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E così ci siamo. L’attesa è finita. Preceduto dal libro evento del 2019 (asso pigliatutto all’ultima edizione del Premio Italia), annunciato in pompa magna, accompagnato da una campagna promozionale come raramente se ne vedono in Italia quando si parla di fantascienza (e chissà perché ancor più quando si tratta di fantascienza italiana… se non quando la fantascienza è il pretesto per allenare la consolidata virtù italica del velleitarismo coloniale), è il momento del Millemondi dell’estate 2020: Distòpia.

Curata ancora una volta da Franco Forte, impreziosita come sempre da una cover memorabile di Franco Brambilla e completata da una postfazione di Carmine Treanni sulla strana attrazione che esercita “il peggiore dei mondi possibili”, l’antologia dedicata alla fantascienza scritta da autori italiani si è concentrata questa volta su un tema che, all’origine, nessuno si sarebbe di certo aspettato sarebbe stato così d’attualità al momento dell’uscita in edicola: fin dal titolo, che rifugge qualsiasi tentazione di camuffamento, a fare la parte del leone saranno i futuri avversi, i mondi allo sfascio, le società totalitarie, le piccole e grandi distorsioni – o, se preferite, perversioni – di cui l’umanità sa rendersi capace.

Dalla presentazione del volume:

Tenetevi pronti a sognare agli scenari immaginati da alcuni dei migliori scrittori della fantascienza italiana, riuniti da Franco Forte, curatore dell’antologia.

Le loro visioni vi porteranno a incontrare un androide nelle gelide miniere di Plutone, a indagare insieme a una Nativa Mentale i segreti di un’Italia virtuale (o meglio “n’Italia”post pandemia, ad aggirarvi sotto i tramonti oscuri della città di Morjegrad, preda di strani blackout.

Preparatevi a danzare con un’umanità mutilata dall’editing genetico, a inseguire ali di farfalla in un mondo prosciugato dalla vita, a far crepitare di raggi laser la neve grigia dell’inverno nucleare.

Tra le pagine di “Distòpia” scalerete i durissimi canoni estetici del riallineamento, sarete assordati dal frastuono del crollo dei grandi monumenti della Terra, andrete a caccia di emozioni forti in un mondo che ha sacrificato la privacy e il contatto umano a favore di un’inquieta sicurezza, andrete a caccia all’ispirazione insieme a uno scrittore disperato.

Potrete farvi inebriare dal fascino digitare di un/a Perfect Companion, colonizzare un pianeta meticcio e multispecie e persino perdervi in un futuro psichedelico governato da hashtag e captcha.

Per quanto mi riguarda, Distòpia giunge dopo Cronache dell’Armageddon e Lo Zar non è morto e completa un trittico che per puro caso, dopo una lavorazione di diversi mesi, è arrivato a convergere su questo scorcio di estate post-pandemica, suggellando un mese di giugno di rara produttività.

Magari del mio racconto parleremo nei prossimi giorni. Intanto, ci vediamo in edicola!

E così il 20 giugno, al termine della prima Italcon virtuale della storia, sono stati annunciati anche i vincitori dell’ultima edizione del Premio Italia. Partivamo da qui e la mia trentatreesima nomination personale in quindici anni si è tradotta nel mio secondo Premio Italia e mezzo (dopo gli articoli del 2012 sui viaggi nel tempo, scritto a quattro mani con il socio Lanfranco Fabriani, e del 2014 sulla fantascienza cyberpunk e post-cyberpunk). Anche questa volta concorrevo in una categoria amatoriale, ma stavolta il premio è arrivato per il racconto. Per la precisione questo, a cui resto molto legato.

In un certo senso, è come mantenere una promessa, ma è ancora presto per montarsi la testa.

Voglio quindi ringraziare tutti i partecipanti che hanno accordato a Red Dust le loro preferenze e Luca Bonatesta che ha scelto di ripubblicarlo nella sezione narrativa del Club GHOST, dandomi la possibilità di concorrere nella categoria dei racconti non professionali, e complimentarmi con tutti gli altri finalisti e vincitori, tra cui diversi amici. A mio parere è stata una bella edizione della Italcon, riuscita come esperimento per le modalità atipiche dello svolgimento, e impreziosita dall’idea del curatore del premio Silvio Sosio di valorizzare anche i piazzamenti tra i finalisti. Speriamo che anche questo aiuti ad allargare la platea dei votanti il prossimo anno.

La redazione di Quaderni d’Altri Tempi ha pensato di dare il suo contributo alla transizione nella Fase 2 e ha confezionato un maxi speciale dedicato al virus nell’immaginario e nella comunicazione, nelle sue varie declinazioni.

Mi è toccato fortuitamente l’onore e l’onere di aprire le danze con questa panoramica delle epidemie immaginate e messe in scena da scrittori, sceneggiatori e registi, attraverso un centinaio di titoli di romanzi, racconti, fumetti, film e serie TV. Come si faceva all’università un tempo (ora non so), ve lo presento a partire dalla bibliografia, in cui proprio l’altra sera notavo l’assenza di due film che ero convinto non mi sarebbero sfuggiti (Cassandra Crossing di George Pan Cosmatos ed Epidemic di Lars von Trier) e di un terzo (in realtà tre, tutti molto belli) di cui in realtà ho parlato altrove (si da il caso proprio qui, a partire dai primi due della trilogia prequel del Pianeta delle Scimmie scaturita da Rise of the Planet of the Apes), ma è anche vero che con la lista di titoli sbrodolata qua sotto fare entrare tutto in trentamila battute è già stato un mezzo miracolo per un grafomane come me.

