You are currently browsing the tag archive for the ‘Ursula K. Le Guin’ tag.

Un maleficio elettronico ci aveva privati dei blog ospitati sulla piattaforma di Fantascienza.com, ma adesso grazie a un rituale negromantico dello sciamano S* ne abbiamo finalmente riguadagnato l’accesso, Strano Attrattore compreso. Nei prossimi giorni, quindi, oltre a riprendere e approfondire alcuni discorsi iniziati lì, anche per finalità narrative (che quindi si paleseranno alla vostra attenzione solo dopo l’intervallo necessario alla gestazione), proverò a ribloggare vecchi post aggiornandoli di volta in volta in base alle circostanze.

Intanto, mi imbatto in questa vecchia entry che faceva riferimento al 2019 di Blade Runner e si ricollega dal passato a tutte quelle chiacchiere fatte sul finire del 2018 e anche qui, con il nuovo anno ormai a tiro. Odio ri-citarmi, ma c’era già in quelle righe un senso di urgenza per qualcosa che stava cambiando nella percezione/consapevolezza del futuro – e, come diceva l’Iguana, nella capacità di immaginare il futuro – che nel giro di 11 anni ci avrebbe portati dove siamo in fondo finiti. Era il 2008 e il 2019 era ancora al di là dell’orizzonte, ma certi atteggiamenti, certi schemi ricorrenti nel cosiddetto dibattito pubblico e nei discorsi della politica, lasciavano intravedere gli sviluppi che si sarebbero poi compiuti, facevano sì che il futuro fosse chiuso in un angolo e preludevano al peggio.

Tutto quello che ci avrebbe portati qui era già iniziato e, come faceva notare dal canto suo Zoon, le cose stavano già molto peggio di quanto riuscissimo a immaginare all’epoca. Odio citarmi, ma come scrivevo allora “il nostro presente è già molto peggiore di quello di Deckard”. Era solo il 2008… Quanti treni abbiamo perso da allora? Quante strade sbagliate abbiamo imboccato? E quante scelte sbagliate ci siamo gloriati di poter inanellare?

Ma non mi sentirete (leggerete) dire (scrivere) che il futuro è morto. Come scrive Cormac McCarthy, anche nei tempi più bui – e in effetti alla catastrofe dipinta nelle pagine de La strada ancora non ci siamo arrivati – c’è sempre qualcuno che s’incarica di portare il fuoco. Per fortuna, malgrado tutto, anche nella nostra epoca c’è ancora chi continua a farlo. Chi, con piccoli grandi gesti di resistenza quotidiana, porta avanti l’impegno per un’alternativa possibile a questo squallido presente. Chi ha fatto proprio e declina un giorno dopo l’altro la lezione dei realisti di una realtà più grande.

Annunci

Dal 1975 la SFWA, l’associazione che riunisce gli autori americani di fantascienza è fantasy, assegna il titolo di Grand Master (dal 2002 dedicato alla memoria di Damon Knight, autore, curatore e critico, nonché tra i fondatori dell’associazione, che conta oggi oltre 1.900 iscritti nel mondo) a un autore che con il suo lavoro ha dato un contributo incisivo e determinante alla storia del genere. Il primo a essere insignito, quell’anno, fu Robert A. Heinlein, e dopo di lui è stato il turno – tra gli altri – di Fritz Leiber (1981), Arthur C. Clarke, Isaac Asimov, Alfred Bester e Ray Bradbury (tra il 1986 e il 1989), Ursula K. Le Guin (2003), Harlan Ellison (2006) e Samuel R. Delany (2014), per citare solo alcune tra le 35 leggende viventi onorate da questo riconoscimento.

Foto di Jason Redmond per Wired.

