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5 aprile 2020. 1.258.198 casi di COVID-19 acclarati nel mondo nel momento in cui scrivo. Casi raddoppiati in poco più di una settimana. Il 2 aprile abbiamo superato il milione di casi documentati.

930.259 casi attivi. 68.310 vittime. Tra gli altri, anche il grande Juan Giménez, maestro argentino del fumetto, autore di pietre miliari dell’immaginario fantascientifico come La Città e Il quarto potere, di capolavori bellici (Asso di Picche), nonché illustratore della celeberrima saga di Alejandro Jodorowsky La casta dei Meta-Baroni. È la prima vittima causata dalla COVID-19 con cui posso dire, da lettore, di avere avuto un legame affettivo. Non è come perdere un proprio caro, naturalmente, ma dalle testimonianze di diversi altri amici appassionati di fumetti è evidentemente una perdita che scava un solco: è come se il virus si fosse manifestato, in un modo meno pericoloso ma non meno subdolo, tra le pareti di casa, entrando nelle nostre vite con una ferita che è qualcosa di più del disagio dovuto alle misure di contenimento del lockdown. Significa sapere che non esistono progetti, di vita o artistici, che non possono essere spezzati dall’irruzione del contagio. È la pandemia che si manifesta in tutta la sua brutale violenza: un virus che circola tra noi da due mesi, originatosi qualche mese prima all’altro capo del mondo, e che di punto in bianco si porta via a 12.000 km di distanza un artista che abbiamo amato incondizionatamente senza mai incontrare.

Con qualcosa come 30mila nuovi casi al giorno, la crescita del contagio negli Stati Uniti prosegue inesorabile. Siamo a 328.662 casi documentati, il doppio rispetto all’ultima volta che ne abbiamo scritto, nemmeno una settimana fa. La metà, circa 160mila, solo tra gli stati di New York e New Jersey, con 2.256 morti documentate nei confini amministrativi di New York City, che da sola conta un terzo dei casi. Wuhan è già un pallido ricordo, a questo punto della curva. Il governatore dello stato Andrew Cuomo ha pubblicato sul suo profilo Twitter questo video di incoraggiamento rivolto alla città.

C’è uno stile diverso, una diversa consapevolezza, rispetto a quella che finora abbiamo visto esibire dai politici nostrani. Facciamocene una ragione.

Il 3 aprile la Spagna ha superato l’Italia per numero di contagi registrati, diventando il primo paese in Europa. Attualmente fa registrare 130.759 casi totali, con un tasso di guarigioni doppio rispetto al nostro (38mila contro poco meno di 22mila), 6.861 ricoveri in terapia intensiva e 12.418 vittime.

La Germania è il terzo paese in Europa e si appresta a superare la soglia dei 100.000 casi, ma continua a far registrare un basso tasso di mortalità (1.573 vittime ad oggi). In Francia, con quasi 90.000 casi e 7.560 vittime, si è deciso di annullare per la prima volta nella storia l’esame finale delle superiori, il baccalauréat introdotto da Napoleone nel 1808. Qualsiasi retorica del “noi non faremo la fine dell’Italia“, “siamo un paese meglio organizzato“, “non ci faremo trovare impreparati“, è stata disintegrata dalla realtà dei fatti.

In Russia, dove ufficialmente si contano ad oggi poco più di 5mila casi e 45 vittime, il presidente Vladimir Putin ha annunciato l’estensione delle disposizioni di sospensione di tutte le attività non necessarie fino al 30 aprile, assicurando il pagamento degli stipendi. In UK, dopo un timido rallentamento fatto registrare ieri, si tornano a contare quasi 6mila nuovi casi nelle ultime 24 ore, che portano il totale a 47.806 (le vittime sono 4.934).

E in Italia?

