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Milan M. Cirkovic è un ricercatore serbo dell’Osservatorio Astronomico di Belgrado che da tempo si occupa di astrobiologia e SETI. In un famoso articolo del 2008, pubblicato sul Journal of the British Interplanetary Society, si sofferma sulle possibili evoluzioni delle società post-biologiche, sia postumane che extraterrestri. L’articolo può essere consultato su Arxiv.org e si intitola, in maniera molto evocativa per chi ha confidenza con un certo immaginario fantascientifico, Against the Empire.

In quello studio Cirkovic considerava due possibili modelli di società post-biologiche, applicabili a società sia postumane che extraterrestri: l’impero e la città-stato. Il primo si basa sulla spinta all’espansione e alla colonizzazione, il secondo sul contenimento delle dimensioni mirato all’ottimizzazione delle risorse. L’autore pone l’accento sul fatto che quasi sempre si analizzano i possibili comportamenti delle società post-biologiche senza tener conto del fatto che in tali società gli imperativi derivanti dalla biologia perderanno la loro importanza. Muovendo da questa considerazione arriva alla conclusione che il modello della città-stato ha ottime probabilità di successo in una società post-biologica, mentre il modello dell’impero non sarebbe così diffuso come siamo spinti a credere per effetto dei bias alimentati dalle nostre letture e visioni fantascientifiche, specialmente quelle più popolari, divenute quasi mainstream (pensiamo a Star Trek o Star Wars, che malgrado la varietà di specie portate in scena rappresentano modelli piuttosto omogenei).

Da tempo sono spinto dalle mie letture e scritture a riflettere sulle possibili caratteristiche delle società postumane. E ormai da diversi anni la fantascienza va elaborando scenari sempre più contaminati, eterogenei, meticci. Tanto che, sicuramente condizionato da queste rappresentazioni (penso a Kim Stanley Robinson, ad Alastair Reynolds, a M. John Harrison, ad Aliette de Bodard), ormai faccio fatica a concepire una società dalla costituzione monolitica e omogenea e anzi, devo ammettere, gran parte del piacere del world-building nasce dalla complessità degli scenari che si vanno elaborando.

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Proviamo a vedere da quali considerazioni scaturiscono queste ipotesi?

1. Diversificazione e postumanesimo. In prima battuta dovrebbe risultare sempre meno plausibile, o quanto meno “bizzarro”, che nel vasto ventaglio delle soluzioni possibili possa prevalere un’unica tecnologia postumanizzante, a meno che questa tecnologia non sia un particolare tipo di intelligenza artificiale, nel qual caso ricadremmo nella fattispecie di problemi che abbiamo già esaminato un po’ di tempo fa e che smorzerebbe sul nascere ogni ulteriore discussione sul merito della faccenda. Quindi ipotizziamo che l’intelligenza artificiale si sviluppi in parallelo con altre tecnologie emergenti (nano- e bio-, genetica, cognitive augmentation, etc.) portando a un’esplosione di intelligenza, spingendo la curva del progresso oltre l’orizzonte percepibile della Singolarità Tecnologica, e innescando tutta quella catena di eventi che su periodi sempre più brevi renderanno sempre più complessa la società in cui viviamo, innescando il meccanismo a orologeria delle contraddizioni irrisolte che si annidano in essa, e rendendo ogni possibile scelta una questione di sopravvivenza. La diversificazione sarebbe funzionale alla resilienza (concetto ultimamente abusato e sempre più diffuso a sproposito), ma non trascuriamo neanche – per dirla con Nassim Nicholas Taleb – i vantaggi dell’antifragilità in contesti dalla spiccata incertezza.

