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Giorno 39 dalla dichiarazione della Zona Rossa Italia. Raggiunti i 172.434 casi totali. 42.727 dimessi, di cui un numero imprecisato di guariti. 22.745 decessi sicuri, ma diverse migliaia di decessi stimati in aggiunta ai dati ufficiali: nelle case di riposo (e qui per la Regione Lombardia le cose iniziano a mettersi male, con buona pace per tutta la campagna propagandistica che ha accompagnato la gestione dell’emergenza, dalle dirette Facebook del suo assessore al Welfare all’ospedale in Fiera) o in isolamento domiciliare.

La curva dei contagi pare stia raggiungendo l’atteso picco, con tre settimane di ritardo rispetto al picco che in molti ci aspettavamo a fine marzo. Oggi il numero totale dei positivi è salito di sole 355 unità a 106.962: l’incremento minore dal 3 marzo, grazie anche al massimo finora raggiunto dal numero di guariti giornalieri (+2.563), ma sono comunque 10mila unità più del picco che prevedevamo solo la scorsa settimana.

Ma ormai su questi numeri l’attenzione si è molto ridotta, sia per le note metodologie già più volte discusse (e riassunte in questi due articoli del Post), sia per l’allentata pressione sul sistema sanitario nazionale, in particolare con una riduzione del tasso di occupazione delle terapie intensive dal 65% di inizio aprile a circa la metà negli ultimi giorni (37%).

Sulla validità, attendibilità, utilità o credibilità dei dati si sono aggiunti negli ultimi giorni questo commento di Francesco Costa e questo post di Luca Sofri che riprende uno studio di alcuni astrofisici che stanno seguendo l’evoluzione statistica dell’epidemia, e che hanno trovato per primi una spiegazione allo strano andamento ondulatorio della discesa del numero di contagi giornalieri: evitando spoiler per rovinarvi il gusto della scoperta, anticipiamo qui che i «picchi» visibili nella prima delle immagini qui sopra sono distanziati di… 7 giorni.

Tutto sommato, che fosse una farsa avevamo iniziato a sospettarlo già dopo la prima settimana di quarantena.

Ma a proposito di farsa guardiamo cosa sta succedendo nel mondo. Ovvero: 2.223.240 casi totali e 152.328 vittime. Gli USA hanno quasi raggiunto 700.000 casi e 37.000 vittime: i nuovi contagi continuano a crescere da giorni al ritmo di 30.000 al giorno, mentre la conta delle vittime ha visto il suo giorno più nero il 14 aprile, con oltre 6.000 decessi in ventiquattro ore. I numeri, come dimostra l’esperienza italiana, non devono trarre in inganno: gli Stati Uniti, fatte le debite proporzioni, si trovano più o meno dove eravamo noi a fine marzo; sono passate tre settimane e i casi sono continuati ad aumentare. Ma Donald Trump tira dritto per la sua strada e, spaventato da scenari economici sempre più foschi che difficilmente ne favorirebbero la rielezione (nell’ultimo mese sono state presentate 22 milioni di richieste per il sussidio di disoccupazione), ha deciso di andare allo scontro aperto con i governatori degli stati guidati dal Partito Democratico. Mentre lui dichiara di aver sospeso i finanziamenti alla World Health Organization, rea a suo dire di una cattiva gestione della crisi (ma in molti hanno riconosciuto nell’annuncio la solita strategia di Trump per sviare l’attenzione dalle sue responsabilità e dai suoi fallimenti), e propone un piano in 3 fasi per rimettere in moto l’economia, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo estende le misure restrittive fino al 14 maggio.

In Spagna i casi sono arrivati a 188.093, con 19.613 vittime. In Francia a 147.969, con 18.681 vittime. Nel Regno Unito 108.692, con 14.576 vittime, ma il 12 aprile il premier Boris Johnson ha lasciato l’ospedale in cui era ricoverato. In Germania, con 139.134 casi confermati, ci sono state appena 4.203 vittime. Il Portogallo si conferma al contrario una felice eccezione nel panorama del Vecchio Continente.

L’epidemia si diffonde anche in Turchia e Russia, inducendo il governo di Ankara a scarcerare 45.000 detenuti a rischio di contagio (ma non i «detenuti politici») e il presidente russo Vladimir Putin a una posizione inaspettatamente defilata nella gestione di una crisi la cui portata potrebbe essere già oggi più grave di quanto denunciano le cifre ufficiali (32.000 casi, meno di 300 vittime…).

Le autorità cinesi hanno rivisto al rialzo il numero di decessi avvenuti a Wuhan a causa della Covid-19: nella città focolaio della pandemia, ci sarebbero stati almeno 1.290 decessi in più rispetto alle stime originariamente diffuse dal governo. Il bilancio delle vittime sale così a 4.632.

La World Trade Organization nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto in cui prospetta una contrazione del commercio mondiale compresa tra il 13 e il 32 per cento. Nel secondo semestre del 2020 gli scambi potrebbero ripartire limitando i danni; al contrario, se la crisi dovesse proseguire, si potrebbe avere un risollevamento dell’economia solo a partire dal 2021, con un ritorno al volume di scambi di… dieci anni fa. In entrambi gli scenari, l’impatto della pandemia sembra destinato a dimostrarsi peggiore della crisi del 2008.

Previsioni sul volume degli scambi commerciali mondiali; scenari a confronto con la serie storica (fonte: WTO, via Il Post).

E degli scenari bisognerebbe ricominciare seriamente a parlare anche in Italia. Le stime dell’impatto della crisi per il nostro paese peggiorano di settimana in settimana: se a marzo si parlava di un calo del PIL mediamente intorno al 5%, per il Fondo Monetario Internazionale adesso la crisi si tradurrà in una perdita del 9,1%. Non siamo soli: la Germania perderebbe circa il 7%, l’Eurozona nel suo insieme il 7,5%, gli Stati Uniti il 5,9%. Ma siamo sicuramente tra i più colpiti.

