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Robot73_digitalNumero ricchissimo di contenuti, il 73 di Robot che arriva in distribuzione in questi giorni (in formato elettronico lo trovate già disponibile al download sul Delos Store). Dietro la copertina di Alejandro Burdisio vi aspettano 192 pagine di meraviglia, tra cui un ricordo di Gianfranco Viviani (uno dei grandi professionisti della fantascienza in Italia, purtroppo scomparso la scorsa estate), un reportage dalla Worldcon di Londra, la versione ampliata dell’articolo di Marco Passarello sul pessimismo e l’ottimismo nella fantascienza apparso su Repubblica Sera.

Sia l’articolo sulla Loncon3 che quello sull’approccio contemporaneo alla fantascienza includono dei miei interventi, che per altro chi legge questo blog ha già avuto modo di leggere nei mesi scorsi: qui e qui.

Ma l’indice comprende anche un mio racconto inedito, un’ucronia hard-boiled come ha voluto definirlo Francesco Lato – e a me la sua scelta sta benissimo. Il racconto, che s’intitola Cloudbuster, vuole essere un omaggio a Dashiell Hammett, al cui stile mi sono indegnamente ispirato per la scrittura. Ma anche a Wilhelm Reich, controverso personaggio della scienza (e della fringe science) del ‘900 che ha già ricevuto le attenzioni letterarie di Valerio Evangelisti nel bellissimo Il mistero dell’inquisitore Eymerich: tanto lo psichiatra quanto il suo gruppo CORE (acronimo per Cosmic Orgone Engineering) giocano  un ruolo cruciale nella vicenda, che si avvale anche della partecipazione straordinaria di William S. Burroughs, J.G. Ballard e Cordwainer Smith. Il tutto si svolge a St. Louis nei frenetici giorni della Green World Conference del ’75.

Come? È la prima volta che ne sentite parlare? Fidatevi, non è l’unica cosa che vi suonerà strana alla lettura di queste pagine. Il racconto è stato infatti concepito nell’ambito di un progetto di scrittura poi abortito, un’antologia che avrebbe dovuto uscire per i tipi di Edizioni XII e che purtroppo non riuscì a vedere la luce prima della chiusura della coraggiosa casa editrice. Il progetto, curato da Luigi Acerbi, Sandro Battisti e Daniele Bonfanti, era incentrato sull’idea di discronia: universi che seguono leggi fisiche diverse dal nostro, da cui divergono per effetto di qualche anomalia capace di rendere scienza quella che per noi è solo scienza di confine. Come avrete intuito, la teoria dell’orgone di Reich è il concept da cui ho sviluppato la mia storia.

A Reich l’impareggiabile cantautrice britannica Kate Bush, tornata recentemente a calcare le scene, dedicò la canzone Cloudbusting (inclusa nell’album Hounds of Love del 1985), che parlava di un ragazzo che vive la perdita del padre. Il video della canzone fu concepito dalla stessa autrice con Terry Gilliam e realizzato da Julian Doyle (che proprio in quel periodo stava collaborando con Gilliam alla realizzazione degli effetti speciali di Brazil) e vanta la partecipazione di Donald Sutherland nei panni dello scienziato.

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Novembre 2014. Non siamo a Los Angeles ma mancano comunque 5 anni al futuro di Blade Runner. Un futuro di spinner capaci di librarsi in cielo per sfuggire al traffico impantanato nei bassifondi, di ESP capaci di navigare nello spazio tridimensionale delle fotografie, di perturbazioni monsoniche su scala planetaria, di tecnologie genetiche a buon mercato e di replicanti. Il futuro immaginato da Ridley Scott (e Hampton Fancher, e David Peoples, e Syd Mead… sulla scorta ovviamente delle visioni del Cacciatore di androidi di Philip K. Dick) è dietro l’angolo e presto busserà alla porta. Un futuro sporco, violento, inquietante, sovrappopolato – laddove, vale la pena notarlo, nel romanzo di Dick era invece desolato e spopolato, per le conseguenze di un olocausto nucleare, e per questo inquietante esattamente per le ragioni opposte. Comunque un futuro in larga misura indesiderabile per chiunque ne prese visione al cinema, nell’anno di distribuzione della pellicola. Ma come è cambiata la nostra percezione di quel futuro nell’arco di questi 32 anni, dal 1982 ad oggi?

