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Quella che vedete qui sotto è una base missilistica, nome in codice Launch Position 10. Per la stagione più intensa della Guerra Fredda, nei primissimi anni ’60, fu uno dei centri nevralgici dell’operazione NATO classificata come Pot Pie, che vide l’istituzione della 36ma Aerobrigata Interdizione Strategica (Abis) per presidiare 10 campi missilistici sotto la supervisione della V Armata Area Tattica, formata per decisione del Consiglio Atlantico nel 1956. L’operazione riguardava l’installazione di basi missilistiche nel teatro europeo e maturò nell’ambito dell’escalation militare di quegli anni, con la contrapposizione tra il blocco occidentale e i paesi aderenti al Patto di Varsavia.

La Launch Position 10 fotografata con chiarezza dai satelliti per Google Map, come forse avrete già scoperto cliccando sull’immagine, è situata alle porte di Matera, non distante dalla strada statale che collega il capoluogo lucano a Metaponto e alla costa jonica. Il campo dei missili n. 10, ricavato in una collinetta decapitata e sventrata a formare un cratere, fu l’ultimo a essere realizzato, il 20 giugno del 1961. Gli altri erano dislocati nei comuni di Gioia del Colle, Mottola, Laterza, Altamura (2 basi), Gravina, Spinazzola, Acquaviva delle Fonti e Irsina.

Ciascun impianto – come si legge anche nella geolocalizzazione operata da Foscus, a cui sono risalito dal blog di Antonella Beccaria – ospitava tre missili, uno di lancio e due di riserva. Tre tubi di lancio, per alloggiare missili PGM-17 Jupiter (bestioline da 18 metri di lunghezza e quasi 50 tonnellate di peso al lancio, che potete ammirare in tutto il loro splendore qui di fianco). Operativi con l’USAF come SM-78, i missili Jupiter erano equipaggiati con una testata termonucleare da 1,44 megaton (equivalenti a più di 100 volte la bomba sganciata su Hiroshima) e avevano una gittata di 3.180 km.

Erano tutti puntati su Mosca, come altri 15 dislocati in Turchia nell’ambito della medesima strategia NATO di accerchiamento del blocco sovietico. La loro posizione non era ignota ai russi, viste le molteplici testimonianze raccolte dalla gente del luogo che ricorda di un continuo andirivieni di stranieri nella zona, indice di una intensa attività spionistica nei centri e nelle campagne della Murgia. E lo stesso presidente sovietico dell’epoca, Nikita Kruscev, protestò formalmente con l’Italia per aver accordato l’installazione dei missili sul proprio suolo, dando a intendere a Segni e Fanfani, in visita ufficiale a Mosca nell’agosto 1960, di essere al corrente dell’area geografica destinata alle basi missilistiche prima ancora che queste venissero impiantate.

Guerra Fredda, primi anni ’60, testate nucleari nel giardino di casa e sulla testa ricognitori aerei nemici. Un aereo bulgaro attrezzato per la fotografia aerea precipita sulla Murgia ma le autorità riescono a bloccare la fuga di informazioni. Silenzio assoluto. Gli occhi del mondo sono puntati su Cuba, dove tra il 17 e il 19 aprile 1961 Kennedy incorse nella Baia dei Porci nella prima disfatta politica della sua amministrazione, con il fallimento dello sbarco degli esuli cubani organizzato dalla CIA. Il 2 dicembre del 1961, per ragioni di opportunismo politico, Fidel Castro proclamò Cuba Stato Marxista-Leninista, ottenendo l’appoggio dell’URSS per fronteggiare l’ingerenza statunitense. Il 14 ottobre 1962 Washington apprese da una ricognizione aerea  della presenza di rampe di lancio sull’isola, destinate a ospitare i missili nucleari già in viaggio su una nave sovietica.

Se a quel punto Kennedy avesse optato per una prova di forza con l’URSS sul suolo cubano, non è infondato ipotizzare che, all’attacco degli USA contro le basi missilistiche cubane, Mosca avrebbe potuto rispondere con una rappresaglia contro le basi missilistiche della Murgia.