Non a caso l’altro giorno la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, intervenendo all’inizio dei lavori di una sessione plenaria straordinaria del Parlamento Europeo, ha rivolto delle scuse all’Italia per non aver fatto abbastanza nelle battute iniziali della crisi. Mentre sono in discussione le nuove misure per fronteggiare la pandemia e le sue conseguenze economiche, con i paesi europei schierati  tra un fronte più intransigente e uno più favorevole a una maggiore flessibilità, questa autocritica è sembrata un’apertura alle istanze del nostro paese… e, giusto per non smentirsi, poche ore dopo i nostri rappresentanti politici all’Europarlamento, senza distinzioni di schieramento, hanno offerto l’ennesima dimostrazione della grande coerenza e dell’amore che nutrono per il nostro Paese. A riprova del fatto che viviamo tutti in una farsa, non c’è altra spiegazione.

Inevitabilmente anche i tassi di disoccupazione aumenteranno dappertutto: dal 10 al 12,7% in Italia, con l’Eurozona al 10,4%. Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha ribadito che bisognerebbe spendere tutto il necessario per sostenere l’economia dei paesi in crisi durante la pandemia e qualcuno si è spinto a ipotizzare un «reddito di quarantena», che mette i brividi fin dalla definizione. Ma con un pizzico di coraggio in più si potrebbe provare a guardare un po’ oltre il nostro naso.

Si prevedono tempi di enormi stravolgimenti e la situazione è talmente incerta che mai come nelle ultime settimane think tank, comitati e risk office hanno elaborato scenari tanto contrapposti. Senza essercene accorti, invece del picco dei contagi potremmo in effetti esserci messi alle spalle il picco del petrolio (il cosiddetto picco di Hubbert, che prende il nome dal geofisico americano Marion King Hubbert), che diversi studi prevedevano per questo decennio (e alcuni per il 2023), e che invece potrebbe esserci stato nel 2019. En passant, la curva di Hubbert (che altro non è che la derivata della funzione logistica o sigmoidale che sappiamo approssimare bene l’andamento dei casi totali) è proprio la funzione adottata nei modelli usati per descrivere l’andamento dei nuovi contagi giornalieri (l’andamento qui sotto è tratto per esempio dal post del 31 marzo).

Scenario_E2_casi_giornalieri_2020-03-31

Per accelerare la ripresa, paesi come la Cina potrebbero decidere di puntare sulla costruzione di nuove centrali a carbone, vanificando i benefici indirettamente comportati dal lockdown in termini di emissioni inquinanti.

Probabilmente con i settori dell’auto e dei trasporti aerei che riporteranno le perdite più gravi a causa della pandemia (e almeno per il trasporto aereo sembra davvero poco plausibile un rilancio nei prossimi mesi) e con il mercato dell’energia che si accinge ad accelerare i tempi di una transizione epocale, potrebbe essere arrivato il momento per rivedere l’intero modello di business su cui si reggono le nostre società occidentali. Ovviamente è presto per parlare di cambiamenti che potrebbero diventare effettivi solo sul medio-lungo periodo, come per esempio la riprogettazione del settore dell’energia, ma i piani decennali che alcuni paesi hanno già avviato potrebbero venire accelerati. Allo stesso tempo, gli effetti della pandemia potrebbero finire per mostrare anche ai più scettici i vantaggi di un sistema sanitario centralizzato o almeno coordinato centralmente e la necessità di  un piano di assistenza medica gratuita universale. Spingendoci ancora un po’ oltre, allora, con milioni di posti di lavoro che andranno in fumo prima che se ne possano creare di nuovi, probabilmente in settori diversi, è ancora così balzana la prospettiva di un reddito universale di base che non sia la ridicola parodia messa in piedi dal M5S in Italia?

Non lo so, ma sugli scenari torneremo sicuramente nei prossimi giorni. Intanto, una chiosa sull’Italia. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è detto pronto a chiudere i confini della regione se i suoi colleghi dovessero allentare le misure di sicurezza attualmente previste dal governo, con il rischio di una ripresa dei contagi a livello nazionale. Come qualcuno faceva notare, non è una prospettiva molto distante da qualcosa che capitava nelle pagine di Corpi spenti. La realtà potrebbe solo essere arrivata con quei 40 anni di anticipo, per non farci mancare ancora una volta niente. Nemmeno in tempi di pandemia.

Nel mondo i casi documentati di COVID-19 hanno superato le 800.000 unità, di cui 600.000 circa risultano ancora in corso. Gli USA hanno ormai doppiato la Cina, toccando quota 164.435 (contro 81.518). Le vittime tra i cittadini statunitensi salgono a 3.175 (contro 3.305), e il dottor Anthony Fauci, immunologo a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e consigliere del presidente Donald Trump per l’emergenza coronavirus, per tranquillizzare la popolazione di fronte a scenari che danno come possibili un milione di decessi, ha parlato di una forbice tra le cento e le duecentomila vittime nel paese. Trump, che nemmeno la gravità della crisi ha saputo richiamare alla realtà, appena qualche giorno dopo aver millantato una riapertura degli esercizi commerciali e delle fabbriche entro Pasqua, ha annunciato come se niente fosse che sarà un successo se riusciranno a stare sotto le centomila vittime: centomila decessi, centomila cittadini americani spazzati via da un virus che avrebbe dovuto sparire «per miracolo». E i sondaggi lo ripagano con il massimo del gradimento da parte degli elettori da tre anni a questa parte…

I morti nel mondo sono 40.633. In Spagna le cose stanno andando anche peggio che in Italia: 8.189 morti a fronte di 94.417 contagiati; a parità di giorni decorsi dal primo caso, l’Italia aveva 64mila casi e meno di 7mila vittime. Nelle ultime 24 ore il paese ha registrato 9.222 nuovi contagi; il picco italiano è stato di 6.557 contagi (il 21 marzo). Madrid si aspetta un impatto sul PIL pari al 4% a causa dell’ibernazione, come viene chiamato in Spagna il lockdown. Sono valori analoghi a quelli che circolavano in Italia un paio di settimane fa, prima che ulteriori valutazioni aggravassero le stime fino e oltre il 10% del PIL.

