Jerry Lone si accese un sigaro di marijuana e tabacco e lasciò che il fumo riempisse i suoi polmoni e la stanza. Allungata nella rete da letto, Ayesha fiutò l’aroma ricco e intenso e tossì. Jerry Lone amava quando lei arricciava il naso: quel gesto donava al suo viso un’espressione di grazia bizzarra, ed era ormai diventato un’abitudine in occasione delle sue fumate post-orgasmiche, se non altro fuori servizio.
Le aveva raccontato che quella strana usanza era stata molto in voga sulla Cara Vecchia Terra: il sigaro aveva avuto cultori e luoghi e occasioni sociali specifiche per il consumo. Ayesha aveva finito per figurarsi riunioni segrete di minuscole cellule cospiratrici, dove si discuteva di piani sovversivi in sotterranei impregnati di fumo (per qualche strana ragione, associava istintivamente le abitazioni urbane della CVT a cunicoli sotterranei, come se le città terrestri fossero dei veri e propri formicai…).
Jerry Lone le aveva raccontato anche di come aveva scoperto quel cimelio prezioso. Sulla Rotta 7 per Crazy Horse, quando era ancora un giovane dirottatore senz’arte né parte, lui e Yellowbabe avevano agganciato un vecchio cargo dell’IRA. Ayesha non sapeva molto delle prime fasi dell’esplorazione spaziale, così Jerry Lone le aveva spiegato che nei primi tempi la colonizzazione era stata condotta preminentemente da mani militari. L’Interplan Rescue Agency era il conglomerato economico-militare che aveva guidato l’impresa nel periodo immediatamente successivo alla Prima Transizione.
All’epoca, una nutrita guarnigione di uomini d’arme era stanziata su ogni avamposto coloniale. Dai registri di bordo il cargo diretto a Crazy Horse risultava essere un vascello d’appoggio, destinato agli approvvigionamenti della locale comunità IRA. Durante la traversata qualcosa era andato storto. Un’avaria tra un salto e il successivo, o forse un incidente provocato da una tempesta. Tutti gli occupanti erano morti congelati e l’intelletto di bordo sembrava flatlineato. Nella stiva, l’impianto di termoregolazione autonoma aveva salvato, insieme a un volume rilegato di carta autentica dal prezzo inestimabile (una copia della Cosmogonia di A. J. Specktowsky integrata dalle note del Reverendo Jacob Blake), una intera partita di vecchi Cuesta Ray Deluxe. E se allora Jerry Lone non aveva mai sentito nominare né Specktowsky né tantomeno Blake e adesso il libro se ne stava abbandonato in un angolo del loro cuballoggio in attesa di un acquirente, seppellito tra le altre cianfrusaglie, i sigari rappresentavano per Ayesha una minaccia continua. Rischiava di morire ammazzata dal fumo mefitico.
– Fumarli è meno pericoloso che respirarli? – si chiese.
Guadagnando coraggio, si protese ad aspirarne una boccata direttamente dalla mano di Jerry Lone. Il tentativo si risolse in un violento attacco di tosse.
Quando si riprese, se ne stette per un po’ a fissare l’espressione catatonica e soddisfatta di Jerry Lone. Cosa ci trovasse in quegli stravaganti reperti archeologici di un’epoca perduta, era un mistero di cui lei doveva rinviare l’illuminazione.

La battuta di caccia aveva fruttato una coppia di termopile, maneggevoli dispositivi capaci di convertire il calore in elettricità, un cratere forgiato in una strana lega metallica (secondo l’analizzatore, una lega intermetallica di sostituzione a base di alluminio e carbonio, con percentuali inferiori di tantalio e cromo, qualunque cosa significasse) e alcuni monili, raffiguranti simboli arcani per qualche incomprensibile rito religioso.
Quello che era parso da subito evidente ai primi esploratori, era stata la complessità imperscrutabile delle usanze di culto degli Y. Klapeyron IV doveva avere assistito, un tempo, a cerimonie di massa tanto solenni quanto laboriose, con luoghi sontuosi a fare da sfondo. Quale dio o bizzarro pantheon alieno gli Y adorassero, era ancora argomento di acceso dibattito. Ma a giudicare dall’importanza assegnata al vuoto nella loro iconografia, non sembrava priva di fondamento l’ipotesi che l’assenza, il nulla, lo Zero, potessero rivestirvi un ruolo primario.