In Italia l’ora più buia sembra tutt’altro che passata. È vero che i nuovi casi fanno registrare un trend in lenta riduzione, e la crescita dei casi attivi appare rallentare anch’essa, ma in quest’ultimo bilancio continua a incidere più del previsto il numero delle vittime, per cui valgono sempre tutte le considerazioni fatte nelle ultime settimane. Il bollettino odierno della Protezione Civile riporta 4.316 nuovi casi, 525 decessi (minimo registrato dal 20 marzo), 819 dimessi/guariti, per un saldo di +2.972 casi attivi rispetto a ieri. Queste cifre portano il totale dei casi documentati a 128.948, i decessi a 15.887, i guariti/dimessi a 21.815 e i casi attivi a 91.246.

Queste cifre mandano in pezzi il modellino dello scenario E che ci ha accompagnati nelle ultime settimane, com’è evidente dai due grafici che riporto a titolo esemplificativo qua in basso, sull’andamento dei casi totali, e sul particolare dei guariti e delle vittime (quest’ultimo su scala logaritmica).

La biforcazione tra le curve reali e quelle stimate dal modello è evidente e rende inutile qualsiasi ulteriore utilizzo dello scenario E. Tra ieri e oggi ho quindi provato a mettere insieme i pezzi di un quarto scenario, non perché creda a una qualche utilità scientifica (abbiamo ripetuto allo sfinimento che i numeri su cui stiamo lavorando sono la punta dell’iceberg e il sommerso è per lo più sconosciuto a tutti, non solo a me), ma perché ritengo che qualsiasi valutazione sui giorni a venire non possa prescindere da un confronto con una qualche aspettativa, e non conosco altro modo per costruirmi delle attese che guardare a dei modelli, almeno finché mostrano una minima concordanza tra previsioni e risultati registrati.

Eccoci quindi passare allo scenario F. Dopo la C di Catastrophic, la D di Desolation e la E di Evil, è il turno della F di frak!, ma anche di Frankenstein: il modello qui proposto eredita tutte le assunzioni che avevano funzionato per lo scenario E e cerca di aggiornarle con molta approssimazione alla luce dei dati registrati nell’ultima settimana.

In sintesi quello che vediamo è:

  1. una riduzione del numero di nuovi casi più lenta dello scenario precedente, che porta la saturazione della sigmoide dei casi totali oltre i 180.000 casi
  2. un picco di casi positivi contemporanei che passa dagli 80.000 attesi per il 4 aprile ai circa 96.000 del 10 aprile (e qui faccio osservare che sarebbero due o tre volte i valori di picco prefigurati negli scenari presentati dalla stampa solo tre settimane fa)
  3. una crescita più lenta delle guarigioni
  4. una maggiore incidenza della mortalità: il nuovo modello tiene conto del fatto che il tasso di mortalità da alcuni giorni si è stabilizzato intorno al 12,3%.

Inoltre, per tornare al discorso sulla riduzione dei nuovi casi, trovo utile ribadire che, al di là dei proclami che vedo ripetersi da più parti, incluse le conferenze stampa della Protezione Civile, il trend che stiamo osservando è molto lento:

Questo trend si ridurrebbe comunque anche se ogni giorno registrassimo un numero costante di nuovi casi, per il semplice fatto che è una proporzione con il numero totale dei casi registrati fino al giorno prima, che è un numero che cresce costantemente. Per andare a 0, occorre che vadano a 0 i nuovi casi, ed è evidente che questa tendenza è troppo lenta, visto che (zoom qui in basso), siamo da una settimana sotto il 5% e solo oggi siamo riusciti a scendere sotto il 4%. Di questo passo, potrebbero volerci mesi prima di azzerare il tasso di nuovi contagi.

Qualsiasi considerazione sul ritiro o la modifica delle misure di contenimento disposte finora non potrà prescindere da chiari segnali provenienti da questo trend e dalla simultanea riduzione del numero totale di casi attivi contemporaneamente. A beneficio di tutti, nelle date cruciali dell’emergenza da COVID-19 in Italia, ovvero il 10 marzo, data dell’estensione delle misure valide per la Zona Rossa al resto d’Italia, e il 22 marzo, data del nuovo DPCM che decretava l’arresto di tutte le attività produttive non essenziali, registravamo i seguenti valori:

  • 10.03.2020: nuovi casi 977 (totale 10.149, +10,7%), casi attivi 8.514
  • 22.03.2020: nuovi casi 5.560 (totale 59.138, +10,4%), casi attivi 46.638

Secondo il modello approssimato dello scenario F, trascorreranno mesi prima che la curva dei casi positivi torni a quei valori. Con tutte le solite considerazioni sull’attendibilità delle rilevazioni ufficiali e tutto il resto che non sto a ripetere.

Infine, ultime considerazioni sui dati degli ultimi giorni. I ricoveri in terapia intensiva hanno mostrato una riduzione significativa negli ultimi giorni: ieri e oggi il saldo tra nuovi ricoveri e dimissioni è stato addirittura negativo (-74 e -17). Oggi risultano ricoverate in terapia intensiva 3.977 persone in Italia, con un’occupazione di poco maggiore del 60% dei posti disponibili. Qui si riaggancia il discorso che facevamo la volta scorsa sul presunto, probabile collasso del sistema sanitario nelle regioni maggiormente colpite, ma una domanda che mi piacerebbe che qualcuno facesse in conferenza stampa, e da cui mi aspetterei una risposta chiara dal comitato tecnico-scientifico, è se nel corso di queste settimane non siano cambiati i criteri seguiti per i ricoveri. Visto che il virus è sempre lo stesso e la sua letalità non è cambiata nel frattempo, delle due l’una: o le strutture si stanno attenendo a criteri diversi per l’ospedalizzazione in terapia intensiva, oppure ormai il sistema non riesce più a sostenere nuove domande.

Concludiamo con alcune notizie dalla Lombardia. In una intervista rilasciata al Quotidiano del Sud, il presidente dell’associazione di categoria che raggruppa 400 Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), ovvero case di riposo, lombarde, richiama l’attenzione sulla delibera regionale dell’8 marzo che ha trasformato le strutture ricettive in nuovi focolai. Non sorprende più di tanto, a questo punto, che i decessi fatti registrare nelle case di riposo non siano stati opportunamente documentati con test di positività.

La giunta leghista si è inoltre distinta nelle ultime ore per avere imposto a tutti i cittadini lombardi l’utilizzo delle mascherine, o in alternativa «attraverso semplici foulard e sciarpe», ogni volta che si esce di casa. Un’ordinanza disarmante, in una regione che non ha ancora saputo garantire l’approvvigionamento di mascherine per coprire l’eventuale fabbisogno dei suoi dieci milioni di abitanti, e che con Makkox non possiamo fare a meno di commentare così:

 

 

Il feeling positivo ispirato dalle notizie di ieri è ripreso in serata, dopo che l’alba ci aveva consegnato un altro triste risveglio. Il tempo di confrontarsi con le notizie provenienti dal resto del mondo: oltre un miliardo di persone costrette nelle loro case in tutto il mondo, la curva dei contagi negli USA che schizza vertiginosamente verso l’alto (i casi sono cresciuti di dieci volte in meno di una settimana, e dopo essere arrivati ieri oltre i 30mila, oggi sono saliti ulteriormente a quasi 42mila con 500 vittime: al 21esimo giorno dell’emergenza, in Italia eravamo a metà dei casi…), le scene dagli ospedali spagnoli assiepati di malati in attesa di un posto letto e la vicepremier Carmen Calvo ricoverata per un’infezione respiratoria. Il sindaco di New York Bill de Blasio ha dichiarato di aspettarsi «un mese di aprile peggiore di quello di marzo, e un mese di maggio ancora peggiore» e ha avviato i lavori per trasformare un centro congressi in un ospedale da mille posti letto.

In Italia il mezzo pasticcio sulle chiusure delle attività produttive non essenziali propiziato dal caos istituzionale tra governo centrale e regioni, in cui s’inserisce un nuovo scontro tra Confindustria e sindacati, che annunciano scioperi nelle regioni del Nord.

La situazione al Sud è altrettanto tesa: Basilicata e Calabria hanno annunciato la chiusura dei loro confini regionali. I sindaci dei comuni dell’alta Calabria hanno chiesto al prefetto di Cosenza l’autorizzazione a istituire check point con l’aiuto di agenzie private sulle strade di accesso alla ragione. Mentre il governatore della Sicilia e il sindaco di Messina denunciano sbarchi non autorizzati dalla Calabria.

Il numero degli operatori sanitari contagiati è salito a 4.824, il doppio rispetto alla Cina.

I contagi nel mondo sono saliti a 375.000 casi, con 16.000 vittime (10.000 solo in Europa) e più di 12.000 ricoverati in condizioni critiche. In Italia la curva dei nuovi contagi segna un valore in riduzione per il secondo giorno di fila, con 50.418 casi attivi e 63.927 totali, ma rimandiamo ai prossimi giorni ulteriori considerazioni sulla curva. Intanto la provincia di Milano sembra aver frenato, ma le regioni del Sud stanno per diventare le osservate speciali per capire come evolverà la crisi.

In serata il premier britannico Johnson ha completato la svolta a U cominciata lunedì scorso e ha annunciato severe misure di contenimento, confrontabili con quelle adottate in Italia: chiusura degli esercizi commerciali non essenziali, forti restrizioni negli spostamenti, chiusura di biblioteche, parchi giochi e luoghi di culto, sospensione di battesimi e matrimoni. Prove tecniche di lockdown. La polizia avrà il potere di disperdere assembramenti e comminare multe anche molto salate. E il tutto durerà non meno di tre settimane. Ci sono volute più di trecento vittime per far cambiare idea a Johnson e ai suoi. È un duro bagno di realtà per chi aveva vaneggiato sul lasciar fare all’epidemia il suo corso.

Théodore Géricault, La zattera della Medusa (Louvre, 1819).

Italia, 18 marzo 2020. 28esimo giorno dal primo caso confermato di COVID-19 all’interno del territorio nazionale. Nono giorno dalla trasformazione del paese in un’unica, grande Zona Rossa.

Totale dei casi registrati35.713 (+4.207). Deceduti: 2.978 (+475), tasso grezzo di letalità: 8,3%. Guariti: 4.025 (+1.084).

Totale casi attivi: 28.710 (+2.648). Ricoverati in terapia intensiva: 2.257 (+197), corrispondenti al 7,9% sul totale dei casi attuali. Tasso di saturazione stimato dei posti letto in terapia intensiva: 43%.

Non è stata una bella giornata. Il numero delle vittime ha toccato il suo massimo giornaliero a oggi, portando l’Italia a un soffio dal bilancio finale della Cina. Non è un pronostico difficile da fare, ma probabilmente nella giornata di domani supereremo anche quello che fino a oggi continua a essere considerato il paese più colpito dall’epidemia di COVID-19 (il presidente USA Donald Trump lo ha ripetutamente definito, fiero della propria fermezza razzista, il «virus cinese»), e lo faremo con poco più di un terzo dei casi totali registrati da Pechino.

Ma il problema non è più solo italiano e questo è evidente a tutti.

I paesi europei hanno superato sia come numero totale dei contagi che come vittime la Cina. Lo screenshot qui a destra proviene dalla solita dashboard del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della John Hopkins University. Dopo la Spagna, anche la Germania e la Francia hanno scavalcato la Corea del Sud.

Misure straordinarie stanno per essere adottate, malgrado i proclami della scorsa settimana, anche dal Regno Unito, dove le vittime hanno superato quota 100. Le cazzate si pagano (e considerando le modalità del conteggio operato dal sistema sanitario britannico, che a differenza dell’Italia non tiene conto dei decessi in cui erano già presenti patologie pregresse, il conto è probabilmente già più salato di quello che testimoniano i numeri).

Quello che desta più preoccupazione in Italia, al momento, è l’alto tasso di mortalità. Sicuramente l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nei giorni scorsi non è stato recepito con la forza sperata e molti paesi, sebbene per ragioni diverse, continuano a effettuare meno test di quelli che la WHO ritiene necessari. Ma forse nell’alto numero di vittime registrate in Lombardia c’è anche altro, come suggeriscono le parole della virologa Ilaria Capua.

Dopo l’ultimo bollettino ho aggiornato i dati nel mio modellino e la semplice regressione logistica a cui mi sto affidando per estrapolare l’evoluzione futura dell’epidemia in Italia porta allo scenario riportato nel grafico qui in basso.

La dashboard dell’osservatorio globale sulla diffusione della sindrome da COVID-19 del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della John Hopkins University oggi si presentava cosi:

Il conto dei casi totali per la prima volta ha doppiato la Cina: 178.508 nel mondo contro gli 81.032 delle province cinesi. L’Italia, ormai stabilmente al secondo posto, ha raggiunto 27.980 contagi e superato la soglia di un terzo dei casi registrati in Cina. Se pensate che due settimane avevamo 2.500 casi, meno del dieci per cento dei casi attuali, mentre la Cina aveva appena oltrepassato la soglia allora per noi remota degli 80.000 contagi, vi renderete conto di due cose: come funziona una crescita esponenziale, che per sua natura riesce a stravolgere la prospettiva nel volgere di breve tempo, sovvertendo la linearità dei fenomeni per noi più intuitivi; e come le misure di distanziamento sociale possano riuscire a flettere la curva di espansione del virus mutando la crescita esponenziale in una funzione sigmoidale, mandandola a stabilizzarsi verso un asintoto orizzontale (è tutto illustrato con delle utili dimostrazioni pratiche in questo illuminante articolo del Washington Post). Quell’asintoto è il tetto della crescita, il coperchio sulla padella di olio infiammato che soffoca l’esplosione del fuoco prima che sia troppo tardi: in Cina ha funzionato, Italia e Spagna stanno provando a farla funzionare.

Il governo di Madrid, che ha schierato l’esercito per presidiare le stazioni ferroviarie nelle principali città e ha autorizzato la polizia a servirsi di droni per sorvegliare gli spostamenti dei cittadini, si appresta a chiudere le frontiere e a disporre un’estensione delle misure restrittive oltre i 15 giorni originariamente previsti. Anche la Svizzera si è decisa a dichiarare lo stato d’emergenza, che durerà più di un mese, fino al 19 aprile. La Francia ha rinviato a giugno il secondo turno delle comunali, mentre la Germania ha varato misure straordinarie per fronteggiare la crisi.

Il primo ministro britannico Boris Johnson, che appena quattro giorni fa annunciava al Regno Unito il piano del suo governo di non arginare la diffusione del contagio, è tornato sui suoi passi e ha invitato i cittadini a evitare i contatti e i viaggi non essenziali. Il Foreign Office ha alzato il livello di rischio dopo che i dati accertati sulla diffusione del coronavirus hanno toccato stamattina i 1.543 casi. Ieri il Guardian aveva diffuso un rapporto della Public Health England, organismo esecutivo del ministero della Salute britannico, secondo cui la diffusione del contagio in assenza di misure di contenimento raggiungerebbe l’80% dei residenti nel Regno Unito entro la primavera del 2021, causando quasi 8 milioni di ricoveri e almeno 318mila decessi. La stima si basa sull’ipotesi che il tasso di mortalità del COVID-19 si attesti intorno allo 0,6%, ma i dati italiani sono attualmente bene dieci volte più alti (qui ci sono alcune ipotesi sul perché). Per proteggere gli ultrasettantenni, si prevede adesso un isolamento forzato fino a quattro mesi.

L’idea dell’immunità di gregge che ispira l’inazione del governo britannico e dei suoi consiglieri non ha ancora trovato conferma negli studi. Per avere una panoramica delle cose che ancora non conosciamo del coronavirus, vi consiglio di leggere questo ottimo articolo del Post. L’impatto di una strategia passiva rischia di provocare milioni di morti, risolvendosi in una catastrofe sociale.

Intanto, oltreoceano, il governatore dello Stato di New York Bill De Blasio ha chiuso le scuole almeno fino al 20 aprile, ma con la prospettiva che possano non riaprire fino a giugno. Il governatore della California Gavin Newson ha invece chiuso tutti i bar, i ristoranti, i pub e i nightclub dello stato.

E qui da noi? Dopo il giorno con il più alto numero di vittime, in Italia oggi i decessi sono stati 349, di cui 202 solo in Lombardia: i morti salgono a 2.158, 1.420 nelle province lombarde. Lombardia e Marche hanno quasi saturato la capienza delle loro strutture sanitarie, ma a Milano dovrebbe entrare in funzione entro due settimane un nuovo padiglione per cure intensive all’Ospedale San Raffaele. Il totale dei casi attualmente positivi è 23.073, di cui 1.851 ricoverati in reparti di terapia intensiva, con un tasso di occupazione del 35% dei posti allestiti: sono circa 200 posti in meno di quanto prevedeva il nostro scenario E, che a questo punto stimava un tasso di saturazione di circa il 40%.

Ma c’è un’altra buona notizia: l’andamento dei contagi pare stia uscendo dall’inviluppo tra le curve degli scenari C e D, che delineavano gli orizzonti peggiori.

Dai totali giornalieri mancano i dati di Puglia e provincia di Trento, ma estrapolando le tendenze degli ultimi giorni difficilmente la loro somma supererà alcune centinaia di casi, che andrebbero sommati ai 3.233 comunicati dal bollettino della Protezione Civile (rispetto ai 3.497 di sabato e ai 3.590 di ieri). Sicuramente è presto per cantare vittoria, ma forse tra qualche giorno, riguardando indietro, riusciremo a distinguere nitidamente la cresta dell’onda che ci auguriamo di stare cavalcando proprio in queste ore.

Intanto non dobbiamo abbassare la guardia, o i sacrifici sostenuti finora finirebbero vanificati. Come dimostrano i casi esemplari dei comuni messi in isolamento nelle province campane di Avellino e Salerno:

Intanto negli ultimi giorni diversi comuni italiani sono stati messi in quarantena in seguito alla rilevazione di molti casi di contagio, con il divieto per chiunque di entrare o uscire.

Il primo comune a subire questa misura è stato quello di Ariano Irpino (provincia di Avellino), dove nei giorni scorsi erano risultati 21 casi (quando in tutta l’Irpinia sono stati 37). Sono stati poi messi in quarantena altri quattro comuni campani, tutti nella provincia di Salerno: Sala Consilina, Atena Lucana, Polla e Caggiano. Secondo il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, i contagi sarebbero tutti legati a un ritiro spirituale di una comunità di neocatecumenali avvenuto in un hotel di Atena Lucana il 28 e 29 febbraio, in cui i partecipanti avrebbero partecipato a un rito religioso bevendo tutti dallo stesso calice.

(dal Post)

Sony Center at Night, Berlin.

Sony Center at Night, Berlin. (Photo credit: Wikipedia)

La fantascienza italiana si regge su una piccola ma matematica certezza: che il prossimo titolo che uscirà a firma di un autore italiano sarà il bersaglio facile e sicuro di polemiche infinite. Le contestazioni potranno essere più o meno accese, ma accompagneranno di certo ogni nuova uscita. Chiunque ne sia l’autore, ma meglio se giovane ed esordiente. E in genere il picco annuale si verifica a novembre, quando tipicamente Urania dà alle stampe il vincitore del premio annuale della collana.

“Gli italiani non sono all’altezza degli autori d’oltreoceano” (come se la metà degli autori anglofoni non fossero invece d’oltremanica)… “Che noia vince sempre un fantapoliziesco” (o un poliziesco futuristico… e in ogni caso, “basta con questi fantapolizieschi italiani!”)… Sono le obiezioni più frequenti. E via di questo passo. Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 e attualmente in tutti gli store digitali con il suo serial I Necronauti, ha pubblicato a riguardo un puntuale e condivisibile intervento sul suo blog.

Il problema, io credo, è tutto nelle dimensioni della comunità. Lo zoccolo duro dei lettori di fantascienza è davvero ridotto e in esso non c’è stato praticamente nessun ricambio generazionale. Manca la massa critica per poter stimolare una rete virtuosa di relazioni, anche a livello di feedback davvero costruttivi e utili per costruire un trend futuro. Per di più chi legge oggi fantascienza è molto probabilmente un lettore che ha formato il suo gusto negli anni ’70 o ’80, al più tardi. Prima che in Italia arrivasse il cyberpunk, per farsi un’idea. E proprio il cyberpunk, quando alla fine è arrivato all’attenzione del pubblico italiano, infastidì molti per la sua astrusità e per il ribaltamento delle convenzioni del genere, meritandosi una condanna – diffusa e generalizzata – per lesa maestà. Forse lo slancio ribelle di una fantascienza strettamente vincolata all’underground e alle sottoculture era già un affronto troppo insopportabile al loro gusto. Ma forse, se in Italia il cyberpunk non ha avuto il successo che ha conosciuto altrove anche fuori dal mondo anglosassone (penso al Giappone o alla Russia), è anche perché già in quegli anni, a cavallo tra gli ’80 e i ’90, si poneva il problema del ricambio generazionale. I giovani non leggevano più fantascienza. O forse, semplicemente, i giovani non leggevano più e basta.

Ma torniamo ai giorni nostri. Una comunità di appassionati di fantascienza incapaci di riconoscere l’importanza del cyberpunk è grosso modo altrettanto autorevole di una comunità di appassionati di aeronautica incapaci di guardare oltre le turboeliche. O una comunità di appassionati di fumetti arroccati sulla Silver Age. Vi pare possibile? Le nicchie sono sempre esistite, e ovunque vi sia una cultura sufficientemente florida e ampia fioriscono le sottoculture. Il nostro problema, in ambito fantascientifico, è che un numero troppo ridotto di appassionati ha avuto modo di scoprire e affezionarsi a ciò che è accaduto da un certo punto in avanti. Semplicemente. In questo modo è venuta a mancare una condizione necessaria a garantire l’equilibrio tra i diversi filoni. Che non è necessariamente vincolato al dato anagrafico, ma di certo in un campo come questo l’età gioca un ruolo non trascurabile. Si è avuto così un consolidamento di posizioni di retroguardia. Con il risultato di un impoverimento generale del gusto.

Bisognerebbe chiedersi quanti dei lettori che criticano così aspramente l’ultimo Premio Urania abbiano letto qualcosa di inglese o americano uscito negli ultimi dieci o quindici anni. E tra questi, che frazione della loro dieta fantascientifica è rappresentata da romanzi di autori contemporanei di fantascienza. Ho il forte sospetto che il Premio Urania sia semplicemente un parafulmine, e che serva a scaricare un bacino di elettricità ben più ampio della nuvoletta italiana sospesa sulla sua verticale. Tutto l’orizzonte è coperto di nuvoloni grigi, dal Regno Unito all’America, per non parlare del resto del mondo.

Oggi il lettore medio di fantascienza attivo sui social network o sui blog, fateci caso, è quasi sempre qualcuno con una sua ricetta. Esce un nuovo libro? E lui è pronto a fornire all’editore la ricetta di quello che avrebbe invece dovuto pubblicare in alternativa. E se il libro è italiano via con la girandola delle obiezioni di cui sopra. Sarà che gli appassionati di fantascienza non scrittori (o aspiranti tali) sono davvero pochi per poter scongiurare il sospetto del commento interessato. Sarà che gli scrittori di fantascienza italiani sono davvero così impreparati…

Come ho avuto modo di dire, altrove la situazione è ben diversa: si vive di curiosità per il nuovo e per ciò che è diverso. E per fortuna gli orizzonti si vanno facendo sempre più ampi. Onestamente, preoccuparci oggi di ciò che può piacere a una comunità di pochi lettori, capace di esprimere un volume davvero risicatissimo di opinioni credibili e/o autorevoli, dovrebbe essere chiaro a tutti, non è un gioco che ripagherà né sul breve né sul medio né sul lungo periodo. Quindi a che pro giocarlo?

È tutto tempo sprecato quello investito nella fatica di far cambiare idea a un lettore riluttante, quali che siano le sue ragioni.

Il lettore medio di fantascienza ha la sua ricetta? Si scriva pure il suo libro, provi un po’ a farselo pubblicare e stia pur sereno che nel caso c’è pur sempre Amazon, lì pronta a lanciare nel circuito l’ennesimo titolo. Noi che della nostra scrittura stiamo provando onestamente a fare un mestiere dovremmo continuare a occuparci della fantascienza vera, quella che guarda al futuro. Non alle macerie del passato, e ai relitti che riflettono lo stato di psicopatologia di massa di questo paese allo sbando.

Progress Launch, Baikonur

Progress Launch, Baikonur (Photo credit: alexpgp)

Spazio, diciannove anni dopo. La notizia che il governo di Sua Maestà starebbe pensando di avviare il progetto per uno spazioporto in Scozia, da aprire ai voli commerciali già a partire dal 2018, non è poi così peregrina come potrebbe sembrare (a patto di sorvolare sull’indecente fantasia dei titolisti italiani). L’industria spaziale britannica vale già oggi 12 miliardi di euro all’anno: cifra che, se da un lato rappresenta ancora una virgola di un PIL stimato in circa 2.500 miliardi di euro, è al contempo abbastanza promettente per ragionare su uno sviluppo che di qui al 2040 la porti a valere oltre il triplo, attestandosi sul 10% del valore mondiale del settore.

Il proposito è più che velleitario. Anche se il turismo spaziale dovesse restare un business d’élite, la crescente presenza umana nell’orbita circumterrestre dovrebbe provocare una ricaduta intensa su tutto l’indotto: dall’approvvigionamento di beni di prima necessità ai servizi. Basta buttare lo sguardo appena più in là per cominciare a intravedere un’espansione commerciale in piena regola, richiamata oltre che dall’esclusività della location anche dalla promessa di risorse minerarie in quantità tale da innescare la nuova corsa all’oro.

Forse lo sviluppo della Nuova Frontiera sarà dopotutto prosaico e sporco (di olio, se non di polvere) come quello della frontiera che ci siamo lasciati alle spalle, cavalcando verso ovest. E secondo alcuni sarà azzardato impostare questa rincorsa su tempi così brevi. Ma saper guardare al futuro per coglierne le opportunità è forse la migliore attitudine in un periodo di crisi. Dal momento che i maggiori spazioporti aperti ai voli privati sono oggi situati in località di non facilissima accessibilità, pensare di costruire il primo spazioporto europeo a un’ora di volo da Londra potrebbe assicurare, al di là di un pur atteso ritorno d’immagine, un posto in prima fila nello sfruttamento di un mercato completamente vergine. E probabilmente provvisto di un potenziale senza precedenti nella storia dell’umanità.

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Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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