In Francia, la scrittrice Annie Ernaux (autrice, tra gli altri, di volumi di autofiction, a metà strada tra autobiografia, sociologia e prosa narrativa, come L’evento, Gli anni e L’altra figlia, tutti pubblicati in Italia da L’Orma Editore) ha rivolto una lettera al vetriolo al presidente Emmanuel Macron, additandone l’inadeguatezza nel gestire il paese e nell’affrontare la crisi: esattamente i lavoratori dei settori pubblici (scuola, sanità, energia, poste, ferrovie), bersaglio negli ultimi anni di riforme e tagli che hanno portato anche a violenti scioperi, si ritrovano adesso a reggere i servizi essenziali di un paese bloccato dal coronavirus. Una denuncia autorevole, che si aggiunge alle già numerose prese di posizione contro un sistema che, in Francia come in Italia e nel resto del mondo, sembra incapace di pensare all’emergenza in termini di costi umani, ma non guarda ad altro che agli indicatori economici. Un commento in italiano alla lettera può essere letto su Fanpage.

La visione mercatocentrica porta a storture che dovrebbero farci drizzare le antenne: non sembra che sia così, invece, se proprio nel cuore dell’Europa il parlamento di Budapest guidato da Fidesz, il partito ultranazionalista del primo ministro Viktor Orbán, ha approvato proprio ieri una riforma che conferisce al premier la facoltà di emanare leggi in sostituzione del parlamento stesso senza limiti di tempo, giustificando la decisione con la necessità di contenere la crisi dovuta al coronavirus. Poco più di un pretesto, per le opposizioni e gli osservatori internazionali, che hanno parlato di deriva autoritaria: con questa riforma, secondo l’organizzazione Human Rights Watch, l’Ungheria completa la sua trasformazione in una «dittatura in piena regola». Sono i pieni poteri che qualcuno invocava anche qui da noi, tanto per capirci.

Per fortuna ci pensano l’Albania e il Portogallo a illuminare con un po’ di speranza l’acciaccato vecchio continente. Tirana ha inviato una delegazione di trenta medici per coadiuvare il personale sanitario italiano impegnato nelle difficili operazioni di contenimento del contagio in Lombardia. Il discorso del premier socialista Edi Rama ha scosso molte coscienze: «Non siamo privi di memoria e non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà. Questa è una guerra dove nessuno può vincere da solo. [… ] Oggi noi siamo tutti italiani e l’Italia la deve vincere e la vincerà questa guerra, anche per noi e anche per l’Europa e il mondo intero». Per una volta il lessico bellico non sembra fuori luogo, anche perché accompagna parole di solidarietà, di mutuo soccorso e di amicizia, contro un nemico che non è umano e, come sottolineava Ernaux, «non è un nostro simile, non ha volontà di nuocere, è ignaro di frontiere e differenze sociali». Una bella lezione per il mondo intero, così come quella del governo socialista lusitano, che ha riconosciuto il permesso di soggiorno ai richiedenti, con una sanatoria che permetterà loro di accedere ai servizi pubblici e alle cure in caso di necessità. «In questa emergenza i diritti dei migranti devono essere garantiti» ha dichiarato Claudia Veloso, portavoce del ministero degli Interni.

Alcuni tempo fa sostenevano che i politici sono tutti uguali, che destra e sinistra si equivalgono. Col cazzo!, se permettete.

In Italia il mese di marzo si conclude con 105.792 persone contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 (+4.053 rispetto a ieri, quando abbiamo superato quota 100.000). I casi attivi sono 77.635 (+2.107 rispetto a ieri). Di fatto, stiamo rispettando lo scenario E2 (che prevedeva a questo punto rispettivamente 105.418 casi totali e 77.700 casi positivi in corso).

La variazione giornaliera prosegue nel trend in discesa e arriva al 4%: finché non arriverà a 0 continueranno a esserci nuovi casi, quindi consideriamo che la terza fase dell’epidemia, dopo l’esplosione e il picco, diventerà uno stillicidio di numeri sempre più piccoli, prima alcune centinaia, poi poche, poi nell’ordine delle decine di nuovi casi al giorno che, come già capitato in Cina e Corea del Sud, si protrarrà per settimane e con le misure di contenimento in atto potrebbe rivelarsi un pungolo continuo per i nostri nervi.

Il modello E2 sembra funzionare bene finora perché il conteggio dei decessi e dei guariti, pur non rispettando esattamente l’andamento atteso (risulta infatti sottostimato nel primo caso, sovrastimato nel secondo), come somma continua a mantenersi allineato alle previsioni (28.157 tra vittime e guariti rispetto alla stima attesa di 27.719).

Ogni mancata previsione sulle guarigioni da parte del modello, a questo punto, inizia a essere imputabile alla mia sottostima dei decessi. Appare purtroppo certo che la mia soglia di 12.666 vittime sarà presto superata, quasi sicuramente già domani: le 837 vittime registrate oggi hanno infatti portato il computo totale dei decessi a 12.428. Nella scala logaritmica qui in alto, lo scalino rosso andrà quindi alzato plausibilmente di diverse migliaia di casi fatali.