Potrebbe infatti anche essere semplicemente una questione di filosofia: in altre parole, l’umanità potrebbe non essere così compatta da mettere a punto un piano di soluzioni condivise per affrontare i rischi esistenziali che si porranno. Eventi più o meno catastrofici potrebbero mettere l’umanità davanti a bivi più o meno drammatici, fungendo anche da banco di prova per le soluzioni escogitate. E una strategia quanto più diversificata potrebbe essere una risposta possibile (oltre che alquanto probabile) da parte del genere umano in una situazione di forte pericolo. E siccome non è detto che ogni problema abbia un’unica soluzione, eccoci mentre ci addentriamo nel giardino dei sentieri che si biforcano. Un luogo molto particolare, nel quale ad ogni passo corrispondono ore del tempo a cui siamo abituati. E poi giorni. E poi anni…

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2. Diaspora e disgregazione. In seconda battuta, su un periodo sufficientemente lungo (diciamo una prospettiva di qualche decennio, ma volendo stiamo pure larghi e diamoci l’orizzonte temporale del secolo in corso), non riesco a disaccoppiare l’evoluzione postumana dalla colonizzazione spaziale. I due concetti mi sembrano diventare sempre più inestricabilmente correlati man mano che ci addentriamo nell’uno o nell’altro. La Nuova Frontiera Spaziale potrebbe rappresentare quel punto di svolta capace di promuovere la diffusione di numerose tecnologie emergenti. Ho studiato anch’io Kim Stanley Robinson, negli ultimi anni me ne sono occupato diffusamente e ovviamente ho bene in mente questo suo articolo fondamentale, tuttavia non riesco a non pensare a un futuro a medio-lungo termine in cui l’umanità resta confinata sulla Terra.

Non prevedo lo sviluppo di una civiltà interstellare, ma trovo istintivamente poco credibile uno scenario in cui da qui alla fine del XXI secolo non ci siano delle colonie umane nello spazio: habitat artificiali nella cintura asteroidale, o sulla Luna e su Marte, magari anche solo come forma di presidio scientifico se non proprio di sfruttamento minerario, renderanno la frontiera spaziale un po’ quello che nel XX secolo è stato l’Antartide. Sicuramente poco per parlare di una vera e propria civiltà interplanetaria, ma a mio parere un’esperienza fondamentale per dotarsi di quelle conoscenze necessarie a elaborare sistemi di supporto vitale in grado di assicurare agli habitat artificiali un’autonomia dal pianeta madre. Qui mi rendo conto di calpestare un terreno piuttosto scivoloso, però nel 1919 conoscevamo già tutto quello che nella seconda metà del secolo scorso avrebbe reso possibile lo sviluppo di internet, dai laboratori della DARPA alle nostre case (e ancora una manciata di anni dopo alle nostre tasche): il limite era di natura tecnica, non scientifica. Quindi non trovo così astruso pensare a ecosistemi chiusi sempre più efficienti per sostenere piccole comunità di coloni spaziali.

Volendo spingerci più avanti di qualche secolo, senza timore di sconfinare nel dominio delle fantasticherie, la diaspora umana su altri pianeti esterni al sistema solare non farebbe altro che indebolire i reciproci legami e influssi tra le varie comunità. Le distanze in gioco sarebbero tali da comportare una drastica riduzione della banda di comunicazione e un lag culturale di una certa rilevanza. Anche limitandoci a considerare solo i sistemi stellari più vicini (una cinquantina nel raggio di 5 parsec, ovvero 16 anni-luce), senza un qualche tipo di collegamento più veloce della luce (FTL) ci troveremmo di fronte a separazioni dell’ordine di decine di anni di attraversamento (ricordate Interstellar? Allo stato attuale: “La stella più vicina è lontana migliaia di anni…“). La Nuova Frontiera risulterebbe così estremamente incentivante sul fronte della “postumanizzazione” come anche della disgregazione della matrice dell’umanità. A questo proposito sono esemplari i lavori di Samuel R. Delany (che in Babel 17 mette in scena una frammentazione di tipo linguistico e culturale), di Bruce Sterling (che nel sontuoso universo della Matrice Spezzata parte dalla frattura dell’umanità in Mechanist e Shaper per progredire nella disintegrazione tra cladi e fazioni fino a livelli parossistici) e di Alastair Reynolds (che allestisce uno scenario intrigante e piuttosto problematico, con numerose fazioni politiche a contendersi lo scacchiere interstellare del Revelation Space).

