La scorsa settimana io9 ha ospitato un illuminante editoriale di Annalee Newitz, in cui la capo-redattrice s’interroga sui meccanismi sociali che portano una storia a diventare virale. L’autrice porta all’attenzione del lettore la propria lunga esperienza nell’editoria on-line e fa notare come tra una qualsiasi storia (o, meglio, qualsiasi unità/frammento di informazione) e la popolarità si frapponga nell’era dei social network (Facebook, Twitter, Reddit, Pinterest…) un ostacolo, che per analogia con la valle del perturbante (uncanny valley) di Masahiro Mori potremmo definire valle dell’ambiguità: nelle parole di Annalee Newitz, “l’uncanny valley del giornalismo virale” non è altro che la zona in cui ricadono le notizie troppo complesse, quelle che richiedono una presa di posizione netta da parte di chi legge e condivide, quelle che espongono sui social media al rischio dell’incomprensione e del fraintendimento.

Tutti vogliamo sembrare più intelligenti o più brillanti, attraverso l’immagine sociale che ci creiamo attraverso le informazioni (o presunte tali) che rimbalziamo sui nostri profili, dando l’impressione di saperne qualcosa. Per questo pochi di noi sono disposti a rischiare con una storia che ricade nella valle dell’ambiguità, che inevitabilmente finisce per prestarsi all’interpretazione di chi di volta in volta legge. In altre parole, sono le storie a senso unico quelle che condividiamo, non quelle che necessitano di analisi.

The Valley of Ambiguity, by Annalee Newitz (credit: io9)

The Valley of Ambiguity, by Annalee Newitz (credit: io9)

La qual cosa, se vogliamo spingerci un po’ più oltre, è il principale motivo di disillusione di chi come me ha scoperto il significato di ipertesto leggendo autori postmoderni come Thomas Pynchon, o apprezzando il lato più sperimentale della fantascienza negli autori della new wave e negli esponenti del cyberpunk. Tutti i loro lavori, per quanto possano essere intrisi di paranoia e sensibilità distopica, in fin dei conti racchiudono in embrione la possibilità che una società maggiormente connessa sappia operare una sorta di estrazione del valore dalle persone su cui si fonda. A giudicare dalla marea di banalità e fake che vediamo abbondantemente condivisi sulle nostre bacheche Facebook, dobbiamo rassegnarci di fronte alla triste verità di essere ancora lontani da un simile traguardo.

Dopotutto, come faceva notare William Gibson fin dagli anni ’90, è la strada a trovare il proprio uso per le tecnologie, al di là dei propositi di ingegneri, scienziati e sociologi. E sulle autostrade elettroniche degli anni ’10, niente è più importante dell’appeal dei nostri simulacri sociali. Il che non significa che le storie complesse non vengano lette – o magari apprezzate – solo che l’interesse perché lo si sappia in giro passa in secondo piano rispetto alla ricaduta benefica che può trarre la nostra immagine dalla condivisione di uno qualsiasi dei memi dilaganti per la rete. Potremmo sostenere che la complessità e la necessità di indagine e approfondimento critico sono i principali avversari di questa stagione, basata sulla distrazione di massa, sull’immediatezza, sulla semplificazione necessaria, sempre e a tutti i costi (basta dare uno sguardo alle pagine dei giornali, ai format televisivi, ma anche a tanti web-magazine di successo).

Questo è un discorso che si applica bene anche alla popolarità del connettivismo: non esistono precedenti per misurare il divario che tipicamente abbiamo modo di sperimentare tra l’interesse suscitato dai nostri temi, dal nostro approccio, dal nostro punto di vista sul futuro e sull’immaginario, nel corso di incontri pubblici o conversazioni “private” con lettori e altri autori, e la popolarità che gli stessi temi, le stesse prese di posizione e gli stessi spunti riescono a innescare nella sfera social. Con la conseguente ingannevole impressione che i connettivisti siano sempre chiusi su se stessi, in una specie di setta o di combriccola senza alcun interesse ad affacciarsi sul mondo esterno, e con gran sorpresa dei nostri interlocutori ogni volta che si arriva al dunque nel mondo reale al di fuori di Facebook e blogosfera.

Una sorta di paradosso di questa stagione, insomma. Che suggerisce delle riflessioni, prestando sempre la massima attenzione a non ricadere in sterili generalizzazioni come in semplificazioni altrettanto controproducenti: esistono delle leve per poter “aiutare” l’inerzia delle nostre idee? Ma poi, vale davvero la pena cercarle, se il senso di questa particolare stagione storica resta l’istantaneità e l’immediatezza? O piuttosto non conviene attendere che i tempi siano maturi per una rivalutazione completa del nostro lavoro, e nel frattempo continuare a svolgere il nostro lavoro nella più totale autonomia dai mutevoli fattori esterni della contemporaneità? Un dubbio, temo, che in molti prima di noi sono già stati costretti ad affrontare.

Advertisements