L’ultimo in ordine di tempo, annunciato ieri dal bollettino della SFWA, è William Gibson, che da queste parti non ha certo bisogno di presentazioni. Ne ho scritto così tanto che probabilmente fate prima a esplorare i post del blog contrassegnati dal suo tag (dall’inizio dell’anno mi accorgo che è già la terza volta che lo taggo, ed  è appena trascorsa una settimana), ma anche fuori da Holonomikon ricordo che trovate un profilo in due parti di qualche anno fa (che necessita prima o poi di essere aggiornato), un pezzo giovanile scritto in occasione del suo 60esimo compleanno e qualche recensione dei suoi ultimi lavori:

Nella sua motivazione, il presidente della SFWA Cat Rambo ha dichiarato:

William Gibson ha coniato la parola cyberspazio nel suo racconto La notte che bruciammo Chrome, sviluppando quel concetto due anni dopo nel romanzo Neuromante. Ha forgiato un corpo di opere che hanno giocato un ruolo di spicco nella definizione del movimento cyberpunk, esercitando un’influenza su decine di autori di cinema, letteratura, giochi, e su creativi di ogni tipo. Non contento di essere uno degli scrittori più autorevoli in un solo sottogenere, ha poi aiutato a definire il genere steampunk con Bruce Sterling nel loro lavoro a quattro mani La macchina della realtà. Gibson continua a produrre opere tese ed evocative che riflettono l’angoscia e le speranze del XXI secolo. Essere un Grand Master della SFWA significa essere un autore di speculative fiction che ha plasmato il genere rendendolo ciò che è oggi. Gibson ricopre abbondantemente questo ruolo.

Il conferimento ufficiale del titolo avrà luogo in occasione dell’annuale cerimonia di consegna dei premi Nebula, a Los Angeles, il prossimo 16-19 maggio.

Questa copertina è stato il primo punto di contatto tra me e Gibson: se non era il 1993, era il 1994 (un quarto di secolo abbondante, insomma… e chi l’avrebbe mai detto?):

Nuove Eterotopie reca un sottotitolo altisonante ma abbastanza ingannevole: “l’antologia definitiva del connettivismo“. Ora, sappiamo tutti quanto i proclami siano per loro natura destinati a essere smentiti dalla realtà, e quel sottotitolo non fa eccezione: esprime in forma scaramantica tutta la nostra volontà (dei curatori, certo, ma siamo abbastanza sicuri anche di tutti gli autori coinvolti nel connettivismo, oltre che dell’editore stesso) di andare avanti almeno per altri dieci anni.

In effetti, lavorando a questo libro con Sandro Battisti, ci siamo resi conto della mole sterminata di lavori di ottima qualità che avrebbero meritato di essere inclusi in un best of come questa antologia in fondo aspira a essere. Niente di meglio, quindi, per guardare con fiducia ai prossimi dieci anni in cui abbiamo già messo un piede. Nuove Eterotopie può pertanto presentarsi come una vetrina e allo stesso tempo una porta spalancata su un movimento ancora in fieri, un work in progress che va avanti da 13 anni e che non ha nessuna intenzione di lasciarsi imbalsamare per essere esposto in un museo. Gli autori e le autrici che lavorano con noi, coinvolti nei numerosi progetti della pipeline editoriale della Kipple Officina Libraria, devono quindi sentirsi investiti e sfidati a dare il loro meglio in maniera da rendere ancora più complicate le scelte dei prossimi curatori per un’eventuale – ma nemmeno troppo ipotetica a questo punto – futura raccolta (chiamiamola pure Nuove Eterotopie 2, ma avremmo già un titolo d’impatto, nel caso, e questo titolo non potrebbe essere che Nuove Eterocronie!).

Ma adesso è di Nuove Eterotopie che vorrei parlarvi, riprendendo il discorso iniziato in occasione della presentazione del volume tenutasi a Stranimondi.

Innanzitutto, perché Nuove Eterotopie? Il titolo è un omaggio, neanche a dirlo, a Samuel R. Delany, che scelse di intitolare uno dei suoi romanzi più ambiziosi e rappresentativi Trouble on Triton: An Ambiguous Heterotopia (1976). Benché il libro sia stato poi ripetutamente dato alle stampe con il titolo più immediato e sintetico di Triton, la scelta originaria di Delany denunciava la sua intenzione di proseguire il discorso iniziato da Ursula K. Le Guin con il suo capolavoro del 1974 The Dispossessed (in italiano I reietti dell’altro pianeta, ma anche Quelli di Anarres), sottotitolato An Ambiguous Utopia. E non è un caso se sia Delany che Le Guin, voci fuori dal coro di una letteratura di idee dalla forte carica politica e dalla convinta vocazione a infrangere gli schemi precostituiti, potrebbero essere visti come due dei più significativi numi tutelari di tutta questa operazione che va sotto il nome di connettivismo.