A voi beccare le eventuali altre omissioni…

Letture
  • Alan D. Altieri, L’ultimo rogo della Morte Rossa in Underworlds. Echi dal lato oscuro. Tutti i racconti vol. 4, TEA, Milano, 2011.
  • Alan D. Altieri, Miss Ecclesiaste in Armageddon. Scorciatoie per l’Apocalisse. Tutti i racconti vol. 1, TEA, Milano, 2008.
  • Alan D. Altieri, Un’alba per l’Ecclesiaste in Underworlds. Echi dal lato oscuro. Tutti i racconti vol. 4, TEA, Milano, 2011.
  • Margaret Atwood, L’altro inizio, Ponte alle Grazie, Milano, 2014.
  • Margaret Atwood, L’anno del diluvio, Ponte alle Grazie, Milano, 2010.
  • Margaret Atwood, L’ultimo degli uomini, Ponte alle Grazie, Milano, 2003.
  • Greg Bear, La musica del sangue, Editrice Nord, Milano, 1997.
  • Greg Bear, La musica del sangue, in Gardner Dozois (a cura di), Il meglio della SF. L’Olimpo dei classici moderni, Mondadori, Milano, 2008.
  • David Brin, L’uomo del giorno dopo, Editrice Nord, Milano, 1995.
  • Max Brooks, Manuale per sopravvivere agli zombie, Einaudi, Milano, 2006.
  • Max Brooks, World War Z, Cooper, Roma, 2013
  • Octavia E. Butler, Sopravvissuta, Interno Giallo/Mondadori, Milano, 1994.
  • Richard Calder, Dead Boys, HarperCollins, London, 1994.
  • Richard Calder, Dead Things, HarperCollins, London, 1996.
  • Richard Calder, Virus ginoide, Editrice Nord, Milano, 1996.
  • Albert Camus, La peste, Bompiani, Milano, 2017.
  • John Christopher, La morte dell’erba, Beat, Milano, 2014.
  • James S. A. Corey, Leviathan. Il risveglio, Fanucci, Roma, 2015.
  • James S. A. Corey, Caliban. La guerra, Fanucci, Roma, 2015.
  • James S. A. Corey, Abaddon’s Gate. La fuga, Fanucci, Roma, 2016.
  • James S. A. Corey, Cibola Burn. La cura, Fanucci, Roma, 2016.
  • Arthur Conan Doyle, La nube avvelenata, Newton, Roma, 1994.
  • Michael Crichton, Andromeda, Garzanti, Milano, 2018.
  • Giovanni De Matteo, Language Is a Virus (Again)Prismo, 14 giugno 2016.
  • Giovanni De Matteo, L’epidemia: il noir post-apocalittico di Per WahlööHolonomikon, 9 marzo 2020a.
  • Giovanni De Matteo, Bios di Robert C. Wilson, ovvero il caso della natura contro l’uomoHolonomikon, 11 aprile, 2020b.
  • Guillermo Del Toro e Chuck Hogan, La caduta, Mondadori, Milano, 2011.
  • Guillermo Del Toro e Chuck Hogan, La progenie, Mondadori, Milano, 2009.
  • Guillermo Del Toro e Chuck Hogan, Notte eterna, Mondadori, Milano, 2012.
  • Greg Egan, Distress, Mondadori, Milano, 2002.
  • Greg Egan, La Terra moltiplicata, Editrice Nord, Milano, 1998.
  • Nicola Griffith, Ammonite, Elara, Bologna, 2007.
  • Frank Herbert, Il morbo bianco, Mondadori, Milano, 2019.D. James, I figli degli uomini, Mondadori, Milano, 2013.
  • Stephen King, L’ombra dello scorpione, Bompiani, Milano, 2017.
  • Robert Kirkman, The Walking Dead (Volumi 1-32), SaldaPress, Reggio Emilia, 2005-2019.
  • Nancy Kress, Brain Rose, William Morrow & Co, New York City, 1989.
  • Nancy Kress, Ej-Es, in David G. Harwell (a cura di), Venti galassie, Mondadori, Milano, 2007.
  • Nancy Kress, Contagio, Fanucci, Roma, 2001.
  • Nancy Kress, Inerzia, in Gardner Dozois (a cura di), Supernovae. II parte, Mondadori, Milano, 1996.
  • Nancy Kress, Miracoli e giuramenti, Fanucci, Roma, 2000.
  • Jack London, La peste scarlatta, Adelphi, Milano, 2009.
  • Charles Eric Maine, Il grande contagio, Mondadori, Milano, 2009.
  • Richard Matheson, Io sono leggenda, Mondadori, Milano, 2020.
  • Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, Milano, 2014.
  • China Miéville, Embassytown, Fanucci, Roma, 2016.
  • David Moody, Il virus dell’odio, Mondadori, Milano, 2011.
  • Edgar Allan Poe, I racconti del mistero, RCS Libri, Milano, 2014.
  • Alastair Reynolds, Absolution Gap, Mondadori, Milano, 2015.
  • Alastair Reynolds, La città del cratere, Mondadori, Milano, 2017.
  • Alastair Reynolds, Redemption Ark, Mondadori, Milano, 2014.
  • Alastair Reynolds, Rivelazione /1, Mondadori, Milano, 2009.
  • Alastair Reynolds, Rivelazione /2, Mondadori, Milano, 2009.
  • Kim Stanley Robinson, Gli anni del riso e del sale, Newton Compton, Roma, 2007.
  • Matt Ruff, Acqua, luce e gas, Fanucci, Roma, 2004.
  • José Saramago, Cecità, Feltrinelli, Milano, 2013.
  • Robert Sheckley, Una chiacchierata con il virus del Nilo Occidentale, in Robot n. 45, Delos Books, Milano, 2004.
  • Mary Shelley, L’ultimo uomo, Mondadori, Milano, 1997.
  • Matthew Phipps Shiel, La nuvola purpurea, D Editore, Roma, 1918.
  • Emily St. John Mandel, Stazione undici, Bompiani, Milano, 2015.
  • Neal Stephenson, Snow Crash, BUR, Milano, 2007.
  • James Tiptree Jr., La soluzione della mosca, in Ann & Jeff VanderMeer (a cura di), Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia, Nero Editions, Roma, 2018.
  • Dario Tonani, L’algoritmo bianco, Mondadori, Milano, 2009.
  • Brian Vaughan, Pia Guerra, Y. L’ultimo uomo (Volumi 1-7), RW Lion, Novara, 2016-2020.
  • David Wellington, Monster Island, Mondadori, Milano, 2008.
  • David Wellington, Monster Nation, Mondadori, Milano, 2009.
  • David Wellington, Monster Planet, Mondadori, Milano, 2009.
  • Herbert G. Wells, La guerra dei mondi, Fanucci, Roma, 2017.
  • Walter Jon Williams, L’era del flagello, Delos Books, Milano, 2005.
  • Connie Willis, L’anno del contagio, Editrice Nord, Milano, 1994.
  • Connie Willis, L’ultimo dei Winnebago, Delos Books, Milano, 2008.
  • Robert Charles Wilson, Bios, Fanucci, Roma, 2001.
visioni
  • Danny Boyle, 28 giorni dopo, Fox, 2004 (home video).
  • John Cabrera, Cosimo De Tommaso, H+: The Digital Series, YouTube, 2012-2013.
  • Claire Carré, Embers, Papaya, Chaotic Good, Bunker Features, Usa, 2015.
  • Kevin Costner, L’uomo del giorno dopo, Warner Bros Entertainment Italia, 1999 (home video).
  • Michael Crichton, Il mondo dei robot, Warner Bros., 2013 (home video).
  • David Cronenberg, Videodrome, Universal Pictures Italia, 2008 (home video).
  • Alfonso Cuarón, I figli degli uomini, Universal Pictures Italia, 2018 (home video).
  • Guillermo Del Toro, Chuck Hogan, The Strain (Stagioni 1-3), Fox, 2018 (home video).
  • Marc Fergus, Hawk Ostby, The Expanse, Amazon Prime, 2015-in corso.
  • Marc Forster, World War Z, Universal Pictures Italia, 2013 (home video).
  • Juan Carlos Fresnadillo, 28 settimane dopo, Fox, 2008 (home video).
  • Mick Garris, L’ombra dello scorpione, Universal Pictures Italia, 2007 (home video).
  • Terry Gilliam, L’esercito delle 12 scimmie, Universal Pictures Italia, 2010 (home video).
  • Robert Kirkman, Frank Darabont, The Walking Dead – Stagioni 1-9, Warner Bros, 2019 (home video).
  • Francis Lawrence, Io sono leggenda, Warner Bros. Entertainment Italia, 2008(home video).
  • Chris Marker, La Jetée/Sans Soleil, Sony Pictures, 2019 (home video).
  • Terry Matalas, Travis Fickett, L’esercito delle 12 scimmie, Netflix, 2015-2018 (home video).
  • Fernando Meirelles, Blindness, Cg, 2011 (home video).
  • Terry Nation, Survivors – I sopravvissuti, Yamato Video / Dolmen Home Video, 2009 (home video).
  • Jonathan Nolan, Lisa Joy, Westworld – Stagione 1, Warner Bros, 2017 (home video).
  • Jonathan Nolan, Lisa Joy, Westworld – Stagione 2, Warner Bros, 2018 (home video).
  • Jonathan Nolan, Lisa Joy, Westworld – Stagione 3, Sky, 2020.
  • Ubaldo Ragona, L’ultimo uomo della Terra, Ripley’s Home Video, 2017 (home video).
  • George Romero, La notte dei morti viventi, DNA, 2012 (home video).
  • Boris Sagal, 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra, Warner Bros. Entertainment Italia, 2008 (home video).
  • Steven Soderbergh, Contagion, Warner Home Video, 2012 (home video).
  • Shinya Tsukamoto, La mutazione infinita di Tetsuo il fantasma di ferro, Minerva Pictures Group, 2013(home video).
  • Robert Wise, Andromeda, Universal, 2015 (home video).

Gli altri articoli che completano lo speciale sono una riflessione di Roberto Paura sulle figure dei virologi, infettivologi ed epidemiologi nella comunicazione della crisi e un’analisi di Valerio Pellegrini di Plague Inc., un gioco per smartphone che simula proprio l’evoluzione di una crisi da un focolaio virale. Il quarto pezzo, a firma di Gennaro Fucile, uscirà questa settimana e sarà incentrato sullo scollamento tra cronaca e fiction, con una riflessione sul gioco di specchi tra la realtà e l’immaginario mandato in pezzi dall’emergenza.

Buona lettura!

Con il consueto tempismo (ahem…), eccomi a ribloggare una notizia vecchia di quasi una settimana. Lunedì sono stati resi noti i finalisti all’ultima edizione del premio Italia. Se non si sa ancora quando verranno resi noti i vincitori (la premiazione è prevista nell’ambito di Fantàsia 2020, a San Marino, ma appare quanto meno improbabile che la manifestazione si svolgerà come programmato a metà giugno), le date certe riguardano la finestra per esprimere le proprie preferenze, che rimarrà aperta fino al 15 maggio. Nel momento in cui scrivo sono già più di 230 le schede di voto inviate, quindi questo post non ha alcuna valenza «promozionale», ma si limita a voler ringraziare tutti quelli che hanno accordato durante la prima fase un voto ai candidati connettivisti, molti dei quali approdati a contendersi l’ambito trofeo direttamente o con i progetti collettivi a cui hanno preso parte:

Illustrazione o copertina

Ksenja Laginja, Cacciatore di Sirene, Kipple Officina Libraria

Curatore

Andrea Vaccaro

Collana

Avatar, Kipple Officina Libraria

Saggio

Giovanni Agnoloni, Tolkien: la Luce e l’Ombra, Kipple Officina Libraria

Antologia

Franco Forte, Strani mondi, Urania Millemondi – Mondadori

Carmine Treanni, Altri futuri, Delos Digital

Racconto di autore italiano su pubblicazione professionale

Lukha B. Kremo, Ipersfera, Strani Mondi, Urania Millemondi – Mondadori

Racconto di autore italiano su pubblicazione amatoriale

Giovanni De Matteo, Red Dust, Club Ghost (ne parlavamo qui)

Articolo su pubblicazione amatoriale

Linda De Santi, Totalitarismi, ruoli di genere e maternità: uno sguardo alla narrativa distopica delle donne, Next Station (ne parlavamo qui)

Giovanni De Matteo, Di cosa parlate quando parlate di fantascienza?, Holonomikon

Numerosi anche i candidati che non sono entrati nella shortlist, in alcuni casi solo per pochi voti (è il caso di questo blog, che ha mancato la finale pur avendo raggranellato la bellezza di 27 segnalazioni… o di Quaderni d’Altri Tempi con 31 segnalazioni… grazie a tutti, uno per uno!).

Complimenti anche a tutti gli altri finalisti, tra cui moltissimi amici: Franco Brambilla, Carmine Treanni, Maico Morellini, Silvio Sosio, Giorgio Raffaelli e Annalisa Antonini, Giulia Abbate e Elena Di Fazio, Luigi Petruzzelli, Silvia Castoldi, Francesco Verso, Davide Del Popolo Riolo, Luca Mazza, Alessandro Vietti, Dario Tonani, Emanuele Manco, Elisa Emiliani, gli amici di Fondazione SF… e sicuramente dimentico qualcuno.

A questo punto in bocca al lupo a tutti e che vinca… uno dei migliori!