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A meno di qualche scoperta o invenzione che ci permetta di infrangere la barriera della luce e contrarre così le distanze tra i diversi avamposti della postumanità, la colonizzazione interstellare condurrà a una crescente frammentazione che potrebbe semplicemente rappresentare la naturale evoluzione della situazione già disgregata di partenza, in uno scenario che richiama l’organizzazione in città-stato a cui si riferisce Cirkovic. In una sorta di gioco frattale di autosomiglianza di scala, le differenze potrebbero ripetersi a livello planetario, stellare e interstellare.

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– Zfwfz – si sentì chiamare – Dovresti venire a dare un’occhiata…

– Un attimo – rispose. Era intento a verificare un imprevisto rallentamento della piattaforma. Negli ultimi tempi aveva avuto un bel daffare, tra blocchi improvvisi, glitch e sempre più frequenti casi di saturazione delle risorse di calcolo.

– Mi spiace insistere, Zfwfz. Ma dovresti proprio venire a vedere.

A un certo punto, Zfwfz aveva perfino temuto che la piattaforma potesse essere stata infiltrata da un codice maligno. Naturalmente questo era impossibile. Ma esclusa anche quell’ipotesi, ciò che rimaneva, per quanto improbabile, doveva essere la verità. Per questo aveva cominciato a temere il peggio.

Zfwfz si mosse verso la postazione del collega più giovane, senza riuscire a silenziare i pensieri che gli ronzavano nei circuiti neurali. – Ma… – Non poteva essere! Punti rossi si accendevano in sequenza sulla superficie del pianeta sotto di loro, si univano a formare delle fratture in corrispondenza delle zone più instabili.  E infine le fiamme dell’odio e del rancore, della rabbia e della violenza, inghiottivano tutto.

Passò in rassegna ripetutamente i parametri impostati, gli indicatori di stato. Potevano davvero essere vittima di un sabotaggio? – Stai usando il nuovo set di variabili di controllo?

– Quello validato dopo l’ultima revisione – confermò Krwrk. Poi, mentre Zfwfz continuava a esaminare la simulazione con le sue ferite sanguinanti, indicò la scala temporale. – Quando arriviamo intorno alla milleduecentesima generazione…

– E sei proprio sicuro che nessuno abbia interferito con l’inizializzazione delle variabili? – lo interruppe Zfwfz.

– Sono l’unico ad averci lavorato – replicò Krwrk, senza distogliere l’attenzione dallo scenario in lenta ma inesorabile progressione verso l’apocalisse. Ormai non rimaneva un solo continente immune dalle fiamme. L’incendio si era propagato a investire ogni più remoto angolo del pianeta.

Dopo la revisione si aspettavano un significativo aumento dei mondi stabili, ma erano riusciti a spingere avanti l’orizzonte precedente di appena qualche centinaio di generazioni. Dopo il migliaio i segni di instabilità si facevano sempre più insistenti e tenaci, fino a diventare irreversibile. Il tasso delle simulazioni abortite aveva frantumato ogni precedente record.

– Forse è il caso di chiedere una verifica al Dipartimento Metodi e Modelli Matematici? – chiese Krwrk.

Zfwfz indugiò, senza davvero prendere in considerazione il suggerimento. – E magari farci tagliare il budget del prossimo trimestre? O peggio ancora: farci dissanguare per mantenere le loro astrazioni fuori dal mondo! No, dobbiamo prima assicurarci che il problema non sia qui dentro, da qualche parte. Gli esiti dipendono intrinsecamente dalle…

– … condizioni di partenza – completò Krwrk. – Lo so. È per questo che ho verificato. Tutto. Già tre volte.

– E ogni volta…

– Esatto. L’esito è lo stesso.

– Ma come può essere? Tutti e trentasei?

Krwrk non rispose. Il silenzio parlò per lui.

– E allora vediamo… Cominciamo.

– Tutti e trentasei? Uno per uno?

– Tutti e trentasei – confermò Zfwfz.

