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Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per stradalì ricomincia la storia del calcio.

Non so se il famoso aforisma attribuito a Jorge Luis Borges (1899-1986) sia apocrifo o meno, ma mi è sempre piaciuto immaginare uno dei più grandi autori della letteratura mondiale ispirato dalla scena di due bambini che rincorrono una palla in un campo di periferia di Buenos Aires, mentre la luce del tramonto s’incunea tra i palazzi. Probabilmente, se mai disse o scrisse quelle parole, il maestro argentino era già costretto ad affidarsi alle ombre del ricordo e alle voci e agli schiamazzi che gli giungevano alle orecchie, dal momento che la sua retinite pigmentosa si era aggravata al punto da renderlo completamente cieco alla fine degli anni ’60. E questo, tra le altre cose, gli avrebbe impedito di godersi nei suoi ultimi anni le magie del più grande giocatore che abbia preso a calci un pallone.

Su Diego Armando Maradona, che ci ha lasciati lo scorso 25 novembre, mi rendo conto che potrei scrivere decine e decine di pagine senza fermarmi. Credo che sia così per chiunque lo abbia vissuto da tifoso, e chiunque abbia tifato per Maradona, per il suo Napoli o la sua Argentina, non può non aver provato per un lungo periodo della sua vita un sentimento di amore incondizionato e viscerale per il Pibe de Oro. Era ed è una forma di gratitudine per averci sottratti all’oblio e resi partecipi di uno dei più insulsi ma ambiti riti di massa dell’ultimo secolo e mezzo: fuori di tecnicismi e retorica, il gioco del calcio. Per me è stato così fino all’ultimo ed è così ancora adesso.

Anche se oggi non si direbbe a scorrere la marea di ricordi e di cordoglio che ha sommerso la rete, le pagine dei giornali e i palinsesti televisivi, fino a non più di una settimana fa per la quasi totalità degli organi di informazione, come pure, non per fare il puntiglioso, per la quasi totalità degli appassionati di calcio, Maradona veniva trattato come il nemico pubblico N. 1. Le accuse di oltraggio alla morale pubblica, di rappresentare un cattivo esempio per i giovani, di slealtà sportiva, erano all’ordine del giorno quando si parlava di lui, così come l’inevitabile ricordo delle sue dispute giudiziarie con il fisco italiano (una vicenda kafkiana, come ricostruito in questi giorni dal Foglio, scaturita da un gesto di improvvisazione quasi situazionista di due sindacalisti e ingigantitasi fino a diventare una valanga che ha finito per seppellire qualunque cosa, inclusa la verità).

I mille e uno volti di Maradona

Dai primi calci tirati a quella che possiamo immaginare come una palla di stracci per le strade di Villa Fiorito (e nessuno ha usato meglio le parole di Julio Velasco per descrivere la parabola di Diego Armando Maradona dalla periferia di Buenos Aires al jetset internazionale) alla sua villa a Tigre, passando per i campi da gioco di mezzo mondo, la Rambla, le strade della vita notturna di Napoli e i grattacieli di Dubai, quello di Maradona è un corpo che indossa mille maschere, di volta in volta spavaldo, arrogante, rabbioso, sconvolto, annebbiato, assente, sorridente, ma che sotto nasconde sempre lo stesso volto, quello del ragazzo del barrio che all’esordio in Primera División, a sedici anni non ancora compiuti con la casacca degli Argentinos Juniors, dichiara ai giornalisti che nella sua vita è cambiato tutto da quando… è tenuto a rilasciare interviste.

Prestigiatore con il pallone, virtuoso capace di non smarrire mai l’efficacia, architetto di invisibili geometrie di gioco ormai impresse a fuoco nel nostro immaginario calcistico, condottiero in campo, leader politico, antagonista, istrione, castigatore di ogni malcostume che avrebbe poi finito per prevalere nel mondo del calcio non solo italiano (il vizietto di chiudere gli occhi davanti alle tante forme di discriminazione, il carrierismo politico, il ribaltamento dei valori di lealtà e correttezza dello sport perpetrato a piacimento), specchietto per le allodole dei moralismi buoni per ogni stagione; nell’arco della sua carriera Maradona sarebbe stato tutto questo, insieme a tante altre cose che forse in tanti, pur attribuendogli proprio per questo l’inevitabile marchio d’infamia, un po’ gli invidiavano: la vita dissipata, l’abilità di vivere sempre al limite, con il pedale del gas al massimo, di sfidare le convenzioni sempre e comunque. Socialista, terzomondista, peronista. Sperperarore di fortune e accorto gestore delle sue finanze, ma soprattutto benefattore e filantropo. Figlio devoto, marito infedele e padre discutibile. Maradona andava preso per com’era, perché non puoi avere la luce senza le crepe che la lasciano passare, per ricordare ancora una volta Leonard Cohen: pieno di contraddizioni e paradossale forse per sua natura intrinseca, come il suo corpo compatto ma capace di arrivare dappertutto attraverso quell’estensione rappresentata dalla sfera, alfiere di un calcio non euclideo, inventivo, fantasioso, attore di una forza a distanza in grado di sfidare le leggi inappellabili della gravità. E capace, ogni volta, di inventarsi nuovi peccati per cui inevitabilmente arrivare a pentirsi e dover chiedere scusa. Magari dopo poche ore o pochi giorni, come in occasione della terribile rissa scatenata in finale di Copa del Rey ormai agli sgoccioli della sua esperienza spagnola, magari dopo vent’anni.

Per me Maradona è tutto in quello sguardo un po’ timido del quindicenne di Villa Fiorito, tutto il contrario dell’esuberanza atletica, del controllo tecnico, dell’estro artistico, del talento innato – insomma, in una parola, del genio – che già da bambino esibiva sui campi di calcio, al punto da spingere un tassista a suggerire a Gianni Di Marzio, allora tecnico proprio del Napoli, questo ragazzino con le carte in regola per diventare un crac. Era il 1978 e il Napoli avrebbe potuto prenderlo per duecento milioni di lire, se le frontiere non fossero state chiuse. In fondo, come dice con spirito partenopeo un testimone di quegli anni intervistato per il documentario Maradonapoli di Alessio Maria Federici (2017), una sentita ricostruzione dell’impatto avuto da Maradona sulla vita della città e dei suoi abitanti e tifosi, lui era già «un napoletano che viveva all’estero».