Kim Stanley Robinson è uno dei giganti viventi della letteratura nordamericana, artefice di quello che è il più ambizioso affresco planetario della fantascienza contemporanea. I personaggi, gli scenari e le tematiche che sorreggono la trilogia marziana sono stati oggetto anche di una serie di «scritti minori», sicuramente per dimensioni, ma altrettanto certamente non per ambizioni. I racconti, le poesie e i frammenti di quella che potremmo definire autofiction ambientati nell’universo dei Primi Cento e in una sua linea narrativa alternativa sono stati raccolti in un volume che Fanucci ha pubblicato da poco con il titolo I marziani.

Ne parlo diffusamente su Quaderni d’Altri Tempi.

Qui aggiunto soltanto che si tratta di un libro in cui per l’appassionato della trilogia sarà un piacere perdersi e ritrovarsi, riprendere i fili del racconto e venire catapultato ancora una volta nell’epopea della colonizzazione marziana. Per assistere alla progressiva sottomissione dell’habitat selvaggio alla legge della vita, e per seguire fin oltre le estreme conseguenze mostrate nel Blu di Marte l’evoluzione della terraformazione.

Eileen lo invidia, sebbene sappia che lui ha dei sentimenti contrastanti a riguardo. Ma ormai è una delle cose di lui che ama. Si ricorda tutto eppure è rimasto fiducioso, perfino allegro, durante tutti gli anni del collasso climatico. Una roccia su cui poteva fare affidamento quando è lei ad affrontare cicli di disperazione e tristezza. Ovviamente, in quanto Rosso, si potrebbe dire che lui non ha ragione di lamentarsi. Ma non sarebbe la verità. Il suo atteggiamento è sempre stato più complesso, Eileen se n’è accorta; così complesso che non lo ha afferrato del tutto. Un aspetto della sua memoria infallibile, avere una prospettiva a lungo termine; la determinazione a fare sempre le cose al meglio; la gioia sgomenta per la natura che resiste; un miscuglio di tutto ciò. Lei lo guarda mentre fissa assorto il promontorio da cui una volta hanno ammirato un mondo vivente.

Il mondo del futuro è un incubo barocco di burocrazia neofeudale. La Terra è un mondo morente, in cui ciò che resta delle Americhe prospera sulle macerie degli altri continenti, spazzati per decenni da pandemie e pestilenze che ne hanno decimato la popolazione. Alcuni pionieri hanno stabilito avamposti sulla superficie di Marte, nella fascia asteroidale e i più audaci e refrattari al controllo delle Grandi Famiglie terrestri addirittura nei corpi ghiacciati della cintura di Kuiper, dove il sole è poco più di una stella come le altre in una notte senza fine.

Il potere delle Grandi Famiglie e dei loro «vassalli» e servitori si esprime attraverso i Trust, megaconglomerati industriali che hanno trovato nella corsa allo spazio lo sbocco ideale per il loro perdurante scontro di potere. Hanno instaurato così una precaria alleanza con i tecnici e gli scienziati ribelli delle Repubbliche di Kuiper e, sfruttando la tecnologia quantistica alla base dei lanci di Higgs, sono riusciti a raggiungere una decina di mondi nel raggio di qualche centinaio di anni luce dalla Terra, instaurandovi dei presidi di ricerca. Isis è uno di questi mondi, il Progetto Isis è l’insieme di programmi condotti dai Trust per sfruttare le conoscenze che ne potrebbero derivare e Kenyon Degrandpre, un manager di un certo rilievo ma non appartenente a nessuna Famiglia, il direttore della Stazione Orbitale Isis che si sforza di compiacere i suoi superiori, amministrando il progetto con sterile ma servizievole incompetenza, portando a tutta una serie di spiacevoli conseguenze per il migliaio di membri che dipendono da lui.

Perché Isis non è un mondo come gli altri:

Il pianeta era pieno di vita, ma era una vita più vecchia di un miliardo di anni rispetto a quella della Terra, più evoluta ma anche più primitiva, preservata dai cambiamenti per l’assenza di grandi ondate di estinzione; c’era spazio per tutti, per tutti i generi e per ogni strategia di sopravvivenza eccetto quella umana, senziente, terrestre. Siamo creature così semplici, pensò; non riusciamo a tollerare queste fitotossine ben affilate, gli innumerevoli predatori microscopici cui ha dato forma un miliardo di anni di involuzione. Nulla, nell’arsenale del sistema immunitario umano, riesce ad accorgersi delle invisibili armate isiane, e a respingerle.

La vita terrestre sbarcata sul pianeta è sottoposta a una costante minaccia dalle forme di vita indigene. I tecnici e i ricercatori occupati nelle quattro stazioni sulla sua superficie (un avamposto oceanico, una installazione polare e due basi, Gamma e Delta, soprannominate Marburg e Yambuku dal nome delle «prime varietà identificate della febbre emorragica che aveva devastato la Terra del ventunesimo secolo») sono impegnati in una lotta senza tregua per la sopravvivenza, dovendo garantire l’isolamento ermetico degli habitat in cui vivono per prevenire l’intrusione di agenti esterni che porterebbero a un contagio per cui non esiste alcuna cura: «Siamo seduti sul fondo di un oceano biologico ostile, e Yambuku è una batisfera» spiega Elam Mather, una delle veterane di Yambuku, alla nuova arrivata Zoe Fisher. «Una sola falla, e per tutti noi è finita. In un ambiente simile, non possiamo permetterci nulla che non sia una reciproca fiducia».

La vita, su Isis, era un fiume più lungo e profondo. Il suo corso era lento e totalmente sfaldato, punteggiato non da glaciazioni o da impatti di comete ma da ondate di predatori e parassiti. L’ecologia di Isis era una distesa in via di sviluppo, armata. Le sue armi erano formidabili, le sue difese ingegnose.

E questo rendeva il pianeta, tra le altre cose, un’enorme e nuova farmacopea. Gran parte dei costi di mantenimento di Yambuku venivano pagati da consorzi di ditte farmaceutiche appartenenti al Trust del Lavoro. E anche quello era un problema. Ogni cosa che usciva da Yambuku andava giustificata con i contabili del Trust. Lì non c’era spazio per la scienza pura, come veniva fatto chiaramente capire ai dipendenti nativi di Kuiper.

Zoe Fisher è una sopravvissuta terrestre, arruolata dal settore Dispositivi e Personale dei Trust e mandata su Isis con lo scopo di condurre il primo esperimento di «immersione totale»: deve prendere contatto con le forme di vita superiori evolutesi su Isis e studiarle da vicino. Tra queste, i cosiddetti scavatori, dei vertebrati dall’aspetto ripugnante, provvisti di un carapace flessibile, di una tecnologia rudimentale e di possenti arti da scavo con cui realizzano le più ingegnose costruzioni della loro primitiva civiltà:  tumuli e montagnole che, nei loro ventri, celano tunnel che sprofondano nelle viscere del pianeta. Ma il Progetto Isis è affidato al Trust del Lavoro, una fazione rivale della D&P a cui riferisce Zoe, e la sua presenza diventa presto un problema: perché a sua insaputa Zoe non è solo una pedina in uno scontro più grande, con il suo mentore Avrion Theophilus che forse tiene più a ciò che lei «trasporta» che alla sua incolumità, ma un’arma con cui compiere una vendetta ai danni del sistema.

Un fotogramma di Solaris, regia di Steven Soderbergh (2002).

Come tutti i terrestri, Zoe è provvista di un timostato, un avanzatissimo sistema di bio-regolazione impiantato in un braccio, finalizzato al controllo dell’umore e all’inibizione della fatica: detto anche «termostato dell’anima», è un ritrovato biotecnologico in grado di trasformare i sudditi delle Grandi Famiglie in mansueti ed efficienti operatori al servizio dei Trust. Prima di essere lanciata dal planetoide di Fenice, però, in un atto di sfida e ribellione al sistema, una dottoressa prossima al ritiro ha operato una manomissione al bio-regolatore di Zoe, che si viene così a trovare in un ambiente alieno, spogliata di ogni certezza precedentemente acquisita, a fare i conti non solo con ciò che accade fuori di lei ma anche con le trasformazioni in atto dentro il suo corpo, con effetti non trascurabili sulla sua stabilità psico-emotiva.

Queste sono le premesse di Bios, eccezionale romanzo di Robert C. Wilson del 1999, pubblicato in Italia da Fanucci nell’effimera ma gloriosa collana Solaria nel marzo 2001 (nella traduzione di Domenico Gallo e Andrea Marti). Apparso originariamente con il sottotitolo A Novel of Planetary Exploration, Bios non è il romanzo più noto dell’autore americano-canadese, conosciuto soprattutto per Mysterium (altro romanzo apparso su Solaria, vincitore del Philip K. Dick Aaward nel 1994) e per Spin (Hugo Award nel 2005 e principio di una trilogia molto popolare), ma è ingiustamente sottovalutato e merita di essere riscoperto, come giustamente caldeggiava Enrico Di Stefano in tempi non sospetti dalle pagine di Delos SF, magari anche nella scia dell’attualità (e chissà che Fanucci non possa farci un pensierino).

Diversi sono i passaggi che chiudono interruttori psichici con le cronache di queste settimane, ispirando riflessioni sul mistero della vita, sul ruolo della coscienza nel bilancio della natura, sulla posizione dell’umanità nelle non sempre facilmente decodificabili dinamiche del cosmo. Prendiamo per esempio questo brano, descritto dal punto di vista di Tam Hayes, il direttore di Yambuku che finisce per innamorarsi, ricambiato, della nuova arrivata:

… anthrax, HIV, Nelson-Cahill 1 e 2, Dengue di Leung e tutta l’immensa schiera di virus emorragici… Lì c’erano tutti gli antichi orrori della Terra, predatori più scaltri e tenaci degli animali delle giungle, e altrettanto attivi, che continuavano a diffondersi tra le malnutrite popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa. Geometrie a spirale e catene proteiche color arcobaleno, tutte ricolme di morte.