Ha senso? Nello scenario E2 il tasso di mortalità considerato era del 9% sul numero totale dei casi, ma il tasso “reale” (virgolette d’obbligo, essendo il valore totale dei casi al denominatore tutt’altro che una misura certa dei contagi realmente avvenuti dall’inizio dell’epidemia) cresce ininterrottamente, a meno di fluttuazioni giornaliere, da più di un mese: dal 2,4% del 28 febbraio siamo arrivati all’11,7% del 31 marzo. E qui bisogna aprire una parentesi lunghetta.

Sui problemi dei numeri che stiamo esaminando ci siamo già soffermati. Il numero reale dei decessi, come dimostrano le registrazioni anagrafiche delle province lombarde confrontate con i dati degli anni scorsi, è sicuramente superiore rispetto al valore comunicato dalla Protezione Civile. Sta facendo molto discutere in questi giorni un rapporto dell’Imperial College di Londra, elaborato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità per valutare l’efficacia delle misure di contenimento adottate in 11 paesi europei. Secondo le stime dello studio, la popolazione realmente infettata in Italia sarebbe compresa tra il 3,2% e il 26% della popolazione totale: da un minimo di 2 a un massimo di 16 milioni di italiani avrebbero già contratto il virus, e la percentuale di asintomatici  e paucisintomatici sarebbe quindi tra uno e due ordini di grandezza superiore alle centinaia di migliaia finora stimati. La mortalità riscontrata andrebbe quindi rapportata a questi valori, venendo ricondotta sotto la soglia dell’1% dei casi totali. Gli autori stessi dello studio invitano a considerare con prudenza questi valori: lo scopo dell’analisi è infatti valutare l’effetto delle misure restrittive, che a loro avviso avrebbero già salvato tra le 13.000 e le 84.000 vite solo in Italia, e centinaia di migliaia in Europa.

Tuttavia non possiamo evitare di osservare che il numero di ricoveri in terapia intensiva da alcuni giorni sembra essersi stabilizzato appena al di sopra della soglia di sostenibilità del sistema che avevamo preso in considerazione la settimana scorsa: 4.023 contro una mia stima di 3.755 (e un totale di posti stimati in 6.300, con un tasso di saturazione del 64%).

Dopo essersi mantenuto tra circa 100 e 200 nuovi ricoveri al giorno per quasi tre settimane (con una punta di 241 il 18 marzo), il numero di trattamenti in terapia intensiva da tre giorni si è ridotto considerevolmente: 50 il 29/3, 75 ieri e 42 oggi. In percentuale sul numero totale dei casi attivi, dal 10,9% i ricoveri in terapia intensiva sono scesi a 5,2%, in un trend continuo.

La domanda che m’insegue da qualche giorno, guardando ai dati come a una black box e considerando che metà della regioni italiane sono ormai a un tasso di occupazione superiore al 66% dei posti in terapia intensiva (i due terzi dei posti disponibili, immaginando di lasciare una riserva di un terzo per i casi estranei all’infezione da coronavirus), è se non abbiamo ormai raggiunto la reale capacità di assorbimento del sistema sanitario nazionale, almeno nelle regioni finora più interessate. Questo potrebbe rendere conto, con il basso numero di test effettuati, del tasso di mortalità sproporzionato registrato in Italia.

Prima di chiudere, un primo sguardo al futuro. Mi fa piacere ritrovarmi a non essere l’unico a interrogarsi sugli orizzonti che ci aspettano. Una riflessione interessante è quella di Luca Sofri, il direttore del Post (che con Internazionale continua a essere una delle migliori fonti di informazione in lingua italiana sulla pandemia e non solo).

Il direttore dell’Italian Institute for the Future Roberto Paura firma invece questo editoriale per Futuri che è anche un manifesto e, se nei dettagli può essere più condivisibile per alcuni di noi e meno per altri, nell’orizzonte che si sforza di abbracciare e nell’approccio che decide di adottare è quanto di più lucido e consapevole mi sia capitato di leggere dall’inizio della pandemia.

Molti di noi stanno maturando delle aspettative verso il dopo che, in un senso o nell’altro, finiranno per essere deluse almeno in parte: per la forza della resistenza al cambiamento che pervade tutti i settori produttivi della nostra società e per il contesto ambientale che non potremo più concederci il lusso di ignorare.

Come ci fa notare Roberto, un patto transgenerazionale, una presa di coscienza del nostro ruolo nel mondo (e nei processi produttivi e nelle dinamiche sociali), una maggiore responsabilità verso l’ecosistema e un uso della tecnologia che pieghi l’innovazione a questa responsabilità sono le condizioni da cui non possiamo prescindere per proiettarci oltre l’ostacolo del rischio esistenziale, per dirla con Nick Bostrom, in cui ci siamo imbattuti.

Ma per cambiare davvero le cose, dovremo uscire in maggior parte “arricchiti” da questa esperienza. Arricchiti nel senso di formati, naturalmente. Viviamo quindi la quarantena (l’isolamento, il contenimento, l’ibernazione), le restrizioni, la rinuncia a molte libertà (ma per fortuna ancora non tutte), come banco di prova per il futuro. Da come ne usciremo, sarà facile capire quale grado di fiducia nutrire verso le nostre risorse alla successiva catastrofe che prima o poi senz’altro si presenterà.

Il feeling positivo ispirato dalle notizie di ieri è ripreso in serata, dopo che l’alba ci aveva consegnato un altro triste risveglio. Il tempo di confrontarsi con le notizie provenienti dal resto del mondo: oltre un miliardo di persone costrette nelle loro case in tutto il mondo, la curva dei contagi negli USA che schizza vertiginosamente verso l’alto (i casi sono cresciuti di dieci volte in meno di una settimana, e dopo essere arrivati ieri oltre i 30mila, oggi sono saliti ulteriormente a quasi 42mila con 500 vittime: al 21esimo giorno dell’emergenza, in Italia eravamo a metà dei casi…), le scene dagli ospedali spagnoli assiepati di malati in attesa di un posto letto e la vicepremier Carmen Calvo ricoverata per un’infezione respiratoria. Il sindaco di New York Bill de Blasio ha dichiarato di aspettarsi «un mese di aprile peggiore di quello di marzo, e un mese di maggio ancora peggiore» e ha avviato i lavori per trasformare un centro congressi in un ospedale da mille posti letto.