Diego Armando Maradona e la politica

La notizia del suo arrivo a Napoli colse il mondo intero alla sprovvista. Gli anni di Barcellona, che lo aveva acquistato nel 1982 dall’amato Boca Juniors, non furono facili: malgrado le prestazioni di Maradona, il club catalano raggranellò in due anni qualche successo nei confini nazionali, ma rimase sempre lontano dalla vetta della Liga, come pure dai trofei continentali. Per di più, l’esperienza spagnola di Maradona fu costellata di infortuni, a partire da un’epatite virale che lo tenne lontano dal terreno di gioco per diversi mesi, fino alla rottura della caviglia (con annessa lesione dei legamenti) rimediata per un intervento criminale del difensore basco Andoni Goikoetxea Olaskoaga in un match con l’Athletic Bilbao passato tristemente alla storia. Altri mesi di assenza e di riabilitazione, fino al rientro in squadra all’inizio del 1984 per una volata finale che si sarebbe conclusa con la finale di Copa del Rey, di nuovo contro l’Athletic di Goikoetxea. La vita di Maradona, come vedremo, è piena di questi ricorsi, dopotutto «la vita è un cerchio piatto», come insegnano Nic Pizzolatto e True Detective. La partita viene persa dal Barcellona e culmina in una rissa degna delle stracittadine bonaerensi. Nel frattempo, però qualcosa si era incrinato nel rapporto con il club che tanto lo aveva voluto da renderlo il giocatore più pagato del mondo. Le voci sulla vita notturna di Diego indispettiscono la dirigenza blaugrana, che a fine stagione si ritroverà disposta (costretta?) a cederlo.

Il mondo è con il fiato sospeso. Dove giocherà a settembre il giocatore più forte del mondo? Nel documentario che Asif Kapadia dedica a Diego Maradona nel 2019, assistiamo a un compassato giornalista della televisione francese annunciare la prossima destinazione del Pibe de Oro: «La città più povera d’Italia, e forse una delle più povere d’Europa, acquista il giocatore più costoso del mondo». Non è il Real, non è la Juventus, ma il Napoli di Corrado Ferlaino, che fino ad allora sfoggiava in bacheca due Coppe Italia, una Coppa delle Alpi e una Coppa di Lega Italo-Inglese e che adesso metteva a segno il colpo del secolo, portando in una città che nelle riprese dell’epoca sembra davvero una città del terzo mondo (non me ne vogliano gli amici napoletani, dopotutto veniamo dalla stessa terra), l’equivalente moderno degli eroi della mitologia classica.

Ai giornalisti che gli domandano cosa si aspetti da Napoli, Maradona risponde candidamente: «La tranquillità che non avevo a Barcellona. Ma, più di ogni altra cosa, rispetto». E Maradona, acquistato per tredici miliardi e mezzo di lire attraverso una fideiussione del Banco di Napoli rilasciata grazie al patrocinio della DC campana (che all’epoca esprimeva la segreteria del partito con Ciriaco De Mita e il sindaco della città con Vincenzo Scotti, due a cui del Napoli importava relativamente), atterra a Capodichino e attraversa la città in cui ha scelto di vivere gli anni migliori della sua carriera. Nemmeno quattro anni prima il terremoto dell’Irpinia aveva colpito anche la città, ma soprattutto aveva rivelato al resto d’Italia una delle terre più povere del suo territorio, di cui in pochi fino ad allora sapevano qualcosa, e Napoli (calcisticamente parlando, ma probabilmente non solo) era un po’ l’avamposto di un territorio d’oltremare da trattare con l’indulgenza della miglior retorica neocoloniale. Invece, all’improvviso, la sua squadra di calcio, una compagine di mezza classifica con alle spalle una società patronale, reclamava il suo posto al tavolo delle grandi. È il 1984 e Maradona viene presentato in una conferenza stampa incandescente e poi ai suoi tifosi in un’esibizione al San Paolo passata anch’essa alla storia. Già allora, come osserverà poi il suo presidente-carceriere, Maradona incarna lo spirito di Napoli.

Il primo anno, ancora una volta, non è facile. La squadra è poco competitiva e la Serie A non fa sconti al giocatore più forte del mondo: i difensori sono aggressivi, gli arbitri non tutelano quello che è a tutti gli effetti un patrimonio non solo del Napoli ma di tutto il calcio italiano e Maradona colleziona falli su falli, non sempre fischiati. È un calcio completamente diverso da quello a cui siamo ormai abituati, con pochi riflettori e molto fango, giocato su campi spesso al limite della praticabilità, che oggi vediamo solo nelle categorie inferiori. E Maradona risponde a modo suo: invece di perdere tempo in inutili recriminazioni, si adatta, cambia i tempi di gioco, diventa più veloce, alza il tasso tecnico e aumenta il coefficiente di imprevedibilità delle giocate. Il Napoli conclude il campionato a metà classifica ma Maradona segna 14 gol in 30 presenze. L’anno dopo i gol saranno 11, ma è già nato un Maradona diverso, lungo la rotta di avvicinamento ai Mondiali del 1986 e allo Stadio Azteca di Città del Messico, dove prima infliggerà all’Inghilterra la sconfitta più cocente della sua storia, e una settimana dopo condurrà l’Argentina alla sua seconda Coppa del Mondo.

«La vendetta è un piatto che va servito freddo» recita un vecchio proverbio Klingon e Maradona lo aveva cucinato per quattro anni, dopo la disastrosa guerra delle Falkland costata la vita a centinaia di giovani della sua generazione, la prigionia a migliaia di soldati, e l’onta della sconfitta a un popolo intero, già oppresso da anni di crisi economica e di dittatura militare. È una rivincita con il sapore della vendetta soprattutto per come viene consumata: nei quarti di finale, nel giro di quattro minuti, duecentoquaranta secondi che separano il gol più controverso dal gol più bello della storia. E non sarebbe stato lo stesso se l’ordine fosse stato inverso, perché il primo gesto (la famosa «Mano de Dios», nell’espressione usata da Diego) segna il pareggio con la forza militare e le ambizioni neo-imperialistiche della Thatcher, mentre il secondo esprime la prevalenza della bellezza, della classe e dell’arte sopra ogni cosa. Il primo è un gesto politico, il secondo è un atto estetico, che trasforma il vendicatore in un oggetto ultraterreno, un barrilete cósmico nella famosa telecronaca del commentatore argentino Hugo Morales.

È così che nasce la leggenda di Diego Armando Maradona e niente, dopo quella partita, sarà più lo stesso. Per lui, per l’Argentina che vincerà il Mondiale e per il Napoli che l’anno dopo avrebbe vinto il suo primo campionato di Serie A, una conquista impensabile fino ad allora, replicata nel 1990 e mai più ripetuta nei trent’anni successivi.

