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Giorno 39 dalla dichiarazione della Zona Rossa Italia. Raggiunti i 172.434 casi totali. 42.727 dimessi, di cui un numero imprecisato di guariti. 22.745 decessi sicuri, ma diverse migliaia di decessi stimati in aggiunta ai dati ufficiali: nelle case di riposo (e qui per la Regione Lombardia le cose iniziano a mettersi male, con buona pace per tutta la campagna propagandistica che ha accompagnato la gestione dell’emergenza, dalle dirette Facebook del suo assessore al Welfare all’ospedale in Fiera) o in isolamento domiciliare.

La curva dei contagi pare stia raggiungendo l’atteso picco, con tre settimane di ritardo rispetto al picco che in molti ci aspettavamo a fine marzo. Oggi il numero totale dei positivi è salito di sole 355 unità a 106.962: l’incremento minore dal 3 marzo, grazie anche al massimo finora raggiunto dal numero di guariti giornalieri (+2.563), ma sono comunque 10mila unità più del picco che prevedevamo solo la scorsa settimana.

Ma ormai su questi numeri l’attenzione si è molto ridotta, sia per le note metodologie già più volte discusse (e riassunte in questi due articoli del Post), sia per l’allentata pressione sul sistema sanitario nazionale, in particolare con una riduzione del tasso di occupazione delle terapie intensive dal 65% di inizio aprile a circa la metà negli ultimi giorni (37%).

Sulla validità, attendibilità, utilità o credibilità dei dati si sono aggiunti negli ultimi giorni questo commento di Francesco Costa e questo post di Luca Sofri che riprende uno studio di alcuni astrofisici che stanno seguendo l’evoluzione statistica dell’epidemia, e che hanno trovato per primi una spiegazione allo strano andamento ondulatorio della discesa del numero di contagi giornalieri: evitando spoiler per rovinarvi il gusto della scoperta, anticipiamo qui che i «picchi» visibili nella prima delle immagini qui sopra sono distanziati di… 7 giorni.

Tutto sommato, che fosse una farsa avevamo iniziato a sospettarlo già dopo la prima settimana di quarantena.

Ma a proposito di farsa guardiamo cosa sta succedendo nel mondo. Ovvero: 2.223.240 casi totali e 152.328 vittime. Gli USA hanno quasi raggiunto 700.000 casi e 37.000 vittime: i nuovi contagi continuano a crescere da giorni al ritmo di 30.000 al giorno, mentre la conta delle vittime ha visto il suo giorno più nero il 14 aprile, con oltre 6.000 decessi in ventiquattro ore. I numeri, come dimostra l’esperienza italiana, non devono trarre in inganno: gli Stati Uniti, fatte le debite proporzioni, si trovano più o meno dove eravamo noi a fine marzo; sono passate tre settimane e i casi sono continuati ad aumentare. Ma Donald Trump tira dritto per la sua strada e, spaventato da scenari economici sempre più foschi che difficilmente ne favorirebbero la rielezione (nell’ultimo mese sono state presentate 22 milioni di richieste per il sussidio di disoccupazione), ha deciso di andare allo scontro aperto con i governatori degli stati guidati dal Partito Democratico. Mentre lui dichiara di aver sospeso i finanziamenti alla World Health Organization, rea a suo dire di una cattiva gestione della crisi (ma in molti hanno riconosciuto nell’annuncio la solita strategia di Trump per sviare l’attenzione dalle sue responsabilità e dai suoi fallimenti), e propone un piano in 3 fasi per rimettere in moto l’economia, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo estende le misure restrittive fino al 14 maggio.

In Spagna i casi sono arrivati a 188.093, con 19.613 vittime. In Francia a 147.969, con 18.681 vittime. Nel Regno Unito 108.692, con 14.576 vittime, ma il 12 aprile il premier Boris Johnson ha lasciato l’ospedale in cui era ricoverato. In Germania, con 139.134 casi confermati, ci sono state appena 4.203 vittime. Il Portogallo si conferma al contrario una felice eccezione nel panorama del Vecchio Continente.

L’epidemia si diffonde anche in Turchia e Russia, inducendo il governo di Ankara a scarcerare 45.000 detenuti a rischio di contagio (ma non i «detenuti politici») e il presidente russo Vladimir Putin a una posizione inaspettatamente defilata nella gestione di una crisi la cui portata potrebbe essere già oggi più grave di quanto denunciano le cifre ufficiali (32.000 casi, meno di 300 vittime…).

Le autorità cinesi hanno rivisto al rialzo il numero di decessi avvenuti a Wuhan a causa della Covid-19: nella città focolaio della pandemia, ci sarebbero stati almeno 1.290 decessi in più rispetto alle stime originariamente diffuse dal governo. Il bilancio delle vittime sale così a 4.632.

La World Trade Organization nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto in cui prospetta una contrazione del commercio mondiale compresa tra il 13 e il 32 per cento. Nel secondo semestre del 2020 gli scambi potrebbero ripartire limitando i danni; al contrario, se la crisi dovesse proseguire, si potrebbe avere un risollevamento dell’economia solo a partire dal 2021, con un ritorno al volume di scambi di… dieci anni fa. In entrambi gli scenari, l’impatto della pandemia sembra destinato a dimostrarsi peggiore della crisi del 2008.

Previsioni sul volume degli scambi commerciali mondiali; scenari a confronto con la serie storica (fonte: WTO, via Il Post).

E degli scenari bisognerebbe ricominciare seriamente a parlare anche in Italia. Le stime dell’impatto della crisi per il nostro paese peggiorano di settimana in settimana: se a marzo si parlava di un calo del PIL mediamente intorno al 5%, per il Fondo Monetario Internazionale adesso la crisi si tradurrà in una perdita del 9,1%. Non siamo soli: la Germania perderebbe circa il 7%, l’Eurozona nel suo insieme il 7,5%, gli Stati Uniti il 5,9%. Ma siamo sicuramente tra i più colpiti.

