrete approfondire leggendo qualche contributo in merito, come per esempio:

Di Richard K. Morgan potreste essere interessati a scoprire la sua lista di letture raccomandate e allora Intercom Science Fiction Station ha la risposta che fa per voi.

Senza dimenticare che l’articolo di Morgan è stato pubblicato nella sua versione originale sulle pagine di Next International, ormai un pezzo da collezione.

Quando si dice get to the next screen!

Dalla quarta di copertina:

La baia di San Francisco affollata di cadaveri abbracciati, ali d’angelo tatuate sulla pelle. Uomini alle prese con l’inaudito: Tanner, Carlucci e gli altri sanno che l’equazione in grado di risolvere l’incognita contiene troppe varianti… Nel mondo di tecnologie corrotte e macchine proteiformi dove vivono, qualcuno cerca di giocare una carta estrema per riscrivere col sangue la storia della città. “La San Francisco di Richard Paul Russo, a metà del XXI secolo, è popolata di angeli assassini, cyborg, e poliziotti dal karma molto negativo. Una città disperatamente romantica” (Ursula K. Le Guin).

Riprendendo così lo strillo della Le Guin che accompagnava la prima edizione italiana del 1998, nell’ottobre 2014 tornava nelle edicole Angelo meccanico di Richard Paul Russo. L’autore californiano, classe 1954, residente a Seattle dal 2010, aveva esordito nel 1988 con Inner Eclipse e già l’anno successivo si era aggiudicato il prestigioso Philip K. Dick Award con la sua seconda fatica, Subterranean Gallery (entrambi rimasti inediti nel nostro paese). Con L’astronave dei dannati (Ship of Fools, 2001, tradotto anch’esso da Urania nel 2002) Russo avrebbe poi bissato il successo, diventando uno dei tre soli autori, in compagnia di Tim Powers e Stephen Baxter, ad aver doppiato l’affermazione al Dick Award, riconoscimento riservato al miglior paperback di fantascienza pubblicato l’anno precedente nel mercato USA. Ad oggi il suo ultimo lavoro risulta The Rosetta Codex, del 2005.

Tra i due premi Dick, negli anni ’90 escono negli Stati Uniti (e a stretto giro in Italia) tre romanzi che potremmo classificare come future noir, dalle forti ascendenze cyberpunk sebbene Russo, proprio come altri autori della sua generazione (pensiamo a Kim Stanley Robinson, forse il più grande di tutti, ma anche a John Kessel, di certo il più agguerrito), finì presto associato al cosiddetto movimento umanista (literary humanist, o anche new humanist) che, forse un po’ pretestuosamente, indubbiamente in maniera arbitraria, sorse intorno alla metà degli anni ’80 in contrapposizione al gruppo di Mirrorshades. En passant, il primo ad azzardare la distinzione fu Michael Swanwick in un articolo molto citato e altrettanto controverso, A User’s Guide to Postmoderns, ritrovandosi poi lui stesso associato, in una sorta di contrappasso, sia agli uni che agli altri (la più completa panoramica del cyberpunk apparsa in Italia, curata da Piergiorgio Nicolazzini per l’Editrice Nord, include non a caso un suo romanzo breve dal titolo L’uovo di grifone).

Tornando a Richard Paul Russo e ai suoi lavori degli anni ’90, questi tre romanzi vanno a comporre in senso abbastanza lato una trilogia e sono di fatto conosciuti come la serie del tenente Carlucci:

Frank Carlucci è un poliziotto della Omicidi che lavora a San Francisco in un prossimo ma imprecisato futuro. La città della Baia è molto cambiata da come la conosciamo noi: è un agglomerato urbano cresciuto a dismisura con le proprie contraddizioni, in cui non esistono quasi più zone sicure a parte l’enclave sorvegliata del Distretto finanziario, e in cui si può finire ammazzati solo per essere usciti all’ora sbagliata o senza l’adeguata protezione. Bande di varia natura imperversano per le strade: fanatici religiosi come i Veri Millenaristi, piccoli delinquenti come i massacratori che scorazzano sulle loro tavole a sospensione, e tribù esotiche ma non meno inquietanti come gli Screamers, che in un atto estremo di protesta contro la società hanno rinunciato alla parola saldandosi chirurgicamente le labbra. Cuore di questo inferno urbano è il Tenderloin, il vecchio quartiere del vizio e della corruzione, che è diventato una sorta di “zona proibita”, da cui le forze di polizia e le autorità sono esiliate. Il Tenderloin ha trovato l’equilibrio in una forma estrema di autogestione: è di fatto una zona franca, la cui economia si regge su attività che fuori dai suoi confini sarebbero ritenute illecite, dal commercio di stupefacenti al traffico di organi.

Ancora più in profondità si apre la voragine di caos del Centro, le porte dell’inferno da cui chiunque abbia ancora un minimo senso di autoconservazione cerca di tenersi alla larga. È quaggiù che sembra essersi rintanato il Killer delle catene, che per una stagione di terrore durata anni aveva seminato vittime nella Bay Area, legando i cadaveri con catene di argento saldate ai corpi e tatuando piccole ali di angelo nelle loro narici, giocando con la polizia come un gatto col topo.

Quando l’ondata di omicidi si era arrestata, tutti avevano pensato che il serial killer fosse morto, ma adesso la polizia ha ricominciato a recuperare altri cadaveri incatenati dalla Baia e così Carlucci, che non può scoprirsi più di tanto, ingaggia un suo vecchio collega come galoppino. Louis Tanner, che tre anni prima era andato vicino a rimetterci la pelle durante una perquisizione in cui aveva perso la vita il compagno di pattuglia, ha lasciato la polizia e da allora sopravvive barcamenandosi sulla sottile linea di confine tra la legge e l’illegalità, contrabbandando forniture mediche con la stazione spaziale di New Hong Kong.