Se in un’ora qualsiasi di quegli anni, a 7 minuti dall’apocalisse, la NATO avesse optato per un attacco all’URSS e i missili di Pot Pie fossero stati lanciati, il tempo per la risposta militare sovietica sarebbe stato dell’ordine dei trenta minuti. Poi una bolla di fuoco avrebbe inghiottito questo angolo di Bassitalia e il vento radioattivo avrebbe spazzato la penisola. Le natiche dei nostri eminenti governanti ne avrebbero avvertito il calore anche nei loro rifugi antiatomici nei Colli Albani.

Scenari apocalittici di olocausti termonucleari ardevano tra i possibili destini del territorio di Matera e dintorni, ancora all’epoca tra le zone più depresse del Mezzogiorno d’Italia, dove nessuno era a conoscenza della spada di Damocle che si ritrovava sospesa sulla testa.

Matera, foto di Paolo Màrgari.

In quell’ottobre 1962 si ebbero frenetici contatti tra Kennedy e Kruscev. In cambio della rinuncia sovietica a posizionare i missili a Cuba, JFK s’impegnò a ritirare i 30 Jupiter della Murgia e i 15 dislocati in Turchia. La Terza Guerra Mondiale era stata sfiorata, gli analisti del Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago spostarono indietro di 12 minuti le lancette dell’Orologio dell’apocalisse.

L’operazione Pot Pie ebbe termine nel 1963 e le basi della Murgia furono smantellate tra l’aprile e il giugno di quell’anno. L’ex-campo dei missili di Santa Lucia, alle porte di Matera, è tuttora servitù militare, benché gran parte delle installazioni militari siano state rimosse. Al suo interno ospita da alcuni anni un deposito d’auto. Ma nei suoi dintorni, così come nelle aree delle altre postazioni di lancio di Pot Pie, sono ancora ben visibili le tracce lasciate dalle destinazioni d’uso d’un tempo: le torrette di guardia lungo il perimetro, con i nomi e le date incisi nel cemento dagli avieri impegnati nei turni di guardia, e tre piazzole al centro della base, con una superficie di cemento e in bella vista i tre grandi plinti su cui poggiavano le strutture di sostegno dedicate ai Jupiter.

Tutta questa storia, ricostruita a partire dall’esaustivo intervento di Pasquale Doria dal titolo Matera e la Guerra Fredda (riportato in appendice al volume I giorni di Scanzano) e dall’opera di documentazione di Giorgio Nebbia, mi ha evocato scenari da ucronia molto, molto cupi e fortemente debitori del Missile Gap di Charles Stross, su cui mi prefiggo da tempo di scrivere. Mi è tornata in mente non a caso in questi giorni, mentre Matera inaugura il suo anno da Capitale Europea della Cultura e, forse non a caso ma sicuramente all’insaputa di tanti, il Doomsday Clock segna -2 minuti alla mezzanotte dell’apocalisse nucleare, il momento più vicino dal 1953.

[Questo post riprende e rielabora un articolo pubblicato su Uno Strano Attrattore, il 13 aprile 2010.]

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Sony Center at Night, Berlin.

Sony Center at Night, Berlin. (Photo credit: Wikipedia)

La fantascienza italiana si regge su una piccola ma matematica certezza: che il prossimo titolo che uscirà a firma di un autore italiano sarà il bersaglio facile e sicuro di polemiche infinite. Le contestazioni potranno essere più o meno accese, ma accompagneranno di certo ogni nuova uscita. Chiunque ne sia l’autore, ma meglio se giovane ed esordiente. E in genere il picco annuale si verifica a novembre, quando tipicamente Urania dà alle stampe il vincitore del premio annuale della collana.

“Gli italiani non sono all’altezza degli autori d’oltreoceano” (come se la metà degli autori anglofoni non fossero invece d’oltremanica)… “Che noia vince sempre un fantapoliziesco” (o un poliziesco futuristico… e in ogni caso, “basta con questi fantapolizieschi italiani!”)… Sono le obiezioni più frequenti. E via di questo passo. Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 e attualmente in tutti gli store digitali con il suo serial I Necronauti, ha pubblicato a riguardo un puntuale e condivisibile intervento sul suo blog.