Quello di Blade Runner è un futuro monco. Manca della rete, che è pur sempre la maggiore innovazione del secolo scorso, nonché forse la tecnologia di massa più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, almeno nel momento in cui scrivo queste parole, e voi le leggete. Eppure è un futuro che sembra promettere più di quello che abbiamo avuto: le stazioni spaziali, un qualche tecnologia capace di mantenere voli di linea interplanetari (se non proprio interstellari), tra la Terra e le colonie extra-mondo. È un futuro incompleto, parziale, come spesso accade alla fantascienza. Nondimeno è un futuro vivido, efficace, dall’impatto sconvolgente, capace di far presa ancora oggi sull’immaginario dello spettatore.

È tornata alla ribalta proprio in questi giorni la notizia del sequel a cui Scott starebbe lavorando ormai da tempo. Dopo l’entusiastico annuncio della scorsa estate sulla sceneggiatura ultimata da Michael Green e Hampton Fancher, sembrerebbe che Scott, visti i precedenti impegni assunti con Prometheus 2 e The Martian, abbia deciso di abbandonare la cabina di regia per ritagliarsi un ruolo da produttore. Il che non è necessariamente una brutta notizia. Non è ancora noto chi lo sostituirà dietro la macchina da presa, ma si dovrebbe cominciare a girare già il prossimo anno.

L’affresco distopico di Blade Runner ha segnato l’immaginario di un decennio e continua a esercitare la sua influenza ben oltre i confini dell’esperienza del cyberpunk. E forse è il caso di porsi qualche domanda sul perché quel tipo di futuro è tutto sommato ancora oggi così penetrante, pur risultando alterato il messaggio del film. Il tempo è stato di certo galantuomo nei confronti dell’opera di Scott, ma soprattutto perché si è saputo dimostrare particolarmente severo nei confronti del nostro mondo. Il nuovo Blade Runner saprà cogliere lo spirito dei tempi come il suo predecessore?

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In questa realtà, siamo in tanti – decisamente troppi – a svegliarci ogni mattina nella pelle morta di un replicante. Siamo tutti simulacri, prigionieri di un domani che non ci appartiene e che non presenta sbocchi per le nostre aspirazioni, per l’esercizio dei nostri sogni, per l’applicazione della nostra libertà. Viviamo in un incubo, con l’ossessione di un cacciatore di taglie messo sulle nostre tracce per riscuotere il premio del ritiro. E forse ci riuniremo in sala, fra un paio d’anni, per esercitare il rito collettivo della visione del simulacro di un film che parla di noi. Siamo lavori in pelle. E mancano ancora 5 anni al 2019.

Nell’articolo scritto a 4 mani con il critico, traduttore e studioso di letteratura americana Salvatore Proietti, docente all’Università della Calabria, pubblicato sul numero 72 di Robot, ci siamo dilungati su un tema che attraversa, in maniera più o meno evidente, un numero crescente di opere prodotte negli ultimi anni in seno alla fantascienza: i diritti delle creature artificiali.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

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L’identità personale si fa distribuita e si moltiplica. Il nostro ecosistema si è già modificato perdendo le originali presunte connotazioni di purezza naturale, e le prime applicazioni di augmented reality rendono ineludibile questa verità. Le tecnologie emergenti, sempre più spesso raccolte sotto la sigla NBIC (che raggruppa nanotecnologia, biotecnologie, information technology e cognitive science), adottato anche dalla National Science Foundation americana, producono effetti che diventeranno sempre più profondi e irreversibili man mano che si realizzano forme di convergenza tra i diversi settori della ricerca. Quanto dovremo ancora aspettare prima che soggetti che non condividono la nostra stessa natura biologica comincino a rivendicare i loro diritti? Robot, androidi, cyborg, intelligenze artificiali, cloni, simbionti, creature ibride, dalla duplice natura, prefigurano la nuova realtà di un mondo che non può più trincerarsi dietro l’esclusività dei benefici e dei diritti della contemporaneità, ma che anzi deve lavorare su una logica inclusiva per estenderli a tutti.

