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Tre mesi dopo esco dal cono d’ombra e il libro che annunciavo prima dell’ultimo silenzio radio è finalmente qui di fianco a me – e fa una certa impressione.

Nelle sue quasi 500 pagine sono condensati diciotto anni di racconti, spaziando dalla vena cyberpunk che esploro fin dal lontano 2003 ad ambientazioni interplanetarie, dal viaggio nel tempo alla discronia, dalle frontiere del postumanesimo alla fan fiction, fino ai racconti-bonsai che da qualche tempo mi diverto occasionalmente a scrivere per questo blog o per altre testate.

Non credo di esagerare sostenendo che è un libro che mette un punto a due decenni scarsi di scrittura. Anche se non vengono presentati in ordine cronologico, essendo il libro organizzato tematicamente in cinque sezioni (Connessioni, Deviazioni, Transizioni, Mutazioni, Iterazioni), i racconti sono preceduti da una introduzione e completati da notizie bibliografiche che aiuteranno il lettore interessato a inquadrarli meglio in relazione l’uno all’altro, o al piano più generale del discorso che attraverso di essi mi prefiggevo di volta in volta di portare avanti.

Il libro sarà acquistabile dal 30 agosto online e nelle librerie servite da Kipple, oltre che l’11 e il 12 settembre a Stranimondi, dove in qualche modo lo presenteremo ufficialmente. Se non finirò nuovamente risucchiato da un infundibolo cronosinclastico, è possibile che nei prossimi giorni vi dica qualcosa di più. Come vedete dalla splendida copertina, vent’anni di scrittura sarebbero valsi la pena già solo per potermi fregiare – ancora una volta – di una illustrazione di Franco Brambilla e – per la prima volta! – di una prefazione di Linda De Santi, che qui ringrazio pubblicamente.

Blu:

Mi ritrovo a nominare cose rosse che non sono dolci.
La tua lettera… la tua ultima lettera. Stai certa che non la lascerò dove potrebbe essere letta da uno dei tuoi. È mia. Ci sto attenta, alle cose che mi appartengono.
Ne ho poche, sai, di cose mie. Al Giardino apparteniamo gli uni agli altri in un modo che priva quel termine di significato. Siamo piantati, cresciamo, germogliamo e sbocciamo insieme; pervadiamo il Giardino, il Giardino si propaga in noi. Ma al Giardino non piacciono le parole. Le parole sono astrazione, una frattura nel verde; le parole sono schemi come i recinti e i fossati. Le parole fanno male. Posso nascondermi nelle parole finché le dissemino nel mio corpo; leggere le tue lettere è come cogliere fiori da dentro me stessa, prendere un bocciolo qui, una felce lì, sistemarli e risistemarli perché facciano un bell’effetto in una stanza luminosa.

Rossa:

Stavo per dirti di scusare la mia concisione. Ma mentre ero lì lì per scriverlo ti ho immaginata scuotere la testa. Avevi ragione, all’epoca: ho costruito una te dentro di me, o sei stata tu a farlo. Chissà cosa c’è di me in te.
Ti ringrazio per la lettera, più di quanto riesca a dire. Mi ha colta in un momento di fame.
Le parole possono ferire, ma sono anche ponti. (Come i ponti che sono tutto ciò che Gengis si è lasciato alle spalle.) Ma forse un ponte può essere anche una ferita? Parafrasando un profeta: le lettere sono strutture, non eventi. Le tue mi danno un posto dentro cui vivere.

Blu:

Continuo a evitare di parlare della tua lettera. Sento che… parlarne sminuirebbe l’effetto che ha avuto su di me, lo rimpicciolirebbe. Non voglio farlo. Sono proprio figlia del Giardino, più di quanto lei sappia. Anche la poesia, che spezza il linguaggio in significato, si cristallizza, nel tempo, come fanno gli alberi. Ciò che è morbido, vaporoso, soffice e fresco diventa duro, sviluppa una corazza. Se potessi toccarti, premere un dito sulla tua tempia e piantarti dentro di me come fa il Giardino… forse allora. Ma non lo farei mai.
Quindi ecco questa lettera, invece.

Rossa:

I miei ricordi di te si perdono nei millenni, e in ognuno compari tu in movimento. Quest’immagine di te in casa, con un marito, l’infuso di rosa canina, il tramonto e il fiume, mi riempie il cuore. Un incresparsi della pelle del mare segnala la balena – e puntini di stelle formano un orso grande anni luce –, così adesso mi figuro la tua vita dagli spunti che mi hai dato. Ti immagino quando ti svegli, dormi, sorvegli le oche, lavori duramente all’aperto con braccia, schiena, gambe e la tecnologia dell’epoca. Cercherò un po’ di sommacco la prossima volta che vado in un posto dove cresce. Confesso di conoscerne solo la versione velenosa, e non credo sia quella che intendi tu.
Magari un giorno ci assegneranno allo stesso posto, in un villaggio lontanissimo su nel passato, sotto copertura, per sorvegliarci l’un l’altra, e potremo preparare un infuso insieme, scambiarci libri, riferire a casa descrizioni ritoccate delle rispettive imprese. Penso che scriverei comunque lettere, anche in quel caso.

