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Giorno 40 dell’entrata in vigore delle prime misure restrittive valide per il territorio italiano. 3.491 nuovi casi ieri, ma per una volta evitiamo di snocciolare le solite cifre.

Secondo i dati divulgati dal gruppo di ricerca CoVstat_IT il coefficiente R0, il cosiddetto numero di riproduzioni di base che misura «il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione interamente suscettibile, cioè mai venuta in contatto con il virus» e quantifica quindi il grado di potenziale trasmissibilità della malattia, si sta effettivamente avvicinando alla fatidica soglia unitaria, al di sotto della quale si avrà l’attesa perdita di slancio della propagazione del contagio (il migliore intervento che ho letto sull’argomento è quello di Paolo Giordano per le pagine del Corriere della Sera; e anche se trattandosi del quotidiano di via Solferino lo faccio decisamente a malincuore lo linko qua). Il 26 febbraio l’R-zero valeva 4,27, il 31 marzo 1,58, oggi è 1,09. E benché si tratti di una grandezza derivata, figlia del modello adottato per stimarla, l’accordo tra le stime che circolano da alcune settimane sembrano se non altro testimoniare l’efficacia delle misure di distanziamento sociale adottate per contenere il contagio.

Tutto bene, dunque?

Soffermiamoci un attimo sul confronto pubblicato da YouTrend tra le previsioni del governo e l’andamento reale dei nuovi casi:

In realtà si tratta di un grafico che circola da qualche settimana, ma il trend consolidatosi nel frattempo dà una misura dell’ampiezza dello scarto tra quelle che erano le attese per gli effetti del lockdown e quello che sta realmente accadendo: ballano più di 3.000 casi al giorno, e non solo oggi, ma da più di un mese. I conti si fanno presto a fare: sono quasi 100.000 casi in più rispetto alle previsioni, e se oggi ne abbiamo in totale 175.925 (di cui 107.771 ancora positivi) significa che ogni valutazione di ripartenza relativa alla tanto attesa Fase 2 – ammesso e non concesso che con le centinaia di esperti coinvolti nelle varie task force e commissioni istituite dal governo ci siano state delle valutazioni di ripartenza (448 persone in 15 comitati, per una media di 30 teste coinvolte a ogni tavolo) – si basava al momento del lockdown su previsioni che sono state smentite con ampio margine dalla realtà, sottostimate di più del 100% rispetto ai dati ufficiali.

È legittimo sperare che nel frattempo i consulenti convocati dal governo abbiano modificato i modelli per includere nell’elaborazione degli scenari futuri i nuovi dati provenienti dal territorio, anche se sappiamo tutti ormai che quei dati sono in ogni caso molto inferiori ai casi totali di contagio avvenuti in Italia (nelle stime migliori di un ordine di grandezza) e affetti da una sistematicità di errore che ci costringe a basare ogni valutazione sull’andamento su basi poco più che puramente qualitative. Dopotutto hanno avuto come tutti noi più di un mese per lavorarci… Ma il fatto che non siano circolate previsioni diverse da quella usata per il confronto che stiamo esaminando non è molto incoraggiante.

Vale la pena quindi ragionare sulla Fase 2 con questi presupposti?

Da più voci arrivano da settimane appelli a sapere almeno se un progetto di ripartenza esista, ma ogni giorno che passa la sensazione che ci si sia fatti prendere in contropiede, senza almeno un piano B e sicuramente nemmeno un piano di riserva al piano di riserva, si consolida. E con queste premesse non sono troppo d’accordo nemmeno con chi invita – e sono sempre più numerosi tra l’altro, a questo punto – a guardare ciò che stanno facendo gli altri paesi e copiarli pedissequamente. Si tratta di un argomento fallace, secondo me, perché se è vero che conviene sempre guardare ciò che succede oltre la porta di casa, è altrettanto vero che ciò che è avvenuto da noi è anche il risultato di decenni di scelte infelici, dal clientelismo al decentramento alla riduzione dei posti letti allo smantellamento dell’assistenza medica intermedia tra case e ospedali e chi più ne ha…

Quindi, se da una parte è comprensibile invocare riaperture almeno selettive dei servizi non essenziali e un cauto ritorno alla «vita di prima», dall’altra abbiamo una serie di considerazioni che ci inducono a non poter essere così ottimisti. Per poterci arrivare saranno inoltre necessarie una serie di misure legate al tracciamento dei contagi (è di pochi giorni fa la notizia della scelta da parte del governo dell’applicazione per il contact tracing), all’adozione di test sierologici efficaci per valutare la reale estensione dei casi entrati in contatto con il virus e, in attesa di avere un vaccino prodotto su larga scala e in quantità sufficienti per tutta la popolazione ancora suscettibile, alla possibilità di disporre chiusure mirate ovunque si renda necessario, per prevenire un nuovo caso Val Seriana.

In aggiunta a questo, è importante che la giusta spinta a farsi carico della responsabilità della scelta, onere e onore di chi ci governa, non produca la più classica delle eterogenesi dei fini a cui la politica ci ha abituati: nascondere dietro le scelte prese in una situazione di emergenza (in cui, al di là della situazione sanitaria, sicuramente c’è anche una parallela crisi economica, testimoniata dai 3,7 milioni di lavoratori che con il lockdown hanno visto venir meno l’unica fonte di reddito delle loro famiglie) l’inefficacia di misure di più ampio respiro. Tanto più che, come ha dichiarato il consigliere scientifico del ministero della Salute Walter Ricciardi, già presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e oggi membro del consiglio esecutivo della World Health Organization, la seconda ondata è pressoché certa: le prossime disposizioni dovrebbero però evitare di vanificare i sacrifici sostenuti finora, rischiando di anticiparne l’arrivo a prima ancora dell’estate.