In quegli anni Maradona diventa più influente di tanti capi di stato. Non è solo ammirato come calciatore, ma matura un seguito che le tante figurine politiche da cui siamo assediati oggi, in televisione e sui social, si sognano ancora la notte. Oggi si parlerebbe di leadership, all’epoca si parlava – con un’espressione oggi fin troppo retorica – di condottieri. Maradona dava voce agli ultimi, ancora una volta: dopo gli argentini umiliati alle Falkland, i napoletani che in ogni stadio d’Italia in cui mettevano piede trovavano ad attenderli striscioni e cori degni dell’apartheid (come avrebbe brillantemente riassunto in uno sketch da applausi Massimo Troisi, e come ricorda nella sua ricostruzione impareggiabile Massimiliano Gallo sulle pagine del Napolista).

La vita e gli amori di Diego Armando Maradona

No, non voglio parlare qui del gossip che ha accompagnato Maradona fin dal suo arrivo in Europa, ovunque andasse, prima a Barcellona, come si è visto, e poi a Napoli. Gli aneddoti si sprecano, ne abbiamo lette di tutti i colori in questi giorni e vi risparmio la rassegna. Ma la vita di Maradona è stata indubbiamente piena di amore, dato e ricevuto.

La scelta di Napoli e il legame viscerale che riuscì a instaurare con la città fin dal suo arrivo meriterebbe un’analisi antropologica che non ho gli strumenti per svolgere qui: fu sicuramente una sfida, lanciata da Maradona al mondo del calcio, ma quale calcolo indusse i suoi procuratori ad accettarla rimane e rimarrà sempre un mistero. Come termine di paragone, fatte le debite proporzioni e senza offesa per nessuno, è come se Messi venisse a giocare nel Bologna: non il Messi di oggi, ma quello che dieci anni fa vinceva le Champions con il Barcellona.

L’amore che ricevette in cambio dalla città divenne in un certo modo tossico negli ultimi anni della sua esperienza napoletana, come se un dosaggio eccessivo avesse scatenato degli effetti collaterali. Nel 1989, dopo la finale di ritorno della Coppa UEFA che consegnò al Napoli il primo (e finora unico) grande trofeo internazionale, Maradona chiese a Ferlaino di lasciarlo andare. Anche le grandi storie d’amore finiscono e sicuramente è meglio finirle quando si è ancora in tempo, piuttosto che tirare la corda finché si spezza.

Ma Ferlaino aveva altri programmi. Voleva ancora una grande affermazione continentale, ma per riuscirci il Napoli avrebbe dovuto vincere un altro scudetto. Così trattenne Maradona contro la sua volontà e, viste le voci sulle sue frequentazioni private, gli mise alle calcagna un investigatore privato. È così che ebbe inizio la fine.

La leggenda di Diego Armando Maradona

Dalle partite illegali di beneficenza ai gol impossibili segnati da ogni posizione – la compilation delle reti segnate con il Napoli è impressionante: da fermo, al volo, dalla tre quarti, di testa, direttamente da calcio d’angolo, rigori ogni volta diversi – i sette anni italiani di Maradona rappresentarono qualcosa di mai visto prima e che mai si sarebbe rivisto in seguito.

Ancor più che i suoi gol, però, destano meraviglia ancora oggi le giocate: gli assist, non sempre finalizzati; i tocchi del repertorio (di tacco, sombrero, veronica, no-look), ora per smarcarsi, ora per saltare l’uomo, ora per servire i compagni; i falli subiti senza protestare, di cui sono pieni i suoi anni spagnoli e italiani.

Il vertice inarrivabile, per lo meno dopo la partita con l’Inghilterra, è in un momento non di gioco, e anche questo rende forse la dimensione del personaggio. Semifinale di ritorno della Coppa UEFA 1989 contro il Bayern, durante il riscaldamento pre-partita delle squadre dagli altoparlanti dell’Olympiastadion di Monaco partono le note di Live is Life degli Opus, eseguita da una cover band ingaggiata per l’occasione, e Maradona inizia uno spettacolo passato alla storia.

La partita finirà 2-2 e il Napoli si qualificherà per la finale con lo Stoccarda. Cos’altro aggiungere?

Dopo quella finale, dicevamo, inizia l’arco discendente della parabola di Diego Armando Maradona. «La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo». Sono le parole con cui Eldon Tyrell ammonisce paternalisticamente Roy Batty in una delle scene più cruente di Blade Runner. «E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti». Parole che potremmo applicare anche alla vita di Maradona.

La stagione 1989-90, come tutte quelle a ridosso di un mondiale, non fu per lui come le altre. Malgrado l’intensificarsi di problemi fisici di vecchia data, inclusa una sciatica che lo costrinse per diversi mesi a sottoporsi a delle dolorose infiltrazioni, malgrado la dipendenza dalla cocaina anche per questo diventasse sempre più acuta, Maradona trascinò il Napoli al secondo scudetto e arrivò ai Mondiali di Italia ’90 deciso a condurre anche la nazionale argentina al secondo successo di seguito dopo Messico ’86. L’Argentina era la squadra da battere e fin dal match inaugurale disputato a San Siro (perso per 1-0 contro il sorprendente Camerun di Roger Milla, che riuscì a difendere eroicamente il vantaggio in 9 contro l’assedio albiceleste) apparve chiaro che non sarebbe stata una passeggiata di salute fino alla finale: in qualsiasi stadio giocassero, i gauchos di Carlos Bilardo venivano accolti dall’ostilità del pubblico.

Il percorso complicato dell’Argentina, qualificata agli ottavi come miglior terza classificata del suo girone, superato il Brasile di misura e la Yugoslavia ai rigori, andò quindi a collidere con quello della nazione ospitante, in una partita evidentemente organizzata dal destino: il 3 luglio 1990, nello stadio che lo aveva visto splendere in campionato e in Europa, Maradona avrebbe giocato non solo contro l’Italia, ma contro il suo pubblico.