In Italia il mezzo pasticcio sulle chiusure delle attività produttive non essenziali propiziato dal caos istituzionale tra governo centrale e regioni, in cui s’inserisce un nuovo scontro tra Confindustria e sindacati, che annunciano scioperi nelle regioni del Nord.

La situazione al Sud è altrettanto tesa: Basilicata e Calabria hanno annunciato la chiusura dei loro confini regionali. I sindaci dei comuni dell’alta Calabria hanno chiesto al prefetto di Cosenza l’autorizzazione a istituire check point con l’aiuto di agenzie private sulle strade di accesso alla ragione. Mentre il governatore della Sicilia e il sindaco di Messina denunciano sbarchi non autorizzati dalla Calabria.

Il numero degli operatori sanitari contagiati è salito a 4.824, il doppio rispetto alla Cina.

I contagi nel mondo sono saliti a 375.000 casi, con 16.000 vittime (10.000 solo in Europa) e più di 12.000 ricoverati in condizioni critiche. In Italia la curva dei nuovi contagi segna un valore in riduzione per il secondo giorno di fila, con 50.418 casi attivi e 63.927 totali, ma rimandiamo ai prossimi giorni ulteriori considerazioni sulla curva. Intanto la provincia di Milano sembra aver frenato, ma le regioni del Sud stanno per diventare le osservate speciali per capire come evolverà la crisi.

In serata il premier britannico Johnson ha completato la svolta a U cominciata lunedì scorso e ha annunciato severe misure di contenimento, confrontabili con quelle adottate in Italia: chiusura degli esercizi commerciali non essenziali, forti restrizioni negli spostamenti, chiusura di biblioteche, parchi giochi e luoghi di culto, sospensione di battesimi e matrimoni. Prove tecniche di lockdown. La polizia avrà il potere di disperdere assembramenti e comminare multe anche molto salate. E il tutto durerà non meno di tre settimane. Ci sono volute più di trecento vittime per far cambiare idea a Johnson e ai suoi. È un duro bagno di realtà per chi aveva vaneggiato sul lasciar fare all’epidemia il suo corso.

Théodore Géricault, La zattera della Medusa (Louvre, 1819).

Le notizie si susseguono veloci e gli scenari cambiano più volte nel giro di poche ore.

Ce ne sono volute meno ventiquattro alle istituzioni europee per smentire la numero uno della BCE, che con le sue improvvide dichiarazioni ieri aveva gettato nel panico le borse del vecchio continente: gli stati membri potranno contare su tutti i margini di flessibilità necessari per fronteggiare la crisi, con buona pace per Christine Lagarde e per le sue sanguisughe. Le piazze affari sono rimbalzate dopo il tonfo di ieri, ma hanno chiuso comunque in un bagno di sangue una settimana nera: Milano ha perso quasi un quarto del suo valore (-23,3%), Francoforte, Parigi e Londra non sono state da meno (rispettivamente -20,01%, -19,86% e -16,97%). I comparti più colpiti dagli effetti della pandemia sugli scenari globali: quello energetico (-29,15%) e quello turistico (-25,1%).

Meno di quarantott’ore sono quelle che ci sono volute al presidente statunitense Donald Trump per completare la sua giravolta, dal «virus straniero» e dal «rischio per il popolo americano è basso», a dichiarare lo stato d’emergenza. L’annuncio è arrivato quando ormai diverse autorità locali, tra cui lo stato di New York, avevano adottato lo stesso provvedimento. E Trump ha aggiunto che gli USA compreranno eccezionali riserve di petrolio, approfittando del calo dei prezzi – ‘sti cazzi.

Dodici ore ci sono volute invece alla UEFA per annunciare, dopo la chiusura di un turno surreale di Europa League,  tra partite giocate e partite rinviate, per sospendere tutte le competizioni a tempo indeterminato. Il calcio si conferma una realtà parallela, un mondo virtuale in cui il mondo qui fuori non può fare altro che riflettersi e scoprirsi per quello che è: nella merda fino al collo.

Ma la notizia che batte di gran lunga qualsiasi altra cosa sia stata detta o fatta oggi è quella che arriva dalla nostra amata Terra di Albione, dove il primo ministro Boris Johnson ha annunciato misure drastiche per fronteggiare la pandemia: parlando alla nazione ha invitato il popolo a prepararsi, perché «molte famiglie perderanno i loro cari prima del tempo». Una strategia contro-intuitiva e potenzialmente catastrofica: l‘obiettivo dichiarato dai consiglieri scientifici del governo è maturare un’immunità di gregge attraverso un piano di mega-infezione che interessi almeno il 60% della popolazione britannica. Se non è un esperimento sociale questo, è uno dei frutti più avvelenati di Brexit: nella sua vocazione all’isolazionismo, il Regno Unito di Johnson & Co. potrebbe davvero trovarsi a usare i body bag accumulati in previsione dei più foschi scenari post-Brexit.

Persino la Premier League ha deciso di fermarsi, ma Downing Street tira dritto. E poco importa se in fondo alla strada che ha deciso di imboccare a fari spenti in piena notte e a tutta velocità possa esserci un muro.

E nel resto del mondo? Israele sta provando a formare un governo di unità nazionale dopo che le ultime elezioni non sono riuscite a definire una maggioranza nella Knesset, il governo del Nepal ha annullato tutti i permessi rilasciati per le spedizioni sull’Everest tra il 14 marzo e il 30 aprile, gli spettacoli di Broadway hanno annunciato la sospensione fino a metà aprile e la moglie del premier canadese Justin Trudeau, Sophie Gregoire, è risultata positiva al coronavirus e dovrà restare in isolamento per quattordici giorni.