Ripeto: è giusto cercare delle misure che vengano incontro ai milioni di italiani in difficoltà e agli altri che si aggiungeranno a queste cifre in uno scenario di estensione delle restrizioni che nessuno si augura; ma se la scelta è tra a. l’illusione di tornare alla «vita di prima» per poi riprendere l’impennata dei contagi e la conta delle vittime e magari essere costretti a una nuova chiusura nel giro di poche settimane o di qualche mese, e b. l’adozione di misure drastiche ma che consentano di iniziare la necessaria ristrutturazione del sistema; personalmente non ho esitazioni a optare per la soluzione b.

Una proposta possibile potrebbe partire dal corrispondere un reddito di base universale a tutti i lavoratori impossibilitati a tornare alle loro mansioni per la durata dell’emergenza e nel frattempo cominciare a:

  1. rafforzare il sistema sanitario nazionale, con a. la ricostituzione dei servizi di assistenza medica primaria rappresentata dalla rete dei medici di base e dei distretti socio-sanitari che col tempo sono stati smantellati, fusi o accorpati in un’ottica di efficientamento puramente economico; b. l’assunzione e regolarizzazione di medici e infermieri, di cui ci sarà inevitabilmente bisogno anche nel medio-lungo periodo, come ha dimostrato l’impreparazione con cui abbiamo dovuto fare i conti dopo legislature di tagli alla spesa;
  2. elaborare un vero piano scuola, che non può prescindere da investimenti seri e cospicui e non di mera facciata nell’edilizia scolastica (la mente va alle renzate varie e assortite, con tutto lo spettro che va dalle Scuole sicure alle Scuole belle…), per mettere in sicurezza le scuole e riprogettare gli spazi per la didattica; alleggerire la pressione sui docenti (dalle classi da 25-30 alunni a tutti i compromessi richiesti in termini di spese per i materiali didattici) e investire concretamente nella loro formazione (che significa accompagnare nel mondo della scuola docenti preparati e fare in modo che quelli giù in forze sviluppino le necessarie competenze per rimanere al passo con i tempi); sviluppare un serio programma di didattica a distanza che non rischi di lasciare indietro i milioni di alunni che vivono in famiglie che non possono permettersi un tablet o un computer o perfino una linea internet adeguata (le testimonianze dei docenti che si leggono in questi giorni sono tutte abbastanza in sintonia tra loro, riprendo quindi per comodità questa di Clauda Boscolo);
  3. se è vero che durante il lockdown il 55% dei lavoratori ha continuato a svolgere le proprie mansioni, in modalità smart working o direttamente in azienda, è altrettanto vero che la crisi dovrebbe averci insegnato qualcosa sull’importanza (se non proprio l’essenzialità) di alcune tra le categorie meno protette (non ultimi i rider e gli altri lavoratori inquadrati nella cosiddetta gig economy), a cui bisognerebbe riconoscere al più presto tutte le tutele necessarie;
  4. adottare misure anche severe volte a riqualificare il patrimonio immobiliare italiano, sanando soluzioni abitative al limite della vivibilità e riconoscendo a tutti il diritto a una casa commisurata alle esigenze (leggasi: numerosità) del nucleo familiare, che alleggerisca anche la concentrazione demografica delle città che si stanno dimostrando nient’altro che alveari-prigioni e ripopoli i tanti paesi, soprattutto del Centro-Sud, che per anni sono stati trasformati in ghost town dall’emigrazione verso le città del Nord Italia.

Non sono misure che si può pensare di rendere operative da subito, ma senza partire da qualche parte non verranno mai portate a termine. E credo che concorderemo tutti senza difficoltà che si tratta di scelte necessarie, anche se mi rendo conto che è un programma che ora come ora appare utopico, specie con questa classe politica e in queste condizioni. Ma un punto zero prima o poi dovrà essere fatto, e probabilmente se non si decide di farlo alla luce della severa lezione di questa emergenza allora non troveremo mai lo spirito di portarlo a compimento.

Basta saperlo, però, per evitare poi di tornare tutti a lamentarci la prossima volta che si presenterà la necessità di affrontare un’emergenza simile. Perché se c’è un’altra cosa su cui dovremmo essere tutti d’accordo, imbecilli di varie affiliazioni politiche a parte, è che questa situazione, pur nella sua singolarità, non rappresenta affatto un’eccezione ma nei mesi e negli anni che verranno diventerà una regola con cui convivere.

Giorno 39 dalla dichiarazione della Zona Rossa Italia. Raggiunti i 172.434 casi totali. 42.727 dimessi, di cui un numero imprecisato di guariti. 22.745 decessi sicuri, ma diverse migliaia di decessi stimati in aggiunta ai dati ufficiali: nelle case di riposo (e qui per la Regione Lombardia le cose iniziano a mettersi male, con buona pace per tutta la campagna propagandistica che ha accompagnato la gestione dell’emergenza, dalle dirette Facebook del suo assessore al Welfare all’ospedale in Fiera) o in isolamento domiciliare.

La curva dei contagi pare stia raggiungendo l’atteso picco, con tre settimane di ritardo rispetto al picco che in molti ci aspettavamo a fine marzo. Oggi il numero totale dei positivi è salito di sole 355 unità a 106.962: l’incremento minore dal 3 marzo, grazie anche al massimo finora raggiunto dal numero di guariti giornalieri (+2.563), ma sono comunque 10mila unità più del picco che prevedevamo solo la scorsa settimana.

Ma ormai su questi numeri l’attenzione si è molto ridotta, sia per le note metodologie già più volte discusse (e riassunte in questi due articoli del Post), sia per l’allentata pressione sul sistema sanitario nazionale, in particolare con una riduzione del tasso di occupazione delle terapie intensive dal 65% di inizio aprile a circa la metà negli ultimi giorni (37%).

Sulla validità, attendibilità, utilità o credibilità dei dati si sono aggiunti negli ultimi giorni questo commento di Francesco Costa e questo post di Luca Sofri che riprende uno studio di alcuni astrofisici che stanno seguendo l’evoluzione statistica dell’epidemia, e che hanno trovato per primi una spiegazione allo strano andamento ondulatorio della discesa del numero di contagi giornalieri: evitando spoiler per rovinarvi il gusto della scoperta, anticipiamo qui che i «picchi» visibili nella prima delle immagini qui sopra sono distanziati di… 7 giorni.