In un celebre passo della Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria, leggiamo:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da uomini, per esprimere la loro idea su quali condizioni debba rispettare un governo di altri uomini per essere da loro accettato. Qualcuno ha idea del perché un’intelligenza artificiale dovrebbe accontentarsi di qualcosa di meno di quanto richiesto dagli uomini?

Da questa consapevolezza nasce un approccio etico, come quello proposto nel 2006 da Gianmarco Veruggio, direttore della Scuola di Robotica di Genova e promotore della cosiddetta roboetica, l’etica applicata alla progettazione e allo sviluppo nei campi della robotica e dell’automazione. All’aumentare dei benefici potenziali, nella robotica come in qualsiasi altro settore della ricerca aumentano anche i rischi. Per questo la presenza massiccia di creature artificiali nel futuro verso cui ci stiamo muovendo pone l’opportunità e anzi il bisogno di una riflessione sulle regole che dovranno gestire il rapporto tra umani e macchine.

Prima che la realtà ci presenti un conto da pagare – come insegna la storia – comprensivo di interessi.

HieroglyphIl Project Hieroglyph nasce dal confronto di Neal Stephenson, autore di monumentali opere di fantascienza fortemente ancorate al sostrato tecnologico come Snow CrashCyptonomicon, il Ciclo Barocco e Anathem, con i docenti e i ricercatori della Arizona State University, che lo hanno invitato a considerare la possibilità di sviluppare, attraverso le sue opere, idee che potessero essere adottate e implementate sul breve-medio termine da scienziati, ingegneri, architetti. Esaltando, in questo modo, le caratteristiche della fantascienza di condizionare il progresso tecnologico. Il progetto, che ha subito attirato l’interesse di numerosi colleghi (da Bruce Sterling a Cory Doctorow, da Kathleen Ann Goonan a Elizabeth Bear, da Rudy Rucker a Charlie Jane Anders, in molti hanno contribuito con le loro storie all’antologia Hieroglyph curata da Ed Finn e Kathryn Cramer), è interessante soprattutto per un motivo: nasce programmaticamente per mettere a confronto le visioni di scrittori e scienziati e creare uno spazio comune di riflessione e discussione sul futuro, capace di autoalimentarsi attraverso una sorta di catena di retroazione positiva.

Martedì scorso Marco Passarello ne ha parlato su Repubblica Sera, in un articolo che riportava anche i punti di vista di alcuni autori italiani, tra cui anche il sottoscritto. Come riporta ora sul suo blog, Marco pubblicherà la versione integrale del pezzo, completa degli interventi di tutti gli autori consultati, sul prossimo numero di Robot. Intanto qui potete leggere l’articolo scritto per Repubblica. Dove mi sono scoperto nel ruolo del più possibilista tra tutti i colleghi italiani consultati sul progetto. La qual cosa, viste le cose che solitamente scrivo, potrebbe destare una certa incredulità. Rimando al prossimo numero di Robot per circostanziare meglio il mio pensiero, in maniera da non bruciare l’articolo integrale di Marco, e in questa sede riporto solo un breve estratto che forse serve a precisare meglio la mia posizione:

A mio avviso è solo collaterale la connotazione che pure si sta dando al progetto in relazione a un approccio

Author Neal Stephenson writes of a fictional 20km-tall tower constructed of steel (source: BBC News Magazine)

Author Neal Stephenson writes of a fictional 20km-tall tower constructed of steel (source: BBC News Magazine)

improntato all’ottimismo tecnologico. È solo un pretesto il ricorso alla contrapposizione verso il filone dei futuri distopici, pressoché dominante negli ultimi decenni, un espediente utile a marcare ulteriormente i contorni di questo tipo di fantascienza, con lo svantaggio di offrire una visione parziale, riduttiva e in definitiva ingrata della fantascienza più cupa. Dopotutto, come fa notare giustamente Annalee Newitz, altra importante personalità che ha aderito al progetto, anche nelle sue manifestazioni pessimiste la fantascienza non può essere liquidata come puro e semplice sensazionalismo nichilista: “[queste opere] nascondono anche imprevedibili messaggi di speranza. Se riusciamo a richiamare l’attenzione su questi avvertimenti immaginari […], allora possiamo anche immaginare le soluzioni prima che il disastro colpisca”.