Ecologia planetaria, aveva pensato. Antica, incredibilmente ostile. Quella era la bios di Tam diventata tangibile, l’intricato residuo di eoni di evoluzione.

Ma almeno la Terra aveva accolto il genere umano all’interno di quella equazione, per quanto le sue pestilenze fossero micidiali. Isis non aveva contrattato un accordo analogo.

O quest’altro, dal punto di vista di Zoe:

Se l’avessero sistemata non avrebbe più potuto provare quel fremito nell’attesa del suono della voce di Tam, l’improvvisa sensazione di leggerezza quando lui le faceva un complimento, l’intimità sconvolgente della mano di lui sul suo corpo.

Era follia, naturalmente, ma aveva in sé qualcosa di divino. Si domandò se si era imbattuta in una sorta di saggezza andata perduta per il mondo moderno, in un arcaico veicolo di emozioni nascosto sotto i rigidi rituali delle Famiglie o gli accoppiamenti da scimpanzé dei Clan di Kuiper.

Forse era quello il modo in cui i prolet non bio-regolati si innamoravano. L’amore faceva sentire così, si chiese, nelle zone a rischio virale dell’Africa e dell’Asia?

Aveva paura di quel sentimento. E aveva paura della sola idea che un giorno potesse cessare.

Tutto il romanzo è un sofisticato gioco di echi e risonanze, con pagine e sottotrame che si specchiano le une nelle altre, con linee narrative che divergono e confluiscono le une sulle altre come catene proteiche o, meglio ancora, molecole di DNA.

Un fotogramma di Solaris, regia di Andrej Tarkovskij (1972).

La scoperta del pianeta da parte di Zoe, delle sue insidie, dei suoi inesplicabili segreti, si svolge parallelamente alla sua indagine interiore, alla sua trasformazione in donna, una metamorfosi rapida ed effimera come quella di un bruco in farfalla. Per le ragioni sopra descritte, gli umani non possono avventurarsi fuori dai loro habitat severamente controllati, all’esterno sulla superficie di Isis, se non protetti da ingombranti e goffi scafandri, bio-armature corazzate concepite per proteggere i loro inquilini, ma drammaticamente esposte esse stesse all’aggressione degli agenti patogeni della biosfera isiana. Come intuisce Dieter Franklin, il planetologo di stanza a Yambuku, in uno dei suoi rapporti:

Si potrebbero fare congetture, e forse non in modo intempestivo, sulle possibilità inerenti a un network pseudo-neurale che connetta tutte le cellule isiane, una biomassa che (se si include la materia degli oceani e i batteri che fissano minerali distribuiti lungo la superficie del pianeta) sarebbe di proporzioni davvero sbalorditive. I crescenti, fruttuosi attacchi alle sottostazioni potrebbero venire visti, per analogia, come una reazione autonoma alla presenza di un corpo estraneo, nella quale le strategie per fare breccia sviluppate nell’ambiente salino e utilizzate per la prima volta contro la stazione per la ricerca nell’oceano siano state adattate, lentamente ma con efficacia, per l’impiego contro avamposti con base sulla terraferma…

La scoperta, destinata alla Terra, non arriverà mai a destinazione, intercettata da Degrandpre, preoccupato solo di preservare la propria posizione di potere, nutrendo l’illusione dei Trust e delle Grandi Famiglie che su Isis sia tutto sotto controllo. Ma la verità è ben diversa, e lui stesso non potrà evitare di farci i conti, riconsiderando sotto una nuova, spietata luce una vita, una carriera e un’impostazione mentale basate sui confini, sugli steccati, sulle separazioni nette, sui muri:

Ecco qui il vero orrore, pensò Degrandpre, questa rottura delle barriere. La civiltà, dopotutto, consisteva nel creare divisioni, mura e steccati che analizzassero ciò che era sgretolato e caotico ricomponendolo in ordinati elementi di immaginazione umana. Ciò che è selvaggio invade il giardino e la ragione viene abbattuta.

Comprese per la prima volta, o credette di comprendere, l’impulso religioso di suo padre. Le Famiglie e i loro Trust avevano diviso con grande finezza e ordinato in maniera ossessiva ciò che sulla Terra era politicamente e tecnologicamente selvaggio, ogni persona e ogni cosa e ogni procedimento erano stati inseriti nella loro orbita appropriata, all’interno del planetario sociale; ma, all’esterno delle mura delle Famiglie, ciò che era selvaggio continuava a premere, sempre più vicino: i prolet, i marziani, i clan di Kuiper; vettori di malattia che crescevano nelle tane delle classi inferiori; nessun vincitore, alla fine, se non la morte, e la crudele immensità dell’universo.

Regole e istituzioni fallaci con cui in molti si stanno misurando, anche in questi tempi.

Zoe, provvista di una bio-tuta di ultima generazione, sarà la prima umana a esplorare da vicino Isis, ma anche lei dovrà fare i conti con le oscure verità e i segreti sepolti nel suo passato, nella sua storia, nel suo DNA. Come spiega il Maestro Avrion Theophilus al dottor Tam Hayes:

«Non tutta la tecnologia nuova risiede nella sua tuta da uscite esterne, dottor Hayes.»

«Scusi?»

«Zoe è un insieme di programmi. Non è soltanto l’interfaccia. È stata accresciuta internamente, mi comprende? Possiede un sistema immunitario totalmente artificiale aggiunto al suo, quello naturale. Nanofabbriche agganciate all’aorta addominale. Se la tuta viene squarciata, noi dobbiamo saperlo. Ci sono tantissime cose che possiamo venire a sapere da lei, anche se dovesse morire durante l’uscita.»

La sua presenza rientra quindi nei cosiddetti «affari delle Famiglie», ed è un esperimento scientifico in prima persona, un banco di prova per un nuovo ritrovato tecnologico. Ma l’uomo continua a sopravvalutarsi e di conseguenza a sottovalutare la trama del cosmo e degli eventi in cui è inserito. E questo può rivelarsi fatale, specie su un mondo come Isis, lontano anni luce dalla Terra.

Un fotogramma di Solaris, regia di Andrej Tarkovskij (1972).

Denso di informazioni, scritto con un gusto per la parola che oserei quasi definire d’altri tempi, e intriso di una visione del mondo che non ho esitazioni ad accostare a quella di Thomas Ligotti, che su questo blog e altrove abbiamo affrontato a più riprese, Bios è un libro che produce un’onda lunga di pensieri e di riflessioni, esprimendo un pessimismo cosmico che a contatto con l’orrore sepolto al di là dei confini della nostra conoscenza sconfina in un nichilismo assoluto.

Cosa può esserci in fondo di peggio della scoperta di essere soli nell’universo? Di essere l’unica forma di vita a cui l’evoluzione biochimica abbia saputo condurre?

«È questa la risposta […] la risposta a tutte quelle vecchie domande. Noi non siamo soli nell’universo, Zoe. Ma siamo condannati a essere pressoché unici. La vita è antica quasi quanto l’universo stesso. Ma è vita nanocellulare, come quella degli antichi fossili marziani. Si è diffusa per la galassia prima della nascita della Terra. Viaggia nella polvere di stelle esplose».

Non era proprio Dieter a parlare, ma una qualche altra entità che le parlava attraverso il suo ricordo di Dieter. Lei lo sapeva. Avrebbe potuto essere una cosa spaventosa. Ma Zoe non aveva paura. Ascoltava attentamente, invece.

«Te lo spiegherei più per esteso, piccolina, ma voi non possedete le parole per esprimere queste cose. Guardala in questi termini. Tu sei un’entità vivente, cosciente. E pure noi tutti lo siamo. Ma non allo stesso modo. La vita attecchisce ovunque, nella galassia, persino nel suo centro rovente e affollato, dove le radiazioni ambientali ucciderebbero un animale come te. La vita è duttile e sa adattarsi. La coscienza nasce… be’, praticamente dappertutto. Non il tuo tipo di coscienza, però. Non quello degli animali, nati nell’ignoranza, destinati a vivere per un tempo breve e a morire, per sempre. Questa è l’eccezione, non la regola».

«Riesco a sentire le stelle che parlano» disse Zoe.

«Sì. Noi tutti possiamo, sempre. Più che altro si tratta di pianeti, non di stelle. Pianeti come Isis. Spesso alquanto diversi sotto l’aspetto fisico, ma tutti pieni di vita. Tutti loro parlano».

«Ma la Terra no» indovinò Zoe.

«No, la Terra no. Non sappiamo perché. Il granello di vita che ha trovato il vostro sole doveva essersi in qualche modo danneggiato. Siete cresciuti in maniera selvaggia, Zoe. In maniera selvaggia e da soli».

«Come un’orfana».

Dieter… la cosa-Dieter… le rivolse un sorriso triste. «Sì. Esattamente come un’orfana».

Ma non era veramente Dieter a parlare.

Era Isis.