Tutto sommato, che fosse una farsa avevamo iniziato a sospettarlo già dopo la prima settimana di quarantena.

Ma a proposito di farsa guardiamo cosa sta succedendo nel mondo. Ovvero: 2.223.240 casi totali e 152.328 vittime. Gli USA hanno quasi raggiunto 700.000 casi e 37.000 vittime: i nuovi contagi continuano a crescere da giorni al ritmo di 30.000 al giorno, mentre la conta delle vittime ha visto il suo giorno più nero il 14 aprile, con oltre 6.000 decessi in ventiquattro ore. I numeri, come dimostra l’esperienza italiana, non devono trarre in inganno: gli Stati Uniti, fatte le debite proporzioni, si trovano più o meno dove eravamo noi a fine marzo; sono passate tre settimane e i casi sono continuati ad aumentare. Ma Donald Trump tira dritto per la sua strada e, spaventato da scenari economici sempre più foschi che difficilmente ne favorirebbero la rielezione (nell’ultimo mese sono state presentate 22 milioni di richieste per il sussidio di disoccupazione), ha deciso di andare allo scontro aperto con i governatori degli stati guidati dal Partito Democratico. Mentre lui dichiara di aver sospeso i finanziamenti alla World Health Organization, rea a suo dire di una cattiva gestione della crisi (ma in molti hanno riconosciuto nell’annuncio la solita strategia di Trump per sviare l’attenzione dalle sue responsabilità e dai suoi fallimenti), e propone un piano in 3 fasi per rimettere in moto l’economia, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo estende le misure restrittive fino al 14 maggio.

In Spagna i casi sono arrivati a 188.093, con 19.613 vittime. In Francia a 147.969, con 18.681 vittime. Nel Regno Unito 108.692, con 14.576 vittime, ma il 12 aprile il premier Boris Johnson ha lasciato l’ospedale in cui era ricoverato. In Germania, con 139.134 casi confermati, ci sono state appena 4.203 vittime. Il Portogallo si conferma al contrario una felice eccezione nel panorama del Vecchio Continente.

L’epidemia si diffonde anche in Turchia e Russia, inducendo il governo di Ankara a scarcerare 45.000 detenuti a rischio di contagio (ma non i «detenuti politici») e il presidente russo Vladimir Putin a una posizione inaspettatamente defilata nella gestione di una crisi la cui portata potrebbe essere già oggi più grave di quanto denunciano le cifre ufficiali (32.000 casi, meno di 300 vittime…).

Le autorità cinesi hanno rivisto al rialzo il numero di decessi avvenuti a Wuhan a causa della Covid-19: nella città focolaio della pandemia, ci sarebbero stati almeno 1.290 decessi in più rispetto alle stime originariamente diffuse dal governo. Il bilancio delle vittime sale così a 4.632.

La World Trade Organization nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto in cui prospetta una contrazione del commercio mondiale compresa tra il 13 e il 32 per cento. Nel secondo semestre del 2020 gli scambi potrebbero ripartire limitando i danni; al contrario, se la crisi dovesse proseguire, si potrebbe avere un risollevamento dell’economia solo a partire dal 2021, con un ritorno al volume di scambi di… dieci anni fa. In entrambi gli scenari, l’impatto della pandemia sembra destinato a dimostrarsi peggiore della crisi del 2008.

Previsioni sul volume degli scambi commerciali mondiali; scenari a confronto con la serie storica (fonte: WTO, via Il Post).

E degli scenari bisognerebbe ricominciare seriamente a parlare anche in Italia. Le stime dell’impatto della crisi per il nostro paese peggiorano di settimana in settimana: se a marzo si parlava di un calo del PIL mediamente intorno al 5%, per il Fondo Monetario Internazionale adesso la crisi si tradurrà in una perdita del 9,1%. Non siamo soli: la Germania perderebbe circa il 7%, l’Eurozona nel suo insieme il 7,5%, gli Stati Uniti il 5,9%. Ma siamo sicuramente tra i più colpiti.

Non a caso l’altro giorno la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, intervenendo all’inizio dei lavori di una sessione plenaria straordinaria del Parlamento Europeo, ha rivolto delle scuse all’Italia per non aver fatto abbastanza nelle battute iniziali della crisi. Mentre sono in discussione le nuove misure per fronteggiare la pandemia e le sue conseguenze economiche, con i paesi europei schierati  tra un fronte più intransigente e uno più favorevole a una maggiore flessibilità, questa autocritica è sembrata un’apertura alle istanze del nostro paese… e, giusto per non smentirsi, poche ore dopo i nostri rappresentanti politici all’Europarlamento, senza distinzioni di schieramento, hanno offerto l’ennesima dimostrazione della grande coerenza e dell’amore che nutrono per il nostro Paese. A riprova del fatto che viviamo tutti in una farsa, non c’è altra spiegazione.

Inevitabilmente anche i tassi di disoccupazione aumenteranno dappertutto: dal 10 al 12,7% in Italia, con l’Eurozona al 10,4%. Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha ribadito che bisognerebbe spendere tutto il necessario per sostenere l’economia dei paesi in crisi durante la pandemia e qualcuno si è spinto a ipotizzare un «reddito di quarantena», che mette i brividi fin dalla definizione. Ma con un pizzico di coraggio in più si potrebbe provare a guardare un po’ oltre il nostro naso.

Si prevedono tempi di enormi stravolgimenti e la situazione è talmente incerta che mai come nelle ultime settimane think tank, comitati e risk office hanno elaborato scenari tanto contrapposti. Senza essercene accorti, invece del picco dei contagi potremmo in effetti esserci messi alle spalle il picco del petrolio (il cosiddetto picco di Hubbert, che prende il nome dal geofisico americano Marion King Hubbert), che diversi studi prevedevano per questo decennio (e alcuni per il 2023), e che invece potrebbe esserci stato nel 2019. En passant, la curva di Hubbert (che altro non è che la derivata della funzione logistica o sigmoidale che sappiamo approssimare bene l’andamento dei casi totali) è proprio la funzione adottata nei modelli usati per descrivere l’andamento dei nuovi contagi giornalieri (l’andamento qui sotto è tratto per esempio dal post del 31 marzo).