Da Così si perde la guerra del tempo di Amal El-Mohtar & Max Gladstone
(Mondadori Oscar Fantastica Blink, 2020 – Trad. di Simona Spano, pagg. 99-106)

Gli estratti che riporto qui sopra sono solo alcune battute, ma spero che servano a rendere un’idea efficace del mondo, dei personaggi e dello stile di questo libricino (la dimensione è quella di una novella, e come tale si è aggiudicato nella sua categoria i maggiori premi del settore), scritto a quattro mani da Amal El-Mohtar e Max Gladstone, con una sintesi prodigiosa di sensibilità letteraria e introspezione.

Così si perde la guerra del tempo, titolo italiano di This Is How You Lose the Time War, è uscito a novembre nella veste minimalista ma ben curata di uno spinoff di Oscar Fantastica denominato non a caso Blink, come un battito di palpebre. E il mio consiglio è di farvene dono a Natale e di considerarlo anche per regalarlo un po’ in giro: chi lo riceverà, di certo non potrà dispiacersene.

Su Quaderni d’Altri Tempi, come di consueto, spiego meglio perché.

Che Tenet mi fosse piaciuto, per usare un eufemismo, non ne avevo fatto mistero. La settimana scorsa Quaderni d’Altri Tempi mi ha dato la possibilità di circostanziare meglio le mie impressioni e aggiungere alcuni argomenti alle considerazioni a caldo.

Si parla di monumenti cinematografici, di viaggi nel tempo e di icone pop, di spy story e fantascienza. Potete leggere la mia recensione cliccando qui. Buona lettura.

Dopo aver toccato l’apice della sua carriera nel film culto di Terry Gilliam L’esercito delle 12 scimmie (1995), Bruce Willis torna a confrontarsi con i paradossi del viaggio nel tempo, uno dei capisaldi dell’immaginario fantascientifico. Ad assisterlo, il suo alter ego Joseph Gordon-Levitt, attore feticcio di Rian Johnson fin dal suo film d’esordio (Brick – Dose mortale, 2005), che dopo le collaborazioni con Christopher Nolan in Inception e Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno proprio sotto la regia di Johnson approda finalmente con questa pellicola al ruolo di protagonista in una produzione sci-fi. Trent’anni più giovane e sulla cresta dell’onda nella sua fulminante carriera di sicario, il giovane Joe a cui Gordon-Levitt presta il cipiglio si trova alle prese con l’ingrato incarico di eliminare il suo futuro se stesso. Per sua (s)fortuna, il vecchio Bruce si conferma un osso ancora duro. Peccato per il giovane Joe che il vecchio Joe non si accontenti di salvare la pelle, ma sia anche intenzionato a portare a termine una missione privata: eliminare il bambino che crescendo diventerà il futuro Sciamano, un boss del crimine a capo di un’organizzazione ramificata in ogni angolo del pianeta, prevenendo in questo modo l’uccisione della persona a lui più cara.

Joe è un looper: nel 2044, attende che i suoi clienti del futuro gli mandino le vittime da eliminare senza lasciare traccia nel loro mondo, per eseguire spietatamente l’incarico. Ogni eliminazione gli vale un carico d’argento: una parte viene subito vaporizzata in stupefacenti ad assunzione oculare, il resto finisce a incrementare la sua scorta per il futuro ritiro. Tra la routine omicida del presente e la meritata pensione c’è però un ultimo ostacolo da superare: l’eliminazione del vecchio Joe, come da prassi rispedito indietro di trent’anni dal 2074 a definitiva chiusura del contratto con i suoi mandanti. Da questione di sopravvivenza, il ritorno al passato del vecchio Joe si trasforma presto in qualcosa di più complesso, sviluppandosi in una linea narrativa parallela che finisce per fagocitare la trama, asservendo il tema abusato del viaggio nel tempo al semplice ruolo di assunto di partenza, per virare su un ben più interessante punto di vista sulla diversità, la responsabilità e l’abuso dei poteri – e delle occasioni – che ci sono concessi.

E in effetti con Looper siamo dalle parti di Terminator più che di Terry Gilliam. Il tempo è una forma plastica, da modellare a piacimento con la pressione delle proprie scelte. Di certo ha giovato la consulenza speciale di Shane Carruth, autore eclettico e artefice nel 2004 di un piccolo capolavoro come Primer (per la cronaca, questa pellicola indie costata appena 7.000 dollari, alla cassa ha moltiplicato per 60 il suo budget di produzione), a cui Looper sembra strizzare l’occhio fin dal titolo. Rian Johnson, proveniente come Carruth dal cinema indipendente, si avvale qui di un budget di 30 milioni di dollari e riesce a farlo fruttare fino all’ultimo centesimo: meritatamente nel 2012 Looper ha spopolato al box office in tutto il mondo, incassando una cifra sei volte più alta del suo costo di produzione. Non male, per un film di fantascienza che non si accontenta di un unico tema forte, ma accanto al classico topos del cronoviaggiatore mette sul piatto anche il carico delle facoltà telecinetiche e condisce il tutto con una efficace atmosfera noir e uno stile hard-boiled che non risparmia piombo ed effetti granguignoleschi.