A voler compilare un bilancio, era stata una buona caccia. Viste le abitudini ormai consolidate di Jerry Lone, non si spingevano spesso nella Cintura, praticamente sulle labbra gravitazionali del buco nero. Quella era ormai riserva di caccia quasi esclusiva dei recuperanti di ultima generazione, quasi tutti psichicamente instabili. Da tempo loro preferivano la superficie sconfinata, anche se meno fruttuosa in termini monetari, di Klapeyron IV.
Stavolta, invece, Jerry Lone aveva voluto spingersi fino a un asteroide senza nome, una roccia irregolare sospesa appena al di sopra della nube di plasma incandescente che vorticava nel Gorgo verso le fauci quantistiche di Niger RX-2047. Se si teneva conto della crescente difficoltà incontrata dagli altri recuperanti negli ultimi tempi, già il fatto di essere rientrati senza un graffio poteva essere considerato alla stregua di un successo. La complicata danza gravitazionale di Niger RX-2047 e della sua compagna, la luminosa subgigante azzurra Scylla, distante solo una manciata di unità astronomiche, produceva un effetto devastante sullo spazio locale del sistema. Increspature e frange d’interferenza nel continuum spazio-temporale potevano degenerare in vere e proprie tempeste gravitazionali. Per non parlare delle complicazioni elettromagnetiche… Persino in momenti di calma relativa diventava un’impresa controllare l’effetto reciproco delle due grandi masse in orbita, quando queste interagivano con gli altri oggetti del sistema. Oltre a Klapeyron IV e alle sue lune, lo spazio orbitale ospitava anche una nana bruna, due giganti gassosi e altri quattro pianeti di classe T. Tutti orbitavano intorno al comune centro di massa dei due oggetti stellari. La fascia asteroidale che cingeva Niger RX-2047 doveva essere tutto ciò che restava di un quarto gigante, fatto a pezzi dalle maree ancor prima che gli Y approdassero nel sistema.
Per via della danza gravitazionale Resurgam doveva percorrere un’orbita fortemente inclinata sul piano dell’eclittica, imperniata sul fulcro gravitazionale dei due titani. E per questo ogni tuffo nel sistema, a caccia di reliquie tra le rovine di Klapeyron IV e ancor più nella Cintura, assurgeva alle proporzioni di un’impresa epica. Equivaleva a calarsi nel maelstrom di Niger RX-2047, perennemente in agguato, pronto a violentare da un momento all’altro la temeraria Scylla e distruggere chiunque altri si fosse interposto all’oggetto delle sue attenzioni, in una trasfigurazione cosmica del mito classico di Cariddi.
– Credo che dovresti vedere questa cosa, Jerry – disse ad un tratto Ayesha. Stava passando in rassegna il bottino per l’inventario. Pur avendone completato la scansione, da qualche minuto si stava rigirando tra le mani il cratere di lega.
– Cosa c’è che non va? – chiese Jerry Lone, continuando a lavorare sul progetto olografico. Una delle attività a cui si dedicava con maggiore trasporto nei tempi morti, era il modellamento planetario. Fin dal suo arrivo lassù, si era occupato di un unico sistema: la coppia Scylla–Niger. Sperava che quell’ulteriore studio si rivelasse complementare alle sue attività di recupero, aiutandolo a pianificare con la massima cura possibile le incursioni tra le macerie degli Y. Le discese erano ancora affidate in larga misura all’istinto di pilota e navigatore: persino l’intuizione dell’Algebra della freccia necessitava di una programmazione adeguata, in aggiunta alla mediazione di Ayesha. A quel modo era come lanciarsi in una corsa al buio lungo un corridoio gravitazionale: tremendamente pericoloso. Significava vivere in uno stato perenne di precarietà.
