Oggi vi propongo un racconto bonsai, scritto nel 2008 e già pubblicato sullo Strano Attrattore, sull’esperienza privata di un’apocalisse di portata planetaria.

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All’inizio sembrò che nessuno potesse togliersi dalla mente il lento e inesorabile compiersi di quell’apocalisse cosmica. Tutti pensavamo che non avremmo mai dimenticato quella notte, la notte in cui tutto cambiò.

Quello che forse più impressionò all’epoca fu il silenzio totale in cui parve piombare il mondo nella sua interezza. Le auto si fermarono per strada, ovunque si trovassero, in qualunque posto fossero dirette e per qualsiasi motivo ci stessero andando. Il controllo aereo rimase paralizzato per lo stupore dei supervisori di turno, gli aerei inchiodati a terra. I treni restarono immobili nelle stazioni. Non è eccessivo dire che il mondo intero si fermò.

Incapaci di fare altro, tutti rimanemmo con il naso per aria e gli occhi puntati sulla scena del cataclisma.

Considerate le circostanze, sarebbe stato lecito aspettarsi un rumore di qualche tipo: se non il fragore di un olocausto termonucleare, almeno l’eco del cataclisma, attenuata dagli abissi siderali che ci separavano dall’evento. E molti di noi aspettavano sul serio l’arrivo del fronte sonoro dell’apocalisse. Attendemmo di venirne investiti e magari sperammo che il contraccolpo servisse a ridestarci dal torpore emotivo in cui tutti eravamo sprofondanti, volenti o nolenti; alcuni si aspettavano, magari, che un boato di qualche tipo rivelasse che si era trattato solo di un caso di allucinazione, magari un fenomeno di illusione di massa. Credo che in ognuno di noi ci fosse una briciola di speranza che potesse essere solo un brutto sogno e così, in una misura o nell’altra, tutti attendevamo di risvegliarci dall’incubo. Ma attendemmo invano.

Non ci fu nessun effetto sonoro, nessuna onda acustica ci riportò a una realtà diversa da quella che, nel breve volgere di qualche minuto, ci strappò alle nostre radici, portandoci via un pezzo della storia che ci apparteneva e, con quella, scampoli di quanto eravamo ed eravamo stati, senza brusche soluzioni di continuità, fin dalla notte dei tempi.

Quella notte, la notte in cui perdemmo la Luna, tutti ci confrontammo per un istante con il dubbio che il satellite che si andava via via sgretolando stesse pagando per le nostre colpe. All’inizio vedemmo quello che pareva un alone di detriti levarsi dalla superficie e avvolgere la sua faccia bianca, ma ben presto la nube si dimostrò essere qualcosa d’altro. I suoi moti caotici non erano del tutto privi di una certa forma oscura di intenzionalità: non erano l’effetto passivo di un cataclisma che stava coinvolgendo la Luna, erano la manifestazione esteriore del cataclisma che la stava investendo. Ma c’impiegammo comunque più tempo di quanto ne richiese l’evento per accettare l’idea.

Guardavamo la palta grigia divorarla un millimetro cubo dopo l’altro e non ci rendevamo conto che i millimetri erano in realtà chilometri e che la distanza, in quel momento così tragico, non attenuava solo il lamento agonizzante della Luna ma anche la reale portata dell’evento. Assistemmo impotenti alla sua disgregazione e sublimazione in qualcosa d’altro: uno sciame cosmico, secondo i termini che avrebbero poi adottato gli esperti, che ignorò la Terra e si diresse oltre, puntando verso l’orizzonte alieno di una frontiera che potevamo solo immaginare.

Nemmeno la distanza servì invece a ridimensionare le proporzioni dell’impatto psicologico. Ognuno cercò di reagire come meglio poté. Nei giorni che seguirono cominciò una lenta terapia collettiva di rimozione, che operò a un livello profondo, penso addirittura di coscienza di specie, perché d’un tratto eravamo stati costretti a fronteggiare – tutti insieme – la perdita di qualcosa che i nostri padri e i padri dei nostri padri prima di loro avevano dato per scontato. L’ordine delle cose si era infranto e, con esso, una parte della nostra sicurezza e della nostra audacia. Ma niente di definitivo.

A volte però il ricordo riaffiora. E mi ritrovo a pensare alla Luna e al suo tocco argenteo sulle montagne, alla Luna e ai pleniluni arrossati sopra i tetti delle città, alla Luna e alla poesia che, nel corso dei secoli, non aveva mai smesso di ispirare negli uomini. Forse è questa potenzialità, questa essenza intrinseca che non necessita forzatamente di un’espressione per rivelare la sua immensità, la cosa che più mi manca.

A partire da quella notte abbiamo finito per convincerci che il cielo stellato fosse tutto quello di cui avevamo bisogno. Niente Luna, niente fasi lunari, niente maree, niente giustificazioni per gli sbalzi d’umore. Il cielo stellato, con Orione a dominare incontrastato l’inverno e il sentiero luminoso della Via Lattea a risplendere sulle notti d’estate, al di là delle stagioni è cristallizzato in un eterno novilunio. È tutto ciò che ci resta. Il cielo stellato e nient’altro.

Ma qualcuno ancora si domanda cosa ne sarà di quello e se le stelle sapranno meritarsi un destino diverso. Il nostro crimine ha proiettato l’ombra oscura di un’eclisse irreversibile verso nuovi e sconosciuti orizzonti, esposti da quella notte a una nuova e sconosciuta minaccia. E quei pochi che ancora ricordano la falce crescente o la luna calante come un sorriso un po’ triste aperto sul volto della notte, non possono non provare una stretta al cuore al pensiero della storia, della bellezza, del mistero, di cui siamo rimasti orfani la notte che, a causa di una distrazione, perdemmo la Luna.

[Immagine tratta dal film di animazione 5 cm per second di Makoto Shinkai.]

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