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Finora conoscevo Mark Fisher solo indirettamente, ovvero attraverso qualche estratto delle sue opere, le sue interviste e le cose che altri scrivevano su di lui. Critico culturale, teorico politico e sottile pensatore, dopo essersi suicidato a nemmeno cinquant’anni il 13 gennaio 2017, Fisher è progressivamente e regolarmente approdato con i suoi scritti anche qui da noi, grazie a Not che ne ha pubblicato il manifesto politico (Realismo Capitalista) e a Minimum Fax che si è impegnata nella pubblicazione sistematica dei suoi scritti. Grazie a questa attenzione, ho potuto accumulare nel frattempo diverse sue opere in casa, e negli ultimi giorni, approfittando dello spiacevole imprevisto di un autoisolamento domestico, ho cominciato ad andare oltre il semplice e distratto sfogliare quelle pagine. Che fin da subito hanno iniziato a chiudere spettrali risonanze con alcune riflessioni con cui da qualche mese mi sto dilettando (per esempio: in questo e in quest’altro post a tema nostalgia).

Per la precisione, sono bastate poco più di quindici pagine di Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti (Minimum Fax, traduzione di Vincenzo Perna, 2019), per ritrovare concetti su cui mi arrovellavo senza trovare una quadra. Nel primo scritto di questa raccolta, che s’intitola programmaticamente «La lenta cancellazione del futuro», Fisher parte dall’episodio finale di Zaffiro e Acciaio, serie di culto della TV britannica trasmessa tra il 1979 e il 1982, per approdare alla definizione del titolo, ripresa da una riflessione di Franco Bifo Berardi:

Eternamente sospesi, prigionieri senza fine, bloccati oer sempre in una situazione e con un’origine mai pienamente chiarite: la segregazione di Sapphire e Steel in quel vecchio caffè nel mezzo del nulla appare profetica di una condizione più generale, in cui la vita continua ma il tempo si è in qualche modo fermato.[…] L’ipotesi di questo libro è che la cultura del ventunesimo secolo sia caratterizzata dallo stesso anacronismo e dalla stessa inerzia che affliggono Sapphire e Steel nella loro missione finale. Ma che tale stasi sia stata sotterrata, sepolta sotto una superficiale frenesia di «novità», di movimento perpetuo. Lo «scompaginamento del tempo», l’assemblaggio di ere precedenti, ha ormai cessato di meritare qualsiasi commento: oggi è talmente diffuso da non essere neppure notato. [pag. 17]

La riflessione di Fisher sgombra subito il campo dalla fin troppo facile identificazione con la nostalgia dei vecchi che rifiutano il nuovo, perché non è di quello che stiamo parlando. In effetti, Fisher si dice piuttosto allarmato dalla persistenza di schemi, modelli e forme perfettamente riconoscibili e riconducibili al passato, in un contesto che rende superflua qualsiasi etichetta di retromania a causa dell’assenza stessa di un’idea del futuro, o anche solo di un gusto ben definito nel presente, a cui contrapporre qualsivoglia processo di retrospezione. E questo accade tanto in ambito musicale quanto cinematografico, al punto da acquisire una rilevanza culturale tout court.

Richiamando la definizione del critico letterario e teorico politico statunitense Fredric Jameson e i suoi studi sul postmodernismo e la società dei consumi, Fisher parla di «modalità nostalgica»: in altre parole, non la nostalgia psicologica che ritroviamo negli scritti degli autori modernisti (Joyce, Proust) coi loro “ingegnosi esercizi per ritrovare il tempo perduto“, bensì “un’adesione formale alle tecniche e alle formule del passato, una conseguenza della rinuncia alla sfida modernista di innovare le forme culturali adeguandole all’esperienza contemporanea“.

È interessante vedere come questa critica si salda, in Fisher, con la dimensione sociopolitica e l’analisi storica tipica delle sue riflessioni, anche qui chiudendo un cortocircuito con la disamina dei meccanismi di alienazione del tempo che andavamo investigando a proposito dell’unica vera dittatura che dovremmo aver imparato a conoscere, quella della cronofagia:

Non è vero che nel periodo in cui ha preso piede la lenta cancellazione del futuro non è accaduto nulla. Al contrario, questi trent’anni sono stati un periodo di massiccio e traumatico cambiamento. In Gran Bretagna l’elezione di Margaret Thatcher ha messo fine ai precari compromessi del cosiddetto consenso sociale postbellico. Il programma politico neoliberale della Thatcher è stato supportato da una ristrutturazione transnazionale dell’economia capitalistica. Il passaggio al cosiddetto post-fordismo – con la globalizzazione, l’onnipresente computerizzazione e la precarizzazione del lavoro – ha prodotto una completa trasformazione del modo in cui in precedenza erano organizzati lavoro e tempo libero. Negli ultimi dieci o quindici anni, intanto, internet e le tecnologie di telecomunicazioni mobili hanno completamente modificato la trama dell’esperienza quotidiana. Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare. [pag. 20-21]

La modalità nostalgica individuata da Jameson e Fisher si esprime attraverso la “rinuncia a ogni esplicito riferimento al passato” e “un profondo struggimento nei confronti di una forma del passato“. Si tratta di un meccanismo anche identificativo che ha portato al successo planetario di franchise come Star Wars, ma che potremmo senza fatica intercettare anche alla base della recente travolgente ondata dei film di supereroi (prima o poi ci torneremo).

Ed è qui che fa la sua comparsa folgorante un termine che abbiamo usato, in tempi non sospetti, sebbene con una valenza estremamente specifica, anche da queste parti:

Se il periodo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta ha rappresentato il momento in cui si è avvertita per la prima volta l’attuale crisi della temporalità culturale, è stato soltanto nella prima decade del ventunesimo secolo che si è rivelata endemica quella che Simon Reynolds ha definito «discronia». Mentre tale discronia e disgiunzione temporale dovrebbero in teoria risultare perturbanti, il predominio di ciò che Reynolds definisce «retromania» significa invece che esse hanno perso qualsiasi carica di tale tipo: l’anacronismo viene oggi dato per scontato. Il postmodernismo di Jameson – con le sue propensioni alla retrospezione e al pastiche – è ormai naturalizzato. [pag. 27]

Siamo ancora all’inizio di questo viaggio, ma la discesa nel pensiero di Fisher già si annuncia ricca di scoperte.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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