– Vieni a dare un’occhiata – insistette Ayesha. In quell’esatto momento, come un riflesso deformato e ingigantito del suo modello olografico, dall’anfora emerse il Gorgo, imponente flusso di gas incandescenti che da Scylla spiraleggiava nelle fauci invisibili di Niger RX-2047, avvolgendosi in un disco di accrescimento che celebrava su scala stellare l’attitudine della Natura alla violenza.
Quello che si parò ai loro occhi fu il trionfo della morte.
Ne furono ipnotizzati prima ancora che Ayesha recuperasse un paio di visori Y da una sacca. Senza batter ciglio guardarono la proiezione come bambini davanti al loro primo ologramma.

Gli Y si erano stanziati attorno a Niger RX-2047 presumibilmente al termine di una lunga traversata cosmica. Vi avevano impiantato il nucleo di una civiltà avanzatissima. Avevano vissuto il loro rinascimento – magari l’ennesimo – e poi, da un giorno all’altro, erano svaniti nel nulla. Era accaduto in un momento storico antecedente alla comparsa delle prime civiltà mesopotamiche sulla Terra. L’analisi del carbonio-14 e del radio-226 aveva permesso di fissare una data piuttosto precisa per quell’evento al 9960 avanti Cristo, anno più anno meno. A quell’epoca risalivano i più recenti manufatti rinvenuti nel sistema, per la precisione sugli asteroidi.
Nessun’altra traccia degli Y era stata ancora riportata alla luce altrove. Per via delle sue rovine, disseminate di tecnologia aliena, archeologia e raffinate opere d’arte, Klapeyron IV era apparso fin dal primo istante uno scrigno di ricchezze, il paradiso dei recuperanti. Ma le meraviglie più straordinarie parevano concentrate nella Cintura.
Era stato quindi piuttosto naturale che bande di espatriati, fuorilegge e desperados scegliessero Scylla–Niger come approdo di ventura per le loro peregrinazioni galattiche. Qualcuno dei primi coloni aveva azzardato un esperimento in proprio di conversione energetica, che aveva condotto alla nascita della Cattedrale. I suoi adepti e discendenti si erano coalizzati nella classe degli Estrattori, casta elitaria nell’attuale scenario sociale del sistema. I recuperanti erano giunti più tardi e avevano assemblato una città spaziale dal nulla. Sulla Vecchia Terra si sarebbe detto “un mattone dopo l’altro”. Ma lassù, in mezzo al vuoto siderale, a due passi da un vortice di dimensioni stellari e a qualche migliaio di parsec dal Sole, si parlava di tubi.
I tubi erano i moduli abitativi standard che, opportunamente interconnessi tra loro, erano alla base delle strutture complesse degli habitat orbitali: anelli, fusi, alveari. E tubi erano anche i componenti primari dell’ossatura solida dei moduli: nanotubuli di carbonio, per l’esattezza, materiale compatto e malleabile, robusto e intelligente. Così, un tubo dietro l’altro, era venuta fuori Resurgam, una sorta di escrescenza tumorale nata da una cellula impazzita della Cattedrale, un sogno orbitale degenerato in incubo. Simulacro vivente di una città spaziale, organismo impazzito e fuori controllo, vagava sull’abisso di Scylla–Niger come il cadavere di un’ape regina trascinata alla deriva dalla corrente.
Vista dall’esterno, la Stazione era una struttura notevolmente sbilanciata, un paradosso tenuto insieme dalle preghiere dei suoi abitanti. Nessuno conosceva il numero esatto degli Estrattori, ma come ogni clan industriale autosufficiente doveva essere inferiore alle stime più prudenti. Di recuperanti, invece, ce n’erano decine, centinaia. E con le loro famiglie e le attività economiche che prosperavano intorno al business del recupero (commercianti, rigattieri, restauratori, ricercatori, tecnici aerospaziali, operatrici ricreative), la popolazione di Resurgam ammontava a qualche migliaio di abitanti. Tutti concentrati in una bagnarola scricchiolante e azzoppata, come una sorta di avanguardia proletaria del suicidio sistematico.

[2 – continua]

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