Non a caso l’altro giorno la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, intervenendo all’inizio dei lavori di una sessione plenaria straordinaria del Parlamento Europeo, ha rivolto delle scuse all’Italia per non aver fatto abbastanza nelle battute iniziali della crisi. Mentre sono in discussione le nuove misure per fronteggiare la pandemia e le sue conseguenze economiche, con i paesi europei schierati  tra un fronte più intransigente e uno più favorevole a una maggiore flessibilità, questa autocritica è sembrata un’apertura alle istanze del nostro paese… e, giusto per non smentirsi, poche ore dopo i nostri rappresentanti politici all’Europarlamento, senza distinzioni di schieramento, hanno offerto l’ennesima dimostrazione della grande coerenza e dell’amore che nutrono per il nostro Paese. A riprova del fatto che viviamo tutti in una farsa, non c’è altra spiegazione.

Inevitabilmente anche i tassi di disoccupazione aumenteranno dappertutto: dal 10 al 12,7% in Italia, con l’Eurozona al 10,4%. Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha ribadito che bisognerebbe spendere tutto il necessario per sostenere l’economia dei paesi in crisi durante la pandemia e qualcuno si è spinto a ipotizzare un «reddito di quarantena», che mette i brividi fin dalla definizione. Ma con un pizzico di coraggio in più si potrebbe provare a guardare un po’ oltre il nostro naso.

Si prevedono tempi di enormi stravolgimenti e la situazione è talmente incerta che mai come nelle ultime settimane think tank, comitati e risk office hanno elaborato scenari tanto contrapposti. Senza essercene accorti, invece del picco dei contagi potremmo in effetti esserci messi alle spalle il picco del petrolio (il cosiddetto picco di Hubbert, che prende il nome dal geofisico americano Marion King Hubbert), che diversi studi prevedevano per questo decennio (e alcuni per il 2023), e che invece potrebbe esserci stato nel 2019. En passant, la curva di Hubbert (che altro non è che la derivata della funzione logistica o sigmoidale che sappiamo approssimare bene l’andamento dei casi totali) è proprio la funzione adottata nei modelli usati per descrivere l’andamento dei nuovi contagi giornalieri (l’andamento qui sotto è tratto per esempio dal post del 31 marzo).

Scenario_E2_casi_giornalieri_2020-03-31

Per accelerare la ripresa, paesi come la Cina potrebbero decidere di puntare sulla costruzione di nuove centrali a carbone, vanificando i benefici indirettamente comportati dal lockdown in termini di emissioni inquinanti.

Probabilmente con i settori dell’auto e dei trasporti aerei che riporteranno le perdite più gravi a causa della pandemia (e almeno per il trasporto aereo sembra davvero poco plausibile un rilancio nei prossimi mesi) e con il mercato dell’energia che si accinge ad accelerare i tempi di una transizione epocale, potrebbe essere arrivato il momento per rivedere l’intero modello di business su cui si reggono le nostre società occidentali. Ovviamente è presto per parlare di cambiamenti che potrebbero diventare effettivi solo sul medio-lungo periodo, come per esempio la riprogettazione del settore dell’energia, ma i piani decennali che alcuni paesi hanno già avviato potrebbero venire accelerati. Allo stesso tempo, gli effetti della pandemia potrebbero finire per mostrare anche ai più scettici i vantaggi di un sistema sanitario centralizzato o almeno coordinato centralmente e la necessità di  un piano di assistenza medica gratuita universale. Spingendoci ancora un po’ oltre, allora, con milioni di posti di lavoro che andranno in fumo prima che se ne possano creare di nuovi, probabilmente in settori diversi, è ancora così balzana la prospettiva di un reddito universale di base che non sia la ridicola parodia messa in piedi dal M5S in Italia?

Non lo so, ma sugli scenari torneremo sicuramente nei prossimi giorni. Intanto, una chiosa sull’Italia. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è detto pronto a chiudere i confini della regione se i suoi colleghi dovessero allentare le misure di sicurezza attualmente previste dal governo, con il rischio di una ripresa dei contagi a livello nazionale. Come qualcuno faceva notare, non è una prospettiva molto distante da qualcosa che capitava nelle pagine di Corpi spenti. La realtà potrebbe solo essere arrivata con quei 40 anni di anticipo, per non farci mancare ancora una volta niente. Nemmeno in tempi di pandemia.

5 aprile 2020. 1.258.198 casi di COVID-19 acclarati nel mondo nel momento in cui scrivo. Casi raddoppiati in poco più di una settimana. Il 2 aprile abbiamo superato il milione di casi documentati.

930.259 casi attivi. 68.310 vittime. Tra gli altri, anche il grande Juan Giménez, maestro argentino del fumetto, autore di pietre miliari dell’immaginario fantascientifico come La Città e Il quarto potere, di capolavori bellici (Asso di Picche), nonché illustratore della celeberrima saga di Alejandro Jodorowsky La casta dei Meta-Baroni. È la prima vittima causata dalla COVID-19 con cui posso dire, da lettore, di avere avuto un legame affettivo. Non è come perdere un proprio caro, naturalmente, ma dalle testimonianze di diversi altri amici appassionati di fumetti è evidentemente una perdita che scava un solco: è come se il virus si fosse manifestato, in un modo meno pericoloso ma non meno subdolo, tra le pareti di casa, entrando nelle nostre vite con una ferita che è qualcosa di più del disagio dovuto alle misure di contenimento del lockdown. Significa sapere che non esistono progetti, di vita o artistici, che non possono essere spezzati dall’irruzione del contagio. È la pandemia che si manifesta in tutta la sua brutale violenza: un virus che circola tra noi da due mesi, originatosi qualche mese prima all’altro capo del mondo, e che di punto in bianco si porta via a 12.000 km di distanza un artista che abbiamo amato incondizionatamente senza mai incontrare.