Ovviamente, la parola eterotopia, che come spiega Wikipedia sta tanto per “altro spazio” quanto per “spazio delle diversità“, è un prestito dal filosofo francese e “archeologo dei saperi” Michel Foucault, che per primo adottò il termine nel suo saggio del 1967 Spazi Altri per descrivere quei luoghi che si pongono al di là delle convenzioni sociali stabilite, o – citando testualmente – “quegli spazi connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi designano, riflettono o rispecchiano“. Secondo Foucault la storia della civiltà inanella fin dalle società primitive esempi di eterotopie, che continuano a sopravvivere nelle nostre società moderne e postmoderne in forme sempre diverse: come eterotopie di crisi (esempi ne sono i collegi e le caserme), come eterotopie di deviazione (ospizi e ospedali), o come repliche delle nostre città (quali l’altra città per definizione, ovvero il cimitero, in cui vengono trasferiti al sopraggiungere del passaggio finale gli abitanti della città dei vivi, oppure le colonie delle potenze europee in Africa o America Latina, con gli spazi che replicano fedelmente lo schema degli equilibri dei poteri coinvolti – l’autorità coloniale e la Chiesa – e i tempi della giornata che vengono da questi rigorosamente scanditi).

Ma le eterotopie che ci circondano sono innumerevoli e comprendono anche le prigioni, i manicomi, i giardini, le camere d’albergo, i treni, e in qualche misura si sovrappongono ai nonluoghi teorizzati dall’antropologo ed etnologo Marc Augé (anch’egli francese) per definire quegli spazi con la prerogativa di non essere identitari, relazionali o storici: le stazioni, gli aeroporti, i centri commerciali. I più attenti di voi avranno notato le numerose affinità con alcuni degli spazi evocati nel nostro manifesto. Nel suo saggio, Foucault fa un esempio ancora più illuminante per spiegare l’eterotopia, mettendola in relazione appunto con l’idea a noi più familiare di utopia. Le utopie sono consolatorie, le eterotopie inquietanti: “minano segretamente il linguaggio”, “spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni”. Come capita con le immagini che vediamo riflesse in uno specchio, in cui ci vediamo dove non siamo.

Quella sugli spazi è una riflessione che coinvolge la fantascienza fin dalle origini. Con le utopie, certo, ma poi anche con la contrapposizione in chiave New Wave tra inner space (lo spazio interno ballardiano) e outer space (la frontiera esterna dell’esplorazione spaziale), declinata da J. G. Ballard nel saggio Which Way to Inner Space pubblicato da Michael Moorcock nel 1962 sul numero di maggio di New Worlds. Per proseguire poi sulla frontiera elettronica del cyberspazio, portato alla ribalta all’inizio degli anni ’80 dagli autori cyberpunk. E se i racconti e i romanzi di William Gibson, il futuro informatizzato che prende forma nelle pagine di Neuromancer (1984) e Burning Chrome (1986), sono il principale motivo per cui mi sarei trovato, qualche anno dopo aver letto e riletto i suoi lavori, a scriverne di miei sulla stessa falsariga, se c’è una comune passione che ha decretato la convergenza del mio personale cammino con il percorso artistico di Sandro Battisti prima, e poi di Marco Milani, è stata senza ombra di dubbio quella per i rutilanti scenari postumani dipinti da Bruce Sterling nel suo ciclo della Matrice Spezzata (Schismatrix, 1985). Sterling è stato uno dei capifila della nuova fantascienza degli anni ’80, riconosciuto presto come il teorico del movimento sia per il lavoro con la zine Cheap Truth, sia per la sua sintesi come curatore dell’antologia-manifesto del cyberpunk, Mirrorshades (1986). Ma la sua carica non si è esaurita in quel decennio, continuando a esercitare un’influenza magmatica anche sui decenni successivi, attraverso la transizione dal cyberpunk al post-cyberpunk (e di qui a tutto il filone postumanista), attraverso le sue incursioni in altri territori contigui come lo steampunk o lo slipstream, per non parlare dei suoi progetti collaterali come il Dead Media Project o il Viridian Design Movement (date un’occhiata alla sua pagina su Wikipedia per credere). In definitiva, non potevamo chiedere un regalo migliore per un’antologia come Nuove Eterotopie di un contributo di Sterling, e se avevamo qualche timore nel chiedergli una postfazione, siamo rimasti sbigottiti quando è stato lui stesso a proporci di sua iniziativa di contribuire con il suo primo racconto connettivista!