Krwrk impartì una serie di comandi alla simulazione e la piattaforma rispose tornando indietro di alcune generazioni ed evidenziando in un colore ocra la posizione dei trentasei Lamed Wufnik. Le luci corrispondenti si accesero all’unisono, illuminando una costellazione che abbracciava i cinque continenti e, in alcune epoche, i più remoti avamposti terrestri: in Alaska, nelle isole del Pacifico e dell’Atlantico meridionale, in Antartide…

– Da qui, va bene – approvò Zfwfz.

La simulazione riprese a scorrere. Man mano che il tempo passava, alcune luci si spensero e simultaneamente altre si accesero in punti diversi del pianeta. Una nuova luce per ogni luce che si spegneva. Erano i trentasei pilastri segreti, coloro sui quali si reggeva il peso dell’universo intero: erano loro a mantenere la simulazione in equilibrio, a evitare che il germe della decadenza insito in ogni costrutto naturale o artificiale prendesse il sopravvento e apponesse il sigillo definitivo ai giorni del Creato.

– Ecco, è qui che comincia – gli fece notare Krwrk, indicando il bacino del Mediterraneo e a seguire il Mar Nero, l’Asia Centrale, l’arcipelago indonesiano e il Centroamerica. – Vedi?

– La distribuzione diventa anomala – osservò Zfwfz. I trentasei punti ocra non erano più sparsi in maniera casuale in ogni regione del pianeta, ma la loro comparsa diventava sempre più correlata con lo stato precedente. Grappoli di Lamed Wufnik si concentravano in prossimità delle regioni critiche.

– E andando avanti le cose non migliorano.

I trentasei giusti rimanevano localizzati in corrispondenza delle zone rosse, denotate da condizioni più instabili e avverse alla loro sopravvivenza. Generazione dopo generazione la durata delle luci ocra si accorciava e man mano che la loro aspettativa di vita si riduceva aumentava anche l’attesa per l’apparizione di nuovi Lamed Wufnik. Il rosso, alla fine, inghiottiva l’ocra e gli ultimi pilastri si spegnevano uno dopo l’altro, senza trovare ulteriori staffette a cui passare il testimone dell’umanità.

La sequenza si completava con il rosso che finiva per assorbire l’intero pianeta in una sfera di fuoco, trasformandolo in un globo sterile, un ammasso di cenere e rovine, un’arida roccia in orbita intorno al suo minuscolo, banale, insignificante sole giallo, in una regione periferica della Via Lattea.

– È un punto di non ritorno – constatò Zfwfz, rimuginando sulle possibilità che non avevano ancora esplorato.

– Potremmo provare ad aumentare il numero dei Lamed Wufnik – suggerì Krwrk dopo qualche minuto di pesante silenzio, più per allentare la tensione che per avanzare una proposta concreta.

– Lo sai come la pensa Jlwlj. Non conosco nessun altro con la sua stessa sensibilità ai numeri. Se ha deciso che dovessero essere trentasei, trentasei devono essere. Non c’è verso di ridurli o aumentarli. Tanto varrebbe rivolgersi direttamente a quelli di Metodi e Modelli. Però, in effetti, forse qualcosa potremmo tentare…

– Cosa intendi?

Zfwfz prese il controllo della simulazione e la riportò al punto zero. Krwrk attese di vedere quali parametri il collega più esperto avesse intenzione di modificare, ma con sua sorpresa si accorse che Zfwfz non si era fermato all’istante d’origine comune a tutte le simulazioni a cui avevano lavorato negli ultimi anni.

– Ecco qui – annunciò infine il collega anziano.

– Siamo tornati indietro di quasi duemila generazioni.

– Sono circa cinquantamila anni – confermò Zfwfz. – Verso la fine del periodo di convivenza tra specie diverse di ominidi. Ed ecco qua – aggiunse, apprestandosi a operare le sue modifiche al programma sotto lo sguardo attento di Krwrk.

Quando la simulazione riprese a scorrere, assistettero insieme al tramonto dell’Homo sapiens e all’ascesa dell’uomo di Neanderthal. Più che sopravvento, in realtà, si trattò di un prevalere gentile: i sapiens non furono spazzati via, ma assorbiti, integrati nella specie più antica. Seguirono i classici periodi di espansione e di crisi, questi ultimi in corrispondenza di cataclismi naturali come eruzioni vulcaniche, ere glaciali, maremoti, terremoti, sciami meteorici. Ma la nuova specie mostrò una capacità di adattamento senza confronti, oltre a dimostrarsi molto meno bellicosa di tutte le civiltà che Zfwfz e Krwrk avevano monitorato in anni di esperimenti con i sapiens.

Duemila generazioni dopo il nuovo inizio, i nuovi umani cominciavano a espandersi su altri pianeti, allontanandosi sempre più dalla loro culla verde e costruendo una vera e propria civiltà spaziale nel giro di meno di mille generazioni. E dopo altre mille, la simulazione non mostrava crepe o segni di instabilità: continuava a tenere meravigliosamente! I trentasei giusti si sparsero tra i pianeti e questo contribuì a costruire una barriera ancora più resistente contro il rischio sempre in agguato dell’estinzione.

– Sembrerebbe che in un modo diverso abbiamo trovato anche stavolta un punto di non ritorno – osservò Krwrk. Avevano ormai accumulato diverse settimane di sperimentazione, abbastanza per azzardare un primo bilancio. – Mi chiedo solo se Jlwlj non troverà davvero niente da ridire.

Le simulazioni in corso avevano superato da tempo la soglia psicologica del milione di generazioni. E la civiltà non aveva mai conosciuto un’epoca più florida.

Zfwfz gli rivolse un’occhiata eloquente e sorrise compiaciuto. – Ha fatto lui le regole. Finché ci saranno trentasei giusti, non potrà annientare il genere umano.

… che poi sarebbero le domande fondamentali del nostro tempo – e, forse, di tutti i tempi. Sono lo spunto tematico della sezione monografica del nuovo numero di Quaderni d’Altri Tempi, bimestrale a cura di Gennaro Fucile. Roberto Paura ha voluto coinvolgermi nella titanica impresa di fornire una panoramica su alcuni temi di particolare rilevanza per gli sviluppi della scienza, e ovviamente l’occasione è diventata il pretesto per tracciare una mappa – parziale, incompleta, iniziale – delle relazioni tra avanzamento scientifico e immaginario di fantascienza. Ne è venuto fuori un lavoro per me particolarmente stimolante, in cui ho ripreso spunti e riflessioni già accennati su queste pagine nei mesi scorsi. Documentatissimi e ricchi di spunti di approfondimento sono i due articoli di Roberto, e tutto il numero si presenta, come di consueto, da leggere e assaporare. Vi rimando quindi al sommario del numero 53 di Quaderni d’Altri Tempi. Buona lettura!

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Se l’universo pullula di vita, dove si sono cacciati tutti? Se lo chiedeva già Enrico Fermi, formulando quello che sarebbe divenuto uno dei paradossi più popolari del secolo scorso, benché forse apocrifo. E qualche anno dopo Frank Drake  provava a sistematizzare il problema ricorrendo all’eleganza della matematica. Sullo strano silenzio che sembra regnare nel nostro cielo si è a lungo discusso e si è scritto molto. Sono state formulate numerose ipotesi e scritti ottimi libri, non ultimo il testo di Paul Davies che non mi stancherò mai di citare. Ne abbiamo parlato.

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Ma adesso dalle colonne di io9 George Dvorsky lancia una provocazione. Suggerisce di considerare l’ipotesi a cui nessuno vuole credere. E allora consideriamola anche noi. Riflettiamoci un momento. Eccola: forse, se non abbiamo ancora intercettato segnali di attività da parte di civiltà extraterrestri, non è perché i nostri vicini cosmici si stiano nascondendo. Forse non è in atto nessun piano di elusione della comunità galattica nei confronti degli arretrati/potenzialmente-pericolosi/insignificanti/accidentalmente-dannosi/noiosi abitanti della Terra. Forse, se finora non abbiamo trovato tra le stelle tracce di vita intelligente e tecnologicamente progredita, è semplicemente perché lì fuori non c’è nessuno. Perché siamo soli. Punto.

Siamo l’eccezione. E questa è la consapevolezza terminale, l’ultima verità che dobbiamo accettare.

Magari c’è vita, là fuori, ma non è vita senziente. Forse, per citare Rustin Cohle (e Thomas Ligotti), “human consciousness is a tragic misstep in evolution“. Siamo solo un errore di programmazione. Un passo falso nel cammino dell’evoluzione.

Oppure c’è vita là fuori, e come noi si è appena sollevata dal fango in cui finora ha strisciato e sta muovendo i primi passi sulla scala dell’evoluzione tecnologica. E come noi ha i millenni contati per originare una civiltà tecnologicamente avanzate (ATC), prima di essere spazzata via dal prossimo cataclisma cosmico in forma di gamma-ray burst. Magari, uno scarto tecnologico di qualche secolo ci separa dai nostri vicini, che resteranno invisibili ai nostri tentativi di rilevamento solo per l’intervallo necessario a colmare questo gap.

Oppure spingiamoci oltre. Consideriamo pure l’ipotesi più estrema di tutte. Il terzo tipo di solitudine: là fuori non c’è niente ad aspettarci. Niente.

Perché tutto ciò che interessa a chi sta facendo girare questo universo è confinato qui sulla Terra, o comunque è da qui che prende origine. E non è detto che il demiurgo di questa realtà sia necessariamente un’entità maligna. Il nostro potrebbe essere sì un universo simulato, ma avere comunque uno scopo ben definito. Uno scopo che obbliga i suoi costruttori a simulare con la massima risoluzione solo una minima parte del vero universo, mentre per il resto possono limitarsi a un’approssimazione e risparmiare potenza di calcolo. E allora ecco che lo spazio al di là dei confini del sistema solare, al di fuori della nostra portata, si riduce a un ologramma vuoto e silenzioso, mosso solo dall’applicazione delle leggi fisiche di base. Nessun personaggio in attesa, là fuori. Nemmeno l’ombra di qualche NPC

Il gioco è tutto per noi e ci tocca giocare la nostra partita da soli. A voi la prossima mossa.

Dopo la scorribanda di questi ultimi giorni sulle intelligenze artificiali superumane e gli universi-simulacro, voglio lanciarvi una provocazione. Vi propongo quindi un rompicapo, lo stesso proposto dall’utente Roko di LessWrong, una comunità molto attiva su alcuni campi della riflessione transumanista, e che gli ha meritato l’espulsione dal forum. Dal suo nickname e dalla creatura mitologica in grado di pietrificare con il semplice sguardo, il dilemma ha preso il nome di Roko’s Basilisk. In che consiste?

Immaginate che in un futuro più o meno lontano una IA superumana veda davvero la luce e che una IA maligna da essa generata decida di scoprire chi ha partecipato attivamente al suo avvento, e chi no. La IA istanzia una simulazione di tutte le coscienze umane che l’hanno preceduta e verifica il loro comportamento. Se avete dedicato la vostra vita al perfezionamento dell’IA e al suo avvento, il Basilisco vi premia – vi risparmia la vita, oppure lascia che la vostra vita simulata vada avanti senza che voi vi accorgiate di niente. In caso contrario, vi condanna a un’eternità di tormento.

Forse siamo già nella simulazione. Forse Dick non aveva poi torto. Forse, qualcuno sta osservando la nostra condotta di azione per decidere cosa fare di noi. Non è un bell’augurio, ma sappiate che se un giorno ci rivedremo potrebbe essere all’inferno!

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Approfondimenti

E se il mondo in cui viviamo, la nostra vita stessa, l’universo che ci ostiniamo a voler studiare e capire, se tutto questo non fosse altro che un inganno? Una simulazione, messa in piedi da qualcuno per scopi che forse siamo condannati a ignorare per sempre?

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Uno dei rischi esistenziali esposti da Nick Bostrom è legato al cosiddetto Simulation argument, da lui approfondita in un articolo del 2003 (e anche in questo caso incoraggio la lettura, il post che segue ne rappresenta un semplice, parzialissima riduzione).