Con qualcosa come 30mila nuovi casi al giorno, la crescita del contagio negli Stati Uniti prosegue inesorabile. Siamo a 328.662 casi documentati, il doppio rispetto all’ultima volta che ne abbiamo scritto, nemmeno una settimana fa. La metà, circa 160mila, solo tra gli stati di New York e New Jersey, con 2.256 morti documentate nei confini amministrativi di New York City, che da sola conta un terzo dei casi. Wuhan è già un pallido ricordo, a questo punto della curva. Il governatore dello stato Andrew Cuomo ha pubblicato sul suo profilo Twitter questo video di incoraggiamento rivolto alla città.

C’è uno stile diverso, una diversa consapevolezza, rispetto a quella che finora abbiamo visto esibire dai politici nostrani. Facciamocene una ragione.

Il 3 aprile la Spagna ha superato l’Italia per numero di contagi registrati, diventando il primo paese in Europa. Attualmente fa registrare 130.759 casi totali, con un tasso di guarigioni doppio rispetto al nostro (38mila contro poco meno di 22mila), 6.861 ricoveri in terapia intensiva e 12.418 vittime.

La Germania è il terzo paese in Europa e si appresta a superare la soglia dei 100.000 casi, ma continua a far registrare un basso tasso di mortalità (1.573 vittime ad oggi). In Francia, con quasi 90.000 casi e 7.560 vittime, si è deciso di annullare per la prima volta nella storia l’esame finale delle superiori, il baccalauréat introdotto da Napoleone nel 1808. Qualsiasi retorica del “noi non faremo la fine dell’Italia“, “siamo un paese meglio organizzato“, “non ci faremo trovare impreparati“, è stata disintegrata dalla realtà dei fatti.

In Russia, dove ufficialmente si contano ad oggi poco più di 5mila casi e 45 vittime, il presidente Vladimir Putin ha annunciato l’estensione delle disposizioni di sospensione di tutte le attività non necessarie fino al 30 aprile, assicurando il pagamento degli stipendi. In UK, dopo un timido rallentamento fatto registrare ieri, si tornano a contare quasi 6mila nuovi casi nelle ultime 24 ore, che portano il totale a 47.806 (le vittime sono 4.934).

E in Italia?

In Italia l’ora più buia sembra tutt’altro che passata. È vero che i nuovi casi fanno registrare un trend in lenta riduzione, e la crescita dei casi attivi appare rallentare anch’essa, ma in quest’ultimo bilancio continua a incidere più del previsto il numero delle vittime, per cui valgono sempre tutte le considerazioni fatte nelle ultime settimane. Il bollettino odierno della Protezione Civile riporta 4.316 nuovi casi, 525 decessi (minimo registrato dal 20 marzo), 819 dimessi/guariti, per un saldo di +2.972 casi attivi rispetto a ieri. Queste cifre portano il totale dei casi documentati a 128.948, i decessi a 15.887, i guariti/dimessi a 21.815 e i casi attivi a 91.246.

Queste cifre mandano in pezzi il modellino dello scenario E che ci ha accompagnati nelle ultime settimane, com’è evidente dai due grafici che riporto a titolo esemplificativo qua in basso, sull’andamento dei casi totali, e sul particolare dei guariti e delle vittime (quest’ultimo su scala logaritmica).

La biforcazione tra le curve reali e quelle stimate dal modello è evidente e rende inutile qualsiasi ulteriore utilizzo dello scenario E. Tra ieri e oggi ho quindi provato a mettere insieme i pezzi di un quarto scenario, non perché creda a una qualche utilità scientifica (abbiamo ripetuto allo sfinimento che i numeri su cui stiamo lavorando sono la punta dell’iceberg e il sommerso è per lo più sconosciuto a tutti, non solo a me), ma perché ritengo che qualsiasi valutazione sui giorni a venire non possa prescindere da un confronto con una qualche aspettativa, e non conosco altro modo per costruirmi delle attese che guardare a dei modelli, almeno finché mostrano una minima concordanza tra previsioni e risultati registrati.

Eccoci quindi passare allo scenario F. Dopo la C di Catastrophic, la D di Desolation e la E di Evil, è il turno della F di frak!, ma anche di Frankenstein: il modello qui proposto eredita tutte le assunzioni che avevano funzionato per lo scenario E e cerca di aggiornarle con molta approssimazione alla luce dei dati registrati nell’ultima settimana.

In sintesi quello che vediamo è:

  1. una riduzione del numero di nuovi casi più lenta dello scenario precedente, che porta la saturazione della sigmoide dei casi totali oltre i 180.000 casi
  2. un picco di casi positivi contemporanei che passa dagli 80.000 attesi per il 4 aprile ai circa 96.000 del 10 aprile (e qui faccio osservare che sarebbero due o tre volte i valori di picco prefigurati negli scenari presentati dalla stampa solo tre settimane fa)
  3. una crescita più lenta delle guarigioni
  4. una maggiore incidenza della mortalità: il nuovo modello tiene conto del fatto che il tasso di mortalità da alcuni giorni si è stabilizzato intorno al 12,3%.