Scenario_E2_casi_giornalieri_2020-03-31

Per accelerare la ripresa, paesi come la Cina potrebbero decidere di puntare sulla costruzione di nuove centrali a carbone, vanificando i benefici indirettamente comportati dal lockdown in termini di emissioni inquinanti.

Probabilmente con i settori dell’auto e dei trasporti aerei che riporteranno le perdite più gravi a causa della pandemia (e almeno per il trasporto aereo sembra davvero poco plausibile un rilancio nei prossimi mesi) e con il mercato dell’energia che si accinge ad accelerare i tempi di una transizione epocale, potrebbe essere arrivato il momento per rivedere l’intero modello di business su cui si reggono le nostre società occidentali. Ovviamente è presto per parlare di cambiamenti che potrebbero diventare effettivi solo sul medio-lungo periodo, come per esempio la riprogettazione del settore dell’energia, ma i piani decennali che alcuni paesi hanno già avviato potrebbero venire accelerati. Allo stesso tempo, gli effetti della pandemia potrebbero finire per mostrare anche ai più scettici i vantaggi di un sistema sanitario centralizzato o almeno coordinato centralmente e la necessità di  un piano di assistenza medica gratuita universale. Spingendoci ancora un po’ oltre, allora, con milioni di posti di lavoro che andranno in fumo prima che se ne possano creare di nuovi, probabilmente in settori diversi, è ancora così balzana la prospettiva di un reddito universale di base che non sia la ridicola parodia messa in piedi dal M5S in Italia?

Non lo so, ma sugli scenari torneremo sicuramente nei prossimi giorni. Intanto, una chiosa sull’Italia. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è detto pronto a chiudere i confini della regione se i suoi colleghi dovessero allentare le misure di sicurezza attualmente previste dal governo, con il rischio di una ripresa dei contagi a livello nazionale. Come qualcuno faceva notare, non è una prospettiva molto distante da qualcosa che capitava nelle pagine di Corpi spenti. La realtà potrebbe solo essere arrivata con quei 40 anni di anticipo, per non farci mancare ancora una volta niente. Nemmeno in tempi di pandemia.

Nel mondo i casi documentati di COVID-19 hanno superato le 800.000 unità, di cui 600.000 circa risultano ancora in corso. Gli USA hanno ormai doppiato la Cina, toccando quota 164.435 (contro 81.518). Le vittime tra i cittadini statunitensi salgono a 3.175 (contro 3.305), e il dottor Anthony Fauci, immunologo a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e consigliere del presidente Donald Trump per l’emergenza coronavirus, per tranquillizzare la popolazione di fronte a scenari che danno come possibili un milione di decessi, ha parlato di una forbice tra le cento e le duecentomila vittime nel paese. Trump, che nemmeno la gravità della crisi ha saputo richiamare alla realtà, appena qualche giorno dopo aver millantato una riapertura degli esercizi commerciali e delle fabbriche entro Pasqua, ha annunciato come se niente fosse che sarà un successo se riusciranno a stare sotto le centomila vittime: centomila decessi, centomila cittadini americani spazzati via da un virus che avrebbe dovuto sparire «per miracolo». E i sondaggi lo ripagano con il massimo del gradimento da parte degli elettori da tre anni a questa parte…

I morti nel mondo sono 40.633. In Spagna le cose stanno andando anche peggio che in Italia: 8.189 morti a fronte di 94.417 contagiati; a parità di giorni decorsi dal primo caso, l’Italia aveva 64mila casi e meno di 7mila vittime. Nelle ultime 24 ore il paese ha registrato 9.222 nuovi contagi; il picco italiano è stato di 6.557 contagi (il 21 marzo). Madrid si aspetta un impatto sul PIL pari al 4% a causa dell’ibernazione, come viene chiamato in Spagna il lockdown. Sono valori analoghi a quelli che circolavano in Italia un paio di settimane fa, prima che ulteriori valutazioni aggravassero le stime fino e oltre il 10% del PIL.

In Francia, la scrittrice Annie Ernaux (autrice, tra gli altri, di volumi di autofiction, a metà strada tra autobiografia, sociologia e prosa narrativa, come L’evento, Gli anni e L’altra figlia, tutti pubblicati in Italia da L’Orma Editore) ha rivolto una lettera al vetriolo al presidente Emmanuel Macron, additandone l’inadeguatezza nel gestire il paese e nell’affrontare la crisi: esattamente i lavoratori dei settori pubblici (scuola, sanità, energia, poste, ferrovie), bersaglio negli ultimi anni di riforme e tagli che hanno portato anche a violenti scioperi, si ritrovano adesso a reggere i servizi essenziali di un paese bloccato dal coronavirus. Una denuncia autorevole, che si aggiunge alle già numerose prese di posizione contro un sistema che, in Francia come in Italia e nel resto del mondo, sembra incapace di pensare all’emergenza in termini di costi umani, ma non guarda ad altro che agli indicatori economici. Un commento in italiano alla lettera può essere letto su Fanpage.

La visione mercatocentrica porta a storture che dovrebbero farci drizzare le antenne: non sembra che sia così, invece, se proprio nel cuore dell’Europa il parlamento di Budapest guidato da Fidesz, il partito ultranazionalista del primo ministro Viktor Orbán, ha approvato proprio ieri una riforma che conferisce al premier la facoltà di emanare leggi in sostituzione del parlamento stesso senza limiti di tempo, giustificando la decisione con la necessità di contenere la crisi dovuta al coronavirus. Poco più di un pretesto, per le opposizioni e gli osservatori internazionali, che hanno parlato di deriva autoritaria: con questa riforma, secondo l’organizzazione Human Rights Watch, l’Ungheria completa la sua trasformazione in una «dittatura in piena regola». Sono i pieni poteri che qualcuno invocava anche qui da noi, tanto per capirci.