Una chiosa che richiama sicuramente Stanisław Lem e Solaris, ma non privo di un retrogusto dickiano. Come ammette Robert C. Wilson nella sua postfazione, Bios è un romanzo cupo, che riflette lo stato d’animo di un momento particolarmente difficile della sua vita,  «tra la fine di un matrimonio e la morte di mia madre». Dopo averlo letto la prima volta nella primavera del 2017, ho continuato a rimuginarci sopra per tutto questo tempo, accarezzando più di una volta l’idea di parlarne su queste pagine, fino a cedere alla tentazione di rileggerlo negli ultimi giorni.

Non è un libro facile, sicuramente non è una storia che piacerà a tutti.

Ma è fantascienza al suo meglio. Ed è un libro che non si dimentica. E forse non c’è occasione migliore per riscoprirlo di questo periodo, con lo sforzo di resistenza e resilienza a cui siamo tutti chiamati.

5 aprile 2020. 1.258.198 casi di COVID-19 acclarati nel mondo nel momento in cui scrivo. Casi raddoppiati in poco più di una settimana. Il 2 aprile abbiamo superato il milione di casi documentati.

930.259 casi attivi. 68.310 vittime. Tra gli altri, anche il grande Juan Giménez, maestro argentino del fumetto, autore di pietre miliari dell’immaginario fantascientifico come La Città e Il quarto potere, di capolavori bellici (Asso di Picche), nonché illustratore della celeberrima saga di Alejandro Jodorowsky La casta dei Meta-Baroni. È la prima vittima causata dalla COVID-19 con cui posso dire, da lettore, di avere avuto un legame affettivo. Non è come perdere un proprio caro, naturalmente, ma dalle testimonianze di diversi altri amici appassionati di fumetti è evidentemente una perdita che scava un solco: è come se il virus si fosse manifestato, in un modo meno pericoloso ma non meno subdolo, tra le pareti di casa, entrando nelle nostre vite con una ferita che è qualcosa di più del disagio dovuto alle misure di contenimento del lockdown. Significa sapere che non esistono progetti, di vita o artistici, che non possono essere spezzati dall’irruzione del contagio. È la pandemia che si manifesta in tutta la sua brutale violenza: un virus che circola tra noi da due mesi, originatosi qualche mese prima all’altro capo del mondo, e che di punto in bianco si porta via a 12.000 km di distanza un artista che abbiamo amato incondizionatamente senza mai incontrare.

Con qualcosa come 30mila nuovi casi al giorno, la crescita del contagio negli Stati Uniti prosegue inesorabile. Siamo a 328.662 casi documentati, il doppio rispetto all’ultima volta che ne abbiamo scritto, nemmeno una settimana fa. La metà, circa 160mila, solo tra gli stati di New York e New Jersey, con 2.256 morti documentate nei confini amministrativi di New York City, che da sola conta un terzo dei casi. Wuhan è già un pallido ricordo, a questo punto della curva. Il governatore dello stato Andrew Cuomo ha pubblicato sul suo profilo Twitter questo video di incoraggiamento rivolto alla città.

C’è uno stile diverso, una diversa consapevolezza, rispetto a quella che finora abbiamo visto esibire dai politici nostrani. Facciamocene una ragione.

Il 3 aprile la Spagna ha superato l’Italia per numero di contagi registrati, diventando il primo paese in Europa. Attualmente fa registrare 130.759 casi totali, con un tasso di guarigioni doppio rispetto al nostro (38mila contro poco meno di 22mila), 6.861 ricoveri in terapia intensiva e 12.418 vittime.

La Germania è il terzo paese in Europa e si appresta a superare la soglia dei 100.000 casi, ma continua a far registrare un basso tasso di mortalità (1.573 vittime ad oggi). In Francia, con quasi 90.000 casi e 7.560 vittime, si è deciso di annullare per la prima volta nella storia l’esame finale delle superiori, il baccalauréat introdotto da Napoleone nel 1808. Qualsiasi retorica del “noi non faremo la fine dell’Italia“, “siamo un paese meglio organizzato“, “non ci faremo trovare impreparati“, è stata disintegrata dalla realtà dei fatti.

In Russia, dove ufficialmente si contano ad oggi poco più di 5mila casi e 45 vittime, il presidente Vladimir Putin ha annunciato l’estensione delle disposizioni di sospensione di tutte le attività non necessarie fino al 30 aprile, assicurando il pagamento degli stipendi. In UK, dopo un timido rallentamento fatto registrare ieri, si tornano a contare quasi 6mila nuovi casi nelle ultime 24 ore, che portano il totale a 47.806 (le vittime sono 4.934).

E in Italia?

In Italia l’ora più buia sembra tutt’altro che passata. È vero che i nuovi casi fanno registrare un trend in lenta riduzione, e la crescita dei casi attivi appare rallentare anch’essa, ma in quest’ultimo bilancio continua a incidere più del previsto il numero delle vittime, per cui valgono sempre tutte le considerazioni fatte nelle ultime settimane. Il bollettino odierno della Protezione Civile riporta 4.316 nuovi casi, 525 decessi (minimo registrato dal 20 marzo), 819 dimessi/guariti, per un saldo di +2.972 casi attivi rispetto a ieri. Queste cifre portano il totale dei casi documentati a 128.948, i decessi a 15.887, i guariti/dimessi a 21.815 e i casi attivi a 91.246.

Queste cifre mandano in pezzi il modellino dello scenario E che ci ha accompagnati nelle ultime settimane, com’è evidente dai due grafici che riporto a titolo esemplificativo qua in basso, sull’andamento dei casi totali, e sul particolare dei guariti e delle vittime (quest’ultimo su scala logaritmica).

La biforcazione tra le curve reali e quelle stimate dal modello è evidente e rende inutile qualsiasi ulteriore utilizzo dello scenario E. Tra ieri e oggi ho quindi provato a mettere insieme i pezzi di un quarto scenario, non perché creda a una qualche utilità scientifica (abbiamo ripetuto allo sfinimento che i numeri su cui stiamo lavorando sono la punta dell’iceberg e il sommerso è per lo più sconosciuto a tutti, non solo a me), ma perché ritengo che qualsiasi valutazione sui giorni a venire non possa prescindere da un confronto con una qualche aspettativa, e non conosco altro modo per costruirmi delle attese che guardare a dei modelli, almeno finché mostrano una minima concordanza tra previsioni e risultati registrati.

Eccoci quindi passare allo scenario F. Dopo la C di Catastrophic, la D di Desolation e la E di Evil, è il turno della F di frak!, ma anche di Frankenstein: il modello qui proposto eredita tutte le assunzioni che avevano funzionato per lo scenario E e cerca di aggiornarle con molta approssimazione alla luce dei dati registrati nell’ultima settimana.

In sintesi quello che vediamo è:

  1. una riduzione del numero di nuovi casi più lenta dello scenario precedente, che porta la saturazione della sigmoide dei casi totali oltre i 180.000 casi
  2. un picco di casi positivi contemporanei che passa dagli 80.000 attesi per il 4 aprile ai circa 96.000 del 10 aprile (e qui faccio osservare che sarebbero due o tre volte i valori di picco prefigurati negli scenari presentati dalla stampa solo tre settimane fa)
  3. una crescita più lenta delle guarigioni
  4. una maggiore incidenza della mortalità: il nuovo modello tiene conto del fatto che il tasso di mortalità da alcuni giorni si è stabilizzato intorno al 12,3%.

Inoltre, per tornare al discorso sulla riduzione dei nuovi casi, trovo utile ribadire che, al di là dei proclami che vedo ripetersi da più parti, incluse le conferenze stampa della Protezione Civile, il trend che stiamo osservando è molto lento:

Questo trend si ridurrebbe comunque anche se ogni giorno registrassimo un numero costante di nuovi casi, per il semplice fatto che è una proporzione con il numero totale dei casi registrati fino al giorno prima, che è un numero che cresce costantemente. Per andare a 0, occorre che vadano a 0 i nuovi casi, ed è evidente che questa tendenza è troppo lenta, visto che (zoom qui in basso), siamo da una settimana sotto il 5% e solo oggi siamo riusciti a scendere sotto il 4%. Di questo passo, potrebbero volerci mesi prima di azzerare il tasso di nuovi contagi.

Qualsiasi considerazione sul ritiro o la modifica delle misure di contenimento disposte finora non potrà prescindere da chiari segnali provenienti da questo trend e dalla simultanea riduzione del numero totale di casi attivi contemporaneamente. A beneficio di tutti, nelle date cruciali dell’emergenza da COVID-19 in Italia, ovvero il 10 marzo, data dell’estensione delle misure valide per la Zona Rossa al resto d’Italia, e il 22 marzo, data del nuovo DPCM che decretava l’arresto di tutte le attività produttive non essenziali, registravamo i seguenti valori:

  • 10.03.2020: nuovi casi 977 (totale 10.149, +10,7%), casi attivi 8.514
  • 22.03.2020: nuovi casi 5.560 (totale 59.138, +10,4%), casi attivi 46.638

Secondo il modello approssimato dello scenario F, trascorreranno mesi prima che la curva dei casi positivi torni a quei valori. Con tutte le solite considerazioni sull’attendibilità delle rilevazioni ufficiali e tutto il resto che non sto a ripetere.

Infine, ultime considerazioni sui dati degli ultimi giorni. I ricoveri in terapia intensiva hanno mostrato una riduzione significativa negli ultimi giorni: ieri e oggi il saldo tra nuovi ricoveri e dimissioni è stato addirittura negativo (-74 e -17). Oggi risultano ricoverate in terapia intensiva 3.977 persone in Italia, con un’occupazione di poco maggiore del 60% dei posti disponibili. Qui si riaggancia il discorso che facevamo la volta scorsa sul presunto, probabile collasso del sistema sanitario nelle regioni maggiormente colpite, ma una domanda che mi piacerebbe che qualcuno facesse in conferenza stampa, e da cui mi aspetterei una risposta chiara dal comitato tecnico-scientifico, è se nel corso di queste settimane non siano cambiati i criteri seguiti per i ricoveri. Visto che il virus è sempre lo stesso e la sua letalità non è cambiata nel frattempo, delle due l’una: o le strutture si stanno attenendo a criteri diversi per l’ospedalizzazione in terapia intensiva, oppure ormai il sistema non riesce più a sostenere nuove domande.