Inoltre, per tornare al discorso sulla riduzione dei nuovi casi, trovo utile ribadire che, al di là dei proclami che vedo ripetersi da più parti, incluse le conferenze stampa della Protezione Civile, il trend che stiamo osservando è molto lento:

Questo trend si ridurrebbe comunque anche se ogni giorno registrassimo un numero costante di nuovi casi, per il semplice fatto che è una proporzione con il numero totale dei casi registrati fino al giorno prima, che è un numero che cresce costantemente. Per andare a 0, occorre che vadano a 0 i nuovi casi, ed è evidente che questa tendenza è troppo lenta, visto che (zoom qui in basso), siamo da una settimana sotto il 5% e solo oggi siamo riusciti a scendere sotto il 4%. Di questo passo, potrebbero volerci mesi prima di azzerare il tasso di nuovi contagi.

Qualsiasi considerazione sul ritiro o la modifica delle misure di contenimento disposte finora non potrà prescindere da chiari segnali provenienti da questo trend e dalla simultanea riduzione del numero totale di casi attivi contemporaneamente. A beneficio di tutti, nelle date cruciali dell’emergenza da COVID-19 in Italia, ovvero il 10 marzo, data dell’estensione delle misure valide per la Zona Rossa al resto d’Italia, e il 22 marzo, data del nuovo DPCM che decretava l’arresto di tutte le attività produttive non essenziali, registravamo i seguenti valori:

  • 10.03.2020: nuovi casi 977 (totale 10.149, +10,7%), casi attivi 8.514
  • 22.03.2020: nuovi casi 5.560 (totale 59.138, +10,4%), casi attivi 46.638

Secondo il modello approssimato dello scenario F, trascorreranno mesi prima che la curva dei casi positivi torni a quei valori. Con tutte le solite considerazioni sull’attendibilità delle rilevazioni ufficiali e tutto il resto che non sto a ripetere.

Infine, ultime considerazioni sui dati degli ultimi giorni. I ricoveri in terapia intensiva hanno mostrato una riduzione significativa negli ultimi giorni: ieri e oggi il saldo tra nuovi ricoveri e dimissioni è stato addirittura negativo (-74 e -17). Oggi risultano ricoverate in terapia intensiva 3.977 persone in Italia, con un’occupazione di poco maggiore del 60% dei posti disponibili. Qui si riaggancia il discorso che facevamo la volta scorsa sul presunto, probabile collasso del sistema sanitario nelle regioni maggiormente colpite, ma una domanda che mi piacerebbe che qualcuno facesse in conferenza stampa, e da cui mi aspetterei una risposta chiara dal comitato tecnico-scientifico, è se nel corso di queste settimane non siano cambiati i criteri seguiti per i ricoveri. Visto che il virus è sempre lo stesso e la sua letalità non è cambiata nel frattempo, delle due l’una: o le strutture si stanno attenendo a criteri diversi per l’ospedalizzazione in terapia intensiva, oppure ormai il sistema non riesce più a sostenere nuove domande.

Concludiamo con alcune notizie dalla Lombardia. In una intervista rilasciata al Quotidiano del Sud, il presidente dell’associazione di categoria che raggruppa 400 Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), ovvero case di riposo, lombarde, richiama l’attenzione sulla delibera regionale dell’8 marzo che ha trasformato le strutture ricettive in nuovi focolai. Non sorprende più di tanto, a questo punto, che i decessi fatti registrare nelle case di riposo non siano stati opportunamente documentati con test di positività.

La giunta leghista si è inoltre distinta nelle ultime ore per avere imposto a tutti i cittadini lombardi l’utilizzo delle mascherine, o in alternativa «attraverso semplici foulard e sciarpe», ogni volta che si esce di casa. Un’ordinanza disarmante, in una regione che non ha ancora saputo garantire l’approvvigionamento di mascherine per coprire l’eventuale fabbisogno dei suoi dieci milioni di abitanti, e che con Makkox non possiamo fare a meno di commentare così:

 

 

415.146 casi registrati. 18.562 vittime. 108.296 guariti. Ecco la situazione nel mondo nel momento in cui scrivo (dati forniti da Worldometers).

La metà dei casi riguardano l’Europa, che ha ormai staccato la Cina come focolaio più attivo a livello globale: dell’Italia parleremo dopo, ma la Spagna ha raggiunto quasi i 40mila casi, con 2.800 vittime e 5.400 contagiati tra gli operatori sanitari, di cui 2.000 solo negli ultimi 2 giorni a causa della carenza di dispositivi di protezione; la Germania è a 32mila casi e il basso numero di vittime (156) per il momento sembra dovuto alla maggiore diffusione dei contagi tra le fasce più giovani della popolazione e con il diffondersi dell’epidemia sempre più anziani potrebbero essere colpiti, ma sembra difficile che l’emergenza possa assumere le proporzioni raggiunte in Italia, grazie ai 28mila posti in terapia intensiva di cui dispone la Bundesrepublik; la Francia, con oltre 22mila casi, ha superato oggi le mille vittime e i consulenti scientifici del presidente Emmanuel Macron hanno suggerito di proseguire il blocco del paese almeno per altre sei settimane fino alla fine di aprile.

Secondo un portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’85% dei nuovi casi registrati nelle ultime 24 ore sono stati in Europa e in USA. Malgrado gli States abbiano più di 50mila casi e 667 decessi, e nonostante la richiesta d’aiuto del governatore dello stato di New York Andrew Cuomo perché il governo federale sostenga lo stato con 30.000 nuovi respiratori prima che si trasformi nel prossimo epicentro globale del coronavirus, il presidente Donald Trump in controtendenza ostenta ottimismo e rimanda qualsiasi decisione sulla riapertura degli esercizi commerciali alla prossima settimana.

Intanto gli stati che hanno annunciato il lockdown sono 15, con misure che riguardano la metà circa dei 330 milioni di cittadini americani. A questi si aggiungono India, Sud Africa e Nuova Zelanda, che entreranno in lockdown tra poche ore per almeno tre settimane: 2,6 miliardi di persone sono costrette a casa come misura per contenere il dilagare della pandemia.