Per fortuna ci pensano l’Albania e il Portogallo a illuminare con un po’ di speranza l’acciaccato vecchio continente. Tirana ha inviato una delegazione di trenta medici per coadiuvare il personale sanitario italiano impegnato nelle difficili operazioni di contenimento del contagio in Lombardia. Il discorso del premier socialista Edi Rama ha scosso molte coscienze: «Non siamo privi di memoria e non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà. Questa è una guerra dove nessuno può vincere da solo. [… ] Oggi noi siamo tutti italiani e l’Italia la deve vincere e la vincerà questa guerra, anche per noi e anche per l’Europa e il mondo intero». Per una volta il lessico bellico non sembra fuori luogo, anche perché accompagna parole di solidarietà, di mutuo soccorso e di amicizia, contro un nemico che non è umano e, come sottolineava Ernaux, «non è un nostro simile, non ha volontà di nuocere, è ignaro di frontiere e differenze sociali». Una bella lezione per il mondo intero, così come quella del governo socialista lusitano, che ha riconosciuto il permesso di soggiorno ai richiedenti, con una sanatoria che permetterà loro di accedere ai servizi pubblici e alle cure in caso di necessità. «In questa emergenza i diritti dei migranti devono essere garantiti» ha dichiarato Claudia Veloso, portavoce del ministero degli Interni.

Alcuni tempo fa sostenevano che i politici sono tutti uguali, che destra e sinistra si equivalgono. Col cazzo!, se permettete.

In Italia il mese di marzo si conclude con 105.792 persone contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 (+4.053 rispetto a ieri, quando abbiamo superato quota 100.000). I casi attivi sono 77.635 (+2.107 rispetto a ieri). Di fatto, stiamo rispettando lo scenario E2 (che prevedeva a questo punto rispettivamente 105.418 casi totali e 77.700 casi positivi in corso).

La variazione giornaliera prosegue nel trend in discesa e arriva al 4%: finché non arriverà a 0 continueranno a esserci nuovi casi, quindi consideriamo che la terza fase dell’epidemia, dopo l’esplosione e il picco, diventerà uno stillicidio di numeri sempre più piccoli, prima alcune centinaia, poi poche, poi nell’ordine delle decine di nuovi casi al giorno che, come già capitato in Cina e Corea del Sud, si protrarrà per settimane e con le misure di contenimento in atto potrebbe rivelarsi un pungolo continuo per i nostri nervi.

Il modello E2 sembra funzionare bene finora perché il conteggio dei decessi e dei guariti, pur non rispettando esattamente l’andamento atteso (risulta infatti sottostimato nel primo caso, sovrastimato nel secondo), come somma continua a mantenersi allineato alle previsioni (28.157 tra vittime e guariti rispetto alla stima attesa di 27.719).

Ogni mancata previsione sulle guarigioni da parte del modello, a questo punto, inizia a essere imputabile alla mia sottostima dei decessi. Appare purtroppo certo che la mia soglia di 12.666 vittime sarà presto superata, quasi sicuramente già domani: le 837 vittime registrate oggi hanno infatti portato il computo totale dei decessi a 12.428. Nella scala logaritmica qui in alto, lo scalino rosso andrà quindi alzato plausibilmente di diverse migliaia di casi fatali.

Ha senso? Nello scenario E2 il tasso di mortalità considerato era del 9% sul numero totale dei casi, ma il tasso “reale” (virgolette d’obbligo, essendo il valore totale dei casi al denominatore tutt’altro che una misura certa dei contagi realmente avvenuti dall’inizio dell’epidemia) cresce ininterrottamente, a meno di fluttuazioni giornaliere, da più di un mese: dal 2,4% del 28 febbraio siamo arrivati all’11,7% del 31 marzo. E qui bisogna aprire una parentesi lunghetta.

Sui problemi dei numeri che stiamo esaminando ci siamo già soffermati. Il numero reale dei decessi, come dimostrano le registrazioni anagrafiche delle province lombarde confrontate con i dati degli anni scorsi, è sicuramente superiore rispetto al valore comunicato dalla Protezione Civile. Sta facendo molto discutere in questi giorni un rapporto dell’Imperial College di Londra, elaborato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità per valutare l’efficacia delle misure di contenimento adottate in 11 paesi europei. Secondo le stime dello studio, la popolazione realmente infettata in Italia sarebbe compresa tra il 3,2% e il 26% della popolazione totale: da un minimo di 2 a un massimo di 16 milioni di italiani avrebbero già contratto il virus, e la percentuale di asintomatici  e paucisintomatici sarebbe quindi tra uno e due ordini di grandezza superiore alle centinaia di migliaia finora stimati. La mortalità riscontrata andrebbe quindi rapportata a questi valori, venendo ricondotta sotto la soglia dell’1% dei casi totali. Gli autori stessi dello studio invitano a considerare con prudenza questi valori: lo scopo dell’analisi è infatti valutare l’effetto delle misure restrittive, che a loro avviso avrebbero già salvato tra le 13.000 e le 84.000 vite solo in Italia, e centinaia di migliaia in Europa.

Tuttavia non possiamo evitare di osservare che il numero di ricoveri in terapia intensiva da alcuni giorni sembra essersi stabilizzato appena al di sopra della soglia di sostenibilità del sistema che avevamo preso in considerazione la settimana scorsa: 4.023 contro una mia stima di 3.755 (e un totale di posti stimati in 6.300, con un tasso di saturazione del 64%).

Dopo essersi mantenuto tra circa 100 e 200 nuovi ricoveri al giorno per quasi tre settimane (con una punta di 241 il 18 marzo), il numero di trattamenti in terapia intensiva da tre giorni si è ridotto considerevolmente: 50 il 29/3, 75 ieri e 42 oggi. In percentuale sul numero totale dei casi attivi, dal 10,9% i ricoveri in terapia intensiva sono scesi a 5,2%, in un trend continuo.