Sterling ha avuto fin dall’inizio parole molto lusinghiere per il nostro lavoro, ma forse niente batte le sue considerazioni sulla nostra consapevolezza sul mondo in cui viviamo. E in effetti, se c’è una cosa che ci ha distinti fin dall’inizio, è stata proprio quella di scrivere come se il cyberpunk fosse accaduto sul serio, e come se dopo la singolarità del cyberpunk fosse esplosa la galassia del post-cyberpunk, che sono tutte cose accidentalmente successe davvero, mentre alla metà del decennio scorso ci sembrava che molti intorno a noi volessero fingere a tutti i costi che non fossero mai capitate. I connettivisti si sono impegnati fin da subito in uno sforzo comune di sintesi, cercando di mettere in relazione approcci anche molto diversi tra di loro, ma che condividevano un interesse di fondo per l’altro, quello che oggi – con una parola forse inflazionata – viene fatto ricadere sotto l’ombrello della diversità. Abbiamo sempre rivendicato il valore della diversità come ricchezza: formalmente, con la nostra attitudine alle contaminazioni di genere (con il noir e l’horror, per esempio, ma anche con il romance, il weird, e da qualche anno con un progetto di infiltrazione del mainstream attraverso quelle espressioni che potremmo ricondurre a un ideale di fantascienza ripotenziata, vale a dire quella fantascienza ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione meno epica e più umana); e tematicamente, con la nostra curiosità per tutto ciò che si muove sulla frontiera dell’immaginario, come testimoniano anche le nostre frequenti incursioni nel campo del postumano, quando non proprio del post-biologico.

Eterotopie, in relazione a tutto questo, ci sembrava davvero il termine più appropriato per descrivere lo spazio in cui si sono sviluppate le traiettorie delle nostre ricerche, analisi, esplorazioni e proiezioni, tutto quello che generalmente e genericamente facciamo passare sotto la parola di “scritture”. Non mi soffermo sui singoli racconti inclusi nell’antologia, ma ci tengo a sottolineare che nella reciproca diversità provano le differenze nell’approccio seguito da ogni singolo autore, e allo stesso tempo risuonano tra di loro attraverso gli echi reiterati di sensibilità comuni e comuni passioni. Questo in fondo è quello che il connettivismo ha voluto essere fin dalla sua nascita: un laboratorio, un incubatore, un terreno di coltura su cui far fiorire idee aliene, sforzandoci di coinvolgere anche autori che mai e poi mai vorrebbero essere incasellati sotto un’etichetta. Questo è quello che facciamo.

Nel saggio citato di Foucault, non a caso le eterotopie fornivano il gancio per parlare anche di eterocronie, in merito a quei luoghi in cui il tempo si accumula all’infinito (musei e biblioteche, per esempio) oppure viene sospeso ed esaltato nelle sue manifestazioni più futili (i luna park, altro esempio di convergenza con i nonluoghi di Augé). Il nonluogo in cui l’eterotopia si fonde idealmente con l’eterocronia, in cui il tempo si ripiega sullo spazio e annulla ogni distanza, è il non-spazio in cui tutto si svolge in tempo reale, la perfetta sintesi di eterotopia/eterocronia della nostra epoca, qualcosa che Foucault non poteva immaginare e che non ha fatto in tempo a vedere: Internet, lo specchio del mondo in cui viviamo. E questo ci fornisce l’occasione per parlare un po’ anche delle nostre origini, perché senza il web difficilmente ci sarebbe stato il connettivismo, e quindi difficilmente avrebbe potuto esistere un’antologia come Nuove Eterotopie o come tutte quelle che l’hanno preceduta.