Non dimentichiamo che William Gibson iniziò a presentarci [il cyberspazio] in storie oppresse da una pesante cappa di pessimismo. Eppure la tecnologia e l’uso che ne faceva la strada venivano presentate come risorse nelle mani dei preteriti, degli ultimi, dei reietti relegati ai margini della società, sottolineandone in tal modo la natura di arma a doppio taglio. È come se ogni distopia racchiudesse in sé, opportunamente camuffato, il seme di un’utopia.

Comunque, dal punto di vista strettamente critico, mi piace constatare come la mia posizione odierna sia abbastanza in linea con quella che esprimevo nel 2008 in relazione a un dibattito analogo in corso all’epoca nel mondo anglosassone. Lasciamo gli autori liberi di scrivere la fantascienza che preferiscono. Quello che conta è l’onestà di ciascuno di noi verso se stesso e verso i lettori.

Qualche giorno fa è stato pubblicato il dossier del comitato promotore per Matera Capitale Europea della Cultura 2019 e l’offerta preparata dagli organizzatori si è rivelata ricca di sorprese. Fin dall’annuncio della sua candidatura nutro – per ragioni affettive – forti speranze sulla capacità di Matera di rivestire questo ruolo, ma è stato comunque fonte di stupore ritrovare nel progetto così tanti punti di affinità con la mia visione della cultura e dello sviluppo territoriale. Qualche esempio? Eccovi alcuni passaggi, organizzati per aree tematiche:

1. Futuro Remoto: […] una riflessione sul nostro rapporto millenario con lo spazio e le stelle che, ripercorrendo i passi di uno dei residenti più illustri della regione, Pitagora, esplora l’antica bellezza universale della matematica; al tempo stesso, analizzeremo le infinite possibilità dei futuri remoti, contemplando città volanti e ambientando in luoghi di suggestione spirituale (come le chiese rupestri) o cosmologica (come il Centro di Geodesia Spaziale) concerti sperimentali.

2. Continuità e Rotture: […] la città sta ancora cercando di venire a patti con la sua identità fisica, e come in molte altre città europee il suo rapporto con la modernità può dirsi conflittuale. […] Matera 2019 è un’occasione per considerare il tema dell’estrazione del petrolio in Basilicata come un’opportunità per interrogarci sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente.

3. Utopie e Distopie: […] il tema “Utopie e Distopie” trasformerà Matera in un terreno su cui immaginare alternative possibili a realtà che diamo per scontate.

4. Radici e Percorsi: […] la Basilicata ha sempre rappresentato uno spazio di incontro e convergenza.

5. Riflessioni e Connessioni: Il programma intende provare che l’arte, la scienza e la pratica diffusa della cittadinanza culturale possono rappresentare in tutta Europa gli elementi catalizzatori di un nuovo, rivoluzionario modello di comunità, radicato nella “pratica della vita quotidiana”.

Questa tensione verso il futuro è sintetizzata anche nello slogan “Open Future“. Se non è fantascienza questa… Per me il 2019 è sempre stato l’anno di Blade Runner. Il 18 ottobre scopriremo se invece non possa diventare anche l’anno di Matera, capitale europea della cultura.

Matera

Intanto è bene che sappiate che sabato mattina 27 settembre, a partire dalle 11.15, sarò ospite proprio nella città dei Sassi con Donato Altomare (presidente della World Science Fiction Italia) dell’incontro Sud e Fantascienza, un futuro post cyberpunk, organizzato presso l’Istituto Tecnico Economico e Tecnologico Loperfido – Olivetti nell’ambito dell’XI edizione del Women’s Fiction Festival. Presenteremo Corpi spenti e parleremo di fantascienza, futuro, vita, universo e tutto il resto. A fare da ospite e moderare l’incontro con le classi dell’Istituto Tecnico e del Liceo Scientifico sarà con noi Filippo Radogna. Mi piace pensare che questo sia il nostro piccolo contributo fantascientifico alla road map tracciata verso il 2019, e tutti insieme ci auguriamo che possa non essere l’ultimo.