Checché raccontino oggi cronisti sportivi dalla memoria labile ed ex-giocatori forse colpiti alla testa da troppe pallonate, secondo la vecchia consuetudine italica della ricerca di un alibi a tutti i costi, il San Paolo quella sera non tifò Argentina, nonostante le preventive esortazioni del loro beniamino a non dimenticare gli anni trascorsi insieme e il trattamento riservato ai napoletani dal resto d’Italia, ogni santa domenica. Anzi, le azioni dell’Albiceleste furono accompagnate fin dal primo minuto da fischi sonori, così come il girone infernale dei calci di rigore che decise la partita dopo i supplementari conclusi sull’1-1. Nelle riprese dell’epoca si vede Maradona applaudire agli spalti, a fine partita, ma sugli spalti è tutto un film di sconforto, di lacrime di rabbia e di frustrazione, e sono pochi i settori che ricambiano l’applauso del Pibe de Oro.

L’Italia è fuori dai Mondiali e l’eliminazione brucia, non solo sugli spalti. Si racconta che fu in quell’occasione che la dirigenza del mondo calcistico italiano la giurò a Maradona. La finale dell’Olimpico, di rara noia per una finale mondiale, vide una riedizione della finale dell’Azteca, con l’Argentina opposta alla Germania dell’Ovest. La partita fu decisa da un rigore inventato dall’arbitro e messo dentro da Brehme, che superò un grande Sergio Goycochea, uno dei migliori portieri del torneo.

Maradona andò a ritirare la sua medaglia d’argento in lacrime, deluso da un mondo che, dopo essersi retto per anni sulle sue spalle, all’improvviso gli era franato addosso con tutto il suo peso. Da calciatore più ammirato, si ritrovò a essere nominato personaggio più odiato dagli italiani nei sondaggi dei quotidiani, il suo stile di vita un tempo invidiato fu messo all’improvviso sotto attacco da rotocalchi e trasmissioni televisive.

Maradona smarrì del tutto lo spirito solare, gioioso, che lo aveva accompagnato fino a un anno prima, e divenne una figura pubblica costantemente adombrata. Memorabili le riprese della cena di Natale del Napoli di quell’anno: Maradona, che era stato l’anima di tutte le feste a cui aveva preso parte fino ad allora, assiste in disparte, con aria seriosa e un po’ infastidita. Il 17 marzo 1991 sarebbe risultato positivo a uno dei primi controlli antidoping, dopo una partita casalinga del Napoli contro il Bari vinta di misura. Gli sarebbe stata comminata una squalifica di un anno mezzo, il Napoli avrebbe chiuso la stagione settimo e non avrebbe più rivisto il più grande calciatore del mondo indossare la 10 con i suoi colori.

Spiace doverlo ammettere, ma nella fine di Maradona giocò un ruolo importante anche l’incapacità del Napoli di tutelare il suo campione, come ricorda Gianni Minà, fino a lasciarlo incappare fatalmente nella trappola dell’antidoping.

Maradona avrebbe lasciato Napoli la sera del primo aprile 1991. I conti con lui erano chiusi. Era la fine di un’epoca, anche se non tutti se ne accorsero subito.

Adesso che le lacrime della commozione generale gonfiano la marea del cordoglio, nessuno sembra voler ricordare le parole di condanna, il biasimo unanime, i giudizi sprezzanti, le sentenze del tribunale popolare dell’opinione pubblica che all’epoca accompagnarono l’uscita di scena di Maradona. Ma la mia memoria per fortuna è di ferro e a tutti i sicofanti di allora scopertisi adesso magnanimi nella vittoria, io rivolgo il mio più sincero invito a tapparsi la bocca e andarsene a fare in culo.

Le mille e una morte di Maradona

Maradona ha vissuto mille vite e altrettante volte lo abbiamo visto morire e risorgere. Anche se ha legato indissolubilmente la sua fama a tre maglie (quella blaugrana, quella azzurra e quella dell’Albiceleste), ne ha vestite altre cinque, tra cui quella dell’esordio tra i professionisti degli Argentinos Juniors e quella del Boca, i suoi colori del cuore. Ogni esperienza si è conclusa in maniera malinconica, a dir poco, e gli ultimi anni da calciatore dopo la squalifica per doping del 1991 sono fotogrammi evitabili e per questo ancor più dolorosi di un unico, lungo, lento addio. L’unica parentesi di gloria in grado di riportarlo ai fasti del decennio precedente è rappresentata dai Mondiali di USA ’94, dove un nuovo controllo antidoping mise fine alla rincorsa del terzo titolo mondiale per l’Argentina.

Sulla sua carriera da allenatore e commissario tecnico, possiamo tranquillamente sorvolare. Maradona non era nato per insegnare agli altri il gioco del calcio, e dopotutto il talento non si può condividere, così come il genio non si può travasare.

Maradona era nato semplicemente per renderci felici. Alcuni lo hanno capito solo adesso, dopo essere stati per anni accecati dall’invidia e dalla Schadenfraude. Altri non hanno mai smesso di crederlo, fin dalla prima volta che gli hanno visto prendere a calci una palla, un limone o un’arancia.

Siamo noi, che adesso lo piangiamo. Mentre Maradona consuma l’ultima morte ed è finalmente libero di misurarsi con l’unico limite che compete alla sua dimensione: l’eternità.

Puntate precedenti:

Nel 1957 lo sceneggiatore Héctor Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López portano sulle pagine della rivista argentina Hora Cero Suplemento Semanal uno dei più incisivi e indimenticabili personaggi nella storia del fumetto: L’Eternauta.

Un giorno imprecisato nella seconda metà del XX secolo, a Buenos Aires, nello studio di uno sceneggiatore di fumetti si manifesta un uomo che si presenta come Khruner, ovvero «il vagabondo dell’infinito», che vaga da secoli alla ricerca della sua epoca e del suo mondo perduti. Tutto ebbe inizio con una nevicata mortale, che decimò la popolazione preparando la strada all’invasione. L’invasore di cui parla questo impossibile reduce del tempo è una spietata civiltà aliena, che ha già sottomesso innumerevoli razze quando prende di mira la Terra. I governi e gli eserciti terrestri organizzano una velleitaria resistenza: riuniscono la popolazione e cercano di opporsi all’avanzata aliena. Khruner e i suoi amici sopravvissuti raggiungono uno di questi punti di raccolta, el Monumental (lo stadio del River Plate) ma trovano ad attenderli un’amara sorpresa: gli alieni hanno assoggettato gli umani attraverso una forma di controllo mentale, trasformandoli in “uomini-robot”, del tutto privi di volontà, e li hanno aggregati alle loro armate.