I primi connettivisti solevano riunirsi intorno al primo storico blog di Sandro Battisti, Cybergoth, ospitato dalla piattaforma ormai dismessa di Splinder. Un blog che brillava come un faro nella notte quanto i social network erano al più l’embrione di un sogno notturno ancora ben lontano dall’avverarsi, e su cui ci ritrovavamo a-periodicamente per svolgere delle vere e proprie sessioni di scrittura istantanea nello stile delle jam session da cui prese forma il bebop, non a caso richiamato come ideale parallelo culturale anche dagli autori cyberpunk. E con la rete siamo maturati, stringendo connessioni, consolidando legami, esplorando orizzonti che in assenza di questa potente mediazione tecnologica non avremmo mai potuto conoscere. Siamo forse il primo movimento nato nell’era del web, di certo il primo in Italia, e siamo ancora qui dopo tutti questi anni. Non abbiamo intenzione di sparire, quindi sentitevi liberi di trattarci come un fenomeno reale.

 Foto di Marcus Broad Bean, al cui reportage sulla nostra presentazione a Stranimondi rimando per una versione altrettanto appassionata, ma più lucida e meno coinvolta, sul progetto connettivista.

 

Giovanni Agnoloni ha sintetizzato per PostPopuli alcune sue riflessioni sull’Altro, che presto confluiranno in un saggio più strutturato sul connettivismo, conducendo una panoramica su Corpi spenti e la serie della psicografia in cui si inserisce. Con l’occasione mi ha rivolto anche alcune domande su argomenti di cui si è molto discusso in rete – anche da queste parti – negli ultimi tempi: i “realisti di una realtà più grande” di Ursula K. Le Guin, il congresso di futurologia e lo stato della fantascienza in Italia. E così l’articolo è diventato una sorta di termometro della situazione. Ve lo consiglio anche per questo.

Eccone un estratto:

In un nostro recente scambio di battute su FB – a seguito del suo articolo uscito su Holonomikon – hai sottolineato come il Connettivismo si fondi sulla sostanziale compresenza (o, eventualmente, sull’alternanza) di generi diversi, fusi però in un’unica sensibilità capace di proiettarsi anche su un orizzonte narrativo mainstream. Si può dire che il movimento stia cercando di evolversi in una direzione che vada oltre certe resistenze “passatiste” della produzione strettamente fantascientifica italiana, che evocavi nel tuo articolo?

Ho sempre creduto che la cosa importante fosse evitare di fossilizzarci. Per restare in ambito fantascientifico, la mia prima grande passione è stato il cyberpunk: dai quindici anni in poi ho cercato di acciuffare qualsiasi cosa fosse stata pubblicata in Italia di riconducibile a questa corrente letteraria. Ho accumulato decine di libri e li ho divorati tutti, leggendoli più e più volte. Ma per mia fortuna, quando ho scoperto il movimento di Gibson e soci, Bruce Sterling ne aveva già certificato la morte da quattro o cinque anni. La scena del crimine, quando sono arrivato io, era già fredda… Così ho potuto spingermi in esplorazione, fuori dal filone, e sai cosa ho trovato? Altre fonti di meraviglia che hanno acceso altre passioni: Philip K. Dick, per cominciare; e poi Samuel R. Delany, J.G. Ballard e gli altri protagonisti della New Wave; e poi Alfred Bester, Fritz Leiber, Frederik Pohl e gli altri padri ispiratori del genere. E, tra gli italiani, Valerio Evangelisti, Vittorio Catani, Vittorio Curtoni, Lino Aldani

Tra gli utenti del fandom di SF attivi in rete, c’è un certo numero di nostalgici che rimpiangono un’età dell’oro perduta: la cara vecchia space opera, le storie semplici e accattivanti di una volta, i protagonisti tutti d’un pezzo, e non so che altro. Non credo che siano la frangia più numerosa del fandom (figuriamoci dell’intero bacino di lettori di fantascienza, di cui il fandom rappresenta solo la punta dell’iceberg), ma di sicuro è la più rumorosa. Scalpita, recrimina, rivendica un ritorno a stagioni della nostra storia che purtroppo per i loro sogni non si ripeteranno mai più. Come non si ripeterà più il decennio del cyberpunk. Ma questo non vuol certo dire che in futuro non ci saranno correnti e filoni altrettanto vitali e interessanti.