In Italia oggi leggera flessione nell’aumento dei casi: +2.547 rispetto a ieri (contro i +2.651 di ieri), ma è presto per parlare di picco raggiunto. Il totale dei casi ha raggiunto i 17.660 contagi, i morti sono 1.266, i guariti 1.439. Dei 7.426 ricoverati, 1.328 pazienti sono in terapia intensiva: l’indice di saturazione sui 5.293 posti disponibili in terapia intensiva è quasi triplicato in una settimana, arrivando a toccare il 25,1%. Già oggi Lombardia e Marche viaggiano intorno al 75% delle rispettive capacità, ma se il trend di crescita non dovesse uscire dalla rampa lineare della sigmoide entro la prossima settimana, il peso sul sistema sanitario nazionale arriverebbe ai limiti della sostenibilità la settimana successiva, con una saturazione superiore al 70%.

Quella che vedete qui sotto è una base missilistica, nome in codice Launch Position 10. Per la stagione più intensa della Guerra Fredda, nei primissimi anni ’60, fu uno dei centri nevralgici dell’operazione NATO classificata come Pot Pie, che vide l’istituzione della 36ma Aerobrigata Interdizione Strategica (Abis) per presidiare 10 campi missilistici sotto la supervisione della V Armata Area Tattica, formata per decisione del Consiglio Atlantico nel 1956. L’operazione riguardava l’installazione di basi missilistiche nel teatro europeo e maturò nell’ambito dell’escalation militare di quegli anni, con la contrapposizione tra il blocco occidentale e i paesi aderenti al Patto di Varsavia.

La Launch Position 10 fotografata con chiarezza dai satelliti per Google Map, come forse avrete già scoperto cliccando sull’immagine, è situata alle porte di Matera, non distante dalla strada statale che collega il capoluogo lucano a Metaponto e alla costa jonica. Il campo dei missili n. 10, ricavato in una collinetta decapitata e sventrata a formare un cratere, fu l’ultimo a essere realizzato, il 20 giugno del 1961. Gli altri erano dislocati nei comuni di Gioia del Colle, Mottola, Laterza, Altamura (2 basi), Gravina, Spinazzola, Acquaviva delle Fonti e Irsina.

Ciascun impianto – come si legge anche nella geolocalizzazione operata da Foscus, a cui sono risalito dal blog di Antonella Beccaria – ospitava tre missili, uno di lancio e due di riserva. Tre tubi di lancio, per alloggiare missili PGM-17 Jupiter (bestioline da 18 metri di lunghezza e quasi 50 tonnellate di peso al lancio, che potete ammirare in tutto il loro splendore qui di fianco). Operativi con l’USAF come SM-78, i missili Jupiter erano equipaggiati con una testata termonucleare da 1,44 megaton (equivalenti a più di 100 volte la bomba sganciata su Hiroshima) e avevano una gittata di 3.180 km.

Erano tutti puntati su Mosca, come altri 15 dislocati in Turchia nell’ambito della medesima strategia NATO di accerchiamento del blocco sovietico. La loro posizione non era ignota ai russi, viste le molteplici testimonianze raccolte dalla gente del luogo che ricorda di un continuo andirivieni di stranieri nella zona, indice di una intensa attività spionistica nei centri e nelle campagne della Murgia. E lo stesso presidente sovietico dell’epoca, Nikita Kruscev, protestò formalmente con l’Italia per aver accordato l’installazione dei missili sul proprio suolo, dando a intendere a Segni e Fanfani, in visita ufficiale a Mosca nell’agosto 1960, di essere al corrente dell’area geografica destinata alle basi missilistiche prima ancora che queste venissero impiantate.

Guerra Fredda, primi anni ’60, testate nucleari nel giardino di casa e sulla testa ricognitori aerei nemici. Un aereo bulgaro attrezzato per la fotografia aerea precipita sulla Murgia ma le autorità riescono a bloccare la fuga di informazioni. Silenzio assoluto. Gli occhi del mondo sono puntati su Cuba, dove tra il 17 e il 19 aprile 1961 Kennedy incorse nella Baia dei Porci nella prima disfatta politica della sua amministrazione, con il fallimento dello sbarco degli esuli cubani organizzato dalla CIA. Il 2 dicembre del 1961, per ragioni di opportunismo politico, Fidel Castro proclamò Cuba Stato Marxista-Leninista, ottenendo l’appoggio dell’URSS per fronteggiare l’ingerenza statunitense. Il 14 ottobre 1962 Washington apprese da una ricognizione aerea  della presenza di rampe di lancio sull’isola, destinate a ospitare i missili nucleari già in viaggio su una nave sovietica.

Se a quel punto Kennedy avesse optato per una prova di forza con l’URSS sul suolo cubano, non è infondato ipotizzare che, all’attacco degli USA contro le basi missilistiche cubane, Mosca avrebbe potuto rispondere con una rappresaglia contro le basi missilistiche della Murgia.

Se in un’ora qualsiasi di quegli anni, a 7 minuti dall’apocalisse, la NATO avesse optato per un attacco all’URSS e i missili di Pot Pie fossero stati lanciati, il tempo per la risposta militare sovietica sarebbe stato dell’ordine dei trenta minuti. Poi una bolla di fuoco avrebbe inghiottito questo angolo di Bassitalia e il vento radioattivo avrebbe spazzato la penisola. Le natiche dei nostri eminenti governanti ne avrebbero avvertito il calore anche nei loro rifugi antiatomici nei Colli Albani.