Concludiamo con alcune notizie dalla Lombardia. In una intervista rilasciata al Quotidiano del Sud, il presidente dell’associazione di categoria che raggruppa 400 Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), ovvero case di riposo, lombarde, richiama l’attenzione sulla delibera regionale dell’8 marzo che ha trasformato le strutture ricettive in nuovi focolai. Non sorprende più di tanto, a questo punto, che i decessi fatti registrare nelle case di riposo non siano stati opportunamente documentati con test di positività.

La giunta leghista si è inoltre distinta nelle ultime ore per avere imposto a tutti i cittadini lombardi l’utilizzo delle mascherine, o in alternativa «attraverso semplici foulard e sciarpe», ogni volta che si esce di casa. Un’ordinanza disarmante, in una regione che non ha ancora saputo garantire l’approvvigionamento di mascherine per coprire l’eventuale fabbisogno dei suoi dieci milioni di abitanti, e che con Makkox non possiamo fare a meno di commentare così:

 

 

Secondo dei due libri incentrati sulla figura del commissario Jensen, poliziotto inflessibile e apparentemente privo di sentimenti che sembra aver sacrificato l’empatia al rispetto ossessivo delle leggi e al totale assorbimento nel proprio ruolo, L’epidemia fu scritto nel 1968 dallo svedese Per Wahlöö, giornalista, traduttore, nonché padre riconosciuto del giallo scandinavo (come attesta inesorabile lo strillo di Jo Nesbø in quarta di copertina), quattro anni dopo Delitto al trentunesimo piano. Entrambi i libri, caratterizzati da uno stile piano e costruiti su dialoghi serrati, sono di fatto degli ibridi ante litteram, dei noir distopici, ambientati in un futuro imprecisato in cui un paese del Nord Europa mai nominato e dai tratti sfumati è entrato da decenni in un periodo di benessere consumistico, a cui si è accompagnato un volontario isolamento in campo internazionale.

È la società della Concordia, retta dal patto trasversale tra i due grandi blocchi politici dei conservatori e dei socialdemocratici per opporsi alla confinante minaccia comunista, un sistema che non ha davvero sconfitto la povertà e la miseria ma ha invece provato a nasconderle lontano dalla vista, e in cui il dissenso degli oppositori è tollerato nella misura in cui la stragrande maggioranza della popolazione è ormai indifferente, passiva e/o rassegnata all’egemonia della grande coalizione. L’unica piaga che affligge la Concordia sembra essere l’alcolismo, diffuso tra fasce sempre più ampie della popolazione, quando Jensen è costretto a lasciare il paese per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico che ha programmato da tempo. Sono i primi giorni di settembre, e prima di partire Jensen fa in tempo a consegnare al suo sostituto l’ultimo ordine ricevuto nientemeno che dal capo della polizia. Contrassegnato dalla dicitura «Salto d’acciaio», il fascicolo prescrive l’arresto di quarantatré persone residenti nel Sedicesimo distretto.

Rimessosi contro ogni aspettativa, tre mesi più tardi Jensen è pronto a tornare in patria ma il suo aereo è costretto ad atterrare in un Paese confinante. Qui viene ricevuto da una delegazione del governo in esilio, da cui apprende che è accaduto qualcosa di terribile e di ancora non del tutto chiarito. Sembra che sia in corso un colpo di stato o comunque un’azione di ampia portata orchestrata dai comunisti. Il commissario deve rientrare di nascosto nella capitale e scoprire la verità. Ed è quello che farà, inarrestabile e senza fantasia, scoprendo presto uno scenario post-apocalittico in cui un’epidemia sembrerebbe aver decimato la popolazione e imposto uno stato di emergenza che ha condotto all’azzeramento di ogni forma di libertà. Per le strade innevate avvolte nella nebbia si aggirano pattuglie di medici e infermieri armati, pronti a trarre in arresto qualsiasi disobbediente: “Pensi ai migliori uomini e donne del Paese, vestiti di bianco, che vanno in giro su ambulanze ululanti. Come veri licantropi, anzi, come vampiri. Sanguisughe nel senso letterale del termine” [pag. 180].

L’epidemia, o comunque la catena di eventi che hanno portato al regime del terrore attuale, offre a Wahlöö il pretesto per imbastire un solido discorso politico, che ha come bersagli primari il capitalismo e le sue espressioni/conseguenze sul piano sociale (la frenesia consumistica, la demolizione del welfare e il consolidamento del potere detenuto da una classe di reazionari sempre più avanti con l’età) e internazionale (l’imperialismo). Non è raro, nel corso di queste pagine, imbattersi in brani come questo:

Perché la cosiddetta Concordia non è mai stata altro che un bluff. È nata perché il vecchio presunto movimento socialista stava perdendo la presa sui salariati e sulla classe operaia. E in quel momento la socialdemocrazia ha venduto i propri elettori ai conservatori. È entrata nella grande coalizione, la coalizione della Concordia, come venne chiamata più tardi, solo perché una manciata di persone voleva aggrapparsi al potere. Ha abbandonato il socialismo, in seguito ha cambiato programma di partito e ha consegnato il Paese all’imperialismo e alla formazione del capitale [pag. 121].

Per venire a capo dell’enigma, il commissario Jensen dovrà scoprire cosa si nasconde davvero dietro la sigla «Salto d’acciaio» e cos’è il misterioso agente D5H da cui tutto sembra aver avuto origine. Per Wahlöö (1926-1975) costruisce un thriller magistrale, calato in un’atmosfera sospesa in cui il caos assume forme striscianti, sibilanti, raramente manifeste e truculente. L’ascesa di una tecnocrazia ospedaliera, intrisa di follia e dissociata dalla realtà, è descritta con note di colore e particolari dosati in maniera da esasperarne la lontananza, come la sfuggente figura del generale medico al vertice dell’organizzazione o la voce del servizio radio che dirama disposizioni alle ambulanze di pattuglia. A tratti, il realismo distopico di Wahlöö ricorda Gli immortali di James Gunn (prima edizione: 1964, nuova edizione riveduta e ampliata: 2004), in cui proprio l’estensione della vita guadagnata con le trasfusioni del sangue di un miracoloso donatore diventa il pilastro portante di un nuovo ordine politico e sociale. Ma il filone può essere fatto risalire a Stella rossa di Aleksandr Bogdanov (1908) e al suo collettivismo fisiologico basato sulla scambio di sangue.

L’epidemia è un libro che racconta con lungimirante lucidità il controllo sociale, la manipolazione degli strati più deboli ed esposti della popolazione e la spregiudicatezza del potere politico, e di questi tempi la lettura si arricchisce anche di inevitabili risonanze con l’attualità. Scritta più di 52 anni fa, l’indagine distopica di Wahlöö non è invecchiata di un solo giorno.

L’epidemia, Per Wahlöö (2014, pp. 216). Traduzione di Renato Zatti.

Captive State è un film del 2019 passato pressoché in sordina, complici i toni non proprio entusiastici delle recensioni che ne hanno accompagnato lo sbarco in Italia e il flop al botteghino registrato in patria. Con un budget di 25 milioni di dollari, non è arrivato a racimolarne nemmeno 6 nelle sale americane e ne ha raccolti meno della metà nel resto del mondo, fermandosi a poco più di 8 milioni e mezzo nel computo totale e segnando una dura battuta d’arresto nella carriera del regista Rupert Wyatt (qui molto apprezzato per il rilancio del franchise del Pianeta delle scimmie).

Cosa sia andato storto nella distribuzione di Captive State è difficile da stabilire. Dalla visuale limitata della mia esperienza personale, posso solo testimoniare di esserne venuto a conoscenza solo a quasi un anno di distanza dalla data d’uscita nelle sale, in seguito all’inclusione del titolo nella programmazione di Sky (mea culpa, Carmine Treanni e Silvio Sosio ne avevano comunque parlato su Fantascienza.com, qui e qui, ma mi era sfuggito). Eppure stiamo parlando di una produzione del gruppo Amblin di sua maestà Steven Spielberg, forte del coinvolgimento di grandi attori come John Goodman e, seppur in una parte piuttosto sacrificata, Vera Farmiga (The Manchurian Candidate, The Departed, Source Code, la serie horror The Conjuring). Scritto dallo stesso Wyatt con Erica Beeney, il film ha diviso la critica: tra i favorevoli e i contrari, mi schiero con decisione dalla parte dei primi.

Anno 2027: la Terra è sottoposta da quasi dieci anni al regime di occupazione di una razza di invasori alieni che si sono insediati in enormi e inaccessibili habitat sotterranei. Il primo contatto si è risolto in maniera decisamente traumatica per la specie umana. Giunti sul pianeta nel 2019, gli invasori hanno instaurato un po’ dappertutto governi collaborazionisti e imposto ai terrestri il controllo di un parassita biosintetico e di sciami di droni in grado di rivelarne in ogni istante la posizione, soggiogandoli in un’opera di sfruttamento intensivo e senza precedenti delle risorse minerarie della Terra. Tutte le leggi promulgate da questi governi sono ispirate dai dominatori extraterrestri, che per questo vengono denominati Legislatori.

La storia si svolge a Chicago, ai margini di una delle principali Zone Chiuse riservate ai Legislatori. William Mulligan (John Goodman) è un comandante della polizia locale sulle tracce di una cellula della resistenza, un’organizzazione chiamata Phoenix che si oppone al governo di occupazioni. Le sue radici sono nel distretto operaio di Pilsen, che dopo l’invasione è diventato una specie di ghetto, in cui vive anche il giovane Gabriel Drummond (Ashton Sanders), che ha visto i genitori uccisi dagli alieni e che si trova suo malgrado coinvolto in un’operazione del gruppo Phoenix. Il ragazzo si trova così davanti a una scelta non semplice tra la tranquilla rassegnazione e il vincolo di sangue con suo fratello, che lo condurrà a incrociare ripetutamente la strada con Mulligan, il cui obiettivo è smascherare il Numero Uno al vertice dell’organizzazione clandestina.

Captive State è un film che procede a ritmo serrato, riuscendo a tenere desta l’attenzione dello spettatore e a nascondere il vero volto dei protagonisti fino alle battute finali, in una rivelazione che lascia spiazzati ma che non risulta affatto forzata. Malgrado il budget, gli invasori vengono mostrati raramente, ma con poche apparizioni e una manciata di dettagli particolarmente ben congegnati (il parassita organico, il sistema di controllo imposto alla città, le possenti astronavi mostrate di sfuggita) la regia di Wyatt riesce a rafforzare il senso di estraneità che ci si aspetta da imperscrutabili intelligenze aliene. Malgrado l’insuccesso ai botteghini, la pellicola si ritaglia così un posto di riguardo tra le recenti produzioni fantascientifiche, miscelando abilmente primo contatto, distopia e thriller.

Tra dilemmi morali e metafore del capitalismo della sorveglianza, Captive State elabora uno dei più cupi scenari politici visti negli ultimi anni, che in qualche modo echeggia sia la stilosa distopia di Anon allestita da Andrew Niccol (per il tema della sorveglianza e della resistenza clandestina) che l’opprimente regime collaborazionista di Torchwood: Children of Earth di Russell T Davies. E probabilmente conferma che Spielberg, nonostante i buoni propositi e risultati degni di rispetto, farebbe meglio a restare alla larga dalle produzioni a base di extraterrestri invasori.

Come un pioniere, l’uomo sposta i propri confini sempre più in là, si allontana sempre più da se stesso; si “trascende” sempre di più – e anche se non s’invola in una regione sovrannaturale, tuttavia, poiché varca i limiti congeniti della sua natura, passa in una sfera che non è più naturale, nel regno dell’ibrido e dell’artificiale.

Günther Anders, L’uomo è antiquato

Metto il punto finale a un racconto a cui ho lavorato per un mese in cui sono riuscito a far confluire molti dei miei interessi degli ultimi anni: l’ascesa di una superintelligenza forte in grado di prendere il controllo sulla storia dell’uomo, il contatto con civiltà tecnologiche avanzate extraterrestri, l’ingegnerizzazione dell’umanità in chiave postumana, le pulsioni autodistruttive insite nella nostra natura, il pessimismo cosmico di Lovecraft e Ligotti. In diecimila parole.

Il sabato ideale.

Mentre qualcuno che evitavo di menzionare ha deciso l’altra notte di intraprendere una pericolosa escalation che nessuno ancora osa immaginare dove potrà condurci, proprio mentre in Libia contingenti di eserciti stranieri e privati si uniscono alla guerra tra bande che sta dilaniando il paese e dall’altra parte del mondo l’Australia va a fuoco, nel mondo reale si è celebrato il centesimo anniversario della nascita di Isaac Asimov.

Art by Michael Whelan.

Asimov è il primo autore che viene solitamente in mente quando si parla di fantascienza, sia che si sia dei fan sfegatati, sia che non si abbia una gran conoscenza del genere. Questo è sicuramente l’effetto delle caratteristiche delle sue opere, come ricorda Silvio Sosio nella sua commemorazione per Fantascienza.com:

Coerente, fortemente basata sulla scienza ma senza risultare mai pesante o incomprensibile: uno stimolo continuo a pensare, ad apprezzare la conoscenza e l’intelligenza. Intere generazioni hanno imparato ad amare la fantascienza sulle sue pagine, ma anche la scienza stessa.

Proprio alla sua altrettanto feconda attività di divulgatore è dedicato il ricordo di Roberto Paura per Quaderni d’Altri Tempi. A testimoniare il bisogno che ci sarebbe di persone di cultura come lui, anche un puntuale omaggio mandato in onda da RaiNews, a cura di Francesco Gatti. Qui voglio ricordarlo con una delle sue citazioni che preferisco, tratta dalla rubrica che teneva sulla rivista Newsweek:

C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti, e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”.

Apparve il 21 gennaio 1980 e quarant’anni più tardi è attuale più che mai. E valida, purtroppo, non solo per gli Stati Uniti. Nell’intervista a Giovanni Minoli ripresa nel servizio di RaiNews, Asimov si dichiarava fiducioso nell’umanità. Purtroppo, dobbiamo considerare che l’umanità che aveva in mente il Buon Dottore è alquanto diversa da quello che è diventata nel frattempo. In quarant’anni abbiamo intrapreso un percorso di involuzione e decadenza che getta più ombre che luci sul nostro futuro. E all’orizzonte ancora non s’intravede una Fondazione in grado di offrire una soluzione al vicolo cieco in cui ci stiamo cacciando.

Art by John Harris.

Temo che ora come ora nemmeno l’ostinata fiducia positivista di Asimov riuscirebbe a vedere qualcosa di buono in quello che stiamo combinando, come specie e come civiltà. Sempre che si possa ancora parlare di civiltà.

Che il 2019 sia stato un anno eccezionalmente prolifico, soprattutto per i miei standard attuali, lo dimostra il fatto che ho dovuto separare il resoconto sull’annata del blog da questo, in cui passerò in rassegna i miei contributi extra-olonomici. Nel corso dell’anno che si chiudei in queste ore ho pubblicato, in riviste, webzine e raccolte, 15 articoli (dove non specificato diversamente, su Quaderni d’Altri Tempi) e 3 racconti:

E per finire, una corposa intervista a Carmine (sempre per Delos) sul tema delle intelligenze artificiali, altro tema di cui mi sono occupato estesamente negli ultimi anni.

In sostanza, non mi posso davvero lamentare. Inoltre inseriamo nel pacchetto anche l’attesa edizione cartacea di Karma City Blues, che a quanto pare si sta destreggiando ancora abbastanza bene, e il servizio è davvero completo.

In queste ultime ore del 2019 stanno inoltre prendendo forma almeno due racconti che dovrebbero vedere la luce nel corso del 2020, in progetti piuttosto ambiziosi, e comincia a riscaldare nuovamente i motori un’antologia che andrà in rampa di lancio entro la prossima primavera. Di più al momento non posso dire, ma si tratta di tre iniziative a cui sono molto legato.

Una possibile nota di rammarico è rappresentata dal fatto che mi sarebbe piaciuto riuscire a fare molto di più per Next Station, che prima o poi dovrà decollare nuovamente. Intanto, però, abbiamo pubblicato un articolo eccellente di Linda De Santi sulla letteratura distopica delle donne, ed è stata già di per sé un’enorme soddisfazione.

Last but not least: visioni e letture. Nel 2019, dopo quasi un anno di più o meno volontario esilio, siamo tornati al cinema, ma senza vedere nulla di davvero memorabile da segnalare. Più soddisfacente è stata invece l’annata televisiva: oltre alle novità (Chernobyl, Watchmen, la terza stagione di True Detective e l’ancor più atteso, per quanto tutt’altro che soddisfacente, finale di Game of Thrones), sono riuscito finalmente a completare Halt and Catch Fire, ho avuto modo di riguardare con calma (e apprezzare) Save Me e sono giunto al giro di boa di Mr. Robot e all’ultima stagione di Breaking Bad. Prima o poi magari riparleremo delle cose di cui già non abbiamo parlato nel corso del 2019.

Quanto alle letture, stando alle statistiche di aNobii avrei letto 28 libri per complessive 6.547 pagine, ma come sempre si tratta di un’approssimazione per difetto visto che diversi titoli, tra fumetti da edicola e e-book, sfuggono alla classificazione del social network più odiato da chi legge. Motivo, tra gli altri, che mi induce a usarlo sempre meno.

Prima di chiudere, proviamo ad abbozzare una lista di propositi per il 2020? Partiamo con questi tre, che mi sforzerò di portare a termine nell’arco dei prossimi 12 mesi:

  1. Completare il nuovo romanzo, lasciato in stand-by dalla scorsa primavera
  2. Ridurre l’acquisto di nuovi libri cartacei a non più di sei rilegati e ventiquattro tascabili (impresa ardua, viste le medie degli ultimi anni, ma resa ormai necessaria dalla cubatura ormai prossima all’esaurimento delle mie librerie, che comporterà la conversione al digitale per almeno i due terzi dei titoli acquistati – negli ultimi anni circa )
  3. Completare l’inventario della biblioteca (altra impresa resa improrogabile dalla necessità di tenere traccia efficacemente dei nuovi arrivi e dei progressi di lettura, visto il servizio sempre più penoso offerto da aNobii)

A questi se ne aggiunge in realtà un quarto, ma per il momento lo lascio sospeso, non perché di difficile attuazione, ma perché legato almeno in parte alle iniziative in corso (e ai punti precedenti): negli ultimi due mesi sono già riuscito a ridurre la mia presenza sui social network fino a meno di un’ora al giorno di media su Facebook, traendone benefici dal punto di vista della gestione del tempo, delle emozioni (rabbia, frustrazione, picchi da esaltazione adrenalinica e abissi di depressione ridotti ai minimi storici) e, prevedibilmente, della produttività.

Diverse letture (alcune passate in rassegna in questo articolo, forse il più impegnativo che abbia scritto negli ultimi dodici mesi) mi hanno portato a meditare questo cambio di abitudini. L’idea è di continuare a combattere i cattivi comportamenti che assecondano il controllo del capitalismo cronofago sulle nostre giornate, portando a termine un ritiro definitivo da almeno un paio di social (per il momento la pole position è contesa proprio tra aNobii e la creatura di Zuckerberg, anche grazie alle evidenze emerse nell’ambito dello scandalo Cambridge Analytica) entro il 2021. Ma non escludo di farlo prima.

E con questo, dal mio 2019, l’anno dei replicanti e di Akira, è davvero tutto. Godetevi questi sgoccioli e passate degli splendidi momenti con chi volete e vi vuole bene. E se avete voglia di condividere il vostro bilancio del 2019 e i propositi per il nuovo anno, lo spazio dei commenti è come sempre a vostra disposizione.

Buon 2020! Ci troviamo di nuovo qui l’anno che verrà.

Che anno hanno avuto Holonomikon e il suo blogger? Da quando esiste (anno di grazia 2013), il 2019 è stato l’anno di maggiore attività del blog: una cosa che non avevo preventivato, ma che ho provato a pianificare in corso d’opera al meglio delle mie possibilità. Il che mi ha permesso, tra alti e bassi, di tornare a ritmi (quasi) confrontabili con quelli del glorioso, vecchio Strano Attrattore.

Questo è infatti il post numero 107 dell’anno solare, per un totale finora di 73.462 parole, con una media di 693 parole ad articolo. Sono particolarmente affezionato ad alcune delle cose che ho pubblicato quassù nell’ultimo anno. In particolare penso ai seguenti post:

A cui si aggiungono i post più apprezzati dai lettori, premiati dal numero di visite ricevute:

A mio insindacabile giudizio, è quanto di meglio ha offerto Holonomikon nel 2019. Sarà difficile ripetersi nel 2020 e per questo è inutile e dannoso fare dei propositi che finirei inevitabilmente per tradire.

Dimenticavo, il blog ha ospitato a puntate la riedizione di Orizzonte degli eventi, uno dei miei racconti più apprezzati dai lettori, ma ormai quasi introvabile, che è tornato finalmente disponibile a partire da questo link. Storia analoga per Red Dust, che è tornato disponibile grazie all’interessamento del Club GHoST in una nuova versione, ripulita e ripotenziata. Ma questo già non riguarda più il blog ed è quindi il caso di rimandarvi, per tutto il resto, al post di fine anno.

Questo mese il direttore di Delos SF Carmine Treanni mi ha offerto il privilegio di scriverne l’editoriale. Sia chiaro, il numero come ogni mese è frutto della sua opera infaticabile e propone ai lettori, tra le altre cose, uno speciale su Star Wars, un servizio sul romanzo di Francesca Cavallero Le ombre di Morjegrad fresco vincitore premio Urania e un’intervista al premio Odissea M. Caterina Mortillaro, le rubriche di Roberto Paura e Fabio Lastrucci, e un racconto di Giancarlo Manfredi che è la ciliegina sulla torta.

Per l’editoriale, il primo che scrivo per una testata con questa storia, ho attinto in ordine sparso a un po’ di ricorrenze a cui negli ultimi giorni non abbiamo potuto sottrarci, Blade Runner in primis (ne abbiamo parlato anche qui) e il trentennale della caduta del Muro di Berlino, ma anche da alcuni segnali non proprio incoraggianti che arrivano dalle pagine di cronaca, come l’ennesimo rogo della libreria romana Pecora Elettrica, che ne ha nuovamente rimandato la riapertura. Tutto questo, contestualizzato nello scenario più ampio dei nostri tempi e della percezione molto limitata che ne abbiamo, ha dato la stura a una riflessione sul ruolo degli scrittori di fantascienza, nel segno di Michael Crichton (è solo la seconda volta che ne scrivo, la prima non proprio un’occasione felice) e dei suoi excursus sui sistemi complessi e le dinamiche del caos. Spero che possiate trovarla di vostro interesse.

Leggendo tra le righe del post di sabato, qualcuno avrà notato che a rigor di logica le novità non sono tre ma quattro, e quindi eccoci qui a svelare il quarto annuncio per l’autunno: a distanza di un anno dalla sua uscita in e-book, finalmente Karma City Blues conoscerà una incarnazione cartacea nella collana Odissea Fantascienza di Delos Digital. Dopo le finali al Premio Italia e, imprevedibilmente, all’ESFS Award, la storia di Rico Del Nero e della metalogica Hanuman, sullo sfondo postumano della Città del Karma, vedrà quindi la luce una seconda volta.

Se vi servisse un piccolo incoraggiamento, non trovo di meglio che riportare un estratto.

Un riflesso sui suoi occhiali mi nascose alla vista gli occhi di Valentina per una frazione di secondo e allora capii che era intenta a eseguire dei comandi sui suoi Glass-x, per richiedere le autorizzazioni necessarie e impartire le istruzioni relative alla mia richiesta.

– Abbiamo acceso cinque diverse linee di credito per consentirle di sostenere le spese necessarie – assicurò. – Le abbiamo appena trasmesso i codici di accesso. – Una notifica prese forma e scomparve in un angolo dei Glass-x. – Sono collegati con il suo q-id. Autenticazione fisica a tre fattori tramite impronte digitali, traccia nanoscopica e riconoscimento retinico, attive a partire da questo momento.

– Bene. Avrò bisogno anche di armi. Automatiche e di precisione. Armalite, se possibile. Pistole Glock da assalto. Qualche granata. tnt a scaglie o miscele esogene ricristallizzate, non sono al corrente delle ultime novità presenti sul mercato. Niente che possa dare nell’occhio, comunque.

– Vedo… – fu il commento sardonico di Valentina, mentre prendeva nota scrupolosamente.

– E nanosomi disindividuanti programmabili per l’alterazione della fisionomia e del riconoscimento informatico. Ah… dimenticavo. Mi ci vorrà anche un intervento di chirurgia un po’ invasiva.

Valentina distolse lo sguardo dal desktop virtuale su cui stava appuntando la lista della spesa. Il wetware le permetteva di sintonizzare la sua volontà con il word-processor del dispositivo portatile. Niente tastiera virtuale, per lei – qualsiasi ritardo avrebbe comportato una imperdonabile inefficienza. Il suo era di fatto un dettato telepatico. – Quanto invasiva?

– Dovrò impiantarmi tutto il necessario per una neuroscansione – spiegai.

– È uno scherzo? – Schemi comportamentali, predisposti ad hoc dall’ufficio di formazione del personale della sua vera compagnia, ne tenevano il tono di voce modulato sul livello di un cortese scambio di vedute. Era assertiva, parlava con fermezza.

– Sono serissimo.

– A cosa le può servire l’armamentario di un necromante?

– Mi assecondi, la prego. – Il suo sguardo scettico non subì il minimo mutamento. – In azione – improvvisai allora, – l’imprevisto è sempre in agguato. Inoltre, i collaboratori che ho in mente vorranno delle garanzie per lasciarsi coinvolgere nell’affare. Lo consideri come un piccolo incentivo. Non chiedo lo stato dell’arte: mi accontenterò di tecnologia sorpassata, purché ancora efficace.

– Altro?

– Una piccola modifica ai banchi di memoria. Avrò bisogno di un innesto mnemonico flesh provvisto di una linea ridondante interfacciata direttamente alla corteccia per il riconoscimento visivo e linguistico. Un buffer di bypass dovrebbe fare al caso nostro. Il mio impianto è stato inibito dalla SmartCorr.

– Avremo bisogno di tempo per preparare l’intervento. Ne servirà poi altro per il decorso postoperatorio… Non credo che…

– Voi penserete ai preparativi – tagliai corto. – Del recupero lasciate che mi preoccupi io.

Per la prima volta mi parve di cogliere una fugace ombra di esasperazione sul viso della mia interlocutrice. Si sfilò gli occhiali, li posò sulla scrivania e mi fissò dritto negli occhi, inclinando appena la testa, come a voler prendere meglio la mira sul nucleo profondo della mia anima. Se cercava l’haragei[1] stava guardando un mezzo metro abbondante troppo in alto. Se poteva accontentarsi della ghiandola pineale, si trovava invece sulla strada giusta.

Disse: – Nient’altro?

Avevo una vita nuova, nuovi amici e un’intera gamma di nuove esperienze da affrontare, per tacere delle occasioni che ero pronto a cogliere. Decisi che potevo accontentarmi.

– Nient’altro.

[1] Nelle arti marziali giapponesi, centro di gravità, baricentro delle energie vitali che permette al praticante di avvertire una minaccia e anticipare la mossa dell’avversario. Il termine indica anche una competenza nella comunicazione interpersonale, consistente nell’abilità di trasmettere pensieri ed emozioni tenendole implicite nella comunicazione verbale: si tratta di una forma di retorica che si prefigge di esprimere le reali intenzioni e la verità sottesa al linguaggio attraverso le implicazioni, una pratica ritenuta molto difficile da acquisire per i non giapponesi.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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