Già adesso nel mondo anglosassone si parla di una nuova Golden Age: lo hanno fatto quest’anno gli editori e gli addetti ai lavori riuniti a Londra in occasione della WorldCon. Si guarda con interesse ad altre culture, grazie al fatto che la società americana e quella britannica, di fatto le culle della science fiction, acuiscono sempre di più i loro tratti multietnici. E si guarda con uguale interesse al tema dei diritti civili, che dal femminismo in avanti non ha mai conosciuto battute d’arresto. Solo qui in Italia possiamo trovare gente che si permette di fare la voce grossa guardando al passato, senza che si inneschi un moto di risposta collettivo che riesca a isolare e far risaltare l’insulsaggine di queste pretese.

Con il connettivismo abbiamo messo in piedi un tentativo in questa direzione. E l’idea di cristallizzarci in uno schema imitativo (sia pure di noi stessi) non ci sfiora nemmeno. Quest’anno varchiamo l’orizzonte dei dieci anni. Era una notte di dicembre del 2004, quando quest’oscuro congegno si mise in moto. Chi l’avrebbe detto che dieci anni dopo saremmo stati ancora qui (con Sandro Battisti, Marco Milani e un gruppo sempre più numeroso di amici acquisiti per strada, tutti animati dalla stessa passione) a parlare di fantascienza e a proporre progetti per il futuro?

pic    Dan Tuffs (001 310 774 1780)Accettando la National Book Foundation’s Medal for Distinguished Contribution to American Letters, onore toccato in passato anche a Ray Bradbury e Toni Morrison ma tipicamente indifferente agli autori di genere, Ursula K. Le Guin ha tenuto lo scorso 19 novembre un discorso di ringraziamento che ha avuto enorme risonanza nel mondo anglosassone. Silvio Sosio ne ha parlato su Fantascienza.com riportandone una traduzione integrale. Qui in Italia siamo come al solito distratti, o semplicemente amiamo crogiolarci nel nostro provincialismo da nobili decaduti. E così il massimo che ci è dato vedere su un’onorificenza storica come questa sono state polemichine da salotto capaci di far ridere un pidocchio.

Al di là del valore dell’autrice – e Ursula K. Le Guin è una signora autrice, come dimostrano i 5 premi Hugo, i 6 Nebula e i ben 19 Locus allineati sulla sua libreria, per non parlare della profondità dei temi trattati e della complessità degli scenari immaginati, a cominciare dal ciclo dell’Ecumene – quello che avrebbe dovuto gratificare la comunità degli appassionati di fantascienza è il riconoscimento attribuito da una istituzione culturale di livello nazionale a una delle personalità più autorevoli emerse dal campo del fantastico. Questo nel mondo anglosassone si è verificato, in Italia no. Ma qui mi preme ricordare che il suo ultimo lavoro giunto in Italia, quel Paradisi Perduti curato e tradotto lo scorso anno da osf59_leguin_cover Salvatore Proietti per Delos Books (e pubblicato con una copertina originale di Maurizio Manzieri che ha riscosso un successo planetario), si è imposto meritatamente all’ultima edizione dei Premi Italia e questo dovrebbe essere un motivo di vanto per tutta la comunità italiana, che una volta tanto ha saputo dar prova di lungimiranza e acutezza.

Da autore di genere, non posso che condividere ogni singola parola del discorso di Le Guin. Ma c’è un passaggio che trovo particolarmente emozionante, e ve lo trascrivo:

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti”.

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.

Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte.

Ma tutto l’intervento merita di essere visto e ascoltato.