Gli uomini-robot e gli invasori tenderanno molte trappole ai protagonisti finché questi riusciranno a introdursi nell’astronave-madre, dove Khruner azionerà involontariamente una macchina del tempo, dando inizio al suo vagabondaggio tra gli infiniti universi paralleli del continuum. L’opera, riscritta da Oesterheld nel 1969 enfatizzandone tanto i riferimenti politici quanto la violenza, ridisegnata con uno stile evocativo da Alberto Breccia (che insieme a suo figlio Enrique aveva collaborato l’anno prima con Oestrheld a La vita del Che, le cui tavole originali in patria furono sequestrate e bruciate), dispiega tutta la sua ambizione e la sua profondità profetica nel momento in cui il vagabondo dell’infinito rivela che il mondo da cui proviene è lo stesso in cui il fumettista vive, la stessa Buenos Aires in cui tutto ebbe inizio, e che alla nevicata fatale mancano solo quattro anni.

Impossibile non leggere negli uomini-robot e nei kol una rappresentazione delle varie forme di collaborazionismo in cui può essere declinata la connivenza con un regime totalitario, così com’è fin troppo immediato il parallelo tra l’invasione e il fascismo. Oesterheld, da sempre attestato su posizioni anti-imperialiste, si unirà ai Montoneros nella resistenza contro il regime militare ed entrerà purtroppo nel triste novero dei desaparecidos del Processo di Riorganizzazione Nazionale. Il suo è uno dei destini più atroci che si possano immaginare per un uomo: quando fu prelevato dalle autorità il 21 aprile del 1977, aveva ormai già assistito al martirio della sua famiglia: a partire dal giugno del 1976, infatti, tutte e quattro le sue figlie (di cui una incinta) erano state uccise o rapite dagli squadroni della morte al servizio del regime.

Sempre durante la violenta repressione della guerra sucia, sotto una dittatura che potrebbe essere quella cilena di Pinochet o quella argentina di Videla o Galtieri, è ambientato Perramus, di Juan Sasturain e Alberto Breccia. L’opera risale al 1985 ed è impossibile non pensare alla vicenda umana di Oesterheld mentre leggiamo la storia di Perramus, l’uomo senza nome e senza memoria che decide di farsi chiamare come una nota marca di impermeabili e finisce coinvolto nelle avventure più improbabili, incrociando il suo destino con quello di personaggi famosi. Perramus per esempio s’imbatte in un gigante della letteratura mondiale come Jorge Luis Borges, ucronicamente reduce dall’assegnazione del premio Nobel a Stoccolma, dove nel suo discorso ha pronunciato queste parole: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case”. Non è azzardato leggere questa riscrittura del personaggio come una critica neanche troppo velata, dal momento che se nel nostro mondo Borges non raggiunse mai il massimo riconoscimento per la letteratura, che pure avrebbe meritato, in tanti credono che la causa principale fu proprio la sua mancata presa di distanza dai crimini del regime argentino.

Come l’Eternauta, Perramus meriterebbe un articolo dedicato, e non un articolo qualsiasi (come i due che pure ho già scritto e che potete leggere sul vecchio Strano Attrattore, per l’esattezza qui e qui), ma una disamina accurata, capace di scavare a fondo nei suoi sottotesti simbolici, nei suoi rimandi alla storia argentina, nei suoi slanci immaginifici e nelle sue meravigliose invenzioni. La nascita del personaggio da sola si svolge in una dimensione onirica ammantata da un’aura mitologica, con una sequenza di tavole memorabile per resa espressiva: l’arrivo, in una notte di luna piena, di uno squadrone della morte – i loro volti trasfigurati in teschi spettrali nelle tenebre – presso il covo di un gruppo di dissidenti politici, la vile fuga del protagonista che abbandona i compagni al loro destino, il suo approdo in una locanda emblematicamente chiamata Aleph, dove gli viene fornita da tre prostitute la soluzione ai propri sensi di colpa… a scelta tra il piacere di Maria, la fortuna di Rosa e l’oblio di Margarita. La sua preferenza cade su quest’ultima e, abbandonata ogni reminiscenza della propria vita trascorsa, al risveglio l’uomo che non ha più un nome dovrà cercare di ricostruirsi un’identità e una personalità, mentre il mondo intorno a lui prosegue a spron battuto sul cammino che porta al caos e alla dissoluzione.

La sua ricerca di se stesso – un nuovo se stesso – transita per la raccolta di frammenti altrui, simboleggiati dai vestiti abbandonati nella camera di Margarita dai suoi precedenti clienti: un marinaio svedese, un capitano scozzese, un clandestino argentino. Prelevato dai servitori del regime dei Marescialli, l’uomo che viene battezzato Perramus dal nome del suo soprabito viene imbarcato su un bastimento per occuparsi dell’eliminazione dei corpi, nella tragica evocazione dei peggiori sistemi riservati dalla dittatura ai desaparecidos. A bordo incontra Canelones e azzarda con questi un ammutinamento che li porta per la prima volta sull’isola di Mr. Whitesnow, una nazione strategica in cerca di emancipazione dal Regime dei Marescialli. E qui la storia si fa prima tragicomica e quindi farsesca, con Perramus che si procura l’identità fittizia di un pugile americano degli anni ‘30 e Canelones che lo trascina in avventure goderecce in giro per l’isola. Nel gioco allegorico di Breccia, i funzionari della dittatura di Mr. Whitesnow assumono tratti scimmieschi e statura da nani: evidentemente non meritano l’aspetto spettrale e cadaverico dei servitori dei Marescialli, e forse incarnano in chiave farsesca la banalità del potere in contrapposizione alla più autentica espressione del male.

Le linee guida che verranno poi confermate nel prosieguo della serie si trovano già definite qui: la satira spietata verso il potere in tutte le sue manifestazioni, la denuncia della repressione in tutte le sue forme, lo smascheramento di presunte forme di libertà che nascondono l’essenza della schiavitù e dell’oppressione, gli sforzi tesi al recupero della memoria. I toni dell’opera oscillano tra il registro della tragedia e quello della commedia (“Il problema non è la merda! Al contrario, è la soluzione!”), e toccano vette insuperate di efficacia proprio nelle pagine più grottesche e assurde, come quando, approdato con i suoi compagni di avventure su un’isola che basa la sua precaria economia sullo sfruttamento del guano, Perramus si trova davanti a una popolazione stremata, in trepidante attesa per una sospirata pioggia di escrementi di volatili che giunga a risollevare l’economia stagnante del loro paese. Ricorda qualcosa?