Anche il Giappone si è arreso e ha accettato di rimandare le Olimpiadi al 2021: non era mai capitato prima che le Olimpiadi venissero spostate e l’ultima volta che erano state annullate era il 1944.

In Italia il Consiglio dei Ministri ha approvato nel pomeriggio un nuovo decreto per porre ordine nelle misure di contenimento fin qui disposte, precisando che i provvedimenti adottati possano essere rinnovati per ulteriori 30 giorni alla scadenza e successivamente estesi fino al 31 luglio, data di scadenza dei sei mesi dallo stato di emergenza dichiarato il 31 gennaio scorso. Il testo inasprisce le sanzioni per i trasgressori (che sono comunque molti meno di quanto si pensa e di quanto si sarebbe potuto credere) e introduce per i prefetti la possibilità di avvalersi delle forze armate per far rispettare le misure previste. Agli amministratori regionali e comunali viene riconosciuta la facoltà di disporre in autonomia provvedimenti più restrittivi, che non potranno però avere durata superiore ai sette giorni se non confermati attraverso un decreto ministeriale. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte domani riferirà in Parlamento.

Ma come sta andando il contagio in Italia?

Oggi si sono registrati 5.249 nuovi casi, che portano il totale a 69.176 contagi. I decessi salgono a 6.820 (+743), i guariti a 8.326 (+894). I casi positivi attualmente in corso sono 54.030, con un incremento di 3.612 rispetto a ieri (trend in diminuzione per il terzo giorno di fila): di questi 21.937 sono ricoverati e 3.396 sono i ricoverati in terapia intensiva, con un tasso di saturazione salito al 54%.

Il rallentamento degli ultimi giorni è facilmente percepibile nell’andamento della variazione percentuale giornaliera dei casi.

Potremmo effettivamente essere al picco dei contagi, la concordanza con lo scenario E2, che altro non è che lo scenario E corretto per tener conto dell’andamento degli ultimi giorni, incoraggia a pensarlo.

Questo scenario è sostanzialmente in accordo con le estrapolazioni su cui riflettevamo il 21 marzo. Lo scenario di crescita dei casi totali mostra una leggera sovrastima rispetto ai casi totali effettivamente registrati ad oggi: continuando di questo passo, anziché sfondare quota 120.000 casi registrati a fine epidemia (con l’inevitabile disclaimer che questi sono solo i casi visibili, mentre i casi reali – necessari anche a riportare il tasso di letalità nelle medie registrate in altri paesi – potrebbero già essere molti di più), potremmo fermarci tra i 100 e i 120.000.

Uno scenario di sviluppo dei casi attivi compatibile con queste premesse è quello del grafico seguente, in cui il picco dei casi attivi si assesta verso gli 80.000 casi intorno al 4 aprile.

Questo significa che, malgrado l’ottimismo che inevitabilmente filtrerà dalla lettura dei numeri snocciolati nei bollettini giornalieri, nel giro di poco più di una settimana ci troveremo a fronteggiare un numero di casi che potrebbe essere tra il 30 e il 50% più alto di quelli che abbiamo oggi, con la necessità di soddisfare più di 7.000 ricoveri in terapia intensiva (per essere più precisi siamo in una forbice tra 5 e 8.000).

Come si vede dall’andamento dei ricoveri, già nei prossimi giorni il trend di crescita potrebbe entrare in collisione con la capacità di tenuta del sistema sanitario nazionale, ammesso e non concesso che questo non sia già successo, almeno a livello locale e in alcune regioni, con conseguenze già visibili nello scarto consistente tra l’andamento del modello e quello dei ricoveri effettivi in ICU.

Quindi, se anche la situazione dei contagi potrebbe essere finalmente sotto controllo, grazie alle misure restrittive adottate a partire dall’inizio di marzo, il rallentamento del tasso di crescita dei nuovi contagi registrato negli ultimi giorni non è un invito alla pazza gioia: mentre i cittadini dovranno proseguire nella ferrea disciplina di distanziamento sociale che si sono imposti con questi incoraggianti risultati, le autorità dovranno continuare ad adattare la capacità di ricovero in terapia intensiva per i casi più critici per poterci traghettare felicemente fuori dall’emergenza, configurando i primi segnali di un ritorno alla normalità non prima del mese di maggio.

Qui sopra vedete la sigmoide rossa del numero dei decessi che si stabilizza tra le 12 e le 13.000 vittime. Ma basterà sottovalutare i dieci giorni che ci aspettano o commettere un solo passo falso perché questi valori si alzino come una marea rossa, configurando scenari ben peggiori.

Il feeling positivo ispirato dalle notizie di ieri è ripreso in serata, dopo che l’alba ci aveva consegnato un altro triste risveglio. Il tempo di confrontarsi con le notizie provenienti dal resto del mondo: oltre un miliardo di persone costrette nelle loro case in tutto il mondo, la curva dei contagi negli USA che schizza vertiginosamente verso l’alto (i casi sono cresciuti di dieci volte in meno di una settimana, e dopo essere arrivati ieri oltre i 30mila, oggi sono saliti ulteriormente a quasi 42mila con 500 vittime: al 21esimo giorno dell’emergenza, in Italia eravamo a metà dei casi…), le scene dagli ospedali spagnoli assiepati di malati in attesa di un posto letto e la vicepremier Carmen Calvo ricoverata per un’infezione respiratoria. Il sindaco di New York Bill de Blasio ha dichiarato di aspettarsi «un mese di aprile peggiore di quello di marzo, e un mese di maggio ancora peggiore» e ha avviato i lavori per trasformare un centro congressi in un ospedale da mille posti letto.

In Italia il mezzo pasticcio sulle chiusure delle attività produttive non essenziali propiziato dal caos istituzionale tra governo centrale e regioni, in cui s’inserisce un nuovo scontro tra Confindustria e sindacati, che annunciano scioperi nelle regioni del Nord.

La situazione al Sud è altrettanto tesa: Basilicata e Calabria hanno annunciato la chiusura dei loro confini regionali. I sindaci dei comuni dell’alta Calabria hanno chiesto al prefetto di Cosenza l’autorizzazione a istituire check point con l’aiuto di agenzie private sulle strade di accesso alla ragione. Mentre il governatore della Sicilia e il sindaco di Messina denunciano sbarchi non autorizzati dalla Calabria.

Il numero degli operatori sanitari contagiati è salito a 4.824, il doppio rispetto alla Cina.

I contagi nel mondo sono saliti a 375.000 casi, con 16.000 vittime (10.000 solo in Europa) e più di 12.000 ricoverati in condizioni critiche. In Italia la curva dei nuovi contagi segna un valore in riduzione per il secondo giorno di fila, con 50.418 casi attivi e 63.927 totali, ma rimandiamo ai prossimi giorni ulteriori considerazioni sulla curva. Intanto la provincia di Milano sembra aver frenato, ma le regioni del Sud stanno per diventare le osservate speciali per capire come evolverà la crisi.

In serata il premier britannico Johnson ha completato la svolta a U cominciata lunedì scorso e ha annunciato severe misure di contenimento, confrontabili con quelle adottate in Italia: chiusura degli esercizi commerciali non essenziali, forti restrizioni negli spostamenti, chiusura di biblioteche, parchi giochi e luoghi di culto, sospensione di battesimi e matrimoni. Prove tecniche di lockdown. La polizia avrà il potere di disperdere assembramenti e comminare multe anche molto salate. E il tutto durerà non meno di tre settimane. Ci sono volute più di trecento vittime per far cambiare idea a Johnson e ai suoi. È un duro bagno di realtà per chi aveva vaneggiato sul lasciar fare all’epidemia il suo corso.

Théodore Géricault, La zattera della Medusa (Louvre, 1819).

Nella descrizione della pagina Facebook I 1000 quadri più belli di tutti i tempi, un’oasi in quel settore di rete, su questo quadro di Edward Hopper leggiamo:

Il silenzio pervade questo angolo di città la domenica mattina, un silenzio quasi irreale che ci racconta di un risveglio lento. L’edificio ritratto – dico ritratto perché è una casa che parla, che racconta – ha le vetrine dei negozi chiuse ed una fila di finestre al primo piano dove possiamo immaginare occhi che si aprono e poi si socchiudono ancora.

Ciò che mi ha sempre affascinato di Early Sunday Morning è la sua perfezione geometrica, quasi che le linee della strada e del palazzo di fronte a noi cospirino per esaltare le migliori condizioni di luminosità di quest’ora del primo mattino di una domenica del 1930. Al riguardo Hopper ebbe modo di precisare che “domenica” non faceva parte del titolo originale e, benché col tempo vi si fosse affezionato, si trattava pur sempre dell’aggiunta di qualcun altro: nelle intenzioni originali dell’artista, questo quadro non era nato per rappresentare un giorno particolare della settimana, ma probabilmente per offrire piuttosto un commento alla vita ai tempi della Grande Depressione.

Se col tempo Early Sunday Morning ha perso la sua originale connotazione storica, forse persino prima ha visto sublimare la sua individuazione geografica: dalla Seventh Avenue di New York, non distante dallo studio dell’artista (al numero 3 di Washington Square North, tra Bowery e il Greenwich Village, non distante dalla New York University), il quadro è diventato rappresentativo dell’America nella sua astratta, forse persino illusoria, totalità. Riesco a pensare a pochi quadri con una vocazione più universale, in grado di sintetizzare l’immagine degli Stati Uniti dalle grandi metropoli alla provincia profonda.

In questo suo articolo per Independent, Tom Lubbock scrive:

Nothing happening. That’s the visual message of the image, with its parallel horizontals, its repetitive sequence of units, its long stretch. It’s also the narrative message. The light declares early morning, and the title specifies early Sunday morning. No one is around. No one is up and about. No one is awake. The street is empty. The people in the apartments sleep. The only visible event is the fall of the light. You’re looking at a scene without consciousness.

La perfezione geometrica che dicevamo sopra ha anche l’effetto di annullare qualsiasi prospettiva, trasportando lo scorcio di questa strada newyorkese della prima metà del secolo scorso dal mondo reale dell’esperienza al dominio “astratto” della matematica. Basta forse questa purezza a evocare l’emersione di una coscienza autonoma, una coscienza che potremmo estremizzare come del quadro sul quadro stesso, o in maniera più poetica come intrinseca alla luce che piove sulla strada e ne rivela le linee e le forme, scoprendo la sequenza della vetrine, delle porte e delle finestre, in un’epifania di sensazioni perse o semplicemente dimenticate nella memoria. Risolvendo così il paradosso di una vista senza osservatori in giro ad apprezzarla, di una coscienza non umana, forse perfino anti-umana.

And maybe you aren’t there either” prosegue Lubbok:

“When we were at school,” Hopper remembered, “we debated what a room looked like when there was no one to see it, nobody looking in, even…” This is the strangest effect in his paintings. He can depict individuals sitting by themselves, or empty rooms, or deserted streets, and he can suggest that the individuals are absolutely alone, the rooms and the streets absolutely empty.

Early Sunday Morning rappresenta lo scorcio di una strada americana com’era negli anni Trenta, come poteva apparire con o senza osservatori in giro ad apprezzarne il silenzio. E rappresenta anche lo scorcio di una strada come potrebbe apparire dopo che qualcosa di catastrofico si è consumato. Un dipinto allo stesso tempo in grado di trasmettere un senso di pace e di angoscia, una rappresentazione del mondo circoscritta in un intervallo storico e un intorno di spazio e una sua idea astratta e universale. La sua essenza e al contempo la sua possibilità.

Guardare il dipinto significa aprire gli occhi in una delle stanze con le tende mezze abbassate al primo pianto, appena sfiorati da un raggio di sole, dal suo calore che si propaga sul cuscino e sulla parete dietro la testiera del letto. E richiuderli per tornare a contemplare nella dimensione del sogno la quiete silenziosa di una strada deserta immersa nella luce del mattino, su un pianeta lontano migliaia, milioni di anni luce da noi.

All’inizio del 1904 tre elefanti di Coney Island fuggirono dal loro recinto. Accidenti, mi chiedo perché! Uno di essi venne trovato il giorno successivo a Staten Island, il che significava che doveva aver attraversato a nuoto la Lower Bay, una distanza di almeno tre miglia. Avevamo idea che gli elefanti sapessero nuotare? Quell’elefante sapeva di poter nuotare?
Gli altri due non furono mai più rivisti. Mi piace pensarli mentre si aggiravano per le sparute foreste di Long Island, vivendo la loro vita come yeti pachidermici, ma gli elefanti tendono a rimanere uniti, quindi è più probabile che gli altri due si siano messi a nuotare insieme a quello ritrovato a Staten Island. Non è molto piacevole immaginarli là fuori a nuotare verso ovest nella notte, con il più debole che finiva per scivolare sott’acqua con un addio subsonico, seguito ben presto dall’altro più debole. Persi in mare. Ci sono modi peggiori di andarsene, come loro ben sapevano. Alla fine, l’unico superstite dev’essere emerso sulla spiaggia avvolta dalla notte ed essere rimasto là da solo, tremante, in attesa del sole.

Tratto da New York 2140 di Kim Stanley Robinson
(Fanucci Editore, 2017 – traduzione di Annarita Guarnieri, pag. 386)

(Credit: Climate Central)

Charlotte si accigliò. «Quindi cosa si fa in questa situazione.»
«Si vende allo scoperto.»
«Cosa significa?»
«Si scommette che la bolla scoppierà. Si comprano strumenti tali da vincere quando poi scoppia davvero. E vinci così tanto che la tua sola preoccupazione è che la civiltà stessa possa collassare e che non rimanga più nessuno che ti possa pagare.»
«La civiltà?»
«La civiltà finanziaria.»
«Non è la stessa cosa!» esclamò. «Sarei felice di abbattere la civiltà finanziaria!»
«Dovrà mettersi in fila» ribattei.
Mi piaceva il modo in cui rideva. Anche gli analisti stavano ridendo, e Amelia si era unita agli altri nel vederli ridere. In effetti aveva un sorriso splendido, come lo aveva Charlotte, adesso che finalmente lo notavo.
«Mi dica come fare» mi incitò Charlotte, gli occhi accesi dall’idea di distruggere la civiltà.
Dovevo ammettere che era una cosa divertente. «Pensi alla gente comune che vive la sua vita. Hanno bisogno di stabilità. Vogliono quelli che si potrebbero definire cespiti non liquidi, e cioè una casa, un lavoro, la salute. Quelle non sono cose liquide, e non vuole che lo siano, quindi si effettua una serie continua di pagamenti perché rimangano non liquide… intendo rate di mutuo, assicurazione per la salute, versamenti al fondo per la pensione, bollette, quel genere di cose. Tutti pagano ogni mese, e la finanza fa affidamento su quel costante afflusso di denaro. Si fanno prestiti basati su quella certezza, la si usa come collaterale, e poi si usa il denaro preso a prestito per scommettere sui mercati. Con questa leva finanziaria si aumentano di cento volte i cespiti a disposizione, che consistono in prevalenza nel flusso di pagamenti che la gente effettua. I debiti di quelle persone sono cespiti, puri e semplici. Le persone hanno la non liquidità, la finanza ha la liquidità, e la finanza trae profitto dallo spread fra quelle due condizioni. E ogni spread è un’occasione per guadagnare ancora di più.»
Charlotte mi stava fissando con occhi penetranti come laser. «Si rende conto che sta parlando con il direttore amministrativo dell’Unione proprietari?»

newyorkglobalwarming

(Credit: architecture2030, Ed Mazria, via Inhabitat)

«È quello il suo lavoro?» chiesi, sentendomi di colpo ignorante. L’Unione proprietari era una sorta di impresa privata con supporto governativo per gli affittuari e altra povera gente, e il suo nome mi sembrava esprimere un’aspirazione. Alcuni importanti dati provenienti da essa confluivano nell’IPPL, come parte della valutazione della fiducia dei consumatori.
«È quello che faccio» confermò Charlotte. «Però continui. Cosa stava dicendo?»
«Ecco, un classico esempio del crollo della fiducia è il 2008. Quella bolla era relativa ai mutui, detenuti da persone che avevano promesso di pagare e che non potevano effettivamente farlo. Quando sono risultati insolventi, dovunque gli investitori hanno tagliato la corda. Tutti cercavano di vendere all’istante, ma nessuno voleva comprare. Le persone che hanno venduto allo scoperto hanno guadagnato alla grande, ma tutti gli altri ci hanno rimesso le penne. Le società finanziarie hanno perfino smesso di effettuare pagamenti già contratti, perché non avevano a disposizione il denaro per pagare tutti quelli con cui erano in debito e c’era la concreta possibilità che l’entità che avrebbero dovuto pagare non ci sarebbe più stata la settimana successiva, quindi perché sprecare denaro con quel pagamento, anche se era dovuto? A quel punto nessuno sapeva più se un qualsiasi documento o titolo aveva un qualche valore, quindi tutti hanno perso la testa e sono andati in caduta libera.»
«E cos’è successo?»
«Il governo ha immesso abbastanza denaro da permettere ad alcuni di loro di acquistare gli altri, e ha continuato a immetterne finché le banche non si sono sentite più sicure e hanno potuto riprendere gli affari come al solito. I contribuenti sono stati costretti a pagare per coprire le scommesse perse dalle banche a cento centesimi per dollaro, un accordo che è stato fatto perché i dirigenti della Federal Reserve e del Tesoro provenivano dalla Goldman Sachs e il loro istinto è stato quello di proteggere la finanza. Hanno nazionalizzato la General Motors, una ditta automobilistica, e hanno continuato a gestirla finché non si è rimessa in sesto e ha pagato i suoi debiti. Alle banche e alle grandi ditte di investimento hanno però dato un vero lasciapassare. Poi le cose sono andate avanti come prima, fino al crollo del 2061, con la Prima ondata.»
«E cos’è successo allora?»
«Lo hanno rifatto daccapo.»
Charlotte levò in alto le mani. «Ma perché? Perché perché perché?»
«Non lo so. Perché funzionava? Perché potevano farlo e cavarsela? In ogni caso, da allora è stato come se avessero un modello di cosa fare, un copione da seguire, quindi lo hanno rifatto dopo la Seconda ondata, e adesso potrebbe arrivare la quarta tornata. O quale che sia il numero, perché bolle di questo tipo sono antiche quanto i tulipani olandesi o la stessa Babilonia.»
Charlotte guardò verso i due analisti ritornati. «È esatto?»
I due annuirono. «È quello che è successo» confermò in tono lugubre il più alto.
Charlotte si portò una mano alla fronte. «Ma questo cosa significa? Voglio dire, cosa potremmo fare di diverso?»
Sollevai un dito, godendo di quel mio momento in cui ero un guercio in mezzo ai ciechi. «Potreste far scoppiare la bolla di proposito, dopo aver predisposto una reazione diversa al crollo che ne seguirà.» Puntai verso la città alta il dito che avevo sollevato oltre la mia spalla. «Se la liquidità fa affidamento su un costante flusso di pagamenti da parte di gente comune, come in effetti fa, allora potreste far crollare il sistema in qualsiasi momento voleste facendo sì che la gente smetta di pagare. Mutui, affitti, bollette, debiti studenteschi, assicurazioni sulla salute. Smettete di pagare tutti quanti nello stesso momento. Chiamatelo il Giorno dell’insolvenza del debito odioso, o uno sciopero generale finanziario, o inducete il papa a dichiararlo un Giubileo, cosa che può fare quando vuole.»

(Credit: Literary Hub)

«Ma la gente non si troverebbe nei guai?» chiese Amelia.
«Sarebbero troppi. Non si può mettere tutti in prigione. Quindi, in un senso basilare del termine, il popolo ha ancora il potere. Ha la leva finanziaria a causa di tutte le leve. Voglio dire, lei è a capo dell’Unione proprietari, giusto?»
«Sì.»
«Allora, ci pensi, cosa fanno i sindacati?»
Adesso Charlotte mi stava sorridendo di nuovo, con gli occhi accesi, ed era un sorriso davvero caldo e intelligente.
«Indicono scioperi.»
«Proprio così.»
«Mi piace!» esclamò Amelia. «Questo piano mi piace.»
«Potrebbe funzionare» commentò l’analista più alto, e guardò verso il suo amico. «Tu che ne pensi? Incontra la tua approvazione?»
«Cazzo, sì» dichiarò l’altro. «Voglio ucciderli tutti.»
«Anch’io!» disse Amelia.
Charlotte rise di loro, poi raccolse la tazza e la protese verso di me. Io feci altrettanto con la mia e le urtammo in un brindisi. Entrambe erano vuote.
«Un altro po’ di vino?» suggerì lei.
«È orribile.»
«Devo dedurre che è un sì?»
«Sì.»

 Tratto da New York 2140 di Kim Stanley Robinson
(Fanucci Editore, 2017 – traduzione di Annarita Guarnieri, pagg. 382-385)

Passeggiando per le strade di New York il mese scorso avrebbe potuto imbattervi in un’opera fresca di spray firmata nientemeno che da Banksy, misterioso quanto acclamato artista di strada, nonché attivista, che dagli inizi degli anni Zero sta mostrando nuovi e irriverenti percorsi all’establishment dell’arte contemporanea. Banksy ha infatti voluto concedersi un’autentica mostra per le strade della Grande Mela, marchiandone i muri ogni giorno con un’opera diversa, per la gioia dei graffitari e dei fan e con gran disappunto dell’ormai ex-sindaco Michael Bloomberg. Un evento ai confini tra arte di strada e situazionismo, battezzato programmaticamente – da una celebre espressione dell’impressionista francese Paul Cézanne – Better Out Than In.

Le sue imprese, sempre venate di un humour corrosivo, hanno attirato l’attenzione dei media oltre che della polizia, sono state documentate da un blog e si sono concluse con un appello al salvataggio di 5 Pointz, un complesso di Long Island che dagli anni ’90 è un punto di incontro per gli street artist di NY e non solo, e che il proprietario vorrebbe ora abbattere per lasciar posto a un nuovo complesso di condomini.

Better Out Than In, questa sorta di installazione itinerante, ha richiamato dagli archivi del mio immaginario sci-fi il record relativo a Confini, stupendo racconto di Fabio Nardini scritto nel 1997, originariamente apparso su Robot 43 e quindi incluso nella sua raccolta personale intitolata Quantica.

Quanto a Banksy, ne approfitto per riprendere un vecchio post dallo Strano Attrattore. Leggi il seguito di questo post »

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Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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