Il problema, io credo, è tutto nelle dimensioni della comunità. Lo zoccolo duro dei lettori di fantascienza è davvero ridotto e in esso non c’è stato praticamente nessun ricambio generazionale. Manca la massa critica per poter stimolare una rete virtuosa di relazioni, anche a livello di feedback davvero costruttivi e utili per costruire un trend futuro. Per di più chi legge oggi fantascienza è molto probabilmente un lettore che ha formato il suo gusto negli anni ’70 o ’80, al più tardi. Prima che in Italia arrivasse il cyberpunk, per farsi un’idea. E proprio il cyberpunk, quando alla fine è arrivato all’attenzione del pubblico italiano, infastidì molti per la sua astrusità e per il ribaltamento delle convenzioni del genere, meritandosi una condanna – diffusa e generalizzata – per lesa maestà. Forse lo slancio ribelle di una fantascienza strettamente vincolata all’underground e alle sottoculture era già un affronto troppo insopportabile al loro gusto. Ma forse, se in Italia il cyberpunk non ha avuto il successo che ha conosciuto altrove anche fuori dal mondo anglosassone (penso al Giappone o alla Russia), è anche perché già in quegli anni, a cavallo tra gli ’80 e i ’90, si poneva il problema del ricambio generazionale. I giovani non leggevano più fantascienza. O forse, semplicemente, i giovani non leggevano più e basta.

Ma torniamo ai giorni nostri. Una comunità di appassionati di fantascienza incapaci di riconoscere l’importanza del cyberpunk è grosso modo altrettanto autorevole di una comunità di appassionati di aeronautica incapaci di guardare oltre le turboeliche. O una comunità di appassionati di fumetti arroccati sulla Silver Age. Vi pare possibile? Le nicchie sono sempre esistite, e ovunque vi sia una cultura sufficientemente florida e ampia fioriscono le sottoculture. Il nostro problema, in ambito fantascientifico, è che un numero troppo ridotto di appassionati ha avuto modo di scoprire e affezionarsi a ciò che è accaduto da un certo punto in avanti. Semplicemente. In questo modo è venuta a mancare una condizione necessaria a garantire l’equilibrio tra i diversi filoni. Che non è necessariamente vincolato al dato anagrafico, ma di certo in un campo come questo l’età gioca un ruolo non trascurabile. Si è avuto così un consolidamento di posizioni di retroguardia. Con il risultato di un impoverimento generale del gusto.

Bisognerebbe chiedersi quanti dei lettori che criticano così aspramente l’ultimo Premio Urania abbiano letto qualcosa di inglese o americano uscito negli ultimi dieci o quindici anni. E tra questi, che frazione della loro dieta fantascientifica è rappresentata da romanzi di autori contemporanei di fantascienza. Ho il forte sospetto che il Premio Urania sia semplicemente un parafulmine, e che serva a scaricare un bacino di elettricità ben più ampio della nuvoletta italiana sospesa sulla sua verticale. Tutto l’orizzonte è coperto di nuvoloni grigi, dal Regno Unito all’America, per non parlare del resto del mondo.

Oggi il lettore medio di fantascienza attivo sui social network o sui blog, fateci caso, è quasi sempre qualcuno con una sua ricetta. Esce un nuovo libro? E lui è pronto a fornire all’editore la ricetta di quello che avrebbe invece dovuto pubblicare in alternativa. E se il libro è italiano via con la girandola delle obiezioni di cui sopra. Sarà che gli appassionati di fantascienza non scrittori (o aspiranti tali) sono davvero pochi per poter scongiurare il sospetto del commento interessato. Sarà che gli scrittori di fantascienza italiani sono davvero così impreparati…

Come ho avuto modo di dire, altrove la situazione è ben diversa: si vive di curiosità per il nuovo e per ciò che è diverso. E per fortuna gli orizzonti si vanno facendo sempre più ampi. Onestamente, preoccuparci oggi di ciò che può piacere a una comunità di pochi lettori, capace di esprimere un volume davvero risicatissimo di opinioni credibili e/o autorevoli, dovrebbe essere chiaro a tutti, non è un gioco che ripagherà né sul breve né sul medio né sul lungo periodo. Quindi a che pro giocarlo?