Le pagine che vedono l’intervento di Borges sono altrettanto indimenticabili. Lo scambio di battute che ha luogo in occasione del loro primo incontro è già tutto un programma:

Borges: «Lei porta un nome eccessivo, Signor Perramus. Evocatore di latini e di magia.»
Perramus: «Io non sono altro che questo nome.»
Borges: «Frase un po’ troppo letteraria, se mi permette.»
Perramus: «Mi spiace, ma tutta la mia vita è un racconto fantastico.»
Borges: «Questa è ancora peggio. La realtà è un’invenzione fantastica. La storia stessa lo è…»

E più avanti, in un momento cruciale della terza parte, lo scambio si tinge del tono paradossale che impregna tutta l’opera:

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

Di avventura in avventura, Perramus si conferma nel ruolo di erede del Vagabondo dell’Infinito: insieme affrontano la condizione dell’espatriato, la perdita delle radici, il recupero della memoria, in un universo che è esso stesso la negazione delle radici, della memoria, della libertà, schiacciato sotto il tallone di ferro della dittatura militare.

Tra enigmi e riflessioni filosofiche, la legge del contrappasso si fonde con l’eterno ritorno e i cicli storici del destino. Nella prima avventura, per esempio, Perramus decodifica il messaggio per la Resistenza, ottiene la libertà dei suoi amici, ma un’indicazione sbagliata lo riporta all’Aleph e a Margarita, ovvero il punto da cui tutto è iniziato.

Margarita: «Cosa vuoi adesso?»
Perramus: «Ciò che ho perso: voglio conoscere il mio passato.»
Margarita: «Perramus, ciò che hai vissuto è davanti a te, non puoi ricordare ciò che succederà. È giusto così.»

Perramus, l’uomo senza memoria, si ritrova a fare i conti con il futuro, con l’unico impegno di “essere fedele al desiderio”. E le sue peripezie per il mondo possono riprendere.

[3 – Continua]

Milan M. Cirkovic è un ricercatore serbo dell’Osservatorio Astronomico di Belgrado che da tempo si occupa di astrobiologia e SETI. In un famoso articolo del 2008, pubblicato sul Journal of the British Interplanetary Society, si sofferma sulle possibili evoluzioni delle società post-biologiche, sia postumane che extraterrestri. L’articolo può essere consultato su Arxiv.org e si intitola, in maniera molto evocativa per chi ha confidenza con un certo immaginario fantascientifico, Against the Empire.

In quello studio Cirkovic considerava due possibili modelli di società post-biologiche, applicabili a società sia postumane che extraterrestri: l’impero e la città-stato. Il primo si basa sulla spinta all’espansione e alla colonizzazione, il secondo sul contenimento delle dimensioni mirato all’ottimizzazione delle risorse. L’autore pone l’accento sul fatto che quasi sempre si analizzano i possibili comportamenti delle società post-biologiche senza tener conto del fatto che in tali società gli imperativi derivanti dalla biologia perderanno la loro importanza. Muovendo da questa considerazione arriva alla conclusione che il modello della città-stato ha ottime probabilità di successo in una società post-biologica, mentre il modello dell’impero non sarebbe così diffuso come siamo spinti a credere per effetto dei bias alimentati dalle nostre letture e visioni fantascientifiche, specialmente quelle più popolari, divenute quasi mainstream (pensiamo a Star Trek o Star Wars, che malgrado la varietà di specie portate in scena rappresentano modelli piuttosto omogenei).

Da tempo sono spinto dalle mie letture e scritture a riflettere sulle possibili caratteristiche delle società postumane. E ormai da diversi anni la fantascienza va elaborando scenari sempre più contaminati, eterogenei, meticci. Tanto che, sicuramente condizionato da queste rappresentazioni (penso a Kim Stanley Robinson, ad Alastair Reynolds, a M. John Harrison, ad Aliette de Bodard), ormai faccio fatica a concepire una società dalla costituzione monolitica e omogenea e anzi, devo ammettere, gran parte del piacere del world-building nasce dalla complessità degli scenari che si vanno elaborando.

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Proviamo a vedere da quali considerazioni scaturiscono queste ipotesi?

1. Diversificazione e postumanesimo. In prima battuta dovrebbe risultare sempre meno plausibile, o quanto meno “bizzarro”, che nel vasto ventaglio delle soluzioni possibili possa prevalere un’unica tecnologia postumanizzante, a meno che questa tecnologia non sia un particolare tipo di intelligenza artificiale, nel qual caso ricadremmo nella fattispecie di problemi che abbiamo già esaminato un po’ di tempo fa e che smorzerebbe sul nascere ogni ulteriore discussione sul merito della faccenda. Quindi ipotizziamo che l’intelligenza artificiale si sviluppi in parallelo con altre tecnologie emergenti (nano- e bio-, genetica, cognitive augmentation, etc.) portando a un’esplosione di intelligenza, spingendo la curva del progresso oltre l’orizzonte percepibile della Singolarità Tecnologica, e innescando tutta quella catena di eventi che su periodi sempre più brevi renderanno sempre più complessa la società in cui viviamo, innescando il meccanismo a orologeria delle contraddizioni irrisolte che si annidano in essa, e rendendo ogni possibile scelta una questione di sopravvivenza. La diversificazione sarebbe funzionale alla resilienza (concetto ultimamente abusato e sempre più diffuso a sproposito), ma non trascuriamo neanche – per dirla con Nassim Nicholas Taleb – i vantaggi dell’antifragilità in contesti dalla spiccata incertezza.

Potrebbe infatti anche essere semplicemente una questione di filosofia: in altre parole, l’umanità potrebbe non essere così compatta da mettere a punto un piano di soluzioni condivise per affrontare i rischi esistenziali che si porranno. Eventi più o meno catastrofici potrebbero mettere l’umanità davanti a bivi più o meno drammatici, fungendo anche da banco di prova per le soluzioni escogitate. E una strategia quanto più diversificata potrebbe essere una risposta possibile (oltre che alquanto probabile) da parte del genere umano in una situazione di forte pericolo. E siccome non è detto che ogni problema abbia un’unica soluzione, eccoci mentre ci addentriamo nel giardino dei sentieri che si biforcano. Un luogo molto particolare, nel quale ad ogni passo corrispondono ore del tempo a cui siamo abituati. E poi giorni. E poi anni…

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2. Diaspora e disgregazione. In seconda battuta, su un periodo sufficientemente lungo (diciamo una prospettiva di qualche decennio, ma volendo stiamo pure larghi e diamoci l’orizzonte temporale del secolo in corso), non riesco a disaccoppiare l’evoluzione postumana dalla colonizzazione spaziale. I due concetti mi sembrano diventare sempre più inestricabilmente correlati man mano che ci addentriamo nell’uno o nell’altro. La Nuova Frontiera Spaziale potrebbe rappresentare quel punto di svolta capace di promuovere la diffusione di numerose tecnologie emergenti. Ho studiato anch’io Kim Stanley Robinson, negli ultimi anni me ne sono occupato diffusamente e ovviamente ho bene in mente questo suo articolo fondamentale, tuttavia non riesco a non pensare a un futuro a medio-lungo termine in cui l’umanità resta confinata sulla Terra.