La domanda che m’insegue da qualche giorno, guardando ai dati come a una black box e considerando che metà della regioni italiane sono ormai a un tasso di occupazione superiore al 66% dei posti in terapia intensiva (i due terzi dei posti disponibili, immaginando di lasciare una riserva di un terzo per i casi estranei all’infezione da coronavirus), è se non abbiamo ormai raggiunto la reale capacità di assorbimento del sistema sanitario nazionale, almeno nelle regioni finora più interessate. Questo potrebbe rendere conto, con il basso numero di test effettuati, del tasso di mortalità sproporzionato registrato in Italia.

Prima di chiudere, un primo sguardo al futuro. Mi fa piacere ritrovarmi a non essere l’unico a interrogarsi sugli orizzonti che ci aspettano. Una riflessione interessante è quella di Luca Sofri, il direttore del Post (che con Internazionale continua a essere una delle migliori fonti di informazione in lingua italiana sulla pandemia e non solo).

Il direttore dell’Italian Institute for the Future Roberto Paura firma invece questo editoriale per Futuri che è anche un manifesto e, se nei dettagli può essere più condivisibile per alcuni di noi e meno per altri, nell’orizzonte che si sforza di abbracciare e nell’approccio che decide di adottare è quanto di più lucido e consapevole mi sia capitato di leggere dall’inizio della pandemia.

Molti di noi stanno maturando delle aspettative verso il dopo che, in un senso o nell’altro, finiranno per essere deluse almeno in parte: per la forza della resistenza al cambiamento che pervade tutti i settori produttivi della nostra società e per il contesto ambientale che non potremo più concederci il lusso di ignorare.

Come ci fa notare Roberto, un patto transgenerazionale, una presa di coscienza del nostro ruolo nel mondo (e nei processi produttivi e nelle dinamiche sociali), una maggiore responsabilità verso l’ecosistema e un uso della tecnologia che pieghi l’innovazione a questa responsabilità sono le condizioni da cui non possiamo prescindere per proiettarci oltre l’ostacolo del rischio esistenziale, per dirla con Nick Bostrom, in cui ci siamo imbattuti.

Ma per cambiare davvero le cose, dovremo uscire in maggior parte “arricchiti” da questa esperienza. Arricchiti nel senso di formati, naturalmente. Viviamo quindi la quarantena (l’isolamento, il contenimento, l’ibernazione), le restrizioni, la rinuncia a molte libertà (ma per fortuna ancora non tutte), come banco di prova per il futuro. Da come ne usciremo, sarà facile capire quale grado di fiducia nutrire verso le nostre risorse alla successiva catastrofe che prima o poi senz’altro si presenterà.

20 marzo 2020, equinozio di primavera. Un’altra giornata nera per l’Italia.

Il totale dei casi registrati sale a 47.021 (5.986 più di ieri). Deceduti: 4.032 (+627), tasso grezzo di letalità: 8,6%Guariti: 5.138 (+698).

Totale casi attivi: 37.851 (+4.670). Ricoverati in terapia intensiva: 2.655 (+157), corrispondenti al 7% sul totale dei casi attuali. Tasso di saturazione stimato dei posti letto in terapia intensiva: 45%.

Guardando i dati diffusi dalla Protezione Civile ci accorgiamo che il numero dei ricoverati in terapia intensiva non sta crescendo con la stessa rapidità dei casi positivi in corso: lo scollamento non è fluttuante ma mostra un progressivo aumento da una decina di giorni a questa parte.

Nell’immagine seguente lo scostamento è più evidente, ed è rappresentato da quello scalino tra l’andamento attuale dei ricoveri in ICU (intensive care unit) e quello stimato al tasso delle prime due settimane della crisi (mediamente intorno al 10% del numero dei casi attivi): rispettivamente la linea rosso/arancio e quella blu elettrico con gli indicatori.

Naturalmente il numero dei ricoveri in terapia intensiva non può superare la capienza dei reparti (linea rossa spezzata, già comprensiva del piano di rafforzamento disposto dal Ministero della Salute), anzi non vi si può nemmeno avvicinare: si stima che a regime un terzo circa dei posti totali non siano destinabili a trattamenti per il COVID-19, e quindi l’andamento attuale sembra piuttosto un effetto del progressivo assorbimento della richiesta crescente di ICU nelle regioni più colpite (in particolare la Lombardia, dove da diversi giorni decine di contagiati bisognosi di cure vengono trasferiti in strutture in altre regioni).

Essendo giunti a questo punto e con un tasso di contagi accertati compatibile con un livello di massima diffusione del COVID-19 (picco dei casi attivi) di più di 80mila casi, più del doppio delle cifre su cui ragionavamo solo all’inizio di questa settimana (non ero il solo), gli scenari si fanno decisamente cupi. Per di più stiamo cercando di fare previsioni ragionando su cifre fortemente condizionate dal bias delle procedure ministeriali (secondo cui andavano testati solo soggetti con sintomi che avessero avuto un link epidemiologico chiaro con i focolai o con altri contagiati): quello che sta succedendo oggi è l’effetto di una situazione solo in parte sotto controllo due-tre settimane fa e che nel frattempo ha avuto modo di evolvere secondo dinamiche caotiche. E nel frattempo continuiamo a fare molti meno tamponi di quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce di fare.

Così più passano i giorni più aumenta la distanza tra lo stato dei fatti e la rappresentazione che ne possiamo dare. Come dicevamo anche ieri, ormai i dati della Lombardia sono legati solo in parte alla reale entità del contagio. Un ottimo articolo in merito è apparso proprio oggi, nemmeno a dirlo, sul Post.