Scenari apocalittici di olocausti termonucleari ardevano tra i possibili destini del territorio di Matera e dintorni, ancora all’epoca tra le zone più depresse del Mezzogiorno d’Italia, dove nessuno era a conoscenza della spada di Damocle che si ritrovava sospesa sulla testa.

Matera, foto di Paolo Màrgari.

In quell’ottobre 1962 si ebbero frenetici contatti tra Kennedy e Kruscev. In cambio della rinuncia sovietica a posizionare i missili a Cuba, JFK s’impegnò a ritirare i 30 Jupiter della Murgia e i 15 dislocati in Turchia. La Terza Guerra Mondiale era stata sfiorata, gli analisti del Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago spostarono indietro di 12 minuti le lancette dell’Orologio dell’apocalisse.

L’operazione Pot Pie ebbe termine nel 1963 e le basi della Murgia furono smantellate tra l’aprile e il giugno di quell’anno. L’ex-campo dei missili di Santa Lucia, alle porte di Matera, è tuttora servitù militare, benché gran parte delle installazioni militari siano state rimosse. Al suo interno ospita da alcuni anni un deposito d’auto. Ma nei suoi dintorni, così come nelle aree delle altre postazioni di lancio di Pot Pie, sono ancora ben visibili le tracce lasciate dalle destinazioni d’uso d’un tempo: le torrette di guardia lungo il perimetro, con i nomi e le date incisi nel cemento dagli avieri impegnati nei turni di guardia, e tre piazzole al centro della base, con una superficie di cemento e in bella vista i tre grandi plinti su cui poggiavano le strutture di sostegno dedicate ai Jupiter.

Tutta questa storia, ricostruita a partire dall’esaustivo intervento di Pasquale Doria dal titolo Matera e la Guerra Fredda (riportato in appendice al volume I giorni di Scanzano) e dall’opera di documentazione di Giorgio Nebbia, mi ha evocato scenari da ucronia molto, molto cupi e fortemente debitori del Missile Gap di Charles Stross, su cui mi prefiggo da tempo di scrivere. Mi è tornata in mente non a caso in questi giorni, mentre Matera inaugura il suo anno da Capitale Europea della Cultura e, forse non a caso ma sicuramente all’insaputa di tanti, il Doomsday Clock segna -2 minuti alla mezzanotte dell’apocalisse nucleare, il momento più vicino dal 1953.

[Questo post riprende e rielabora un articolo pubblicato su Uno Strano Attrattore, il 13 aprile 2010.]

Sony Center at Night, Berlin.

Sony Center at Night, Berlin. (Photo credit: Wikipedia)

La fantascienza italiana si regge su una piccola ma matematica certezza: che il prossimo titolo che uscirà a firma di un autore italiano sarà il bersaglio facile e sicuro di polemiche infinite. Le contestazioni potranno essere più o meno accese, ma accompagneranno di certo ogni nuova uscita. Chiunque ne sia l’autore, ma meglio se giovane ed esordiente. E in genere il picco annuale si verifica a novembre, quando tipicamente Urania dà alle stampe il vincitore del premio annuale della collana.

“Gli italiani non sono all’altezza degli autori d’oltreoceano” (come se la metà degli autori anglofoni non fossero invece d’oltremanica)… “Che noia vince sempre un fantapoliziesco” (o un poliziesco futuristico… e in ogni caso, “basta con questi fantapolizieschi italiani!”)… Sono le obiezioni più frequenti. E via di questo passo. Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 e attualmente in tutti gli store digitali con il suo serial I Necronauti, ha pubblicato a riguardo un puntuale e condivisibile intervento sul suo blog.

Il problema, io credo, è tutto nelle dimensioni della comunità. Lo zoccolo duro dei lettori di fantascienza è davvero ridotto e in esso non c’è stato praticamente nessun ricambio generazionale. Manca la massa critica per poter stimolare una rete virtuosa di relazioni, anche a livello di feedback davvero costruttivi e utili per costruire un trend futuro. Per di più chi legge oggi fantascienza è molto probabilmente un lettore che ha formato il suo gusto negli anni ’70 o ’80, al più tardi. Prima che in Italia arrivasse il cyberpunk, per farsi un’idea. E proprio il cyberpunk, quando alla fine è arrivato all’attenzione del pubblico italiano, infastidì molti per la sua astrusità e per il ribaltamento delle convenzioni del genere, meritandosi una condanna – diffusa e generalizzata – per lesa maestà. Forse lo slancio ribelle di una fantascienza strettamente vincolata all’underground e alle sottoculture era già un affronto troppo insopportabile al loro gusto. Ma forse, se in Italia il cyberpunk non ha avuto il successo che ha conosciuto altrove anche fuori dal mondo anglosassone (penso al Giappone o alla Russia), è anche perché già in quegli anni, a cavallo tra gli ’80 e i ’90, si poneva il problema del ricambio generazionale. I giovani non leggevano più fantascienza. O forse, semplicemente, i giovani non leggevano più e basta.

Ma torniamo ai giorni nostri. Una comunità di appassionati di fantascienza incapaci di riconoscere l’importanza del cyberpunk è grosso modo altrettanto autorevole di una comunità di appassionati di aeronautica incapaci di guardare oltre le turboeliche. O una comunità di appassionati di fumetti arroccati sulla Silver Age. Vi pare possibile? Le nicchie sono sempre esistite, e ovunque vi sia una cultura sufficientemente florida e ampia fioriscono le sottoculture. Il nostro problema, in ambito fantascientifico, è che un numero troppo ridotto di appassionati ha avuto modo di scoprire e affezionarsi a ciò che è accaduto da un certo punto in avanti. Semplicemente. In questo modo è venuta a mancare una condizione necessaria a garantire l’equilibrio tra i diversi filoni. Che non è necessariamente vincolato al dato anagrafico, ma di certo in un campo come questo l’età gioca un ruolo non trascurabile. Si è avuto così un consolidamento di posizioni di retroguardia. Con il risultato di un impoverimento generale del gusto.

Bisognerebbe chiedersi quanti dei lettori che criticano così aspramente l’ultimo Premio Urania abbiano letto qualcosa di inglese o americano uscito negli ultimi dieci o quindici anni. E tra questi, che frazione della loro dieta fantascientifica è rappresentata da romanzi di autori contemporanei di fantascienza. Ho il forte sospetto che il Premio Urania sia semplicemente un parafulmine, e che serva a scaricare un bacino di elettricità ben più ampio della nuvoletta italiana sospesa sulla sua verticale. Tutto l’orizzonte è coperto di nuvoloni grigi, dal Regno Unito all’America, per non parlare del resto del mondo.

Oggi il lettore medio di fantascienza attivo sui social network o sui blog, fateci caso, è quasi sempre qualcuno con una sua ricetta. Esce un nuovo libro? E lui è pronto a fornire all’editore la ricetta di quello che avrebbe invece dovuto pubblicare in alternativa. E se il libro è italiano via con la girandola delle obiezioni di cui sopra. Sarà che gli appassionati di fantascienza non scrittori (o aspiranti tali) sono davvero pochi per poter scongiurare il sospetto del commento interessato. Sarà che gli scrittori di fantascienza italiani sono davvero così impreparati…

Come ho avuto modo di dire, altrove la situazione è ben diversa: si vive di curiosità per il nuovo e per ciò che è diverso. E per fortuna gli orizzonti si vanno facendo sempre più ampi. Onestamente, preoccuparci oggi di ciò che può piacere a una comunità di pochi lettori, capace di esprimere un volume davvero risicatissimo di opinioni credibili e/o autorevoli, dovrebbe essere chiaro a tutti, non è un gioco che ripagherà né sul breve né sul medio né sul lungo periodo. Quindi a che pro giocarlo?

È tutto tempo sprecato quello investito nella fatica di far cambiare idea a un lettore riluttante, quali che siano le sue ragioni.

Il lettore medio di fantascienza ha la sua ricetta? Si scriva pure il suo libro, provi un po’ a farselo pubblicare e stia pur sereno che nel caso c’è pur sempre Amazon, lì pronta a lanciare nel circuito l’ennesimo titolo. Noi che della nostra scrittura stiamo provando onestamente a fare un mestiere dovremmo continuare a occuparci della fantascienza vera, quella che guarda al futuro. Non alle macerie del passato, e ai relitti che riflettono lo stato di psicopatologia di massa di questo paese allo sbando.

Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell'edizione americana di "The Dark Forest", secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell’edizione americana di “The Dark Forest”, secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

L’11 novembre scorso la benemerita casa editrice statunitense Tor Books ha dato alle stampe il primo volume della trilogia dei Tre Corpi di Cixin Liu, anche nota come Remembrance of Earth’s Past: The Three-Body Problem. Si tratta di un evento epocale, considerata non solo l’apertura del mercato statunitense a un’opera non anglofona, per di più cinese, ma anche l’investimento che l’operazione deve essere costata alla casa editrice in termini di sforzo produttivo. La cura è testimoniata dalla traduzione del primo volume, eseguita da uno degli autori di punta dell’ultima generazione come Ken Liu, e dalle straordinarie illustrazioni realizzate dall’artista francese Stephan Martinière, di cui riporto qui sopra quella che servirà da cover per il secondo volume in uscita la prossima estate: The Dark Forest. Su Tor.com potrete trovare abbondanza di materiali a riguardo: segnalo in particolare un intervento dell’autore sui risvolti storici della pubblicazione del suo lavoro e sul suo impatto in patria e una raccolta di brani consultabili gratuitamente in rete.

Da parte degli addetti ai lavori americani c’è un interesse crescente verso la fantascienza non anglofona, testimoniato dalla frequenza delle traduzioni, operazioni fino a non molto tempo fa rarissime. La rivista Clarkesworld è riuscita facilmente a finanziare con i contributi dei lettori un progetto di traduzione finalizzato alla pubblicazione regolare di racconti cinesi di fantascienza, raccogliendo quasi il doppio della somma che si era prefissa come obiettivo. Un segno piuttosto esplicito della ricettività del mercato interno, di certo cospicuamente sostenuto dalla forza della comunità cinese in America.

Questo ci dice qualcosa sull’evoluzione futura del genere? Non lo so. Ma voglio comunque lanciarmi in una scommessa. E allora ecco una profezia non richiesta.

Nel giro di dieci anni, il mercato mondiale della fantascienza sarà sorretto dai mercati asiatici, in misura preponderante da quello cinese. Il mercato americano cederà la sua leadership e gli autori anglofoni ricaveranno il grosso dei loro profitti dai diritti venduti in Cina.

Forse gli autori inglesi riusciranno a fare qualcosa del genere in India, ma probabilmente avranno bisogno di un orizzonte temporale più lungo. I mercati europei diventeranno sempre più marginali, ma non è escluso che da questo nuovo equilibrio gli stessi autori attivi in lingue diverse dall’inglese possano trarre dei vantaggi. L’inglese è sicuramente la lingua franca dell’editoria mondiale e la fantascienza non fa eccezione. Ma l’America non può più essere l’obiettivo oggi. Puntare gli USA equivale a ragionare con la tara dei nostri ormai consolidati venti anni di ritardo culturale. Il centro gravitazionale del futuro è nel Pacifico ed è ora di cominciare a guardare al contrappeso che lo sta trascinando sempre più lontano dal blocco continentale nordamericano.

Probabilmente conviene cominciare a pensare da adesso alle storie che tra dieci o vent’anni potranno essere vendute a questo pubblico, di cui sappiamo ancora così poco.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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