Certo, il film di Johnson non è perfetto. La tenuta del ritmo non è impeccabile, i momenti di stanchezza irrompono all’improvviso in una struttura che avrebbe potuto essere resa più solida bilanciando meglio i pesi narrativi, e a tratti l’intreccio sembra complicarsi inutilmente, come nella parte di svolta compresa tra il lungo (ma necessario) antefatto e la storia portante che occupa i restanti due terzi della pellicola. Ma Looper si lascia soprattutto apprezzare per i suoi diversi elementi di innovazione. Innanzitutto offre un punto di vista anticonformista, underground, del viaggio nel tempo, prospettando l’utilizzo che un’ipotetica tecnologia del genere potrebbe sviluppare nelle mani della criminalità organizzata, discostandosi meritoriamente dai luoghi comuni della science fiction, dominata dalle speculazioni finanziarie e dalle guerre segrete per l’egemonia politica. In aggiunta, ha il coraggio di mixare in maniera tutto sommato riuscita almeno tre temi forti, benché classici della sci-fi, quali sono appunto il viaggio nel tempo e la psicocinesi, suggerendo inoltre cupi scenari distopici per il futuro da cui proviene il vecchio Joe: un orizzonte su cui la sceneggiatura ha il pregio di non insistere, riuscendo comunque a massimizzarne l’effetto grazie ad accenni mirati, disseminati lungo la pellicola con una precisione chirurgica. E per finire, sceglie felicemente di ambientare la storia in una futuribile cittadina del Sud, che la trama vorrebbe situare tra le piantagioni di mais del Kansas, in cui viene trasfigurata la campagna della Louisiana alle porte di New Orleans, effettiva sede delle location per le riprese in esterni. Lo spostamento dell’azione nella Corn Belt crea un interessante giochi di specchi con il bayou di Déjà Vu – Corsa contro il tempo, film di Tony Scott del 2006 che sfruttava l’ambito del viaggio nel tempo per muoversi su binari completamente diversi, in rotta di collisione con la cronaca recente, laddove Looper si mantiene invece su un piano più sganciato dall’attualità, finendo per consumare l’epilogo in un’atmosfera rurale quasi fiabesca.

Ottime le interpretazioni di Bruce Willis e Joseph Gordon-Levitt, la cui identificazione nel protagonista è avvalorata da un trucco credibile ed efficace. Bravi anche i comprimari, da Emily Blunt a Jeff Daniels, al piccolo Pierce Gagnon nel ruolo più inquietante di tutti. Forse un po’ troppo stereotipato l’esito degli scagnozzi, ma a mio giudizio anche questa gestione dei registri giova al risultato finale, stemperando le esplosioni di violenza nel distacco delle caricature. Nota di merito per le scenografie del veterano Ed Vereaux e per la fotografia di Steve Yedlin (sporca in città, calda in campagna, gelida nella Cina potenza egemone del futuro). Oltre che per Johnson, che proprio con questa pellicola attira l’attenzione della Disney, che lo ingaggia per dirigere  Gli Ultimi Jedi e per curare una nuova trilogia dell’universo di Star Wars, con buona pace per tutti i troll che stanno intossicando il fandom e che meriterebbero una gita nell’epoca dello Sciamano.

Da rivedere il meccanismo della capsula del tempo, che in maniera non dissimile da Timecop (Peter Hyams, 1994) resta ancorata allo spazio fisico del proprio tempo, mentre è solo il suo contenuto a essere proiettato nel passato. Qui, se non altro, il viaggio è di sola andata, risparmiandoci così le complicazioni filosofiche ed esistenziali di un ritorno in autostop sulle autostrade perdute del tempo.

Esiste una fantascienza degli anni 2000 o non hanno piuttosto ragione i necrofili che piangono la morte del genere ad ogni pie’ sospinto? E se è vero che la SF è tutto fuorché estinta, quali sono i titoli e i nomi da conoscere tra quelli venuti alla ribalta negli ultimi 15 anni?

A lanciarmi l’assist per parlarne è stato Valerio Mattioli, caporedattore di Prismo, e proprio su Prismo potete trovare quello che ho avuto da dire sul tema, in un articolo-moloch che altro non è che la versione condensata e leggibile di un mammut grande quasi il doppio (e che magari prima o poi troveremo il tempo di sistemare e pubblicare da qualche altra parte).

Intanto, buone letture!

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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