Non prevedo lo sviluppo di una civiltà interstellare, ma trovo istintivamente poco credibile uno scenario in cui da qui alla fine del XXI secolo non ci siano delle colonie umane nello spazio: habitat artificiali nella cintura asteroidale, o sulla Luna e su Marte, magari anche solo come forma di presidio scientifico se non proprio di sfruttamento minerario, renderanno la frontiera spaziale un po’ quello che nel XX secolo è stato l’Antartide. Sicuramente poco per parlare di una vera e propria civiltà interplanetaria, ma a mio parere un’esperienza fondamentale per dotarsi di quelle conoscenze necessarie a elaborare sistemi di supporto vitale in grado di assicurare agli habitat artificiali un’autonomia dal pianeta madre. Qui mi rendo conto di calpestare un terreno piuttosto scivoloso, però nel 1919 conoscevamo già tutto quello che nella seconda metà del secolo scorso avrebbe reso possibile lo sviluppo di internet, dai laboratori della DARPA alle nostre case (e ancora una manciata di anni dopo alle nostre tasche): il limite era di natura tecnica, non scientifica. Quindi non trovo così astruso pensare a ecosistemi chiusi sempre più efficienti per sostenere piccole comunità di coloni spaziali.

Volendo spingerci più avanti di qualche secolo, senza timore di sconfinare nel dominio delle fantasticherie, la diaspora umana su altri pianeti esterni al sistema solare non farebbe altro che indebolire i reciproci legami e influssi tra le varie comunità. Le distanze in gioco sarebbero tali da comportare una drastica riduzione della banda di comunicazione e un lag culturale di una certa rilevanza. Anche limitandoci a considerare solo i sistemi stellari più vicini (una cinquantina nel raggio di 5 parsec, ovvero 16 anni-luce), senza un qualche tipo di collegamento più veloce della luce (FTL) ci troveremmo di fronte a separazioni dell’ordine di decine di anni di attraversamento (ricordate Interstellar? Allo stato attuale: “La stella più vicina è lontana migliaia di anni…“). La Nuova Frontiera risulterebbe così estremamente incentivante sul fronte della “postumanizzazione” come anche della disgregazione della matrice dell’umanità. A questo proposito sono esemplari i lavori di Samuel R. Delany (che in Babel 17 mette in scena una frammentazione di tipo linguistico e culturale), di Bruce Sterling (che nel sontuoso universo della Matrice Spezzata parte dalla frattura dell’umanità in Mechanist e Shaper per progredire nella disintegrazione tra cladi e fazioni fino a livelli parossistici) e di Alastair Reynolds (che allestisce uno scenario intrigante e piuttosto problematico, con numerose fazioni politiche a contendersi lo scacchiere interstellare del Revelation Space).

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A meno di qualche scoperta o invenzione che ci permetta di infrangere la barriera della luce e contrarre così le distanze tra i diversi avamposti della postumanità, la colonizzazione interstellare condurrà a una crescente frammentazione che potrebbe semplicemente rappresentare la naturale evoluzione della situazione già disgregata di partenza, in uno scenario che richiama l’organizzazione in città-stato a cui si riferisce Cirkovic. In una sorta di gioco frattale di autosomiglianza di scala, le differenze potrebbero ripetersi a livello planetario, stellare e interstellare.

– Zfwfz – si sentì chiamare – Dovresti venire a dare un’occhiata…

– Un attimo – rispose. Era intento a verificare un imprevisto rallentamento della piattaforma. Negli ultimi tempi aveva avuto un bel daffare, tra blocchi improvvisi, glitch e sempre più frequenti casi di saturazione delle risorse di calcolo.

– Mi spiace insistere, Zfwfz. Ma dovresti proprio venire a vedere.

A un certo punto, Zfwfz aveva perfino temuto che la piattaforma potesse essere stata infiltrata da un codice maligno. Naturalmente questo era impossibile. Ma esclusa anche quell’ipotesi, ciò che rimaneva, per quanto improbabile, doveva essere la verità. Per questo aveva cominciato a temere il peggio.

Zfwfz si mosse verso la postazione del collega più giovane, senza riuscire a silenziare i pensieri che gli ronzavano nei circuiti neurali. – Ma… – Non poteva essere! Punti rossi si accendevano in sequenza sulla superficie del pianeta sotto di loro, si univano a formare delle fratture in corrispondenza delle zone più instabili.  E infine le fiamme dell’odio e del rancore, della rabbia e della violenza, inghiottivano tutto.

Passò in rassegna ripetutamente i parametri impostati, gli indicatori di stato. Potevano davvero essere vittima di un sabotaggio? – Stai usando il nuovo set di variabili di controllo?

– Quello validato dopo l’ultima revisione – confermò Krwrk. Poi, mentre Zfwfz continuava a esaminare la simulazione con le sue ferite sanguinanti, indicò la scala temporale. – Quando arriviamo intorno alla milleduecentesima generazione…

– E sei proprio sicuro che nessuno abbia interferito con l’inizializzazione delle variabili? – lo interruppe Zfwfz.

– Sono l’unico ad averci lavorato – replicò Krwrk, senza distogliere l’attenzione dallo scenario in lenta ma inesorabile progressione verso l’apocalisse. Ormai non rimaneva un solo continente immune dalle fiamme. L’incendio si era propagato a investire ogni più remoto angolo del pianeta.

Dopo la revisione si aspettavano un significativo aumento dei mondi stabili, ma erano riusciti a spingere avanti l’orizzonte precedente di appena qualche centinaio di generazioni. Dopo il migliaio i segni di instabilità si facevano sempre più insistenti e tenaci, fino a diventare irreversibile. Il tasso delle simulazioni abortite aveva frantumato ogni precedente record.

– Forse è il caso di chiedere una verifica al Dipartimento Metodi e Modelli Matematici? – chiese Krwrk.