Inizialmente proposta da Hans Moravec, l’ipotesi dell’universo simulato è stata ripresa da Bostrom nel 2001, sviluppando un ragionamento volto a esaminare la probabilità che la nostra realtà potesse essere un simulacro. Ma vale la pena ricordare che tutta la fantascienza è ricca di universi simulati, già prima del citatissimo Dick, pensiamo a Theodore Sturgeon con il racconto Il signore del microcosmo (1941) o a Robert A. Heinlein con Il mestiere dell’avvoltoio (1942), oppure a Daniel F. Galouye, già con Stanotte il cielo cadrà (1952-55) ma soprattutto con Simulacron-3 (1964), da cui il cinema e la televisione avrebbero attinto a piene mani.

La tesi di Bostrom stabilisce che almeno una delle seguenti asserzioni ha ottime probabilità di essere vera:

  1. La civiltà umana verosimilmente non raggiungerà un livello di maturità tecnologica capace di produrre simulazioni della realtà, oppure potrebbe essere fisicamente impossibile riprodurre tali simulazioni.
  2. Una civiltà equivalente che raggiungesse il suddetto livello tecnologico probabilmente non produrrà un numero significativo di realtà simulate (un numero tale da spingere l’esistenza probabile di entità digitali al di là del numero probabile di entità “reali” nell’Universo) per un qualsiasi tipo di motivo, come ad esempio l’utilizzo della potenza di calcolo per altri compiti, considerazioni di ordine etico sulla schiavitù delle entità prigioniere delle realtà simulate, etc.
  3. Ogni entità con il nostro set generale di esperienze quasi certamente vive in una simulazione.

Il ragionamento si basa sulla premessa che, data una tecnologia sufficientemente avanzata, sia possibile rappresentare la superficie abitata della Terra senza ricorrere alla simulazione quantistica; che i qualia (gli aspetti qualitativi delle esperienze coscienti) sperimentati da una coscienza simulata siano paragonabili o equivalenti a quelli di una coscienza umana naturale; e che uno o più livelli di simulazioni annidate una nell’altra siano fattibili dato solo un modesto investimento di risorse computazionali nel mondo reale.

Se si assume innanzitutto che gli umani non andranno incontro alla distruzione o all’autodistruzione prima di sviluppare una simile tecnologia, e poi che i discendenti dell’umanità non avranno restrizioni legali o rimorsi morali contro la simulazione di biosfere possibili o della loro stessa biosfera storica, allora sarebbe irragionevole annoverare noi stessi nella ridotta minoranza di organismi reali che, prima o poi, saranno largamente sopravanzati in numero dai costrutti artificiali. In definitiva, è una questione di pura e semplice statistica.

Epistemologicamente, non sarebbe impossibile definire se stiamo vivendo in una simulazione. Ma le imperfezioni di un ambiente simulato potrebbero essere difficili da individuare per gli abitanti nativi della simulazione.

La tesi dell’universo simulato ci pone di fronte a un dilemma degno di nota. Se non si accetta l’idea di poter essere nient’altro che una simulazione in un universo simulato, si sta implicitamente negando la possibilità che l’umanità evolva in una civiltà postumana, oppure che tutte le civiltà postumane saranno soggette a qualche tipo di prescrizione che vieti loro di simulare i mondi dei loro precursori. Ed entrambe le spiegazioni non sono molto rassicuranti per il nostro cammino evolutivo futuro.

A qualcuno potrebbe ricordare il discusso paradigma olografico, ma in realtà questo scenario è molto peggiore. In quel caso saremmo infatti in presenza di una proprietà naturale dell’universo, che non richiede il coinvolgimento di una qualunque entità superiore tra i suoi presupposti. Se invece il mondo in cui viviamo dovesse essere una simulazione, se le nostre stesse vite fossero una simulazione nella simulazione, le cose si farebbero notevolmente più complicate. E naturalmente rischiose, in termini esistenziali. Di punto in bianco infatti qualcuno potrebbe decidere di interromperne l’esecuzione della realtà in cui siamo istanziati…

All’improvviso – shutdown!

E tanto in termini soggettivi quanto globali dovrete convenire che non è affatto una prospettiva confortante. Nemmeno se dovesse diventare certezza la possibilità di un dio o di un demiurgo, là fuori, in ascolto.

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