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Il viaggio onirico di Randolph Carter alla ricerca del misterioso Kadath, l’inaccessibile dimora dei Grandi Dèi della Terra che svetta sulle gelide lande di Inganok immerse nel crepuscolo, è un’avventura impareggiabile ed emozionante che si compie sotto il segno delle stelle. Ad aprire la novella di Howard Phillips Lovecraft The Dream-Quest of Unknown Kadath (scritta tra l’autunno del 1926 e il gennaio 1927, mai pubblicata in vita e tra le più suggestive del Solitario di Providence) subito dopo la visione della meravigliosa città del tramonto, che per tre volte apparve in sogno al dormiente e per tre volte gli fuggì, è infatti il richiamo a Fomalhaut e Aldebaran, mondi remoti nello spazio e nel tempo che come il Sole ospitano aliene Terre dei Sogni.

Fomalhaut_ring_hst_2004Fomalhaut “funge da faro per chi si inoltra negli oceani dell’incubo”, come scrive Massimo Berruti nel suo fantastico Dizionarietto dei luoghi e della nomenclatura lovecraftiana che completa Il Guardiano dei Sogni, il volume a cura di Gianfranco de Turris che raccoglie tutte le avventure di Randolph Carter, impreziosito da un apparato critico di tutto rispetto. E sorprende vedere come l’anello di polveri osservato da Hubble – probabilmente una nube protoplanetaria di gas che si estende intorno alla “bocca della balena” (il significato letterale del suo nome in arabo), in una fascia compresa tra 133 e 158 unità astronomiche, certamente ignota a Lovecraft – le conferisca un aspetto inquietantemente tolkeniano. Fomalhaut dista da noi 25 anni-luce, si presume che sia giovanissima (440 milioni di anni, contro i 4,57 miliardi di anni stimati per il nostro Sole), e ha una massa pari a 2 masse solari, una luminosità 17 volte maggiore e un diametro maggiore di un fattore 1,8.

Aldebaran è invece una gigante arancione con un diametroAldebaran in continua crescita per via del suo ciclo vitale di espansione. È già arrivata a 44 volte il diametro del Sole, del quale è 1,7 volte più massiva e 518 volte più luminosa. E’ una stella doppia che illumina la costellazione del Toro. Dista 65 anni luce dalla Terra, ma nessun abisso – per quanto profondo – potrebbe metterci al riparo dal suo influsso ostile, che echeggia nelle “oscure regioni oniriche” che da essa si dipartono.

La fine del viaggio onirico di Carter si compie sotto lo sguardo di altri due astri: Antares, che rivaleggia nel cielo notturno con lo splendore vermiglio del pianeta Marte, e la gelida Vega.

Antares-combined-noise2Antares è una supergigante rossa, vista dagli antichi come il cuore dello Scorpione: è un titano celeste, il cui diametro è 883 volte più grande del Sole, di cui è 57.500 volte più splendente e almeno 12 volte più pesante. Randolph Carter ammirava la sua luce vecchia di quasi 6 secoli dalla finestra della sua abitazione sulla Beacon Hill di Boston.

Più vicina fisicamente e altrettanto cara a Carter è Vega, la stella alfa della Lira. La sua parabola celeste raggiunge il culmine d’estate, quando alle nostre latitudini arriva a sfiorare lo zenith. Per la precessione degli equinoziVega_Spitzer connessa al moto dell’asse terrestre, 12.000 anni prima di Cristo Vega era la stella polare dei nostri antenati e tra circa 14.000 anni tornerà ad esserlo per i discendenti dell’umanità che resteranno sul pianeta. 2,1 volte più pesante del Sole, 2,81 volte più grande in diametro, 40 volte più luminosa, è giovane quasi quanto Fomalhaut. Con l’inganno Nyarlathotep, il Caos Strisciante messaggero degli Altri Dèi, vi indirizza il volo dell’ippocefalo shantak sul cui dorso viaggia Carter, all’assalto del Monte Kadath in testa al suo esercito imbelle di ghoul e magri-notturni, ma dopo circa due ore di viaggio Carter approda finalmente sulla terrazza dell’agognata città del tramonto, dove trova ad attenderlo i Grandi Dèi e il suo futuro. Emerso da un passato perduto e finalmente riconquistato.

Non le risultava che nei sogni la gente si portasse dietro il cellulare.

La frase è di Cristiana Astori, tratta dal suo bel libro Tutto quel nero, e racchiude un fondo di verità e un dubbio non banale. Come mai i nostri sogni sono generalmente a basso contenuto di tecnologia? Non ricordo un solo sogno in cui la tecnologia giocasse un ruolo sia pure marginale: che mi risulti, non sono mai inciampato non solo in un cellulare, ma neanche in internet o se è per questo un walkman o un lettore mp3.

Vero, mi è capitato di sognare qualcosa di simile a una realtà aumentata, ma forse quella visualizzazione aveva più tratti in comune con le dinamiche irrazionali del sogno, rispetto all’elettronica di consumo di cui non possiamo fare a meno nella nostra vita di tutti i giorni. Sarebbe interessante capire se si tratti di una sorta di censura onirica (in fondo non sarebbe bello poter sostenere coi fatti una formulazione del tipo: “il sonno filtra tecnologie oltre un certo stadio di complessità“?), o se piuttosto non sia una conseguenza della maturazione dei circuiti del sogno, che immagino riflettano l’esperienza acquisita durante la nostra infanzia e consolidata nell’adolescenza.

Nel primo caso, una sorta di firewall psichico precluderebbe l’accesso ai territori del sogno a device troppo sofisticati.

Nel secondo, invece, potremmo forse dedurre che i nostri sogni si svolgono in una sorta di universo parallelo, un ipnoverso istanziato da qualche parte nei primissimi anni di vita (non appena il nostro sistema nervoso diventa capace di elaborare e ritenere informazione ambientale), a cui ogni volta accederemmo sognando. Saremmo incapaci di accorgerci della continuità dell’esperienza in quanto ogni nuovo sogno sarebbe come ogni nuova partita giocata sulla stessa consolle (il nostro cervello) allo stesso gioco (il nostro personale ipnoverso). Ma a volte potrebbe capitare di indovinare la combinazione di tasti necessaria per salvare una partita, e la volta successiva di azzeccare quella necessaria per richiamare quel salvataggio, per cui il sogno #2 potrebbe portare avanti la trama del sogno #1. Una concatenazione di eventi fortunati potrebbe consentire alla trama di evolversi, fino a una soluzione.

escher_relativity

escher_relativity (Photo credit: williamcromar)

Elucubrazioni astruse. Forse occorre esercitarsi un po’ di più con la disciplina del sogno lucido, per poter approfondire il tema. E magari trarne un buon pezzo di narrativa. Se avete suggerimenti, anche di lettura, a riguardo, naturalmente sono benvenuti.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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