E sempre dal Post apprendiamo che i 466 casi attualmente positivi in Puglia avrebbero avuto tutti contatti nelle settimane scorse con persone arrivate dalle regioni del Nord Italia. Un’altra cittadina è stata chiusa dopo i casi in Campania: questa volta è toccata a Fondi, in provincia di Latina, mentre un uomo risultato positivo al tampone dopo il decesso del padre è fuggito da un ospedale della Val Brembana e ha fatto perdere le sue tracce: carabinieri, vigili del fuoco e soccorso alpino sono impegnati nelle ricerche.

Tornando all’epicentro della crisi epidemica in Lombardia, alle ipotesi iniziali della scorsa settimana sul trigger che avrebbe accelerato la diffusione del coronavirus si sono continuati ad aggiungere ulteriori dettagli. Una combinazione letale di negligenza e superficialità ha piazzato una bomba a orologeria sotto i piedi di un’intera comunità. Anteporre il fatturato delle aziende alla salute dei lavoratori e delle loro famiglie ha fatto il resto.

Italia, 18 marzo 2020. 28esimo giorno dal primo caso confermato di COVID-19 all’interno del territorio nazionale. Nono giorno dalla trasformazione del paese in un’unica, grande Zona Rossa.

Totale dei casi registrati35.713 (+4.207). Deceduti: 2.978 (+475), tasso grezzo di letalità: 8,3%. Guariti: 4.025 (+1.084).

Totale casi attivi: 28.710 (+2.648). Ricoverati in terapia intensiva: 2.257 (+197), corrispondenti al 7,9% sul totale dei casi attuali. Tasso di saturazione stimato dei posti letto in terapia intensiva: 43%.

Non è stata una bella giornata. Il numero delle vittime ha toccato il suo massimo giornaliero a oggi, portando l’Italia a un soffio dal bilancio finale della Cina. Non è un pronostico difficile da fare, ma probabilmente nella giornata di domani supereremo anche quello che fino a oggi continua a essere considerato il paese più colpito dall’epidemia di COVID-19 (il presidente USA Donald Trump lo ha ripetutamente definito, fiero della propria fermezza razzista, il «virus cinese»), e lo faremo con poco più di un terzo dei casi totali registrati da Pechino.

Ma il problema non è più solo italiano e questo è evidente a tutti.

I paesi europei hanno superato sia come numero totale dei contagi che come vittime la Cina. Lo screenshot qui a destra proviene dalla solita dashboard del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della John Hopkins University. Dopo la Spagna, anche la Germania e la Francia hanno scavalcato la Corea del Sud.

Misure straordinarie stanno per essere adottate, malgrado i proclami della scorsa settimana, anche dal Regno Unito, dove le vittime hanno superato quota 100. Le cazzate si pagano (e considerando le modalità del conteggio operato dal sistema sanitario britannico, che a differenza dell’Italia non tiene conto dei decessi in cui erano già presenti patologie pregresse, il conto è probabilmente già più salato di quello che testimoniano i numeri).

Quello che desta più preoccupazione in Italia, al momento, è l’alto tasso di mortalità. Sicuramente l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nei giorni scorsi non è stato recepito con la forza sperata e molti paesi, sebbene per ragioni diverse, continuano a effettuare meno test di quelli che la WHO ritiene necessari. Ma forse nell’alto numero di vittime registrate in Lombardia c’è anche altro, come suggeriscono le parole della virologa Ilaria Capua.

Dopo l’ultimo bollettino ho aggiornato i dati nel mio modellino e la semplice regressione logistica a cui mi sto affidando per estrapolare l’evoluzione futura dell’epidemia in Italia porta allo scenario riportato nel grafico qui in basso.

Al quarto giorno dalla decisione della World Health Organization di attribuire all’infezione da COVID-19 lo status di pandemia, l’Europa continentale è un arcipelago di zone rosse. Con misure ancora una volta scoordinate (la Germania che chiude le frontiere ai vicini come pochi giorni fa aveva fatto la Polonia; Spagna, Austria e Repubblica Ceca che adottano misure analoghe all’Italia; la Francia che chiude scuole e università ma manda i suoi cittadini a votare per la tornata delle comunali, a cui già si annuncia un tasso di astensione record, oltre il 50%, che induce il governo a riconsiderare l’opportunità di sospendere il secondo turno previsto per domenica prossima), ma almeno il contagio non è più preso sottogamba: anche perché le proporzioni che sta assumendo altrove, come per esempio in Spagna, sono del tutto raffrontabili con quelle che il fenomeno ha raggiunto in Italia.

In USA il presidente Donald Trump ha addirittura accettato di sottoporsi al tampone, risultato negativo (per quello che vale il comunicato della Casa Bianca). Sua figlia Ivanka da ieri è in isolamento volontario dopo essere stata a contatto nei giorni scorsi con un ministro australiano che nel frattempo è risultato positivo al test. La Cina cerca di far ripartire la sua economia, ma sarà dura recuperare ai livelli pre-crisi.

Il bollettino odierno della Protezione Civile registra 3.590 nuovi casi in Italia, che portano il totale a 24.747, di cui 20.603 attualmente positivi. Questi dati sono in linea con la sigmoide dello scenario E che esaminavamo ieri e questo in qualche modo ci conforta. Tuttavia, esaminando lo spaccato dei dati, ci rendiamo conto di due cose:

  • I guariti sono complessivamente 2.335, ma il numero dei decessi è salito a 1.809, con 368 nuovi morti che rappresentano il nuovo triste record dall’inizio della crisi, e questo purtroppo riporta il tasso grezzo di letalità oltre il 7% dopo l’illusorio ribasso di ieri. Per raffronto, consideriamo che in Cina, la cui situazione è stata rappresentata e continua a essere raccontata come pre-apocalittica, il numero totale dei morti è ad oggi di 3.199, con un tasso inferiore al 4%. In tutti gli scenari che esaminavamo ieri consideravamo un progressivo riallineamento del tasso di mortalità a quello medio degli altri paesi, ma al momento questo obiettivo appare allontanarsi.