È questo lo spunto da cui parte Angelo meccanico, che in effetti vede Carlucci come semplice comprimario di Tanner, vero protagonista della storia, ossessionato dagli incubi del proprio passato da sbirro e ancora perseguitato da alcuni drammi personali irrisolti, inclusa la morte della sua ragazza. Per uno scherzo del destino Tanner s’imbatte in Sookie, una bambina di strada che vive di stratagemmi e che somiglia incredibilmente proprio a Carla, al punto da poterne essere la figlia, se Carla non fosse morta prima che Sookie nascesse. Le loro storie s’intrecciano in un meticoloso montaggio parallelo, condotto da Richard Paul Russo con precisione cronometrica e rigore assoluto, fino a uno scioglimento tutt’altro che scontato.

Ho potuto recuperare il libro grazie alla provvidenziale ristampa nei Capolavori di Urania, e dopo averlo letto mi permetto di dire che la decisione di ripubblicarlo è stata quanto mai opportuna: Angelo meccanico non sarà forse un capolavoro del genere, ma è senz’altro uno di quei lavori in grado di alzarne la qualità percepita, sia dai fan che dai lettori occasionali. Per di più, mentre si accinge a sbarcare su Netflix la serie evento tratta dai romanzi di Richard K. Morgan incentrati sul personaggio di Takeshi Kovacs, vale la pena rilevare come Altered Carbon (in italiano tradotto da Vittorio Curtoni e uscito per la Nord con il titolo Bay City) condivida con la serie di Carlucci alcuni spunti di comune interesse, come l’ambientazione nella Bay Area, la violenza estrema del contesto urbano e dei personaggi fortemente caratterizzati attraverso un passato che non riescono in nessun modo a lasciarsi alle spalle. Per quanto abbia un buon ricordo di Cyberblues – La missione di Carlucci, letto alla sua uscita nel lontano 1999, non ho mai avuto l’occasione di imbattermi nel terzo romanzo per completare la serie, quel Frank Carlucci Investigatore uscito in una collana speciale e per questo forse meno facile da trovare nel mercato dell’usato. Non posso quindi fare altro che augurarmi che Urania prosegua su questa linea e decida di riproporre presto ai suoi lettori anche gli altri due volumi, strettamente incentrati sulle vicende private e professionali del tenente Carlucci.

Sarebbe una splendida notizia per i suoi aficionados e, credo, anche per stuzzicare i lettori più intrepidi delle collane sorelle.

Carlucci fece una breve, aspra risata. – Sai che sorpresa, Tanner. Senti, non lo metto in discussione, ma c’è una cosa che dovresti ricorda.

– Sì? Cosa?

– Che è il solo mondo che abbiamo.

Se come me avete apprezzato (o apprezzerete) Angelo meccanico, potrebbero piacervi anche i seguenti titoli.

Letture consigliate
  • Richard Paul Russo, Cyberblues – La missione di Carlucci, Mondadori, Urania n. 1374, 1999
  • Richard Paul Russo, Frank  Carlucci Investigatore, Mondadori, Urania Speciale n. 11, 2000
  • Alan Dean Foster, Il meridiano della paura, Mondadori, Urania n. 1518, 2007
  • James E. Gunn, Gli immortali, Mondadori, Urania n. 1506, 2006
  • K. W. Jeter, Noir, Fanucci, Solaria n. 1, 2000
  • Marco Minicangeli, Uomo n, Mondadori, Segretissimo n. 1566, 2010
  • Maico Morellini, Il re nero, Mondadori, Urania n. 1676, 2011
  • Richard K. Morgan, Bay City, Tea Due, 2006
  • Richard K. Morgan, Angeli spezzati, Editrice Nord, 2005
  • Richard K. Morgan, Il ritorno delle furie, Editrice Nord, 2008
  • Alan E. Nourse, Medicorriere, Mondadori, Urania n. 876, 1981
  • Jack O’Connell, Il verbo si è fatto carne, Garzanti Libri, 2000
  • Masamune Shirow, The Ghost in the Shell, Star Comics, Perugia, 2017
  • Masamune Shirow, Ghost in the Shell 2: Man Machine Interface, Star Comics, Perugia, 2004
  • Michael Marshall Smith, Ricambi, Garzanti Libri, 1999
  • Dario Tonani, Infect@, Mondadori, Urania n. 1521, 2007
  • Dario Tonani, Toxic@, Mondadori, Urania n. 1574, 2011
  • Dario Tonani, L’algoritmo bianco, Mondadori, Urania n. 1544, 2009
  • Nicoletta Vallorani, Il cuore finto di DR, Mondadori, Urania n. 1215, 1993
  • Nicoletta Vallorani, DReam Box, Mondadori, Urania n. 1308, 1997
  • Nicoletta Vallorani, Eva, Einaudi, 2002
  • Francesco Verso, E-Doll, Mondadori, Urania n. 1552, 2009
Visioni consigliate
  • Laeta Kalogridis, Altered Carbon, Netflix, 2018 (streaming)
  • Ridley Scott, Blade Runner, Warner Bros, 2011 (home video)
  • Denis Villeneuve, Blade Runner 2049, Universal, 2018 (home video)
  • Tony Maylam e Ian Sharp, Detective Stone, Mondo Home Entertainment, 2005 (home video)
  • Mamoru Oshii, Ghost in the Shell, Dynit, 2017 (home video)
  • Mamoru Oshii, Ghost in the Shell – Innocence, Terminal Video Italia, 2012 (home video)
  • Josef Rusnak, Il tredicesimo piano, Universal, 2010 (home video)
  • Kathryn Bigelow, Strange Days, Twentieth Century Fox, 2010 (home video)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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