È tutto tempo sprecato quello investito nella fatica di far cambiare idea a un lettore riluttante, quali che siano le sue ragioni.

Il lettore medio di fantascienza ha la sua ricetta? Si scriva pure il suo libro, provi un po’ a farselo pubblicare e stia pur sereno che nel caso c’è pur sempre Amazon, lì pronta a lanciare nel circuito l’ennesimo titolo. Noi che della nostra scrittura stiamo provando onestamente a fare un mestiere dovremmo continuare a occuparci della fantascienza vera, quella che guarda al futuro. Non alle macerie del passato, e ai relitti che riflettono lo stato di psicopatologia di massa di questo paese allo sbando.

Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell'edizione americana di "The Dark Forest", secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell’edizione americana di “The Dark Forest”, secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

L’11 novembre scorso la benemerita casa editrice statunitense Tor Books ha dato alle stampe il primo volume della trilogia dei Tre Corpi di Cixin Liu, anche nota come Remembrance of Earth’s Past: The Three-Body Problem. Si tratta di un evento epocale, considerata non solo l’apertura del mercato statunitense a un’opera non anglofona, per di più cinese, ma anche l’investimento che l’operazione deve essere costata alla casa editrice in termini di sforzo produttivo. La cura è testimoniata dalla traduzione del primo volume, eseguita da uno degli autori di punta dell’ultima generazione come Ken Liu, e dalle straordinarie illustrazioni realizzate dall’artista francese Stephan Martinière, di cui riporto qui sopra quella che servirà da cover per il secondo volume in uscita la prossima estate: The Dark Forest. Su Tor.com potrete trovare abbondanza di materiali a riguardo: segnalo in particolare un intervento dell’autore sui risvolti storici della pubblicazione del suo lavoro e sul suo impatto in patria e una raccolta di brani consultabili gratuitamente in rete.

Da parte degli addetti ai lavori americani c’è un interesse crescente verso la fantascienza non anglofona, testimoniato dalla frequenza delle traduzioni, operazioni fino a non molto tempo fa rarissime. La rivista Clarkesworld è riuscita facilmente a finanziare con i contributi dei lettori un progetto di traduzione finalizzato alla pubblicazione regolare di racconti cinesi di fantascienza, raccogliendo quasi il doppio della somma che si era prefissa come obiettivo. Un segno piuttosto esplicito della ricettività del mercato interno, di certo cospicuamente sostenuto dalla forza della comunità cinese in America.

Questo ci dice qualcosa sull’evoluzione futura del genere? Non lo so. Ma voglio comunque lanciarmi in una scommessa. E allora ecco una profezia non richiesta.

Nel giro di dieci anni, il mercato mondiale della fantascienza sarà sorretto dai mercati asiatici, in misura preponderante da quello cinese. Il mercato americano cederà la sua leadership e gli autori anglofoni ricaveranno il grosso dei loro profitti dai diritti venduti in Cina.

Forse gli autori inglesi riusciranno a fare qualcosa del genere in India, ma probabilmente avranno bisogno di un orizzonte temporale più lungo. I mercati europei diventeranno sempre più marginali, ma non è escluso che da questo nuovo equilibrio gli stessi autori attivi in lingue diverse dall’inglese possano trarre dei vantaggi. L’inglese è sicuramente la lingua franca dell’editoria mondiale e la fantascienza non fa eccezione. Ma l’America non può più essere l’obiettivo oggi. Puntare gli USA equivale a ragionare con la tara dei nostri ormai consolidati venti anni di ritardo culturale. Il centro gravitazionale del futuro è nel Pacifico ed è ora di cominciare a guardare al contrappeso che lo sta trascinando sempre più lontano dal blocco continentale nordamericano.

Probabilmente conviene cominciare a pensare da adesso alle storie che tra dieci o vent’anni potranno essere vendute a questo pubblico, di cui sappiamo ancora così poco.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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