  • I ricoveri in terapia intensiva sono 1.672 (il rombo blu visibile nel grafico sottostante), leggermente inferiori rispetto alla curva verde che vedevamo ieri, e questo forse anche per effetto (ipotesi mia, ma da approfondire) della progressiva saturazione che si va profilando nella regione più colpita: la Lombardia, che conta la metà degli oltre 20mila casi attivi in Italia, è infatti arrivata al 90% della capienza delle sue strutture. In queste condizioni l’aumento della mortalità è un dazio amaro da pagare. Dobbiamo confidare soprattutto nel tasso di guarigione dei ricoverati, che vengono man mano sottoposti a cure meno intensive con il decorso positivo della malattia, e nel contenimento del contagio nelle regioni limitrofe, perché si trovino i posti necessari per far fronte alla domanda dei prossimi giorni.

Approfittando del fine settimana, abbiamo cominciato a guardare The Outsider, serie HBO tratta dal romanzo di Stephen King, che ci ha preso abbastanza da mettere per il momento in stand-by sia la seconda stagione di Altered Carbon che la terza di Mr. Robot. Restano in coda di visione Yellowstone e Mindhunter. Chi è a casa e vuole un consiglio, ne tenga conto. Chi deve affrontare i prossimi giorni in autoisolamento domestico, può prendere inoltre in considerazione altri recuperi, tra cui la seconda stagione di Westworld visto l’imminente arrivo della terza (magari anche due visioni, vista la complessità della sua struttura temporale), oppure due miniserie targate anch’esse HBO come Save me e – per restare in qualche modo in tema – Chernobyl.

Libri in lettura: I marziani di Kim Stanley Robinson, antologia di racconti riconducibili al suo vasto affresco planetario, una delle costruzioni più ambiziose di tutta la fantascienza (e non solo).

Quindi alla fine è arrivato l’annuncio dell’OMS, o come la chiamerò d’ora in avanti, della WHO: l’epidemia da coronavirus è stata riconosciuta come pandemia. E si tratta della prima pandemia da coronavirus.

Intervenendo da Ginevra per il consueto bollettino giornaliero, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ricordato che nelle ultime due settimane i casi di contagio da COVID-19 sono aumentati di 13 volte, triplicando il numero di paesi colpiti.

«Ci sono attualmente più di 118mila casi in 114 paesi, e 4.291 persone hanno perso la vita. In migliaia stanno combattendo per la vita in ospedale. Nei prossimi giorni e settimane, ci aspettiamo un numero ancora più alto dei casi di COVID-19, dei morti e dei paesi coinvolti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha studiato giorno per giorno l’evoluzione della crisi e siamo profondamente preoccupati sia dal livello di diffusione e gravità raggiunto, che dall’allarmante livello di inazione. Per questo abbiamo deciso di dichiarare il COVID-19 come pandemia».

 

Dopo aver scavalcato la Corea del Sud l’altro giorno al secondo posto nella sinistra graduatoria dei paesi con più casi di coronavirus al mondo, da ieri l’Italia ha anche superato la soglia simbolica dei diecimila casi positivi rilevati. La Cina rimane davanti a noi con circa ottantamila casi, ma ormai da alcuni giorni non si registrano più casi al di fuori della provincia dello Hubei, che ha una popolazione confrontabile con quella dell’Italia e in cui si trova Wuhan (cuore di un’area metropolitana con circa 20 milioni di abitanti). I casi registrati in tutto il mondo sono centoventimila e sempre ieri si è registrato il millesimo caso negli Stati Uniti, anche se ci sono validi motivi per ritenere che il calcolo sia ampiamente sottostimato.

L’evoluzione nel tempo della graduatoria dei paesi colpiti è da vertigini:

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, anche se la sigla inglese di World Health Organization mi ispira un maggior senso di fiducia visti i miei trascorsi da whovian), fino all’altro giorno sempre molto prudente, ieri ha ammesso per voce del suo direttore Tedros Ghebreyesus che «la minaccia di una pandemia sta diventando molto reale». Non è più una questione di distinguo lessicali e schemi finanziari, ma di quando e come avverrà. Al punto che sempre ieri la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha aperto a un coordinamento centrale delle misure di contenimento e si starebbe pensando di creare un fondo da 25 miliardi di euro «a sostegno dei sistemi sanitari nazionali, delle piccole e medie imprese, del mercato del lavoro e delle parti più vulnerabili dell’economia», ma se basterà anche solo come misura iniziale diventerà chiaro nei prossimi giorni.

Dopo il vertice straordinario a 27 di von der Leyen, l’Italia, che è il primo paese al mondo a essere stato dichiarato «zona protetta» e intanto resta anche l’unico, ha annunciato che stanzierà un fondo di valore confrontabile, necessario per coprire l’assunzione di 20.000 medici, l’acquisto di macchinari per terapia intensiva e semi-intensiva, e le misure previste per sostenere le famiglie nell’accudimento dei figli in età scolastica e le imprese con sgravi fiscali. I dati diffusi ieri registrano un incremento più contenuto dei nuovi casi (meno di mille in tutta Italia), ma mancano i risultati di molti tamponi effettuati in Lombardia, che proprio negli ultimi giorni ha fatto registrare tassi di crescita impressionanti, soprattutto nelle province di Bergamo (che ha ormai superato Lodi) e Cremona, ma anche di Milano e Brescia.

L’Austria ha chiuso il Brennero agli automobilisti sprovvisti di certificato medico e ai treni internazionali, mentre in Vaticano Papa Francesco ha tenuto la prima udienza senza fedeli a causa dell’emergenza coronavirus.

Nell’area metropolitana di Bologna siamo ancora solo a 86 casi, per fortuna. Ma intanto molti esercizi commerciali hanno abbassato le serrande e quelli ancora aperti stanno contingentando gli accessi. Per le strade il traffico si è ridotto in maniera sensibile e i parcheggi che fino alla settimana scorsa scoppiavano di auto oggi sono mezzi deserti. Sembra che una qualche prudenza in più si stia usando, da parte se non di tutti almeno della maggioranza della popolazione.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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