Zfwfz indugiò, senza davvero prendere in considerazione il suggerimento. – E magari farci tagliare il budget del prossimo trimestre? O peggio ancora: farci dissanguare per mantenere le loro astrazioni fuori dal mondo! No, dobbiamo prima assicurarci che il problema non sia qui dentro, da qualche parte. Gli esiti dipendono intrinsecamente dalle…

– … condizioni di partenza – completò Krwrk. – Lo so. È per questo che ho verificato. Tutto. Già tre volte.

– E ogni volta…

– Esatto. L’esito è lo stesso.

– Ma come può essere? Tutti e trentasei?

Krwrk non rispose. Il silenzio parlò per lui.

– E allora vediamo… Cominciamo.

– Tutti e trentasei? Uno per uno?

– Tutti e trentasei – confermò Zfwfz.

Krwrk impartì una serie di comandi alla simulazione e la piattaforma rispose tornando indietro di alcune generazioni ed evidenziando in un colore ocra la posizione dei trentasei Lamed Wufnik. Le luci corrispondenti si accesero all’unisono, illuminando una costellazione che abbracciava i cinque continenti e, in alcune epoche, i più remoti avamposti terrestri: in Alaska, nelle isole del Pacifico e dell’Atlantico meridionale, in Antartide…

– Da qui, va bene – approvò Zfwfz.

La simulazione riprese a scorrere. Man mano che il tempo passava, alcune luci si spensero e simultaneamente altre si accesero in punti diversi del pianeta. Una nuova luce per ogni luce che si spegneva. Erano i trentasei pilastri segreti, coloro sui quali si reggeva il peso dell’universo intero: erano loro a mantenere la simulazione in equilibrio, a evitare che il germe della decadenza insito in ogni costrutto naturale o artificiale prendesse il sopravvento e apponesse il sigillo definitivo ai giorni del Creato.

– Ecco, è qui che comincia – gli fece notare Krwrk, indicando il bacino del Mediterraneo e a seguire il Mar Nero, l’Asia Centrale, l’arcipelago indonesiano e il Centroamerica. – Vedi?

– La distribuzione diventa anomala – osservò Zfwfz. I trentasei punti ocra non erano più sparsi in maniera casuale in ogni regione del pianeta, ma la loro comparsa diventava sempre più correlata con lo stato precedente. Grappoli di Lamed Wufnik si concentravano in prossimità delle regioni critiche.

– E andando avanti le cose non migliorano.

I trentasei giusti rimanevano localizzati in corrispondenza delle zone rosse, denotate da condizioni più instabili e avverse alla loro sopravvivenza. Generazione dopo generazione la durata delle luci ocra si accorciava e man mano che la loro aspettativa di vita si riduceva aumentava anche l’attesa per l’apparizione di nuovi Lamed Wufnik. Il rosso, alla fine, inghiottiva l’ocra e gli ultimi pilastri si spegnevano uno dopo l’altro, senza trovare ulteriori staffette a cui passare il testimone dell’umanità.

La sequenza si completava con il rosso che finiva per assorbire l’intero pianeta in una sfera di fuoco, trasformandolo in un globo sterile, un ammasso di cenere e rovine, un’arida roccia in orbita intorno al suo minuscolo, banale, insignificante sole giallo, in una regione periferica della Via Lattea.

– È un punto di non ritorno – constatò Zfwfz, rimuginando sulle possibilità che non avevano ancora esplorato.

– Potremmo provare ad aumentare il numero dei Lamed Wufnik – suggerì Krwrk dopo qualche minuto di pesante silenzio, più per allentare la tensione che per avanzare una proposta concreta.

– Lo sai come la pensa Jlwlj. Non conosco nessun altro con la sua stessa sensibilità ai numeri. Se ha deciso che dovessero essere trentasei, trentasei devono essere. Non c’è verso di ridurli o aumentarli. Tanto varrebbe rivolgersi direttamente a quelli di Metodi e Modelli. Però, in effetti, forse qualcosa potremmo tentare…

– Cosa intendi?

Zfwfz prese il controllo della simulazione e la riportò al punto zero. Krwrk attese di vedere quali parametri il collega più esperto avesse intenzione di modificare, ma con sua sorpresa si accorse che Zfwfz non si era fermato all’istante d’origine comune a tutte le simulazioni a cui avevano lavorato negli ultimi anni.

– Ecco qui – annunciò infine il collega anziano.

– Siamo tornati indietro di quasi duemila generazioni.

– Sono circa cinquantamila anni – confermò Zfwfz. – Verso la fine del periodo di convivenza tra specie diverse di ominidi. Ed ecco qua – aggiunse, apprestandosi a operare le sue modifiche al programma sotto lo sguardo attento di Krwrk.

Quando la simulazione riprese a scorrere, assistettero insieme al tramonto dell’Homo sapiens e all’ascesa dell’uomo di Neanderthal. Più che sopravvento, in realtà, si trattò di un prevalere gentile: i sapiens non furono spazzati via, ma assorbiti, integrati nella specie più antica. Seguirono i classici periodi di espansione e di crisi, questi ultimi in corrispondenza di cataclismi naturali come eruzioni vulcaniche, ere glaciali, maremoti, terremoti, sciami meteorici. Ma la nuova specie mostrò una capacità di adattamento senza confronti, oltre a dimostrarsi molto meno bellicosa di tutte le civiltà che Zfwfz e Krwrk avevano monitorato in anni di esperimenti con i sapiens.

Duemila generazioni dopo il nuovo inizio, i nuovi umani cominciavano a espandersi su altri pianeti, allontanandosi sempre più dalla loro culla verde e costruendo una vera e propria civiltà spaziale nel giro di meno di mille generazioni. E dopo altre mille, la simulazione non mostrava crepe o segni di instabilità: continuava a tenere meravigliosamente! I trentasei giusti si sparsero tra i pianeti e questo contribuì a costruire una barriera ancora più resistente contro il rischio sempre in agguato dell’estinzione.

– Sembrerebbe che in un modo diverso abbiamo trovato anche stavolta un punto di non ritorno – osservò Krwrk. Avevano ormai accumulato diverse settimane di sperimentazione, abbastanza per azzardare un primo bilancio. – Mi chiedo solo se Jlwlj non troverà davvero niente da ridire.

Le simulazioni in corso avevano superato da tempo la soglia psicologica del milione di generazioni. E la civiltà non aveva mai conosciuto un’epoca più florida.

Zfwfz gli rivolse un’occhiata eloquente e sorrise compiaciuto. – Ha fatto lui le regole. Finché ci saranno trentasei giusti, non potrà annientare il genere umano.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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