Ho colpevolmente mancato di segnalarvi l’uscita di Robot 72, disponibile in formato digitale già a partire dagli inizi diRobot72_digital settembre, ma rimedio adesso che è finalmente disponibile per l’acquisto anche l’edizione cartacea (sia sul Delos Store che su Amazon). All’interno c’è un lungo articolo scritto a quattro mani con Salvatore Proietti in cui affrontiamo il tema dei diritti civili degli esseri artificiali. La sua stesura ci ha tenuti impegnati per diverse settimane nel cuore della scorsa estate. Eccone, a mo’ di trailer, un assaggio:

È piena di fantascienza l’ultima parte del recente libro di Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti (Laterza 2012), di cui molto si è parlato. Come tutta la buona SF, è anche pieno di neologismi: biodiritto, nano-mondo, robo-legge, neuroetica. L’identità personale è distribuita, multipla: con le tecnologie che fanno parte di noi dobbiamo fare i conti. E l’identità è multipla in un mondo globalizzato sempre più multietnico e multiculturale, in cui (per riprendere Kim Stanley Robinson in Pacific Edge, romanzo del 1990 mai tradotto da noi) le “utopie tascabili” delle piccole comunità omogenee sono sempre più regressive e inquietanti. Il cyborg, il robot e il clone reclamano i loro diritti come forme di “homo possibilis” – proviamo ad ascoltarne la voce.

Insieme a Orwell, Huxley e Gibson (e a un filosofo della scienza come Giuseppe O. Longo, che spesso si è avvicinato alla SF), Rodotà evoca il bellissimo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (2005), storia di clonazione e di oppressione. Bellissimo, ma nel suo radicale pessimismo forse meno lungimirante di un racconto di Ursula K. Le Guin come Nove vite (1969, nella classica antologia I dodici punti cardinali): destinati allo sfruttamento lavorativo e biologico, i cloni dichiarano anche la loro capacità di provare sentimenti, di confrontarsi con l’altro – e un’irriducibile voglia di sopravvivere.

A capire molto, era stato il Philip K. Dick degli anni 70, a torto ridotto alle sole visioni esoteriche dell’Esegesi. Prendiamo il saggio intitolato L’androide e l’umano: “il nostro ambiente, e intendo il nostro mondo, una creazione umana fatta di macchine, costrutti artificiali, computer, sistemi elettronici, componenti omeostatici interconnessi […] sta diventando vivo, o almeno quasi-vivo, e in un modo specificamente e fondamentalmente analogo a noi stessi”. Irriducibilmente, l’essere umano è un homo faber, che solo chi idealizza un inesistente passato “naturale” può prendere in considerazione a prescindere dall’interazione con il mondo. A sua volta, il mondo non sta a guardare: cambia, si modifica, e impone a “noi” di fare i conti con la sua volontà. Sta nascendo l’ecologia, e stanno nascendo nuovi soggetti. Robot, androidi, cyborg, ibridi, simbionti, creature duplici, meticce (da noi, Primo Levi aveva parlato di centauri): tutte immagini di un mondo sempre meno “puro”, che non ha nessuna intenzione di rinunciare ai benefici e ai diritti della modernità – e che, casomai, vuole estenderli a tutti.

Toccato nel profondo dalle letture sul nazismo, Dick conosceva benissimo il rischio di radicare il concetto del “bene” nella biologia e nella natura. Fra umano e inumano, scriveva nel saggio su Uomo, androide e macchina, la differenza non sta nell’“essenza”, ma nel “comportamento”. Proseguiva Dick: “Un essere umano privo della giusta empatia o sentimento è uguale a un androide costruito in modo da non averla, seguendo un progetto o a causa di un errore. Intendo, sostanzialmente, qualcuno a cui non importa il destino di cui è vittima l’essere vivente suo prossimo e rimane distaccato, da spettatore, mettendo in pratica con la sua indifferenza il motto di John Donne, ‘Nessun uomo è un’isola’, ma inserendo una variante nel teorema. Un’isola mentale e morale non è un uomo”.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all’uso dei cookie. A questo link potete trovare la gestione della privacy e dei cookie da parte di Automattic (la società che gestisce la piattaforma WordPress.com): Privacy Policy.
Se non ne avete ancora abbastanza, non perdetevi la pagina con l'Informativa Estesa.

Altrove in 140 caratteri

Segui assieme ad altri 88 follower

Categorie

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: