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Giorno 39 dalla dichiarazione della Zona Rossa Italia. Raggiunti i 172.434 casi totali. 42.727 dimessi, di cui un numero imprecisato di guariti. 22.745 decessi sicuri, ma diverse migliaia di decessi stimati in aggiunta ai dati ufficiali: nelle case di riposo (e qui per la Regione Lombardia le cose iniziano a mettersi male, con buona pace per tutta la campagna propagandistica che ha accompagnato la gestione dell’emergenza, dalle dirette Facebook del suo assessore al Welfare all’ospedale in Fiera) o in isolamento domiciliare.

La curva dei contagi pare stia raggiungendo l’atteso picco, con tre settimane di ritardo rispetto al picco che in molti ci aspettavamo a fine marzo. Oggi il numero totale dei positivi è salito di sole 355 unità a 106.962: l’incremento minore dal 3 marzo, grazie anche al massimo finora raggiunto dal numero di guariti giornalieri (+2.563), ma sono comunque 10mila unità più del picco che prevedevamo solo la scorsa settimana.

Ma ormai su questi numeri l’attenzione si è molto ridotta, sia per le note metodologie già più volte discusse (e riassunte in questi due articoli del Post), sia per l’allentata pressione sul sistema sanitario nazionale, in particolare con una riduzione del tasso di occupazione delle terapie intensive dal 65% di inizio aprile a circa la metà negli ultimi giorni (37%).

Sulla validità, attendibilità, utilità o credibilità dei dati si sono aggiunti negli ultimi giorni questo commento di Francesco Costa e questo post di Luca Sofri che riprende uno studio di alcuni astrofisici che stanno seguendo l’evoluzione statistica dell’epidemia, e che hanno trovato per primi una spiegazione allo strano andamento ondulatorio della discesa del numero di contagi giornalieri: evitando spoiler per rovinarvi il gusto della scoperta, anticipiamo qui che i «picchi» visibili nella prima delle immagini qui sopra sono distanziati di… 7 giorni.

Tutto sommato, che fosse una farsa avevamo iniziato a sospettarlo già dopo la prima settimana di quarantena.

Ma a proposito di farsa guardiamo cosa sta succedendo nel mondo. Ovvero: 2.223.240 casi totali e 152.328 vittime. Gli USA hanno quasi raggiunto 700.000 casi e 37.000 vittime: i nuovi contagi continuano a crescere da giorni al ritmo di 30.000 al giorno, mentre la conta delle vittime ha visto il suo giorno più nero il 14 aprile, con oltre 6.000 decessi in ventiquattro ore. I numeri, come dimostra l’esperienza italiana, non devono trarre in inganno: gli Stati Uniti, fatte le debite proporzioni, si trovano più o meno dove eravamo noi a fine marzo; sono passate tre settimane e i casi sono continuati ad aumentare. Ma Donald Trump tira dritto per la sua strada e, spaventato da scenari economici sempre più foschi che difficilmente ne favorirebbero la rielezione (nell’ultimo mese sono state presentate 22 milioni di richieste per il sussidio di disoccupazione), ha deciso di andare allo scontro aperto con i governatori degli stati guidati dal Partito Democratico. Mentre lui dichiara di aver sospeso i finanziamenti alla World Health Organization, rea a suo dire di una cattiva gestione della crisi (ma in molti hanno riconosciuto nell’annuncio la solita strategia di Trump per sviare l’attenzione dalle sue responsabilità e dai suoi fallimenti), e propone un piano in 3 fasi per rimettere in moto l’economia, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo estende le misure restrittive fino al 14 maggio.

In Spagna i casi sono arrivati a 188.093, con 19.613 vittime. In Francia a 147.969, con 18.681 vittime. Nel Regno Unito 108.692, con 14.576 vittime, ma il 12 aprile il premier Boris Johnson ha lasciato l’ospedale in cui era ricoverato. In Germania, con 139.134 casi confermati, ci sono state appena 4.203 vittime. Il Portogallo si conferma al contrario una felice eccezione nel panorama del Vecchio Continente.

L’epidemia si diffonde anche in Turchia e Russia, inducendo il governo di Ankara a scarcerare 45.000 detenuti a rischio di contagio (ma non i «detenuti politici») e il presidente russo Vladimir Putin a una posizione inaspettatamente defilata nella gestione di una crisi la cui portata potrebbe essere già oggi più grave di quanto denunciano le cifre ufficiali (32.000 casi, meno di 300 vittime…).

Le autorità cinesi hanno rivisto al rialzo il numero di decessi avvenuti a Wuhan a causa della Covid-19: nella città focolaio della pandemia, ci sarebbero stati almeno 1.290 decessi in più rispetto alle stime originariamente diffuse dal governo. Il bilancio delle vittime sale così a 4.632.

La World Trade Organization nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto in cui prospetta una contrazione del commercio mondiale compresa tra il 13 e il 32 per cento. Nel secondo semestre del 2020 gli scambi potrebbero ripartire limitando i danni; al contrario, se la crisi dovesse proseguire, si potrebbe avere un risollevamento dell’economia solo a partire dal 2021, con un ritorno al volume di scambi di… dieci anni fa. In entrambi gli scenari, l’impatto della pandemia sembra destinato a dimostrarsi peggiore della crisi del 2008.

Previsioni sul volume degli scambi commerciali mondiali; scenari a confronto con la serie storica (fonte: WTO, via Il Post).

E degli scenari bisognerebbe ricominciare seriamente a parlare anche in Italia. Le stime dell’impatto della crisi per il nostro paese peggiorano di settimana in settimana: se a marzo si parlava di un calo del PIL mediamente intorno al 5%, per il Fondo Monetario Internazionale adesso la crisi si tradurrà in una perdita del 9,1%. Non siamo soli: la Germania perderebbe circa il 7%, l’Eurozona nel suo insieme il 7,5%, gli Stati Uniti il 5,9%. Ma siamo sicuramente tra i più colpiti.

Non a caso l’altro giorno la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, intervenendo all’inizio dei lavori di una sessione plenaria straordinaria del Parlamento Europeo, ha rivolto delle scuse all’Italia per non aver fatto abbastanza nelle battute iniziali della crisi. Mentre sono in discussione le nuove misure per fronteggiare la pandemia e le sue conseguenze economiche, con i paesi europei schierati  tra un fronte più intransigente e uno più favorevole a una maggiore flessibilità, questa autocritica è sembrata un’apertura alle istanze del nostro paese… e, giusto per non smentirsi, poche ore dopo i nostri rappresentanti politici all’Europarlamento, senza distinzioni di schieramento, hanno offerto l’ennesima dimostrazione della grande coerenza e dell’amore che nutrono per il nostro Paese. A riprova del fatto che viviamo tutti in una farsa, non c’è altra spiegazione.

Inevitabilmente anche i tassi di disoccupazione aumenteranno dappertutto: dal 10 al 12,7% in Italia, con l’Eurozona al 10,4%. Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha ribadito che bisognerebbe spendere tutto il necessario per sostenere l’economia dei paesi in crisi durante la pandemia e qualcuno si è spinto a ipotizzare un «reddito di quarantena», che mette i brividi fin dalla definizione. Ma con un pizzico di coraggio in più si potrebbe provare a guardare un po’ oltre il nostro naso.

Si prevedono tempi di enormi stravolgimenti e la situazione è talmente incerta che mai come nelle ultime settimane think tank, comitati e risk office hanno elaborato scenari tanto contrapposti. Senza essercene accorti, invece del picco dei contagi potremmo in effetti esserci messi alle spalle il picco del petrolio (il cosiddetto picco di Hubbert, che prende il nome dal geofisico americano Marion King Hubbert), che diversi studi prevedevano per questo decennio (e alcuni per il 2023), e che invece potrebbe esserci stato nel 2019. En passant, la curva di Hubbert (che altro non è che la derivata della funzione logistica o sigmoidale che sappiamo approssimare bene l’andamento dei casi totali) è proprio la funzione adottata nei modelli usati per descrivere l’andamento dei nuovi contagi giornalieri (l’andamento qui sotto è tratto per esempio dal post del 31 marzo).

Scenario_E2_casi_giornalieri_2020-03-31

Per accelerare la ripresa, paesi come la Cina potrebbero decidere di puntare sulla costruzione di nuove centrali a carbone, vanificando i benefici indirettamente comportati dal lockdown in termini di emissioni inquinanti.

Probabilmente con i settori dell’auto e dei trasporti aerei che riporteranno le perdite più gravi a causa della pandemia (e almeno per il trasporto aereo sembra davvero poco plausibile un rilancio nei prossimi mesi) e con il mercato dell’energia che si accinge ad accelerare i tempi di una transizione epocale, potrebbe essere arrivato il momento per rivedere l’intero modello di business su cui si reggono le nostre società occidentali. Ovviamente è presto per parlare di cambiamenti che potrebbero diventare effettivi solo sul medio-lungo periodo, come per esempio la riprogettazione del settore dell’energia, ma i piani decennali che alcuni paesi hanno già avviato potrebbero venire accelerati. Allo stesso tempo, gli effetti della pandemia potrebbero finire per mostrare anche ai più scettici i vantaggi di un sistema sanitario centralizzato o almeno coordinato centralmente e la necessità di  un piano di assistenza medica gratuita universale. Spingendoci ancora un po’ oltre, allora, con milioni di posti di lavoro che andranno in fumo prima che se ne possano creare di nuovi, probabilmente in settori diversi, è ancora così balzana la prospettiva di un reddito universale di base che non sia la ridicola parodia messa in piedi dal M5S in Italia?

Non lo so, ma sugli scenari torneremo sicuramente nei prossimi giorni. Intanto, una chiosa sull’Italia. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è detto pronto a chiudere i confini della regione se i suoi colleghi dovessero allentare le misure di sicurezza attualmente previste dal governo, con il rischio di una ripresa dei contagi a livello nazionale. Come qualcuno faceva notare, non è una prospettiva molto distante da qualcosa che capitava nelle pagine di Corpi spenti. La realtà potrebbe solo essere arrivata con quei 40 anni di anticipo, per non farci mancare ancora una volta niente. Nemmeno in tempi di pandemia.

5 aprile 2020. 1.258.198 casi di COVID-19 acclarati nel mondo nel momento in cui scrivo. Casi raddoppiati in poco più di una settimana. Il 2 aprile abbiamo superato il milione di casi documentati.

930.259 casi attivi. 68.310 vittime. Tra gli altri, anche il grande Juan Giménez, maestro argentino del fumetto, autore di pietre miliari dell’immaginario fantascientifico come La Città e Il quarto potere, di capolavori bellici (Asso di Picche), nonché illustratore della celeberrima saga di Alejandro Jodorowsky La casta dei Meta-Baroni. È la prima vittima causata dalla COVID-19 con cui posso dire, da lettore, di avere avuto un legame affettivo. Non è come perdere un proprio caro, naturalmente, ma dalle testimonianze di diversi altri amici appassionati di fumetti è evidentemente una perdita che scava un solco: è come se il virus si fosse manifestato, in un modo meno pericoloso ma non meno subdolo, tra le pareti di casa, entrando nelle nostre vite con una ferita che è qualcosa di più del disagio dovuto alle misure di contenimento del lockdown. Significa sapere che non esistono progetti, di vita o artistici, che non possono essere spezzati dall’irruzione del contagio. È la pandemia che si manifesta in tutta la sua brutale violenza: un virus che circola tra noi da due mesi, originatosi qualche mese prima all’altro capo del mondo, e che di punto in bianco si porta via a 12.000 km di distanza un artista che abbiamo amato incondizionatamente senza mai incontrare.

Con qualcosa come 30mila nuovi casi al giorno, la crescita del contagio negli Stati Uniti prosegue inesorabile. Siamo a 328.662 casi documentati, il doppio rispetto all’ultima volta che ne abbiamo scritto, nemmeno una settimana fa. La metà, circa 160mila, solo tra gli stati di New York e New Jersey, con 2.256 morti documentate nei confini amministrativi di New York City, che da sola conta un terzo dei casi. Wuhan è già un pallido ricordo, a questo punto della curva. Il governatore dello stato Andrew Cuomo ha pubblicato sul suo profilo Twitter questo video di incoraggiamento rivolto alla città.

C’è uno stile diverso, una diversa consapevolezza, rispetto a quella che finora abbiamo visto esibire dai politici nostrani. Facciamocene una ragione.

Il 3 aprile la Spagna ha superato l’Italia per numero di contagi registrati, diventando il primo paese in Europa. Attualmente fa registrare 130.759 casi totali, con un tasso di guarigioni doppio rispetto al nostro (38mila contro poco meno di 22mila), 6.861 ricoveri in terapia intensiva e 12.418 vittime.

La Germania è il terzo paese in Europa e si appresta a superare la soglia dei 100.000 casi, ma continua a far registrare un basso tasso di mortalità (1.573 vittime ad oggi). In Francia, con quasi 90.000 casi e 7.560 vittime, si è deciso di annullare per la prima volta nella storia l’esame finale delle superiori, il baccalauréat introdotto da Napoleone nel 1808. Qualsiasi retorica del “noi non faremo la fine dell’Italia“, “siamo un paese meglio organizzato“, “non ci faremo trovare impreparati“, è stata disintegrata dalla realtà dei fatti.

In Russia, dove ufficialmente si contano ad oggi poco più di 5mila casi e 45 vittime, il presidente Vladimir Putin ha annunciato l’estensione delle disposizioni di sospensione di tutte le attività non necessarie fino al 30 aprile, assicurando il pagamento degli stipendi. In UK, dopo un timido rallentamento fatto registrare ieri, si tornano a contare quasi 6mila nuovi casi nelle ultime 24 ore, che portano il totale a 47.806 (le vittime sono 4.934).

E in Italia?

In Italia l’ora più buia sembra tutt’altro che passata. È vero che i nuovi casi fanno registrare un trend in lenta riduzione, e la crescita dei casi attivi appare rallentare anch’essa, ma in quest’ultimo bilancio continua a incidere più del previsto il numero delle vittime, per cui valgono sempre tutte le considerazioni fatte nelle ultime settimane. Il bollettino odierno della Protezione Civile riporta 4.316 nuovi casi, 525 decessi (minimo registrato dal 20 marzo), 819 dimessi/guariti, per un saldo di +2.972 casi attivi rispetto a ieri. Queste cifre portano il totale dei casi documentati a 128.948, i decessi a 15.887, i guariti/dimessi a 21.815 e i casi attivi a 91.246.

Queste cifre mandano in pezzi il modellino dello scenario E che ci ha accompagnati nelle ultime settimane, com’è evidente dai due grafici che riporto a titolo esemplificativo qua in basso, sull’andamento dei casi totali, e sul particolare dei guariti e delle vittime (quest’ultimo su scala logaritmica).

La biforcazione tra le curve reali e quelle stimate dal modello è evidente e rende inutile qualsiasi ulteriore utilizzo dello scenario E. Tra ieri e oggi ho quindi provato a mettere insieme i pezzi di un quarto scenario, non perché creda a una qualche utilità scientifica (abbiamo ripetuto allo sfinimento che i numeri su cui stiamo lavorando sono la punta dell’iceberg e il sommerso è per lo più sconosciuto a tutti, non solo a me), ma perché ritengo che qualsiasi valutazione sui giorni a venire non possa prescindere da un confronto con una qualche aspettativa, e non conosco altro modo per costruirmi delle attese che guardare a dei modelli, almeno finché mostrano una minima concordanza tra previsioni e risultati registrati.

Eccoci quindi passare allo scenario F. Dopo la C di Catastrophic, la D di Desolation e la E di Evil, è il turno della F di frak!, ma anche di Frankenstein: il modello qui proposto eredita tutte le assunzioni che avevano funzionato per lo scenario E e cerca di aggiornarle con molta approssimazione alla luce dei dati registrati nell’ultima settimana.

In sintesi quello che vediamo è:

  1. una riduzione del numero di nuovi casi più lenta dello scenario precedente, che porta la saturazione della sigmoide dei casi totali oltre i 180.000 casi
  2. un picco di casi positivi contemporanei che passa dagli 80.000 attesi per il 4 aprile ai circa 96.000 del 10 aprile (e qui faccio osservare che sarebbero due o tre volte i valori di picco prefigurati negli scenari presentati dalla stampa solo tre settimane fa)
  3. una crescita più lenta delle guarigioni
  4. una maggiore incidenza della mortalità: il nuovo modello tiene conto del fatto che il tasso di mortalità da alcuni giorni si è stabilizzato intorno al 12,3%.

Inoltre, per tornare al discorso sulla riduzione dei nuovi casi, trovo utile ribadire che, al di là dei proclami che vedo ripetersi da più parti, incluse le conferenze stampa della Protezione Civile, il trend che stiamo osservando è molto lento:

Questo trend si ridurrebbe comunque anche se ogni giorno registrassimo un numero costante di nuovi casi, per il semplice fatto che è una proporzione con il numero totale dei casi registrati fino al giorno prima, che è un numero che cresce costantemente. Per andare a 0, occorre che vadano a 0 i nuovi casi, ed è evidente che questa tendenza è troppo lenta, visto che (zoom qui in basso), siamo da una settimana sotto il 5% e solo oggi siamo riusciti a scendere sotto il 4%. Di questo passo, potrebbero volerci mesi prima di azzerare il tasso di nuovi contagi.

Qualsiasi considerazione sul ritiro o la modifica delle misure di contenimento disposte finora non potrà prescindere da chiari segnali provenienti da questo trend e dalla simultanea riduzione del numero totale di casi attivi contemporaneamente. A beneficio di tutti, nelle date cruciali dell’emergenza da COVID-19 in Italia, ovvero il 10 marzo, data dell’estensione delle misure valide per la Zona Rossa al resto d’Italia, e il 22 marzo, data del nuovo DPCM che decretava l’arresto di tutte le attività produttive non essenziali, registravamo i seguenti valori:

  • 10.03.2020: nuovi casi 977 (totale 10.149, +10,7%), casi attivi 8.514
  • 22.03.2020: nuovi casi 5.560 (totale 59.138, +10,4%), casi attivi 46.638

Secondo il modello approssimato dello scenario F, trascorreranno mesi prima che la curva dei casi positivi torni a quei valori. Con tutte le solite considerazioni sull’attendibilità delle rilevazioni ufficiali e tutto il resto che non sto a ripetere.

Infine, ultime considerazioni sui dati degli ultimi giorni. I ricoveri in terapia intensiva hanno mostrato una riduzione significativa negli ultimi giorni: ieri e oggi il saldo tra nuovi ricoveri e dimissioni è stato addirittura negativo (-74 e -17). Oggi risultano ricoverate in terapia intensiva 3.977 persone in Italia, con un’occupazione di poco maggiore del 60% dei posti disponibili. Qui si riaggancia il discorso che facevamo la volta scorsa sul presunto, probabile collasso del sistema sanitario nelle regioni maggiormente colpite, ma una domanda che mi piacerebbe che qualcuno facesse in conferenza stampa, e da cui mi aspetterei una risposta chiara dal comitato tecnico-scientifico, è se nel corso di queste settimane non siano cambiati i criteri seguiti per i ricoveri. Visto che il virus è sempre lo stesso e la sua letalità non è cambiata nel frattempo, delle due l’una: o le strutture si stanno attenendo a criteri diversi per l’ospedalizzazione in terapia intensiva, oppure ormai il sistema non riesce più a sostenere nuove domande.

Concludiamo con alcune notizie dalla Lombardia. In una intervista rilasciata al Quotidiano del Sud, il presidente dell’associazione di categoria che raggruppa 400 Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), ovvero case di riposo, lombarde, richiama l’attenzione sulla delibera regionale dell’8 marzo che ha trasformato le strutture ricettive in nuovi focolai. Non sorprende più di tanto, a questo punto, che i decessi fatti registrare nelle case di riposo non siano stati opportunamente documentati con test di positività.

La giunta leghista si è inoltre distinta nelle ultime ore per avere imposto a tutti i cittadini lombardi l’utilizzo delle mascherine, o in alternativa «attraverso semplici foulard e sciarpe», ogni volta che si esce di casa. Un’ordinanza disarmante, in una regione che non ha ancora saputo garantire l’approvvigionamento di mascherine per coprire l’eventuale fabbisogno dei suoi dieci milioni di abitanti, e che con Makkox non possiamo fare a meno di commentare così:

 

 

Nel mondo i casi documentati di COVID-19 hanno superato le 800.000 unità, di cui 600.000 circa risultano ancora in corso. Gli USA hanno ormai doppiato la Cina, toccando quota 164.435 (contro 81.518). Le vittime tra i cittadini statunitensi salgono a 3.175 (contro 3.305), e il dottor Anthony Fauci, immunologo a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e consigliere del presidente Donald Trump per l’emergenza coronavirus, per tranquillizzare la popolazione di fronte a scenari che danno come possibili un milione di decessi, ha parlato di una forbice tra le cento e le duecentomila vittime nel paese. Trump, che nemmeno la gravità della crisi ha saputo richiamare alla realtà, appena qualche giorno dopo aver millantato una riapertura degli esercizi commerciali e delle fabbriche entro Pasqua, ha annunciato come se niente fosse che sarà un successo se riusciranno a stare sotto le centomila vittime: centomila decessi, centomila cittadini americani spazzati via da un virus che avrebbe dovuto sparire «per miracolo». E i sondaggi lo ripagano con il massimo del gradimento da parte degli elettori da tre anni a questa parte…

I morti nel mondo sono 40.633. In Spagna le cose stanno andando anche peggio che in Italia: 8.189 morti a fronte di 94.417 contagiati; a parità di giorni decorsi dal primo caso, l’Italia aveva 64mila casi e meno di 7mila vittime. Nelle ultime 24 ore il paese ha registrato 9.222 nuovi contagi; il picco italiano è stato di 6.557 contagi (il 21 marzo). Madrid si aspetta un impatto sul PIL pari al 4% a causa dell’ibernazione, come viene chiamato in Spagna il lockdown. Sono valori analoghi a quelli che circolavano in Italia un paio di settimane fa, prima che ulteriori valutazioni aggravassero le stime fino e oltre il 10% del PIL.

In Francia, la scrittrice Annie Ernaux (autrice, tra gli altri, di volumi di autofiction, a metà strada tra autobiografia, sociologia e prosa narrativa, come L’evento, Gli anni e L’altra figlia, tutti pubblicati in Italia da L’Orma Editore) ha rivolto una lettera al vetriolo al presidente Emmanuel Macron, additandone l’inadeguatezza nel gestire il paese e nell’affrontare la crisi: esattamente i lavoratori dei settori pubblici (scuola, sanità, energia, poste, ferrovie), bersaglio negli ultimi anni di riforme e tagli che hanno portato anche a violenti scioperi, si ritrovano adesso a reggere i servizi essenziali di un paese bloccato dal coronavirus. Una denuncia autorevole, che si aggiunge alle già numerose prese di posizione contro un sistema che, in Francia come in Italia e nel resto del mondo, sembra incapace di pensare all’emergenza in termini di costi umani, ma non guarda ad altro che agli indicatori economici. Un commento in italiano alla lettera può essere letto su Fanpage.

La visione mercatocentrica porta a storture che dovrebbero farci drizzare le antenne: non sembra che sia così, invece, se proprio nel cuore dell’Europa il parlamento di Budapest guidato da Fidesz, il partito ultranazionalista del primo ministro Viktor Orbán, ha approvato proprio ieri una riforma che conferisce al premier la facoltà di emanare leggi in sostituzione del parlamento stesso senza limiti di tempo, giustificando la decisione con la necessità di contenere la crisi dovuta al coronavirus. Poco più di un pretesto, per le opposizioni e gli osservatori internazionali, che hanno parlato di deriva autoritaria: con questa riforma, secondo l’organizzazione Human Rights Watch, l’Ungheria completa la sua trasformazione in una «dittatura in piena regola». Sono i pieni poteri che qualcuno invocava anche qui da noi, tanto per capirci.

Per fortuna ci pensano l’Albania e il Portogallo a illuminare con un po’ di speranza l’acciaccato vecchio continente. Tirana ha inviato una delegazione di trenta medici per coadiuvare il personale sanitario italiano impegnato nelle difficili operazioni di contenimento del contagio in Lombardia. Il discorso del premier socialista Edi Rama ha scosso molte coscienze: «Non siamo privi di memoria e non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà. Questa è una guerra dove nessuno può vincere da solo. [… ] Oggi noi siamo tutti italiani e l’Italia la deve vincere e la vincerà questa guerra, anche per noi e anche per l’Europa e il mondo intero». Per una volta il lessico bellico non sembra fuori luogo, anche perché accompagna parole di solidarietà, di mutuo soccorso e di amicizia, contro un nemico che non è umano e, come sottolineava Ernaux, «non è un nostro simile, non ha volontà di nuocere, è ignaro di frontiere e differenze sociali». Una bella lezione per il mondo intero, così come quella del governo socialista lusitano, che ha riconosciuto il permesso di soggiorno ai richiedenti, con una sanatoria che permetterà loro di accedere ai servizi pubblici e alle cure in caso di necessità. «In questa emergenza i diritti dei migranti devono essere garantiti» ha dichiarato Claudia Veloso, portavoce del ministero degli Interni.

Alcuni tempo fa sostenevano che i politici sono tutti uguali, che destra e sinistra si equivalgono. Col cazzo!, se permettete.

In Italia il mese di marzo si conclude con 105.792 persone contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 (+4.053 rispetto a ieri, quando abbiamo superato quota 100.000). I casi attivi sono 77.635 (+2.107 rispetto a ieri). Di fatto, stiamo rispettando lo scenario E2 (che prevedeva a questo punto rispettivamente 105.418 casi totali e 77.700 casi positivi in corso).

La variazione giornaliera prosegue nel trend in discesa e arriva al 4%: finché non arriverà a 0 continueranno a esserci nuovi casi, quindi consideriamo che la terza fase dell’epidemia, dopo l’esplosione e il picco, diventerà uno stillicidio di numeri sempre più piccoli, prima alcune centinaia, poi poche, poi nell’ordine delle decine di nuovi casi al giorno che, come già capitato in Cina e Corea del Sud, si protrarrà per settimane e con le misure di contenimento in atto potrebbe rivelarsi un pungolo continuo per i nostri nervi.

Il modello E2 sembra funzionare bene finora perché il conteggio dei decessi e dei guariti, pur non rispettando esattamente l’andamento atteso (risulta infatti sottostimato nel primo caso, sovrastimato nel secondo), come somma continua a mantenersi allineato alle previsioni (28.157 tra vittime e guariti rispetto alla stima attesa di 27.719).

Ogni mancata previsione sulle guarigioni da parte del modello, a questo punto, inizia a essere imputabile alla mia sottostima dei decessi. Appare purtroppo certo che la mia soglia di 12.666 vittime sarà presto superata, quasi sicuramente già domani: le 837 vittime registrate oggi hanno infatti portato il computo totale dei decessi a 12.428. Nella scala logaritmica qui in alto, lo scalino rosso andrà quindi alzato plausibilmente di diverse migliaia di casi fatali.

Ha senso? Nello scenario E2 il tasso di mortalità considerato era del 9% sul numero totale dei casi, ma il tasso “reale” (virgolette d’obbligo, essendo il valore totale dei casi al denominatore tutt’altro che una misura certa dei contagi realmente avvenuti dall’inizio dell’epidemia) cresce ininterrottamente, a meno di fluttuazioni giornaliere, da più di un mese: dal 2,4% del 28 febbraio siamo arrivati all’11,7% del 31 marzo. E qui bisogna aprire una parentesi lunghetta.

Sui problemi dei numeri che stiamo esaminando ci siamo già soffermati. Il numero reale dei decessi, come dimostrano le registrazioni anagrafiche delle province lombarde confrontate con i dati degli anni scorsi, è sicuramente superiore rispetto al valore comunicato dalla Protezione Civile. Sta facendo molto discutere in questi giorni un rapporto dell’Imperial College di Londra, elaborato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità per valutare l’efficacia delle misure di contenimento adottate in 11 paesi europei. Secondo le stime dello studio, la popolazione realmente infettata in Italia sarebbe compresa tra il 3,2% e il 26% della popolazione totale: da un minimo di 2 a un massimo di 16 milioni di italiani avrebbero già contratto il virus, e la percentuale di asintomatici  e paucisintomatici sarebbe quindi tra uno e due ordini di grandezza superiore alle centinaia di migliaia finora stimati. La mortalità riscontrata andrebbe quindi rapportata a questi valori, venendo ricondotta sotto la soglia dell’1% dei casi totali. Gli autori stessi dello studio invitano a considerare con prudenza questi valori: lo scopo dell’analisi è infatti valutare l’effetto delle misure restrittive, che a loro avviso avrebbero già salvato tra le 13.000 e le 84.000 vite solo in Italia, e centinaia di migliaia in Europa.

Tuttavia non possiamo evitare di osservare che il numero di ricoveri in terapia intensiva da alcuni giorni sembra essersi stabilizzato appena al di sopra della soglia di sostenibilità del sistema che avevamo preso in considerazione la settimana scorsa: 4.023 contro una mia stima di 3.755 (e un totale di posti stimati in 6.300, con un tasso di saturazione del 64%).

Dopo essersi mantenuto tra circa 100 e 200 nuovi ricoveri al giorno per quasi tre settimane (con una punta di 241 il 18 marzo), il numero di trattamenti in terapia intensiva da tre giorni si è ridotto considerevolmente: 50 il 29/3, 75 ieri e 42 oggi. In percentuale sul numero totale dei casi attivi, dal 10,9% i ricoveri in terapia intensiva sono scesi a 5,2%, in un trend continuo.

La domanda che m’insegue da qualche giorno, guardando ai dati come a una black box e considerando che metà della regioni italiane sono ormai a un tasso di occupazione superiore al 66% dei posti in terapia intensiva (i due terzi dei posti disponibili, immaginando di lasciare una riserva di un terzo per i casi estranei all’infezione da coronavirus), è se non abbiamo ormai raggiunto la reale capacità di assorbimento del sistema sanitario nazionale, almeno nelle regioni finora più interessate. Questo potrebbe rendere conto, con il basso numero di test effettuati, del tasso di mortalità sproporzionato registrato in Italia.

Prima di chiudere, un primo sguardo al futuro. Mi fa piacere ritrovarmi a non essere l’unico a interrogarsi sugli orizzonti che ci aspettano. Una riflessione interessante è quella di Luca Sofri, il direttore del Post (che con Internazionale continua a essere una delle migliori fonti di informazione in lingua italiana sulla pandemia e non solo).

Il direttore dell’Italian Institute for the Future Roberto Paura firma invece questo editoriale per Futuri che è anche un manifesto e, se nei dettagli può essere più condivisibile per alcuni di noi e meno per altri, nell’orizzonte che si sforza di abbracciare e nell’approccio che decide di adottare è quanto di più lucido e consapevole mi sia capitato di leggere dall’inizio della pandemia.

Molti di noi stanno maturando delle aspettative verso il dopo che, in un senso o nell’altro, finiranno per essere deluse almeno in parte: per la forza della resistenza al cambiamento che pervade tutti i settori produttivi della nostra società e per il contesto ambientale che non potremo più concederci il lusso di ignorare.

Come ci fa notare Roberto, un patto transgenerazionale, una presa di coscienza del nostro ruolo nel mondo (e nei processi produttivi e nelle dinamiche sociali), una maggiore responsabilità verso l’ecosistema e un uso della tecnologia che pieghi l’innovazione a questa responsabilità sono le condizioni da cui non possiamo prescindere per proiettarci oltre l’ostacolo del rischio esistenziale, per dirla con Nick Bostrom, in cui ci siamo imbattuti.

Ma per cambiare davvero le cose, dovremo uscire in maggior parte “arricchiti” da questa esperienza. Arricchiti nel senso di formati, naturalmente. Viviamo quindi la quarantena (l’isolamento, il contenimento, l’ibernazione), le restrizioni, la rinuncia a molte libertà (ma per fortuna ancora non tutte), come banco di prova per il futuro. Da come ne usciremo, sarà facile capire quale grado di fiducia nutrire verso le nostre risorse alla successiva catastrofe che prima o poi senz’altro si presenterà.

415.146 casi registrati. 18.562 vittime. 108.296 guariti. Ecco la situazione nel mondo nel momento in cui scrivo (dati forniti da Worldometers).

La metà dei casi riguardano l’Europa, che ha ormai staccato la Cina come focolaio più attivo a livello globale: dell’Italia parleremo dopo, ma la Spagna ha raggiunto quasi i 40mila casi, con 2.800 vittime e 5.400 contagiati tra gli operatori sanitari, di cui 2.000 solo negli ultimi 2 giorni a causa della carenza di dispositivi di protezione; la Germania è a 32mila casi e il basso numero di vittime (156) per il momento sembra dovuto alla maggiore diffusione dei contagi tra le fasce più giovani della popolazione e con il diffondersi dell’epidemia sempre più anziani potrebbero essere colpiti, ma sembra difficile che l’emergenza possa assumere le proporzioni raggiunte in Italia, grazie ai 28mila posti in terapia intensiva di cui dispone la Bundesrepublik; la Francia, con oltre 22mila casi, ha superato oggi le mille vittime e i consulenti scientifici del presidente Emmanuel Macron hanno suggerito di proseguire il blocco del paese almeno per altre sei settimane fino alla fine di aprile.

Secondo un portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’85% dei nuovi casi registrati nelle ultime 24 ore sono stati in Europa e in USA. Malgrado gli States abbiano più di 50mila casi e 667 decessi, e nonostante la richiesta d’aiuto del governatore dello stato di New York Andrew Cuomo perché il governo federale sostenga lo stato con 30.000 nuovi respiratori prima che si trasformi nel prossimo epicentro globale del coronavirus, il presidente Donald Trump in controtendenza ostenta ottimismo e rimanda qualsiasi decisione sulla riapertura degli esercizi commerciali alla prossima settimana.

Intanto gli stati che hanno annunciato il lockdown sono 15, con misure che riguardano la metà circa dei 330 milioni di cittadini americani. A questi si aggiungono India, Sud Africa e Nuova Zelanda, che entreranno in lockdown tra poche ore per almeno tre settimane: 2,6 miliardi di persone sono costrette a casa come misura per contenere il dilagare della pandemia.

Anche il Giappone si è arreso e ha accettato di rimandare le Olimpiadi al 2021: non era mai capitato prima che le Olimpiadi venissero spostate e l’ultima volta che erano state annullate era il 1944.

In Italia il Consiglio dei Ministri ha approvato nel pomeriggio un nuovo decreto per porre ordine nelle misure di contenimento fin qui disposte, precisando che i provvedimenti adottati possano essere rinnovati per ulteriori 30 giorni alla scadenza e successivamente estesi fino al 31 luglio, data di scadenza dei sei mesi dallo stato di emergenza dichiarato il 31 gennaio scorso. Il testo inasprisce le sanzioni per i trasgressori (che sono comunque molti meno di quanto si pensa e di quanto si sarebbe potuto credere) e introduce per i prefetti la possibilità di avvalersi delle forze armate per far rispettare le misure previste. Agli amministratori regionali e comunali viene riconosciuta la facoltà di disporre in autonomia provvedimenti più restrittivi, che non potranno però avere durata superiore ai sette giorni se non confermati attraverso un decreto ministeriale. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte domani riferirà in Parlamento.

Ma come sta andando il contagio in Italia?

Oggi si sono registrati 5.249 nuovi casi, che portano il totale a 69.176 contagi. I decessi salgono a 6.820 (+743), i guariti a 8.326 (+894). I casi positivi attualmente in corso sono 54.030, con un incremento di 3.612 rispetto a ieri (trend in diminuzione per il terzo giorno di fila): di questi 21.937 sono ricoverati e 3.396 sono i ricoverati in terapia intensiva, con un tasso di saturazione salito al 54%.

Il rallentamento degli ultimi giorni è facilmente percepibile nell’andamento della variazione percentuale giornaliera dei casi.

Potremmo effettivamente essere al picco dei contagi, la concordanza con lo scenario E2, che altro non è che lo scenario E corretto per tener conto dell’andamento degli ultimi giorni, incoraggia a pensarlo.

Questo scenario è sostanzialmente in accordo con le estrapolazioni su cui riflettevamo il 21 marzo. Lo scenario di crescita dei casi totali mostra una leggera sovrastima rispetto ai casi totali effettivamente registrati ad oggi: continuando di questo passo, anziché sfondare quota 120.000 casi registrati a fine epidemia (con l’inevitabile disclaimer che questi sono solo i casi visibili, mentre i casi reali – necessari anche a riportare il tasso di letalità nelle medie registrate in altri paesi – potrebbero già essere molti di più), potremmo fermarci tra i 100 e i 120.000.

Uno scenario di sviluppo dei casi attivi compatibile con queste premesse è quello del grafico seguente, in cui il picco dei casi attivi si assesta verso gli 80.000 casi intorno al 4 aprile.

Questo significa che, malgrado l’ottimismo che inevitabilmente filtrerà dalla lettura dei numeri snocciolati nei bollettini giornalieri, nel giro di poco più di una settimana ci troveremo a fronteggiare un numero di casi che potrebbe essere tra il 30 e il 50% più alto di quelli che abbiamo oggi, con la necessità di soddisfare più di 7.000 ricoveri in terapia intensiva (per essere più precisi siamo in una forbice tra 5 e 8.000).

Come si vede dall’andamento dei ricoveri, già nei prossimi giorni il trend di crescita potrebbe entrare in collisione con la capacità di tenuta del sistema sanitario nazionale, ammesso e non concesso che questo non sia già successo, almeno a livello locale e in alcune regioni, con conseguenze già visibili nello scarto consistente tra l’andamento del modello e quello dei ricoveri effettivi in ICU.

Quindi, se anche la situazione dei contagi potrebbe essere finalmente sotto controllo, grazie alle misure restrittive adottate a partire dall’inizio di marzo, il rallentamento del tasso di crescita dei nuovi contagi registrato negli ultimi giorni non è un invito alla pazza gioia: mentre i cittadini dovranno proseguire nella ferrea disciplina di distanziamento sociale che si sono imposti con questi incoraggianti risultati, le autorità dovranno continuare ad adattare la capacità di ricovero in terapia intensiva per i casi più critici per poterci traghettare felicemente fuori dall’emergenza, configurando i primi segnali di un ritorno alla normalità non prima del mese di maggio.

Qui sopra vedete la sigmoide rossa del numero dei decessi che si stabilizza tra le 12 e le 13.000 vittime. Ma basterà sottovalutare i dieci giorni che ci aspettano o commettere un solo passo falso perché questi valori si alzino come una marea rossa, configurando scenari ben peggiori.

Italia, 18 marzo 2020. 28esimo giorno dal primo caso confermato di COVID-19 all’interno del territorio nazionale. Nono giorno dalla trasformazione del paese in un’unica, grande Zona Rossa.

Totale dei casi registrati35.713 (+4.207). Deceduti: 2.978 (+475), tasso grezzo di letalità: 8,3%. Guariti: 4.025 (+1.084).

Totale casi attivi: 28.710 (+2.648). Ricoverati in terapia intensiva: 2.257 (+197), corrispondenti al 7,9% sul totale dei casi attuali. Tasso di saturazione stimato dei posti letto in terapia intensiva: 43%.

Non è stata una bella giornata. Il numero delle vittime ha toccato il suo massimo giornaliero a oggi, portando l’Italia a un soffio dal bilancio finale della Cina. Non è un pronostico difficile da fare, ma probabilmente nella giornata di domani supereremo anche quello che fino a oggi continua a essere considerato il paese più colpito dall’epidemia di COVID-19 (il presidente USA Donald Trump lo ha ripetutamente definito, fiero della propria fermezza razzista, il «virus cinese»), e lo faremo con poco più di un terzo dei casi totali registrati da Pechino.

Ma il problema non è più solo italiano e questo è evidente a tutti.

I paesi europei hanno superato sia come numero totale dei contagi che come vittime la Cina. Lo screenshot qui a destra proviene dalla solita dashboard del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della John Hopkins University. Dopo la Spagna, anche la Germania e la Francia hanno scavalcato la Corea del Sud.

Misure straordinarie stanno per essere adottate, malgrado i proclami della scorsa settimana, anche dal Regno Unito, dove le vittime hanno superato quota 100. Le cazzate si pagano (e considerando le modalità del conteggio operato dal sistema sanitario britannico, che a differenza dell’Italia non tiene conto dei decessi in cui erano già presenti patologie pregresse, il conto è probabilmente già più salato di quello che testimoniano i numeri).

Quello che desta più preoccupazione in Italia, al momento, è l’alto tasso di mortalità. Sicuramente l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nei giorni scorsi non è stato recepito con la forza sperata e molti paesi, sebbene per ragioni diverse, continuano a effettuare meno test di quelli che la WHO ritiene necessari. Ma forse nell’alto numero di vittime registrate in Lombardia c’è anche altro, come suggeriscono le parole della virologa Ilaria Capua.

Dopo l’ultimo bollettino ho aggiornato i dati nel mio modellino e la semplice regressione logistica a cui mi sto affidando per estrapolare l’evoluzione futura dell’epidemia in Italia porta allo scenario riportato nel grafico qui in basso.

La dashboard dell’osservatorio globale sulla diffusione della sindrome da COVID-19 del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della John Hopkins University oggi si presentava cosi:

Il conto dei casi totali per la prima volta ha doppiato la Cina: 178.508 nel mondo contro gli 81.032 delle province cinesi. L’Italia, ormai stabilmente al secondo posto, ha raggiunto 27.980 contagi e superato la soglia di un terzo dei casi registrati in Cina. Se pensate che due settimane avevamo 2.500 casi, meno del dieci per cento dei casi attuali, mentre la Cina aveva appena oltrepassato la soglia allora per noi remota degli 80.000 contagi, vi renderete conto di due cose: come funziona una crescita esponenziale, che per sua natura riesce a stravolgere la prospettiva nel volgere di breve tempo, sovvertendo la linearità dei fenomeni per noi più intuitivi; e come le misure di distanziamento sociale possano riuscire a flettere la curva di espansione del virus mutando la crescita esponenziale in una funzione sigmoidale, mandandola a stabilizzarsi verso un asintoto orizzontale (è tutto illustrato con delle utili dimostrazioni pratiche in questo illuminante articolo del Washington Post). Quell’asintoto è il tetto della crescita, il coperchio sulla padella di olio infiammato che soffoca l’esplosione del fuoco prima che sia troppo tardi: in Cina ha funzionato, Italia e Spagna stanno provando a farla funzionare.

Il governo di Madrid, che ha schierato l’esercito per presidiare le stazioni ferroviarie nelle principali città e ha autorizzato la polizia a servirsi di droni per sorvegliare gli spostamenti dei cittadini, si appresta a chiudere le frontiere e a disporre un’estensione delle misure restrittive oltre i 15 giorni originariamente previsti. Anche la Svizzera si è decisa a dichiarare lo stato d’emergenza, che durerà più di un mese, fino al 19 aprile. La Francia ha rinviato a giugno il secondo turno delle comunali, mentre la Germania ha varato misure straordinarie per fronteggiare la crisi.

Il primo ministro britannico Boris Johnson, che appena quattro giorni fa annunciava al Regno Unito il piano del suo governo di non arginare la diffusione del contagio, è tornato sui suoi passi e ha invitato i cittadini a evitare i contatti e i viaggi non essenziali. Il Foreign Office ha alzato il livello di rischio dopo che i dati accertati sulla diffusione del coronavirus hanno toccato stamattina i 1.543 casi. Ieri il Guardian aveva diffuso un rapporto della Public Health England, organismo esecutivo del ministero della Salute britannico, secondo cui la diffusione del contagio in assenza di misure di contenimento raggiungerebbe l’80% dei residenti nel Regno Unito entro la primavera del 2021, causando quasi 8 milioni di ricoveri e almeno 318mila decessi. La stima si basa sull’ipotesi che il tasso di mortalità del COVID-19 si attesti intorno allo 0,6%, ma i dati italiani sono attualmente bene dieci volte più alti (qui ci sono alcune ipotesi sul perché). Per proteggere gli ultrasettantenni, si prevede adesso un isolamento forzato fino a quattro mesi.

L’idea dell’immunità di gregge che ispira l’inazione del governo britannico e dei suoi consiglieri non ha ancora trovato conferma negli studi. Per avere una panoramica delle cose che ancora non conosciamo del coronavirus, vi consiglio di leggere questo ottimo articolo del Post. L’impatto di una strategia passiva rischia di provocare milioni di morti, risolvendosi in una catastrofe sociale.

Intanto, oltreoceano, il governatore dello Stato di New York Bill De Blasio ha chiuso le scuole almeno fino al 20 aprile, ma con la prospettiva che possano non riaprire fino a giugno. Il governatore della California Gavin Newson ha invece chiuso tutti i bar, i ristoranti, i pub e i nightclub dello stato.

E qui da noi? Dopo il giorno con il più alto numero di vittime, in Italia oggi i decessi sono stati 349, di cui 202 solo in Lombardia: i morti salgono a 2.158, 1.420 nelle province lombarde. Lombardia e Marche hanno quasi saturato la capienza delle loro strutture sanitarie, ma a Milano dovrebbe entrare in funzione entro due settimane un nuovo padiglione per cure intensive all’Ospedale San Raffaele. Il totale dei casi attualmente positivi è 23.073, di cui 1.851 ricoverati in reparti di terapia intensiva, con un tasso di occupazione del 35% dei posti allestiti: sono circa 200 posti in meno di quanto prevedeva il nostro scenario E, che a questo punto stimava un tasso di saturazione di circa il 40%.

Ma c’è un’altra buona notizia: l’andamento dei contagi pare stia uscendo dall’inviluppo tra le curve degli scenari C e D, che delineavano gli orizzonti peggiori.

Dai totali giornalieri mancano i dati di Puglia e provincia di Trento, ma estrapolando le tendenze degli ultimi giorni difficilmente la loro somma supererà alcune centinaia di casi, che andrebbero sommati ai 3.233 comunicati dal bollettino della Protezione Civile (rispetto ai 3.497 di sabato e ai 3.590 di ieri). Sicuramente è presto per cantare vittoria, ma forse tra qualche giorno, riguardando indietro, riusciremo a distinguere nitidamente la cresta dell’onda che ci auguriamo di stare cavalcando proprio in queste ore.

Intanto non dobbiamo abbassare la guardia, o i sacrifici sostenuti finora finirebbero vanificati. Come dimostrano i casi esemplari dei comuni messi in isolamento nelle province campane di Avellino e Salerno:

Intanto negli ultimi giorni diversi comuni italiani sono stati messi in quarantena in seguito alla rilevazione di molti casi di contagio, con il divieto per chiunque di entrare o uscire.

Il primo comune a subire questa misura è stato quello di Ariano Irpino (provincia di Avellino), dove nei giorni scorsi erano risultati 21 casi (quando in tutta l’Irpinia sono stati 37). Sono stati poi messi in quarantena altri quattro comuni campani, tutti nella provincia di Salerno: Sala Consilina, Atena Lucana, Polla e Caggiano. Secondo il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, i contagi sarebbero tutti legati a un ritiro spirituale di una comunità di neocatecumenali avvenuto in un hotel di Atena Lucana il 28 e 29 febbraio, in cui i partecipanti avrebbero partecipato a un rito religioso bevendo tutti dallo stesso calice.

(dal Post)

Al quarto giorno dalla decisione della World Health Organization di attribuire all’infezione da COVID-19 lo status di pandemia, l’Europa continentale è un arcipelago di zone rosse. Con misure ancora una volta scoordinate (la Germania che chiude le frontiere ai vicini come pochi giorni fa aveva fatto la Polonia; Spagna, Austria e Repubblica Ceca che adottano misure analoghe all’Italia; la Francia che chiude scuole e università ma manda i suoi cittadini a votare per la tornata delle comunali, a cui già si annuncia un tasso di astensione record, oltre il 50%, che induce il governo a riconsiderare l’opportunità di sospendere il secondo turno previsto per domenica prossima), ma almeno il contagio non è più preso sottogamba: anche perché le proporzioni che sta assumendo altrove, come per esempio in Spagna, sono del tutto raffrontabili con quelle che il fenomeno ha raggiunto in Italia.

In USA il presidente Donald Trump ha addirittura accettato di sottoporsi al tampone, risultato negativo (per quello che vale il comunicato della Casa Bianca). Sua figlia Ivanka da ieri è in isolamento volontario dopo essere stata a contatto nei giorni scorsi con un ministro australiano che nel frattempo è risultato positivo al test. La Cina cerca di far ripartire la sua economia, ma sarà dura recuperare ai livelli pre-crisi.

Il bollettino odierno della Protezione Civile registra 3.590 nuovi casi in Italia, che portano il totale a 24.747, di cui 20.603 attualmente positivi. Questi dati sono in linea con la sigmoide dello scenario E che esaminavamo ieri e questo in qualche modo ci conforta. Tuttavia, esaminando lo spaccato dei dati, ci rendiamo conto di due cose:

  • I guariti sono complessivamente 2.335, ma il numero dei decessi è salito a 1.809, con 368 nuovi morti che rappresentano il nuovo triste record dall’inizio della crisi, e questo purtroppo riporta il tasso grezzo di letalità oltre il 7% dopo l’illusorio ribasso di ieri. Per raffronto, consideriamo che in Cina, la cui situazione è stata rappresentata e continua a essere raccontata come pre-apocalittica, il numero totale dei morti è ad oggi di 3.199, con un tasso inferiore al 4%. In tutti gli scenari che esaminavamo ieri consideravamo un progressivo riallineamento del tasso di mortalità a quello medio degli altri paesi, ma al momento questo obiettivo appare allontanarsi.

  • I ricoveri in terapia intensiva sono 1.672 (il rombo blu visibile nel grafico sottostante), leggermente inferiori rispetto alla curva verde che vedevamo ieri, e questo forse anche per effetto (ipotesi mia, ma da approfondire) della progressiva saturazione che si va profilando nella regione più colpita: la Lombardia, che conta la metà degli oltre 20mila casi attivi in Italia, è infatti arrivata al 90% della capienza delle sue strutture. In queste condizioni l’aumento della mortalità è un dazio amaro da pagare. Dobbiamo confidare soprattutto nel tasso di guarigione dei ricoverati, che vengono man mano sottoposti a cure meno intensive con il decorso positivo della malattia, e nel contenimento del contagio nelle regioni limitrofe, perché si trovino i posti necessari per far fronte alla domanda dei prossimi giorni.

Approfittando del fine settimana, abbiamo cominciato a guardare The Outsider, serie HBO tratta dal romanzo di Stephen King, che ci ha preso abbastanza da mettere per il momento in stand-by sia la seconda stagione di Altered Carbon che la terza di Mr. Robot. Restano in coda di visione Yellowstone e Mindhunter. Chi è a casa e vuole un consiglio, ne tenga conto. Chi deve affrontare i prossimi giorni in autoisolamento domestico, può prendere inoltre in considerazione altri recuperi, tra cui la seconda stagione di Westworld visto l’imminente arrivo della terza (magari anche due visioni, vista la complessità della sua struttura temporale), oppure due miniserie targate anch’esse HBO come Save me e – per restare in qualche modo in tema – Chernobyl.

Libri in lettura: I marziani di Kim Stanley Robinson, antologia di racconti riconducibili al suo vasto affresco planetario, una delle costruzioni più ambiziose di tutta la fantascienza (e non solo).

Nel rapportare le traiettorie che rappresentano la diffusione di COVID-19 nei diversi paesi, due cose colpiscono: la prima è che l’Italia rimane ancora distante dalla stabilizzazione della Corea del Sud, che anzi nel giro di una settimana abbiamo praticamente triplicato; la seconda è che qualitativamente gli altri paesi occidentali stanno seguendo le orme dell’Italia. Francia e Germania (rispettivamente con 4.480 e 4.515 casi) sono dov’eravamo noi intorno alla metà della settimana scorsa, la Spagna con 6.315 casi è dov’eravamo noi lo scorso fine settimana.

Non sorprendono quindi le misure restrittive che stanno progressivamente adottando i rispettivi governi, nemmeno in Francia, dove fino a pochi giorni fa illustri esponenti del governo sbandieravano cautela e puntavano altezzosamente il dito verso i cugini transalpini, cioè noi.

La situazione dell’Italia continua a destare preoccupazione. I nuovi casi registrati nella giornata odierna sono stati 3.497, che hanno portato il totale complessivo a 21.157. Per intenderci: siamo a circa un quarto delle proporzioni raggiunte dalla Cina. I casi attualmente positivi sono 17.750, di cui 1.518 ricoverati in terapia intensiva. Anche considerando l’aumento della capienza dei posti a 5.293, la pressione sul sistema sanitario pubblico sfiora il 30%.

Il ministero della Salute ha già disposto l’aumento dei posti in terapia intensiva a 6.200 unità entro la fine del mese, per poi salire ulteriormente a circa 7.500 posti nel mese successivo. In media un paziente positivo al coronavirus su dieci richiede cure mediche che necessitano un ricovero in terapia intensiva (ICU), con tempi di permanenza nell’ordine dei 30 giorni (circa il doppio della media dei ricoveri in terapia intensiva). Inoltre, stando ai dati del Prontuario statistico nazionale, il tasso annuo medio di occupazione dei 5.090 posti letto che costituiscono la base del servizio del nostro paese è pari al 48,4%, il che ci porta a stimare una media di 2.465 posti da prevedere per la somministrazione di cure per casi non associati all’epidemia da coronavirus, il che significa che già oggi una richiesta di poco più di 2.800 posti, corrispondente al 53,4% della capacità ICU del Sistema Sanitario Nazionale italiano, potrebbe comportare seri problemi.

Per questo adesso più che mai è fondamentale capire a che punto della curva di contagio ci troviamo.

Se esaminiamo i dati della prima fase della diffusione dell’epidemia da COVID-19 in Italia, l’andamento dei casi sembra compatibile con un picco imminente. Nel grafico sottostante, la scala della curva a campana dei nuovi casi è sull’asse verticale secondario (a sinistra) e stima un picco grosso modo dove siamo arrivati oggi.

In questo scenario E, la curva dei guariti replica qualitativamente l’andamento delle guarigioni nel precedente cinese: di fatto, abbiamo un ritardo di circa un mese a separare il picco dei contagi dal picco delle guarigioni. Se sia o meno corretto, lo capiremo già da domani o al più tardi da lunedì prossimo, ma in questo scenario la pressione sulle strutture ospedaliere sarebbe gestibile, perché il carico massimo arriverebbe verso fine marzo, quando potrebbero già iniziare a essere operative le prime nuove unità di terapia intensiva in fase di preparazione, consegna e allestimento.

Ma cosa accadrebbe se lo scenario sopra descritto non fosse quello a cui stiamo andando effettivamente incontro? Due delle curve che approssimano meglio il trend attuale, sono la crescita esponenziale con base 1,2 (ogni giorno i casi totali sono il 20% in più del giorno prima, scenario C) e una quasi cubica (in potenza 2,85, scenario D). Come si può vedere dal grafico qui in basso, negli ultimi giorni i casi hanno seguito abbastanza fedelmente l’andamento del caso C:

Ipotizzando che sia lo scenario C che lo scenario D raggiungano il picco di contagi intorno alla metà della settimana prossima (per la serie: facciamoci un regalo per la festa del papà), assumendo un tasso invariato di trattamenti in terapia intensiva rispetto a quello attuale (pari al 9% dei casi attivi in circolazione), l’andamento dei ricoveri in terapia intensiva assumerà nei tre scenari presi in considerazione le forme seguenti:

A parte lo scenario E, nessuno degli altri è anche lontanamente sostenibile. Vale la pena ricordare che nel momento in cui scrivo, la situazione negli ospedali italiani (tratta dal solito situation report) è la seguente, con alcune regioni (come Lombardia e Marche) ormai quasi ai limiti della loro capienza:

Inoltre i motivi per avere fiducia nello scenario E sono purtroppo indeboliti dalle ricorrenti notizie di fughe dalle regioni del Nord Italia, con migliaia di cittadini che negli ultimi due fine settimana hanno fatto ritorno nelle regioni del Centro-Sud (Lazio e Puglia in primis) e nelle Isole. Nell’ultima settimana i casi sono quadruplicati in Lazio e Puglia e triplicati in Sicilia. Se anche il picco dovesse arrivare nel giro di questo fine settimana o dell’inizio della prossima, non è detto che questo scongiurerebbe ulteriori picchi futuri legati al mancato contenimento del virus nelle regioni centro-meridionali.

 

Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato.

George Orwell – 1984 (1949)

Oggi ricorrono i 74 anni dell’arrivo ad Auschwitz dei soldati dell’Armata Rossa e la scoperta di ciò che il Terzo Reich aveva significato per milioni di ebrei. Sei milioni, per l’esattezza. Oltre che per un numero inferiore ma comunque rilevante di prigionieri sovietici (almeno due milioni), polacchi non ebrei (circa due milioni), slavi (1-2,5 milioni), dissidenti politici (1-1,5 milioni), zingari (forse mezzo milione), omosessuali (5-15 mila), disabili e portatori di malattie mentali (duecentomila). Secondo stime variabili, un numero compreso tra i 12 e i 17 milioni di vittime furono sterminate con un’applicazione sistematica. E l’incertezza delle stime serve a rendere ancora più terribile l’orrore, per quanto possibile, conferendo alle proporzioni dell’Olocausto un’ulteriore livello di atrocità: quello che è toccato a chi si è visto cancellare dalla grande tela della storia con la facilità di un tocco di pennello.

Per ricordare i caduti dello sterminio, nel 2005 la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito il Giorno della Memoria. Ma diverse nazioni, tra le quali l’Italia fin dal 2000, avevano già da tempo adottato la commemorazione del 27 gennaio. D’altro canto, non so quanto possa giovare effettivamente un giorno della memoria, al di là del necessario ricordo dei caduti per mano della follia. La notizia di qualche anno fa che un quinto dei ragazzi tedeschi tra i 18 e i 30 anni ignorava la reale entità dell’orrore consumatosi ad Auschwitz già allungava un’ombra inquietante su questa data nel 2012.

Come ha sostenuto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo intervento commemorativo della data (24 gennaio 2019):

Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto.

Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni.

Una società senza diversi: ecco, in sintesi estrema, il mito fondante e l’obiettivo perseguito dai nazisti. Diversi, innanzitutto, gli ebrei. Colpevoli e condannati come popolo, come gruppo, come “razza” a parte.

Purtroppo, da anni stiamo accumulando prove che il male è stato tutt’altro che estromesso dalla Storia ed estirpato dal mondo. Il male assoluto continua a essere declinato in molteplici varianti e questa sua moltiplicazione di forme e applicazioni, simboleggiate da muri, da porti chiusi,  da lager libici sostenuti economicamente dai governi italiani, è la testimonianza incontrovertibile che l’offensiva in corso non può e non deve essere sottovalutata, pena il suo definitivo trionfo.

E’ la dimostrazione pratica che non bastano i proclami a sostenere la prova della Storia. Occorrerebbe al contrario un’opera sistematica di formazione, un lavoro costante sulla cultura per tenere addestrate le coscienze, che non ci lasci cedere alle lusinghe dell’oblio, abbandonandoci al sonno della ragione. Dovremmo ricordarci, non solo in giornate come questa, che il male vince ogni volta che gli permettiamo di esprimersi nelle sue forme più banali, che sia l’idea di un nemico immaginario che ci lasciamo piantare nella testa dal tweet di un populista oppure lo sgambetto di una giornalista ai danni di un migrante in fuga da una guerra o dalla miseria del suo paese.

Il ventennio fascista, tanto rimpianto nell’ondata di disorientato qualunquismo che si avverte montare fin dai primi anni di questo secolo, significò oltre a tante altre indecenze anche questo. In periodi di crisi come questo, il malumore galoppante porta allo scoperto la vena di criptofascismo che in tempi “normali” ci sforzeremmo se non altro di tenere nascosto dietro una maschera di apparente decenza e si trascina dietro tutto uno strascico di rigurgiti violenti, razzisti, nazionalisti. Il passo da lì al neonazismo è breve. La teorizzazione di una qualche forma di superiorità o anche solo un diritto di precedenza, per diritto naturale o acquisito, una sorta di corsia privilegiata dei diritti, è un viatico per la catastrofe.

Un valido antidoto a questi tempi bui e disperati sarebbe il recupero della capacità di individuazione delle diverse forme di controllo della realtà messe in atto ai nostri danni. Citando ancora una volta George Orwell:

Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola “bispensiero” bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo.

Un libro come Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati di Primo Levi ci ricordano l’orrore di cui siamo stati complici, ignari o consapevoli. Libri come La banalità del male di Hannah Arendt e Il fascismo eterno di Umberto Eco ci mettono in guardia dalla facilità di deriva e attecchimento del germe del fascismo. Un libro come Una teoria della giustizia di John Rawls mette a nudo il vizio intrinseco del pensiero utilitarista, che si traduce in forme più o meno intenzionali di penalizzazione a scapito degli interessi delle minoranze. Ma la letteratura, i fumetti e il cinema ci hanno fornito materiale di eccellente qualità per propagare la memoria e addestrare le coscienze, anche al di fuori dai classici e dal mainstream. Nell’ambito della fantascienza possiamo trovare opere di prima grandezza e di estrema utilità a questo scopo.

Pensiamo per esempio a La svastica sul sole (romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo, che dopo un tentativo abortito della BBC è stato trasposto recentemente da Amazon in una ottima serie televisiva, prodotta da Ridley Scott e adattata da Frank Spotnitz), in cui Philip K. Dick immagina uno scenario ucronico nato dalla vittoria delle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e dalla loro conseguente spartizione del mondo; oppure ai bestseller Fatherland (1992), serratissimo thriller di storia alternativa di Robert Harris (anch’esso adattato nel 1994 in una miniserie televisiva da HBO, con Rutger Hauer nei panni del protagonista), o Il complotto contro l’America (2004), acclamata sintesi di bildungsroman e fantapolitica del maestro americano Philip Roth. O ancora L’arcobaleno della gravità (1973), che valse a Thomas Pynchon il National Book Award, che si svolge nelle concitate fasi finali della caduta (ma sarà davvero così?) del Terzo Reich, e Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007, vincitore non solo dei premi Hugo e Nebula, ma anche del Locus e del Sidewise dedicato alle storie ucroniche), notevolissima detective story di Michael Chabon che si riallaccia direttamente al filone della storia alternativa proponendo un punto di vista obliquo sulla Shoah.

Charlie Stross sceglie al contrario di esaminare il genocidio dalla prospettiva del futuro profondo nel romanzo L’alba del disastro (2004), dove l’incubo proviene da pianeti remoti oppressi sotto il tallone di ferro di una setta di cyborg neonazisti. Ma l’affresco più efficace di ciò che significa l’odio, dedicato agli effetti devastanti a cui può condurre se seminato nel suolo sempre fertile dell’ignoranza e dell’indifferenza, ce lo offre forse Thomas Disch, che nel suo terribile e toccante Campo Archimede (1968), realizza con grazia straordinaria una perfetta attuazione del teorema ballardiano dell’inner space, risalendo concentricamente la gerarchia delle dimensioni dal microcosmo personale del protagonista (un poeta comunista imprigionato nel campo del titolo per la sua renitenza alla leva, in un’America totalitaria e bigotta del prossimo futuro) alla sfera universale del genere umano.

Ispirato dal discusso furto dell’iscrizione posta sull’ingresso di Auschwitz, non si può dimenticare il racconto di Stefano Di Marino La memoria rende liberi, riuscitissima incursione dell’autore nei territori della fantascienza, incluso nell’ottima antologia Sul filo del rasoio (2010), curata per il Supergiallo Mondadori da Gianfranco de Turris.

Diversi sono anche i fumetti che si sono cimentati col tema delle dittature fasciste, sia legando le storie direttamente alla tragedia dell’Olocausto (sullo Spazio Bianco potete trovare un pezzo ricco di titoli sull’argomento), come per esempio l’acclamato Maus di Art Spiegelman o l’altrettanto celebrato Magneto. Testamento di Greg Pak e Carmine Di Giandomenico che racconta la genesi del “cattivo” degli X-Men, sopravvissuto all’orrore dei lager nazisti; sia invece estrapolando visioni da incubo di società totalitarie future, a partire dall’ormai classico V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd (1982-85, trasposto al cinema da James McTeigue nel 2005) per arrivare alla recente incursione di William Gibson nei comics con l’ucronia distopica di Arcangelo.

Tra gli incubi cinematografici vanno segnalati Europa (1991), capitolo finale del trittico del danese Lars von Trier dedicato al vecchio continente, tra toni surreali e seduzioni ucroniche, e L’Onda (2008), in cui il regista tedesco Dennis Gansel delinea il pericolo di un riflusso autocratico a partire dall’esperimento sociale della Terza Onda, applicato dalle classi di un istituto superiore e presto degenerato in orrore. Il fascino dei totalitarismi – è questo il teorema che emerge da entrambi i film citati – attecchisce nel disagio, soprattutto in periodi di smarrimento storico e di apparente disaffezione alla politica.

Riprendendo le parole di Sergio Mattarella:

Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto. Ma, soprattutto di combattere, senza remore e senza opportunismi, ogni focolaio di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo, ovunque esso si annidi. E di rifiutare, come ammonisce sempre la senatrice Liliana Segre, l’indifferenza: un male tra i peggiori.

Presidiare il passato, anche attraverso le forme di riscrittura critica operate dall’ucronia, è una valida strategia per difendere il futuro, per evitare che ci venga rubato, e per scongiurare che di conseguenza venga negato a chi verrà dopo di noi. Almeno mi piace crederlo, specie di questi tempi.

[Il presente articolo riprende e rielabora questo post apparso su Uno Strano Attrattore il 27 gennaio 2012.]

Ho sognato una tempesta concettuale forza cinque che soffiava sulla realtà devastata.
— Jean Baudrillard

Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi una bellissima lettera aperta scritta da Vittorio Zambardino in risposta a un intervento di Alberto Abruzzese, che a sua volta riprendeva in maniera organica alcune sue considerazioni già esposte in calce a un articolo di Franco Berardi uscito su Alfabeta. Sono tre pezzi illuminanti, nelle reciproche diversità e lontananze. Ma proprio nella divergenza di punti di vista riescono a offrire una panoramica, se non completa quanto meno attendibile, della vastità del paesaggio che ci circonda. Un paesaggio che facciamo sempre più fatica a decifrare, perché in costante evoluzione, e perché il punto di osservazione da cui stanno scrutando il panorama si trova nel bel mezzo di una tempesta, investito dai venti contrari che stanno spazzando (per parafrasare Baudrillard) la nostra realtà devastata.

I tre interventi originano da un processo di investigazione, analisi ed elaborazione della nostra contemporaneità, che evidentemente prosegue incessante da diverso tempo. Anche nei passaggi più emotivi sono meditati, densi delle esperienze accumulate nel corso degli anni. Intersecano e sovrappongono il loro approccio sociologico, la loro impostazione filosofica e la loro “postura emotiva”, rivelando un metodo d’indagine senz’altro acuminato, che ognuno di loro legittimamente declina secondo la propria personale visione del mondo. Negli spazi tra le parole non faccio inoltre fatica a intuire la voce sottintesa di un discorso che evidentemente li ha già coinvolti in passato e che ancora va avanti, riferimenti che non posso cogliere nella loro interezza anche perché privo delle basi teoriche della loro militanza nello studio dei processi di comunicazione e dei fenomeni culturali, che pure mi appassionano, ma di cui mi ritengo un analfabeta integrale.

Allora perché sembra che voglia arrischiarmi a sfidare quegli stessi ostili venti di tempesta che già minacciano le loro postazioni, scalando la roccia a mani nude e senza corde di sicurezza per raggiungere un punto di osservazione tanto difficile e pericoloso? Perché la lettera di Vittorio, pur essendo rivolta ad Abruzzese, in realtà parla a un trentenne con cui, per ragioni anagrafiche e per le prese di posizione che ho espresso negli ultimi giorni, posso senza difficoltà identificarmi.

Non sarò originale, e sicuramente sarò ancor meno accurato, ma voglio comunque confrontarmi con le considerazioni con cui quella lettera, per il tono adottato e la profondità di pensiero espressa, mi invita a misurarmi.

Voglio però prima menzionare un passaggio cruciale dell’articolo di Abruzzese (che racchiude a sua volta una citazione di una citazione, non male come livello di ricorsività), anche se sarebbe opportuno leggere fino in fondo tutti gli interventi, che come dicevo meritano una approfondita riflessione:

È bene riprendere un brano del testo di Bifo da cui in particolare s’è mossa la mia idea di rassegnazione, il mio invito ad un sentire rassegnato: “Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”. Da questo semplice passaggio – in cui la soluzione finale del nazismo viene equiparata alla soluzione finale in cui gli automatismi del potere finanziario stanno gettando il mondo presente – si ricava che evidentemente in ballo c’è il rapporto tra tecnica e genere umano.

Pur non trovandomi in totale accordo con il punto di vista espresso, proprio a partire da questo brano ho colto alcune risonanze profonde con il mio personale sentire. Sul rapporto tra tecnica e genere umano mi sono ritrovato a interrogarmi spesso anch’io. Si tratta di un tema che ricorre nelle storie e nelle riflessioni critiche che mi hanno tenuto occupato fin da quando, insieme ad altri, ci siamo avventurati nell’esperienza culturale che abbiamo voluto battezzare “connettivismo”. Come mi sono trovato già a sostenere, ritengo che il vero motore della storia sia la tecnica. Probabilmente è un po’ antiquato e ingenuo cercare di ricondurre tutto a un’unica spinta, sforzarsi di far tornare i conti fondando le proprie considerazioni sull’impalpabile. Dall’acqua di Talete e dal numero di Pitagora allo Spirito di Hegel o all’economia di Marx, passando per le monadi di Leibniz, la storia del pensiero occidentale è tutta una ricerca forsennata del fondamento della realtà. La mia non è una visione né originale né tanto meno confrontabile con la complessità delle strutture di pensiero elaborate nel corso della storia della filosofia, degne di ben altra considerazione. Ma è il filtro attraverso cui guardo la realtà e mi rapporto ad essa, e quindi credo sia utile esporla in questa sede. Leggi il seguito di questo post »

[Terminal Shock è il mio ultimo libro, uscito in e-book la scorsa estate per Mezzotints. Quello che segue è un breve estratto del testo.]

Image Credit: Galileo Project, JPL, NASA; reprocessed by Ted Stryk

Europa, 2163. Sembrava trascorsa una vita. Qilliam fresco di addestramento, appena reclutato nelle file operative della Divisione Ψ e inviato in missione sul campo, presso Concordia Station.

Sbarcato sulla luna, si applicò al problema con lo slancio del neofita. Un duplice caso di manufatto-fuori-posto – oopArt, nel gergo degli archeologi – senonché la provenienza dei reperti li collocava di diritto nella classe dei grandi problemi insoluti con cui fare i conti nell’esplorazione dello spazio. Erano stati scoperti in una regione nota come Thrace Macula, in quello che aveva l’aria di essere un deposito di condriti carbonacee.

Gli psiconauti intervenuti sul luogo avevano stimato un’origine recente per quella formazione e l’ipotesi più consistente prevedeva che risalisse a una pioggia meteoritica occorsa nel XXI secolo.

C’erano tracce di radioattività residua, sui manufatti: una sorta di piccola scultura votiva e una conformazione ad arco di circa otto metri che avrebbe potuto essere un montante o parte di una struttura più complessa, piantata tra le rocce e il ghiaccio di Thrace Macula.

Il loro rinvenimento aveva spaccato la comunità scientifica: archeologi, planetologi, esobiologi, si erano cimentati sul caso. Quando la Divisione Ψ aveva deciso di inviare una propria delegazione, i reperti E-2161a ed E-2161b erano venuti a trovarsi al centro di un acceso dibattito nella squadra di psiconauti incaricati di studiare il caso. Da Qilliam, i superiori si aspettavano solo che redigesse una relazione, quanto più completa possibile, e probabilmente niente di più.

Ma il manufatto era diventato un’ossessione. La recluta vi aveva dedicato ogni secondo della sua permanenza presso il campo di ricerca. Quando si addormentava, vedeva avanzare nel dormiveglia la figura di un astronauta extraterrestre, fiero e imperscrutabile, dal passo solenne e fragoroso, capace di scuotere il continuum del sonno mentre conduceva una danza astrusa intorno a una struttura gigantesca, dalla funzione incomprensibile, di cui E-2161b poteva essere nient’altro che un elemento accessorio. Era la sua mente che astraeva le suggestioni evocate dalla ricerca, trasformandole in quella visione terribile, il rituale oscuro di una divinità violenta e vendicativa degna del pantheon hindu. E in quell’immagine giocava un ruolo cruciale la teoria elaborata da Dimitri Rachmaninoff, all’epoca già veterano del corpo.

Che E-2161b potesse essere di origine artificiale, era opinione alquanto diffusa. Ma non si trovavano corrispondenze nella tecnologia umana degli ultimi centoquarant’anni, ovvero da quando l’impresa spaziale era ripartita, aprendo la frontiera del sistema solare. Su E-2161a sussisteva qualche dubbio in più. Di sicuro, nessuno riusciva ancora a fornire una spiegazione attendibile di come entrambi fossero arrivati su Europa.

Tra le diverse scuole di pensiero, un paio erano riuscite a polarizzare l’opinione degli studiosi. E Rachmaninoff era fiero della paternità di una delle due. Aveva pensato a un culto del cargo su scala stellare. Un popolo di esploratori era approdato nel sistema solare secoli, o millenni, addietro; si era presentato alle antiche civiltà terrestri, per lo meno una di quelle ritenute più avanzate e per questo idonea a reggere il peso del contatto; e aveva instaurato con essa rapporti di interscambio – probabilmente di natura culturale, piuttosto che commerciale in senso stretto – di durata abbastanza breve da giustificarne il successivo oblio nei documenti, a parte gli occasionali residui che potevano essere sopravvissuti all’estinzione della società contattata, in forme tanto criptiche da risultare inesplicabili agli studiosi dei secoli successivi.

Sulla via del ritorno, gli esploratori extraterrestri avevano quindi deciso – per scelta o necessità – di liberarsi della zavorra, e avevano seminato nello spazio spazzatura e cianfrusaglie varie raccolte durante la permanenza sul pianeta. E-2161a ed E-2161b potevano non essere altro che i resti sopravvissuti al dumping, che la danza gravitazionale del sistema di Giove doveva aver cancellato risucchiandone in larga misura gli scarti nel proprio maelstrom planetario. Tonnellate di materiale poteva essere andato disperso nell’atmosfera gioviana, ma qualcosa era scampato, su Europa e forse sulle altre lune medicee. E-2161a ed E-2161b stavano a testimoniare il caso favorevole, che poteva essere tutto fuorché unico.

Il culto del cargo di Rachmaninoff ipotizzava che la statuetta fosse stata scolpita proprio dai terrestri, in adorazione degli antichi astronauti che potevano aver scambiato per divinità calate dalle stelle. Era un effetto collaterale di un caso di primo contatto, plausibile allorché si verificasse tra civiltà separate da una distanza significativa sulla scala del progresso.

E non riusciva in alcun modo a convincere Qilliam.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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