C’è una cosa più odiosa delle innumerevoli dittature delle minoranze disseminate lungo il cammino della civiltà, se così vogliamo definirla. È la dittatura della maggioranza, molto più subdola e meschina delle pur dannosissime minoranze oppressive che abbiamo conosciuto. E la base ideologica, la confusione semantica su cui si regge, sono i tratti distintivi che mi fanno più ribrezzo: la dittatura della maggioranza si fonda sull’equivoco che il numero giustifichi tutto, che la prevalenza numerica legittimi ogni tipo di misura promossa da una fazione maggioritaria, come se il consenso acquisito implicasse automaticamente l’accettazione e il sostegno da parte dei suoi sostenitori nei confronti di qualsiasi disposizione promossa dalla maggioranza.

La realtà ci insegna che le semplificazioni sono deleterie, eppure dobbiamo fare ancora molta strada per maturare una vera sensibilità verso la complessità delle situazioni: troppi di noi continuano a leggere la realtà secondo un approccio riduzionista, sposando la logica binaria del tutto bianco o tutto nero, tutto vero o tutto falso, tutto giusto o tutto sbagliato. La percezione delle sfumature è il fronte strategico più delicato su cui dobbiamo ancora lavorare per aiutare il progresso e l’evoluzione della civiltà.

In quella maggioranza che oggi in Italia sembra essersi saldata per modificare i pilastri della nostra Costituzione, esiste un seguito numerico solo virtuale. Esiste un fronte di partiti che può contare sulla maggioranza schiacciante, in termini di consensi raccolti alle ultime elezioni politiche del 2013, ma nessuno dovrebbe dimenticare che più o meno ciascuno di questi partiti era portatore nel febbraio 2013 di una diversa idea di maggioranza, ciascuno influenzato dalla propria matrice politica. In quella maggioranza che oggi scalpita e s’infastidisce per ogni tentativo di resistenza alle “riforme” che va propugnando, convivono realtà così diverse che, in caso di voto a novembre, è più probabile che si finisca per innescare una frammentazione a catena rispetto al sistema “tripolare” emerso nel 2013 piuttosto che una polarizzazione netta tra due opposti ben definiti, secondo quel principio aggregante che tutti sembrano oggi riconoscere al premier in carica. E non dovremmo nemmeno dimenticare che il 41% raccolto dal principale partito di questa maggioranza alle ultime consultazioni europee è maturato appunto in un ambito che non era quello del voto politico mirato a eleggere la rappresentanza parlamentare chiamata a esprimere un governo: il governo in carica non ha mai ricevuto dai cittadini un’investitura o una sfiducia sul programma che va perseguendo, perché il popolo italiano non è ancora mai stato chiamato a pronunciarsi sulla materia.

Lo spettacolo a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi è raccapricciante per chiunque nutra un pur minimo rispetto per i diritti. E purtroppo da qualche giorno la già aggressiva strategia del pugno di ferro adottata dal governo sembra preludere a un salto di qualità. Il fatto che le opposizioni, così diverse tra loro e alcune fino a qualche settimana fa ancora così battagliere, si siano viste costrette a un’azione che di colpo ne ha scoperto la totale impotenza, lasciandole nude e disarmate di fronte all’opinione pubblica del Paese, dovrebbe darci da pensare. La richiesta di un colloquio con il Presidente della Repubblica e il rifiuto di quest’ultimo, la carica di massima garanzia prevista dalla Costituzione, lascia basiti e sconcertati. Non ho altre parole per esprimere la mia preoccupazione.

La catena di eventi che è stata ormai innescata, a meno che non venga spezzata da un sussulto estremo di coscienza o logorata dall’ostruzionismo parlamentare, non ci porterà a niente di buono. Non c’è bisogno di scomodare i pur preoccupanti paralleli con il piano di rinascita nazionale che pure imbarazzerebbero chiunque. Quello che è certo è che dietro le manovre di questi mesi appare sempre più evidente la logica del dominio che ispira l’azione del manovratore, per superare il caos degli ultimi anni con l’instaurazione di una nuova egemonia che non sembra poi così diversa da quella vecchia che ci ha tenuti soggiogati per vent’anni. Per questo, malgrado le riforme vengano presentate in maniera martellante come una misura necessaria di sviluppo e progresso, tutto quello che vedo io è la pretesa di una restaurazione. E anche per questo dovremmo tutti impegnarci a esercitare meglio il nostro senso critico, per riuscire a cogliere nelle sfumature i rischi che minacciano il nostro futuro.

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